Libia stuprata e abbandonata

Il fallimento lo avevo messo in conto: tre anni fa, agli inizi del conflitto, quando ancora Al Jazeera e la diplomazia occidentale parlavano la stessa lingua, io avevo parlato, invece, de «l’intervento militare più cretino di questo secolo» e di «una storiaccia che non può finir bene»; ma certo un esito così disastroso, o per meglio dire, un esito così ignominiosamente disastroso, andava al di là di ogni possibile immaginazione. Non essendovi stata alcuna «primavera libica», tranne che nella testa del vanesio Bernard-Henry Lévy e del vasto popolo dei rivoluzionari da salotto, oggi non è neanche possibile intravvedere dietro la cortina della guerra per bande e del caos totale una qualche «società civile» sulla quale in un futuro più o meno prossimo rifondare una nuova Libia. Sarkozy, Cameron e Obama agirono per semplice opportunismo: scelsero di voltare le spalle al loro amico Gheddafi – amico da almeno più di un lustro – pensando di portarsi a casa facilmente un bel trofeo, di compiacere parte del mondo arabo, di estendere la propria influenza nella regione, il tutto a prezzo scontatissimo, impegnandosi quel tanto che bastava per portare a termine con successo la caccia grossa al Raìs. Il falso umanitarismo democratico che li aveva spinti ad intervenire senza costrutto, ora, quando un intervento «umanitario» assai muscolare e deciso sarebbe più che mai necessario, li spinge a mollare l’osso e ad abbandonare a se stesso un paese in macerie ed in mano non a uno, ma a orde di banditi che ammazzano con allegra ferocia «il loro stesso popolo».

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Advertisements

I trionfi della campagna di Libia

Che si stia ripetendo in Libia la tristissima parabola della primavera egiziana?

Ricorderete certo che in Egitto governò per trent’anni un grande amico dell’Occidente, l’uomo forte Hosni Mubarak, vaso di saggezza celebrato, sempre per trent’anni, dalle nostre gazzette per la sua temperata laicità e per la sua moderazione politica, oltre che per essere lo zio di Ruby. Poi tre anni fa scoppiò la primavera egiziana e nel giro di una settimana per le stesse gazzette lo zio Hosni diventò un dittatore fatto e finito. Fu una pagina vergognosa. Poi ci fu il colpetto di stato, in nome della democrazia. Poi le elezioni vinte, inevitabilmente, dai Fratelli Musulmani. Poi il governo muscoloso di questi ultimi. E poi il nuovo colpetto di stato, in nome della democrazia. Col ritorno della quale centinaia di Fratelli Musulmani sono stati condannati a morte (anche se probabilmente in appello le condanne saranno modificate, se non altro per motivi di opportunità). Il tribunale degli “Affari Urgenti” del Cairo ha intanto dichiarato fuorilegge il “Movimento 6 Aprile”, protagonista della cacciata del “dittatore” Mubarak. E ora è tutto pronto per il ritorno del Faraone, del Rais, del Boss, insomma dell’uomo fortissimo Al-Sisi, al quale le folle già tributano onori quasi divini, e al quale le nostre gazzette riconosceranno, subito dopo l’intronizzazione, un profilo di temperata laicità e di moderazione politica.

Ricorderete, invece, che in Libia per decenni governò un grande nemico dell’Occidente, il terrorista su scala industriale Muammar Gheddafi. A dire il vero per le nostre gazzette progressiste Muammar non era poi tanto malaccio: aveva il merito di essere la bestia nera di Reagan. Poi Muammar, a modo suo laicissimo e nemico degli islamisti, negoziò la sua resa all’Occidente in cambio del mantenimento del potere nel suo paese. Il patto era vergognoso ma fu siglato. I rapporti tra Libia e Occidente (e quindi Italia, soprattutto) divennero intensi e anche proficui dal punto di vista economico. Muammar divenne più strambo di Lady Gaga ma chissà perché non venne apprezzato da un mondo che è riuscito di recente ad incapricciarsi di una Conchita Wurst con la quale avrebbe potuto formare per davvero la coppia del secolo. Poi venne la primavera libica, cioè la sceneggiata degli islamisti di Bengasi capitanati dal filosofo e raffinato donnaiolo Bernard-Henri Lévy, ribelli in nome della democrazia. In loro soccorso corse l’Occidente. L’intervento fu una canagliata e una follia, certificata scientificamente dalla mancanza di qualsiasi protesta pacifista e dall’approvazione di una sinistra finalmente guerrafondaia. Muammar venne cacciato come una fiera della foresta, ucciso e la sua carcassa esposta come un trofeo. Poi furono due anni di caos e anarchia. Adesso la situazione sembra chiarirsi. Un vecchio generale ex gheddafiano, Khalifa Haftar, per vent’anni in asilo politico negli Stati Uniti, ha riunito attorno a sé le milizie laiche anti-islamiche, ed è ad un passo dal solito colpetto di stato, che se avrà successo a naso sarà benedetto dall’Occidente, in nome della democrazia, s’intende, specie se Haftar saprà tenere unita la Libia col pugno di ferro alla stregua di Gheddafi.

