Fu Berlinguer a segnare il destino de “L’Unità”

La redazione de “L’Unità”, lo storico giornale della sinistra che sta per chiudere i battenti per l’ennesima volta, ha sempre mostrato uno speciale affetto per la figura di Berlinguer. Eppure, a guardar bene, è stata proprio la politica di Berlinguer a rendere “L’Unità” un giornale inutile. Nel suo cauto sganciarsi dall’utopia marxista, Berlinguer cominciò a trasformare il Pci in un partito radicale di massa, in quel cosiddetto partito degli onesti (lo stadio zero della politica, lo stadio della non-politica) che un giornale aveva già bell’e pronto: “La Repubblica”. In realtà, “L’Unità” avrebbe paradossalmente potuto continuare a svolgere un ruolo importante nel panorama dell’informazione italiana solo se il Pci avesse fatta la scelta schietta del socialismo europeo; solo se il Pci, quindi, si fosse arreso al progetto dell’Unità Socialista craxiana, cioè all’Opa lanciata dal Cinghialone. Invece la sinistra s’incamminò sulla strada senza sbocchi della «questione morale», tanto che il Pd trovò un giorno alla sua sinistra un nuovo partito degli onesti nel M5S, e “La Repubblica” una nuova “La Repubblica” ne “Il Fatto Quotidiano”. E “L’Unità” finì per diventare una pallida caricatura di tutti e due.

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Berlinguer, l’avvelenatore di pozzi

Ecco la prova che in Italia il comunismo non è ancora morto: il culto della personalità è ancora vivo, ancorché postumo. A leggere sulla stampa di sinistra gli articoli celebrativi vergati con commossa partecipazione per il trentennale della morte di Enrico Berlinguer c’è veramente da scoppiare dal ridere: un santo, un gigante, un profeta. La grande stampa non forsennatamente di sinistra, invece, si adegua d’ufficio al culto omaggiando quanto meno la laica moralità – cioè la lugubre e gelida seriosità – dell’ex leader comunista. Eppure Berlinguer fece un sacco di danni. Verso la metà degli anni settanta cominciò, con moltissime cautele e a microscopici passettini, a sottrarsi all’abbraccio del Pcus solo perché con la scoperta degli Arcipelaghi Gulag e i crimini di Mao il comunismo come mito stava per crollare. Siccome non volle mai, fino alla morte, convertirsi onestamente – ripeto: o-ne-sta-men-te – alla socialdemocrazia, dopo la brevissima stagione dell’eurocomunismo, decise di avvelenare i pozzi della politica italiana con il lancio della «questione morale». Ecco che la famosa diversità comunista poteva rivivere, nuda e cruda stavolta, non rivestita da fisime marxiste: di qua i buoni e gli onesti, di là i cattivi e i disonesti, sic et simpliciter. Era lo stadio zero della politica, era lo stadio pre-politico della società, quando cioè la società (lo dico ai cantori della società civile) non è ancora civile. E lì infatti siamo rimasti.

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Luogocomunismo istituzionale

Estratto dal messaggio del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per la Festa della Repubblica del 2014: «L’Italia può parlare a voce alta in Europa e contribuire a cambiarne le istituzioni e le politiche. (…) il problema è ora quello di passare rapidamente alle decisioni e alle azioni che possono migliorare le condizioni di quanti [in Italia] hanno sofferto di più per la crisi (…) Il cammino del nostro paese verso un futuro migliore passa egualmente, non dimentichiamolo, attraverso una lotta senza quartiere alla corruzione, alla criminalità, all’evasione fiscale.» Estratto dall’ultima intervista a Enrico Berlinguer del 1984: «Dobbiamo portare in Europa l’immagine e la realtà di un paese che non sia caratterizzato dalla P2, dalle tangenti, dall’evasione fiscale, dall’iniquità sociale (…) per portare invece nella Comunità Europea il volto di un paese più pulito, più democratico, più giusto.» E per «la crisi che attraversa la Comunità Europea» Berlinguer propone che da un semplice mercato comune i paesi europei si avviino verso un’unità politica vera e propria. Insomma, dopo trent’anni i mali sono sempre gli stessi, in Italia e in Europa. Così come le diagnosi e le cure proposte. Tutta fila liscio come l’olio. Se tutto va bene, cioè se tutto va male, fra trent’anni saremo allo stesso punto. Ci vorrebbe invece un vero cambiamento. A partire da certe formule imparate a memoria, interiorizzate ed infine istituzionalizzate dall’Italia Migliore. Forse allora comincerà per davvero a dissiparsi la nebbia.

