La prima riforma di Renzi

Ma non stiamo parlando di quella del Senato, che fra l’altro non ci piace. La vera riforma è che Renzi ha parlato con Berlusconi, riconoscendolo come interlocutore privilegiato in un progetto di riforma istituzionale, in quanto primo rappresentante dell’opposizione. E’ solo un primo passo, naturalmente, ma gli altri che gli terranno dietro, se ci saranno, porteranno necessariamente a quel doloroso cambiamento “morale” che la sinistra italiana attende da decenni.

Prima ancora di fondamenta istituzionali, infatti, un paese ha bisogno di fondamenta morali che lo tengano unito (solo allora un paese può arrivare a capire e a sopportare scelte difficili: lo dico ai «liberali» di casa nostra, quasi tutti di cultura radicaleggiante, i quali ingenuamente pensano sia solo una questione d’istruzione, e perciò, per disperazione, arrivano a flirtare con le pulsioni palingenetiche dei grillini); e in politica questo significa l’emarginazione dei partiti-fazione. In Italia, invece, l’informale partito della “questione morale” è stato, ed è ancora, il più grande partito-fazione (e quindi immorale) dell’era postcomunista. Lo abbiamo visto anche in questi giorni: il “neo-craxismo” (che tedio mortale! ma non se ne può proprio più di questi bigotti!) di Renzi ha messo d’accordo, con sfumature diverse, i due grandi giornali della sinistra, “La Repubblica” e “Il Fatto Quotidiano”. Ma ha messo in agitazione pure l’altra nomenklatura italica, il partito-fazione dei cosiddetti “poteri forti”, che era stato fautore di un “partito della nazione” che relegava però Berlusconi al ruolo di morente anomalia anti-sistema; il quale partito ha cominciato a bastonare Renzi sui temi economici con subitanea e perciò sospetta sollecitudine. Di questo secondo partito-fazione scrivevo tempo fa in questi termini: «Fallita l’impresa di destrutturare la politica italiana disprezzandone i protagonisti [con l’opzione “tecnocratica” dei governi Monti e Letta] hanno deciso di arrendersi alla politica lanciando un’Opa sul Pd attraverso Renzi, il quale dovrà scegliere se restare prigioniero di un progetto asetticamente liberal che al popolo di sinistra non dirà un bel nulla e destinato a finire nel nulla, oppure se al contrario finire in bocca – in assenza di una matura, onesta, pacifica, non giacobina piattaforma politica socialdemocratica – al Partito di “Repubblica” o, peggio ancora, a quello dei vaffanculisti.»

Ma Renzi non è finito, per ora, né in bocca al Partito di “Repubblica” né in bocca al Partito del “Sole 24 Ore”. Confrontandosi apertamente con Berlusconi ha fatta una scelta “tutta” politica che ha messo in allarme gli avversari non soltanto dei politici, ma anche della politica tout-court: chiamiamoli pure “ladri di democrazia”.

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Controdizionario della crisi

COSTITUZIONE. Miracolosa. Sapete com’è: per l’intellighenzia democratica le leggi non servono a disegnare lo spazio della nostra libertà, non servono ad orientarci, così da sapere con chiarezza quello che non possiamo fare, ma per “risolvere i problemi”; problemi che di solito poi si risolvono da soli col tempo, col progresso, con la consapevolezza sociale. C’è un problema? Si fa una legge. C’è un problemino? Facciamo una leggina. Bisogna raggiungere un obbiettivo? Ci vuole una legge! Varare una legge è come innestare il pilota automatico: la nostra volontà si può prendere una vacanza, fa tutto lui. E così di leggi ne abbiamo fatte un milione – per questo abbiamo la fondatissima impressione che non ce ne sia nessuna – e, come si può constatare, hanno risolto quasi tutti i nostri problemi. La profondità della crisi ha fuso anche cervelli insospettabili: per un grande problema ci vuole una grande legge. Introdurre un tetto al deficit di bilancio nel sacro testo della Costituzione è diventato un must per tutti, dai socialisti che dovrebbero detestare l’obbiettivo ma avere la forma mentis per credere al mezzo, ai liberali che dovrebbero apprezzare l’obbiettivo ma non avere la forma mentis per credere al mezzo. Una volta introdotto, sono comunque convinto che non lo sfonderemo mai: lo dribbleremo.