Quello che scoccia è che dopo tutto il casino combinato Sarkozy, Cameron e Obama non abbiano ancora detto una parolina di scusa. Del tipo: siamo stati fessi. Almeno quello. Quanto a Bernard-Henri Lévy le scuse non basterebbero. Io lo prenderei per un orecchio, lo denuderei, gli taglierei i capelli a spazzola, lo costringerei con l’aiuto di qualche aguzzino, e dopo qualche ragionevole e meritata tortura, a mettersi un paio di jeans larghi col risvolto, una felpa, un paio di sneakers fosforescenti ai piedi e un cappellino da baseball in testa. Certo l’uomo in bianco e nero soffrirebbe enormemente. Ma per lo shock potrebbe anche guarire e tornare ad essere un uomo normale.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Crisi libica: l’isolamento di Obama, Cameron e Sarkozy

La crisi libica rischia di avere un significato molto più importante di quanto la modesta portata del conflitto potrebbe far pensare. Era stato il vostro tuttologo di sfiducia ad anticiparlo tre settimane fa. Son cose che riescono più spesso ai dilettanti che godono il privilegio di spararle grosse in perfetta libertà, che alle ammosciate penne dei grandi giornali, le quali, si sa, hanno una reputazione da difendere. Ecco qua comunque la profezia:

Sarkozy e Cameron non si rendono conto che il loro maldestro intervento nel sanguinoso pasticcio libico consentirà non solo alla vecchia Russia, ma anche ai nuovi giganti che si stanno affermando nel mondo, alla Cina, all’India, al Brasile, di testare sulla scena internazionale il peso politico della loro influenza. Potranno farlo con più forza assieme, e faranno proseliti, perché titilleranno i sogni di revanscismo anti-occidentale sempre latenti a livello globale. E purtroppo questa volta avranno anche le loro buone ragioni.

Un intervento sconclusionato, non di rilievo veramente strategico, giacché Gheddafi si era già “arreso” all’Occidente, nel quale la manifesta pretestuosità dei motivi umanitari e “democratici” (su questo non mi ripeterò) si sposava alla mancanza di perentorietà e di forza nell’azione militare. Il velleitario Sarkozy ha sbagliato, anche se per motivi opposti, dove sbagliò pure il velleitario Chirac ai tempi della seconda guerra del golfo: nella sopravvalutazione del peso della Francia nel contesto internazionale dopo il crollo del blocco sovietico e nella sottovalutazione di quello dei paesi emergenti. Allora fu De Villepin a cercare d’ingraziarseli e di cooptarli in funzione antistatunitense con un famoso discorso all’ONU che ebbe molti applausi, ma che certo non diede alla Francia la leadership sperata. Questa volta Sarkozy, nonostante la cortissima coperta della risoluzione ONU, sperava nella regola del silenzio/assenso. Il guaio è che ha trascinato nell’errore i due bambolotti che guidano gli Stati Uniti e il Regno Unito.