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Brutto, sporco, cattivo, ma berlingueriano

Scrivevo l’altro giorno a proposito di Berlinguer: «Quei grillini che lo venerano, e sono legione, hanno tutte le ragioni di farlo. Non vorrai rimproverare loro, cara sinistra democratica, di essersi bevuta tutta, fino alla feccia, con la massima coerenza, la vulgata che tu hai propagandata?» E guarda caso ieri al comizio in Piazza Santissima Annunziata a Firenze Beppe Grillo è salito sul palco in braccio a Di Battista – lui novello Berlinguer e il giovanotto novello Benigni – arruffianandosi i novelli montagnardi con un «Vi ricordo qualcuno?» che verosimilmente avrà colpito al cuore con (inaudita) crudeltà lo sbalordito Veltroni. E poi, proprio nel cuore dell’Italia rossa, e proprio per espugnarlo, quel cuore, ha finalmente pronunciato le ferali parole: «Il Movimento 5 Stelle è l’unico partito che porta avanti la questione morale di Berlinguer, siamo gli unici a portare avanti la sua eredità.» Il guaio per la sinistra girondina è che Beppe mente solo quando dice che il suo movimento è l’unico a professare la retta fede berlingueriana, ma per il resto dice la verità. La sinistra comme-il-faut, per sfuggire alla verità, continua ad ingannarsi cullandosi in una concezione caricaturale e tutta di superficie del populismo, come se forme becere, pacchiane, eclatanti o rumorose di azione politica siano sempre e necessariamente forme distruttive di azione politica, e per converso forme seriose non lo siano. E’ per questo che le viene comodo descrivere il grillismo come una specie di degenerazione “antagonista” del berlusconismo, senza rendersi conto che la “questione morale”, dietro la maschera compunta, è la politica ridotta allo stato belluino, è la negazione della politica, è populismo puro, è Grillo.

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Berlinguer il populista

Il “Fatto Quotidiano” ha riesumato l’ultima intervista di San Enrico Berlinguer prima di morire. Vedo già il tetragono popolo di sinistra piangere di commozione. «Dobbiamo portare in Europa l’immagine e la realtà di un paese che non sia caratterizzato dalla P2, dalle tangenti, dall’evasione fiscale, dall’iniquità sociale (…)», diceva Berlinguer, «per portare invece nell’Unità Europea il volto di un paese più pulito, più democratico, più giusto.» Prima che ti metta ad esaltare il “profeta”, mio caro, eterno e incorreggibile bambolotto di sinistra lascia però che t’inviti ad una piccola riflessione: come mai Berlinguer, dipingendo l’Italia di allora (in quei giorni il mostro era Craxi), ha saputo prefigurare così compiutamente il paese uscito stremato da vent’anni di berlusconismo (ti toglie proprio le parole di bocca, non è vero, bambolotto?) se il ventennio di Silvio cominciò dieci anni dopo la sua morte? Delle due l’una: o il paese era già berlusconiano nel 1984 e il berlusconismo non è stato affatto una patologia particolare, oppure quell’immagine era una caricatura. E infatti quella di Berlinguer non era una profezia, ma semplicemente la frusta, trita, trinariciuta formula di fede del post-comunista, solo aggiornata rispetto a quella del comunista. Era ancora il dogma velenoso dell’Italia dei buoni e dei cattivi, propagandato senza soluzione di continuità dalla fine della seconda guerra mondiale, ma senza il filtro marxista, caduto in disgrazia. “Comunista” non era più sinonimo di “migliore”. Occorreva rifondare la “diversità” piuttosto che morire socialdemocratici. La “questione morale” fu la continuazione del comunismo con altri mezzi. Smessi i panni marxisti, il comunista restò nudo, cioè giacobino. Per questo la sinistra potè diventare “democratica”, ma non espressamente “socialdemocratica”. Ci avrebbero poi pensato i giornalisti, gli intellettuali, gli accademici, gli artisti, i cineasti, i nani comme-il-faut e le ballerine politicamente corrette, e infine e definitivamente i magistrati, con le sentenze, a piegare la realtà italiana all’immaginetta evocata da Berlinguer, che non era solo la sua, ma quella interiorizzata dal popolo di sinistra e che tu, bambolotto, volevi sentire confermata. Per quanto gelido e sussiegoso, e quindi ancor più odioso, quello di Berlinguer era un populismo vero e lui fu un lugubre sacerdote del settarismo di massa. Quei grillini che lo venerano, e sono legione, hanno tutte le ragioni di farlo. Non vorrai rimproverare loro, cara sinistra democratica, di essersi bevuta tutta, fino alla feccia, con la massima coerenza, la vulgata che tu hai propagandato?

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La società civile, l’antipolitica (e Bersani)

In Italia l’espressione “società civile” non ha un valore neutro: essa contraddistingue la parte più virtuosa della popolazione. Anzi, la sola virtuosa. Tale corruzione semantica è frutto della propaganda di sinistra. In cima ai pensieri della “società civile” sta la “questione morale”. La “società civile” e la “questione morale” cominciarono ad affermarsi come parole d’ordine della sinistra alla fine degli anni settanta, quando il comunismo, almeno come ideale politico, stava mostrando vistosissime crepe: venivano a galla i crimini del maoismo, Pol Pot non poteva nascondere i suoi, e la realtà degli arcipelaghi gulag veniva divulgata da Solzhenitsyn.

