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La protervia di Obama ed Erdogan

Se non fosse per i barconi carichi di disgraziati che s’inabissano senza soluzione di continuità nel Mediterraneo, dello scatolone di sabbia, cioè della Libia, non si parlerebbe quasi più: per vergogna. Nel paese delle piramidi, intanto, il laico Al-Sisi, che già scruta con voluttà il caos libico nella speranza di fare dell’ex regno di Gheddafi un protettorato egiziano, si rivela un autocrate molto più ruvido e megalomane del laico Mubarak: ma nessuno lo chiama dittatore. Mentre in Siria la guerra civile che si è voluto con incredibile leggerezza far scoppiare a tutti i costi ha fatto 200.000 morti e siamo ormai ridotti al punto di dover quasi tifare per Assad. Ecco dove ci ha condotto la politica estera di un Occidente fatuo e furbacchione.

Eppure non era poi tanto difficile prevedere questo disastro se tre anni e mezzo fa, all’inizio della caccia grossa a Gheddafi scrivevo, proprio su queste colonne, prendendo per l’orecchio i vari Sarkozy, Cameron e Obama: «Esiste una virtù, sempre trascurata, che si chiama temperanza. Vale per gli uomini. Vale pure per le nazioni. E’ una virtù, perché è figlia di una visione complessiva delle cose. Senza quella, la logica degli interessi diventa ottusa. Il realismo si muta in furbizia ed opportunismo. Senza quella, la retorica democratica e umanitaria suona come una moneta falsa. (…) Visioni parziali conducono a vicoli cechi.» 

Ed infatti adesso nessuno sa più dove diavolo andare a sbattere la testa. Tanto più che nascosta dai fumi del caos è prosperata nel frattempo la potenza dell’Isis; e tanto è prosperata che ad un certo punto il nero Califfo del XXI secolo ha deciso di mostrarsi al mondo. Ciononostante, anche nella decisione di Obama ed Erdogan di fare finalmente la guerra sul serio al Califfo a farla da protagonisti sono una certa doppiezza ed un machiavellismo da strapazzo. I nostri due strateghi si sono infatti accorti che in fondo, con la scusa della guerra all’Isis, americani e turchi possono prendere due piccioni con una fava, possono cioè mettere piede in Siria e far fuori anche Assad: gli americani perché preoccupati di un eventuale asse scita tra Iran, quello che resta dell’Irak, e la Siria di Assad; il leader turco per cominciare a mettere in atto quella politica di potenza con la quale flirta da lustri. Segno che la lezione non è stata affatto imparata.

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Da Mubarak a Super Mubarak

Di “primavere arabe” ce ne sono state svariate, alcune false, alcune autentiche. Quella egiziana fu sicuramente autentica. Il motivo è semplice: l’Egitto era uno dei paesi medio-orientali più “liberi”. Le rivoluzioni non avvengono mai quando un popolo è chiuso in una prigione, ma quando la porta di questa prigione comincia ad aprirsi lasciando passare spifferi di libertà. Un popolo rassegnato accetta tutto; ad un popolo che invece comincia ad assaporare la libertà quel poco di libertà appena conquistato non sembra mai abbastanza; un popolo siffatto, e specialmente quella sua parte più vicina alla porta, pensa che basti spalancare quella stessa porta per trovarsi in paradiso e non immagina che quella libertà bisogna anche governarla; ritrovatosi nel caos e non nel paradiso della libertà è quello stesso popolo che dopo non molto comincia ad invocare di essere rinchiuso di nuovo in prigione. Noi in Occidente sapevamo tutto questo. E’ la nostra storia. Abbiamo visto che a popolare la piazza, come da copione, e a chiedere più libertà era l’Egitto più libero ed occidentalizzato: i figli delle avanguardie liberali urbane. E tuttavia, per viltà ed opportunismo, abbiamo appoggiato la rivoluzione ed abbiamo chiamato despota, pure noi, l’ex militare che da trent’anni rappresentava un punto d’equilibrio fra le istanze di libertà e la necessità di tenere a bada i fratelli musulmani. C’è stata la prima rivoluzione, da noi appoggiata, e poi la “vera rivoluzione”, cioè la controrivoluzione, sempre da noi appoggiata, che hanno polarizzato più che mai il paese, e reso spietato lo scontro tra i militari e i fratelli musulmani. Il nuovo Egitto due volte rivoluzionario, cioè controrivoluzionario, processa e condanna a pene durissime non solo i fratelli musulmani ma anche i giornalisti: è la caricatura feroce del “regime” di Mubarak, è l’Egitto di Super Mubarak Al-Sisi. L’Occidente è sgomento e costernato. E non è nemmeno pentito. E’ proprio rimbecillito.

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I trionfi della campagna di Libia

Che si stia ripetendo in Libia la tristissima parabola della primavera egiziana?

Ricorderete certo che in Egitto governò per trent’anni un grande amico dell’Occidente, l’uomo forte Hosni Mubarak, vaso di saggezza celebrato, sempre per trent’anni, dalle nostre gazzette per la sua temperata laicità e per la sua moderazione politica, oltre che per essere lo zio di Ruby. Poi tre anni fa scoppiò la primavera egiziana e nel giro di una settimana per le stesse gazzette lo zio Hosni diventò un dittatore fatto e finito. Fu una pagina vergognosa. Poi ci fu il colpetto di stato, in nome della democrazia. Poi le elezioni vinte, inevitabilmente, dai Fratelli Musulmani. Poi il governo muscoloso di questi ultimi. E poi il nuovo colpetto di stato, in nome della democrazia. Col ritorno della quale centinaia di Fratelli Musulmani sono stati condannati a morte (anche se probabilmente in appello le condanne saranno modificate, se non altro per motivi di opportunità). Il tribunale degli “Affari Urgenti” del Cairo ha intanto dichiarato fuorilegge il “Movimento 6 Aprile”, protagonista della cacciata del “dittatore” Mubarak. E ora è tutto pronto per il ritorno del Faraone, del Rais, del Boss, insomma dell’uomo fortissimo Al-Sisi, al quale le folle già tributano onori quasi divini, e al quale le nostre gazzette riconosceranno, subito dopo l’intronizzazione, un profilo di temperata laicità e di moderazione politica.