CRESCITA. Ovvero le misure per la crescita. Significa che al paziente non viene permesso né di stare male, né di avere una convalescenza. Sta talmente male che non se lo può permettere. Deve camminare, anzi trotterellare. Ad una economia strutturalmente sana una sana recessione non può fare che bene dopo un periodo di sbronza. Si disintossica per poi riprendere a camminare con passo tranquillo. Se corre, diffidate: non basta la Gatorade. Che la crescita sia un imperativo è una bubbola, anche le stagnazioni o le aborrite recessioni – le quali, chissà perché, sono diventate una specie di crimine contro l’umanità – hanno una loro funzione, se prese dal lato buono. Solo che noi abbiamo un mucchio di debiti e per pagarne gli interessi dovremmo ricominciare a far soldi a palate, anche se non siamo neanche capaci di stare in piedi. Nell’attesa di ritrovare un po’ di forze, ci sarebbe un’altra soluzione: trovare qualcuno, che non sia uno strozzino, che ci compri l’argenteria, e allo stesso tempo stringere, stringere, stringere la cinghia. Siccome non ci garba, ecco che la “crescita” diventa un imperativo per tutti, dalla Camusso alla Marcegaglia, la pozione magica che tutto risolve.

EVASIONE FISCALE. Ovvero la caccia ai sabotatori. Che è tipica dei sistemi ritenuti perfetti. Il nostro lo è, fatto com’è da mille confraternite tutte indispensabili, intoccabili ed esenti da peccato, dalle confederazioni sindacali alle brigate rossonere. Se non siete negli elenchi di alcuna di queste tribù, in questo paradiso voi siete un clandestino. La più screditata delle confraternite è la classe politica. Per parare i dardi delle malelingue si è proclamata anch’essa innocente e si è risolta a dichiarare ufficialmente guerra ai kulaki. Io consiglierei agli evasori fiscali più cazzuti di non disperare. Vengano allo scoperto, si stringano a coorte, siano pronti alla morte, ma abbiano l’accortezza soprattutto di fondare un ordine, o un’associazione, beninteso “democratica”, scortata da uno stuolo agguerrito di avvocaticchi: son certo che anche per loro si troverà un posticino al sole. Anzi, un posto in prima fila, visti i mezzi.

MERCATI. Finanziari. Rigorosamente al plurale. Come “le mafie”. Per i più superstiziosi sono il regno dell’arbitrio, una piovra dagli innumerevoli, sottilissimi e quasi invisibili tentacoli che gioca col destino dei popoli e delle nazioni. Ma anche gli altri, cazzolina, quelli che ti spiegano che lo spread tra Btp e Bund decennali è passato da 317 a 320 punti a causa di uno scoreggia scappata a Gasparri, come vogliamo chiamarli? Sciamani?

RICCHI. Da tosare. Io non ce l’ho con loro, anche perché se per un caso straordinario fossi promosso tra le loro file conserverei la stesso giudizio che ho di me adesso: saggio, prudente, onesto, profondo, magnanimo, simpatico, franco. E modesto. Ce l’ho però con i più spregevoli della loro razza, i paladini della patrimoniale, il classico investimento in demagogia dell’aristocratico che pensa di usare il favore delle plebi per primeggiare tra i suoi. Prima di venirne, meritatamente, travolto.

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Il fantasma dello sfascio ovvero la paura della democrazia

E’ universalmente noto che come il riso abbonda nella bocca degli stolti da millenni nel vasto mondo, così la “società civile” abbonda nella bocca degli scolaretti usi a pestare l’acqua nel mortaio da mezzo secolo nell’italica parrocchietta. Prendete Luca Cordero di Montezemolo: sono lustri ormai che questo damerino aspetta l’occasione giusta per impadronirsi delle spoglie di un ceto politico cronicamente in via dissoluzione. Ogni volta che gli strepiti intorno alle canaglie che ci governano si fanno più forti, il nostro alza la cresta e le canta a lor signori. Ma tutta la sostanza dei discorsi del signorino sta nel tono, che è ultimativo. Per il resto si tratta di minestre mille volte riscaldate: adesso si scaglia contro l’autoreferenzialità della classe politica, e si fa paladino del riscatto della società civile, protagonista in negativo di un assordante silenzio di fronte al disfacimento delle istituzioni, pavidità accomunata a quella dei ceti dirigenti e delle élites oggi “silenti”. Queste noiose corbellerie, se da un lato ci confermano che Montezemolo è solo un sussiegoso ripetitore del luogocomunismo nazionale, e quindi espressione del conformismo di cricche incallite, sono peraltro interessanti da un altro lato, più intellettuale.