E così l’altro giorno, dopo che già l’Unione Africana aveva sostenuto la necessità di un dialogo fra il governo libico e gli insorti, al vertice di Sanya (Cina) i BRICS – Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa, un imponentissimo pezzo di demografia, territorio ed economia mondiale – si sono dichiarati contrari all’uso della forza per risolvere la crisi in Libia e hanno criticato i bombardamenti della Nato. Posizione che ha incassato subito l’approvazione del vicario apostolico di Tripoli, Giovanni Innocenzo Martinelli, il quale, dopo aver ribadito all’agenzia vaticana Fides la necessità di una forma di diplomazia “che rispetti la realtà libica” – parole misurate ma già assai significative – ha detto: “In questo senso ho apprezzato la posizione dei BRICS. Mi sembra molto saggia perché privilegia l’azione diplomatica sull’uso della forza”. Subito dopo Obama, Cameron e Sarkozy hanno replicato congiuntamente in un articolo pubblicato su quattro quotidiani – Le Figaro, The Times, The International Herald Tribune e Al-Hayat – con quella che sembra insieme una dichiarazione d’impotenza, una richiesta di comprensione all’opinione pubblica mondiale e una excusatio non petita: “Non si tratta di spodestarlo con la forza”, si legge nell’articolo, “ma è impossibile immaginare che la Libia abbia un avvenire con Gheddafi”, e “che qualcuno che ha voluto massacrare il proprio popolo giochi un ruolo nel futuro governo libico”.

La realtà che invece nessuno poteva immaginare fino a qualche mese fa è che i tre moschettieri si sarebbero cacciati in un cul-de-sac dal quale molto difficilmente usciranno vincenti. Di volenterosi entusiasti non se ne vedono all’orizzonte, a parte il Qatar, nota potenza in grado di spezzare le reni ai castelli di sabbia del deserto arabico, mentre i paesi europei si sono tutti imboscati. Questa operazione “troppo facile” all’inizio per essere non tanto disinteressata, che sarebbe stato chiedere davvero troppo, ma almeno inquadrabile in un giustificato, responsabile, condiviso disegno strategico occidentale; quest’impresa guerresca troppo facilmente trascurata dalle orde dei pacifisti; questa missione civilizzatrice troppo facilmente benedetta dai media nel nome di una insostenibilmente facile retorica democratica; insomma, questa cavolata bella e buona non trova solidarietà in Occidente perché puzza di falso lontano un miglio. Ma intanto è andata avanti, senza che si veda la minima luce in fondo al tunnel. Operazioni di terra senza l’appoggio di una nuova (e impossibile nel senso auspicato dai tre) risoluzione ONU, oltre che difficilmente accettabili dalle opinioni pubbliche europee ed americane, apparirebbero come una prova della protervia dell’Occidente: e nella storia, si sa, quanto più un re per il resto debole, “illuminato” e conciliante s’impunta, tanto più facilmente si manifesta l’odio contro di lui. Perfino una riuscita operazione d’intelligence volta all’eliminazione fisica di Gheddafi appare a questo punto come un grande azzardo: la vicenda è oramai di tale chiara lettura che nessun velo d’ambiguità potrebbe metterla al riparo dalle reazioni di mezzo mondo.

Incaponirsi in questo imbroglio come per adesso mostrano di voler fare, a parole, i tre vanagloriosi moschettieri – e il Consiglio Nazionale di Transizione Libico, il cui jusqu’au-boutisme, per dirla alla francese, così anche BHL capisce, non sembra molto più sensibile di quello dei fedeli del Raiss alle sofferenze del “popolo libico” – rischia di fare solo danni. Berlusconi finalmente si è mosso, dicendo chiaro e tondo che l’Italia non parteciperà ai bombardamenti, mettendo così fine ai tentennamenti del ministro degli esteri e all’inopportuno attivismo pro-ribelli dell’assai garrulo portavoce della Farnesina Maurizio Massari. Sullo sfondo, per l’Italia (e per la Turchia) un non impossibile ruolo di mediazione se saprà farsi avanti al momento giusto, da capitalizzare, come indennizzo, nel dopoguerra.

Questa contenuta ma ferma alzata di scudi dei BRICS è solo la prima manifestazione di quello che sarà uno scontro/confronto ineludibile nel XXI secolo. Conosciamo benissimo l’enormità dei danni collaterali che l’avvento dei tempi di democrazia ha causato in Europa nell’ultimo quarto di millennio: i totalitarismi, per esempio, versione illiberale dell’universalismo che è proprio della democrazia, o i nazionalismi aggressivi che scaricano all’esterno la pressione derivante dalla difficile gestione delle istanze democratiche di massa al proprio interno. L’Occidente ricco e maturo si confronterà e si scontrerà a lungo con un mondo in tumultuoso sviluppo economico ma democraticamente ancora immaturo, prima che quest’ultimo diventi, anch’esso, “Occidente”. Dispiace che l’esordio veda l’Occidente dalla parte del torto. Ma a parte questo piccolo dispiacere, sicuro che agli spiriti più perspicaci il succo nobile ed elegante di tutta la faccenda non sia sfuggito fin dall’inizio dell’articolo, son pronto tuttavia a ribadirlo ai più tardi di comprendonio. Ed è questo: IO L’AVEVO DETTO.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Crisi libica: Silvio, è ora di muoversi

