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Forza Italia: no a centrismi e a settarismi

Da berlusconiano sono curioso di vedere stasera cosa succede. Alfano, Quagliariello e soprattutto Cicchitto hanno le loro buone ragioni. La Santanchè è una cretina. Come ho messo in chiaro più di una volta. E penso che Sallusti sia bravo soprattutto a combinare guai. Come ho messo in chiaro più di una volta. La pitonessa ha tanto spazio sui giornali antiberlusconiani proprio perché la sinistra spera con tutte le sue forze che sia questa esaltata confusionaria a spaccare il partito. Le invettive della sinistra esaltano il suo protagonismo, ossia la lusingano, e la confermano nella sua sciocca convinzione di essere nel giusto nel momento stesso in cui questa isterica diventa strumento degli antiberlusconiani. La Santanchè, il Giornale e Libero alla fine del 2011 preferivano le elezioni al governo Monti, cioè volevano che il Pdl andasse incontro ad un bellico, eroico, ardito, definitivo e stupidissimo suicidio! Non hanno mai fatto ammenda. Quante inconfessabili speranze la stupida pitonessa pose allora nel cuore dei piddini!

E la Santanchè è quella stessa grande stratega vogliosa di rompere con Letta senza neanche aspettare il sorgere di un passabile, in termini di propaganda politica, casus belli. Voleva che il Berlusca rompesse già col suo videomessaggio. Era esattamente ciò che sperava, fortissimamente, la sinistra, che non riesce più a far digerire al suo popolo le larghe intese. Per la delusione Ezio Mauro sparò all’indomani del videomessaggio un editoriale violentissimo, poi replicato con più veemenza al momento delle ventilate dimissioni di massa dei parlamentari berlusconiani. In realtà nei giorni scorsi la sinistra ha fatto di tutto per stanare il Caimano, nulla concedendo, per poter poi dire: Caimano! Caimano! Caimano! Il vanesio Letta – il cui governo poteva avere un solo scopo: la pacificazione; il galleggiamento montiano su tutto il resto lo diedi per scontato fin dall’inizio – il vanesio Letta, dunque, ringalluzzito dalla piega degli eventi, ha fatto il bulletto col Pdl. E il Cavaliere è partito in contropiede, con foga ma non senza un disegno, per quanto assai rischioso, già impostando la campagna elettorale. Avrebbe fatto meglio ad attendere, e fare per un po’ il martire, perché in ogni caso l’assalto delle procure e la voglia di vederlo in galera dell’Italia giacobina non li puoi fermare, tanto più che la debolezza della preda eccita sempre gli istinti del branco. E poi, da martire, vincere politicamente.

Ma che tristezza vedere Quagliariello farsi imbeccare da un campione del giornalismo pavido come Stefano Folli! E che tristezza vedere lo zelo ottuso di Sallusti nell’insinuare sospetti verso i ministri dimissionari del Pdl! E che tristezza vedere questi ultimi parlare di “metodo Boffo”, cioè già usare con incredibile ingenuità il linguaggio della sinistra, ossia di Repubblica, un giornale che sull’uso sistematico e professionale del “metodo Boffo” ha costruito il suo quarantennale successo! Voglio solo sperare che suscettibilità ferite non abbiano la meglio sulla ragione: farsi strumento di operazioni centriste, credere alla favola del centrodestra rispettabile ed europeo, solo perché legittimato dalla sinistra, vuol dire davvero fare la fine di Fini.