E’ sintomatico che la retorica sulla società civile vada di pari passo con quella sulle classi dirigenti, e a questa si accompagni. S’invoca quella, s’invocano quelle. Quasi che da sola la “società dei cittadini” non sapesse come sbrigarsela. E in effetti negli ultimi decenni l’espressione “società civile”, che pur vaghissima tradisce tuttavia spiccate radici universalistiche, legata com’è alla nascita delle istanze democratiche moderne, ha subito qui da noi un profondo slittamento semantico, tacito ma ben concreto, che ha finito per rivoluzionarne la natura: oggi la società civile è, inconfessabilmente, la selezionata società, quella più responsabile, quella che si distingue dalla massa, e a questa viene contrapposta. La società civile e i suoi infiniti cloni: dal popolo viola ai firmaioli di Repubblica. E’ un aristocraticismo di fondo che a cascata ha creato tutti gli altri: quello delle auspicate nuove classi dirigenti, le nuove élites, non necessariamente elette, da insediare al posto dell’attuale classe politica; quello che alimenta il potere d’interdizione che la magistratura si arroga nei confronti di quest’ultima in nome di un malinteso controllo della legalità, come se tutto l’agire politico dovesse cadere per forza dalla parte del lecito o dell’illecito; quello che ci offre l’agiografia della figura presidenziale nella sua qualità di supremo arbitro; quello che presiede al comico culto della Costituzione.

Tutto questo tratteggia il quadro di rivendicazioni sempre più ampie di “valori democratici” non negoziabili. L’amore per le regole nasce proprio dall’esigenza di difendere lo status quo. E’ una sorta di panico epocale. La retorica dello sfascio non è figlia dello sfascio, ma della frustrazione di un’Italia che ha scelto il nulla politico della contrapposizione antropologica tra l’Italia per bene e quella per male pur di fissare i confini del proprio potere davanti all’avanzata della democrazia, il cui sviluppo raramente lineare viene oggi chiamato “sfascio”. Una maturazione democratica che non può non avere il carattere di sempre quando è sana: volgare ma non carica d’odio. E’ assai facile condannare le manchevolezze, le diffidenze, le illiberali arretratezze del popolo che la incarna. Facile, e anche giusto. A patto che non si nasconda il quadro generale. Sennò è solo opportunismo.

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Recitare stanca

Che siano stati un milione, o quarantatremila, a scendere in piazza in difesa prima di tutto della costituzione, ma anche, visto che c’erano, della giustizia e della scuola, non cambia molto. Il vero effetto tsunami l’abbiamo visto solo in televisione. Le ondate di popolo che con regolare stanchezza sommergono le piazze italiane si sono ritirate lasciando nell’indifferenza un paese oramai abituato a questi riti. Perché in effetti di riti si tratta, rinnovati quel tanto che basta – per esempio col bianco, il rosso e il verde – per riattizzare il fuoco nel cuore degli epigoni di una fede che sta per passare a miglior vita con un quarto di secolo di ritardo. E perché in effetti di una fede si tratta, la fede “in un paese diverso”. La vedo riaffermata, e quasi mi viene incontro, in un manifesto appiccicato alla vetrina della Libreria Feltrinelli di Treviso dove spicca la faccia ieratica di uno dei suoi profeti che con occhi di fuoco ha già inquadrato lo sghignazzante infedele.

Come gli adepti di una religione, infatti, costoro non hanno patria. Sono in esilio. Aspettano la Terra Promessa. Per molto tempo questa non fu neanche una Nuova Italia, ma un Mondo Nuovo. Bastonati dalle dure lezioni della storia, hanno perimetrato con più umiltà il paradiso dei loro sogni fino a farlo coincidere col cortile di casa. Hanno dovuto perciò riprendere in mano una bandiera che avevano sempre fatto mostra di disprezzare, ma solo per sbatterla in testa a coloro che con quella avevano mantenuto un rapporto normale; poi hanno ripreso a cantare l’inno nazionale ma solo per scoreggiarlo in faccia a coloro che l’avevano accettato pur nella strombettante bruttezza. Ed infine, visto che il fondamentalismo è l’ultimo stadio di una religione che muore nell’incapacità di superare l’orizzonte terrestre, si sono dotati di un Libro e di una Spada: la Costituzione e la Giustizia.

