Col popolo o con l’establishment? Dipende…

Anche i dilettanti a forza di dilettarsi dei propri passatempi quotidiani possono incorrere in qualche brutta malattia professionale. E’ sicuramente il mio caso. Anni di rampogne e di prese per il bavero hanno sviluppato in me un senso di superiorità invincibile, e quasi naturale, verso alcune delle mie vittime preferite; e con esso anche un senso di colpa che ogni tanto mi porta a guardare alle imprese di questi disgraziati con l’animo di chi è pronto a chiedere scusa di tutte le sfrontate punzecchiature del passato nel caso riuscissi a scorgere in loro un segno di riscatto. Ma questo, per fortuna del mio ego, non succede mai.

Prendete questo editoriale di Ernesto Galli Della Loggia sul Corriere della Sera. Da quel che capisco (e a me pare sempre di capire benissimo e velocemente l’essenziale) il succo dell’articolo è questo: caro Renzi, stai attento, non puoi essere un rottamatore solo a parole, ma devi far seguire alle parole i fatti; ed inoltre devi nobilitare l’idea della rottamazione con una visione più alta, positiva e lungimirante della tua azione politica; e invece non solo non stai riuscendo in quest’ultima cosa, ma anche la rottamazione pure e semplice si sta inceppando; e non ti accorgi, forse, che le nomenklature, le corporazioni, l’establishment ti stanno avviluppando nei loro tentacoli, e stanno irretendo la tua azione politica non solo con le loro sorde resistenze, ma anche, e forse di più, col loro favore cortigiano; e quindi, caro Matteo, devi spezzare queste catene e cercare il consenso del popolo. Scrive Galli Della Loggia: «È in questo modo che il carisma che certamente Renzi possiede rischia – ripercorrendo le orme fatali di Craxi e di Berlusconi – di restare un carisma vuoto. Vuoto di quella capacità essenziale per un uomo di governo che è la capacità di leadership (cioè di guidare e di fare, convincendo e creando consenso). (…) Il vero seguito, infatti, quello che gli serve per riuscire, Renzi deve cercarlo nell’opinione pubblica, e a me pare che egli debba ancora costruirselo.»

Ripercorrendo però le orme fatali non di Berlusconi ma di Galli Della Loggia si scopre che l’autorevole opinionista del Corriere in un articolo del 2006, intitolato “Il leader, il popolo, e niente in mezzo” rimproverava a Silvio proprio il contrario di ciò che ora rimprovera a Renzi. Così scriveva: «Sabato, infatti, nella piazza romana c’era il popolo della destra così come naturalmente c’erano i suoi capi. Ma tra l’uno e gli altri sembrava esserci il nulla. Sul palco o nelle sue vicinanze era assente qualunque rappresentanza significativa di questo o quel pezzo di società italiana. Non solo non c’erano gli attori e i cantanti o gli intellettuali, ma neppure esponenti dell’industria e della finanza, dell’alta burocrazia, del mondo del lavoro, dell’universo delle professioni: nulla, nessun nome. (…) Erano assenti perché la destra riesce sì a portare alle urne e a mobilitare il “popolo”, cioè una massa variegata di cittadini, ma tuttora ha una grandissima difficoltà a organizzare la società, nel senso di integrarsi stabilmente con questo o quello dei suoi settori, dei suoi “ambienti”, fino ad assumerne un’organica rappresentatività. (…) Per governare, infatti, è necessario anche ascoltare i “salotti”, in certo senso perfino rappresentarli. Vantarsi del contrario manifesta un disprezzo per le élite che andrà bene per il Venezuela, forse, ma non per l’Italia. (…) Ma proprio qui si è palesato uno dei principali limiti della leadership di Berlusconi. Egli è stato incapace di elaborare una qualsiasi forma di rappresentanza sociale e di cultura della mediazione, probabilmente perché politicamente sprovvisto di una qualunque vera idea forte.»

