Campagne d’infamia

E’ stata lanciata una campagna d’infamia contro il teologo domenicano p. Giovanni Cavalcoli (il quale non è affatto un acido tradizionalista anti-conciliare) messa in moto con la nota tattica del campionamento di frasi ad effetto e delle provocazioni mediatiche. Il bersaglio non è preso a caso, in quanto la sua opera rappresenta una manifestazione di resistenza allo strisciante processo di protestantizzazione del cattolicesimo italiano.

Nell’uomo vi sono due tentazioni contrastanti: quella di negare il peccato originale; e quella di farsi ventriloquo di un Dio vendicatore, come fece Maometto. Entrambe in realtà costituiscono sia un rifiuto di Dio, sia la pretesa di mettersi al suo posto. Oggi viviamo in un’epoca in cui queste due tentazioni sono particolarmente vive. Da noi soprattutto la prima: e lo testimoniano, ad esempio, le reazioni di fronte alla sofferenza in generale e alle disgrazie in particolare. E’ da questa tentazione, che assume oggi l’aspetto di una concezione totalizzante e perciò riduttiva della Misericordia, che con perseveranza p. Cavalcoli, nella sua veste di teologo, vuole metterci in guardia.

La sofferenza non può venire direttamente da Dio giacché Dio è sommo e solo bene: essa viene dalla caduta da uno stato paradisiaco di grazia. Ma Dio, attraverso la provvidenza, governa la sofferenza al fine di volgere il male in bene. Qual è dunque il ruolo svolto dalla sofferenza nell’economia della salvezza? Molteplice: può essere correzione, può essere castigo, può essere segno; può essere prova per coloro che Dio ama, può essere perfino risparmiata (relativamente, s’intende) a coloro che vogliono perdersi, per allargar loro la via che alla perdizione conduce, come già intese un filosofo come Seneca. Sta all’uomo cercare di discernere, senza però ergersi a giudice, come insegna il libro di Giobbe.

Una concezione totalizzante della Misericordia spiega in parte anche le odierne sbandate luterane in seno al cattolicesimo: essa, infatti, si sposa magnificamente con la concezione totalizzante della Grazia di Lutero, che pure partiva non da una negazione del peccato originale, ma all’opposto da una concezione “diabolica” dello stesso: il peccato originale non avrebbe soltanto ferito (irrimediabilmente, senza l’intervento divino) ma senz’altro ucciso l’uomo, condannandolo al “servo arbitrio”, a servire il male, all’incapacità di fare il bene. Tali concezioni totalizzanti (e riduttive) portano alla divisione della fede dalle opere; ambedue hanno esiti deresponsabilizzanti. Ciò non sorprende, giacché la verità è naturalmente una, mentre l’errore è naturalmente plurimo, in quanto scisso in se stesso.

Montaigne, Pascal e i cattolici

Nel mondo cattolico vi è una sostanziale incomprensione di Montaigne e Pascal. Sul primo, benché dichiaratamente cattolico, agisce un pregiudizio negativo; sul secondo, benché fideista e giansenista, agisce un pregiudizio positivo. E’ ben nota agli studiosi, benché quasi nascosta all’opinione pubblica, l’enorme influenza esercitata dal primo sul secondo. Non si esagera troppo se si afferma che in quasi ogni pagina dei “Pensieri” pascaliani risuona l’eco di qualche passo dei “Saggi” di Montaigne. E’ stupefacente, ad esempio, che dopo quasi quattro secoli si continui imperterriti ad attribuire a Pascal – a riprova del suo genio e perfino del suo cristianesimo – un passo che è di Montaigne: “L’homme n’est ni ange ni bête, et le malheur veut que qui veut faire l’ange fait la bête.” Si tratta infatti di una sintesi di un passo di Montaigne, scritto più di mezzo secolo prima: “Ils veulent se mettre hors d’eux, et échapper à l’homme. C’est folie: au lieu de se transformer en anges ils se transforment en bêtes; au lieu de se hausser, ils s’abattent” (Montaigne, Essais, III, 13). Questo passo da solo dimostra, peraltro, che non c’è in Montaigne alcuna equiparazione tra uomini e bestie.

Montaigne, figlio del Rinascimento e imbevuto di letture classiche, rappresentò in realtà una resistenza alle intemperanze e alla superbia dell’uomo rinascimentale. Il suo “scetticismo”, quello che cristianamente si traduce con “prudenza”,  – lo scetticismo a tutto tondo di Montaigne è anzi un’invenzione, una stigmatizzazione pascaliana –  è rivolto contro le pretese dell’uomo “nuovo”. Il senso di impotenza e di piccolezza dell’uomo di fronte al cosmo, che viene fuori dai passi citati da Fighera, sarà ripreso poi da Pascal. Ma mentre in Montaigne queste considerazioni rimangono nel cerchio di un’amabile ironia, in Pascal sprofondano nella disperazione tipica e ostentata del fideista. E il bello è che molti cristiani e cattolici in particolare sono pronti a commuoversi di fronte al piccolo uomo confrontato agli abissi impenetrabili di Pascal, quasi fosse una prova di grande cristianesimo! La ragione vera dell’odio che Pascal porta a Montaigne sta proprio in questo: che il secondo non “dispera”.

L’implosione dell’Islam

La recente ondata di attentati terroristici in Kuwait, Tunisia e Francia (anche se sulla vera natura di quest’ultimo rimangono ancora dei dubbi) hanno riaperto il dibattito sulla natura e sulla pericolosità dell’integralismo islamico. Siccome, a nostro immodesto avviso, c’è in giro un sacco di confusione e reticenza, abbiamo deciso di dare anche noi il nostro contributo, sgombrando drasticamente il campo da vari equivoci. Il primo: la presunta debolezza cristiana-occidentale e la presunta forza islamica, o, se volete, la presunta identità debole dell’Occidente e quella forte dell’Islam. Quest’opinione, che ha largo seguito, è frutto di una grandiosa illusione ottica. In realtà, la secolarizzazione sta stritolando a poco a poco un Islam in preda a convulsioni mortali. La secolarizzazione, infatti, è figlia del Cristianesimo. Senza di esso è inconcepibile. E’ il Cristianesimo ad aver distinto lo stato dalla chiesa (e così la politica dalla religione, e il diritto positivo dal diritto naturale). Li ha distinti (ma non separati [1], in quanto essi agiscono nello stesso universo morale, e una doppia morale non esiste) a ragione dei fini diversi ai quali mirano: la conservazione e il benessere della società l’uno, la salvezza dell’anima l’altra. Così, nel corso dei secoli, si sono sviluppate le libertà civili dell’occidente, e fra queste sono comprese molte cose che il Cristianesimo moralmente condanna. La civiltà cristiana – sul piano sociale – non si contrappone alla libertà dei costumi in quanto tale, ma ad una libertà orgogliosa di sé, una libertà tesa ad emanciparsi dalla morale, e a negare la verità. E se è fatale che la secolarizzazione avanzi in genere attraverso la trasgressione e lo spirito anticristiano, è anche inevitabile che prima o dopo, pena l’autodistruzione della società, la civiltà al decalogo ritorni. Questo ritorno, che è un ritorno inconfessato al Cristianesimo, purifica, senza per questo necessariamente assolverle dal punto di vista morale, le libertà conquistate obbedendo a pulsioni trasgressive. E in realtà tanto maggiore sarà il grado di consapevolezza della civiltà cristiana – civiltà che non sarà mai, neanche imperfettamente, e spesso neanche prevalentemente, una società di cristiani – tanto maggiore sarà la sua capacità di tollerare la libertà dei costumi al suo interno, e allo stesso tempo di neutralizzarne la carica nichilistica.

Il tradizionalismo cattolico, qui inteso nella sua espressione ereticale, non ha mai voluto capire o accettare il fatto, indiscutibile, che la secolarizzazione – perimetro delle libertà civili – è figlia del Cristianesimo. Per la forma mentis tradizionalista la secolarizzazione è sempre un male; un male che la civiltà cristiana può sopportare, corrompendosi via via, fino ad un certo punto di rottura, oltre il quale essa non può più esistere. (Naturalmente il progressismo cattolico, sempre inteso nella sua espressione ereticale, fa il ragionamento inverso: l’accettazione della secolarizzazione implicherebbe una revisione dei dogmi, cioè la loro distruzione, cioè la distruzione della Chiesa). Curiosamente, anzi, significativamente, questa interpretazione si attaglia perfettamente alla crisi dell’Islam. L’Islam è una religione-società che si sostanzia nella precettistica, e che sa essere elastica non nella misericordia, ma solo attraverso un armamentario di scappatoie religiose-legali di stampo farisaico. Ma a lungo andare ciò non può bastare al sentimento di libertà (libertà anche di peccare, ossia di piegarsi al peccato) che è innato nell’uomo proprio perché prima di tutto figlio di Dio, e non di una tribù, di una razza, o di una società. La secolarizzazione cristiana offre la soluzione, non la scappatoia, che permette alla società di respirare, cioè di vivere, senza per questo rinnegare la religione: oggi essa, insensibilmente e senza premeditazione, ma per la forza ineluttabile delle cose, sta assediando un Islam che con essa può venire a patti solo riconoscendo la propria fine. E qui veniamo al secondo equivoco: il terrorismo islamico come espressione di un integralismo che tradisce i principi dell’Islam. La verità è che moderatismo o integralismo non intaccano la sostanza dell’Islam, né lo definiscono. E’ vano, infatti, chiedersi quale sia il vero Islam al riguardo di una religione-società che non conosce veri dogmi, ma che appunto si sostanzia in una precettistica variamente e limitatamente modulabile, ma non per nobili motivi. La ferocia quasi caricaturale di certe sue espressioni odierne è la forma parossistica di una vitalità che sta venendo meno.