Farebbero perfino tenerezza, se non fosse che questa commedia è servita loro per appropriarsi un passo alla volta di un paese con la logica del racket, alternando le lusinghe alle minacce. Questo spiega il fatto, apparentemente contraddittorio, che oggi, quando si viene al dunque, essi siano i più strenui difensori dello status quo: di come questa repubblica si sia venuta articolando, e di come essa abbia sedimentato sacche di potere e rendite di posizione nei tanto disprezzati sessant’anni di “regime”. Stranieri in patria, sono comodissimamente sistemati, e spesso la fanno da padroni. Il “paese diverso” da loro concupito non sarebbe altro che l’ufficializzazione di questa progressiva okkupazione. Se non fosse così nemmeno si capirebbero la libertà e la spudoratezza, tipiche di chi si sente con le spalle copertissime, con le quali i maîtres à penser del patriottismo costituzionale offrono ai media le loro ridicole acrobazie lessicali. Sentite Zagrebelsky, sceso in piazza a Torino:

Ci sono momenti di aggregazione sociale in difesa delle buone regole della vita democratica. Credo che oggi sia uno di questi. Siamo di fronte a un rovesciamento della base democratica. La democrazia deve tornare a camminare sulle sue gambe: sostenuta dal basso. Non un potere populista che procede dall’alto. [La Costituzione] basta leggerla. È il testo che dà ai cittadini il diritto di contare in politica ed esclude il potere per acclamazione.

Il potere per acclamazione, o un suo simulacro, tipo il tirannicidio per acclamazione, mascherato da qualche levigato espediente legale, è proprio quello che costoro cercano nelle piazze, e proprio perché il sostegno dal basso è venuto meno. Sono loro che sperano nel rovesciamento della base democratica. E’ loro quel populismo che cerca di egemonizzare manu militari le piazze, grazie al militantismo dei fedeli, per imporsi poi ad un popolo intimidito. Che però è sempre meno intimidito, proprio perché è più consapevolmente democratico. Si arrendano. E l’Italia tornerà alla normalità.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (12)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

FABRIZIO CORONA 07/03/2011 Tormentato nell’animo, il fotografo chiede scusa alla madre di Sarah Scazzi per essersi introdotto come un ladro in casa sua, aver violato la sua intimità e il suo dolore di mamma. E lo fa dando del tu alla signora.

ROBERTO SAVIANO 08/03/2011 Sempre lui. Non vive più da cinque anni. Per forza: ha accettato di diventare Roberto Saviano. Se vai incontro al mondo, se non ti schermisci dagli omaggi del mondo, il mondo ti fa suo schiavo. Anche quando ti offre il ruolo di Messia, e di Artista Sommo, nel quale il nostro continua a recitare con beato sprezzo del ridicolo. Ora rimpiange una vita normale, con un minimo di libertà. Ma fa parte della parte: gli uomini, se lo vogliono, il minimo di libertà se lo prendono.

GIORGIO NAPOLITANO 09/03/2011 Che dice basta all’immagine della donna oggetto. La donna “oggetto” è figlia della libertà, e della democrazia, non di Berlusconi, come credono i coglioni. O i disperati. E’ figlia della volgarità della libertà dei costumi e della volgarità della democrazia reale. Volete la bella democrazia? Allora uccidetela. Non volete le immagini della donna oggetto? Allora cancellate l’immagine della donna dalla faccia della terra. Predicate l’iconoclastia contro le curve di Eva come fecero un tempo i bizantini e i puritani protestanti e come fanno ancor oggi gli islamici contro i profili dei santi. Cercate invece dove non se ne vede una, di donna: lì troverete la vera donna oggetto, infallibilmente. Volete la donna perfettamente emancipata? Prendetela allora com’è: o forse pensavate che il tasso di stronzaggine della femmina fosse diverso da quello del maschio? Intanto, nonostante l’immane zavorra del cretinismo progressista, il progresso fa progressi pure in Italia. Al solito modo, quello becero e verace: si organizzerà infatti nel Veneto molto cattolico e molto peccatore il primo concorso per Miss Marocco in Italia, con finale a Jesolo previa selezione delle sventole magrebine nelle discoteche della Serenissima. Della partita saranno un’imprenditrice marocchina, un giornalista egiziano di una TV locale, e madrina dell’iniziativa è Raja’a Afroud, che nella trasmissione “Uomini e Donne” faceva, leggo, la “corteggiatrice di tronisti”: un’incombenza talmente cretina che solo la democrazia può contemplare. Incoraggiante.

