Quell’inutile schiaffo alla Cristianità

Il professor Michele Ainis, sulla Stampa, ci ricorda che l’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche è un retaggio di regolamenti e circolari degli anni dell’epoca fascista, seguiti ai Patti Lateranensi. Ma che “si può subito osservare che nessuna legge della Repubblica italiana impone il crocifisso nelle scuole.” Si potrebbe anche osservare che la Repubblica Italiana, in questo caso, è stata abbastanza saggia da non fare di un simbolo una questione di “principio”; ossia da non fare di un simbolo, che pure ha accompagnato la nostra storia per millenni e che fa parte della nostra tradizione, un “idolo”. Quando si parla di “tradizione”, nel senso comune del termine, si parla di cose in ultima analisi “periture”, o meglio, non per forza “imperiture”, e tuttavia legate in ogni caso ad una storia che non è ancora morta. Ragion per cui si dovrebbe far uso di pragmatismo e buon senso in una questione dove col pretesto di non “offendere” la sensibilità di qualcuno si offende la sensibilità di molti (che pena, francamente, queste anime sensibili appena arrivate dalla faccia oscura della Luna o da Marte che alla vista del crocifisso urlano come se qualcuno stesse martellando le falangi delle dita delle loro mani delicate!). Sennonché i maestrini di laicità che hanno applaudito la recente sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo sulla questione del crocifisso, presi dai loro astratti furori, estranei ad ogni prudente e temperante rispetto per costumi magari vecchiotti ma non ancora passati a miglior vita, né dall’opinione pubblica italiana sentiti come tali, vorrebbero al contrario “imporre”, loro, per legge, la non-esposizione del crocifisso. Perché la sola esposizione nelle scuole pubbliche, che nulla in realtà impone a chi le frequenta, per questi occhiuti guardiani della democrazia fuori della storia rappresenterebbe una sorta di muta intimidazione spiccatamente religiosa che lederebbe addirittura le libertà fondamentali previste dalla Convenzione europea sui diritti dell’uomo. Al Comitato dei Lumi che in nome della perfetta neutralità s’intestardisce a mostrare la via, la verità e la vita al popolo, con gran gioia fra l’altro dei replicanti del nostro disgraziato spirito azionista, sfugge il fatto che se col tempo maturerà nell’opinione pubblica una totale indifferenza o un sentimento ostile alla sua esposizione, il crocifisso sparirà da solo dalle scuole. Non volendo dare tempo al tempo, e forse temendo che il volgo pensandoci bene rimarrà affezionato ancora a lungo al crocifisso nelle aule, ora come ora è solo una forzatura, nelle intenzioni esemplare; un inutile schiaffo alla Cristianità da parte degli Idolatri della Legge, i devoti di quella fede sedicente liberale nella quale molti giacobini si sono riciclati. Anche nella terra del sol dell’avvenire liberal-giacobina, come in quella dei millenarismi comunisti o nazisti, l’uomo può tirare finalmente i remi in barca – sollevato da quella sofferenza intellettuale che la schiavitù del tempo e dello spazio gl’impone e che va contro la sua più intima natura – affidandosi al Dio in terra della Legge. Una Legge che meravigliosamente tutto disbriga e ordina, dove singolare e plurale si compongono definitivamente e senza sforzo ad armonia. Dove tutto è chiaro, perfetto, lucido, e soprattutto “ovvio”. Dove tutto è già previsto per sempre e per tutti. E’ un’eresia speculare a quella dei tradizionalisti, un millenarismo che guarda al futuro come quello di questi ultimi guarda al passato, ambedue legati ad un feticismo dei simboli dove la lettera regna sullo spirito.