Ricorderete, invece, che in Libia per decenni governò un grande nemico dell’Occidente, il terrorista su scala industriale Muammar Gheddafi. A dire il vero per le nostre gazzette progressiste Muammar non era poi tanto malaccio: aveva il merito di essere la bestia nera di Reagan. Poi Muammar, a modo suo laicissimo e nemico degli islamisti, negoziò la sua resa all’Occidente in cambio del mantenimento del potere nel suo paese. Il patto era vergognoso ma fu siglato. I rapporti tra Libia e Occidente (e quindi Italia, soprattutto) divennero intensi e anche proficui dal punto di vista economico. Muammar divenne più strambo di Lady Gaga ma chissà perché non venne apprezzato da un mondo che è riuscito di recente ad incapricciarsi di una Conchita Wurst con la quale avrebbe potuto formare per davvero la coppia del secolo. Poi venne la primavera libica, cioè la sceneggiata degli islamisti di Bengasi capitanati dal filosofo e raffinato donnaiolo Bernard-Henri Lévy, ribelli in nome della democrazia. In loro soccorso corse l’Occidente. L’intervento fu una canagliata e una follia, certificata scientificamente dalla mancanza di qualsiasi protesta pacifista e dall’approvazione di una sinistra finalmente guerrafondaia. Muammar venne cacciato come una fiera della foresta, ucciso e la sua carcassa esposta come un trofeo. Poi furono due anni di caos e anarchia. Adesso la situazione sembra chiarirsi. Un vecchio generale ex gheddafiano, Khalifa Haftar, per vent’anni in asilo politico negli Stati Uniti, ha riunito attorno a sé le milizie laiche anti-islamiche, ed è ad un passo dal solito colpetto di stato, che se avrà successo a naso sarà benedetto dall’Occidente, in nome della democrazia, s’intende, specie se Haftar saprà tenere unita la Libia col pugno di ferro alla stregua di Gheddafi.

Quello che scoccia è che dopo tutto il casino combinato Sarkozy, Cameron e Obama non abbiano ancora detto una parolina di scusa. Del tipo: siamo stati fessi. Almeno quello. Quanto a Bernard-Henri Lévy le scuse non basterebbero. Io lo prenderei per un orecchio, lo denuderei, gli taglierei i capelli a spazzola, lo costringerei con l’aiuto di qualche aguzzino, e dopo qualche ragionevole e meritata tortura, a mettersi un paio di jeans larghi col risvolto, una felpa, un paio di sneakers fosforescenti ai piedi e un cappellino da baseball in testa. Certo l’uomo in bianco e nero soffrirebbe enormemente. Ma per lo shock potrebbe anche guarire e tornare ad essere un uomo normale.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (161)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

GIORGIO NAPOLITANO 13/01/2014 Alla bella età di novantotto anni è morto Arnoldo Foà. Il Presidente della Repubblica non ha mancato di rendere omaggio al personaggio, evocando «una figura esemplare di artista, di interprete della poesia e del teatro, animato da straordinaria passione civile e capace di trasmettere emozioni e ideali al pubblico più vasto». Non si sa perché, ma da noi a quasi tutti gli artisti, scrittori o intellettuali capita di essere ricordati, al momento della loro dipartita da questo mondo, soprattutto per loro «straordinaria passione civile». Trovo la cosa straordinariamente spiacevole e assai pericolosa per il buon nome di tanti protagonisti della cultura italiana, in quanto al popolino questa incontrollata retorica celebrativa potrebbe un po’ alla volta suggerire che il caro estinto di turno senza quella «straordinaria passione civile» sarebbe stato in realtà un perfetto buono a nulla; o che i suoi non eccelsi talenti senza un’ostentata «passione civile» non sarebbero stati sufficienti ad aprirgli le porte del successo; o che il suo genio, se non si fosse inchinato a quello stracco conformismo politico che va sotto il nome di «passione civile», sarebbe stato scoperto almeno cent’anni dopo i suoi funerali.

LA CURVA SUD MILANO 14/01/2014 Ci risiamo: questi qui non hanno ancora capito niente. Nel salutare il «vero uomo» Allegri si rammaricano della «totale assenza di un progetto per il futuro e di un mercato minimamente degno di nota …principali cause dei Mali del Milan!» Mi domando cosa serva passare mezze giornate a leggere le gazzette dello sport, a guardare e riguardare le partite, a chiacchierare per ore di moduli, e di giocatori da vendere e comprare, se poi ci si rifiuta di osservare, con sereno distacco, come funziona all’ingrosso il «gioco del calcio». A niente, se non a credere ai miracoli del calciomercato, come capita a tutti quelli che non hanno neanche una mezza idea su quello che sta succedendo. Facciano uno sforzo, si fingano nel pensiero azerbaigiani o paraguayani, e scopriranno subito che il vero problema del calcio italiano non è la sua relativa neo-povertà, non il tasso tecnico dei giocatori, ma la povertà di un gioco sconclusionato, casuale, che i numeretti esoterici delle tattichine e dei moduletti della malora nobilitano agli occhi di tanti gonzi appassionati. Un campionario stupefacente di compagini slegatissime, dominate da un triennio da una squadra appena un po’ più compatta delle altre, che però sbatte spesso contro un muro non appena mette il naso al di là delle Alpi. Per quanto mi riguarda, visto che arriva Seedorf, che grazie al cielo come allenatore è ancora un pivello non ancora guastato dall’esperienza, sarei felicissimo se il Milan riuscisse a giocare come l’Ajax dei ragazzini: con cinque nazionali italiani e il resto della compagnia faremo faville! Dite di no? Tranquilli: in Italia sono i risultati che a posteriori fanno la qualità dei giocatori. E’ anche questo un frutto del vero male del Milan e del calcio italiano: la mistica tediosissima del calciomercato, roba buona per gente senza palle e senza vere ambizioni.