E’ corretto dire, piuttosto, che questo Islam in fase violentemente agonica si trova di fronte ad un Occidente (inteso in senso lato come civiltà cristiana, non identificabile col Cristianesimo in quanto tale, dotata di una carica universalistica che la trascende e che ne esalta le capacità assimilatrici) che oggi vive una delle sue periodiche fasi d’indocilità nei confronti di Dio e della ragione, manifestantesi attraverso un assurdo e capriccioso universalismo dei diritti (scimmiottatura anticristiana dell’universalismo cristiano), protervo nelle sue stravaganze, comprese quelle linguistiche (tipiche dei fenomeni rivoluzionario-millenaristici tesi a ri-definire la verità), e che trova appoggio nell’opinione pubblica, oltre che per l’attivismo di minoranze militanti e dei media, anche per l’istinto alla ribellione sempre latente nell’uomo, ma non per un vero senso di solidarietà verso le categorie interessate da questi nuovi presunti diritti: è la secolarizzazione anticristiana, contraddizione vivente che può durare solo durante il caos della breve stagione rivoluzionaria, prima di venire piegata alle inflessibili esigenze del nuovo ordine, incardinato su un nuovo decalogo di principi laici (sempre aggiornabile) che però, disconoscendo quella morale che per natura non può che incardinarsi su principi di verità, non conosce distinzione fra legge e morale, e quindi non conosce la secolarizzazione, e quindi il perimetro delle libertà civili. Per ritrovarle la società dovrà per forza di cose – non fosse altro che per istinto di autoconservazione – tornare alla secolarizzazione cristiana, e ri-piegarsi al diritto naturale: lo farà nei fatti, anche se con la bocca e col cuore per una sua larga parte non si ri-piegherà a Dio. In questo quadro la malattia mortale dell’Islam ha di buono (e di provvidenziale) che agisce da pungolo sull’Occidente, costringendolo a ritrovare le sue veri radici.

Passiamo ora al terzo equivoco: il fatto che spesso i terroristi islamici siano persone apparentemente ben integrate in Occidente, o apparentemente occidentalizzate, quantunque provenienti da paesi islamici, dimostrerebbe l’impermeabilità dell’uomo islamico alla cultura occidentale. Ma ciò non è esatto. Se è vero che l’Islam non può sopravvivere a lungo in tempi di democrazia (come scrisse Tocqueville 170 anni fa), non bisogna tuttavia sopravvalutare il significato di questi casi. L’uomo sente per natura il bisogno di assoluto, anche se molto spesso trasforma questo bisogno in una molto più meschina voglia di protagonismo, nella voglia di sentirsi in qualche modo qualcuno, o nella ricerca di gratificazione nella cieca obbedienza al branco o alla setta, in un annullamento di sé disumanizzante ma anche totalizzante e quindi, per un certo verso morboso, appagante. Oggi, per esempio, il giovanotto italiano ha a disposizione la No-Tav; il giovanotto islamico ha la Jihad: che sia un brillante studente universitario, o un deficiente modaiolo maniaco del rap (entrambi, a loro modo, esempi di conclamato occidentalismo), non fa alcuna differenza.

Il quarto equivoco è che l’instabilità del mondo islamico (a parte quello dell’estremo oriente) sarebbe in buona misura la conseguenza degli interventi militari occidentali in Afghanistan e in Iraq. Ma ciò non è vero. Essa dipende, come detto sopra, in primo luogo da un problema strutturale interno all’Islam, da un suo difetto costitutivo ed ineliminabile, che la modernità mette impietosamente a nudo.

Il quinto equivoco è che l’insipienza della politica americana di Obama sarebbe la continuazione di quella di Bush, lo stesso tipo di maldestro interventismo, ancorché molto meno massiccio e pianificato. Ma anche questo non è vero. L’interventismo obamiano è stato dominato dall’opportunismo, mentre quello di Bush, più che una risposta diretta al terrorismo globale, fu un progetto strategico di presenza militare a lungo termine che aveva un senso, se portato avanti con la necessaria determinazione, e rappresentò inoltre la volontà di rispondere alla passività occidentale. Ci ricordiamo bene, infatti, di come la guerra in Iraq fece scorrere fiumane di pacifisti in tutto il mondo occidentale, e di come l’intervento in Libia, o i minacciati interventi in Siria, non abbiano invece spinto in strada neanche i fanatici della pace. E questo perché in teoria si trattava di mettere il cappello sulle apparentemente trionfanti primavere arabe, senza correre molti rischi. Cosicché fu generale l’appoggio conformistico alla folle ed erratica politica occidentale verso il mondo islamico, della quale vogliamo elencare brevemente i misfatti: il tradimento dei propri amici Mubarak e Ben Alì (dittatori solo per gli standard occidentali, non certo per quelli mediorientali) quando invece sarebbe stato saggio esercitare un ruolo di mediazione fra i governi al potere e le istanze di primavere arabe che spesso erano solo figlie di microscopiche avanguardie liberali urbane pronte ad essere fagocitate da forze ben più grandi di loro; il tradimento di una canaglia, per lunghi anni terrorista su scala mondiale, come Gheddafi, dopo che questi si era di fatto arreso all’Occidente in cambio del mantenimento del potere nel suo proprio paese e dopo che l’Occidente aveva siglato – di fatto – la pace con lui, mostrando nello stesso tempo di voler credere ad una primavera araba che in Libia non è mai scoppiata; aver dato prova di mollezza per decenni nei confronti del regime di Assad e di aver aspettato a demonizzarlo solo nel momento in cui un’ambigua primavera araba siriana scoppiava, e poi di aver chiuso gli occhi dinanzi agli sviluppi di questa ambigua primavera araba, completamente in mano in brevissimo tempo a fanatici sunniti sponsorizzati dalle monarchie del Golfo (Assad è alawita, cioè scita, e il suo regime è alleato con l’Iran scita), e poi ancora di non aver avuto il coraggio di scegliere il male minore (cioè Assad); aver dimenticato altre primavere scomode della penisola arabica, pur di non disturbare le monarchie del Golfo, come quella in Bahrein; o come quella nello Yemen, che ora si è trasformata in una specie di guerra civile tra i ribelli sciti e i sunniti sostenuti da una coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita, che sta spingendo il conflitto verso esiti catastrofici.

E infine il sesto equivoco, che li riassume tutti: l’Islam starebbe vivendo uno dei suoi periodi di aggressiva espansione. L’Islam sta invece grandiosamente implodendo: gli attentati terroristici non sono altro che le schegge e i detriti che questa incontrollata implosione produce e in parte fa piovere sulle nostre teste.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

[1] Il concetto di separazione tra stato e chiesa viene spesso ipocritamente inteso come se si avesse a che fare con sfere appartenenti a mondi diversi, come se per l’appunto l’universo morale fosse diverso per le due sfere. Ma non è così. Se fosse così lo stato potrebbe assurdamente proporsi come entità a-morale. Ad un livello inferiore, per un fare un’analogia forse non del tutto pertinente ma abbastanza indicativa, lo stesso concetto di separazione dei poteri del costituzionalismo liberale non implica che questi poteri possano andare ciascuno per i cavoli propri. E’ una separazione che va intesa come distinzione delle funzioni, collegata ad una ben circoscritta autonomia, all’interno di uno stesso stato.

Il peccato contro lo Spirito

Questa è una libera riflessione sul peccato contro lo Spirito. Come tale deve essere intesa. Il tono assertivo di questo breve scritto solo in parte riflette un certo grado d’intima sicurezza nell’autore; per il resto è dovuto alla sua serrata e inevitabile concisione. Ciò detto, procediamo. I passi evangelici che nominano esplicitamente il peccato contro lo Spirito sono tre. Vediamoli insieme:

«Perciò io vi dico: qualunque peccato e bestemmia sarà perdonata agli uomini, ma la bestemmia contro lo Spirito non sarà perdonata. A chiunque parlerà male del Figlio dell’uomo sarà perdonato; ma la bestemmia contro lo Spirito non gli sarà perdonata né in questo secolo, né in quello futuro.» (Matteo 12, 31-32)

«In verità vi dico: tutti i peccati saranno perdonati ai figli degli uomini e anche tutte le bestemmie che diranno; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo, non avrà perdono in eterno; sarà reo di colpa eterna.» (Marco 3, 28-29)

«Inoltre vi dico: chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anche il Figlio dell’uomo lo riconoscerà davanti agli angeli di Dio; ma chi mi rinnegherà davanti agli uomini sarà rinnegato davanti agli angeli di Dio. Chiunque parlerà contro il Figlio dell’uomo gli sarà perdonato, ma chi bestemmierà lo Spirito Santo non gli sarà perdonato.» (Luca 12, 8-10)

Ho scritto sopra esplicitamente perché in realtà vi è nel Vangelo secondo Giovanni un passo che esprime lo stesso concetto illustrato dai tre Vangeli Sinottici, senza però nominare a chiare lettere il peccato contro lo Spirito. Lo vedremo poi. I passi di Matteo e di Marco ci portano ad una prima conclusione: tutti i peccati e le bestemmie sono perdonabili, tranne uno, il peccato contro lo Spirito. La Chiesa Cattolica parla di peccati contro lo Spirito, al plurale. A ben vedere, però, non c’è contraddizione: questi peccati sono solo forme diverse di uno stesso peccato; o, se si vuole, è sempre lo stesso peccato contro lo Spirito visto da angolazioni diverse, come vedremo in seguito.

Tra i peccati perdonabili vi è, dunque, anche il parlar male del Figlio dell’uomo, o il parlar contro il Figlio dell’uomo. Che, nel limitato contesto di questi passi, il Figlio dell’uomo non venga per qualche oscura (ed assurda) ragione distinto dal Figlio di Dio risulta chiaro dal passo di Luca: chi lo rinnega, infatti, sarà rinnegato davanti agli angeli di Dio; si tratta, dunque, proprio di Cristo, del Figlio di Dio. Il passo di Luca sembra però clamorosamente contraddittorio: prima afferma che chi rinnega Cristo sarà rinnegato davanti a Dio; e nella frase immediatamente successiva che chi parla male di Cristo sarà perdonato. Ora, ci sono molti modi, anche pittoreschi, di parlar male di Cristo; ma sostanzialmente si compendiano in uno: affermare che Cristo è un impostore. Ma ciò non equivale forse a rinnegare Cristo? Dobbiamo di necessità rispondere di no. Ma non solo: dobbiamo pure concludere che se rinnegare Cristo ci condanna inevitabilmente davanti a Dio, in ciò consiste quel solo peccato contro lo Spirito che non può essere perdonato. Non è un caso che poco prima dell’accenno al peccato contro lo Spirito Matteo scriva quel famoso «Chi non è con me, è contro di me; e chi non raccoglie con me disperde.» (Matteo 12, 30), che è un’esortazione ad una vera e propria scelta di campo. Abbiamo così raggiunto due certezze: che col rinnegamento di Cristo qui si intende proprio il peccato contro lo Spirito; e che parlar male di Cristo, dandogli finanche dell’impostore, non significa necessariamente rinnegare Cristo.

