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Eco e gli imbecilli

C’è sicuramente molto di vero nelle parole pronunciate da Umberto Eco qualche giorno fa all’Università di Torino, in occasione dell’ennesima laurea honoris causa (sono ormai una quarantina, ed è proprio per questo che molti ormai sospettano – a ragione – che il merito non c’entri un bel nulla). «I social media», ha detto quest’arida e speciosa istituzione vivente della cultura italiana, «danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli.» Anch’io anni fa, per esempio, sentendomi prontissimo per la gloria imperitura, aprii un blog e cominciai fin dal primo giorno a spararle grossissime, senza mai poi pentirmene. C’è piuttosto da capire perché Eco abbia messo tanta enfasi nell’esprimere un concetto che in sé non è altro che una banalissima constatazione; insomma, per dirla con gli imbecilli: e allora?

Per molti versi la questione social media somiglia alla vecchia questione democrazia. Da una parte la democrazia viene vista come giusta in quanto espressione e sbocco politico inevitabile di diritti naturali universalmente riconosciuti. Dall’altra la democrazia spaventa per la sua volgarità. Non un bieco reazionario, ma uno spirito fine e liberale come Stendhal, senza averla mai vista di persona, già paventava 180 anni fa il clima gretto e soffocante della democrazia di tipo statunitense, da lui descritta come tirannia dell’opinione pubblica. Ed è un fatto che il suffragio universale ha dato la possibilità di voto non solo a milioni d’imbecilli ma perfino alle donne, disgrazia di cui nemmeno i lunghi anni di apprendistato del suffragio ristretto, vera e propria era di transizione tra i regimi aristocratici e quelli democratici propriamente detti, hanno potuto limitare i danni in maniera accettabile. Col senno di poi, agli occhi del saggio conservatore quest’era pedagogica di transizione non ha potuto che apparire troppo breve.

Ma Umberto Eco non è un saggio conservatore. Al contrario, come i suoi scalmanati sodali di “Libertà e Giustizia”, è un fanatico della democrazia. Il saggio conservatore non idolatra la democrazia, ma è capace di apprezzare quest’approdo con l’equilibrio interiore di chi arriva all’agiatezza e alle sue trivialità senza esserne sedotto. Il tanfo emanato dalla democrazia, che è la sua fragranza naturale, lo rassicura anzi sul suo buono stato; una democrazia perbene, parlando da un punto di vista sociologico, è come la bella politica invocata dagli sciocchi o dagli imbroglioni: una cosa contro natura e fortemente sospetta. Il democratico da operetta ama invece la democrazia come un padre-padrone ama il proprio figlio, ossia finché gli obbedisce, lo compiace o non lo delude: dopodiché lo ammazza o lo rinnega.

La verità è che i demiurghi alla Eco amano la democrazia immatura, l’amano fin quando s’immedesima in una piazza popolata da minoranze militanti, capace d’intimidire e di mettere il popolo variegato degli imbecilli davanti al fatto compiuto. E questo vale anche per le piazze mediatiche create dai social media, strumenti benedetti finché servono a raggruppare i firmaioli compulsivi tanto amati dal milieu democratico-progressista, e maledetti quando, con la forza primigenia della vegetazione equatoriale, l’Anonima Imbecilli viene a soffocare democraticamente gli impulsi oligarchici degli amici di Eco.

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Vitalità dell’Islam? No, convulsioni

Nel web gira una mappa che rivelerebbe i grandiosi progetti del nuovo Califfato che ha visto la luce recentemente tra Siria e Iraq. In essa è compresa buona parte dell’Africa (da quella mediterranea in giù fino all’altezza, circa, del Camerun sull’Oceano Atlantico e del nord della Tanzania su quello Indiano); la penisola arabica, la Mesopotamia, l’Iran, il Pakistan, l’Afghanistan, la Turchia, il Caucaso e parte della Russia fino al limite settentrionale del Mar Caspio, e tutta la vastissima regione turco-asiatica, fin dentro l’attuale territorio cinese; la penisola iberica; i Balcani e l’Austria. In sostanza, con l’eccezione dei paesi musulmani dell’Estremo Oriente, essa non è tanto la mappa dell’Islam al momento della sua massima espansione, ma piuttosto la somma virtuale di tutte le conquiste territoriali dell’Islam di tutti i tempi. Faremmo un errore perciò nel vedere in essa solo un folle progetto, o un sogno di Reconquista: per i fanatici dell’Isis, in profonda sintonia però con lo spirito islamico, questa mappa prima di tutto corrisponde già ora al Califfato. Se una zolla di terreno entra nel recinto dell’Islam non può più uscirne: è terra consacrata una volta per tutte. Dalla dār al-Islām non si torna indietro. Questo perché l’universalismo e il monoteismo cristiano non servirono a Maometto per distinguere la sfera civile da quella religiosa, come accadde nel pagano mondo greco-romano, ma per legarle definitivamente, per assolutizzare e rendere sacra la sfera civile, cioè la terra. Maometto ha legato i destini della Gerusalemme Terrena e di quella Celeste: morta l’una, morirà anche l’altra.

Invece il Cristianesimo, proprio perché ha purificato il concetto di sacro, ha una forte carica dissacratoria. Nell’antichità questa cosa era sentita istintivamente, e probabilmente anche oggi fuori del mondo cristiano-occidentale. Col Cristianesimo compare un Dio finalmente personale e perciò universale. Ciò implica la desacralizzazione di qualsiasi autorità terrena, e insieme di ciò che essa rappresenta, un popolo, una tribù, uno stato. Il politeismo e i sacrifici di animali (frutti di un oscuro senso di colpa) furono un percorso di avvicinamento a questa purificazione. Nello stesso tempo il monoteismo del popolo cui parlò il Dio della Rivelazione era ancora rinchiuso – come nel grembo di una madre, per così dire – nel pregiudizio etnico. La comparsa del Dio-Uomo non rinnega, ma perfeziona, completa, compie questo percorso e perciò ne abolisce i caratteri. L’uomo viene restituito alla divinità. Ancorché in esilio, egli si riconcilia con l’Essere, cui appartiene. Rimane soggetto al Divenire, alla dimensione del tempo e dello spazio, ma non ne è più schiavo. Da esso non è più assorbito. Non c’è più né Giudeo né Greco: ma questo, in senso lato, riguarda tutti i popoli, non solo Israele.

Questo non vuol dire che il Cristianesimo abbia abolito i popoli: semplicemente li ha consegnati al secolo. Il Cristianesimo non rifiuta la storia, ma dà al secolo ciò che è del secolo. La secolarizzazione (quella vera e buona) è figlia sua. E solo con la secolarizzazione si può parlare di una Legge Positiva vera e propria (anche se essa già veniva adombrata nella Legge Mosaica intesa in senso stretto, distinta dal Decalogo). L’elastico rapporto tra la Legge Morale e la Legge Positiva definisce il campo delle libertà civili della civiltà cristiana/occidentale. L’espandersi della libertà individuale, che è naturale, tende sempre ad accompagnarsi alla trasgressione e alla negazione della Legge Morale; ma lo spirito di autoconservazione della società ben presto ne frena la carica distruttiva (e in ultima analisi liberticida): non si torna indietro alla situazione precedente e il segmento di risulta di questo processo è in effetti una più grande e concreta libertà civile ma allo stesso tempo la società si trova costretta a ribadire – in coscienza – la supremazia e la necessità di un diritto naturale. E’ la sua forma di pentimento. E questo pentimento è il prezzo della sua libertà. Cosicché la società se vuole rimanere libera, volente o nolente, deve rimanere cristiana. Ma a pagare il prezzo dell’inutile trasgressione saranno sempre i cristiani; e questo è il paradosso cristiano: il mondo sarà necessariamente sempre più cristiano e i cristiani saranno sempre, in qualche modo, perseguitati.

Se vogliamo chiamare questo processo col vago nome di modernità, ebbene esso non potrà mai abbattere il Cristianesimo, perché è figlio suo, e perché solo il Cristianesimo lo può sostenere in prospettiva. Il popolo appartiene al secolo, l’individuo a Dio: essi camminano insieme nella storia. Ma l’Islam, come succede ai totalitarismi, terre promesse terrene, rifiuta la storia. La modernità lo sta piano piano uccidendo: quelle cui stiamo assistendo non sono manifestazioni di vitalità, ma le convulsioni di un mondo in agonia.