MARCO IMARISIO 15/01/2013 L’inviato del Corriere della Sera è indignato non solo dalle allarmanti e vili minacce di alcune frange violente del movimento No Tav al giornalista della Stampa Massimo Numa e al parlamentare del Pd Stefano Esposito, ma anche dal silenzio omertoso su questi fatti di una certa Torino progressista. La stessa Torino che «è sempre stata fiera della sua tradizione antifascista. Quello che stanno subendo Massimo e Stefano si chiama fascismo.» Bravo! Ma che c’entra il fascismo? E’ comunismo della più bell’acqua, vecchio come il cucco, compresa la firma con falce e martello in calce al filmato spedito qualche giorno fa dagli spioni del giornalista della Stampa alla loro vittima. Ed anche la storia è vecchia come il cucco: la storia di una sinistra che quando si accorge che alcuni suoi figli sono veramente facinorosi di prima categoria, li chiama, per disperazione, poveretta, «fascisti». E perché? Perché è essa stessa, sociologicamente parlando, quell’Italia vecchia come il cucco che nel 2014 sfoggia ancora la retorica resistenziale per la semplice ragione che non ha ancora superato i sensi di colpa per il suo passato fascista. Che pena.

FRANCESCO MERLO 16/01/2014 Che mai ha combinato Franceschiello nostro? Niente, proprio niente. Purtroppo per lui mi è bastato un piccolo assaggio mediatico della Waterloo Hollandiana di questi giorni per riportarmi alla mente, quasi fosse una madeleine proustiana, un suo pezzo del 2007 sul quale ho sempre avuto in animo di sfogare la mia viscida malignità. Era il giorno dell’insediamento di Sarkò all’Eliseo, ma per Franceschiello (lo chiamo così, con volgare e italiota confidenza, apposta per urtarlo) fu soprattutto il giorno di una foto, la foto di “una famiglia plurale che non stupisce la Francia”: «I vescovi di Francia, rosei e sereni monsignori con il fegato sano, ministri di un Dio che è Dio e che dunque non fa l’imbonitore di piazza,» scriveva Merlo su “La Repubblica”, «capiscono bene che in quella foto c’è il presupposto della Grazia. E’ infatti la foto di una bella e grande famiglia benedetta da Dio, di una moderna e riuscita famiglia di famiglie come ce ne sono tante, quella che è finita sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo. Due sono figli di lei, altri due sono figli di lui, il quinto è il figlio di entrambi, e anche i francesi più pettegoli si imbrogliano con le immagini e non sanno bene chi è il padre di chi e chi la madre di chi, un po’ come, guardando il famoso fumetto, nessuno è in grado di dire chi è Tom e chi è Jerry.» In parte era giustificato: chi non è mai rimasto a bocca aperta davanti all’elegante disinvoltura con la quale i figli dell’Esagono gestiscono i loro casini sessuali e sentimentali? Quale prova migliore del grado di civiltà di un paese? Ma Merlo era addirittura rapito: «La Francia è un paese cattolico ma i vescovi sono sereni, anche loro si accorgono che in quella foto non c’è Feydeau ma c’è Truffaut, ci sono insomma tutta l’Autorità e tutta la Tradizione dell’amore, di una deliziosa storia d’amore a corollario di una stagione politica vincente.» Spero per lui che Hollande non gli abbia rovinato questo bel sogno. Intendiamoci, Hollande si è dimostrato un bel mandrillo, degno di tutti i suoi predecessori, da Valéry Giscard d’Estaing in poi, e nessuno ci avrebbe scommesso un vecchio franco. Disgraziatamente, c’è molto più Feydeau in lui che Truffaut. Speriamo bene. Anche perché in quei giorni François Merlò, parisien come Arrigo Beyle era milanese, coltivava un’ineffabile speranza, nonostante tutto, per il nostro paese: «Ma stiamo cambiando anche noi. Non so quando manderemo al Quirinale una stramba e perciò normale famiglia com’è quella di Sarkozy, con tanto di matrigna bella e buona.» Eppure, se non fosse per la nostra giustizia nord-coreana, quella famiglia ce l’avremmo già! E’ la più stramba del mondo! Tutta insieme farà un figurone! La Perla del Marocco, adottata, darà il tocco decisivo! E Dudù, mi dimenticavo di Dudù!

L’AUTUNNO EGIZIANO 17/01/2014 Sfiancati da tre anni di casini, già stufi dei miracoli della democrazia e dei partiti, neanche metà degli egiziani ha detto sì al referendum sulla nuova Costituzione voluto dal generale Abdel Fatah al-Sisi, vicepremier, ministro della Difesa, capo delle Forze armate egiziane, golpista e prossimo Faraone d’Egitto, mentre il resto è rimasto a casa, chi in preda alla rassegnazione, chi covando vendetta. L’Egitto è tornato ai blocchi di partenza, con i militari al potere, i Fratelli Musulmani sullo sfondo, e le piccole minoranze liberali urbane uscite bastonate dai giochetti rivoluzionari che l’Occidente più salottiero aveva entusiasticamente sostenuto. L’unica vera differenza è l’uomo forte: al posto di quella pasta d’uomo di Mubarak c’è un tipo duro e mezzo esaltato come al-Sisi. Fino allo scoppio della prossima rivoluzione sarà lui il presidente egiziano regolarmente eletto e universalmente riconosciuto: solo allora il Corriere della Sera lo chiamerà «dittatore».