Ma chi è Cristo? Cristo è via, verità, vita; ed è figlio di quel Dio che s’identifica col sommo bene. Perciò rinnegare Cristo, prima ancora che rinnegare il nome di Cristo (questa distinzione verrà utile più in là), significa non credere in una verità che con la vita s’identifica perché si odia la verità e la vita; significa rinunciare a ricercare il sommo bene perché si odia il sommo bene. In una parola, significa non amare Dio. Credere, invece, in quella verità che è la vera vita e ricercare il sommo bene significano avere una fede attiva: quella che comunemente chiamiamo semplicemente fede. Il dono della fede, intesa come la capacità di avvertire la presenza di Dio e di una verità, è stato infatti dato a tutti: se così non fosse saremmo privi di quel libero arbitrio che è la caratteristica dei figli di Dio, nati a sua immagine e somiglianza. Il diavolo sa benissimo chi è Dio: eppure lo rifiuta. E i figli del diavolo fanno lo stesso:

«Perché non comprendete il mio linguaggio? Perché non potete dare ascolto alle mie parole, voi che avete per padre il diavolo, e volete compiere i desideri del padre vostro. Egli è stato omicida fin da principio e non ha perseverato nella verità, perché non vi è verità in lui. Quando dice il falso, parla del suo, perché è menzognero e padre della menzogna. A me, invece, voi non credete, perché dico la verità.» (Giovanni, 8, 43-45)

Si noti bene: «a me voi non credete, perché dico la verità»; cioè: non perché non conoscete la verità, ma perché non volete conoscerla, e perché amate la menzogna. Si noti anche: «non potete dare ascolto alle mie parole»; questo non ascolto è dunque il peccato dei figli del diavolo, ed è ancora, necessariamente, il peccato contro lo Spirito. Abbiamo dunque due definizioni (o manifestazioni, o forme, o modi d’essere) del peccato contro lo Spirito: rinnegare Cristo; non ascoltare le sue parole. Veniamo allora a quel preannunciato passo del Vangelo secondo Giovanni che parla del peccato contro lo Spirito senza menzionarlo espressamente. E’ questo:

«Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno: perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo. Chi mi respinge e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho annunziato lo condannerà nell’ultimo giorno.» (Giovanni 12, 47-48)

Alla luce di quanto detto sopra potremmo allora tradurre questo passo giovanneo con il linguaggio usato dai Vangeli sinottici all’incirca in questo modo: «Se qualcuno non mi rinnega [ascolta le mie parole] ma pecca [e non le osserva], io lo perdono [non lo condanno]: perché non sono venuto per condannare i peccatori [il mondo], ma per salvare i peccatori [il mondo]. Chi mi rinnega [mi respinge e non accoglie le mie parole] ha chi lo condanna: lo Spirito di verità che io incarno [la parola che ho annunziato] lo condannerà nell’ultimo giorno.» E cioè: «Se qualcuno non pecca contro lo Spirito, ma pecca in tutti gli altri modi, io lo perdono: perché non sono venuto per condannare i peccatori, ma per salvare i peccatori. Chi pecca contro lo Spirito ha chi lo condanna: lo Spirito di verità che io incarno lo condannerà nell’ultimo giorno.»

Il peccato contro lo Spirito, dunque, non dipende dalla fragilità umana: questo è il suo tratto peculiare e decisivo. Consiste nel rifiuto di Dio, della verità, dell’amore, e quindi anche della grazia. Chi pecca contro lo Spirito preferisce essere condannato piuttosto che riconoscere la paternità di Dio. Nel Catechismo di Pio X si può leggere:

(964) Quanti sono i peccati contro lo Spirito Santo? I peccati contro lo Spirito Santo sono sei: disperazione della salvezza; presunzione di salvarsi senza merito; impugnare la verità conosciuta; invidia della altrui grazia; ostinazione nei peccati; impenitenza finale. (965) Perché questi peccati si dicono in particolare contro lo Spirito Santo? Questi peccati si dicono in particolare contro lo Spirito Santo, perché si commettono per pura malizia, la quale è contraria alla bontà, che si attribuisce allo Spirito Santo.

Quantunque espresso con molto candore e domestiche parole, il concetto decisivo e terribile qui è quel «si commettono per pura malizia, la quale è contraria alla bontà, che si attribuisce allo Spirito Santo.» Pura malizia: questo è il peccato imperdonabile. E i peccati elencati non sono altro che distinte manifestazioni del medesimo rifiuto di Dio, del medesimo peccato imperdonabile.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica (del Concilio Vaticano II) non dice diversamente:

La misericordia di Dio non conosce limiti, ma chi deliberatamente rifiuta di accoglierla attraverso il pentimento, respinge il perdono dei propri peccati e la salvezza offerta dallo Spirito Santo. Un tale indurimento può portare alla impenitenza finale e alla rovina eterna. (CCC 1864).

E’ a causa della radicalità di questo volontario allontanamento da Dio che S. Giovanni nella sua Prima Lettera scrive:

Se qualcuno vede suo fratello commettere un peccato che non conduce alla morte, preghi, e Dio gli darà la vita; così a quelli che commettono un peccato che non conduce alla morte. Vi è un peccato che conduce alla morte; non è per questo che dico di pregare. Ogni iniquità è peccato; ma ci sono peccati che non conducono alla morte. (5, 16-17)

Pregare per questo peccato significherebbe impetrare un’ingiustizia, significherebbe chiedere a Dio di accogliere chi lo rifiuta. Nella realtà di tutti i giorni, non essendo nostra facoltà giudicare, cioè conoscere con certezza assoluta se un’anima sia buona o cattiva, nel senso di liberamente disposta al bene o al male, cosa che spetta a Dio, noi possiamo bensì chiedere a Dio di illuminarla, e di condurla sulla retta via se nel suo intimo è disposta al bene, ma non di trasformarla da cattiva in buona: Dio può tutto, ma non entra mai in contraddizione con se stesso.

Quindi peccare contro lo Spirito significa essenzialmente questo: non amare Dio. Tutti gli altri peccati – che tutti, nessuno escluso, si possono perdonare – quando s’innestano in questo peccato fondamentale, questo peccato fin da principio che è solo in attesa di maturazione, danno forma alle varie manifestazioni del peccato contro lo Spirito, alle sue personificazioni, per così dire. Quando S. Paolo, per esempio, scrive:

O non sapete che gli ingiusti non erediteranno il regno di Dio? Non illudetevi: né gli impuri, né gli idolatri, né gli adulteri, né gli effeminati, né i sodomiti, né i ladri, né i cupidi, né gli ubriaconi, né i maldicenti, né i rapaci erediteranno il regno di Dio. (1 Corinzi 6, 9-11)

parla appunto di queste personificazioni del peccato contro lo Spirito. Personificazioni nel senso di attuazioni, giacché il peccato propriamente detto è un atto, mentre il peccato contro lo spirito è qualcosa che precede l’atto, e che muove da una realtà metafisica: esso, per così dire, si nasconde dietro i peccati propriamente detti colorandoli di sé; presenza che noi possiamo scorgere o intuire, ma sulla quale solo Dio può porre il suo sigillo. Che sia così lo conferma anche un altro passo paolino:

Infatti voi la sapete: nessun fornicatore o depravato o avaro, cioè idolatra, ha parte nel regno di Cristo e di Dio. (Efesini, 5, 5)

Si noti, cioè idolatra: siamo ad uno stato, per così dire, di pienezza negativa nella volontà di peccare, dopo che il proprio talento è stato definitivamente sotterrato. Infatti, se le parole di S. Paolo fossero prese alla lettera, non molti davvero potrebbero scampare alla condanna di Dio. La ragione e la carità non ci possono far concludere, per esempio, che tutti gli ubriaconi di questo mondo saranno destinati alla Geenna. Qui S. Paolo parla di chi, dopo aver peccato, non prova un sincero pentimento nemmeno nell’angolo più riposto del cuore, in quel sacro recesso che è magari destinato nel turbine del disordine morale ad essere per lungo tempo non inteso. Ma chi non si pente non ama Dio. E non ama nemmeno se stesso, perché solo chi ama Dio ama veramente se stesso. Chi ama il bene in Dio, ama il bene anche in se stesso. Costui invece si condanna da solo. E’ una perversione? Sì. E’ un non-senso? Sì. Ma il male è anche perversione e non-senso. Il mistero d’iniquità è tale soprattutto perché coerente nella sua assurdità.

Queste considerazioni servono anche per rispondere ad un’obiezione tanto prevedibile quanto umana. Qualcuno infatti potrebbe dire: ma allora i peccati non contano nulla? Se solo il peccato contro lo Spirito è quello che decide la nostra condanna, e tutti gli altri sono perdonabili, non potremmo allora peccare continuamente in tutta tranquillità confidando nel sistematico perdono di un Dio infinitamente misericordioso? Il ragionamento è fallace. In primo luogo, perché ciò significherebbe essere sleali con Dio; la qual cosa significa: non amare Dio; la qual cosa significa: peccare contro lo Spirito. In secondo luogo, perché ciò significherebbe non pentirsi sinceramente; la qual cosa significa: non amare Dio; la qual cosa significa: peccare contro lo Spirito. Chi non pecca contro lo Spirito non può peccare e poi non pentirsi.

Chiarito ciò, è il momento di tornare all’altro corno del problema: se non amare Dio è il peccato contro lo Spirito, il peccato non perdonabile; e se il parlar male del (o contro il) Figlio dell’uomo è un peccato perdonabile; occorre di necessità ammettere che si può amare Dio parlando male di (o contro) Cristo. Come si deve intendere questo? Ricordiamoci quanto detto sopra: Cristo è via, verità, vita; è ricerca del sommo bene nella verità e nella carità. Chi ha l’anima disposta al bene anche nel momento in cui è più lontano dal bene e da Dio, e offende Dio, in qualche modo infinitamente imperfetto continua ad amare Dio, e non se ne stacca mai definitivamente. Il caso classico, il più comune, di parlar male di Cristo senza bestemmiare lo Spirito, si realizza quando nella tribolazione, per malattia o per altri motivi, si cade nell’amarezza e si impreca contro Dio senza tuttavia accompagnare alla parola o al pensiero la parte più profonda del cuore. Questa è una cosa che in realtà, in una forma o nell’altra, da quella più indiretta a quella più schietta, da quella più larvata a quella più grave, avviene quasi ogni giorno. Oppure si può parlar male di Cristo indirettamente, per omissione, per viltà: il più famoso rinnegatore di Cristo, suo malgrado, è l’uomo su cui Cristo fondò la sua Chiesa, Pietro; tre volte lo rinnegò, misurando amaramente tutta la sua fragilità umana; egli peccò per debolezza; ma non peccò contro lo Spirito, sennò non sarebbe stato perdonato. Paolo, invece, non si limitò a parlar male di Cristo, a considerarlo un impostore, ma arrivò a perseguitare i cristiani; se Dio scelse S. Paolo è perché nell’anima di Saulo insieme alla cecità c’era un’autentica sete di verità e di bene; perché in Saulo all’errore, al peccato di confinare meschinamente l’amore di Dio nello zelo verso la Legge, non si accompagnava la menzogna del cuore; perché anche quando odiava Cristo non odiava in cuor suo la verità, e la ricercava, cioè ricercava Cristo; e perciò anche quando perseguitava i cristiani, gravemente peccando, Saulo non bestemmiava lo Spirito.