Insomma, scelga (o mostri di scegliere) il popolo oppure scelga (o mostri di scegliere) l’establishment, per Galli Della Loggia il politico non è mai all’altezza; alla “sua” altezza, almeno.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

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Ciò che Galli della Loggia ha capito soltanto adesso

Dopo aver a lungo e con studio segato il ramo sul quale sedeva, il “Corriere della Sera”, per salvare se stesso e l’Italia dal radicalismo, e riportare tutti alla ragionevolezza, comincia a sperare nelle disprezzatissime truppe del Caimano, abbandonando alla sua sorte l’utile idiota Monti, lo statista che non capì un bel nulla. Il Corrierione e Montezemolo invece hanno capito tutto. Adesso. Illuminato dall’esito delle elezioni, Galli della Loggia ha capito meglio ancora di loro.

Un’oligarchia, quella del Centro, che ha dato la misura della sua mancanza di sintonia rispetto alla condizione politica reale del Paese quando ha deciso, segnando così la propria sconfitta, di contrapporsi frontalmente e sprezzantemente all’elettorato che fino ad allora era stato della Destra. Come si è visto allorché Monti si è rifiutato di prestare il benché minimo ascolto all’invito di essere il «federatore dei moderati» rivoltogli da Berlusconi: nonostante fosse ovvio che l’elettorato della Destra costituiva l’unico elettorato dove il Centro avrebbe potuto ottenere il consenso di cui andava in cerca. Perché questo errore? Forse per l’influenza dell’onorevole Casini e del cattolicesimo politico più sprovveduto, mai rassegnatosi al bipolarismo e invece sempre vagheggiante un’illusoria collocazione al di là della Destra e della Sinistra? No, non credo per questo; anche se certamente tutto questo ha contato. Sono invece convinto che nel paralizzare qualunque interlocuzione con il popolo della Destra da parte di Monti e dei suoi, nel far loro escludere qualunque approccio meno che ostile in quella direzione, ha contato molto di più quella sorta di generico interdetto sociale che da sempre la Sinistra si mostra capace di esercitare nei confronti della Destra stessa: in modo specialissimo da quando a destra c’è Berlusconi. È l’interdetto che si nutre dell’idea che la Destra costituisca la parte impresentabile del Paese, il lato negativo della sua storia. (…) La borghesia che conta, il grande notabilato di ogni genere, l’alto clero in carriera, insomma l’élite italiana, ha profondamente introiettato questo stereotipo (che come tutti gli stereotipi ha naturalmente anche qualcosa di vero). Uno stereotipo tanto più potente perché in sostanza pre-politico, attinente al bon ton civil-culturale. Con la Destra dunque l’élite italiana non vuole avere nulla a che fare: per paura di contaminarsi ma soprattutto per paura di entrare nel mirino dell’interdizione della Sinistra. Cioè di farsi la fama di nemica del progresso, di non essere più invitata nei salotti televisivi de La7, a Cernobbio o al Ninfeo di Valle Giulia; di diventare «impresentabile» (oltre che, assai più prosaicamente, per paura degli scheletri negli armadi, che non le mancano…). [Ernesto Galli della Loggia, perle scelte da “Ciò che il centro non ha capito”, Corriere della Sera, 24 marzo 2013]

Sono completamente d’accordo più che a meta col mister. Infatti queste parole mi sembrano riecheggiare non poco le solite fisime anti-bolsceviche di Zamax, tipo quelle espresse prima delle elezioni qui e qui:

[Monti può] Candidarsi, senza però parlare all’elettorato conservatore, ostentando equidistanza ed europeismo paternalista, e radunando attorno a sé i nani e le ballerine dello sfatto centrismo italiano. Finirebbe come Martinazzoli. Da utile idiota. (…) Candidarsi per vincere e parlare all’elettorato conservatore. Questo significherebbe però accettare il «centrodestra» e legittimare il «berlusconismo». Il centrodestra è un parto di Berlusconi. Storicamente parlando, «berlusconismo» equivale a «nascita del centrodestra italiano». Ossia la normalizzazione e l’europeizzazione della politica italiana. L’odio profondo verso Berlusconi nasce dal fatto che l’esistenza del centrodestra, ossia la normalizzazione della colonna destra dell’edificio politico italiano, smaschera l’anomalia della sinistra, priva di una colonna dichiaratamente «socialdemocratica». La sinistra accetta di farsi chiamare «democratica» e perfino «comunista», ma non «socialdemocratica». Non avendo mai affrontato la «questione socialista», che è la vera questione morale della sinistra e dell’Italia tutta, la sinistra orfana del marxismo finisce per dividersi nel partito giacobino dalle buone maniere e in quello dalle cattive maniere. La damnatio memoriae del berlusconismo è necessaria per tenere in vita quest’anomalia, e per continuare a tenere soggiogata la «destra» in quella specie di Sindrome di Stoccolma che già pietrificò la Democrazia Cristiana. (…)