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (139)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

MATTEO RENZI 12/08/2013 Per far sua la sinistra il sindaco di Firenze ci ha provato in tutto in modi: ha cominciato col cripto-berlusconismo e sta finendo col trinariciutismo. Nell’anniversario della Liberazione ha detto: «Rispetto umano e pietas per tutti i morti, ma c’è chi è morto dalla parte giusta e chi è morto dalla parte sbagliata. Ogni tentativo di revisionismo va respinto al mittente.» Quando sento queste pompose esagerazioni mi scappa da ridere. E’ come se qualcuno con fiero cipiglio vi guardasse in faccia e mettesse alla prova la vostra ortodossia antifascista. Costui si considera naturalmente un erede spirituale di coloro che combatterono dalla parte giusta. Un paese cattolico come l’Italia non ha mai conosciuto un bigottismo più radicato di quello di questo marmittone: ragionare con lui è un’impresa. Se gli dite che l’apporto militare dei partigiani alla Liberazione fu poco più che nullo; che rispetto alle armate di tedeschi ed alleati i partigiani erano meno che quattro gatti; che anche sull’aspetto morale della questione c’è parecchio da dire; che per molta gente comune questi giovanotti dai modi spicci, i partigiani, erano poco meno che banditi; che molti di questi sputavano sulla democrazia liberale tanto quanto i fascisti; che fra di loro la truppa dei voltagabbana s’ingrossava in modo sbalorditivo man mano che gli yankees risalivano la penisola; che essi non rappresentavano «la parte giusta» del popolo italiano semplicemente perché il popolo italiano assisteva passivo ai disastri della guerra; che «la parte giusta» del popolo italiano si formò politicamente solo dopo, per motivi tutt’altro che nobili e magnanimi, elevando la Resistenza a fondamento della nazione; che «la parte giusta» del popolo italiano era in realtà la sua parte più schizofrenica e compromessa col regime, come la fascistissima Toscana del ventennio; se gli dite tranquillamente tutte queste cose, prima di contorcersi per lo scandalo, vi guarderà a bocca aperta come un marziano. Mentre il marziano, a settant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale, è lui. Se lo capisce, bene. Sennò, che la smetta di rompere.

ROBERTO BALZANI 13/08/2013 Quali sono le regioni che hanno la più alta densità di inceneritori nel loro territorio? L’Emilia Romagna e la Toscana, anche se la regione che singolarmente presa ne ha di più è la Lombardia, che però ha più abitanti di Emilia Romagna e Toscana messe insieme. Fatto sta che un inceneritore italiano su tre si trova nelle due grandi regioni rosse. Strano, se si pensa che al popolo di sinistra viene l’orticaria solo a parlare di inceneritori. Ma si sa come sono i compagni: quello che agli altri intimano di non fare, in casa loro lo fanno tranquillamente. Mica sono scemi. Ne ricavano un doppio vantaggio: politico a livello nazionale, e gestionale a livello locale. Ed è così che il sindaco di Forlì sul suo blog de “Il Fatto Quotidiano” può scrivere: «…Rispetto alle realtà del Paese ancora alle prese con l’emergenza – discariche, termovalorizzatori ipotizzati o in costruzione, esportazione di ecoballe -, qui siamo di sicuro un passo avanti; ma proprio perché lo siamo, l’impostazione di un approccio in linea con la politica europea diviene, a mio giudizio, inevitabile. I fatti. L’Emilia-Romagna ha scelto per tempo la via dell’incenerimento, quando essa appariva un’opzione ambientalmente più accettabile dei pessimi sistemi di smaltimento precedenti (il seppellimento dei rifiuti, tanto per esser chiari). Le multiutility del territorio hanno investito in impianti assai costosi e poi li hanno via via ammodernati nel corso degli anni, inserendosi in uno dei business pubblici fra i più rilevanti e redditizi. I problemi sono sorti quando la sensibilità dei cittadini nei confronti della questione ambientale è progressivamente cresciuta, influenzando le politiche dei partiti e delle amministrazioni. Da percezioni “di nicchia” si è passati a orientamenti più vasti e diffusi: col risultato che gli eletti incaricati di reggere le sorti dei comuni, per convinzione o per convenienza, hanno cominciato ad inserire nei loro programmi di mandato obiettivi più ambiziosi: il potenziamento della differenziata fino alla domiciliare, il recupero di materia, la riduzione della quota da incenerire, l’idea – in particolare – che il rifiuto sia una risorsa e non una maledizione biblica…» Come si può vedere, i compagni sono sempre più avanti degli altri, ed anche ragionando a ritroso hanno sempre ragione. La costruzione di inceneritori? Opera meritoria, necessaria e in quegli anni perfino lungimirante. Ma perché, agli inizi del millennio, non lo hanno fatto sapere anche al resto d’Italia, invece di alimentare una campagna di terrore intorno agli inceneritori? E perché non hanno voluto consigliare all’Italia della munnezza di percorrere la nobile via che loro stessi hanno percorso, quella saggia dei passi fatti uno alla volta, cominciando dalla costruzione di una bella serie di meravigliosi inceneritori?