Bisogna inoltre considerare che nella confusa incompiutezza di questo mondo che geme nelle doglie del parto, retaggio anch’essa del peccato originale, ci sono sempre stati e forse ci saranno sempre uomini che non riconosceranno in Cristo quel bene che onoreranno con l’esempio della loro vita; uomini che in buona fede non onoreranno il nome di Gesù ma albergheranno nel loro cuore sentimenti di giustizia che saranno computati a loro giustificazione; uomini che per i misteriosi ma sapienti disegni della Provvidenza – che se vuole porta qualsiasi persona di buona volontà alla conoscenza di Gesù – ameranno la via, la verità, la vita ma saranno destinati a non amare o non conoscere durante la loro vita terrena il nome di Gesù. I motivi di questa incolpevole ignoranza possono essere infiniti[1].

E d’altra parte: forse che gli uomini che vissero prima di Gesù Cristo non conobbero il bene? Ma se lo conobbero, conobbero anche, senza conoscerlo, Gesù Cristo. E Mosè stesso, forse che non conobbe ed onorò Dio? Ma se lo conobbe, conobbe anche, senza conoscerlo, il Figlio dell’uomo. O forse che l’essenza del bene cambia a seconda dei luoghi e dei tempi? Bisogna sempre stare attenti a non giudicare secondo le apparenze, secondo la carne: anche le parole, in se stesse, sono carne. Il monito sul peccato contro lo Spirito ha un tacito ma importante corollario per i cristiani: si può peccare contro lo Spirito e parlare bene del Figlio dell’uomo, cioè si può rinnegare Cristo parlandone bene. Gesù ce lo fa capire ammonendo gli scribi e i farisei che parlano bene di Dio, proprio nei passi immediatamente successivi a quello sulla bestemmia contro lo Spirito nel Vangelo secondo Matteo:

«O ammettete che l’albero sia buono e allora il frutto sarà buono, oppure ammettete che l’albero sia cattivo e allora il frutto sarà cattivo. Dal frutto infatti si conosce l’albero. Razza di vipere! Come potete dire cose buone voi che siete cattivi? Dalla pienezza del cuore parla la bocca. L’uomo buono da uno scrigno buono trae fuori cose buone, e così l’uomo cattivo da uno scrigno cattivo trae fuori cose cattive. Io vi dico che di ogni parola infondata [vana, insincera] gli uomini renderanno conto nel giorno del giudizio; poiché in base alle tue parole sarai giustificato e in base alle tue parole sarai condannato.» (Matteo 12, 33-37)

E’ come se dicesse: «Ho detto prima: chi parlerà male di Dio ma non bestemmierà contro lo Spirito sarà perdonato. Voi, invece, che parlate bene di Dio ma bestemmiate contro lo Spirito non potete fare il bene e non sarete perdonati.» Ed infatti nel Vangelo secondo Luca la medesima reprimenda riportata da Matteo è seguita da queste parole:

«Perché mi chiamate: Signore, Signore, e non fate quel che dico?» (Luca 6, 46)

Il medesimo concetto è illustrato nella Lettera di S. Giacomo:

Ma qualcuno potrà dire: «Hai la fede e io ho le opere». Mostrami la tua fede senza le opere e io ti mostrerò la fede partendo dalle opere. Tu credi che esista un solo Dio? Fai bene: anche i demoni credono e rabbrividiscono. (2, 18-19)

Dunque: anche i demoni credono, hanno la fede in un solo Dio, cioè sanno che esiste un solo Dio; ma rifiutando Dio, non hanno una fede attiva, cioè non hanno la vera fede, cioè non hanno la fede. Se la fede è mossa dalla speranza diventa carità, e vera fede; se l’innata consapevolezza dell’esistenza del Padre ubbidisce allo Spirito essa incontra il Figlio e diventa corpo di Cristo e vera fede; se l’acqua è mossa dallo Spirito diventa sangue. Chi non spera non ubbidisce allo Spirito: bestemmia lo Spirito e si condanna da solo.

Ne deriva che nessuno può fare il bene (il vero bene, s’intende, nel senso più ampio del termine, e se diretto a cose concrete, ben distinto dalla vaga filantropia) se non ha la fede. E nessuno può amare se non ha la fede. Quando Gesù ci dice:

«Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me.» (Matteo 10, 37-38)

ci dice implicitamente proprio questo: che nessuno può amare se non ha la fede. Ed infatti, come facciamo noi umanamente ad amare una persona che non abbiamo mai visto? Più dei nostri genitori e figli? Ma Cristo è la verità, la via e la vita: noi dunque dobbiamo amare la verità più dei nostri figli e genitori. E l’ovvio corollario è che chi non ama la verità più dei propri figli e genitori, non ama nemmeno quei figli e quei genitori. Chi sente di amare davvero ama la verità più dell’oggetto del suo amore: lo ama nella verità. Se non lo ama nella verità lo ama solo come oggetto, cioè non lo ama: questi famigliari diventano oggetti, cioè ricchezze nel senso evangelico del termine. Nel Vangelo secondo Luca l’evangelista inizia questo discorso così:

«Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.» (Luca 14, 25)

Ma lo finisce così:

«Così chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi non può essere mio discepolo.» (Luca 14,33)

«A tutti suoi averi»: famigliari, dunque, come averi. Ai quali, in quanto tali, bisogna rinunciare, come a tutte le ricchezze. Cioè bisogna rinunciare all’idolatria di mettere le ricchezze al posto di Dio; cioè bisogna considerare le cose per quello che sono: cose, che nella loro inferiore natura non potranno mai darci la pace dell’anima; e i famigliari per quello che sono: figli di Dio, non cose. Se l’amore per i famigliari non s’innesta in quella verità che è loro superiore, essi diventano oggetti, ed oggetto di un amore sempre pronto a tramutarsi in violenza, anche contro se stessi, in quanto chi mette Dio nelle proprie cose lo mette prima di tutto in quella cosa che è la propria persona: è una forma demoniaca della comunione di Dio coi propri figli, dove trionfa la morte.

Ne deriva però anche, da questo discorso, che chi fa il bene veramente e ama veramente deve avere necessariamente la fede, anche se non conosce il nome di Cristo o non si riconosce nel nome di Cristo:

Infatti, quelli che senza colpa ignorano il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa ma che tuttavia cercano sinceramente Dio e coll’aiuto della grazia si sforzano di compiere con le opere la volontà di lui, conosciuta attraverso il dettame della coscienza, possono conseguire la salvezza eterna. (Lumen Gentium, Cap. II, 16)

Ma qualcuno potrebbe dire: e allora la Chiesa non conta nulla? Posso tranquillamente contare su Dio, per la salvezza, se faccio il bene? Il ragionamento è fallace. In primo luogo, perché anche Abramo, Mosè e i Profeti si salvarono per mezzo di Gesù Cristo e del suo corpo, la Chiesa Cattolica, benché nella storia questi ultimi dovessero ancora comparire e il loro nome non potesse essere ancora conosciuto. E non solo loro, ma anche tutti gli uomini di buona volontà che fuori d’Israele conobbero la Rivelazione solamente attraverso quello Spirito di verità e quella Provvidenza che agiscono sopra la terra dal giorno della sua creazione, e dai quali furono istruiti, benché imperfettamente: essi – come coloro che oggi in buona fede non onorano perfettamente Gesù Cristo ma fanno il bene – come fratelli adottivi entrano a far parte del corpo di Cristo. In secondo luogo, perché chi pensasse di salvarsi al di fuori della Chiesa con le sole opere,

pur non ignorando che la Chiesa cattolica è stata fondata da Dio per mezzo di Gesù Cristo come necessaria (Lumen Gentium, Cap. II, 14)

dimostrerebbe di essere in cattiva fede, di essere sleale con Dio; la qual cosa significa: non amare Dio; la qual cosa significa: peccare contro lo Spirito. E peccando contro lo Spirito non si può fare il bene, cioè le opere.

Resta inteso che discernere chi ignora il Vangelo di Cristo e la sua Chiesa nel senso più largo del termine, comprendente «il parlar male del Figlio dell’uomo», con colpa o senza colpa – nella confusa incompiutezza di questo mondo che geme nelle doglie del parto, retaggio anch’essa del peccato originale – in ultima analisi è prerogativa di Dio. Lo sapremo anche noi quando il nuovo mondo verrà alla luce e tutto sarà svelato.

[pubblicato su Papalepapale]

[1] Nella sua famosa opera “Umanesimo integrale” (cioè l’umanesimo teocentrico opposto alla sua caricatura negativa, l’umanesimo antropocentrico) Jacques Maritain elabora lo stesso concetto nel seguente modo: «Tuttavia, le interferenze dello speculativo e del pratico, nell’ordine etico stesso, non devono indurci in confusione, e il rifiuto speculativo di Dio come fine e come regola suprema della vita umana non è necessariamente, per alcuni spiriti accecati, il rifiuto pratico d’ordinare la propria vita a quel medesimo Dio del quale non conoscono più il nome. Il cristiano sa che Dio ha molte risorse, e che le possibilità della buona fede vanno più lontano di quel che non si creda. Sotto nomi qualunque, che non sono quello di Dio, può darsi (e Dio solo lo sa) che l’atto interiore di pensiero prodotto da un’anima conduca su una realtà che di fatto sia veramente Dio. Perché, per il fatto della nostra infermità spirituale, può esserci discordanza tra ciò che noi crediamo in realtà e le idee mediante le quali esprimiamo a noi stessi ciò che crediamo e mediante le quali prendiamo conoscenza del nostro credere. A ogni anima, anche ignorante il nome di Dio, anche allevata nell’ateismo, nel momento in cui decide di se stessa e sceglie il suo fine ultimo, la grazia è libera di proporre come oggetto, come cosa da amare sopra tutto, sotto qualunque nome l’anima stessa se la rappresenti – ma allora (ed è qui tutta la questione, e Dio solo lo sa) pensando sotto questo nome “tutt’altra cosa” da ciò che il nome significa, andando al di là di questo nome d’idolo – la grazia è libera di proporre quella Realtà assolutamente buona, che merita ogni amore ed è capace di salvare la nostra vita. E se questa grazia non è ricusata, l’anima in questione, optando per questa realtà, crede oscuramente nel vero Dio e sceglie realmente il vero Dio, anche quando trovandosi in buona fede nell’errare e aderendo non per colpa sua, ma per colpa dell’educazione ricevuta, a un sistema filosofico ateo, nasconde questa oscura fede nel vero Dio con formule che la contraddicono. Crede negare Dio, e in realtà nega qualcos’altro che Dio. Un ateo in buona fede – in realtà un pseudo-ateo – contro la propria scelta apparente, avrà allora scelto realmente Dio come fine della sua vita.»