I PADRONI DELLA COSTITUZIONE 10/03/2011 “La Costituzione siamo noi”. L’avevamo capito da un pezzo. La Costituzione è cosa loro, mica cosa nostra. Scoprendo in ritardo che la democrazia è un gran brutto affare, e che la stupidità del volgo ha un limite, superato il quale anche il bifolco più acclarato comincia ad avere qualche sospettuccio, e sentendosi perciò franare il terreno sotto i piedi, la nomenklatura dei paparini e dei figliocci di papà ha deciso di proclamare incostituzionale tutto ciò che non le aggrada. E così sabato i nuovi partigiani marceranno su Roma, a difesa della Costituzione, cioè dei privilegi della loro casta, agitando per la via la sacra costituzione esattamente come i più attempati di loro quarant’anni fa agitavano in faccia ai borghesi piccoli piccoli il libretto rosso dei pensieri di Mao. Il solito gregge che pascola per le piazze uguale a se stesso da mezzo secolo. Certo che per credere che il popolo si faccia ancora impressionare da queste corbellerie, bisogna proprio essere duri di comprendonio o essere convinti dell’esistenza di una sub-umanità non suscettibile di miglioramenti. E sì che la Costituzione non fa distinzione di razze.

EUGENIO SCALFARI 11/03/2011 Volendo épater le bourgeois, ma sparando uno sproposito grande come una megavilla berlusconiana, dice ora che la concezione di Berlusconi della Costituzione è quella sputata dei giacobini, dei Robespierre e dei Saint-Just. La scodinzolante e deferente società civile resterà a bocca aperta, ma sarà incapace di ridere in faccia a questo compunto saltimbanco del pensiero; e di capire cosa significa veramente la stravagante uscita scalfariana. Il significato, già anticipatovi dagli osservatori più attenti e profondi e lungimiranti e magniloquenti e piacevoli delle cose italiane, che voi tutti conoscete, è questo: il grandioso riassestamento culturale che sta portando l’Italia alla normalità – in Europa, in Europa, pollastrelli! – continua; “comunista” è diventato già da un bel pezzo un appellativo pochissimo lusinghiero a destra ed anche a manca; ed ora, grazie soprattutto ad alcuni pionieri che da qualche anno parlano schiettamente sotto il fuoco delle ingiurie, anche “giacobino” sta prendendo la stessa strada; il perno di questo rivolgimento è il Berlusca. E così già da un bel pezzo molti belli spiriti gli danno del comunista; e così ora Colui che Traccia la Strada a sinistra gli dà del giacobino: per Berlusconi è una doppia vittoria; per la vulgata democratica fu comunista una doppia sconfitta.

C’è chi può e chi non può

GLI INSULTI. Avete presente l’elettore tipo oggi democratico e repubblicano e una volta comunista o qualcos’altro di sinistro? Se gl’indirizzi una paroletta franca, viene e galla tutta la sua inconsistenza e suscettibilità: sono “insulti”. Quando nello stesso tempo egli recita quotidianamente il suo rosario di contumelie – conosciutissime, quindi ve le risparmio – contro la sub-umanità dei berlusconiani con tutta intera l’inconsapevole naturalezza dei bestemmiatori compulsivi, quand’è sgraziata, o con quella di una casta braminica, quand’è fredda e distaccata. In effetti il popolo berlusconiano è l’erede dei minus habentes che votavano DC o dei rampanti bricconi che votavano per Craxi. O meglio, di tutti e due. E’ la stessa continuità di questo fenomeno a smentire il dogma dell’anomalia berlusconiana, e a mettere in evidenza la continuità di un’altra anomalia.