IL PREGIUDICATO 14/08/2013 Pregiudicato! Pregiudicato! Pregiudicato! Da quando il Berlusca è stato condannato in via definitiva l’esercito petulante ed isterico delle femminucce della sinistra non la smette di berciare. E’ da una vita che attendevano il Giudizio Divino e non riescono a capacitarsi che il Berlusca non sia ancora sparito dalla circolazione e con lui i berluscones. Il coro è possente e livoroso, ma è bene dire subito che a noi, berluscones, del nomignolo di “pregiudicato” non ce ne frega proprio niente. Anzi, consiglio al Berlusca di accettarlo di buon grado, insieme a tanti altri gloriosi trofei lessicali vinti sul campo di battaglia e sulla via del martirio, come Psiconano, Caimano, Al Tappone, il Nano di Arcore ecc.ecc. Si può fare politica anche agli arresti domiciliari e anche senza essere eletto in Parlamento. La dorata prigione diventerà meta di pellegrinaggi, in primo luogo di italo-forzuti, ma poi anche di turisti venuti da ogni parte del mondo: il presidente della repubblica, gli uomini di governo e i parlamentari di sinistra, di centro e parte anche di destra schiatteranno d’invidia. Quando poi anche le olgettine saranno di ritorno, in visita al nonnetto perseguitato, l’ora del trionfo sarà vicina.

MOHAMED EL BARADEI 16/08/2013 Ci sono gli uomini: come il Pregiudicato, ad esempio, l’unico statista occidentale a non essersi fatto travolgere dall’opportunismo, dal voltagabbanismo, dall’isterismo e dalla mancanza di buon senso quando in Egitto scoppiò la primavera araba. All’inizio di febbraio 2011 Al Tappone era a Bruxelles per il Consiglio Europeo: «Mi auguro», disse, «che in Egitto ci possa essere una continuità di governo. Il presidente Hosni Mubarak ha già annunciato che né lui né i suoi figli si presenteranno alle prossime elezioni e confido, come tutti gli occidentali, che ci possa essere una transizione verso un regime più democratico senza rotture con un presidente come Mubarak che è sempre stato considerato l’uomo più saggio e un punto di riferimento preciso per tutto il Medio Oriente. L’Egitto è un Paese di 80 milioni di abitanti, povero, dove il 40% delle persone vive al di sotto della soglia di povertà e dove c’è stato un forte aumento dei prezzi degli alimentari. A questo si è aggiunto il vento della libertà e della democrazia che quando soffia è contagioso. Questo vento sta soffiando e sta interessando molte persone.» Il Caimano poi, da democratico cazzuto, fece un’osservazione sempre pertinente in tempi rivoluzionari, un’osservazione banale e coraggiosa: «Le persone che sono in piazza rispetto agli 80 milioni della popolazione sono veramente poche, ma al tempo stesso sono espressione di un malessere generale che non c’è solo in Egitto ma anche in altri Paesi come Giordania e Libano.» Per queste parole controcorrente il valoroso Berlusca fu irriso dal gregge delle società civili occidentali, i cui svampiti capetti lavorarono invece a far precipitare gli eventi, con gli splendidi risultati cui stiamo assistendo. E poi ci sono i caporali: come, per esempio, il diplomatico e per lunghi anni direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica Mohamed El Baradei. Costui è un vaghissimo e tipico “liberale” amante del quieto vivere, ossia un liberale che guarda a sinistra, ossia un uomo fatto per non combinare un tubo e per collezionare di conseguenza vagonate di onorificenze. Nel 2005, in odio a Bush Jr., ebbe il Nobel per la Pace. Leggo su Wikipedia che, solo per rimanere in Italia, le Università di Firenze e di Perugia gli conferirono Lauree Honoris Causa in questo e quell’altro, e che l’istituto Archivio Disarmo lo insignì del “Premio Colombe d’oro per la pace”, guiderdone disgustosamente zuccheroso già solo nel nome. Anche El Baradei, come l’Occidente più frivolo – in prima fila gli opinionisti di tutti i Corrieroni della Sera del mondo civilizzato – scoprì con trent’anni di ritardo e con le manifestazioni di Piazza Tahrir che il nostro amico Mubarak, uno degli autocrati più bonaccioni e ragionevoli che il Medio Oriente abbia mai conosciuto, era un “dittatore”. Fatuo e furbacchione, questo burocrate pensò di cavalcare la rivoluzione ponendosi a capo dell’Egitto cautamente laico e liberale. Perse la partita non riuscendo nemmeno ad entrare in campo. La partita la vinsero naturalmente i Fratelli Musulmani, i quali pur con tutta la loro buona volontà dimostrarono in poco tempo che con il liberalismo democratico non avevano niente a che fare. E allora, in nome della democrazia, e applauditi dagli irriducibili boccaloni di Piazza Tahrir, i militari s’incaricarono del golpe che doveva cacciare il democraticamente eletto presidente Morsi. Non avendo imparato nulla, El Baradei avallò anche il golpe, ricevendone in cambio la solita nomina: Vicepresidente dell’Egitto. Ora siamo sull’orlo della guerra civile. Le notizie parlano di centinaia di morti in soli due giorni. El Baradei ha prontamente dato le dimissioni. Come a dire: io non c’entro. Cretino.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (102)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

LA RIVOLUZIONE EGIZIANA 26/11/2012 Al contrario di quanto si legge e si sente sui fatui media occidentali, la rivoluzione egiziana sta avendo pieno successo. Infatti sta calcando pari pari le orme di quelle del passato. Dopo un prologo “liberale” e conciliante, Morsi, l’uomo forte della setta più forte, ha assunto i pieni poteri grazie ad un decreto costituzionale in base al quale le sue risoluzioni sono “inappellabili e definitive». S’intende che l’ha fatto per difendere la rivoluzione. E s’intende che la natura del decreto è temporanea. Le avanguardie urbane, acculturate e “liberali”, infima minoranza nel paese, e anima della piazza che aveva detronizzato il raiss, gridano al tradimento della rivoluzione e alla lotta contro «il nuovo Mubarak», anche perché la Repubblica Araba d’Egitto durante i trent’anni della presidenza Mubarak non è mai uscita dallo “stato d’emergenza” proclamato dopo l’assassinio del suo predecessore Anwar al-Sadat. Saranno schiacciate, nel nome della rivoluzione, che al potere non prevede dittatori chiamati tali solo al momento della loro caduta, come il “moderato” Mubarak.