L’equivoco del «vero Islam»

Partiamo però da un altro equivoco: la secolarizzazione, intesa solitamente come fenomeno contrario alla religione. La secolarizzazione, in realtà, è figlia del Cristianesimo. E’ stato il Cristianesimo a distinguere la religione dal secolo, la chiesa dallo stato, a dare a Cesare quel che è di Cesare: a dare, cioè, al secolo quel che è del secolo. Prima di Cristo (e anche dopo, al di fuori del mondo cristiano) questa distinzione poteva albergare incerta, proprio perché priva della risposta della Rivelazione, nella mente dei filosofi, ma era in genere inconcepibile. Ciò non significa che il connubio stato-religione avesse un’impronta totalitaria (ché anzi ciò può verificarsi solo in tempi post-cristiani) ma la sensibilità religiosa dell’individuo era come irretita in un cerchio chiuso, in un sistema di riti attraverso i quali una società o una tribù, onorando i propri dei, santificava se stessa. Un Dio universale che parlasse al singolo uomo (e quindi a tutti gli uomini di tutto il mondo) poteva stare, appunto, solo nella testa di qualche filosofo, magari sospettabile, proprio per questo, di empietà o ateismo.

Una verità che abbia coerenti ed universali implicazioni etiche non può che trovare fondamento nella metafisica. Altrimenti essa può essere solo la sempre mutevole figlia di un mondo – il nostro – fatto di tempo e di spazio e in continua mutazione; una precaria «verità» funzionale alla sopravvivenza di una determinata società. Con la Rivelazione questa verità metafisica si manifesta, «si fa carne», risponde alle domande che «sono iscritte nel cuore dell’uomo», e s’impone come dogma. E’ appunto il dogma che adesso marchia la natura della religione e la distingue da quella dello stato. Lo stato viene riconsegnato interamente al secolo e l’uomo acquisisce una doppia cittadinanza: una terrena dallo stato, una eterna dalla chiesa. Benché correlati, in quanto una società a-morale non può sostenersi, i fini dello stato e della chiesa sono diversi; così come l’organizzazione, sempre figlia dei tempi nell’uno, sempre piramidale, essenzialmente, nell’altra. E benché derivanti da un’unica fonte, legge positiva e legge morale cominciano a divergere, in quanto allo stato bastano norme che, pur senza andare contro la legge morale, siano sufficienti ad assicurare la sua esistenza: lo spazio disegnato da questa diramazione, tendenzialmente sempre più vasto, è il campo della secolarizzazione e delle libertà civili. L’avvento del Cristianesimo fu la grande chiarificazione che impostò la civiltà occidentale.

Se questa chiarificazione pone le libertà civili su un terreno più saldo e definito, e quindi, nel lungo termine, in una prospettiva di espansione ininterrotta, è anche vero che il suo venir meno porta in tempi post-cristiani a conseguenze catastrofiche, visto che non si può più tornare indietro all’irrisolta situazione precedente. Solo in un’epoca post-cristiana si possono avere fenomeni di totalitarismo. Le libertà civili scompaiono di conserva col restringimento del campo della secolarizzazione, e scompaiono del tutto quando la legge morale viene a coincidere con la legge positiva. Ciò può portare a due esiti, entrambi, a ben vedere, di tipo messianico: una teocrazia, o uno stato etico.

In questo quadro la Chiesa, il Cristianesimo sono presìdi della legge morale e dei diritti naturali, che nel dogma trovano un suggello divino. Naturalmente i diritti naturali non stanno nella coscienza viva solo dei cristiani, ma la storia dimostra che senza il Cristianesimo essi sembrano privi di difese naturali, perché anche chi si rende conto che la licenza e la trasgressione portano la società all’autodistruzione, ed invoca il ritorno al decalogo, spesso non chiude il cerchio della sua riflessione ammettendo la realtà di una verità trascendente. Chi vuole democratizzare la Chiesa, chi vuole una Chiesa senza dogmi, chi vuole conformare la Chiesa al secolo, chi vuole secolarizzare la Chiesa, in realtà distrugge la Chiesa, e distrugge anche la secolarizzazione, perché distrugge uno dei suoi baluardi: la legge dello stato diventa la sola fonte dell’etica; nessuno può più sindacare liberamente sui comportamenti altrui; la società viene privata della sua coscienza, e diventa un corpo senza anima.

Nell’Islam, che culturalmente è un figlio assai rozzo sia dell’Ebraismo che del Cristianesimo, Dio non si fa carne, non si fa uomo. Non è un Dio che si limita a confermare l’uomo nelle verità ultime, e ad invitarlo a custodirle, ad indagarle, a chiarirle, a definirle: «lo Spirito vi insegnerà ogni cosa», dice, invece, Gesù ai suoi discepoli. Non è un Dio che distingue i dogmi dai precetti e dalle leggi. E’ un Dio che detta tutto. E’ un Dio che nega la storia. E’, ancora una volta, un messianismo. Ed è vero che non c’è niente di più contraddittorio dell’interpretazione letterale di un testo. Ed è per questo che i musulmani non sono mai riusciti a mettere insieme un corpo dottrinario coerente ed uniforme e non hanno una Chiesa. Ma in tutte le sue versioni, moderate o integraliste che siano, l’Islam come religione rimane prigioniero della sua natura precettistica, fideistica e legalistica insieme. Non vi è distinzione tra legge morale e legge positiva, e quindi non vi è alcun spazio per la secolarizzazione e per le libertà civili. L’Islam può vivere solo nel suo tempo, mentre il Cristianesimo può vivere in tutti i tempi. Oggi viviamo in un mondo profondamente secolarizzato, perciò culturalmente cristiano, nonostante le apparenze, e nonostante sia scosso da profonde pulsioni anticristiane. E perciò è l’Islam ad essere sotto una pressione terribile, mortale, nonostante le apparenze: di qui le sue convulsioni.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

[RISPOSTA AI COMMENTI – Definire quella di Teodosio una teocrazia non ha alcun senso. Teodosio mica era papa! Al contrario nell’Impero Bizantino successivamente si rafforzò la tendenza contraria: quella al cesaropapismo, debolezza storica di tutte le religioni ortodosse. La “secolarizzazione” è un processo. E’ una chiarificazione che si chiarifica sempre più. Faccio presente che questa distinzione fra stato e chiesa era già in embrione nell’Antico Testamento: lì troviamo i semi della civiltà cristiana propriamente detta. Il Decalogo già si distingue dalle “leggi di giustizia”, e ne costituisce una specie di prologo morale, scritto nella pietra dallo stesso “dito di Dio”, a differenza della Legge Mosaica vera e propria, che viene dettata. E’ Aronne, e non Mosè, a divenire sommo sacerdote d’Israele. E’ solo alla “stirpe di Aronne” che viene riservato l’officio sacerdotale. E la tribù dei Leviti, alla quale Aronne appartiene e che si occupa della gestione del culto religioso, è l’unica tra le dodici d’Israele alla quale non vengano assegnati territori. E’ poi a Mosè stesso che Dio annuncia che non metterà piede nella Terra Promessa: a significare che essa è solo il pegno di quella vera Terra Promessa cui non si accede coi piedi ma attraverso la morte. Preferisco però parlare di “distinzione” tra stato e chiesa, piuttosto che “separazione”, non perché contesti quest’ultima, ma perché “separazione” fa pensare a due cose avulse una dall’altra, quasi che l’una e l’altra non partecipassero dello stesso universo morale. Sono la natura, e quindi i fini, che le distinguono.]

Confutazione di Benigni

Questa è una rotonda confutazione del telepredicatore Benigni, delle sue chiacchiere e del fenomeno in sé. Per cimentarmi nell’impresa non mi sono premurato di assistere alle due serate sui Dieci Comandamenti, ma solo di leggere qua e là i resoconti giornalistici e di guardare qualche estratto del programma. «Eh? Come?», dirà qualcuno, «Ti metti a criticare una cosa che non hai neanche guardato? Questa sì che è una bella novità!» Vorrei rispondere: prego, circolare. Ma più urbanamente rispondo: dovrei forse mettere a dura prova la mia pazienza senza alcun frutto e offendere la mia intelligenza, la quale dopo tre decenni e passa di goliardate benigniane non sarebbe ancora in grado di figurarsene in anticipo l’ultima versione? Perciò concludo: prego, circolare. E aggiungo: tranquilli, è solo umorismo.

Benigni trent’anni fa sulle cose di Dio diceva il contrario di quello che dice adesso. Non lo diciamo per contestargli una conversione o un riavvicinamento al Cristianesimo, ma per far notare che lui è sempre lo stesso: concitato, enfatico e gioviale, e nella sostanza perfettamente allineato a quel conformismo progressista che è tutt’uno con la vera nomenklatura del nostro paese. Adesso Benigni dice cose per metà vere, attingendo dalla sapienza cristiana e aiutato da gente ferrata in materia, ancorché politicamente correttissima, cioè allineata al secolo, che lo ha illuminato sugli aspetti “liberatori” della dottrina cristiana, e gli ha suggerito certe parolette strategiche: robe vecchie come il cucco, che dette da lui sembrano però liete scoperte oltre che per la sua verve affabulatoria anche perché il pubblico è ben disposto verso di lui e perché lui è pappa e ciccia con l’establishment culturale e mediatico: un’istituzione, cioè. Ma naturalmente tutto resta furbescamente a metà.

Intendiamoci: qui non si tratta di vagliare l’ortodossia di Benigni – che peraltro lui non rivendica e nessuno gli chiede – o di leggere con malizia espressioni spregiudicate o battute un po’ ardite; è un metodo che non m’appartiene, non fosse altro perché anch’io ho la tendenza a scherzare col sacro. Qui si tratta di dimostrare che le tripudianti, esuberanti eccentricità di Benigni tracciano in realtà un disegno coerente e che Benigni si fa strumento di un’operazione culturale ben precisa.