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La ferita ucraina

Nella democrazia c’è sempre una corrente di fondo messianica e, per così dire, missionaria. Se questo impulso di fondo viene dominato, esso si confronta con la ragione e con la storia, senza essere peraltro rinnegato. Se non viene dominato, se la democrazia diventa ideologia, la volontà di potenza si ammanta di un principio civilizzatore di tipo giacobino o democraticista. Con il comunismo kaputt e il terrorismo islamico messo sulla difensiva, o almeno ricacciato dentro il mondo musulmano, il messianismo democratico proprio della sinistra europea e dei liberal anglosassoni ha visto nell’attivismo muscolare in politica estera solo vantaggi: l’esportazione della democrazia, derisa ai tempi di Bush, è diventata di nuovo sacra. Quell’Impero del Male che ai tempi di Reagan non si voleva riconoscere nell’Unione Sovietica, lo si vuole ora vedere, con grande sprezzo del ridicolo, nella Russia di Putin.

Questo spiega l’atteggiamento fatuo ed opportunista dell’Occidente nei confronti delle primavere arabe. Questo spiega perché in Ucraina si sia voluto forzare la situazione; perché ci si sia schierati acriticamente per una delle parti; perché si sia deciso, in obbedienza ad un’astratta ideologia democraticista, che l’Ucraina fosse un paese propriamente europeo (mentre solo una sua piccola frazione occidentale può dirsi tale) da mettere sotto l’ombrello della Nato; perché si sia voluto – e questo è stato il peccato più grave – “forgiare” una nazione ucraina sul fondamento del sentimento anti-russo. E tutto questo a dispetto del fatto che da più di mille anni la storia ucraina s’intreccia a quella russa: fin da quando, cioè, nella Rus’ di Kiev il mondo slavo-orientale ortodosso trovò il suo centro d’irradiazione. In un paese ancora in cerca di una sua identità precisa, non ancora perfettamente fuso (non parlo della lingua, ma del sentimento nazionale) ciò voleva dire aprire una ferita. Ed è quello che stiamo vedendo ora: non una guerra civile vera e propria, o almeno non ancora, ma l’inizio di uno di quei sordi conflitti che come ulcere croniche piagano tanti angoli del pianeta.

Chissà cosa avrebbe pensato di questo dramma l’ucraino Gogol’, uno dei padri della letteratura russa. Gogol’ era profondamente legato alla sua terra ucraina, dove ambientò parte delle sue opere, ed ebbe anche dei progetti storiografici in merito. Il padre di Gogol’ scrisse commedie in ucraino. Eppure Gogol’ fu l’autore di quel poema sulla Russia – poema naturalmente al suo particolarissimo modo: disincantato, dissacrante e tuttavia leggiadro e pieno d’affetto – che sono “Le anime morte”. Sappiamo solo che un giorno scrisse: «Solo qualche parola riguardo alla mia anima, se la sento russa o ucraina, dato che – come vedo dalla vostra lettera – ciò è stato oggetto delle vostre riflessioni e anche di qualche dissapore in società. Vi dirò dunque, che io per primo non so se la mia sia un’anima russa o ucraina. So soltanto che non darei mai la precedenza all’una o all’altra natura. Entrambe abbondano di doni dal cielo e, neanche a farlo apposta, contengono l’una ciò che all’altra fa difetto, segno evidente che debbano integrarsi (…) per poi, una volta riunite, formare qualcosa di perfetto per l’umanità.»

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (172)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

LA DEMOCRAZIA DI TWITTER 31/03/2014 Speriamo che qualcuno cominci a capire. Anche perché era facilissimo capirlo senza dover per forza sorbirsi le dure smentite della storia. Ma niente, leggere la realtà di un paese scosso da fremiti confusi di libertà attraverso i social networks, megafoni di un giovane ceto urbano spesso benestante e distante mille miglia dalle plebi dei villaggi, e partecipare da lontano all’atmosfera eccitante della rivoluzione in diretta era troppo seducente per gli accidiosi democratici occidentali. Era un miraggio, ma perfino la politica estera da questo miraggio si è fatta rapire. E così, mentre in Egitto un «laico» dal pugno di ferro come al-Sisi, già oggetto di manifestazioni di “culto della personalità” che avrebbero fatto morire d’invidia il pacioso Mubarak, si prepara con tutta calma ad essere regolarmente eletto Faraone, dalla Turchia giungono notizie che il «Sultano» Erdogan, promosso piuttosto repentinamente negli ultimi tempi dai nostri media a sanguinoso autocrate dopo anni di benevola attenzione verso un fenomeno politico dipinto come un esempio di riuscito compromesso fra islamismo e modernità, ha vinto nettamente le elezioni amministrative che dovevano sancirne la fine. Degli scandali e delle repressioni il popolo turco non sembra aver tenuto gran conto, quello verace dell’Anatolia se ne è anzi infischiato alla grande.

IL CONSIGLIO COMUNALE DI TORINO 01/04/2014 Il Consiglio comunale della prima capitale del Regno D’Italia ha revocato la cittadinanza onoraria al Duce Benito Mussolini. Il fatto è di tale momento che l’animo mio è stato subito lacerato da dubbi atroci, mai prima provati: può un uomo restare veramente cittadino onorario per sempre, anche dopo aver esalato l’ultimo respiro ed essere stato inumato con tutti i crismi? E a coloro che mi rispondessero che la cittadinanza onoraria è solo un’onorificenza, e che quindi il dubbio non è pertinente, porrei allora un altro possente quesito: è possibile strappare una medaglietta dal petto di un morto? Son certo di non essere il solo a porsi queste domande: di persone responsabili è ancora piena la nostra povera Italia, nonostante tutto. Pare invece che il capogruppo del Pd in consiglio comunale Michele Paolino preferisca riflessioni di cortissimo respiro come questa: «la Città sana un vulnus che durava da 90 anni, dimostrando quanto Torino sia legata profondamente alla sua storia e alla sua identità antifascista». Di cortissimo respiro perché son sicurissimo che anche novant’anni fa non mancò in quel di Torino qualche maggiorente spinto da un nobile zelo a vantare la profondissima e naturale affinità della città con la nuova identità fascista.

MATTEO SALVINI 02/04/2014 E’ noto come il segretario della Lega si compiaccia di non mostrarsi mai particolarmente elegante nei suoi ragionamenti. Spesso è brutale, ma è la brutalità – si lascia intendere – di chi va dritto al sodo con terragna intelligenza ed è pieno di sollecitudine per il popolo. «C’ho il popolo che mi aspetta e scusate vado di fretta», cantava il terrone Pino Daniele qualche decennio fa, e vide nel futuro, sbagliando solo l’accento. Possiamo perciò immaginare con quale piacere l’altro ieri a “Radio Capital” Matteo abbia annunciato una sua nuova luminosa idea: «Si deve controllare e tassare la prostituzione; porterebbe 4 miliardi di euro con i quali potremmo pagare le rette degli asili nido». Con questa alzata d’ingegno vecchia come il cucco – tassare il vizio per finanziare le buone opere – Matteo è convinto di sedurre una bella fetta di popolo laborioso e tartassato. Io però non sarei così fiducioso. Perché, al netto dello stile, l’idea è in fondo politicamente correttissima. Da anni i politici stanno raschiando il fondo del barile con tasse ad alto valore etico aggiunto pur di infinocchiare una ciurma sull’orlo dell’ammutinamento e pronta ormai a fiutare l’imbroglio anche quando magari non c’è.

LA PROCURA DI BRESCIA 03/04/2014 Farebbero ridere anche se fossero veri. Cosa? I terroristi e i carri armati, i terroristi coi carri armati. Non si potrebbe immaginare un mezzo più stupido per portare a termine imprese caratterizzate necessariamente da segretezza, rapidità, dissimulazione, tempismo. Certo, potrebbe restare in piedi l’ipotesi dell’attacco suicida contro un’inespugnabile fortezza dell’oppressore: ma prima bisognerebbe caricare il bestione cingolato su un camion di non piccola stazza, trasportarlo sul luogo del delitto e farlo scendere a terra facendo finta di niente, così, fischiettando, tra il divertito stupore del popolo, e non la vedo niente affatto facile. Oppure tutto si potrebbe spiegare, per l’appunto, per dirla con la procura, con il gusto per «un’azione eclatante», come quelle delle Femen, ad esempio, che tanto piacciono alle gazzette democratiche. Ma per gesta del genere il carro armato non va affatto bene. Ci vuole una pala meccanica blindata: in una parola il Tanko, il mitico crossover veneto lanciato nel 1997 a Venezia, in Piazza San Marco. Il Tanko 2 è stato completato un anno e mezzo fa ma non è mai entrato in produzione. Lo sappiamo perché sono anni che i Serenissimi sono spiati ed intercettati dagli agenti della controrivoluzione, che finora si sono divertiti assai. Poi è arrivato il «plebiscito» e questi ultimi si sono sentiti in dovere, con un po’ di rimpianto, di vedere il lato oscuro, inquietante e sicuramente deviato dell’epopea del Tanko.