Avete notato? I bollettini di guerra che arrivano dalla sponda sud del Mare Nostrum oramai sono stati derubricati a notizie di seconda e terza fila. Leggo per esempio sul sito internet del Sole24Ore: “La tensione resta altissima in Libia”. Tensione? Che razza di titolo è per una guerra? La ragione di questa retrocessione è semplice: ci si annoia. Infatti, a parte qualche sfortunato che ci rimette ogni tanto la pelle, e che anche dopo morto si chiede perché cavolo è toccato proprio a lui di dire addio alla parabola terrena in una farsa di guerra e non in una guerra vera; a parte le continue lagne dei partigiani bengasini che ancora si chiedono perché i loro liberatori occidentali avessero promesso che, niente paura, ci capiamo, siamo fra uomini, voi ci mettete la faccetta olivastra e i moschetti dell’era giolittiana, anche per la gioia dei nostri pubblicitari, e al resto pensiamo noi, e ora invece non si fidano neanche di mettere la loro faccetta bianca fuori della carlinga degli aerei; a parte questo, non succede un bel niente: le sabbie mobili e infuocate del deserto hanno inghiottito tutto, compreso l’imbarazzo di chi ha promosso questa mattana, e di chi l’ha applaudita.

L’Italia ha cercato di resistere ai diktat franco-britannici-americani, ma non ha resistito abbastanza. Riconoscere ufficialmente il gruppetto bengasino come “unico” rappresentante della nuova Libia ed accettare la pregiudiziale della dipartita di Gheddafi sono state due sciocchezze che ci hanno tolto importanti munizioni diplomatiche da gestire in proprio, tanto più che la risoluzione ONU non le contempla affatto, tanto più che fin dall’inizio hanno sbattuto contro la realtà dei fatti, e tanto più, infine, che vanno con ogni probabilità contro i nostri interessi. Domani (martedì) il capo del Consiglio nazionale di Transizione di Bengasi, Mustafa Abdul Jalil, sarà a Roma dove incontrerà Frattini, Napolitano e in serata Berlusconi. E’ meglio che il presidente del consiglio metta la museruola a Frattini e non prometta un bel nulla. Il 14 aprile al Cairo ci sarà poi una conferenza internazionale sulla Libia con la partecipazione dell’ONU, la Lega Araba, l’Unione Africana e l’Organizzazione della Conferenza Islamica. Nel frattempo è sempre più chiaro che i giovanotti che hanno combinato la frittata, Sarkozy, Cameron & Obama, non hanno la più pallida idea di come venirne fuori. Soprattutto il primo, che ha scommesso sulla “virtù” di un machiavellismo a costo zero, tanto pensava facile la partita, e invece si ritrova con un’altra rogna dopo quella in Costa D’Avorio, dove l’unilateralismo “democratico e umanitario” francese ha aggravato più che composto gli odi fra le fazioni in quella che è ormai una guerra civile.

La verità è che giorno dopo giorno il colonnello sta ridiventando un “interlocutore”. Dirlo non si può. Ma tenerlo a mente è un dovere. La posizione dei paesi occidentali si sta indebolendo a vista d’occhio. E questo non può sfuggire all’attenzione delle potenze emergenti. Prima o dopo, se non sarà l’Occidente a prendere atto della situazione di stallo, saranno esse, incoraggiate, a farsene interpreti. Le prime avvisaglie ci sono già: mentre l’Unione Africana chiede l’immediata cessazione delle ostilità allo scopo di promuovere un dialogo tra il Consiglio di Transizione e il governo di Gheddafi, la Lega Araba, per colpire al fianco l’Occidente, e per saggiarne la “correttezza democratica”, ossia per rispondere alla demagogia con la demagogia, chiederà all’ONU di imporre una no-fly zone su Gaza per l’aviazione israeliana.