BERLUSCONI, NAPOLITANO & MONTI 27/11/2012 E’ vero che è difficile far cambiare idea ad un vecchietto, ma francamente speravo meglio. Silvio in economia è sempre fermo all’equazione + consumi = + produzione = il paese della cuccagna. Sentitelo ieri al telefono con Belpietro: «Le politiche recessive hanno portato alla contrazione consumi, e quindi a rallentare la produzione, al licenziamento del personale e alla chiusura delle aziende. Le imprese non fanno più pubblicità e quindi non stimolano più gli acquisti.» Eppure tra lo scialacquatore e il risparmiatore i saggi reggitori della cosa pubblica hanno sempre preferito il secondo o no? Ed infatti un’economia sana ha un suo ritmo naturale, e non ha bisogno di forzature. L’allegro consumismo invocato da Silvio è invece una specie di surrogato dell’allegro welfare: sono ambedue fondati sui debiti, e sull’interventismo statale, palese o nascosto. Gli ha risposto quasi in contemporanea il presidente della repubblica, capace di drizzare la schiena pur di fare un dispetto al Berlusca: «Sappiamo benissimo che la riduzione del deficit e del debito attraverso misure di sensibile diminuzione della spesa pubblica produce effetti recessivi. Ma a scelte di quel genere non si può sfuggire, se non vogliamo che l’Italia sia spinta di nuovo sull’orlo di una crisi disastrosa del debito sovrano, e quindi della sostenibilità dei conti pubblici.» Questo infatti mi parrebbe un discorso abbastanza sensato. Se a farlo non fosse il gran protettore del governo Monti, che in fatto di finanze pubbliche ha adottato la politica dei saldi contabili a forza di balzelli e gabelle varie, non certo quella della scure. Il quale Monti, nello stesso giorno, dimostra pure lui di essere bravo a menar il can per l’aia dichiarando con forbita demagogia: «siamo andati ai margini dell’infrazione della privacy, ma a livello fiscale siamo in uno stato di guerra ed è impossibile una pace tra cittadini e Stato se non viene ruvidamente contrastato il fenomeno dell’evasione». E allora diciamola evangelicamente: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, piuttosto che un politico prenda il toro per le corna. Quello che è terrificante è che il resto della ciurma, azzeratori compresi, è ancora peggio.

MATTEO RENZI 28/11/2012 «A quel privato si è concesso troppo in nome dell’amicizia con politici di vario genere, soprattutto di Forza Italia. La famiglia Riva non è stata costretta a risanare l’area.» Tempo di ballottaggi ed il nuovo comincia a dar segni d’invecchiamento, tanto da scoprire perfino l’antiberlusconismo. La frecciatina è proprio tirata per i capelli, e scarsissimamente elegante, vista la serissima faccenda. Si vede che lo spigliato Matteo a certe canagliate non è ancora abituato. Un’anima servile sarebbe stata più accorta. Lo noteranno per primi, con qualche compiacimento, quei maldicenti usi a chiamarlo «berluschino».

MARGHERITA HACK 29/11/2012 L’astrofisica comunista alle primarie della sinistra parteggiava naturalmente per Vendola, che comunista è ancora per metà. Al primo turno delle primarie tuttavia non ha fatto in tempo a votare, perché era via. Ma ha annunciato che al secondo turno si presenterà ai seggi con la giustificazione in tasca per votare il nuovo, cioè Renzi. Non solo. Ha anche detto di sperare in un Monti-bis. E’ molto bello vedere una signora novantenne folleggiare tra lo sconcerto dei militanti. Un’allure così dadaista, ma così incantevole, se la può permettere solo una ragazzetta fresca fresca. Sia detto a lode del dottore che qualche mese fa, con grande perspicacia, le negò il rinnovo della patente.

FRANCESCO AMATO 30/11/2012 E’ uscito ieri nelle sale cinematografiche l’ultimo film di Francesco Amato, “Cosimo e Nicole”, già premiato al Festival Internazionale del Film di Roma. E’ la storia d’amore di due ragazzi, lui italiano, lei francese, che s’incontrano – ma guarda un po’ – al G8 di Genova, «il momento più emotivo e ad alta temperatura per una generazione». Be’, può essere. Ogni migliore generazione, sull’esempio dei migliori padri, ha la sua resistenza da celebrare, di volta in volta più ridicola. L’importante è incensarla, tenerla viva, proiettarla nel mito, per incensarsi, sentirsi vivi e diventare mitici. E farla da padroni. Il G8 di Genova fu un miracolo del Berlusca. Col governo del Caimano appena insediato, esserci divenne una tentazione irresistibile per migliaia di pecore, che pregustavano una gloria facile e le gioie future di un reducismo da rimbambiti. Infatti in questa guerra non subirono perdite. Ci fu un morto, ma fu un caso disgraziato. In compenso gli squadroni dei teppisti si divertirono un mondo a distruggere tutto quello che capitava sotto le loro mani. Poi ci furono i fatti della Diaz, in un primo tempo trascurati, che non lasciarono sul campo nessuna vittima, ma che poi, in mancanza di meglio, passarono alla storia col nome stravagante di «massacro». Una storia piccina per gente piccina. Come l’artista che invece di infischiarsene di tutto e tutti paga il suo miserabile e inutile tributo al credo bislacco di un esercito di vezzeggiati piagnoni in carriera.