MASSIMO CACCIARI 04/04/2014 «Di indipendentismo veneto parliamo da vent’anni e sinceramente ne avrei piene le tasche. Riemerge ora? Ma riemerge come farsa, in mano a un gruppo di malati mentali». Non dovete pensare che il famoso filosofo della laguna veneta volesse offendere più del dovuto gli incolti tankisti dell’entroterra con questi termini grevi tratti da un’intervista all’Huffington Post. Per lui dare del «malato mentale» a qualcuno significa semplicemente dargli del «citrullo» o dell’«ignorante», ma con la paterna comprensione che si usa coi bambini o coi villici, magari accompagnando l’apprezzamento con un pizzicotto sulla guancia. Mi sovviene or ora che anch’io ho usato qualche volta le stesse simpatiche parole in questa rubrica, e non parliamo poi di come mi piaccia riciclare in continuazione epiteti come «deficiente», «ebete» o «babbeo», autentiche colonne dell’estetica del sottoscritto. No, il problema …è un altro. Eh sì! Il problema è che Massimo (Cacciari) quando parla di politica usa da decenni, invariabilmente, un registro tutto suo, che ormai potremmo a buon diritto definire cacciariano, a metà tra l’annoiato e l’apocalittico. Massimo non parla, sbuffa, e sbuffando come un dandy adombra scenari da tregenda. Perciò nell’intervista dice ancora: «L’Italia era malata vent’anni fa, e invece di curarla hanno deciso di aggravare la sua condizione. Ora le sue condizioni sono gravissime e la situazione intollerabile.» E se non bastasse continua: «Per loro [i veneti], che hanno conosciuto il vero benessere, è come cadere dal quinto piano. Questo malessere può prendere derive folli ma non è, ripeto, colpa degli indipendentisti se coloro che tentano di fare un discorso federalista vengono puntualmente presi a calci nel sedere. Per forza di cose poi il sentimento antistatalista e secessionista prende piede.» Suvvia Cacciari, non sia sempre così scoglionato e tragico. Cambi canzone. Vedrà che cominceranno ad ascoltarla. Certo, poi le sarà più difficile sbuffare. Ma non si può avere tutto nella vita.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (148)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

MATTEO RENZI 14/10/2013 Matteo è lontanissimo dal popolo di sinistra eppure dalla sua eccentrica posizione incarna tutte le contraddizioni della sinistra. Di peculiarmente di sinistra nel nuovismo rottamatore che strizza l’occhio un giorno a sinistra e un giorno a destra c’è la pretesa di dar voce alla Meglio Italia, la più intelligente, la più lungimirante, la più coraggiosa, la più aperta, la meno compromessa, la più onesta, la più performante, la più vicina al popolo, e la meno populista, la più sveglia insomma, dimenticando che i rappresentanti della Meglio Italia di solito non si mettono d’accordo su nulla tranne sul fatto di avere sempre ragione anche quando fra loro si contraddicono palesemente. A Renzi non manca tanto un programma di governo dettagliato, roba che può interessare solo agli sciocchi, ma piuttosto un progetto politico, e starei per dire la politica tout-court; la quale consiste nel caricarsi sulle spalle – a destra o a sinistra – una bella fetta di popolo brutto e pieno di pregiudizi e nel riuscire a farla ragionare: ma tu, Matteo, che popolo di porti dietro?

IL FINANCIAL TIMES 15/10/2013 Era la fine di aprile. Dall’autorevole Financial Times Enrico Letta era descritto come un abile mediatore, convinto europeista, capace perfino di parlare un eccellente francese e un altrettanto eccellente inglese, il contrario insomma di un italiota. A giugno il giornale della City per antonomasia si era ampiamente ricreduto e consigliò a Letta di svegliarsi dal letargo: non aveva combinato un tubo, per dirla in italiano. Poi venne la fine di settembre, i giorni del Silvio furioso. Per il temuto quotidiano londinese Letta era caduto nella trappola di Berlusconi. Quello del Caimano non era il gesto di un folle ma una mossa abile, e un esempio di machiavellismo: «il senso di umiliazione di Mr. Letta è palpabile», scriveva l’influente gazzetta britannica. Qualche giorno dopo, tre o quattro, il prestigioso quotidiano economico scriveva che «per una volta Berlusconi ha fatto male i calcoli» e che «l’umiliazione di Berlusconi dà finalmente respiro all’Italia e il vincitore di questa battaglia politica è senza dubbio il pacato Letta». Il quale Letta, dieci giorni dopo, ossia due giorni fa, sul pasticcio Alitalia è stato di nuovo bocciato: «questo risorgere del protezionismo industriale getta un’ombra sulla sincerità di Enrico Letta», ha scritto il chiarissimo foglio britannico, con la flemmatica perspicacia di sempre. Una leggenda.

LA COMMISSIONE GIUSTIZIA DEL SENATO 16/10/2013 Io temo che in fondo l’ex capitano Priebke sia morto contento, o per meglio dire sogghignando. Una qualche misteriosa congiunzione astrale ha voluto che il mondo gli erigesse un monumento d’infamia che figli del demonio di classe ben superiore alla sua gl’invidieranno almeno fino al giorno del Giudizio. Ma da morto sembra che lo si voglia addirittura consegnare al mito: nell’osceno accapigliarsi di torme di sciagurati dietro la sua bara non è forse il cadavere di questa mezza figura a celebrare un macabro trionfo? Non è in fondo lo spirito di Priebke, la nera pietra angolare, ad officiare una laida liturgia in cui camerati dell’oltretomba, zombie dell’antifascismo, mummie del catto-tradizionalismo scismatico, partigiani in mobilitazione permanente trovano un’altra botta insperata di vita? Ma non avrei parlato di questo circo di deficienti se non avesse dimostrato ancora una volta di essere capace di intimidire oltre ogni ragionevolezza le nostre istituzioni e i nostri politici. La palma dei più pusillanimi è andata ieri ai componenti della Commissione Giustizia del Senato, che nel giro di poche ore prima hanno presentato un emendamento trasversale e poi hanno approvato un ddl che istituisce il reato di negazionismo. Eccolo qua, l’ultimo colpo alla democrazia e alla libertà inferto da Priebke.

IL REATO DI NEGAZIONISMO 17/10/2013 Se introdotto, il vaghissimo e pericoloso reato di negazionismo non farà certo un bel servizio alla memoria storica. Anzi, non farà altro che certificare il fallimento di una pedagogia di massa che un po’ alla volta, senza che ce ne fosse alcun bisogno, ha sottratto alla storia e alla sua complessità la poderosa e concreta veridicità della Shoah per fare dell’Olocausto un dogma. E così se da una parte all’opinione pubblica, per sentirsi moralmente soddisfatta, è bastato spesso esibire un antirazzismo di facciata, opportunistico, anche quanto gridato; dall’altra questa specie di articolo di fede ha tenuto in vita un’ostinata genia di «miscredenti», che la storia avrebbe probabilmente disperso. Un non codificato reato di negazionismo vive da decenni nella cultura occidentale e non ha portato i frutti sperati: codificarlo è un peccato di superbia.

SANDRO BONDI 18/10/2013 Mario Monti non è più alla guida di Scelta Civica. SuperMario ha scoperto che una buona parte della truppa della sua anemica creatura politica è la più convinta sostenitrice dell’anemico governo Letta. Infatti il governo Letta è una specie di Monti-bis. E infatti ne sta seguendo pari pari la tattica temporeggiatrice. Ai SuperCentristi questo va benone, anche perché lo spettro della disoccupazione politica li terrorizza. Ma a SuperMario non va bene: fare il Temporeggiatore è una cosa, fare il Maggiordomo del Temporeggiatore è un’altra. E poi lui è senatore a vita. Quindi ha fatto il serioso, il censore, l’europeo, criticando – lui! – le deficienze strutturali della manovra. E poi, offeso e umiliato, con grande dignità si è dimesso dal partito. Anche perché la Repubblica è sempre traballante, e fare la riserva della Repubblica in questo momento potrebbe rivelarsi la scommessa giusta. Scelta Dolorosa tuttavia, perché, ovviamente, adesso molti ridacchiano. Tra questi non c’è però l’appassionato senatore Sandro Bondi, coordinatore del Pdl, che cavallerescamente ha voluto salutare il gesto magnanimo di SuperMario con queste parole: «Qualunque siano stati gli errori di Mario Monti – e il mio dissenso dalle sue scelte politiche e di governo è netto e severo – confrontato ai Della Vedova e ai Mauro, pronti ad altre giravolte, resta comunque una persona seria». Bondi non è mai stato uno scellerato senza cuore, e questo gli fa onore. Stupisce però che anche ora, da falco, o da SuperFalco, abbia una vista da talpa.