L’altro giorno Stefano Folli sul Sole 24 Ore auspicava che Monti si candidasse per sbarrare la strada alla destra populista di Berlusconi. Questa posizione esemplifica tutta la pacata e vile stoltezza della grande stampa. Non è una prospettiva di vittoria. E’ la posizione di chi spera in un centro di massa critica sufficiente a negoziare con la sinistra una resa onorevole. (…) E con la riconfermata anomalia di un’architettura politica, tutt’altro che europea, al contrario di come molti imbroglioni cercano di far credere, fondata sul centro e sulla sinistra, riflesso storico dell’anomalia comunista, e del suo potere d’interdizione. Fin dalle dimissioni di Berlusconi la forza delle cose spingeva ad un incontro “storico” tra Monti e Berlusconi. La continuità dell’esperienza montiana può avere senso solo, e ripeto solo, se riconosce la positività storica dell’esperienza berlusconiana. Se non lo fa, si condanna al nulla di un centrismo che usa il linguaggio della sinistra per legittimarsi. (…) Se Monti vuole passare alla storia deve accettare Berlusconi, la destra, il centrodestra. (…) Spetta al mediocre Monti rompere l’incantesimo. Per la grande stampa e per i centristi sarà come andare a Canossa.

P.S. – EGdL più di sei anni fa la pensava diversamente: allora la colpa era della destra che non se l’intendeva con le élite, ora è colpa delle élite che disdegnano la destra…

P.S. 2 – Grazie a Vincenzillo, abbiamo scoperto cosa pensava EGdL prima delle elezioni,  in particolare sulla strategia del Centro: 

C’è un ultimo enorme favore elettorale che si può fare a Berlusconi: quello di concedergli l’esclusiva della contrapposizione alla Sinistra (che per lui vuol dire giocare la carta dell’anticomunismo). Una contrapposizione, come si sa, che ha tuttora buoni motivi, ma che in Italia ha soprattutto una grande storia alle spalle e anche perciò un grande richiamo. Non fare questo favore a Berlusconi è affare del Centro, evidentemente. E dovrebbe essere un affare ovvio, mi pare: se il Centro non è contro la Sinistra oltre che contro la Destra, infatti, che razza di Centro è mai?

Al post-elezioni l’ardua sentenza.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (91)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