LA CACCIA ALL’UOMO. Nota anche come “metodo Boffo”. Il metodo Boffo esplose in tutta la sua bruttezza quando lo usò con somma goffaggine una gazzetta berlusconiana per colpire e affondare uno che non era affatto un avversario della compagine governativa. Il caso conserva ancora i suoi lati misteriosi. Ma non è questo il punto. Il punto è che il brutto, una volta tanto, si svelò in tutta la sua bruttezza solo perché ad usare il metodo – ora e solo ora chiamato Boffo – fu chi era stato escluso fino ad allora dal monopolio di tale graziosa attività di demolizione ad personam, che come tutti sanno è il biglietto di visita e il marchio di fabbrica da quattro decenni di Repubblica e dei suoi cloni, che vantano ormai un catalogo di vittime più lungo di quello di Don Giovanni. A tale bassa pratica si sono adeguati anche i grandi giornali del Nord, ingaggiando penne in gamba nel riassumere con maniacale seriosità verbali e intercettazioni telefoniche. Un mestiere tristissimo, degradante, da infelici. Peggio del bunga bunga.

IL POPULISMO. Come ai tempi della DC la balena bianca non riusciva a mandare in piazza neanche un cane, visto che per andare in piazza regolarmente ci vuole gente fatta apposta e fatta male, diciamo ben provvista di spirito gregario, e quella che votava DC era lontana mille miglia dal militantismo politico, così oggi il PDL brilla per la sua assenza nelle piazze. Si dà il caso però che ogni tanto anche i vermi berlusconiani nel loro piccolo s’incazzino, e nelle loro menti vagheggino manifestazioni di piazza. Basta questo perché si scaraventi loro addosso l’accusa di “populismo”, di disprezzo delle regole, e ritornino i fantasmi di Mussolini e di Perón. Il tutto mentre le piazze italiane sono perennemente occupate dalle divisioni democratiche che hanno in uggia la brutta politica gridata e volgare, e per farlo a capire al resto della plebe gridano come ossesse e svillaneggiano in coro.

LA COSTITUZIONE. Come ai tempi, invece, di Mani Pulite, alla stregua di una consorteria ben cementata da interessi comuni, detta anche volgarmente cricca quando si tratta di poveri diavoli, La Repubblica, Il Corriere della Sera & La Stampa ieri titolavano pudicamente ma all’unisono – la forma vile della speranza e delle disoneste intenzioni dei manovratori – sul “rischio elezioni”. Ero stato facilissimo profeta qualche settimana fa quando scrissi che questi irresponsabili desperados si sarebbero attaccati ad un’interpretazione allegrissima e totalitaria dell’art. 88 della Costituzione [“Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse.”] per intimare al Colle di mandare a casa il Parlamento e con esso un Presidente del Consiglio e un Governo non sfiduciati. E’ un imbroglio, un golpetto da quattro soldi, che può reggersi solo sul quietismo della ragione del gregge della società civile devota alla Costituzione, ossia ai suoi autoproclamati Sacerdoti. Per qual dannato motivo il “Notaio della Repubblica” sente i Presidenti delle Camere, se non per farsi dire ufficialmente che le maggioranze ci sono o non ci sono? Ma oggi, per fortuna, siamo in una situazione di “emergenza”: tutto è permesso; e il devoto, che per quanto idiota qualche dubbio l’aveva, si tranquillizza meravigliosamente.

LA SPIEGAZIONE. Se vi chiedete la ragione per la quale oggi a sinistra questa schizofrenia ha raggiunto il massimo grado ve la spiego subito: l’Italia, dopo settant’anni di resistenza democristiana, craxiana e berlusconiana è più forte e più democratica; anche i minus habentes cominciano ad “insultare”, a “dare la caccia all’uomo”, a sfilare in piazza, e a “interpretare” la Costituzione come tutti comuni mortali. Un regime sta crollando. Ma non è quello di Berlusconi.

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Ve l’avevo detto, delle spallate dei dottori

Se le minoranze organizzate a falange non riusciranno a gettare nel panico la maggioranza parlamentare, si prenderà allora per il bavero il vecchio compagno Napolitano. Vi ricordate? Vi ricordate la prima parte dell’articolo 88 della Costituzione? “Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse.” Zagrebelsky, illustrando col conforto della dottrina il pensiero della Meglio Italia, ci scrisse su la solita arringa sul quotidiano fondato da Scalfari, per dimostrare ai golpisti del tipo del Cavaliere, e ai deficienti che lo seguono, che se la mozione di sfiducia fosse passata alla Camera, la richiesta di elezioni per un solo ramo del parlamento sarebbe stata una forzatura eversiva. Ma ora invece, spinti dalla disperazione o dall’esaltazione, gli stessi zeloti della Costituzione non si faranno scrupoli di spingere il Presidente della Repubblica, sentiti naturalmente i Presidenti delle Camere, e in forza naturalmente dell’Art. 88, nonostante una maggioranza di governo fino a prova contraria ancora in sella, a sciogliere le Camere e ad indire elezioni anticipate. S’intende, sempre col conforto dei dottori della legge. Cose allucinanti. Golpiste. (Zamax, Giornalettismo 31/01/2011)