E restiamo in attesa naturalmente dei nuovi Responsabili, questa volta omaggiati dagli osanna dei giornaloni, i quali nemmeno riescono a immaginare che in realtà la tentazione di andare subito alle elezioni a sinistra è ancora più forte che a destra.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (118)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

LA BELLA POLITICA 18/03/2013 C’è la politica e c’è la bella politica. La bella politica è chiamata così perché è una sgualdrina. Se in politica la virtù scarseggia, nella bella politica il vizio prende il nome di virtù. Per la bella politica questi sono stati giorni di sfrenato bunga bunga. Alla vigilia delle elezioni democratici e grillini se le davano di santa ragione. Tra “La Repubblica” e “Il Fatto Quotidiano” era scoppiata la guerra. Un gruppetto di intellettuali fece un appello, prontamente ornato da tante belle firme dell’Italia saccente, per l’unico voto responsabile, il voto «utile» a favore dei democratici. Lo sconcerto per lo stallo provocato dall’esito del voto durò sì e no ventiquattro ore. “La Repubblica” si mise a fare gli occhi dolci ai «fascisti». Su «Il Fatto Quotidiano» il partito dei collaborazionisti alzò la cresta. Un gruppetto di intellettuali fece un appello, prontamente ornato da tante belle firme dell’Italia saccente, ai «cari amici» del Movimento 5 Stelle per l’unica scelta responsabile, il patto per il cambiamento tra democratici e grillini. Grazie a loro Grillo riuscì a dire qualcosa di sensato. «L’intellettuale italiano» scrisse sul suo blog, «è in prevalenza di sinistra, dotato di buoni sentimenti e con una lungimiranza politica postdatata. L’intellettuale non è mai sfiorato dal dubbio, sorretto com’è da un intelletto fuori misura per i comuni mortali. Quando il pdmenoelle chiama, l’intellettuale risponde. Sempre!» Per il crinito vaffanculista ciò significa che se non riuscirà a epurare i democratici, sarà distrutto e morirà nell’ignominia come fascista. Il regista Virzì lo ha già messo sull’avviso: «Spero si voglia bene all’Italia. Chi disprezzò gli intellettuali fu Goebbels.» Questi sciagurati non si smentiscono mai. Nel frattempo Bersani si trova nei panni del Caimano di due anni fa. Ha la maggioranza in un ramo del parlamento – per miracolo, grazie allo schifoso Porcellum – ma non nell’altro. Ma è convinto di trovarla per strada, pescando tra le truppe grilline al Senato un gruppetto di ragazzotti disposti a cambiar casacca, e fra i centristi qualche anzianotto in cerca di una poltrona. Fin qui la politica di Bersani. La bella politica sta in questo: che in caso di successo questa manovra gli varrà la nomea di statista, e la pattuglia dei voltagabbana sarà celebrata come un nobilissimo gruppo di Responsabili che ha a cuore le sorti del paese. E non mancherà l’incoraggiamento affettuoso dell’Associazione Nazionale Magistrati.

ENZO BIANCHI 19/03/2013 Dunque finalmente è arrivato: abbiamo il Papa Poverello, qui sibi nomen imposuit, per di più, Franciscum! Siccome la sapienza della Provvidenza è insondabile, e il suo onnipotente braccio agisce nel mondo nella più perfetta «maturità dei tempi», io oso credere, col permesso della Provvidenza, che il Papa Poverello sia capitato tra noi dalla Fine del Mondo, frateli e sorele, anche per confondere una buona volta la schiera fatua e petulante dei fautori nostrani di una Chiesa Poverella e Rinnovata, anzi, Rivoluzionata. Tra il mare di sospirose baggianate dedicate all’elezione di Papa Francesco non poteva mancare il contribuito del priore della Comunità di Bose, il quale su “La Stampa”, con un tratto di squisita delicatezza nei confronti dei predecessori del Poverello, ha intitolato il suo pezzo così: “Il Pontefice che si è fatto uomo”. Dovete sapere che il priore è fissato con l’uomo e l’umanità, che dalla sua penna vi vengono serviti in tale abbondanza da fare dei suoi scritti una melassa umanitaria capace di soffocarvi. Oggi il suo entusiasmo è tale che negli atti e nelle parole di Papa Francesco ha scorto il segno di promesse ineffabili, perfino di carattere lessicale: «La semplicità di questo uomo e cristiano “salito sul trono di Pietro” (si può ancora usare questa espressione?) diventato vescovo di Roma…», così ha scritto nell’articolo. E che c’è di male in questa espressione? Io dico che questo è parlar chiaro. Non vi farà mica paura, bambinetti? E poi pure Gesù, che si fece uomo, e che non volle farsi Re, disse: «Tu lo dici: io sono Re.» E sulla croce dove morì, c’era scritto chiaro, tondo, e profetico, qualunque sia la ragione, anche derisoria, che guidò la mano che vergò quelle parole: «Gesù Nazareno, Re dei Giudei». Addirittura in latino, greco ed ebraico secondo il Vangelo di S. Giovanni. Regni e Troni particolari, senza dubbio. Ma Regni e Troni. Tutta roba autentica, alla faccia del pauperismo linguistico.