ANTONIO INGROIA 10/09/2012 L’avevo scritto. Era il 22 giugno scorso: «(…) Ci sono voluti solo vent’anni alla nostra ottima magistratura per scoprire che al tempo della Trattativa non regnavano né Craxi né Berlusconi, ma Ciampi e Scalfaro; che il 41bis fu applicato per i mafiosi dopo la morte di Falcone, non prima; che a sospendere l’applicazione del 41bis per qualche centinaio di mafiosi fu la nobile figura del ministro Conso, non una canaglia, il quale fece anche in tempo ad essere candidato ufficiale del Pds alle elezioni presidenziali del 1992: il giorno della strage di Capaci, che catapultò Scalfaro alla presidenza, prese più voti di tutti. Beninteso, questa tardissima capitolazione di fronte alla realtà dei fatti doveva servire solo per tenere in vita con qualche elemento concreto, che non fossero i poemi ciancimiani, la mistica languente della Trattativa; per dire che anche poi, al tempo del Berlusca, la Trattativa sarebbe continuata, e tutte le altre scemenze spaziali. Uscita dalla metafisica (…) la storia dell’orso dovrà essere riformulata al più presto in qualche modo più o meno soddisfacente (…)». Una prima riformulazione della storia dell’orso viene ora da Antonio Ingroia, il quale dice: «(…) alcuni artefici della campagna di disinformazione sanno bene che sullo sfondo non c’è solo la verità relativamente a un manipolo di mafiosi sanguinari, che cercava di estorcere un allentamento del 41bis, ma quello che si è sviluppato. Che è stato confronto a colpi di bombe, stragi di criminali con il nuovo che stava avanzando. (…) c’è un nuovo patto di convivenza tra mafia e politica e che sono le dinamiche che hanno dato luogo alla seconda Repubblica. I fenomeni dilaganti di corruzione e collusione non sono un fatto casuale o accidentale o il declino morale di un paese, ma la conseguenza di quel patto, un nuovo patto di convivenza per un lasciapassare per i poteri criminali e mafiosi.» Peccato però che coi trecento provvedimenti di 41bis non rinnovati nel novembre del 1993 dal ministro Conso le bombe improvvisamente tacquero, e allora bisognerebbe essere coerenti, e dire: 1) o che il 41bis non contava una minchia; 2) o che al contrario era proprio tutto. Ingroia non è del tutto coerente, ma in pratica, con la solita disinvoltura dei cultori della legalità, riduce ora la «grande questione» del 41bis ad un dettaglio della storia. No, la cosa importante è che quei mesi di dialettica bombarola e stragista servirono alla mafia e alla politica per riscoprire e fondare su basi nuove una corresponsione d’amorosi sensi che in realtà non era mai venuta completamente meno. Ecco allora il Nuovo Patto di Convivenza (uso le maiuscole per significare agli adepti la potenza mistica di queste parole) col «nuovo che stava avanzando». Ma la cosa non quadra: il «nuovo», nel 1992-1993, non lo si vedeva neanche col binocolo, e quando proprio si voleva vederlo aveva le sembianze di leghisti e missini. In ogni caso, nelle istituzioni la sua presenza era zero. E allora bisognerà riformulare di nuovo la storia dell’orso, ritornando all’antico: dire, cioè, che dietro le bombe c’erano il nuovo che avanzava sottotraccia – Berlusconi – e la mafia insieme. La trattativa se la facevano tra di loro, per spartirsi il futuro. Ma allora, direte voi, che cosa resta dell’altra Trattativa con cui ci rompono le palle da anni? C’è un’unica spiegazione: che in quegli anni nelle istituzioni e nei corpi di polizia agisse già una quinta colonna berlusconiana. Sì, però, la sospensione del 41bis firmata da Conso, regnanti Ciampi e Scalfaro, che c’entra allora coi riposti disegni degli occulti poteri? C’è un’altra unica spiegazione: che le istituzioni di allora, pur ignare della quinta colonna berlusconiana, con la loro cedevolezza dimostrassero un’antropologica propensione all’inciucio coi mafiosi. E questo spiegherebbe il fatto che poi, per vent’anni, col berlusconismo le forze tradizionali della politica rimaste sul campo – in pratica la sinistra e il centrino centrista – non abbiano mai fatto veramente i conti, limitandosi a strillare per finta. E con questo tutto torna. Per i dettagli, però, dovrete aspettare la pubblicazione dei Protocolli dei Savi di Cosa Nostra, quando, frugando meglio, saranno trovati in un angolino nascosto dell’ultimo rifugio di Provenzano.

L’ANM 11/09/2012 Si son fatti improvvisamente delicati all’Associazione Nazionale Magistrati. Secondo l’attuale presidente Rodolfo Sabelli, col suo invito a cambiare la classe dirigente del paese, Ingroia avrebbe detto qualcosa di carattere «oggettivamente» politico. Notate come, sulle orme di Scalfari e Mauro, riaffiori l’avverbio «oggettivamente», di infaustissima memoria, col quale di solito il «partito» inchioda alle proprie colpe i «trotzkisti». Il suo predecessore, lo scoppiettante Luca Palamara, battibeccava col Berlusca un giorno sì e un giorno no. Una volta definì le affermazioni del Berlusca – le solite, contro la magistratura politicizzata – «gravi ed inaccettabili che fanno male al paese e agli italiani». Quando invece fu Silvio a definire «fondata sul nulla» la mitica inchiesta sulla P4, che infatti poi finì nel nulla o quasi, e di cui non ci ricordiamo più un bel nulla o quasi, lo scoppiettante Luca rispose prontissimo come da manuale: «Assistiamo al solito metodo: ancora una volta si tenta di delegittimare i magistrati in indagini che possono in qualche modo investire la politica». Ai tempi del caso Ruby si superò: «Oggi la magistratura associata vuole parlare con un’unica voce. Idealmente e moralmente tutta la magistratura italiana oggi è a Milano», disse, più che scoppiettante, incendiario. Ma forse erano altri tempi. E forse un’altra linea politica.