 (…) confinando il Presidente della Repubblica nel ruolo di un mero «notaio». Tale ruolo è venuto, invece, modificandosi sostanzialmente nella seconda Repubblica. Non vi è dubbio, infatti, che lo scioglimento del 1994 che pose fine all’esperienza del governo Ciampi non sia avvenuto in presenza di un governo che aveva perso la maggioranza parlamentare, bensì per la diffusa convinzione, fatta propria dal presidente Scalfaro, che il Parlamento (il «Parlamento degli inquisiti») non fosse più rappresentativo del Paese. (…) L’attuale funzionamento del nostro sistema politico, caratterizzato da scontri istituzionali senza precedenti, da paralisi decisionali, dal ritorno del trasformismo, e da un evidente degrado morale, configura una situazione di crisi assolutamente eccezionale che potrebbe giustificare già di per sé, e in armonia con i precedenti del 1994 e 1996, una decisione presidenziale di scioglimento del Parlamento ai sensi dell’art. 88, assunta in piena autonomia sentiti solo i presidenti delle Camere. Può tuttavia una simile decisione essere assunta in presenza di un governo non sfiduciato che ogni giorno dichiara di voler continuare il proprio cammino? La risposta a questo interrogativo, più che da precedenti fondati su situazioni di emergenza, viene dal mutato sistema elettorale che, con l’introduzione del premio di maggioranza, ha inciso profondamente sulla rappresentatività della maggioranza parlamentare che ha espresso la fiducia al governo (…) Si aggiunga inoltre che la maggioranza parlamentare uscita dalle elezioni si è dissolta, e che il governo ha ottenuto una nuova fiducia solo grazie al decisivo apporto di un gruppo di parlamentari eletti nelle liste dei partiti di opposizione, da elettori dunque che avevano espresso il proprio voto contro il premier in carica. Anche prescindendo dal deficit di rappresentatività del Parlamento causato dal premio di maggioranza, l’attuale governo non è dunque il governo scaturito e legittimato dal voto elettorale. Nessun dubbio dunque che se, nella sua totale autonomia di decisione, il Presidente della Repubblica decidesse di sciogliere le Camere, egli non commetterebbe alcuna forzatura, né tantomeno alcun abuso. (Stefano Passigli, La Stampa  04/02/2011)

Poesia del dettato costituzionale (*)

Se la chiosa del caimano

è già un colpo di mano,

la lettura del presidente

sia virtù di resistente!

Vogliam fare un quarantotto

sull’articolo ottantotto,

della lettera non c’importa

e lo spirto è cosa morta!

Dell’imbroglio non ci cale,

Zagrebelsky sia fiscale!

(*)  Nel titolo mi sono ispirato – non si sente? –  alla “Gloria del disteso mezzogiorno” di montaliana memoria.

Update del giorno dopo: come previsto, il Prefetto della Congregazione della Dottrina della Costituzione, l’illustrissimo Gustavo Zagrebelsky, è intervenuto.

Buon lavoro!

Io non so davvero perché tanti imbecilli, credendosi delle cime, si facciano belli di agitarti in faccia, materialmente o idealmente, il libretto rosso dei pensieri dei Padreterni della Costituzione. Ma provate a prenderla in mano! Questo presunto capo d’opera t’accoglie serissimamente con una sorta di raggelante avvertimento, che a me, uomo di fervida immaginazione e d’ineffabili e sorridenti speranze, ha sempre riportato alla mente l’umorismo nerissimo dell’ “Arbeit Macht Frei”: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro.”