[MIO COMMENTO] Depurata dalla cronaca, e dalle mire dei protagonisti, la storiella si inquadra in questo contesto: 1) Il progetto: il Pdl doveva essere spaccato; il berlusconismo liquidato; il centro doveva impadronirsi delle spoglie dei berlusconiani e ereditarne, in grossa parte, l’elettorato. 2) La realtà: il Pdl non si è spaccato; il berlusconismo non è stato liquidato; il centro, volente o nolente, sta per essere risucchiato dalla coalizione di destra. 3) Perché: perché per i “moderati” e per i “conservatori” il progetto politico di Berlusconi è l’unico valido e resiste a tutti i bombardamenti.

Italia

La società civile, l’antipolitica (e Bersani)

In Italia l’espressione “società civile” non ha un valore neutro: essa contraddistingue la parte più virtuosa della popolazione. Anzi, la sola virtuosa. Tale corruzione semantica è frutto della propaganda di sinistra. In cima ai pensieri della “società civile” sta la “questione morale”. La “società civile” e la “questione morale” cominciarono ad affermarsi come parole d’ordine della sinistra alla fine degli anni settanta, quando il comunismo, almeno come ideale politico, stava mostrando vistosissime crepe: venivano a galla i crimini del maoismo, Pol Pot non poteva nascondere i suoi, e la realtà degli arcipelaghi gulag veniva divulgata da Solzhenitsyn.

Queste due espressioni servirono al “popolo comunista” per continuare a rivendicare la propria “diversità” nel momento in cui abbandonava la fede nel marxismo. Un comunista privato della fede, ma che mantenga intatta però la forma mentis, è un giacobino fatto e finito. Come disse Cochin, il giacobinismo è il partito del partito preso: da una parte i buoni, gli onesti, i democratici; dall’altra i cattivi, i disonesti, i fautori del dispotismo. I secondi verso il 1950 dal “popolo comunista” erano chiamati “forchettoni”; nel marzo del 2013 dalla “società civile” sono chiamati “impresentabili”.

I padri della “società civile” e della “questione morale”, ossia dello sganciamento dal marxismo e dell’approdo al giacobinismo, furono Eugenio Scalfari ed Enrico Berlinguer. I primi tempi si beccarono, anche per questioni di leadership, ma alla fine si abbracciarono, perché con l’abbandono del marxismo nulla impediva ai giacobini di trovare una casa comune. E’ per questo che “La Repubblica” è diventato il giornale della sinistra. Prima di dividersi ancora, s’intende, perché le sette generano sette. E’ per questo che è nato “Il Fatto Quotidiano”.

Noi chiamiamo “antipolitica” una forma giustizialista, demagogica e distruttiva di politica. Se questo è vero l’Italia repubblicana convive con l’ “antipolitica” fin dalla sua nascita. E’ cambiato, in parte, solo il suo vocabolario. Eugenio Scalfari ed Enrico Berlinguer sono i padri dell’ “antipolitica” post-comunista. E’ per questo che Enrico Berlinguer è venerato anche dagli azzeratori più scalmanati.

Le icone della “società civile” stanno in cima alla gerarchia del popolo virtuoso. Esse sono le riconosciute stelle di prima grandezza in tutti i settori della società civile senza virgolette: nelle arti, nella scienza, nello spettacolo, nelle attività imprenditoriali, nelle associazioni, nel volontariato, nel mondo accademico, nella chiesa, in cucina, nello sport e prossimamente nel sesso. Le icone della “società civile” sono per definizione persone di indiscutibile statura morale ed intellettuale, anche se in genere sono dei minchioni alla moda. Le icone della “società civile” nobilitano tutto ciò che toccano, anche il Festival di Sanremo, un tempo rubricato, non senza qualche ragione, tra gli ignobili passatempi degli “impresentabili”.

La “società civile” non fa politica, ma “antipolitica” per necessità di natura. La propria. Infatti per la “società civile” ogni dialettica politica è impossibile con la società altra da se stessa, quella incivile, ossia quella degli “impresentabili”. Il fine della “società civile” è di costruire la “democrazia compiuta”. Non la democrazia normale, imperfetta e incompiuta. La “democrazia compiuta” è un concetto millenaristico e antidemocratico, e sta alla “società civile” come la “terra promessa comunista” stava al “popolo comunista”. I sacerdoti della “democrazia compiuta” non credono a nulla, specialmente nella “verità”, ma hanno nella Costituzione il loro Corano.

Nel corso della sua espansione nei territori della società civile senza virgolette, la “società civile” ha stipulato una tregua coi “dhimmi”, in genere cattolici adulti, ai quali viene concessa una cittadinanza di serie B in cambio del riconoscimento della supremazia della “società civile” e del pagamento di un tributo politico, conosciuto generalmente come “idiotismo politico”.

Più fessi dei “dhimmi” ci sono solo i “poteri forti”. I “poteri forti”, alla stregua della debosciata aristocrazia degli antichi regimi, hanno strizzato l’occhio alla “società civile”, e quindi all’ “antipolitica”, nella convinzione di poterla neutralizzare. Sono stati proprio questi babbei all’ennesima potenza a dare il segnale dell’assalto decisivo agli “impresentabili” con lo strombazzato lancio del libro “La casta”, operazione che infinocchiò legioni di gonzi. Dopo le elezioni di febbraio una parte di questi babbei ha riposto le sue ultime speranze di salvezza nell’esercito degli “impresentabili”, al quale prima delle elezioni avevano augurato di sparire dalla faccia della terra.

La cricca potente e illiberale della “società civile” ha scritto e imposto una recente storia patria a sua immagine e somiglianza. Il cui succo è questo: una cricca corrotta e para-fascista blocca il pieno dispiegarsi della “democrazia compiuta” in Italia. Un tempo era democristiana, poi craxiana, da vent’anni è berlusconiana. La bubbola spaziale è ripetuta da milioni di pecore ogni giorno. La “questione morale”, ossia la “lotta di classe” post-comunista, è l’arma di distruzione di massa della “società civile”. La verità è questa: la cricca della “società civile” blocca il normale dispiegarsi della normale democrazia.

Il Partito Democratico non ha mai divorziato dalla “società civile”. Perciò non è un partito socialdemocratico. Perciò nella sua essenza la sua azione politica rimane “antipolitica”. La forma non cambia la sostanza. Questo è uno dei due motivi per cui il premier incaricato Bersani nel giro delle consultazioni ha visto le icone della “società civile”. Il secondo motivo è che Bersani con questa mossa mirava a sedurre i campioni dell’ “antipolitica”, i grillini. I grillini sono i montagnardi della “società civile”.

La fine della “società civile” è il presupposto per la normalizzazione della politica italiana, la quale è il presupposto per la maturazione della democrazia italiana e per fare dell’Italia un paese più civile e libero. Il berlusconismo ha rappresentato nei fatti l’opposizione e la resistenza politica all’ “antipolitica” illiberale. Chi pensa di migliorare l’Italia prescindendo da questa realtà è un ingenuo. Ho già scritto, e lo scrivo da anni, che a dispetto delle apparenze la pulsione antidemocratica rappresentata dalla “società civile” e dalla “questione morale” sta crollando. Lo confermo.

Italia

Servizi giornalistici deviati

Nessuna sorpresa. Oggi come ieri. Ieri come l’altro ieri, e come ormai mezzo secolo fa. Orde di lanzichenecchi di sinistra in piazza a fare il bello e il cattivo tempo, e poi a finire sotto inchiesta sono i poliziotti, colpevoli, signora mia, di qualche lacrimogeno erratico, o di qualche manganellata ingiustificata. Insomma, il più delle volte, le sbavature fisiologiche di ogni intervento massiccio a difesa dell’ordine pubblico, in tutto il civile e democratico mondo reale. Ma poi si mette in moto la macchina del fango, quella vera. E gli specialisti del depistaggio, quelli veri. Spezzoni di video, qualche istantanea, ossessivamente rilanciati dai media, ed ecco che le vittime vengono trasformate in carnefici, come da programma. Infatti sapevamo che sarebbe finita così sin dal giorno innanzi. Grazie alla complicità dei giornali di sinistra, e alla viltà dei giornaloni. Questi parolai della democrazia. Questi cultori della legalità del piffero. D’altronde l’Italia è il paese del «massacro della Diaz», l’unico «massacro» della storia dell’umanità, da Adamo in poi, a non aver fatto neanche un morto. Di questa barzelletta in Italia non ride nessun comico. Perché la Notte della Democrazia è un capitolo fondamentale della Storia Deviata, il Libro Sacro della sinistra italiana.