Cominciamo, però, con un colpo basso: la questione del compenso. Premetto: io sono liberale (non liberal) in economia. E’ un’etichetta impropria e riduttiva ma oggi l’accetto di gusto proprio perché marcata d’infamia o quasi. Lo sono perché sono un fautore della libera economia fondata sulla proprietà privata e su un retto concetto di libertà, non sulla licenza. Capitalismo o mercato sono parole insufficienti a rendere il concetto di libera economia in quanto evocano sistemi, i quali a loro volta evocano meccanismi avulsi da qualsiasi fondamento etico. Capitalismo, anzi, è un termine da respingere in toto: è un “ismo” di conio marxista, con tutte le storture interpretative e propagandistiche del caso. E’ per questo che posso storcere il naso, ma non mi scandalizzo per i compensi milionari che toccano a personaggi dello spettacolo, dello sport o ai pezzi grossi del mondo economico-finanziario. Non solo, sono anche contrario a tetti salariali fissati per legge dallo stato, perché penso siano un rimedio peggiore del male, un altro esempio di quell’interventismo statale che ha ormai storicamente debordato, per motivi tutt’altro che nobili, dai suoi veri scopi, fino a trascurarli per correre dietro a tutto. Il mercato dovrebbe trovare un limite naturale nei diritti della persona, non nella sovra-regolamentazione distorsiva. E in realtà il mercato muore quando il diritto non lo sostiene, in quanto è esso stesso espressione di diritti naturali.

Ciò detto, vi è una stridente contraddizione tra l’entusiasta cantore di Dio e l’oculato artista che contratta compensi milionari per due serate televisive sui Dieci Comandamenti. E’ difficile immaginare un artista riverito e di successo di sessantadue primavere, detentore di un patrimonio presumibilmente calcolabile in svariate decine di milioni di euro, il quale, sopraffatto dalla felicità di aver trovato in Dio un tesoro maggiore di tutti i tesori del mondo, e quindi spinto irresistibilmente a comunicare questa gioia al prossimo, invece di farlo gratuitamente esiga di venir pagato con cifre a sei zeri. Sorridete? Sbagliate. E’ infatti Benigni a presentarsi come tale. E allora delle due l’una: o non crede troppo in quello che dice, oppure considera l’esibizione, legittimamente, una normale, ancorché strapagata, prestazione professionale. Ed ancora: è conciliabile l’immagine di quest’uomo sopraffatto da una gioia missionaria, dal bisogno insopprimibile di farci partecipi di altissimi tesori di spiritualità – ancora, non sorridete: è lui, ripeto, che si presenta come tale – con le meschine e ruffiane allusioni all’attualità e ai suoi scandali, allusioni naturalmente tutte in linea col sentimento apocalittico-giustizialista che avvelena il nostro paese? Fin dai tempi del suo amore per Berlinguer, Benigni si è mosso artisticamente dentro il cono d’ombra del partito della “questione morale”. Lo ha fatto a suo modo, naturalmente: da simpaticone, da mattacchione, lontanissimo dalla seriosità dei sacerdoti del Sinedrio patriottico-costituzionale, se non proprio giacobino. E tuttavia, nella sostanza, sempre allineato e coperto. E continua a farlo.

La parte più efficace dello show di Benigni è stata quella dedicata ai primi tre comandamenti, incentrati su Dio e sull’osservanza del giorno festivo. Se trent’anni fa Benigni aveva irriso, sempre al suo modo iperbolico, raramente velenoso, alla terribilità e cupezza del Dio veterotestamentario, questa volta ha fatta l’operazione inversa. Un Dio finalmente cordiale e sorridente è diventato una specie di guru. Suo scopo: insegnare a quel testone di uomo come vivere rettamente i grandi doni che gli ha fatti, la vita e il creato; e in primo luogo a liberarsi da affanni spesso meschini e ingiustificati in modo da aprire finalmente gli occhi su quello che di veramente prezioso c’è nella vita e per… per conciliarsi definitivamente col creato nel giorno del riposo, in una specie di estasi panteistica. Un immanentismo confermato dal “colpo di genio” dell’inclusione nella creazione del giorno del riposo, quando invece il giorno del riposo è anticipazione, pegno e metafora del paradiso. Al quadro dipinto da Benigni manca l’essenziale: la prospettiva eterna, la morte e la resurrezione. Attraverso la morte – per usare il linguaggio biblico – «entreremo nel riposo di Dio», atteso dalla stessa creazione, come spiega il poeta S. Paolo: «La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità – non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa – e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo.» Per il poeta Benigni, invece, tutto si risolve dentro questo mondo: manca l’attestazione di una trascendenza e di una verità.

Stesso schema interpretativo per il quarto comandamento: onora il padre e la madre. Presupposto di questo comandamento dovrebbe essere che ci siano un padre, una madre, e una discendenza che li riconosca: cioè una famiglia naturale, non un genitore uno e un genitore due, nel rispetto di un ordine naturale voluto da Dio, nel quale la genitorialità è intesa come una custodia. Infatti i figli non sono di proprietà dei genitori: sono prima di tutto figli di Dio. Nel custodire i figli di Dio essi diventano (o dovrebbero diventare) ministri di Dio e perciò vanno onorati. Per Benigni, invece, onorando i genitori (e notate, i nonni: piccolo allargamento “panteistico”) si onora «la vita». «E quando penso a me se mi dedico a loro? La risposta è nel comandamento, c’è più vita nelle nostra vita, quindi più piena, quindi più lunga. Dando più senso alla nostra vita ed a quella degli altri». Ma cos’è questa vita? La via, la verità, la vita, che nella persona di Cristo s’incarnano, e che a un Dio e a una realtà ultraterrena rimandano? No, è un sintonizzarsi col cosmo. Anche qui, tutto si risolve dentro questo mondo.

Un umanitarismo enfatico ha caratterizzata la lettura del quinto comandamento: non uccidere. Il “non uccidere” riassume in sé la condanna morale di tutte le forme possibili di violenza e di prevaricazione contro il prossimo, delle quali l’omicidio è solo l’esito radicale. Tra esse però non viene compresa la legittima difesa, intesa nel senso più largo del termine, a livello personale, sociale, nazionale. Ciò significa che sia la pena di morte sia la guerra, a determinate condizioni, senza secondi fini e come extrema ratio, sono moralmente ammissibili. Oggi la Chiesa Cattolica auspica l’abolizione della pena di morte, in quanto ritiene che – oggi – la società ne possa sopportare l’assenza senza pregiudizio per la sua tenuta. La ragione e la carità ci spingono perciò a rinunciare – oggi – a ciò che per millenni in tutto il mondo è stata considerata una crudele necessità. Ma la pena di morte – in se stessa – non si contrappone alla dottrina cristiana. Ne deriva che la pena di morte non entra affatto nel campo del “non uccidere”. Benigni invece ha centrato il suo intervento sul quinto comandamento proprio su questi temi cari a quell’umanitarismo sfatto e senza fondamenta che nella storia si è dimostrato tante volte assai proclive a diventare disumano con sconcertante facilità. «La pena di morte», ha detto Benigni, «rimane perché si vuole mantenere nelle persone un fondo di crudeltà, di aberrazione, è come se dicessero “siete assassini anche voi”». Avrebbe potuto aggiungere: «omicidio giuridico, crimine solenne, vile assassinio, usanza barbara ed antica, il più raffinato esempio di crudeltà», parole usate contro la pena di morte da Robespierre all’Assemblea Costituente due anni prima di dare inizio alla mattanza a legittimi colpi di ghigliottina. Per dire dell’ubriacatura generale, Umberto Folena, su “Avvenire”, è arrivato a dire: «È coraggioso, Benigni, nel negare ogni legittimità alla pena di morte, senza eccezione alcuna, perché non è pacifico né scontato, in Italia dove non c’è come negli Usa dove c’è». Cioè, fatemi capire, sarebbe “coraggioso” da parte di un ricco artista del ricco Occidente parlare contro la pena di morte? No, scusate, rido, perché questa è veramente troppo forte. Se facesse il contrario, piuttosto, magari non lo si potrebbe apprezzare, ma certo non gli si potrebbe negare una certa dose di fegato. In compenso, da parte di Benigni non abbiamo avuta nemmeno una piccola, sorridente, amichevole, non conflittuale, non confessionale, non provocatoria, non truce, allusione alle questioni dell’aborto e dell’eutanasia. Notate che aborto e eutanasia riguardano l’entrata e l’uscita da questo mondo di esseri non ancora nati e di esseri che si considerano “già morti”. Ma se tutto si risolve dentro questo mondo essi restano fuori dalla sospirosa “vita” benigniana, e quindi, per Benigni, non entrano nel campo del “non uccidere”. Si capisce benissimo, invece, l’insistenza di Benigni sul carattere irrimediabile dell’omicidio, sul fatto che una vita non può più essere ridata, sul pericolo dell’auto-estinzione a causa di una guerra mondiale: costituiscono tout-court la fine della sospirosa “vita” benigniana, di quella del singolo e di quella del cosmo. Manca, anche qui, la trascendenza, manca un porto, manca una verità su cui tutto s’incardini.

Il sesto comandamento, il “non commettere adulterio” riassume in sé, invece, la condanna morale di tutte le disordinate condotte sessuali. Calma. State allegri. Qui non siamo talebani. Per dirla con Woody Allen, e parlando al maschile, tutti quanti noi – anche se non metto limiti alla Provvidenza, e anche se faccio fatica ad immaginare un simile fenomeno di innata morigeratezza, tranne appunto un malato o …Lui – tutti quanti noi, dicevo, prima di trasformarci in stalloni formidabili ci siamo allenati molto da soli. Tuttavia un disordine è un disordine, e dietro di sé lascia sempre nell’anima ancora presente a se stessa una piccola o grande traccia di disgusto, a seconda di cosa abbiamo combinato. Noi non scantoniamo e registriamo con teutonica precisione questo fatto. Invece della stucchevole e semi-scherzosa polemica con la Chiesa Cattolica per la riformulazione del sesto comandamento in “non commettere atti impuri”, polemica fuori luogo proprio per quanto sopra espresso, Benigni avrebbe potuto – con sorridente levità, s’intende, per amor di Dio! – battere su questo tasto: che il peccato è il peccato. Invece niente. E dobbiamo ancora parlare della cosa più importante! Il comandamento ci ricorda, infatti, il caso più classico di disordine nella condotta sessuale, alla luce della ben temprata dottrina cristiana: il tradimento del coniuge. Ma qual è il presupposto di questo comandamento? Il presupposto di questo comandamento è che ci siano un marito e una moglie: un uomo di sesso maschile e una donna di sesso femminile, per dirla ancora con teutonica precisione; un maritino e una mogliettina, per dirla con epicurea complicità; in una parola, lo schema classico e vincente: io Tarzan, tu Jane. Ma quanta poesia in quel “io Tarzan”! E quanta poesia in quel “tu Jane”! Non esiste combinazione superiore a questa divina corrispondenza d’amorosi sensi: solo i bruti o i depravati non ci arrivano. Essa significa elevazione, unione e completamento, e ogni superata divisione è un avvicinamento a Dio. Benigni invece sceglie di menare a lungo il can per l’aia. Alla fine sembra ne faccia una questione di civile consapevolezza, nella quale il rispetto per la donna, la responsabilità verso la progenie, la protezione dell’amore («non del matrimonio») fra due persone, tutto questo trova una confusa composizione.