Queste due espressioni servirono al “popolo comunista” per continuare a rivendicare la propria “diversità” nel momento in cui abbandonava la fede nel marxismo. Un comunista privato della fede, ma che mantenga intatta però la forma mentis, è un giacobino fatto e finito. Come disse Cochin, il giacobinismo è il partito del partito preso: da una parte i buoni, gli onesti, i democratici; dall’altra i cattivi, i disonesti, i fautori del dispotismo. I secondi verso il 1950 dal “popolo comunista” erano chiamati “forchettoni”; nel marzo del 2013 dalla “società civile” sono chiamati “impresentabili”.

I padri della “società civile” e della “questione morale”, ossia dello sganciamento dal marxismo e dell’approdo al giacobinismo, furono Eugenio Scalfari ed Enrico Berlinguer. I primi tempi si beccarono, anche per questioni di leadership, ma alla fine si abbracciarono, perché con l’abbandono del marxismo nulla impediva ai giacobini di trovare una casa comune. E’ per questo che “La Repubblica” è diventato il giornale della sinistra. Prima di dividersi ancora, s’intende, perché le sette generano sette. E’ per questo che è nato “Il Fatto Quotidiano”.

Noi chiamiamo “antipolitica” una forma giustizialista, demagogica e distruttiva di politica. Se questo è vero l’Italia repubblicana convive con l’ “antipolitica” fin dalla sua nascita. E’ cambiato, in parte, solo il suo vocabolario. Eugenio Scalfari ed Enrico Berlinguer sono i padri dell’ “antipolitica” post-comunista. E’ per questo che Enrico Berlinguer è venerato anche dagli azzeratori più scalmanati.

Le icone della “società civile” stanno in cima alla gerarchia del popolo virtuoso. Esse sono le riconosciute stelle di prima grandezza in tutti i settori della società civile senza virgolette: nelle arti, nella scienza, nello spettacolo, nelle attività imprenditoriali, nelle associazioni, nel volontariato, nel mondo accademico, nella chiesa, in cucina, nello sport e prossimamente nel sesso. Le icone della “società civile” sono per definizione persone di indiscutibile statura morale ed intellettuale, anche se in genere sono dei minchioni alla moda. Le icone della “società civile” nobilitano tutto ciò che toccano, anche il Festival di Sanremo, un tempo rubricato, non senza qualche ragione, tra gli ignobili passatempi degli “impresentabili”.

La “società civile” non fa politica, ma “antipolitica” per necessità di natura. La propria. Infatti per la “società civile” ogni dialettica politica è impossibile con la società altra da se stessa, quella incivile, ossia quella degli “impresentabili”. Il fine della “società civile” è di costruire la “democrazia compiuta”. Non la democrazia normale, imperfetta e incompiuta. La “democrazia compiuta” è un concetto millenaristico e antidemocratico, e sta alla “società civile” come la “terra promessa comunista” stava al “popolo comunista”. I sacerdoti della “democrazia compiuta” non credono a nulla, specialmente nella “verità”, ma hanno nella Costituzione il loro Corano.

Nel corso della sua espansione nei territori della società civile senza virgolette, la “società civile” ha stipulato una tregua coi “dhimmi”, in genere cattolici adulti, ai quali viene concessa una cittadinanza di serie B in cambio del riconoscimento della supremazia della “società civile” e del pagamento di un tributo politico, conosciuto generalmente come “idiotismo politico”.

Più fessi dei “dhimmi” ci sono solo i “poteri forti”. I “poteri forti”, alla stregua della debosciata aristocrazia degli antichi regimi, hanno strizzato l’occhio alla “società civile”, e quindi all’ “antipolitica”, nella convinzione di poterla neutralizzare. Sono stati proprio questi babbei all’ennesima potenza a dare il segnale dell’assalto decisivo agli “impresentabili” con lo strombazzato lancio del libro “La casta”, operazione che infinocchiò legioni di gonzi. Dopo le elezioni di febbraio una parte di questi babbei ha riposto le sue ultime speranze di salvezza nell’esercito degli “impresentabili”, al quale prima delle elezioni avevano augurato di sparire dalla faccia della terra.

La cricca potente e illiberale della “società civile” ha scritto e imposto una recente storia patria a sua immagine e somiglianza. Il cui succo è questo: una cricca corrotta e para-fascista blocca il pieno dispiegarsi della “democrazia compiuta” in Italia. Un tempo era democristiana, poi craxiana, da vent’anni è berlusconiana. La bubbola spaziale è ripetuta da milioni di pecore ogni giorno. La “questione morale”, ossia la “lotta di classe” post-comunista, è l’arma di distruzione di massa della “società civile”. La verità è questa: la cricca della “società civile” blocca il normale dispiegarsi della normale democrazia.