[(Rispondendo a un commento) E’ lei che fa confusione. Infatti io ho scritto che “Cristo non volle farsi Re” eppure disse “Tu lo dici: io sono Re”. “Regni e Troni particolari, senza dubbio”. Re non di questo mondo, ovviamente. Ma Re. E Re dei Giudei, Re d’Israele, nella sua accezione universalista, sottratta alla schiavitù del tempo e dello spazio, del “popolo salvato” nella Gerusalemme celeste. Quanto al trono petrino – lasciando stare le implicazioni derivanti dall’esistenza dello stato del Vaticano  – esso sta a indicare un primato la cui natura non contempla, nella sua essenza, interpretazioni “di questo mondo”, comprese quindi quelle democratizzanti. (Rispondendo ad un altro) Le faccio notare che questa rubrica è fatta così. Si tratta di prendere per il bavero o impallinare ogni giorno una persona. E l’unica maniera di rispettare il malcapitato è di guardarlo in faccia e parlare con franchezza, temperando il tutto, possibilmente, con un tocco d’umorismo.]

HENRY JOHN WOODCOCK 20/03/2013 Dopo il clamore della stampa giustizialista e l’arrivo in procura di Prodi, il caso De Gregorio non prometteva niente di buono per il Berlusca. Ma non avevamo fatti i conti con un fuoriclasse capace di cambiare da solo il corso di una partita apparentemente già segnata: Woodcock, il magistrato anglo-partenopeo specialista in bolle giudiziarie. Se la sinistra non l’ha mai veramente arruolato tra i suoi eroi un motivo c’è: la prudenza. E così il Gip del Tribunale di Napoli ha bocciato la richiesta di giudizio immediato nei confronti di Silvio e dei due compari De Gregorio e Lavitola, i protagonisti della supposta compravendita di senatori. Per il Gip le chiacchiere di De Gregorio sono generiche, non provano affatto l’esistenza di un “accordo corruttivo”, e le somme di danaro passategli – a suo dire – dal Berlusca per il tramite di Lavitola si potrebbero eventualmente spiegare come un finanziamento al suo movimentino politico. Magari voi pensate che per Woodcock ciò rappresenti un mezzo disastro. E’ qui che sbagliate. Per lui un mezzo disastro è una grande vittoria, visti i precedenti. Si rimetterà al lavoro più rinfrancato che mai. Ne vedremo ancora di belle.