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Di Monti in peggio

Ero contrario alla nascita del governo dei tecnici per due ragioni: la prima è che essa avrebbe di fatto indebolito la fiducia nelle istituzioni democratiche, nonostante tutte le correttezze procedurali possibili, in un momento in cui la democrazia non se la passa tanto bene nel mondo occidentale; la seconda, perché ero convinto che anche il governo dei tecnici si sarebbe impantanato nell’affrontare i nodi delle cosiddette riforme strutturali, dei tagli alla spesa pubblica, della vendita del patrimonio pubblico. Ero contrario alle elezioni perché per l’Italia ribellarsi al commissariamento “europeo” dopo averlo invocato pur di detronizzare Berlusconi avrebbe significato, in un momento di vuoto di potere, un massacro.

Sono anni che critiche sempre meno pudiche ai difetti del sistema democratico vengono mosse da sinistra, almeno da quando è venuto di moda spiegare le sue sconfitte colle derive “populistiche” della democrazia. Sono anni che “valori democratici”, sempre nuovi e sempre più numerosi, vengono capziosamente anteposti all’espressione delle maggioranze degli elettori. Questo lavoro ai fianchi, “antipolitico” nella sostanza, anche se mascherato nei toni, ha trovato alleati in quella stanca aristocrazia industrial-finanziaria che parla attraverso i grandi quotidiani del nord, e che col governo Monti pensava di aver trionfato. Furono in pochi a mettere in guardia contro i pericoli “culturali” di questo felpato colpo di mano, anche tra i “liberal-conservatori”.

Ora a lamentarsi, con molta più veemenza e brutalità di quei pochi, del vulnus democratico costituito dal governo emergenziale-tecnocratico è proprio quella sinistra che molto dibatteva sul “che fare” di fronte ai guasti democratici di un nuovo “populismo” disgraziatamente certificato da regolari elezioni. La retorica della legalità democratica, infatti, è un’arma assai maneggevole in dote a chi vuole distruggere una democrazia: si cavilla sulla forma di questa, pur di negarne la sostanza; se ne nega la sostanza, pur di passare sopra alle forme. Dipende dalla situazione. Mentre gli apprendisti stregoni dei quartieri alti e delle sale ovattate ora temono di dover pagare il prezzo dell’avvitamento rivoluzionario da loro stessi creato: hanno ceduto un pochettino alla piazza, pensando al proprio interesse, pensando di tenerla a bada con un primo tributo. E invece hanno creato un precedente, hanno indicato una via. Di fatto, i partiti umiliati dal commissariamento sono diventati ancor meno popolari di prima, e il governo Monti rischia di affondare con loro. E’ il loro indebolimento che attizza l’odio, non la forza. Che la politica abbia le sue enormi colpe non c’è dubbio. Ma non è stato saggio assecondare le pulsioni antisistema, facendone un capro espiatorio.

A lamentarsi delle malefatte del governo Monti, a denunciarne il vampirismo fiscale, e la deriva verso uno stato di polizia, sono anche molti “liberali” che pure avevano salutato come necessarie le dimissioni di Berlusconi e avevano guardato al governo dei tecnici con qualche speranza. E adesso, accecati dalla delusione, fanno lo stesso errore di prima: sperano che rimuovendo la compagine governativa, azzerando la classe politica, si possa aprire la via ad una nuova era nella quale la laboriosa società civile che tiene in piedi il nostro paese troverà finalmente un’adeguata espressione politica, magari maggioritaria. E’ una patetica illusione: a passeggiare vittoriosa sulle rovine sarebbe invece quella società incivile che da tempo cerca colpevoli, e celebra le sue cacce grosse nei media, e vuole dei repulisti perché quelli del passato non erano veri repulisti. Mentre il presupposto culturale per liberare lo stato dallo statalismo è la guarigione da quest’ansia maligna di rigenerazione, che c’incattivisce.

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Rifondazione immorale

La moralità di una società non si crea con le norme. Alla base di ogni società naturale c’è una solidarietà che si è sviluppata col tempo seguendo le vie della storia, che sono sempre storte, impervie, ma che tendono a fondersi, ad intrecciarsi fino a costituire una rete robusta, atta a sostenere i traffici della civiltà. Se questo sentimento sociale è sviluppato esso costituisce un freno naturale alla corruzione dei costumi perché anche chi vi è inclinato si rende conto dell’interdipendenza dei destini individuali in una società siffatta, e partecipa dell’istinto di conservazione generale. Quando viene meno, ed ognuno trova naturale pensare unicamente per sé, a surrogarlo interviene il cancro legislativo, che peggiora le cose, aumenta il senso di sfiducia, gonfia le prerogative dello stato, e divide gli uomini. Le società più immorali e corrotte sono spesso quelle più burocratizzate.

L’Italia deve fuggire quest’ansia farisaica di rifondazione morale, che è un sentimento distruttivo. E’ esso che ci condanna all’immobilismo, alla paura, alla diffidenza, ad invocare messianicamente l’intervento della legge per risolvere problemi culturali. Chi l’ha alimentato stoltamente ora comincia ad averne paura. A cinque anni di distanza dal lancio de “La Casta”, l’articolo di qualche giorno fa di De Bortoli sul Corriere della Sera suona come un‘excusatio non petita. Scrive De Bortoli:

L’antipolitica è una pratica deteriore che mina le fondamenta delle istituzioni. L’idea che una democrazia possa fare a meno dei partiti è terreno fertile per svolte autoritarie. Le inchieste di Rizzo e Stella, pubblicate dal Corriere , sui costi (scandalosi) della politica sono state lette da più parti con fastidio e disprezzo. Eppure non erano e non sono animate da un pernicioso qualunquismo, ma da una seria preoccupazione per l’immagine pubblica degli organi dello Stato e per la dignità dei rappresentanti della volontà popolare.

Invece “La Casta” fu proprio un libro pernicioso, che io, al contrario degli ingenui, mandai di cuore a quel paese senza mai aprirne una pagina perché, con la scusa dei “fatti”, troppo scoperta era la volontà di far gli occhi dolci all’antipolitica nella speranza di poterla poi controllare a proprio vantaggio. Con “La Casta” la classe soi-disant dirigente sdoganava un populismo vero, dopo anni di chiacchiere su un populismo inesistente, il berlusconismo. Lo dico a quelli che cercano il populismo nello stile dimenticando la sostanza, e specialmente a Galli della Loggia, il quale – manco per caso che ne imbrocchi una – nelle “cadute” di Berlusconi e Bossi vede la fine del ruolo centrale nella politica italiana del “Nord ideologico”, senza rendersi conto che si può dividere il paese orizzontalmente, geograficamente, ma lo si può dividere anche verticalmente, al suo interno, attraverso la lotta di classe, versione marxista di quel puritanesimo giacobino – il democraticismo settario dei “migliori” e dei fedeli alla “Costituzione” – che dai post-comunisti è stato ripreso dopo la caduta del muro. Il vero populismo e le forze della disgregazione sociale stavano per vincere dopo Mani pulite. Fu Berlusconi ad opporvisi. Fu quella di Berlusconi l’unica proposta “nazionale”. Egli imbragò il secessionismo leghista, tirò fuori dall’apartheid la destra missina, mise insieme i pezzi della destra, guardando al futuro. Non per niente chiamò il suo partito “Forza Italia”. La sinistra è ancora ferma alla “questione morale”, che è la negazione della politica, ed è populismo allo stato puro. In questo quadro anche la nascita del governo dei tecnici è stato un sostanziale cedimento all’antipolitica. Lo prova il fatto che l’unica cosa fin qui combinata dal governo Monti è la riforma delle pensioni, fatta appunto in un momento di debolezza o sospensione democratica, allorché partiti e parti sociali erano troppo deboli, e l’opinione pubblica muta, di fronte all’abbrivio rivoluzionario che accompagnava la compagine governativa. Ma i suoi grandi elettori della grande stampa “liberale”, che ora si spaventano del deserto della politica italiana, non se ne avvedono. Forse, tra cinque anni, faranno obliquamente mea culpa. Nel frattempo continueranno a vezzeggiare chi vaneggia di pulizia, pulizia, pulizia…

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Articoli Giornalettismo, Bene & Male, Schei

Statalismo, bancocentrismo, giustizialismo

La divisione del lavoro presuppone un’apertura di credito al prossimo, un atto di fiducia verso l’altro. Ci dividiamo il lavoro confidando di poter poi scambiare il frutto delle nostre fatiche con quello di altre persone. Se non fosse così la lotta per la sopravvivenza, prima ancora di quella per il benessere, regredirebbe allo stato di faticosissima, improduttiva, infeconda ed autarchica selvatichezza nella quale ciascuno dovrebbe procurarsi da sé sostentamento e sicurezza; dovrebbe essere agricoltore, cacciatore, artigiano, soldato ai confini della sua incerta proprietà e poliziotto al suo interno: la vita a chilometri zero, in tutto il suo rustico splendore. La divisione del lavoro risponde a dei bisogni materiali e spirituali, abbatte steccati, amplia gli spazi di libertà e crea la società. L’individuo, uscito dalla tutela del clan, ne esce rafforzato: leggi scritte e poteri coercitivi incaricati di farle rispettare ne attestano il nuovo status. E con il suo nuovo status nasce anche lo «stato». Cosicché possiamo dire che anche lo stato è figlio della divisione del lavoro e risponde ad un naturale anelito di libertà.