Il Partito Democratico non ha mai divorziato dalla “società civile”. Perciò non è un partito socialdemocratico. Perciò nella sua essenza la sua azione politica rimane “antipolitica”. La forma non cambia la sostanza. Questo è uno dei due motivi per cui il premier incaricato Bersani nel giro delle consultazioni ha visto le icone della “società civile”. Il secondo motivo è che Bersani con questa mossa mirava a sedurre i campioni dell’ “antipolitica”, i grillini. I grillini sono i montagnardi della “società civile”.

La fine della “società civile” è il presupposto per la normalizzazione della politica italiana, la quale è il presupposto per la maturazione della democrazia italiana e per fare dell’Italia un paese più civile e libero. Il berlusconismo ha rappresentato nei fatti l’opposizione e la resistenza politica all’ “antipolitica” illiberale. Chi pensa di migliorare l’Italia prescindendo da questa realtà è un ingenuo. Ho già scritto, e lo scrivo da anni, che a dispetto delle apparenze la pulsione antidemocratica rappresentata dalla “società civile” e dalla “questione morale” sta crollando. Lo confermo.

Enrico Berlinguer, apprendista stregone

Per il nostro Presidente della Repubblica se l’Italia del volontariato è l’Italia migliore, quella della speculazione edilizia e dell’evasione fiscale non è nemmeno l’Italia peggiore, perché non merita di essere associata alla parola «Italia». Ha ragione: è lui che con quelle sciocche parole, si spera frutto di qualche bicchierino di troppo, rappresenta l’Italia peggiore. Riusciremo mai ad uscire da questa imbecillità collettiva, da questo compunto secessionismo antropologico, che mina le basi della società, per cui anche l’ultimo stronzetto con qualche fisima intellettuale per la testa e voglia di far carriera deve per forza iscriversi al partito, diciamo pure alla mafia dell’Italia migliore? Quale genere di consapevolezza, di senso della responsabilità potrà mai metter radici nel paese se nei media, nei luoghi di cultura, nelle istituzioni si riverisce chi dà dignità intellettuale allo spirito di fazione camuffato da moralismo da quattro soldi? Credersi «vittime» e credersi «onesti» è diventato uno sport nazionale a tutti i livelli, cosicché ogni tribù, anche quella statale, passa il tempo a difendere alla morte il proprio territorio e a protestare la propria probità, e la composizione responsabile di interessi nel breve termine contrastanti, cui la politica dovrebbe farsi carico, è diventata impossibile. L’immobilismo si è scaricato nel debito pubblico e nell’aumento del prelievo fiscale. L’unica politica concepibile, quella dell’estirpazione del male, della cacciata dei disonesti, dei parassiti: oggi i politici, gli evasori. Il mantra dell’Italia migliore contrapposta all’Italia peggiore è stato declinato in tutte le salse in questi decenni, dalle forme più brutali a quelle più sottili e riposte. Ha annebbiato le menti e permeato il linguaggio comune. Chi ha partecipato a questa pazzia adesso ha paura. «Se c’è qualcuno che pensa di stare al riparo dall’antipolitica si sbaglia alla grande. Se non la contrastiamo, spazza via tutti», dice ora Bersani, accusando certi «apprendisti stregoni», senza tuttavia fare mea culpa, come se l’antipolitica fosse nata qualche anno fa per uno strano accidente, o addirittura per colpa del Berlusca, che è in realtà vi mise argine.

No. L’antipolitica viene da lontano, ma se vogliamo cercare un padre a quella dei nostri tempi, ebbene quel padre c’è, ed è Enrico Berlinguer – da tutti o quasi riverito, guarda caso – l’ideatore di una «questione morale» sulla quale fondare una nuova «diversità» e nella quale i «veri» democratici dovevano riconoscersi. Non che fosse solo, ma fu lui, sciaguratamente, a dare dignità politica ad una sorta di guerra civile sottotraccia postcomunista. Fu lui il grande apprendista stregone. Tutto il fascino della «questione morale» sta nel settarismo, da sempre una delle vie più battute, ciniche ed elementari per arrivare al potere. Esso si muove come un nucleo compatto all’interno della società: attira ed intimidisce. Coloro che hanno pochi scrupoli l’abbracciano, gli altri vi si piegano. Col tempo la sua massa critica aumenta. Malauguratamente il potere acquisito non si può dividere con tutti all’infinito. E’ per questo che al suo interno si sviluppano altre sette. E quindi non è affatto strano, caro Bersani, che dopo aver fatta crescere questa mala pianta per decenni, ti trovi ficcato in un acronimo già abbastanza oggetto di pubblica infamia, ABC, che ricorda sinistramente quel CAF con cui vi gingillavate vanesi un quarto di secolo fa. Di infamia avete poi coperto per anni il Caimano, in Italia e all’estero. L’avete infine sloggiato dalla guida del paese sposando l’antipolitica «debole» dei poteri cosiddetti forti, fautori del governo tecnico, per ridare «dignità» al nome dell’Italia, credendo che potesse finire lì. Ora perfino il subcomandante Vendola e il celodurista Di Pietro sembrano dei personaggi con la testa sulle spalle rispetto ai sanculotti di Grillo. Ma certo non ti aspettavi che a spararti alla schiena fossero i signorini di Libertà e Giustizia. I montagnardi di Zagrebelsky, lo sai, parlano per sentenze. Questa è la tua:

Perché questa volta ABC hanno mostrato il vero volto della questione. I loro partiti, tutti i partiti, sono diventati delle scatole che valgono solo per la merce che contengono: i soldi dei cittadini. Non c’è un’idea di bene pubblico, in quelle scatole, non c’è un programma, non c’è una soluzione che riguardi sacrifici per tutti, non c’è una promessa di ricambio e di rinnovamento. C’è solo il mantenimento del potere economico, del “malloppo”.

E adesso forse capirai quell’Italia, peggiore, che tanto avete disprezzata, condannata in politica alla maledizione del primum vivere, che si affidò alla Democrazia Cristiana, al Pentapartito, e a Berlusconi.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (34)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

RAFFAELE LOMBARDO 08/08/2011 Il presidente della regione Sicilia è un cannone: non solo abbasserà del 10% da settembre la sua indennità mensile (da 18.500 euro a 16.650 euro netti) e quella di tutti gli assessori (da 12.500 a 11.250 euro), ma ha anche il coraggio di dirlo.

ROSY BINDI 09/08/2011 Quello che non avreste mai osato immaginare sta forse – forse – per succedere: un governo ci farà piangere per davvero, ossia porrà mano a quelle mitiche riforme che tutti invocano da decenni pensando di partecipare ad uno scherzo collettivo. Per la presidentessa del Partito Democratico la cosa è di una gravità inaudita: “Qui dobbiamo denunciare con forza un fatto: il governo affida il risanamento, e addirittura la possibilità della ripresa della crescita, all’abbattimento del sistema di welfare intaccando pesantemente i diritti dei cittadini.” Del tutto dimentica del “commissariamento” da parte di quell’assennata Europa che ha preso per l’orecchio il Berlusca, Rosy propone innanzitutto di “non toccare i fondi destinati a enti locali e regioni perché questo vorrebbe dire colpire i cittadini, poi bisogna tassare le ricchezze e usare la leva fiscale per diminuire le disuguaglianze. Si inaspriscano le norme contro l’evasione fiscale.” E poi si facciano liberalizzazioni “serie”, si punti sulla ricerca, sull’efficienza della pubblica amministrazione, si intervenga sui privilegi di tutte le classi dirigenti, ecc. ecc. Insomma, anche Rosy, come tanti suoi colleghi, ha capito che questo rischia di essere davvero l’ultimo giorno di una vacanza che dura dall’inizio della carriera: tanto vale approfittarne, e finire in bellezza con un’esplosione pirotecnica di corbellerie.

ENRICO BERLINGUER 10/08/2011 Lugubre caricatura di un severo profilo morale, fu l’ideatore e il propugnatore della politica degli onesti; la politica che uccide tutte le politiche; in tempi di democrazia, e al netto della confezione, la più belluina e rozza delle politiche. Intervistato da “Oggi” uno dei suoi epigoni la sintetizza così: “…ai cittadini non basta più la distinzione fra riformisti e moderati: alla gente interessa innanzitutto l’onestà nella politica e distinguere fra il partito degli onesti e il partito dei disonesti”. Che il suo nome sia Antonio di Pietro non è un caso.

LA PROCURA DI TRANI 11/08/2011 Dopo essersi guadagnata una discreta fama in patria con le le frescacce di casa nostra – le trame minzo-berlusconiane – la procura pugliese ha deciso di dare l’assalto a quella mondiale mettendo sotto inchiesta alcuni analisti di Moody’s e di Standard & Poor’s: i primi per aver diffuso “giudizi da ritenersi falsi, infondati o comunque imprudenti” sulla tenuta del sistema economico e bancario italiano, tali da configurare il reato di “manipolazione del mercato”; i secondi, oltre che per lo stesso motivo, anche per “abuso di informazioni privilegiate”, avendo diffuso “anche a mercati aperti notizie non corrette (dunque false anche in parte), comunque esagerate e tendenziose sulla tenuta del sistema economico-finanziario e bancario italiano”. Pare che per la procura queste ipotesi di reato siano da ritenersi pressoché accertate. Comunque ragionevolmente fondate. In ogni caso degne di attenzione. Magari in parte. Vuoi vedere che è la volta buona che il mondo s’insospettisce e si decide a ficcare il naso sui riti singolari della giustizia italiana?