LIDIA RAVERA 21/03/2013 Quando scrisse, insieme a Marco Lombardo Radice, “Porci con le ali. Diario sessuo-politico di due adolescenti”, romanzetto di successo grazie all’inciucio di piccanti trasgressioni giovanili e impegno politico – il progressismo del secondo nobilitava il lato bungaiolo dei primi: funzionava così anche ai tempi del “regime” democristiano che si voleva abbattere – Antonello Venditti si chiedeva se il suo compagno di scuola si fosse salvato dal fumo delle barricate o fosse entrato, pure lui, in banca. Segno che neanche allora si pativa molto a fare i rivoluzionari, se in cambio della resa – ossia se mettevate la testa appena appena un pochettino a posto – un posticino in banca vi era assicurato. Anzi, con la “lotta”, ossia col vostro manesco, noioso e vezzeggiato protagonismo vi facevate un nome. E un nome è sempre un prezioso capitale agli inizi di qualsiasi carriera: basta guardare dove sono arrivati i barricaderos. Questi contestatori a prescindere furono un concentrato di conformismo à la page, e ambizioni vere non ne ebbero mai, a parte quella di ringiovanire con la loro presenza l’establishment. E’ per questo che la nomina della scrittrice ad assessore alla cultura e allo sport della regione Lazio suona come la consacrazione – un po’ tetra, burocratica, sovietica – di tutta una carriera.

DANIELA SANTANCHE’ 22/03/2013 I marò che erano tornati una buona volta a casa tornano in India. Il governo del «qui lo dico e qui lo nego» con la sua stoltezza e la sua debolezza adesso si è fatto un altro nemico: le famiglie dei marò, oltre a quelle dei pescatori indiani. Un fiasco che vale doppio. La prima volta che erano tornati in Italia, il governo aveva accolti i marò nel più demenziale dei modi: da capi di stato. Una pagliacciata che suonava come una excusatio non petita nei confronti dei due fucilieri e che trasmetteva l’immagine di un’Italia platealmente e ufficialmente partigiana nella vicenda. Anche quello un fiasco che valeva doppio. Il colpo di mano balzano dei giorni scorsi era figlio di un machiavellismo da disperati. Non poteva che essere, pure quello, un fiasco che valeva doppio. E infatti col dietrofront di oggi è raddoppiato. Intendiamoci, il governo, mi duole dirlo, ha fatto bene: la figura di merda se l’era garantita cacciandosi in un cul-de-sac. E’ per questo che oggi non mi vergogno della combriccola montiana, nonostante il tragico umorismo di cui ieri ha dovuto per forza fare sfoggio, dopo certe ore penose, nell’assicurare famiglie fin lì troppo attonite per poter piangere che «la pena di morte era esclusa». E’ con questa battuta che il dramma vero è scoppiato. Oggi comunque me la prendo con altri campioni, pure loro doppiamente sprovveduti. Qualche giorno fa, vergognandomi per Terzi, avevo chiuso l’articoletto con queste parole: «Quand’anche la cosa fosse stata contrattata sotto banco con le autorità indiane, è una soluzione che rischiamo di pagare salatissimo in termini d’immagine. Perché in questo momento ci sono centinaia di milioni di indiani che se sospettano e brontolano contro un governo, il loro, che su questo caso si è dimostrato inetto, debole e forse corrotto, non hanno invece il minimo dubbio, e lo gridano, che l’Italia si è confermata se stessa in tutto il suo splendore: il paese dei mafiosi e dei mancatori di parola. Lo dico ai cretini che oggi hanno ritrovato l’orgoglio nazionale.» Evidentemente tra questi ci doveva essere anche l’onorevole Santanché, la pasionaria del Pdl, che ieri ha tuonato furibonda: «Vergogna! I marò riconsegnati all’India. Ma dove è finito l’orgoglio nazionale?» Ma nel cesso, cara mia, nel cesso, dove era sempre stato.