Se il regime change non si vede neanche col binocolo, l’Italia ha tutto l’interesse di anticipare con una propria iniziativa questo change of strategy. Nonostante le posizioni fin qui a malavoglia assunte, ne ha il diritto. In forza dei danni che il nostro paese continua a subire nell’indifferenza ostentata dall’Europa, e in forza dell’impotenza di chi questa guerra ha voluto. Sarebbe il colmo doversi adeguare ad un change of strategy che silenziosamente incombe – dopo aver avuto ragione, aver obbedito per causa di forza maggiore alle ragioni dell’alleanza, essersi letteralmente imbarcati in un mare di guai – senza coglierne i frutti.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Gli inutili idioti dell’internazionale democratica

Ai tempi della guerra fredda, quando, col mondo diviso in blocchi, ogni conflitto locale aveva valenza strategica, i progressisti – senza neanche parlare dei rossi di qua della cortina di ferro – erano fautori di una politica di delicatissima circospezione nei confronti dell’orbe comunista. Caduto il muro, sono divenuti in tempo relativamente breve i più pedanti censori delle insufficienze delle nuove democrazie dell’ex blocco sovietico. Abbastanza concilianti e comprensivi ai tempi del Moloch comunista, non riescono a perdonare ai nuovi arrivati neanche il minimo difettuccio. Il punto comune fra i due contraddittori atteggiamenti è questo: il rischio è nullo, e vi s’intravede la possibilità di guadagno. La Russia, per quanto brutta per i nostri schizzinosi standard liberal-democratici – e tuttavia in armonia coi suoi precedenti storici, il cui rispetto è imprescindibile se non si vuole costruire uno stato “liberale” sulla sabbia dell’astrattezza dei principi – è mille volte più libera e florida e meno minacciosa di quella brezneviana, per non parlare di quella staliniana, ma a costoro non importa un piffero: denunciare l’autocrazia putiniana come il peggiore dei mondi possibili è lo sport preferito dalle solite e abbastanza mafiose compagnie di giro politicamente corrette.

Analogamente, al tempo degli interventi in Iraq e Afghanistan, i quali, al netto degli orpelli retorici tirati fuori per giustificare la scelta di dirigere l’azione militare proprio contro questi due paesi, preservavano tuttavia il significato “morale” di un’accettazione globale, e quindi strategica, della sfida con l’estremismo islamico da parte del mondo libero, i progressisti si distinsero soprattutto per i distinguo, nel migliore dei casi, giacché in tutti gli altri casi andarono ad ingrossare le fiumane dei pacifisti. Ora che il braccio di ferro con l’Occidente sta producendo vaste crepe all’interno del mondo islamico, perché il tempo lavora contro le sue strutture sociali, così come lavorava contro quelle del mondo comunista, e la minaccia sembra svaporare, i progressisti sono stati i primi ad abbracciare acriticamente i protagonisti delle insorgenze “democratiche” nel mondo arabo, e ad incitare al tirannicidio.

A dar loro man forte, disgraziatamente, certo mondo conservatore che si distingue per l’intransigente occidentalismo, ma che spesso, guarda caso, è di provenienza radicaleggiante se non marxista. E purtroppo alla ristrettezza di visione degli ideologi della democrazia si è aggiunta quella degli assertori, altrettanto ciechi, della politica degli interessi. La “politica degli interessi” gabba le menti degli ingenui meno frequentemente di quella intrisa di sfatto umanitarismo. Ma le gabba. L’egoismo è un disordine morale che annebbia la mente. Vale anche per gli stati. Più una politica degli interessi è lungimirante e meno è immotivatamente conflittuale. La storia ha dimostrato che queste due ristrettezze di visione convolano a nozze spessissimo.

I cattivi risultati di una politica spregiudicata rivestita di umanitarismo li abbiamo già visti sul fronte ex comunista, in Ucraina e in Georgia. Della prima, invece di tutelarne con fermezza e discrezione un autonomo sviluppo democratico, forzando la storia si è tentato di farne una nazione più “europea” che “russa” – il che è una barzelletta – col contorno di inutili e provocatori, al momento, progetti di adesione alla NATO. L’esito è stato quello che di aver diviso ancor di più un paese storicamente irrisolto, e di aver reso manifesta la debolezza europea e americana in loco nei confronti di Mosca, che solo un sognatore poteva immaginare restasse passiva. Stesso errore in Georgia dove l’incondizionato ed acritico appoggio anglosassone ha spinto Saakashvili alle guasconate delle sue iniziative politico-militari contro le repubbliche secessioniste di Abkhazia e Ossezia del Sud, schiacciate da Mosca – che non attendeva altro – con irrisoria facilità, alla faccia dei potenti ed inerti alleati del presidente georgiano.