VLADIMIR PUTIN 12/08/2011 Alla sua terza esperienza da sub, si butta nelle acque del Mar Nero e alla sconvolgente profondità di due metri scopre i resti di due anfore greche (bizantine) del VI secolo d.C. Forte di questo auspicio favorevole, e contando sul favore degli dei, sembra che adesso l’eroe fortissimo vagheggi di lasciare la Scizia per veleggiare lungo la costa del Ponto Eusino e puntare sulla Colchide alla conquista del Vello d’Oro.

Cara sinistra, uccidi Berlinguer

Anno quasi nuovo, e vita irrimediabilmente vecchia per la sinistra italiana. Di tutti i problemi “strutturali” del nostro paese questo è oggi senza alcun dubbio il più grande, perché sta alla base della piramide. Dietro la facciata della contabilità. E mai risolto, perché finora al suo nodo centrale si continua a girare intorno, facendo finta di non vederlo. Trova incredibile, ad esempio, Vendola, che Bersani possa allearsi con Fini. Ed ha perfettamente ragione, l’incredibile Vendola. Se la politica del Partito Democratico si riduce al più miserabile tatticismo, nel tentativo disperato di rimpolpare i numeri in qualsiasi modo, perfino con i “liberali” di Fini e con i “clericali” di Casini, cosa inconcepibile in qualsiasi paese di quella civile Europa sempre a sproposito evocata, significa che i Democratici di sinistra non hanno niente da dire alla sinistra. Ma se d’altra parte i Rottamatori si riducono a proporre il taglio lineare intergenerazionale della classe dirigente, nella disperata speranza che da teste meno canute e spelacchiate sorgano per incanto idee naturalmente nuove, significa che per il momento non hanno niente da dire alla sinistra. E se d’altra parte l’incredibile Vendola si riduce a sventolare davanti agli occhi degli orfani rossi il quadretto seducente del polo lottacontinuista, ecosolidale e porcellino con le ali, nel disperato tentativo di ridargli un po’ di colore, significa che il subcomandante Nichi non ha niente di nuovo di dire alla sinistra. Il tutto mentre nel partito della sola questione morale esplode la questione morale con De Magistris, Alfano e Cavalli che scrivono una pubblica lettera al duce dell’Italia dei Valori, Di Pietro, con tanto di citazione finale del pessimo Berlinguer, il disastroso padrino di tale questione. L’albero si giudica dai frutti, infatti, e i frutti non potevano essere che questi: il vuoto al proprio interno, il livore per gli avversari politici.

Da ogni parte la si guardi, la sinistra sbanda. Le soluzioni proposte, in un senso o nell’altro, sono draconiane e disperate. Con l’acrobatica invenzione del “Partito Democratico” la sinistra credette di superare il radicalismo di massa del PCI, mentre lo fuggiva, lasciando inevase tutte le domande sulla sua storia. Svuotata dell’ideologia, che implicava una rottura con l’ordine esistente ed un approdo finale, alla sinistra restò in corpo un bisogno insoddisfatto che fu surrogato dalla questione morale, peraltro già presente nell’armamentario propagandistico comunista anche se mai diventata egemone. Per inciso, e viene perfino da sorridere nel notarlo, lo stesso giustizialismo debole incarnato dalla rottamazione giovanilistica proposta dai vari Renzi e Civati dimostra quanto sia difficile uscire da questa prigione intellettuale. L’operazione PD costituiva però anche l’azzeramento di una tradizione e di una storia che affondava le radici nel secondo ottocento. Di quella storia la liquidazione dei socialisti ai tempi di Mani Pulite non sarà l’ultimo capitolo. Non può esserlo.

Scegliendo il PD, ma istigando la damnatio memoriae del socialismo democratico italiano, sola architrave possibile per strutturare la sinistra italiana dopo il crollo del Muro, i post-comunisti si sono negati la possibilità di governare e di far maturare quella tradizione, con cui bisogna fare i conti. Perché esiste, non perché è bella. E questo vale anche per voi, cari liberali testoni che vivete sulla luna. Cosicché si sono permessi di civettare con Montezemolo, coi grandi banchieri, di fare belle serate al Lingotto, fino al momento in cui il vento gelido della crisi economica in Occidente ha messo fine ai bei sogni della crescita costruita sui debiti pubblici e privati e sul denaro a costo zero. Davanti ai Marchionne si sono trovati spiazzati. Incapaci di qualsiasi costruttiva mediazione. A farla ci pensavano gli Angeletti e i Bonanni, o gli ex socialisti del governo Berlusconi, i Tremonti e i Sacconi. Mentre a sinistra la CGIL si isolava sempre di più e la fronda identitaria ma infeconda di Vendola s’ingrossava di conserva. Hanno buttato giù dalla torre Craxi, invece di Berlinguer: ora si trovano in mano un nulla che vaga rabbioso senza pace, senza idee, senza meta, senza padre né madre nelle piazze.