[(Risposta ai commenti, rielaborata) I marò, anche per il loro bene, non avrebbero dovuto MAI tornare a casa. Ciò è servito a ingarbugliare la vicenda a tutto vantaggio del governo indiano, che ha avuto modo di dare una prova di magnanimità che non gli costava nulla o quasi, che caricava di responsabilità (e tentazioni) l’Italia, che caricava di facili illusioni le famiglie dei marò, che distoglieva l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica dalla posizione scomoda in cui si trovavano le autorità indiane; una manovra diversiva, insomma, a tutto nostro sfavore, che toglieva ulteriore linearità e forza di pressione ad un governo italiano che già aveva tergiversato troppo e malamente, e che sul quel poco o niente di linea negoziale non aveva cercato né trovato l’appoggio della diplomazia internazionale, specie quella comunitaria. Piaccia o non piaccia, il ritorno dei marò in India serve a rimettere le cose nel binario giusto – anche se i nostri cinguettanti e fatui ministri non si sono adoperati di proposito in tal senso, a dimostrazione che a volte si fa la cosa giusta senza sapere quel che si fa – a patto che il governo abbia voglia di giocare la partita in punta di diritto sgobbando duramente sul piano diplomatico, con una sola voce e con una sola linea, come andava fatto fin dall’inizio dopo l’errore fatale dell’attracco della nave coi marò. Trattenere a casa i fucilieri ci metteva dalla parte del torto agli occhi dell’uomo della strada del vasto mondo, perché costui capisce benissimo cosa vuol dire «mancare alla parola data», mentre rinuncia perfino a tentar di capire le sottigliezze del diritto. Quanto al caso visto dal lato degli “affari” e di Finmeccanica, dico che la diplomazia che si fa sotto il tavolo rischia di essere vana se quella che si fa sopra si è squagliata e non le offre riparo. Quanto alle rodomontate dei patrioti nostrani, esse non sono purtroppo che l’altra faccia della medaglia della stessa inettitudine. O quasi, diciamo.]

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (96)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

GUIDO ROSSI 15/10/2012 Quest’anno il Nobel per la Pace è stato assegnato all’Europa. La cosa in fondo non ha fatto molto rumore. Alle stravaganze del comitato norvegese guardiamo ormai con indifferenza. La prova è che in questo stesso momento non ricordo chi vinse il premio l’anno passato… boh! Il premio all’Europa ha fatto ridacchiare molti. Altri invece si sono accodati alla retorica. Tra questi ultimi Guido Rossi, avvocato, giurista e moltissime altre cose ancora, ma soprattutto sensale d’altissimo bordo, e per questo, forse, incline a sermoneggiare. Dal pulpito de Il Sole 24 Ore ha parlato come un papa: a settant’anni di distanza «all’epopea dei militari è subentrata quella, altrettanto pericolosa, dei mercati della speculazione finanziaria, la quale sembra oggi rinverdire la paura e disseppellire tragiche passioni della memoria in una crisi senza speranza, (…) val forse la pena di paragonare l’attuale Unione europea all’Olimpo degli dei greci. Cacciato Marte (Ares), il dio della guerra, l’Europa sembra invece oggi caduta nel dominio di Mercurio (Hermes), il dio del commercio, delle comunicazioni, “predone, ladro di buoi e ispiratore di sogni”, come lo descrive l’Inno Omerico a Hermes.» Bisogna capirlo: Guido ha fatto in tempo ad essere eletto nelle liste della “Sinistra indipendente” ai tempi del PCI, e con certe pompose sciocchezze va a nozze. Le quali, suggestioni mitologiche comprese, sembrano peraltro riecheggiare certe idee maneggiate con ben altra classe e serietà da Carl Schmitt, il grande pensatore reazionario, che infatti di mestiere faceva solo quello.

I ROLLING STONES 16/10/2012 I Beatles vissero un decennio, sufficiente comunque per buttare giù una cinquantina di canzonette che girano a meraviglia ancor oggi. Come tutte le popstar furono anche un fenomeno di costume, spesso ridicolo, e tuttavia furono soprattutto un fenomeno musicale. Alla fine degli anni sessanta poterono permettersi di tirare le cuoia. I Rolling Stones invece sono sempre stati degli animali da palcoscenico, un fenomeno agonistico, il rock allo stato vitalistico, ossia quello più cretino e noioso, che molto piace ai duri d’orecchi. E’ per questo che non hanno mai potuto permettersi di morire. Ed è per questo che per festeggiare il cinquantennale del loro sodalizio hanno annunciato il loro ritorno sul palco. Quattro date tra Londra e New York (Newark) in cui li vedremo dimenarsi in carne ed ossa forse per l’ultima volta, prima di intraprendere l’unica strada che assicuri loro un futuro: quella di fantasmi del palcoscenico.