Che tristezza! E che tristi e maledetti figuri! Ma che vadano al diavolo! Fortuna che un ricordo dei tempi passati mi viene in soccorso, e mi riconcilia con l’umanità. Quella normale, ah ah ah… Ai tempi del Liceo tra i miei compagni di classe c’era un certo M. Zan… Nel registro di classe veniva subito dopo di me, M. Zam… Eravamo ultimo e penultimo. Questo ZZBottom aveva creato una sorta di cameratismo alfabetico tra noi due, quelle profonde intimità che si creano nel momento del pericolo comune, in concreto quello delle interrogazioni. Proprio questo compagno dalla zazzera bionda ebbe un giorno un’idea superinflazionata ma che a un campagnolo come me parve audace e geniale, una di quelle idee capaci di fruttare milioni ai celebrati ciarlatani dell’arte dei nostri giorni, dediti a sezionamenti di carcasse di animali ed impiccagioni di bambolotti e con mia grande sorpresa ancora a piede libero. Sono convinto che la covasse da molto tempo, settimane, forse mesi, ed avesse studiato il piano con lo zelo del cospiratore anarchico di fine ottocento. Stava dunque per scoccare quella mattina l’ora di religione. Nel trambusto di quei pochi minuti del cambio di guardia tra il prof montante e quello smontante, si avvicinò alla cattedra, montò in piedi sul sacro trono da dove si officiava la cultura, staccò dalla parete dietro la cattedra il crocifisso di legno e, giratolo, lo riappese al chiodino schiacciando la faccia del Figlio di Dio sulla superficie fredda della parete. Mentre sulla faccia oscura della Croce, che nuda ci guardava, attaccò un bigliettino con su scritto: “Torno subito”. Appena entrato il sacerdote – c’era sempre qualcosa di tormentato in lui – non si accorse di nulla, segno che il telefono rosso con l’Onnipotente quel giorno non funzionava benissimo. Alla scoperta del misfatto più che lo Spirito Santo lo guidarono occhiatine e sghignazzi di banditelli sempre più impazienti di vedere l’effetto dello scandalo. Alla fine girò la testa, alzò gli occhi per un momento, poi rivolse lo sguardo verso di noi. Cominciò a scrollare lentamente la testa, sorridendo mestamente, di compassione senza alcun dubbio. Il colpevole fu subito scovato poiché tutti noi lo guardavamo e lui stesso cercava i nostri occhi, atteggiandosi ad eroe. Poverino. Nonostante fosse juventino, cosa che raramente si coniuga con la nobiltà d’animo, era tutt’altro che un cattivo soggetto. Il sacerdote non disse nulla e non fece nulla. Provvide, come sempre, una delle pie donne della nostra classe, che cominciava a temere per la sua anima, dopo un quarto d’ora di cattività della croce, a rimettere nella sua posizione Nostro Signore. Ammetto: risi anch’io, anche se quell’atto sacrilego non l’avrei mai fatto. Ancor oggi non riesco a rievocare questo ricordo senza che mi si disegni sulle labbra un sorrisetto; non mi sento neanche colpevole: so distinguere la croce dal feticismo della croce.

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Le vittorie di Pirro dell’Islam e degli utili idioti democratici

[Sull’improvviso ravvivarsi della questione dei crocifissi in aula, dovuta alla recente sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo, ho scritto un articolo in buona parte messo insieme con cose già scritte in passato in questo mio blog, alcune anche tre anni fa: mi lusingo del fatto che, dal mio punto di vista – ovviamente – stiano tutte ancora perfettamente in piedi.]

Non saranno certo la decisione dell’antica antichissima e prestigiosa prestigiosissima Università di Cambridge di ammettere il burka alle cerimonie di laurea o la sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, contraria alla presenza dei crocefissi nelle aule scolastiche, a cambiare il corso della storia. Che una studentessa musulmana, alla conclusione del corso di studi in quel di Cambridge UK, nel giorno del suo trionfo, e non nella notte di Halloween, abbia il fegato di indossare uno straccetto che la fa somigliare ad un semovente blindato di stoffa senza visibili feritoie, dice di più, forse, dello stato morale della cultura accademica europea che dei capricci della signorina; che la pomposa Corte annoveri tra i suoi componenti l’immancabile Zagrebelski – Vladimiro stavolta – indica ancora un volta come una certa nostra nomenklatura sappia piazzare i suoi uomini dappertutto giocando al martirio democratico. Tuttavia sul gran sfondo della storia queste cose non costituiscono che degli episodi di cronaca, delle piccole battaglie perdute da parte di un cristianesimo e di una civiltà cristiana destinati a vincere.