Ma cosa succede quando viene meno o si affievolisce il sentimento societario e la fiducia che lo sostiene? L’apparato statale cresce di conserva, per inerzia, per tappare i buchi della trama sociale. Si nutre della malattia. Accentra i poteri, esce dalla sua dimensione funzionale, «dirige» la società, legifera su tutto. Tanto cresce che esso diviene un collettore sempre più vorace dei frutti del lavoro degli individui. I suoi forzieri arrivano a custodire immense ricchezze, che deve impegnare o dispensare. Un po’ alla volta, insensibilmente, diviene quasi naturale per l’uomo della strada pensare che attingere a questo pozzo di soldi sia un modo «naturale» di procurarsi il proprio sostentamento. Sfortunatamente, la folla sempre più grande dei postulanti rende sempre più ardua una pratica inizialmente comoda: la lotta per la vita in una società dominata dallo stato diventa altrettanto dura che in una società dove quello è limitato alle sue dimensioni funzionali, con la differenza che è sordida. Ma da questa fatica l’individuo si sente in qualche modo giustificato. E’ un avvitamento perverso, che chi ha sete di potere ha tutto l’interesse di assecondare. Lo stato preleva sempre di più dall’economia reale per soddisfare una popolazione che, senza neanche rendersene conto, allo stato chiede sempre di più; e che, in ogni caso, lo chiede sempre prima che i tempi siano maturi. E alla fine s’indebita. Il debito pubblico non è più una risorsa cui ricorrere in tempi eccezionali, ma diventa la risorsa «naturale» di questo stato «snaturato».

Se lo stato si nutre delle tasse, le banche si nutrono del risparmio. La banca è un luogo di mediazione, creato anch’esso dalla divisione del lavoro. Io affido i miei risparmi alla banca, in cambio di un interesse, affinché essa, grazie alla proprie competenze in materia ed al tempo a sua disposizione per esercitarle, lo presti a qualcuno che ne ha bisogno per i suoi investimenti. Un giorno anch’io, forse, quando i miei risparmi avranno raggiunta una massa critica giudicata congrua, chiederò un prestito alla banca, ossia ai risparmiatori, in modo che sommando quest’ultimo ai primi potrò permettermi un investimento «ragionevole» a giudizio mio e della banca. Risparmi ed investimenti sono ugualmente necessari al funzionamento dell’economia, sono due facce della stessa medaglia. Se il sentimento societario fosse vivo, questo rapporto sarebbe «naturalmente» presente nella testa delle persone. Ma ancora una volta, se si affievolisce, anche i forzieri delle banche diventano degli irresistibili pozzi dai quali attingere risorse per il proprio sostentamento e le proprie attività. Si perde la nozione naturale della necessità del risparmio, cui non si riconosce più, quindi, quel giusto interesse che in realtà sigla un patto di solidarietà fra gli agenti della società. L’assalto alla banca e al credito diventa una via obbligata per campare subito tutti quanti alla grande. Per rispondere alla valanga, la banca cambia natura: non è più un luogo di mediazione, ma di «creazione di ricchezza». Anche qui chi ha sete di potere, e spesso vive in osmosi col potere politico, ha tutto l’interesse di assecondare la «finanziarizzazione» dell’economia e il gigantismo bancario, cui non basterà alla fine la confisca del risparmio per sgonfiare la bolla.

Un’altra conseguenza del venir meno del sentimento societario è la straordinaria espansione dell’intervento della magistratura. Se lo stato nella sua involuzione tende all’ipertrofia legislativa e non lascia al buon senso e alla libera contrattazione dei suoi cittadini di regolare neanche gli aspetti minori della loro vita comunitaria, questi ultimi sono spinti col tempo a cercare soddisfazione nella legge per qualsiasi cosa. Ed è fatale che alla fine comincino a scambiare le loro mire personali per diritti. Se tutto diventa oggetto dello scrutinio dei magistrati, la giustizia diventa un potere immenso. E anche qui chi ha sete di potere, e spesso vive in osmosi col potere politico, ha tutto l’interesse di assecondare questo sviluppo.

Lo stato mamma, la banca mamma, la giustizia mamma: tutto si tiene, lotta contro la libertà, e segnala la crisi della società come sistema fiduciario. Che le nostre avanguardie intellettuali, le nostre accademie intellettuali, le nostre illustrissime istituzioni, le firme di quasi tutti i grandi giornali, vorrebbero guarire con un’altra infornata di regole, un’altra parata di controlli, e perché no?, con il deterrente delle delazioni.

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Articoli Giornalettismo, Esteri

Democrazia d’Egitto

Hosni Mubarak è stato considerato per molti decenni un leader moderato del mondo arabo, un buon amico dell’Occidente che senza troppe licenze regnava, per nostra fortuna, sull’enorme polveriera egiziana. Nessun quotidiano di qualche importanza, in Italia e all’estero, lo designava col nome di “dittatore”. La cosa sarebbe apparsa perfino bizzarra. I media trasmettevano un’immagine paciosa, paternalistica e “laica” dell’autocrate. Poi venne la primavera araba e la rivoluzione, che fu un fenomeno strettissimamente urbano, anzi, si può dire, di una sola grande città, se non di una sola grande piazza. Assolutamente niente di nuovo. I protagonisti più sinceri di quella rivolta facevano parte di un’élite occidentalizzata e “connessa”. In un certo senso, erano i figli più viziati dell’epoca del rais. Come spesso accade, sono le avanguardie ingenuamente “liberali” ad aprire la strada alla rivoluzione che le divorerà. Ma quei ragazzi sono abbastanza perdonabili. Quello che non è perdonabile è l’incredibile frivolezza con la quale l’Occidente ha sposato acriticamente la causa della piazza, accelerando il processo rivoluzionario. Tra i peggiori di tutti, alcune penne nostrane notoriamente circospette, dei voltagabbana da salotto che nei loro editoriali cominciarono ad aggiungere, con dissimulata naturalezza, la qualifica di “dittatore” al vecchio Mubarak caduto nella polvere. Ora, finalmente, sono giunti i risultati ufficiali delle prime elezioni “veramente libere e democratiche”: Giustizia e Libertà, il partito dei Fratelli Musulmani ha conquistato il 47% dei seggi della nuova assemblea popolare; a fargli buona compagnia, Al Nour, il partito dei Salafiti, musulmani ultraconservatori con il 24% dei seggi; il primo dei partiti “laici” il Wafd, prende il 9%; il secondo, la coalizione del Blocco Egiziano, prende il 6%.