ANTONIO CASSANO 17/10/2012 Siamo tutti contenti che dopo il malanno al cuore Cassano sia ritornato quello di sempre, lo specialista delle cassanate. E’ vero anche che questa testa matta è maturata. Il ragazzo che aveva «avuto 600-700 donne», centinaio più, centinaio meno, ha lasciato il posto all’uomo che con le cassanate gigioneggia, si diverte e ci diverte. Ma ogni tanto ci ricasca. «Ho detto di no alla Juventus: mi hanno cercato tre volte, ma io non voglio andarci perché loro vogliono dei soldatini che vanno diritto, ed io invece voglio girare a destra o a sinistra, uscire dai binari se ne ho voglia.» Questo rivela oggi Antonio, apostolo della libertà e della poesia del calcio. Forse è su di giri per il fatto che sua moglie sta aspettando il secondo figlio. Sul quale ha idee chiarissime: «È una cosa meravigliosa. Speriamo sia ancora maschio per farlo giocare a pallone.» Sarà deciso in seguito in quale ruolo e con quale numero di maglia. E che non si permetta di uscire dai binari, il moccioso!

PAOLO FLORES D’ARCAIS 18/10/2012 Come dice il direttore di Micromega, l’Italia, come direbbe Giulio Cesare, «est omnis divisa in partes tres: il partito della legalità, il partito dell’impunità, il partito dei quaquaraquà». Questi ultimi, decisivi per le sorti della patria, si fanno belli col nome di moderati, passano per persone «ragionevoli», chiamano manicheismo l’amore intransigente per la legge, ma in realtà costituiscono la massa dei pavidi e degli opportunisti che tiene in vita il partito dell’impunità. Con l’inizio della rivoluzione e la liquidazione del partito dell’impunità io vi dico che l’Italia, come direbbe Paolo Flores D’Arcais, sarà divisa in due parti: il partito della legalità, detto ora rivoluzionario, e quello dei quaquaraquà, detto ora controrivoluzionario, costituito dalla massa dei pavidi e degli opportunisti, detti ora collaborazionisti e traditori. Il partito della legalità allora, per la salvezza della patria, per fare piazza pulita, per sradicare una volta per sempre la mala pianta della corruzione, non potrà che procedere con decisione contro il partito dei quaquaraquà. Sarà l’ora suprema e terribile della virtù repubblicana: perché, come diceva Robespierre, «il terrore non è altro che la giustizia severa e inflessibile. Essa è dunque un’emanazione della virtù». Ecco, a questo punto riconciliamoci tutti con l’umanità, con una bella scorreggia.

DANIELA SANTANCHE’ 19/10/2012 Nella sua intemerata contro i vertici del partito la pasionaria prima ha rispolverato la solita mania dell’azzeramento; poi la solita mania della richiesta di dimissioni; poi il solito ricorso alla Dc come emblema del marcio in politica; ed infine la necessità di una «discontinuità» con l’esperienza Monti. Come non di rado capita, i destrorsi bellicosi ed isterici cadono come polli nei luoghi comuni del sinistrismo o ne sposano involontariamente le posizioni politiche. Osvaldo Napoli, ometto garbato ma nient’affatto coglione, anzi, uno dei più svegli e in gamba del Pdl, è stato il primo a metterla in riga: «Connetta cervello e lingua prima di parlare», ha detto, con nettezza D’Alemiana. E’ stato come suonare la tromba dell’adunata: il partito si è ricompattato come non mai. Mai visti i vari Alfano, Cicchitto, Quagliarello, Gasparri, Frattini & C. così pimpanti e solidali, neanche stessero festeggiando un gol. Speriamo bene. Sempre che non si tratti di misoginia.