Poi tutto sia fa più scalcagnato e piatto. Arrivato al settimo comandamento, il “non rubare”, Benigni si piega addirittura all’idolo del giorno: populismo giustizialista della più bell’acqua: corruttori, evasori, disoccupazione e tutto il resto della sbobba. L’ottavo comandamento, il “non dire falsa testimonianza” viene declinato in salsa civile. Si parla di onestà e verità, ma sembra di sentire Zagrebelsky, non Dio. Il nono e il decimo comandamento, il “non desiderare la donna e la roba d’altri”, serve a Benigni per chiudere il cerchio della sua riflessione: è un invito rivolto all’uomo a non farsi accecare dall’invidia, a cercare dentro di sé la via per la propria realizzazione. E qual è questa via? Quella che porta all’amore cosmico, hic et nunc: così Benigni (o chi per lui) interpreta l’ “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore ecc.” e l’ “Amerai il prossimo come te stesso”. Ed infatti dice: «Saltate dentro all’esistenza ora. Perché se non trovate niente ora, non troverete niente mai più. E’ qui l’eternità, non ce n’è altra!» Il Decalogo di Benigni non prevede nessuna vita ultraterrena, il che implica che un Dio vero non esiste e che Gesù non è il Figlio di Dio. E dice ancora Benigni: «Non bisogna avere paura di morire ma di non vivere, dobbiamo dire sì alla vita. La vita è molto di più di quello che noi capiamo…». Cioè: la vita – questa vita – conta molto di più di una verità irraggiungibile. E poi conclude citando il grande poeta panteista Walt Whitman: «Che cosa c’è di buono in tutto questo, ahimè, ah vita? Che tu sei qui, che esiste la vita e l’individuo, che il potente spettacolo continua, e tu puoi contribuirvi con un tuo verso». Ancora una volta tutto si risolve dentro questo mondo. Di Cristianesimo nel Decalogo di Benigni non è rimasto un bel nulla. E’ stata un’operazione di svuotamento.

Non stupisce che il santone preferito dalla potente cricca della società civile, il priore della Comunità monastica di Bose, Enzo Bianchi, abbia salutato su “La Stampa” quasi con entusiasmo la performance del suo amico Roberto: «Il lavoro di chi come Benigni presenta come fresche, pronunciate oggi, per noi qui e ora, norme che risalgono a più di tremila anni fa consiste non tanto nel fare esempi più o meno efficaci o divertenti, ma nel togliere l’accumulo di pesantezze depositatosi su un distillato di sapienza che, una volta liberato, sprigiona da solo tutta la sua ricchezza.» E si noti come anche nell’esegesi di Bianchi tutto si risolva ancora una volta dentro questo mondo: «Queste regole solo apparentemente provengono dall’esterno: in realtà sono ridestate a partire dal nostro intimo, da quello che la coscienza ci fa percepire come bene e male. In questo senso Dio non ci impone una legge estranea e ostile, ma ci conferma che quanto di nobile abita il cuore umano è degno di divenire la norma di comportamento, la via regale alla felicità, la risposta agli aneliti più profondi. Così l’essere umano si ritrova paradossalmente a compiere tanti atti di libertà, di scelta adulta, di consapevole responsabilità quanti sono gli atti di obbedienza a “regole” più grandi di lui, regole che mirano all’autentico ben-essere non di un singolo ma di una comunità, regole che creano e alimentano condizioni di pace interiore ed esteriore, regole che riconducono tutti e ciascuno a una giustizia reale, concreta, quotidiana.»

Bianchi comunque pone un problema giusto: «Perché uomini religiosi che hanno per funzione e servizio quello di spiegare la legge di Dio e far riconoscere in essa la libertà, risultano invece così noiosi, pedanti, esperti nel caricare pesi sulle spalle degli altri e così incapaci di farsi ascoltare?» E’ un problema che si pone anche il presidente del Pontificio della Nuova Evangelizzazione, monsignor Rino Fisichella, pure lui, come molti altri alti esponenti cattolici, travolto dall’infatuazione generale: «Sono anni che continuo a dire che la Chiesa ha bisogno di una nuova apologia della fede, ovvero di una nuova presentazione della fede. Benigni ha dato un segno concreto di come la fede può essere presentata». Il problema, però, caro monsignor Fisichella, è che a questo problema se ne accompagna un altro: quella di Benigni è aria fritta che non dà fastidio a nessuno, tranne forse gli anticlericali più tetragoni, ed è funzionale ad un’operazione culturale ben precisa; mentre un Benigni che fosse ortodossa “pietra di scandalo e sasso d’inciampo” non lo manderebbero in onda neanche alle tre di notte.

Ma qual è, alla buonora, questa fantomatica operazione culturale? Questa: la sinistra laico-progressista, che un giorno fu comunista, e che ha sempre dettato l’agenda culturale nella nostra epoca repubblicana, col tempo si è convertita a ciò che prima disprezzava, dal tricolore al Festival di Sanremo, ma solo per impadronirsene e piegarlo al patriottismo-costituzionale, cioè alla religione nata dalla Resistenza: ora è il momento di impadronirsi della Chiesa cattolica italiana, sogno ineffabile che si può raggiungere solo trasformandola in una di quelle accomodanti confessioni protestanti del Nord Europa che ormai, non avendo più nulla da dire, si sono trasformate in santuari del politicamente corretto. Di questa nomenklatura i Benigni, o i Saviano, sono gli alfieri istituzionali. Ascoltare questi predicatori di regime diventa un dovere civico. La suggestione fa il resto.

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Roberto Benigni, l’idolatra

Roberto Benigni, ovvero l’arte di lisciare il pelo al conformismo progressista con l’aria del mattacchione controcorrente che dice: «il re è nudo!». Dev’essere dura andare avanti per un vita a recitare questa farsa però il nostro sembra non stancarsene mai. Non credo sia per il vil denaro. O almeno non solo. Penso piuttosto a una brutta malattia dello spirito, all’impossibilità di uscire dal personaggio senza sentirsi mancare il terreno sotto i piedi. Voi direte che questa è psicologia da strapazzo da parte di un tizio – sarei io – che personaggio non è stato mai, un tizio che deve ancora fare un sacco di strada prima di raggiungere l’ambitissimo status di macchietta. Può essere, può essere, senza dubbio. Ciò non toglie che, a volte, anche la psicologia da strapazzo può cogliere nel segno.

Ma dicevamo di Benigni. L’ultima sua impresa al Tg1, dove è stato invitato per presentare il suo nuovo show sui Dieci Comandamenti. Penso che la scelta del Decalogo sia sintomatica dopo quella caduta sulla Costituzione più bella del mondo. E’ noto infatti che la Costituzione è diventata la Bibbia di una grande setta di fanatici… no, anzi, diciamo meglio, è diventata il Corano – giacché questa strabiliante Costituzione è oggetto di amore feticistico – è diventata il Corano, dicevamo, di una legione di pazzi che segue i dettami della religione del patriottismo costituzionale. Non è un caso che questa religione annoveri tra sue file dei preti veri e propri – preti cattolici, intendo – che col loro apocalittismo sospiroso danno al movimento quel tocco di pietà popolare che spesso manca ai freddi teorici della rigenerazione morale a tavolino.

E allora perché non continuare quest’opera di civile evangelizzazione con la rilettura patriottica-costituzionale del Decalogo? Questo deve avere pensato Benigni, con l’intuito dell’artista. Al Tg1 ci ha dato un assaggio della sua nuova fatica, e abbiamo potuto constatare, con sollievo, che Roberto è sempre lui: potremo risparmiarci la fatica di assistere alla mattonata televisiva e insieme sentirci liberi di scrivere che è una mattonata. Lo diciamo prima, per quel senso di lealtà e di correttezza verso il lettore che ci è sempre stato riconosciuto. Concitato, enfatico e gioviale allo stesso tempo – è il suo registro fisso da almeno un quarto di secolo – Roberto ha puntato subito il dito contro il non rubare, monito valido per tutti i secoli dei secoli e in tutte le lande del mondo, ma tanto, tanto d’attualità oggi nel nostro paese. Sprizzando allegria da tutti i pori, il nostro mattacchione moralista ha detto, con evidentissima soddisfazione, che «la corruzione è il punto più basso dell’umanità». E’ quello che sentiamo ogni giorno, con la differenza che gli arruffapopolo usano toni plumbei e minacciosi, e i maestrini della legalità preferiscono quelli sussiegosi.

Insomma, è demagogia bella e buona. Lo dico con l’aria del mattacchione controcorrente che dice: «il re è nudo!». La cosa più straordinaria, però, è che il nostro giullare di regime presenti il suo show sui Dieci comandamenti rendendo omaggio all’isterismo giustizialista di massa nel quale siamo piombati, cioè pagando docilmente tributo all’idolo del giorno. Secondo me è il punto più basso del servilismo. Chissà cosa ne pensa l’unico Dio. E’ veramente da ridere.

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L’aria fritta, però solenne, di Andrea Riccardi

Sull’efferata uccisione di 28 non musulmani in Kenya da parte dei miliziani islamisti di al-Shabaab è stato pubblicato sul Corriere della Sera uno spassoso articolo a firma di Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di S. Egidio. Ne parlo perché rappresenta un esempio perfetto dello stile del nostro campione, e perché il nostro campione è un esempio perfetto di un certo cattolicesimo che ciurla nel manico con impeccabile urbanità: il tono è ispirato, solenne e ammonitore; ma serve a dar corpo all’aria fritta. Che ha da dirci il fondatore? Qualche proposta operativa? Oppure una parola decisiva sui nodi religiosi della questione? Nulla. Tutto affonda in una vaghezza attentissima a non turbare qualsivoglia suscettibilità, benché sussiegosamente espressa. Ma intanto lo sciocco resta come ipnotizzato davanti a tanta gravità, mentre al saggio non resta che controllare il proprio dispetto, cioè la voglia impellente di scoreggiare o spernacchiare.