IL GRANDE CENTRO 12/09/2012 Sono passati appena due mesi e mezzo da quando Rocco Buttiglione diceva, con la serafica, oppiacea e un po’ catalettica sicurezza che lo contraddistingue, la sicurezza di chi la vede lunga, che i centristi si sarebbero alleati col Pd «non per rappresentare la parte minoritaria della coalizione, ma con la fondata fiducia di poter essere i leader del processo». Al ritorno dalle vacanze, a mente fredda, i centristi hanno capito che per loro era pronto al massimo un posticino da ruota di scorta della coalizione Pd-Sel. Allora hanno deciso di stringersi ancora di più attorno alla figura del premier, il quale, infastidito da tanto zelo, ha trovato il tempo di spernacchiare con fredda perfidia l’aspirante kingmaker del centrismo italiano, Casini, proprio nel momento in cui questa cima pensava di celebrare il capolavoro della sua lunga carriera di condottiero politico. Puntualmente, ad infierire sul tramortito leader dell’UDC è arrivato il Maramaldo di turno, nelle vesti di Luca Cordero di Montezemolo, il quale, attraverso Italia Futura, la sua Armata Brancaleone personale, ha fatto sapere che dalle cucine della Convention centrista di Chianciano è uscito un piatto di frittura mista indigesto per gli elettori e per il paese. Quale sia però il piatto che prepara il patron della Ferrari, da anni come un bulletto fermo al semaforo col motore rombante, non ci è dato ancora sapere. La decisione se scendere o no in campo come candidato premier di Italia Futura è comunque questione di giorni, ha fatto sapere. Luca guardava con interesse anche a Matteo Renzi, non a torto confidando nel fatto che tra un fan della rottamazione e un rottamatore una qualche affinità elettiva ci doveva pur essere. Ma il sindaco di Firenze ha chiarito subito che se perderà la corsa alle primarie del centrosinistra tornerà a fare il sindaco: «Mai con Montezemolo», ha risposto il giovanotto alle avances del Leader Tentenna. L’unico a pensare in grande, secondo noi, è Rutelli, prontissimo, beato lui, ad «un’alleanza con il Pd imperniata sulla candidatura di Bruno Tabacci alle primarie e sulla prospettiva di un governo solido che porti avanti le riforme difficili del governo Monti», che io, sempre in prospettiva, vedrei bene concretizzarsi, per il bene della patria, in un parcheggino per il furgoncino Api col quale da anni scorazza in Parlamento. Mentre Fini da Mirabello ha attaccato sia Bersani che Berlusconi, aggiungendo che «lo spazio politico per noi di Fli c’è sicuramente, si tratta solo di riempirlo»: cosa possibilissima, data la taglia non proprio colossale della creatura finiana.

ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA 13/09/2012 Ernesto si è incapricciato di un’intuizione che ha il doppio difetto di essere sua e di non essere per niente originale: il Pdl ovvero il partito di plastica, ovvero il partito del nulla. Non solo l’amore, ma anche l’amor proprio è cieco, e al contrario del primo non ha nessunissima difficoltà ad essere fedele. Da anni perciò il professore torna periodicamente a battere su questo tasto. E puntualmente, dopo ogni suo intervento, è come se una brezza si alzasse a gonfiare le vele del bastimento berlusconiano. Al Pdl lo considerano ormai il loro portafortuna. Ieri, per esempio, non ha fatto in tempo a scrivere che «essendosi il suo capo ritirato da mesi sotto la tenda, anche il Pdl si è dileguato» e che «del Pdl si stanno perdendo le tracce», che ti arrivano i dati di un sondaggio della Ipsos di Pagnoncelli: il Pd è al 25%, il Pdl, il partito dei moribondi, al 21,9%. Tre punti dietro, insomma. Una miseria, in prospettiva. La «resistenza» pidiellina si spiega facilmente con le potenzialità della creatura berlusconiana. Silvio non ha fondato «un partito di centro alternativo alla sinistra», che è una paludata sciocchezza tipicamente italiana; non ha fondato «un club liberale» di happy few; non ha fondato quel «partito populista» dipinto per conformismo dalle gazzette nostrane; no, il Berlusca ha messo il Pdl al centro della destra. Questo ha dato alla sua formazione politica – vi faccia schifo o no – una chiarezza di posizione ed un’ampiezza di spettro che non hanno paragoni in nessun altro partito italiano. E queste sono cose che l’elettorato «sente» anche quando non le capisce.