In quanto ai liberali che vivono sulla Luna, e guardano con gran disgusto e disappunto a questi discorsi, visto che loro stanno ben oltre questa disperante mediocrità, sappiano che un sano liberalismo ha un fondamento morale: si basa sulla fiducia e si consolida là dove è meno diffusa la mala pianta del settarismo. Oh sì sì, avete mille volta ragione, fatte pure delle belle leggi, imponete pure quelle poche e belle leggi che ci vogliono, commissariate pure la patria e governatela con la vostra intelligenza, e con le vostre classi dirigenti illuminate, ed istruite pure il volgo, ma nel giro di qualche anno vi accorgerete che avrete costruito sulle sabbia.

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La storia deviata

Quasi settant’anni fa l’otto settembre del 1943 significò per l’Italia la fine ufficiosa di una guerra persa e strapersa, dopo averla combattuta al fianco dei nazisti, a sciagurato ma non troppo casuale coronamento dei due decenni dell’Era Fascista. Prima, ricordiamocelo – perché sembra che nonostante la scuola dell’obbligo e quella facoltativa, e l’università, e i media, e gl’intellettuali, e i capocomici impegnati, gl’italiani se ne siano bellamente scordati – prima ci furono sei decenni di Italia liberale. Stracciona magari. Ma liberale. Dopo, ricordiamocelo, sei decenni di Italia democratica. Stracciona magari. Ma democratica. I due anni successivi al quarantatré, segnati dalla progressiva avanzata degli anglo-americani su per la penisola, fornirono alle vastissime schiere degli opportunisti il tempo necessario per prepararsi spiritualmente ad un prodigioso taroccamento della storia patria. I quattro gatti della Resistenza, dei quali due all’incirca erano spesso dei veri e propri banditi, divennero legione verso la fine della guerra, centinaia di migliaia nell’aprile del quarantacinque: il suo mito batté quindi nel cuore generoso di milioni di ominicchi e quaraquaquà nell’immediato dopoguerra. E la guerra? La guerra non l’avevamo più “veramente” persa. La guerra l’avevano persa “loro”, i fascisti.

L’Italia moderna dei buoni e dei cattivi nasce in questo momento, da questa menzogna. Nella disgrazia, e nella vergogna, di una guerra colpevolmente iniziata e ingloriosamente perduta, potevamo almeno uscire uniti. L’immorale mezza vittoria ci divise. Mezza Italia, la più compromessa, volle, fortissimamente volle sentirsi innocente. L’unica maniera per farlo era quella di colpevolizzare l’altra mezza, che purtroppo aveva anche la colpa di vincere regolari elezioni: colpevole di essere tiepida, di non aver rinnegato sufficientemente il passato, di essersi “convertita” solo pro forma, di lavorare segretamente per un nuovo fascismo sotto spoglie falsamente democratiche. Le imposture purtroppo camminano da sole, se ad esse non si schiaccia la testa con prontezza; crescono come un cancro fino a creare veri e propri mondi, miti fondativi, cosmogonie.

La mezza Italia dei buoni poteva quindi riconoscere all’Italia del dopoguerra il pieno status di repubblica democratica solo sul piano istituzionale (e a volte nemmeno quello, una volta, mentre ora i democratici nostrani adorano la Costituzione come un vitello d’oro), non certo sul piano culturale e politico. Certi partiti, certe mentalità, certa Chiesa, di quegli ideali repubblicani e democratici costituivano un tradimento. Bisognava allora che dietro allo Stato Formale agisse uno Stato Parallelo, una cupola reazionaria che agiva nell’ombra per impedire qualsiasi mutamento politico in senso “veramente” democratico. Ogni angoletto oscuro della nostra storia fu perciò riesplorato e reinterpretato nel tentativo di cavarne la trama unitaria di una Storia Parallela, che in omaggio al linguaggio ridicolo e ripetitivo di questa loggia PV (Propaganda Vera) chiamerei più propriamente la Storia Deviata. Essa per nostra fortuna non ha trovato ancora un Omero di genio che l’abbia imposta al pubblico fondendone artisticamente le più disparate cabale. E credo che sarà ben difficile che ciò avvenga in futuro, finché ci sarà il solito procuratore della repubblica affetto da megalomania che si sentirà in dovere di esercitare pubblicamente la propria dietrologia in una materia che non trova requie.

Tuttavia l’informe mole di questa Storia Deviata nella sua imponenza proietta un’ombra che intimidisce chi non abbia qualità morali sufficienti per resistere, resistere, resistere al vizio profittevole della smemoria. In qualche modo bisogna riverirla, questa storia, o almeno non infischiarsene apertamente, se non si vuole correre il rischio di vedere comparire il proprio nome, magari quale infima comparsa, nel suo dramatis personae. La grande stampa vi si è piegata. Oltre a qualche “laico” non so se più scemo, puritano, o fariseo, lo fece nel passato il tipo peggiore del democristiano, quello smidollato e ambizioso, che si crede furbo, porgendole con mezze parole, con qualche ammiccamento, un obliquo omaggio col quale comprava un gruzzolo di considerazione tra i comunisti e l’intellighenzia, un gruzzolo e un potere di mediazione che poi spendeva per scalare i vertici del proprio partito. Molto male gliene incolse: nel 1977, in un discorso in Parlamento sull’affare Lockheed, Aldo Moro, ora beatificato e contrapposto al tipo uscito dalle fogne dagli ex-comunisti, mentre allora lo incalzavano senza pietà, col coraggio della disperazione fu costretto a negare che la storia della DC fosse un romanzo criminale. A tanto si era arrivati:

Quello che non accettiamo è che la nostra esperienza complessiva sia bollata con un marchio di infamia in questa sorta di cattivo seguito di una campagna elettorale esasperata. Intorno al rifiuto dell’accusa che, in noi, tutti e tutto sia da condannare, noi facciamo quadrato davvero. Non so quanti siano a perseguire un tale disegno politico, ma è questa, bisogna dirlo francamente, una prospettiva contraddittoria con una linea di collaborazione democratica. A chiunque voglia travolgere globalmente la nostra esperienza; a chiunque voglia fare un processo, morale e politico, da celebrare, come si è detto cinicamente, nelle piazze, noi rispondiamo con la più ferma reazione e con l’appello all’opinione pubblica che non ha riconosciuto in noi una colpa storica e non ha voluto che la nostra forza fosse diminuita. Non accettiamo di essere considerati dei corrotti, perché non è vero.

Nel discorso di Moro non si parlava di fascismo, di golpe, e dei soliti disegni autoritari. Si parlava di corruzione. La Storia Deviata infatti da tempo batteva soprattutto su questo tasto. Era successo che negli anni settanta in un mondo nel quale si celebravano quotidianamente ma con troppa fretta i funerali all’orbe “capitalista”, in realtà era l’appeal del comunismo che stava crollando sotto i colpi dei Pol Pot, degli Arcipelaghi Gulag, della Rivoluzione Culturale di Mao. La sinistra italiana dovette pianificare una tacita uscita dal marxismo. Tre furono le vie esplorate, una onesta e due disoneste.

La prima fu la fragile patacca dell’Eurocomunismo, di cui oggi nessuno quasi si ricorda, forse vergognandosene, ma della quale allora si raccontavano con fastidiosa assiduità mirabilie, degne del parto delle menti più illuminate del continente.

La seconda fu il putsch di Craxi, che liberò il partito socialista dalla cattività in terra comunista, guardando senza se e senza ma alla tradizione socialdemocratica europea. Questa fu l’unica opzione onesta e foriera di prospettive future.

La terza conobbe due sviluppi, paralleli, ma i cui protagonisti erano in lotta fra di loro per la leadership della sinistra: “la questione morale” di Enrico Berlinguer e la fondazione del quotidiano La Repubblica di Eugenio Scalfari. Caduto l’idolo del comunismo era infatti difficile farsene scudo e mallevadore della propria democraticità per dare del fascista al prossimo. Al messianismo comunista (che succedeva al messianismo nazionalista dei fascisti), alla giustizia di una società comunista senza classi, si sostituì il messianismo democratico, la “democrazia compiuta” che abbonda nella bocca degli stolti e dei cattivi maestri, il regno della legge e della probità, tipico incubo giacobino: col corollario dei suoi provvidenziali “nemici”, evidentemente. Nel mio piccolissimo, sono stato tra i primi qualche anno fa ad usare con rinnovata frequenza questo termine, “giacobino”. Se dà fastidio a molti, sono più che contento. Se ne facciano una ragione: il termine è esattissimo. La pubblicistica prerivoluzionaria in Francia faceva il pieno di scandali e di cricche; mise a punto i meccanismi della demolizione ad personam; grondava di retorica sulle virtù dell’uomo onesto, il futuro “cittadino” della repubblica.

Oggi alla Storia Deviata fa l’occhiolino Gianfranco Fini. Gliene vengono applausi, considerazione, patenti di democraticità e liberalismo. Anche se fra i suoi ci sono dei veri e propri invasati, con quel tocco di pittoresco che fa tanto italiano e che riesce a volte anche a far ridere. Dimentica però che non c’è più il corpo molle della DC. Allora il giochetto era facile. La creatura berlusconiana è assai più coriacea. Nel paese sono cresciuti gli anticorpi. Non è più tanto facile incantare la gente agitando la mazza della legalità. Le bocche da fuoco dei berlusconiani fanno il verso a Repubblica, firmaioli compresi, con grande e divertente scandalo dei benpensanti che per trentacinque anni hanno considerato tale attività in non plus ultra del progressismo democratico. Quando il grandioso baraccone della Storia Deviata rovinerà su se stesso, una mezza Italia si domanderà di cosa aveva paura; all’altra si apriranno gli occhi su nuovi cieli e potrà cominciare a pensare a vincere invece di continuare a raccontare a tutta la gente del suo falso incidente. E sarà la riforma delle riforme.

[pubblicato su Giornalettismo.com]