Questo risultando rotondo e abbastanza agghiacciante deve molto anche al contributo entusiastico dei leader europei e del presidente americano Obama, tutti smaniosi di legittimarsi presso le nuove avanguardie democratiche dell’ex terzo mondo, nell’illusione di poterle poi controllare. In realtà questa mancata presenza di spirito, e di intelligenza, è frutto dell’intrinseca debolezza dell’Occidente, che invita ad illudersi ed a fare i furbi. Berlusconi, il “pagliaccio” in mezzo a tanti statisti più o meno sobriamente à la page, aveva pienamente ragione quando nei giorni della rivolta avvertiva che le centinaia di migliaia di manifestanti di piazza Tahrir non rappresentavano gli ottanta milioni di abitanti dell’Egitto. C’è sempre, in ogni paese, una maggioranza silenziosa naturalmente conservatrice, ostile agli eccessi ed agli integralismi. Con l’affrettata caduta del “regime” di Mubarak, che a suo modo la proteggeva, e la controllava, è stato spazzato via ogni ostacolo all’imporsi delle organizzazioni islamiche. Una maggioranza silenziosa è diventata una maggioranza impaurita, in cerca di un padrone. Il risultato della rivoluzione democratica è un simulacro di democrazia, fondato sulla paura. Prossimamente un parlamento a schiacciante maggioranza islamica eleggerà un consiglio di cento membri incaricato di redigere una nuova costituzione. E vedremo allora, se dopo la sostanza, saranno le forme della democrazia a saltare. Intanto i “nuovi” militari al potere, che pensavano opportunisticamente di riciclarsi nella stagione rivoluzionaria grazie alla consegna del capro espiatorio Mubarak, si rivelano anche più letali dei “vecchi” nei confronti dei manifestanti che, con tragica ingenuità, protestano contro una rivoluzione “tradita e incompiuta”. E non si accorgono, i primi e i secondi, che combattendosi gli uni con gli altri stanno azzerando ogni opposizione al nuovo ordine islamico. A parziale consolazione, c’è tuttavia da dire che, legittimandosi nella democrazia, anche in Egitto l’islamismo politico ha accettato un elemento culturale universalistico, occidentale e in senso lato cristiano, che nel lungo o lunghissimo periodo lo distruggerà.

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Piazze e piazzate mediatiche

Il 2011 è stato l’anno delle piazze mediatiche, da quelle della primavera araba a quelle russe a quelle okkupate dai nostri ancor benestanti indignados occidentali. Le prime hanno accompagnato rivoluzioni, le seconde forse non combineranno sfracelli, le terze si sono ridotte a lagnose piazzate mediatiche. Questi esiti diversi c’insegnano che dietro il fasto della tecnologia, che a prima vista sembra dettare nuove e vincenti regole di comportamento politico alle masse, e nuove regole alla sua interpretazione, la catena degli eventi storici conferma una sua stagionatissima fenomenologia. Il progresso tecnologico, infatti, ha celebrato il suo trionfo proprio nei paesi più arretrati e meno “democratici”, ossia là dove era meno presente una forte e variegata opinione pubblica. Di questi ultimi, però, a cadere sono stati i regimi con un certo grado di apertura, mentre quelli chiusi a doppia mandata rimangono ancora in sella. Il segreto di tutti i rivoluzionari è sempre stato quello di far coincidere piazza ed opinione pubblica, questo nuovo soggetto politico di massa della modernità creato dai mezzi d’informazione che ha fatto uscire l’agorà dal perimetro angusto della polis aristocratica o della corte. Il miglior momento per usare con successo questa massa d’urto è quello della sua prima infanzia, quando essa però ha cominciato a camminare con le proprie gambe e ad autoalimentarsi, quando è ancora nelle mani di un solo partito, ed è ancora concentrata nella capitale e nelle città. Alla vigilia della Rivoluzione Francese, nonostante i Lumi e la pubblicistica, i viaggiatori inglesi notavano come la distanza fra Parigi e la «provincia» fosse immensa, in termini di comunicazioni materiali ed immateriali, rispetto al paese dal quale provenivano. Il carattere «totalitario» del successo della Rivoluzione Francese, così come di quella russa degli inizi del novecento, si fondò sulle arretratezze del paese, non sulla capillare diffusione del verbo. In certi casi, in certi paesi dove il potere è fortemente centralizzato, è una sola piazza quella che conta.

La democrazia viene così a vincere in un paese dove lo spirito democratico è assente o gracile, perché non vi è ancora ad innervarlo la forte e variegata opinione pubblica sopramenzionata, tanto forte e tanto variegata da essere inservibile come falange. Lo stesso nascente spirito democratico collassa nel momento della sua presunta vittoria e le forme democratiche finiscono per sublimare un assolutismo od uno zarismo più pervasivo e lineare di quello che si è abbattuto. E’ per questo che l’entusiasmo per la primavera araba era frivolo e ingiustificato. Tanto quanto i sospiri, le perplessità e le delusioni di oggi. E’ per questo che risultano insopportabili sia coloro che sottovalutano il significato delle vittorie elettorali di partiti più o meno islamisti, sia coloro che le assimilano a vittorie fondamentaliste. I peggiori sono però quelli che, non avendo capito un bel nulla, hanno riversato tutto il loro deluso e salottiero afflato democratico sulla causa russa. Indifferenti alla storia di un paese dove la servitù della gleba è stata abolita solo a metà dell’ottocento; che è stato sotto lo scettro dello Zar fino alla prima guerra mondiale; che è collassato in un disumano dispotismo comunista fino a due decenni fa; che dopo un periodo di speranze e torbidi si è rimesso in marcia sotto la guida di un potere semi-autoritario e paternalista; che, bene o male, per quanto fragile e fortemente disomogeneo, ha raggiunto un livello di prosperità mai visto in passato; che, bene o male, vede lo svolgersi di una regolare vita parlamentare e di regolari elezioni politiche, talmente irregolari che alle ultime della serie il partito del «dittatore» è andato sotto il cinquanta per cento dei suffragi; indifferenti dunque a tutto ciò, questi signorini vorrebbero abbattere tutto e fare piazza pulita: bellamente ignorando che, sotto la pressione della piazza – ossia della demagogia – l’alternativa di massa – ossia «democratica» – a Putin o a Medvedev non saranno i club liberali di San Pietroburgo o Mosca, ma i neocomunisti o i nazionalisti, o i nazional-comunisti, premiati alla grande, guarda caso, dalle ultime «irregolari» elezioni, pronti ad egemonizzare il fronte popolare della «Russia Onesta».

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Abbasso l’equità!

Troppi la venerano, troppi l’hanno in bocca, il livello rosso di allarme è già stato abbondantemente superato: questa equità ha ormai la credibilità di una baldracca, con tutto il rispetto per le traviate di buon cuore. L’equità, come tutte le parolette sue sorelle, ha la brutta e sospetta abitudine di abbondare nella bocca degli stolti quando la più meschina diffidenza trionfa tra i componenti del consorzio umano. Sull’onda possente di un coro fraterno ed egalitario i reprobi sono condotti alla ghigliottina. E là dove alza la voce il Leveller prospera la Guerra Civile. Non mi sono bevuto neanche una parola della retorica interessata contro la Casta, perché dovrei piegarmi davanti all’idolo dell’Equità? Casta ed equità. Equità e casta. I cuochi di questa broda maleodorante sono gli stessi che censuravano il populismo ridanciano del Cavaliere. Il loro è dieci volte più profondo e pericoloso. La stessa società pubblica di riscossione dei tributi, disdegnando – in omaggio servile alla moda giustizialista, che è quella equa e solidale quando fa la faccia cattiva – la sua chiara e leale denominazione originale, Riscossione S.p.A., ha voluto furbescamente cambiarla qualche anno fa in quello ruffiano di Equitalia S.p.A.: non ha trovato un amico che sia uno, e alla fine sono arrivate pure le bombe. Bombe criminali, ma piangano tutti quelli che nel loro piccolo hanno contribuito a questa ossessione egalitaria, legalitaria e vittimistica.

Avremmo bisogno, in Italia, e non solo, di fare esattamente il contrario, di liberarci di questa zavorra materialistica fatta di invidie e paure. Di guardare avanti. Chi predica contro la Casta ed abbraccia l’ideale dell’Equità mostra la stessa mentalità meschina di chi difende a denti stretti la propria “corporazione”, e getta il paese in un groviglio di mutue recriminazioni. In un paese in salute, un paese veramente solidale, capace di vedersi in prospettiva futura, l’individuo non sta lì a guardare ossessivamente nelle tasche degli altri; riesce ad avere la percezione che tutto è in movimento, e che l’andare avanti, non il fermarsi continuamente a fare e rifare i conti, costituisce la più preziosa assicurazione sulla vita della società di cui fa parte. Da ciò nasce una solidarietà più robusta, fatta di consapevoli e intrecciati interessi. Allo sviluppo del quale sta però un diffuso miglior sentimento morale. La “lotta” ai privilegi, al malcostume, ai piccoli egoismi, ai furbi che gabbano le leggi va avanti lo stesso, ma senza quelle aspettative messianiche che la guastano e che la sbugiardano.