La maggiore preoccupazione ostentata da Riccardi è di evitare che si faccia di ogni erba un fascio, che si mettano tutti i musulmani nello stesso calderone. Questo nobile sentimento è però alquanto sospetto perché va al di là di ogni ragionevolezza. Tale è infatti la delicatezza d’animo dell’operatore di pace più indaffarato d’Italia e forse del mondo, da spingerlo a farsi forte dell’autorità del Corano nel condannare il misfatto: «Questa vicenda», scrive Riccardi, «offenderà nel profondo – credo – i veri fedeli musulmani. Gli assassini hanno dimenticato la parola ammonitrice del Corano per cui “chi uccide un uomo è come se uccidesse il mondo intero”». Notate che in questo caso Riccardi si comporta esattamente come certi crociati da lui – potete esserne certi – profondamente detestati: ci sbatte in faccia la frasetta del Corano che fa al caso suo, come se essa ne riassumesse lo spirito. I crociati, com’è loro consuetudine, e con qualche argomento in più, potrebbero sventolargli sotto il naso un robustissimo elenco di frasette truculente di una concretezza singolarmente esplicita di segno opposto.

Io, che ho espresso idee chiarissime e negative sulla fede di Maometto, non sono mai ricorso a questo metodo. La natura del linguaggio è convenzionale. Nessun linguaggio è di per se stesso talmente eloquente da non poter essere travisato. Il problema è, però, che tutti i tesori di spiritualità che Riccardi  – anche di ciò potete essere certi – vorrà riconoscere al Corano, sono stati presi letteralmente di peso dal Vecchio e Nuovo Testamento, e confusamente sistemati tra la precettistica dell’Islam. Non vi è affatto un’unità spirituale nel Corano. Il problema fondamentale del Libro Sacro dei musulmani non è tanto la sua interpretazione letterale, perché anche quella risulterebbe contraddittoria, ma il fatto che non si presta ad alcuna interpretazione unitaria e superiore. Di fatto l’Islam è una religione che vive di precetti, strumenti di un disegno terreno. Senza di quelli evapora.

Il problema fondamentale di Riccardi è invece la sua passione per i salamelecchi, tanto per rimanere in campo islamico, cioè quella caricatura del dialogo religioso che oggi va per la maggiore e il cui presupposto sembra essere che tutte le verità di cui le religioni si fanno portatrici assurdamente si equivalgano, e che in fondo tutti conflitti di stampo religioso siano un gigantesco equivoco. E’ ben vero che persone di buona volontà e in buona fede albergano in ogni campo, ed è anche probabilissimo (io ne sono certo) che la cialtroneria sia diffusa in maniera simile tra cristiani e musulmani: lo dicono la ragione e la carità, per dirla cristianamente. Ed è proprio questo che dovrebbe far pensare il cattolicissimo Riccardi.

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Perché c’è inimicizia tra Cristianesimo e Islam

Il Cristianesimo vede se stesso (parlo ovviamente da un punto di vista cristiano) come il compimento dell’Ebraismo. Per il Cristianesimo l’uomo è prima di tutto – dogmaticamente – figlio di Dio. L’appartenenza alla propria famiglia, alla propria tribù, alla propria nazione viene dopo, ma attenzione, non viene rinnegata: Dio non annulla Cesare. Sul piano sociale le conseguenze fondamentali di tale concezione dell’uomo sono l’altissima dignità della persona, l’anelito alla libertà, lo spirito di fratellanza universale. Tale elemento universalistico era già presente nell’Antico Testamento: il Nuovo Testamento lo portò definitivamente alla luce. L’Occidente è così impregnato di Cristianesimo che tutte le ideologie o le filosofie anticristiane di portata politica che si sono succedute negli ultimi secoli hanno recato in sé il marchio dell’universalismo cristiano. L’illuminismo l’ha interpretato attraverso la “religione” dei liberi muratori o la “religione” dei diritti umani che oggi va per la maggiore; il socialismo ha pensato di realizzarlo. Sono tutte caricature del Cristianesimo di stampo millenaristico: il loro orizzonte è terreno. Persino i totalitarismi di destra, che pure rinnegano per principio l’universalismo, ne conservano traccia: dentro la razza o la nazione, infatti, regna l’egualitarismo socialista.

La civiltà cristiana si propaga indirettamente nel mondo non cristiano anche attraverso le ideologie anticristiane nate in occidente. Il comunismo, per esempio, benché violentemente antireligioso, reca in sé l’idea dell’uguaglianza di tutti gli uomini (ancorché, nei fatti, spesso, un’uguaglianza da schiavi): si pensi all’impatto di questa idea su una società tribale o da millenni divisa in caste. L’incontro del Cristianesimo col paganesimo o dell’Occidente col mondo non cristiano non è mai uno scontro antropologicamente frontale. Infatti, per così dire, solo in un mondo che ha conosciuto Cristo può spuntare l’Anticristo: solo lì lo scontro può essere frontale. Ma certo è traumatico: il Cristianesimo “desacralizza” ogni istituzione terrena. Ossia la consegna al secolo: la secolarizzazione è figlia del Cristianesimo. Mentre purifica l’idea di Dio. Nel mondo greco-romano, che pure era il terreno più favorevole all’impiantarsi del messaggio cristiano, i cristiani stessi furono spesso sentiti come “atei” e “dissacratori”.

In questo quadro l’Islam viene a trovarsi in una posizione unica nei confronti del Cristianesimo. Mentre infatti, come spiegato sopra, il problematico, conflittuale, ma anche fecondo incontro del Cristianesimo col mondo “pagano” – pagano ma pur sempre ammaestrato da quel Logos che fu fin da principio – non si risolve mai in uno scontro frontale; mentre l’Ebraismo, non avendo voluto, per così dire, “conoscere” Cristo, rimane in attesa e lo scontro viene evitato; l’Islam è l’unica grande religione monoteista post-cristiana. Dal Cristianesimo ha preso l’idea universalista e l’idea della Rivelazione definitiva. Ma nonostante ciò l’Islam – tanto è pasticciato, confuso, incompiuto – conserva uno spirito veterotestamentario, nel senso negativo del termine, che se lasciato a se stesso potrebbe anche condurre il musulmano a riposare – farisaicamente, per dirla con Vangelo – la propria coscienza nel solco della legge o del precetto, tranquillamente, a casa sua. Ma l’elemento universalista non glielo permette. Da questa contraddizione nascono le tensioni cicliche dell’Islam. Ora che l’universalismo proprio della civiltà cristiana – che distingue la prospettiva terrena da quella ultraterrena – si è propagato ai quattro angoli della terra, la tensione nell’Islam è al massimo. E’ il suo incompiuto universalismo che è messo alla prova: anzi, smascherato. Di qui la necessità dello sfogo millenarista, di realizzare perfettamente l’universalismo là dove ciò non è possibile: sulla terra. E’ per questo che il radicalismo islamico oggi somiglia per molti versi a quei totalitarismi che solo in una civiltà cristiana o occidentale sono concepibili.

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Prudenti più dei serpenti

Non è detto che sia proprio impossibile conciliare la schiettezza con la diplomazia, la sincerità con la politica. Si può dire sempre la verità, ma non occorre sempre dirla tutta. Una ben ponderata reticenza può essere il segno di saggezza e responsabilità. Bisogna essere candidi come colombe e prudenti come serpenti, come disse una volta per tutte il mister: ecco un insegnamento valido anche in questo campo un po’ profano. E’ perciò comprensibile che da ampia parte del mondo cattolico si mostri cautela sulle iniziative da intraprendere per fermare i tagliagole del “Califfato”. E’ meno comprensibile, però, che in tanta parte di questa ampia parte l’approccio alla questione risulti così riguardoso da sconfinare nel ridicolo.

Monsignor Mario Toso, segretario del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace, ad esempio, correndo davvero un po’ troppo, arriva a dire che bisogna rinunciare «definitivamente all’idea di ricercare la giustizia mediante il ricorso alla guerra». Definitivamente? Ma caro monsignore, questo è un sogno messianico, simile a quello di abolire il male sulla terra! Tanto è vero che subito dopo lo stesso Toso si contraddice: «Occorre», dice, arzigogolando insopportabilmente, «imboccare vie alternative: va cioè coltivata la multilateralità come via che offre maggiori garanzie di giustizia, anche nel caso che si debba attuare il principio di responsabilità di proteggere etnie e gruppi che sono minacciati di morte, come sta avvenendo in Iraq, da gruppi terroristici». Anche nel caso, cioè, «che si debba usare la forza per proteggere etnie e gruppi ecc. ecc.»: espressione di evidente e colpevole brutalità.

E che dire del Segretario di Stato Pietro Parolin? Ad una domanda del vaticanista de “La Stampa” Andrea Tornielli, sul presunto scontro tra Cristianesimo e Islam, risponde: «Io credo che sia una semplificazione. Leggevo proprio in questi giorni alcuni rapporti del nunzio in Siria, nei quali raccontava quanti musulmani soffrono per questa situazione e sono solidali con i cristiani. Quindi non si tratta assolutamente di uno scontro tra islam e cristianesimo.» Come? Prima dice che è una semplificazione; e poi, forse sentendo di aver osato troppo, di essere stato, forse, troppo possibilista, diciamo – lo diciamo o non lo diciamo? diciamo che lo diciamo – e poi, dunque, afferma che «non si tratta assolutamente di uno scontro»? Quando in realtà lo scontro è latente da più di mille anni?

E che dire poi di certi editorialisti cattolici che più che con l’Isis sembrano avercela coi “crociati” nostrani neo o teocon (a loro volta spesso candidi più delle colombe: è la loro forma, contraria, di intemperanza) colpevoli di piegare il Cristianesimo alle ragioni dell’Occidente, e anzi di identificare l’Occidente col Cristianesimo? Ma nessuno, ovviamente, si sogna di «identificare» Cristianesimo ed Occidente! Io per esempio sostengo che l’Occidente, in senso lato, è la civiltà cristiana. Ma è evidente che la civiltà cristiana non s’identifica col Cristianesimo. E’ vero piuttosto che l’Occidente è stato marchiato dal Cristianesimo: anche quando si dimostra anticristiano l’Occidente tradisce questo marchio di fabbrica. Ma adesso questi signori, pur di dare addosso ai “crociati” nostrani e a Bush, giungono perfino a rivalutare la figura di Saddam Hussein, durante il regime del quale i cristiani erano rispettati. Vero. Ma perché? Perché Saddam Hussein era un dittatore “laico”; perché era un esponente di quel Partito Ba’ath che come linee direttive aveva panarabismo, socialismo e nazionalismo arabo; partito che era stato fondato da siriani che avevano studiato in Europa; perché insomma Saddam Hussein, a suo modo, era in parte figlio dell’Occidente.

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