L’avanzata islamica nel mondo è solo un grandioso effetto ottico. L’Islam stesso è figlio – degenere – del Cristianesimo. E’ l’universalismo cristiano che ha dato forma alla nostra società occidentale accompagnandola nella sua evoluzione. Se ci si libera da una visione superficiale delle cose, e le si guarda da lontano e in profondità, si avrà agio di notare come il messaggio cristiano da un certo punto di vista sia latore tanto di ineffabili speranze quanto di spietate certezze. Il Cristianesimo ha tolto, dogmaticamente, ogni illusione di una piena felicità terrena. Ciò che un certo pensiero liberale gli ha rimproverato, la svalutazione e il disinteresse per le cose di questo mondo, in realtà poggia su un superiore realismo, ed è per natura nemico acerrimo dell’assolutizzazione – ossia deificazione – ossia idolatria – di qualsiasi cosa, persona o autorità terrena. E’ l’universalismo cristiano, con quell’unico Dio cui l’uomo finalmente e pienamente al singolare guarda come suprema istanza, che ha deassolutizzato il concetto di famiglia, di clan, di tribù, e di nazione e che ha posto questo mondo sotto il regime di una legge transitoria, positiva. La chiarezza dogmatica del Cristianesimo sola rende concepibile il concetto di laicità e la separazione tra Stato e Chiesa, in quanto nei dogmi essa dichiara la sua diversa natura. Senza quelli in cosa si differenzierebbe da un ente o da un’associazione? E cosa impedirebbe a quest’ultima di diventare un giorno legittimamente un partito? Coloro che parlano di democratizzare la Chiesa minano alla base il concetto di divisione tra quella e lo Stato e paradossalmente, se non la distruggono, pongono le basi teoriche di una teocrazia. Su questa base essa ha potuto agire in libertà adattandosi nei secoli e millenni ai cambiamenti di una società della quale essa stessa aveva posto le basi, e la cui evoluzione in fondo si può riassumere nel frutto di uno scambio tra Dio e l’uomo quale cittadino di questa terra, non quale cristiano, nel quale il primo dà all’uomo tanta più libertà, anche di fare il male, quanto più quest’ultimo gli obbedisce nelle cose fondamentali. Storicamente parlando, le libertà individuali si ampliano sempre con un primo impulso di trasgressione, in cui la libertà si accompagna alla negazione della legge morale e quindi di un diritto naturale; ma lo spirito di conservazione della società ben presto ne frena la carica distruttiva: non si torna tuttavia indietro alla situazione precedente e il segmento di risulta di questo processo è in effetti una più grande e concreta libertà, ma allo stesso tempo la società si trova costretta a ribadire la supremazia e la necessità di un diritto naturale. E’ la sua forma di pentimento. E questo pentimento è il prezzo della sua libertà. Cosicché la società se vuole rimanere libera, volente o nolente, deve rimanere cristiana. Ma a pagare il prezzo dell’inutile trasgressione saranno sempre i cristiani; e questo è il paradosso cristiano: il mondo sarà necessariamente sempre più cristiano e i cristiani saranno sempre, in qualche modo, perseguitati. Questa è la società cristiana, che non è la società dei cristiani.

Tutta la cultura dei “diritti dell’uomo” così come i totalitarismi moderni sono fenomeni concepibili solo al suo interno: sono fenomeni post-cristiani, così come l’Islam; anche le ideologie e le religioni anticristiane sono parodie del Cristianesimo; di un Cristianesimo che non superato il problema della morte e che non ha saputo distinguere la società cristiana dal Regno di Dio. Il monoteismo, e con sé l’attrazione irresistibile per i diseredati di un universalismo che radeva al suolo caste, tribù e clan – così come fu molti secoli dopo per quello dei rivoluzionari giacobini o di quelli comunisti, ma anche per quello purificato su scala ridotta dei nazionalisti – fu l’arma intellettuale che portò Maometto al potere; il suo successivo consolidamento ebbe bisogno di una legge contenente una vasta quantità di precetti sufficiente a plasmare in profondità la nuova società; la confusa sistemazione coranica di materiali letterari tratti dal Vecchio e Nuovo Testamento non è altro che il disegno e la storia di questo consolidamento. Il monoteismo di Cristo significò liberazione, il monoteismo di Maometto significò sottomissione. Maometto ha legato la religione al suo potere e ha radicato il suo potere con la creazione di istituzioni terrene; laddove Cristo le ha definitivamente sciolte, Maometto ha legato la Gerusalemme terrena alla Gerusalemme celeste: morta l’una, morirà anche l’altra.