GLI STRATEGHI DEL SOLE24ORE 14/09/2012 Fratelli gemelli di quelli, altrettanto lungimiranti, del Corriere e della Stampa. All’inizio scommisero sulla nascita del partito montiano, capace di succhiare il meglio della destra e della sinistra, oltre che della solita pallosissima società civile; poi ripiegarono sulla grande coalizione dei responsabili Pd-Udc-Pdl, col Berlusca però confinato in casa di riposo; poi mostrarono di accontentarsi, con qualche patema d’animo, di un’alleanza fra Bersani e Casini, con Vendola a fare da innocua soubrette; alla fine si accorsero che Pier Ferdinando, volendo essere oltremodo magnanimi, è solo un furbetto della politica. «Ma anche l’Udc-Italia di Casini non riesce finora a proporsi come credibile asse strategico: ottima tattica, certo, ma senza riuscire ad allargare gli orizzonti», ha scritto ieri Stefano Folli. Presi dalla disperazione, gli araldi della continuità montiana e dell’agenda europea si sono buttati di colpo tutti quanti su Renzi. Il quale, naturalmente, a sinistra non vincerà mai. Il Berlusca intanto resta in vacanza a Malindi dal suo amico Briatore, in compagnia del quale, dicono le cronache, fa lunghe passeggiate e lunghe chiacchierate non prive, a volte, di qualche venatura filosofica, com’è naturale che sia tra un vecchietto ed uomo assai stagionato con un comune passato da stalloni. Insomma, per dirla in cinese, Silvio si è seduto sulla riva del fiume ad aspettare. Comodo comodo, nel lusso. Il solo pericolo, come il solito, sono quegli imbecilli dei suoi, pronti a diventare nervosi ed impazienti quando proprio non ce n’è nessun motivo.

La Casta: il mito e la storia

Non ne usciremo mai se invece di fare uno sforzo di verità continueremo a ripetere come pappagalli le comode bubbole tratte dal mito della casta. Quel mito parziale che serve solo alle fazioni, ai partiti, alle caste. Andiamo indietro di vent’anni. L’operazione Mani Pulite non fu un complotto. Ma non fu neanche il prodotto benefico del berlinguerismo. Prodotto malefico del berlinguerismo fu invece quello che la guastò. Agli smemorati ricordiamo che la sinistra nel suo insieme – la politica e i media di riferimento – fu presa alla sprovvista dall’esplodere di tangentopoli. E per qualche tempo il suo atteggiamento nei confronti della caccia ai marioli presi col sorcio in bocca rimase cauto e diffidente. Il motivo, ricordiamolo ancora agli smemorati, è che la protesta popolare e in parte certamente populista contro l’invadenza dei partiti, che diede ai magistrati la sensazione di non sentirsi soli e quindi la forza di procedere, era localizzata in quel lombardo-veneto “conservatore” dove la DC regnava incontrastata dalla fine della guerra. Proprio là, con la crisi del comunismo, a cavallo tra gli anni settanta e gli anni ottanta, si erano aperte le prime fenditure sulla calotta polare che l’equilibrio della guerra fredda aveva creata nel nostro mondo politico: la sfida craxiana all’egemonia del PCI a sinistra, la sfida leghista alla balena bianca a destra. A scendere in piazza contro la “partitocrazia” non erano i popoli viola o i girotondini di allora, ma i leghisti e i missini, i “fuori casta” di destra. Il megafono di questa protesta non era il “Fatto Quotidiano” di allora, ma “L’Indipendente” diretto da un tale Vittorio Feltri, ex del Corrierone. Era un sisma dentro l’elettorato e la politica di destra. Non è un caso che insieme a Feltri tutti questi protagonisti, leghisti, missini, democristiani (l’elettorato tutto, ma anche parte della classe politica sopravvissuta alla bufera), li ritroveremo poco tempo dopo dentro e dietro la coalizione berlusconiana. La metamorfosi destrorsa era compiuta, anche se il mostriciattolo doveva ancora crescere. Incompiuta rimase quella di sinistra. E infatti i craxiani in rotta andarono ad ingrossare le fila berlusconiane.