E lasciate dunque ogni speranza voi ch’entrate! Allegriaaaa… Secoli di umanissima storia cattolica & italica, straripante di moltissimi peccati e di moltissimi perdoni pubblici e privati, buttati all’aria giusto per dare un contentino a gente con evidenti problemi psicologici, comunisti e azionisti in prima fila, degl’infelici con morbose tendenze autopunitive, non meno gravi di quelle degli appena zittiti cugini dell’altra sponda, quella del sabato fascista; loschi figuri che all’occhio severo di quel Dio che scaraventò Adamo su questa terra si vollero sostituire, rinnovando specificatamente all’uomo della penisola mediterranea la maledizione con cui s’annunciò la tragedia dell’umanità: “col sudore della tua faccia mangerai il pane!”. Ecco qua la verità: la Costituzione inizia con una maledizione! Venerata infatti da gente tristissima, per la quale è un Vangelo, ma nient’affatto una Buona Novella. Ma che bellezza, questa nuova Repubblica Italiana che s’avanza salutando un popolo gonfio di speranze con un comunicato da campo di concentramento!

Che l’uomo infatti non sia fatto per il lavoro è un’eterna e indistruttibile verità. Adamo la sentì sulla carne ancor prima di cominciare. Anzi, già nell’Eden. A dire il vero se ne stava quasi divinamente, nell’Eden, da principe degli animali. Quasi. Immemore del passato. Quasi. Nient’affatto angosciato dal futuro. Quasi. Gli riuscì per un bel pezzo di Vivere il Divenire come un eterno presente, conciliando l’Essere e il Divenire meglio ancora del Superuomo di Nietzsche. Ma era un’illusione come lo fu per il filosofo tedesco. Voci incontrollate dall’oltretomba riporterebbero infatti che quest’ultimo, dopo essersi liberato dell’Essere e del Non Essere, la grande patologia dell’Uomo che duemila anni di tradizione giudea e cristiana hanno solo aggravata, si fosse introdotto di soppiatto nell’Eden per Vivere il Divenire come un vero animale. Scoprì allora di non essere un Animale. Non accettando di essere Uomo, s’inventò il Superuomo, l’uomo capace di Vivere il Divenire su questa terra. Questa era una sfida al Vero Essere, a quel Dio presentatosi nell’Apocalisse di S. Giovanni come “il Primo e l’Ultimo, il Vivente”, “vivo per i secoli dei secoli”, ma non su questa terra. Dopodiché, sia detto in suo onore e a testimonianza della sua serietà, Nietzsche diventò pazzo.

Qualcosa di simile accadde anche all’inquieto ma un po’ tontolone Adamo, un primate che senza il magico tocco di Eva non solo non si sarebbe mai scoperto con qualche lentezza ma con crescente entusiasmo maschio, ma non si sarebbe neanche mai scoperto Uomo nel divino senso del termine: conoscitore del bene e del male, della vita e della morte, dell’Essere e del Non Essere. Da allora l’uomo non è più riuscito ad accettare il divenire e a vivere il presente, che continuamente gli scivola via nel passato e gli sfugge nel futuro. Da allora la sua vita si accompagna al Tempo e all’Angoscia, due tetri e inesplicabili clandestini nell’impassibile serenità del creato, ombre dell’uomo e solo dell’uomo.

Che nonostante questa sconfortante condizione l’uomo non sia fatto per viver come bruto, ma per seguir virtute e conoscenza, e per prosperare e moltiplicarsi, non ci piove. Quando però, come succede troppo spesso per i nostri gusti, l’attività dell’uomo si accompagna alla tirannia del Tempo essa prende il nome di Lavoro e perde un bel po’ della sua piacevolezza e in molti casi in un batter d’occhio diventa una pena, per rimediare alla quale c’è ben poco da fare. Quindi rispedisco al mittente gli spropositi ultravirtuosi e farisaici dei menagrami di quelle mitiche repubbliche “fondate sul lavoro” ben conosciute nel mondo veramente civile, e per questo da quelle parti tenute scrupolosamente a distanza di sicurezza, per trasformarsi via via in repubbliche fondate sui posti di lavoro, ossia sugli stipendi.

Ciò detto, mi sembra chiarissimo che le vacanze sono finite. C’è chi la prende bene e chi la prende male. Nel secondo caso c’è chi pur prendendola male la prende lo stesso con filosofia. Nel qual caso la filosofia, in caso non fosse apprezzata, conserverebbe pur tuttavia l’utilità spicciola di un avvertimento terra terra, che è questo: il primo fesso che ha la disumana idea di congedarsi dal sottoscritto con un “Buon lavoro!” si prende un cazzotto in faccia. Costituzione o non Costituzione.

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