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Democrazia d’Egitto

Hosni Mubarak è stato considerato per molti decenni un leader moderato del mondo arabo, un buon amico dell’Occidente che senza troppe licenze regnava, per nostra fortuna, sull’enorme polveriera egiziana. Nessun quotidiano di qualche importanza, in Italia e all’estero, lo designava col nome di “dittatore”. La cosa sarebbe apparsa perfino bizzarra. I media trasmettevano un’immagine paciosa, paternalistica e “laica” dell’autocrate. Poi venne la primavera araba e la rivoluzione, che fu un fenomeno strettissimamente urbano, anzi, si può dire, di una sola grande città, se non di una sola grande piazza. Assolutamente niente di nuovo. I protagonisti più sinceri di quella rivolta facevano parte di un’élite occidentalizzata e “connessa”. In un certo senso, erano i figli più viziati dell’epoca del rais. Come spesso accade, sono le avanguardie ingenuamente “liberali” ad aprire la strada alla rivoluzione che le divorerà. Ma quei ragazzi sono abbastanza perdonabili. Quello che non è perdonabile è l’incredibile frivolezza con la quale l’Occidente ha sposato acriticamente la causa della piazza, accelerando il processo rivoluzionario. Tra i peggiori di tutti, alcune penne nostrane notoriamente circospette, dei voltagabbana da salotto che nei loro editoriali cominciarono ad aggiungere, con dissimulata naturalezza, la qualifica di “dittatore” al vecchio Mubarak caduto nella polvere. Ora, finalmente, sono giunti i risultati ufficiali delle prime elezioni “veramente libere e democratiche”: Giustizia e Libertà, il partito dei Fratelli Musulmani ha conquistato il 47% dei seggi della nuova assemblea popolare; a fargli buona compagnia, Al Nour, il partito dei Salafiti, musulmani ultraconservatori con il 24% dei seggi; il primo dei partiti “laici” il Wafd, prende il 9%; il secondo, la coalizione del Blocco Egiziano, prende il 6%.

Questo risultando rotondo e abbastanza agghiacciante deve molto anche al contributo entusiastico dei leader europei e del presidente americano Obama, tutti smaniosi di legittimarsi presso le nuove avanguardie democratiche dell’ex terzo mondo, nell’illusione di poterle poi controllare. In realtà questa mancata presenza di spirito, e di intelligenza, è frutto dell’intrinseca debolezza dell’Occidente, che invita ad illudersi ed a fare i furbi. Berlusconi, il “pagliaccio” in mezzo a tanti statisti più o meno sobriamente à la page, aveva pienamente ragione quando nei giorni della rivolta avvertiva che le centinaia di migliaia di manifestanti di piazza Tahrir non rappresentavano gli ottanta milioni di abitanti dell’Egitto. C’è sempre, in ogni paese, una maggioranza silenziosa naturalmente conservatrice, ostile agli eccessi ed agli integralismi. Con l’affrettata caduta del “regime” di Mubarak, che a suo modo la proteggeva, e la controllava, è stato spazzato via ogni ostacolo all’imporsi delle organizzazioni islamiche. Una maggioranza silenziosa è diventata una maggioranza impaurita, in cerca di un padrone. Il risultato della rivoluzione democratica è un simulacro di democrazia, fondato sulla paura. Prossimamente un parlamento a schiacciante maggioranza islamica eleggerà un consiglio di cento membri incaricato di redigere una nuova costituzione. E vedremo allora, se dopo la sostanza, saranno le forme della democrazia a saltare. Intanto i “nuovi” militari al potere, che pensavano opportunisticamente di riciclarsi nella stagione rivoluzionaria grazie alla consegna del capro espiatorio Mubarak, si rivelano anche più letali dei “vecchi” nei confronti dei manifestanti che, con tragica ingenuità, protestano contro una rivoluzione “tradita e incompiuta”. E non si accorgono, i primi e i secondi, che combattendosi gli uni con gli altri stanno azzerando ogni opposizione al nuovo ordine islamico. A parziale consolazione, c’è tuttavia da dire che, legittimandosi nella democrazia, anche in Egitto l’islamismo politico ha accettato un elemento culturale universalistico, occidentale e in senso lato cristiano, che nel lungo o lunghissimo periodo lo distruggerà.

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Guerra per futili motivi

Sui disordini in Bahrein è calato il silenzio: se si torna a parlare dell’arcipelago è solo a proposito di Formula Uno, o per il fatto che il principe ereditario Salman, molto afflitto, non ha potuto esibire la sua augusta presenza alle nozze dei suoi amici Kate e William. In fondo è comprensibile: il Bahrein è un castelletto in mezzo al petrolio dove tra famiglia regnante, famigli e sudditi si arriva appena ad un milione di abitanti; roccaforte islamico-tradizionalista, è però considerato un avamposto occidentale, vista la sua politica estera dominata dai timori nei confronti dell’ingombrante vicino iraniano, la cui influenza sulla maggioranza sciita in Bahrein non si sa bene ancora quale ruolo abbia giocato nelle insorgenze “democratiche” dei mesi scorsi; senza contare, infine, che il Bahrein ospita una base navale statunitense. Anche sui tumulti nello Yemen è calato il silenzio: le schermaglie sanguinose tra i filo-governativi e le opposizioni tuttavia proseguono senza che si arrivi ad un accordo per la gestione della transizione dal regime del presidente Saleh ad uno più “democratico”. Allo Yemen son rimaste solo le gocce di tutto il petrolio che ha inondato il sottosuolo dei paesi del golfo. Paese arcaico, ricco di pittoresche vestigia storiche, non è però né uno staterello né un deserto di sabbia: è grande come la Francia e conta la bellezza di una trentina di milioni di abitanti. Essendo poverissimi, infatti, gli yemeniti si moltiplicano come conigli, detto con tutto il rispetto dovuto ai popoli gagliardi. Ed il paese gode anche di una posizione geografica interessantissima, posto com’è all’imboccatura meridionale del Mar Rosso, là dove la penisola arabica quasi si tocca con il Corno d’Africa, e il golfo di Aden apre la via verso l’Asia profonda. Non è invece calato il silenzio sui fermenti democratici che stanno scuotendo la Siria, dove il numero delle vittime della repressione del regime di Bashar El Assad sta ormai avvinandosi al migliaio. In compenso, a parte le chiacchiere, nessuno si muove per fermare il bagno di sangue. Il tutto mentre in Egitto la rivoluzione “democratica” comincia davvero a mostrare il suo lato sinistro, se il ministro della giustizia apre alla possibilità di una condanna a morte per quel Hosni Mubarak che per gli standard medio-orientali è stato niente di più che un moderato autocrate, e per l’Occidente e Israele un interlocutore ragionevole, se non provvidenziale.