Ed è questa stessa zavorra materialistica ad aver creato i debiti pubblici e privati che hanno messo in ginocchio l’Occidente. L’incapacità di dare tempo al tempo, di commisurare il livello di vita alle proprie possibilità, di accettare il normale “sacrificio” del risparmio, ha minato alla base le nostre economie, tra crescite drogate dal denaro facile, e quindi irrispettose delle priorità, da una parte, e ipertrofismo statale dall’altra: a ben guardare due facce della stessa medaglia. La dittatura dell’oggi che ha guidato quest’involuzione oggi si riflette sulla politica. Privi di un futuro all’orizzonte, gli spazi di democrazia si restringono: tutto viene ricondotto alle categorie del giusto e dell’ingiusto. Per noi, in questo quadro, il governo dei tecnici è il logico e malsano punto d’arrivo. Per noi, e per tutti gli altri, il Prestatore di Ultima Istanza il Salvatore. O l’Angelo Sterminatore.

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Diego, ora basta

Mi sono divertito molto a leggere l’appello che Diego Della Valle ha fatto pubblicare a pagamento sui principali quotidiani italiani: non c’è una parola fuori posto, non c’è un guizzo che riveli un carattere originale. Somma ingenuità o somma furbizia, l’uomo nuovo si rivela perché quel che è: un onesto pappagallo delle geremiadi che la vulgata dominante sulla storia e sui mali del paese partorisce quando è fecondata dall’opportunismo del momento. La prima parte è più figlia dell’opportunismo che della vulgata: ecco allora la stanca tirata (lavorare stanca, ma anche far le solite prediche stanca) contro una classe politica attenta solo ai propri interessi e non a quelli della nazione; che danneggia la reputazione dell’Italia nel mondo; che offre uno spettacolo indecente ed irresponsabile, non più tollerato, beninteso, dalla gran parte degli italiani; una classe politica fatta da incompetenti, da provinciali che non hanno nessuna idea della gravità della situazione e dello scenario mondiale che le fa da sfondo. Fin qui son parole al vento, che anche un intelligente outsider con qualche seria convinzione potrebbe far sue, pagando tributo alla demagogia. E’ la seconda parte, più preoccupante, figlia più della vulgata dominante che dell’opportunismo, che ci dice che l’uomo è un bussolotto vuoto. L’appello infatti si fa più selettivo, si rivolge alle “componenti della società civile più serie e responsabili” affinché si parlino e si adoperino per affrontare insieme il difficile momento.

Saremo in molti, secondo Della Valle, a dire grazie “alla parte migliore della politica e della società civile” che saprà lavorare per “dare prospettive positive per il futuro dei giovani, creare e proteggere posti di lavoro e garantire a tutti una vita dignitosa”. Ripetiamolo allora anche noi, come dei pappagalli, sperando di portar frutto: è una costante negativa, e rimarchiamo, provinciale, del pensiero politico italiano invocare l’intervento salvifico delle forze migliori della società. In questo le fantomatiche classi dirigenti “liberali” sono sorelle delle avanguardie rosse e nere. Un approccio sobrio e realistico verso la democrazia dovrebbe mettere al riparo l’intelletto da simili brutti sogni, ma da noi, specie in alto loco, avviene il contrario, tanto che io ho il sospetto che essa sia più salda alla base, fra gli zotici, che al vertice. Da noi i democratici più rumorosi tendono a costituirsi in corpo scelto, a diventare dei pasdaran, a formulare codici di comportamento, ad imporre credi, contraddicendo la teoria con la pratica di tutti i giorni, e seminando sfiducia nel corpo più grande della nazione. Il refrain della “parte migliore della società” è entrato passo dopo passo, insensibilmente, nel linguaggio comune. Chi lo usa se ne fa bello. Invece è quasi sempre un cretino. Non sempre, perché anche una persona che di solito cammina con le proprie gambe e ragiona con la propria testa a volte ci casca, tanto diffuso è il vizio. Ma voi ve lo immaginate un leader politico di un paese di grandi tradizioni democratiche, un paese occidentale, che fa appello alla “parte migliore della società”? Da noi lo si fa continuamente e lo si concilia con tutta naturalezza con l’appello all’unità del paese. Quindi perché stupirsi se a questo tratto conformista e contraddittorio il nostro campione ne fa seguire un altro? Perché stupirsi se chi propugna sulla carta un programma politico-economico di rottura, portato avanti da gente “competente”, lo impacchetti con le illusioni rosate – nel senso socialista del termine – di un futuro fatto per i giovani, fatto di posti di lavori “creati” e “protetti”, di vite dignitose “garantite”?

“A quei politici (…) che si sono contraddistinti per totale mancanza di competenza, di dignità, e di amor proprio per le sorti del paese” saremo in molti invece, sempre secondo Della Valle, “a volergli dire di vergognarsi”. Chiusa messianica, non democratica, come volevasi dimostrare, ma ingloriosa per uno dei migliori d’Italia, il quale dovrebbe sapere che la presenza del nome (“a quei politici”) rende superfluo l’uso di un pronome (“-gli”), che a voler essere pedanti, o amanti della lingua italiana, è pure inesatto (quello giusto è “loro”: «a voler dire loro di…»). Non è mia abitudine andare a caccia degli errori o dei doppi errori grammaticali altrui, tanto più che anche a me capita d’inciampare in questa nostra lingua macchinosa; però con uno che rompe tanto i marroni con questa “competenza” del kaiser, e sotto i suoi proclami mette una firma grossa grossa, gravida di fatali, napoleonici auspici, lo faccio con molta soddisfazione.

MASSIMO ZAMARION

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Italia

I veri servi

Scrivevo quasi due anni fa:

Cari concittadini, italiane ed italiani, se una guerra civile scoppia non è certo a causa della mancanza di bon ton o dell’innalzamento dei toni. Quello è solo il fuoco accidentale che fa esplodere la polveriera che qualcuno ha ammassato con solerzia e sistematicità, spesso nel rispetto formale delle regole, nei seminterrati della società. In Italia ciò è avvenuto attraverso la sedimentazione di un’epica politica di massa che ha trasformato i più di sessant’anni della nostra storia democratica e repubblicana in un lungo romanzo criminale, coi furfanti sempre accampati dalla stessa parte. (Per inciso: si capisce bene quale considerazione di sé possa aver sviluppato il popolo italiano in tutti questi anni di morboso contro-nazionalismo, di auto-denigrazione istituzionale e quasi istituzionalizzata, e come ne abbia guadagnato l’infingardaggine a tutti livelli), Qualche giorno fa Di Pietro, con l’evocazione maramaldesca di scontri nelle piazze a causa della sordità del governo per “le richieste dei cittadini”, non ha fatto altro che replicare la doppiezza del vecchio PCI, specie all’epoca degli anni di piombo, quando ammassava dinamite in cantina attraverso la sua propaganda, per poi salire al piano nobile del condominio democratico ad ammonire con stile mafioso gli amministratori a comportarsi “coscienziosamente”, perché qualche pazzo esasperato avrebbe potuto far saltare tutto.

Oggi Di Pietro, con l’ingenua brutalità che tanto gli è congeniale, ci riprova, spronando tutti a mandar a casa il governo “prima che ci scappi il morto”: a riprova che per un motivo o per l’altro per questi ossessi in Italia la situazione è sempre “insostenibile”. Lo è da mezzo secolo. Le schiene pieghevoli se lo scordano. Lo era, ad esempio, quasi trentacinque anni fa, quando Moro respinse il ricatto in parlamento: “Onorevoli colleghi che ci avete preannunciato il processo nelle piazze, vi diciamo che noi non ci faremo processare”. Ma poi lui e il suo partito diedero in pasto Leone alle pulsioni antidemocratiche. E ora come allora, quando la febbre si alza, anche i grandi giornali si adattano a strisciare per terra, e nascondono la loro viltà dietro il paravento della responsabilità altrui. Sono loro che per viltà si fanno complici della “mostrificazione” del Berlusconi di turno, della creazione ad arte di una “situazione insostenibile”, in cui le vittime passano per carnefici, e viceversa, che parlano di panico, dopo esser caduti loro nel panico, che parlano di bunker, dopo essersi arresi al branco che insegue la preda. Chiedono una vittima sacrificale, per nobili motivi, s’intende, come se questa dovesse placare i mercati, pacificare il paese (dopo che ne hanno aizzato gli istinti peggiori), ridurre quel cazzo di spread della malora che ha rotto i marroni più ancora del culo di Pippa Middleton, propiziare un nuovo clima costruttivo necessario alla messa in cantiere delle mitiche riforme, facendo finta di non sapere che il 95% dei deputati e onorevoli di minoranza di porre mano a pensioni, sanità, liberalizzazioni, pubblica amministrazione non pensa neanche con l’anticamera del cervello, che le parti sociali sulla cura dimagrante non troveranno mai l’accordo, che fuori di questa maggioranza i più cretini possono sperare solo nella palingenesi. In realtà chiedono una vittima sacrificale per placare la bestia antidemocratica e farsela amica. Sono loro i veri servi.