L’imperfetto universalismo islamico si trova oggi sotto la pressione irresistibile della civiltà cristiana – quella società che invece il Cristianesimo, rimanendo fermo nei suoi pochi principi, ha saputo declinare nella storia e nella geografia senza far violenza a popoli e nazioni – e a questa penetrazione cristiana indiretta, inodore, camaleontica, ma terribilmente reale nei costumi e nel linguaggio soccomberà. Ed è proprio per questo che in Occidente, sulla linea del fronte, senza forse rendersene pienamente conto, quello stesso Islam che nei secoli scorsi esercitò perfino fra le arti della Cristianità il fascino di un mondo sensuale e tollerante benché popolato da infedeli, oggi adotta delle linee di resistenza fondate su un assolutismo dei precetti dagli esiti a volte carnevaleschi.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

In un mio commento, per chiarire meglio il mio pensiero sui rapporti nella storia tra Stato, Società e Cristianesimo, ne ho fatto un piccolo riassunto, sempre con un collage di vecchie cose:

Nel secondo secolo dopo Cristo, e quindi la bellezza di circa 1850 anni fa, Giustino Martire (100-165 d.C.) a difesa dei cristiani, appellandosi al carattere pio, filosofico e “razionale” del sovrano, indirizza all’Imperatore Antonino il Pio una “Apologia per i cristiani” nella quale scrive, fra l’altro, con una chiarezza sorprendente che dovrebbe far riflettere quanti credono che il Cristianesimo, nei suoi rapporti con lo Stato, non sia alla radice diverso dall’Islam e che la distinzione fra Stato e Religione sia in definitiva solo un prodotto culturale di due millenni di storia occidentale:

«Ci sforziamo di pagare ovunque, prima di tutti gli altri, le tasse e i tributi ai vostri preposti, come abbiamo imparato da Lui. In quel tempo, si avvicinarono a Lui alcuni che chiedevano se bisognasse pagare le tasse a Cesare. E Lui rispose: “Ditemi, questa moneta chi raffigura?”. Quelli, a loro volta, risposero: “Cesare”. E Lui, ancora, rivolto a loro: “Date, quindi, a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio”. Quindi noi adoriamo soltanto Dio, ma per tutto il resto obbediamo a voi di buon grado, riconoscendovi come legittimi imperatori e sovrani degli uomini, e pregando che in voi, insieme al potere imperiale, si trovi anche la retta ragione.»

(“soltanto Dio” e “sovrano degli uomini”, naturalmente: fin qui arrivavano, a loro rischio e pericolo.)

Io considero, retrospettivamente, che l’indipendenza dello Stato Pontificio – e la furiosa lotta per quest’indipendenza durante tutto il Medioevo, quando a dispetto della loro potere temporale i papi spesso non erano sicuri nemmeno a Roma – sia stata necessaria allo sviluppo delle libertà civili moderne. A parte quella cattolica, infatti, tutte le altre confessioni cristiane hanno prima o poi piegato il capo al potere temporale: quella ortodossa già nell’alto Medioevo mentre quelle protestanti per affermarsi si adattarono a divenire in effetti delle Chiese Nazionali, e a venire a patti coi Principi, quando da loro non fossero state addirittura fondate, come nel caso della Chiesa Anglicana. Non negli Stati Uniti, ma la loro storia è posteriore all’affermarsi del Protestantesimo. Considerando inoltre la tendenza – quasi un carattere ereditario – alla frammentazione delle Chiese Protestanti, nella genesi degli stati nazionali moderni e della loro vita politica democratica il vero deuteragonista di questo sviluppo, come un convitato di pietra la cui forza indirettamente tutelava anche il clero delle confessioni scismatiche e in generale la dignità della religione, è stato il Papato.

A questo proposito, faccio notare che l’anticlericalismo e il laicismo tutto d’un pezzo sono tipici dei paesi latino-cattolici. In questi paesi la Chiesa Cristiana ha conservato il suo carattere universalista – cattolico -, mentre nei paesi protestanti parlare in passato contro la religione avrebbe significato, almeno in parte, parlare contro il “sentimento nazionale”, giacché il protestantesimo è legato alle rinascite nazionali dal tardo medioevo in poi, anche dal punto di vista letterario. In tempi democratici, ciò ha favorito una crescita più equilibrata e meno avvelenata della contesa politica, controbilanciato negativamente a lungo termine dalla genetica tendenza alla frammentazione in sette delle confessioni religiose che specie nel nord della Vecchia Europa ne ha indebolito fatalmente il prestigio e la forza morale atta a sostenere le sfide della modernità; quello stesso prestigio che il magistero petrino ha invece saputo, come sempre, di tempesta in tempesta, efficacemente rinnovare. E’ dunque ragionevole prevedere una lenta ma duratura Reconquista cattolica nel cuore dell’Europa protestante, che sappia raccogliere le istanze di chi non s’arrende alle derive relativiste di un’insana secolarizzazione, non della secolarizzazione in se stessa, nel quadro, oggi quanto mai necessario, di riconciliazione e ritrovata identità culturale continentale che la Riforma aveva spezzato.