Su questi fronti, tutti delicati, l’Europa e gli Stati Uniti fondamentalmente sono stati a guardare, vuoi per prudenza, per saggezza, o per viltà. Mentre hanno finito per infognarsi in una guerricciola personale e poco decorosa contro Gheddafi. Il motivo non è difficile da individuare: il Raìs ha pagato i lunghi anni del suo progressivo – e fruttuoso, da ambo le parti – armistizio con l’Occidente con l’isolamento nel mondo arabo, in quello “moderato” a causa del passato, in quello “estremista” a causa del presente. Toccato in maniera non troppo profonda dalle rivendicazioni democratiche, il regime libico è stato considerato una preda facile – in parte per la sua forza intrinseca, in parte perché l’isolamento del regime limitava la potenzialità destabilizzante sullo scacchiere internazionale di un intervento militare occidentale – da chi voleva regolare qualche conto, sfoggiare un bel trofeo in casa propria ed estendere la sua influenza nella regione. Un peccato di gola, travestito da ragioni umanitarie. A mettere in risalto l’imprudenza e la faciloneria con sui ci si è imbarcati in quest’impresa basta pensare alle plateali contraddizioni della propaganda messa in atto per giustificare l’intervento: da una parte la retorica piagnona sullo “sterminatore del proprio popolo”, intonata senza che le piazze facessero in tempo a tingersi di sangue, e dall’altra l’immediato, simpatetico ma ingenuo utilizzo delle parole “insorti” e “ribelli”, mai usate nel caso delle altre insorgenze “democratiche”; parole che fanno parte della tipica terminologia bellica, alla quale non si vede perché il regime di Gheddafi non dovesse rispondere a tono.

Il colpaccio non è riuscito. Com’era prevedibile, neanche l’applicazione in termini super-estensivi della no-fly zone ha sbloccato la situazione dal punto di vista militare. La guerra di Libia si sta trasformando allora in una caccia all’uomo, nel nome dei diritti umani. E’ una verità che Vittorio Feltri ha sparato sulla prima pagina di Libero con un titolo ad effetto: “Uccidetelo e che sia finita”; che non si capisce dove sia scioccante visto che sintetizza in maniera brutale il non detto di certe surreali analisi, nel tono soprattutto, apparse ultimamente sui grandi quotidiani della penisola. Comunque vada a finire, sarà una pagina nera.

Anche perché non è affatto detto che vada a finire in “gloria”: l’insofferenza russa cresce ogni giorno di più. Il ministero degli esteri ha fatto sapere che gli attacchi della NATO costituiscono un uso della forza “sproporzionato”, eccedente il mandato dell’ONU, tanto da far nascere ragionevoli sospetti che essi siano mirati alla “distruzione” del leader libico e della sua famiglia; ed ha ripetuto che la Russia chiede un immediato cessate il fuoco in vista di una soluzione politica del conflitto. Qui sta l’inghippo non previsto: l’irrompere nella vicenda di potenti terzi incomodi.

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Esteri

Avvertimenti d’Egitto

Siccome, a quel che mi risulta, i giornali stranamente sembrano ignorarlo – si dorme in redazione? – lo scrivo io perché l’Egitto ha fatto la voce grossa con l’Italia sul tema degli immigrati. Il ministro degli esteri Frattini ha in programma fra qualche giorno una visita al Cairo. La settimana scorsa, dopo l’eccidio di cristiani copti vicino a Luxor, si era lasciato andare a dichiarazioni insolitamente franche per un rappresentante della diplomazia internazionale:

Le violenze perpetrate contro la comunità cristiana copta in Egitto suscitano orrore e riprovazione. La comunità internazionale non può restare indifferente né deve mai abbassare la guardia di fronte all’intolleranza religiosa, che costituisce una gravissima violazione dei diritti umani fondamentali. L’Italia intende continuare a difendere in tutte le sedi il principio della libertà di culto, quale assoluto ed irrinunciabile valore di civiltà.

Frattini aveva proseguito annunciando la sua intenzione di parlare della tutela della comunità copta in Egitto con il suo omologo Aboul Gheit. Al quale non è parso vero di prendere a pretesto la vicenda di Rosarno per sparare una cannonata preventiva ed uscire dalla silenziosa trincea difensiva cui lo costringeva la spinosa questione copta.

Ora, fermo restando che Frattini ha perfettamente ragione nel merito e che l’iniziativa egiziana è ridicola e spudorata, questo bisticcio diplomatico è rivelatore del fatto che i paesi occidentali non hanno ancora pienamente compreso che nell’arena “democratica” degli organismi internazionali non solo le potenze emergenti ma anche i paesi del terzo e quarto mondo hanno tutte le intenzioni di giocare spregiudicatamente le carte in loro mano, senza negarsi, alla bisogna, la massima demagogia possibile. Anche giocando di squadra. Quindi non illudiamoci che sarà la “verità” a trionfare. L’Occidente, come una di quelle vecchie aristocrazie del passato cadute sotto i colpi della rivoluzione, ha titillato con la sua melensa e astratta ideologia dei diritti umani un sordo revanscismo mondiale che nei prossimi decenni rischia di abbatterglisi contro come uno tsunami.