La crisi libica è la più ambigua di tutte quelle che stanno mettendo sottosopra il mondo arabo. Quella in cui la piazza pubblica ha avuto il ruolo minore. Quella in cui il carattere tribale e bellico si è manifestato fin dall’inizio. Enorme “scatolone di sabbia” abitato da qualche milione di abitanti lungo la costa mediterranea, la Libia è un paese relativamente prospero. “Stato canaglia” per decenni, e con merito indubbio, il paese da una decina d’anni stava uscendo dall’isolamento, con la fine del periodo delle sanzioni, con la ripresa delle relazioni diplomatiche col Satana Americano, con una fitta rete di accordi siglati coi paesi europei allo scopo di potenziare le infrastrutture del paese e diversificare la propria economia. Mai la Libia era apparsa così “vicina” all’Occidente come nei giorni precedenti la rivolta. Eppure proprio contro il regime libico ad un certo punto l’anatema è scattato compatto e potente. Quasi a freddo. La strumentalità della retorica democratica e umanitaria è parsa pacchiana fin dall’inizio, troppo, e troppe le pianificate esagerazioni per non nascondere il fatto che la Libia era diventata l’oggetto di appetiti differenti ma unidirezionali. Che sia così lo dimostrano infallibilmente i babbei della sinistra di casa nostra, nota in tutto il mondo per non indovinarne una da sessantacinque anni, che hanno sposato diligenti la causa dell’intervento franco-britannico. Che non è né umanitario, né lucidamente machiavellico. E’ solo il frutto di una visione ristretta e perciò non avrà successo. Sarkozy e Cameron non si rendono conto che il loro maldestro intervento nel sanguinoso pasticcio libico consentirà non solo alla vecchia Russia, ma anche ai nuovi giganti che si stanno affermando nel mondo, alla Cina, all’India, al Brasile, di testare sulla scena internazionale il peso politico della loro influenza. Potranno farlo con più forza assieme, e faranno proseliti, perché titilleranno i sogni di revanscismo anti-occidentale sempre latenti a livello globale. E purtroppo questa volta avranno anche le loro buone ragioni. Intanto il Vaticano ha cominciato a far sentire la sua voce. Berlusconi ha rimesso in riga Frattini, troppo acquiescente inizialmente verso le posizioni franco-britanniche, e cerca sponde con Germania e Turchia, e ciancia vagamente di ecumenismo tribale. Ma sta solo aspettando il momento giusto, l’intervallo di tempo tra l’arenamento dell’offensiva dei “ribelli” e l’irrompere nella scena diplomatica dei nuovi colossi, per una non impossibile zampata che riporti l’Italia ad avere un ruolo di protagonista attivo nella crisi libica.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (14)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

GIULIO TREMONTI 21/03/2011 Essendosi dato da lunga pezza alle profezie, scruta infaticabile i segni dei tempi. Ne ha scoperto uno, finalmente, nel (mancato) disastro nucleare di Fukushima. E’ un ammonimento divino. Che lo sia ne è pegno l’idea divinamente balzana che gli ha folgorata una mente già abbondantemente provvista di una sua allarmante luminosità: il debito nucleare, ossia il prezzo da pagare per lo smantellamento degli attuali impianti. Non avendone manco uno straccio, e sommandosi al debito privato relativamente modesto dei suoi cittadini, l’Italia passerebbe automaticamente al numero uno nella classifica dei paesi con le finanze più virtuose. Nonostante il debito pubblico da incubo. Certo che è forte, il nostro Giulio. Una cannonata. E chissà cosa combinerà quando si dedicherà con più convinzione all’interpretazione del volo degli uccelli o all’aruspicina, che da noi ha nobilissime tradizioni etrusche.

IL CORRIERE DELLA SERA & C. 22/03/2011 Apocalisse doveva essere e Apocalisse non è stata. Con grande scorno dei media di casa nostra, che ora, indispettiti dal coitus interruptus nucleare, si attaccano oscenamente al fumetto del reattorino, che chissà, qualche bello scoppietto potrebbe pur annunciare; alle irrilevanti tracce di iodio 131 trovate nei fuggitivi dal paese del Sol Levante, convocati a forza negli ospedali di casa nostra al solo scopo di dare corpo alle ombre, o per giustificare burocraticamente l’imbecillità; al nuovo allarme, provvidenziale, quello sul cibo, lanciato a causa dell’insalatina un po’ radioattiva – almeno quella, per fortuna – raccolta, guarda un po’, non lontano dalla centrale di Fukushima; agli scaffali vuoti dei supermercati, che invece sono pieni; alla Tokyo spettrale e vuota che invece è solo lo spettro di un delirio collettivo; alle “grandi fughe” verso il sud del Giappone che stanno solo nell’immaginazione di reporter dediti alla causa, pronti a fare di uno cento, anzi, un milione, pur di solleticare le paure e il voyeurismo macabro del volgo della penisola. Una farsa, vile, recitata al cospetto di ventimila silenziosi cadaveri, e mezzo milione di sfollati da sfamare e mettere al riparo.

(P.S. Ricordate la storiaccia dell’ambasciatore italiano che telefona “all’ultimo italiano rimasto a Tokyo”, pregandolo di “scappare”, che mi ha fatto imbestialire qualche giorno fa? A quanto pare è una bufala. L’articolo apparso nel sito internet del Corriere è stato modificato, probabilmente in seguito alle rimostranze di qualche italiano residente a Tokyo: Peppe il pizzaiolo non è più “l’ultimo”, ma “uno degli ultimi” e si menziona “una smentita delle fonti consolari di Tokyo”. E allora mi scuso con l’ambasciatore e mando, se ce ne fosse ancora bisogno, ancor più volentieri il Corriere a quel paese.)

GIOVANNI VERONESI & PAOLA CORTELLESI 23/03/2011 Stufo di manuali d’amore, il regista si butta sul sociale. Non sul sociale triste, abbacchiato e grigio del missionario della settima arte. Ma sul sociale che tira, quello che titilla il pubblico: per esempio il fenomeno delle aspiranti veline. Mica scemo il ragazzo. E mica scema la ragazza, la Cortellesi, che per sfondare al botteghino si è trasformata in escort: per disperazione, ma in escort, mica in ladra. Il che dimostra che si può benissimo parlare alla pancia del paese: basta essere furbi, ed ammanicati con la società civile.

NICOLAS SARKOZY & DAVID CAMERON 24/03/2011 Esiste una virtù, sempre trascurata, che si chiama temperanza. Vale per gli uomini. Vale pure per le nazioni. E’ una virtù, perché è figlia di una visione complessiva delle cose. Senza quella, la logica degli interessi diventa ottusa. Il realismo si muta in furbizia ed opportunismo. Senza quella, la retorica democratica e umanitaria suona come una moneta falsa. La morale si degrada a farisaica self-righteousness. Visioni parziali conducono a vicoli cechi. Dio ci conservi i vecchietti, se i “giovanotti” son questi.

SABINA GUZZANTI 25/03/2011 Vogliono un’Italia diversa da quella gretta e cafona che pende dalle labbra dell’imbonitore di Arcore. Poi si fanno infinocchiare come babbei accecati da una volgarissima sete di denaro dagli imbonitori di finanziarie che promettono lautissimi guadagni investendo in obbligazioni di una società con sede nello Stato Libero di Eldorado, ossia il Lussemburgo. Il che dimostra che per fortuna agli italiani, quando tocca loro di scegliere, un certo sesto senso non manca.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (11)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

DAVID CAMERON 28/02/2011 Ha avuto il fegato di lamentarsi di Larry, il gatto giunto tre settimane fa a Downing Street per far strage di topi nella residenza del primo ministro. Che i topi la bazzichino è uno di quegli ammuffiti misteri che rendono morbosamente fascinosa la nebbiosa patria di Sherlock Holmes. Il gattone sonnecchia, anche se le unghiate contro gli estranei hanno dato ampia prova dei suoi aggressivi ed intatti istinti felini. Ma ratti e topolini non gli fanno proprio un baffo. Io proverei con una soluzione elementare, miei cari Watson: tenerlo a stecchetto. Così li assassina e se li rosicchia fino all’ultimo tendine ed ossicino. Pulizia completa. Al massimo qualche codina sparsa qua e là come scalpo, a prova della sua efficienza. Gli addetti ai lavori dicono invece che bisogna pazientare. Che deve ambientarsi. Ma certo. Vedrete, vedrete. In capo ad un mese Larry si divertirà un mondo a giocare al gatto col topo con le sue vittime, con corse indiavolate dal salotto alla cucina, dalle camere al bagno, prima di uncinarle vittoriosamente, e cominciare pigramente a torturarle. L’indolente piacere del micio durerà mezz’ora, poi il colpetto finale. A quel punto scoccherà l’ora dell’attenta opera di scarnificazione. Quel tanto che basta per tingere di rosso il dramma, il tocco da maestro con cui Larry lo Squartatore firmerà i suoi capolavori. Allora non resterà altro che scegliere il posto dove collocarli: sul tappeto del tinello più importante del Regno Unito, o nello studio, sul tavolino dove giacciono carte di capitale importanza, o, segno di supremo affetto, sul letto matrimoniale, magari sotto le coperte. Nell’eccitazione del trionfo Larry farà pure una pisciatina proprio su quell’angoletto del salotto dove riposano di solito le auguste chiappe degli ospiti che vengono dai quattro angoli del mondo. Soddisfattissimo, a quel punto si farà una beata dormitina. Così David sarà contento.

CESARE ROMITI 01/03/2011 Ha passato una vita ai piani altissimi della Fiat, quando questa dava del tu allo stato, e con stile felpato parlava a chi di dovere attraverso le sue gazzette ufficiali di Milano e di Torino, e l’Avvocato folleggiava con signorile e ultraprotetta discrezione con una femmina dopo l’altra. Insomma ne ha viste di tutti i colori nelle stanze ovattate del potere. Da vecchio, potrebbe riderne. E farci sorridere. Invece moraleggia. Tristo tristo. E si appella ai giovani perché non mettano a tacere la propria coscienza: “I giovani hanno una sensibilità grandissima. Quando qualcosa non va lo dovrebbero dire. Oggi abbiamo perso un sentimento che è quello della vergogna. Non ci vergogniamo più”. Non sia così categorico. Così pessimista. Non disperi. Ogni tanto invece la forza di vergognarci la troviamo: dei parrucconi senza vergogna, per esempio.

ANDREA MOLAIOLI 02/03/2011 Per il suo secondo film, “Il gioiellino”, si è ispirato alla vicenda Parmalat, muovendosi “nel solco del nostro cinema d’impegno civile”. Per fortuna che ce lo ha detto in anticipo. Pericolo scampato.

SILVIA AVALLONE 03/03/2011 La scrittrice ce l’ha col conformismo. Col conformismo, e ti pareva. E crede che anche gli ultimi scandali – gli ultimi scandali, e ti pareva – che hanno avuto al centro il rapporto tra la figura femminile e il potere – Ruby & Silvio, e ti pareva – hanno radice proprio nel conformismo. E questo perché non c’è più la forza di essere trasgressivi. La forza di essere trasgressivi, e ti pareva. Le piace la trasgressione nella misura in cui – nella misura in cui, e ti pareva – aggiunge il nuovo; nella misura in cui crea il sospetto di un’alternativa – un’alternativa, e ti pareva – che in qualche modo – in qualche modo, e ti pareva – distrugge la possibilità di un totalitarismo – che fa rima con berlusconismo, dico io – di tipo culturale. E magari queste fruste boiate, che bivaccano, mutatis mutandis, nella bocca della meglio gioventù benissimo pensante e sontuosamente integrata da almeno mezzo secolo, le scrive pure, la scrittrice. Non mi parrebbe affatto strano.

CARLO DE BENEDETTI 04/03/2011 Il nome gli è venuto in mente solo perché da molto tempo il sogno proibito ma niente affatto segreto del Partito di Repubblica è di commissariare la democrazia italiana. Fatto sta che per battere quella macchietta che ha fatto dell’Italia una barzelletta il primo dei democratici propone alla sinistra una figura dal profilo esattamente opposto, l’ex commissario europeo Mario Monti: un tecnico prestigioso, un altissimo e rispettato funzionario, un uomo uso a misurare le parole, contegnoso, irreprensibile, serio. Insomma, un professore perfettamente imbalsamato e perfettamente innocuo. Una macchietta. Seriosa però.