Ci sono due domande alle quali rispondere: perché il malcontento scoppiò nel lombardo-veneto e perché la metamorfosi politica a sinistra non riuscì? Per rispondere alla prima domanda bisogna fare una premessa: non sempre la presenza massiccia negli affari economici della mano politica, e di conseguenza della corruzione, è segno di una particolare tara morale in questo o quel popolo. In un paese di non solidissime tradizioni democratiche e liberali, almeno all’inizio, è la regola, perché mancano quella fiducia e quel reale senso civico che solo l’esperienza possono irrobustire, mentre lo statalismo si nutre di paura e diffidenza. In un paese in via di sviluppo, come fu l’Italia per decenni di vita repubblicana, il sistema della raccomandazione, della tangente, dei finanziamenti illeciti ai partiti, dell’osmosi tra politica ed economia, poteva non essere sentito come un grande problema, anche là dove il tessuto socio-economico era sano, finché la crescita economica dava i suoi dividendi a tutti. Ma in un paese ad economia matura, stagnante, appesantito dal costo sempre più insostenibile del welfare, quest’andazzo si stava rivelando semplicemente “antieconomico” per troppi attori, molti dei quali fino ad allora spesso complici del sistema. E’ per questo che il malessere si fece sentire, confusamente, giudicando con l’occhio del cronista, ma piuttosto chiaramente, all’occhio dello storico, in quella parte d’Italia che da una parte era meno legata alle sicurezze economiche del settore pubblico, e dove, dall’altra, l’osmosi politico-economica non aveva i ferrei caratteri spudoratamente professionali di quella su cui regnava il PCI.

La metamorfosi a sinistra non riuscì perché con istinto “rivoluzionario” ancora vivo e vegeto, nonostante il cambio di ragione sociale, i post-comunisti – e con loro chi voleva prendersi le spoglie di un paese allo sbando – videro nel caos di tangentopoli il classico e delicato periodo in cui un paese cambia pelle e il “nuovo” succede al “vecchio”: è quello il momento migliore per impadronirsi delle leve del potere. Non ci fu bisogno di uno squillo di tromba, di un ordine: fu il militantismo e lo spirito gregario a spingere a politici, giornalisti, intellettuali, magistrati a cavalcare compatti Mani Pulite, a dirottarla, e a farla propria. Invece di una “grande confessione”, di un bagno di verità nazionale, di un salto di qualità, ci fu un inutile “bagno di sangue” e l’epurazione di una parte della classe politica. E’ stata la “rivoluzione” di Mani Pulite a tenere in vita ciò che era vecchio: la politica dei buoni e dei cattivi e quella dei maneggioni, due facce dello stesso immobilismo. A rendere infinita, conflittuale, incompiuta una fase di transizione cui l’opposizione oggi spera di porre termine – follia all’ultimo stadio – con la fine dell’avventura politica di Berlusconi: semmai è il contrario. E non finirà di certo se l’ultimo vezzo di questo fariseismo duro a morire sarà quello di addossare alla politica tutte o quasi le colpe della “pozzanghera del malaffare”, come fa nel suo ultimo articolo Galli della Loggia, prendendo le parti di una grande stampa d’informazione che “non può né deve avere indulgenza per nessuno”. Siamo sempre al gioco dei buoni e dei cattivi. Fatto sul Corrierone, poi, che in questo ventennio ne ha combinate di cotte e di crude, fa ridere.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (2)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

PIERGIORGIO ODIFREDDI 27/12/2010 O Dio, che tristezza questi atei! Che noiosa tristezza! Siccome è un fissato, la vigilia di Natale non resiste alla tentazione di farci gli auguri di Natale con una bella pappardella erudita sui nomi e i simboli della mitologia pagana fatti propri dalla mitologia cristiana. E sulla festa del Sol Invictus, del 25 dicembre, il Natale del Sole, la data del solstizio d’inverno secondo il calendario giuliano, quando il sole, al suo punto più basso, inizia la sua risalita nel suo moto apparente lungo l’eclittica: promessa di giornate sempre meno buie e sempre più luminose! Altro che il giorno di compleanno del Salvatore! Te lo dico in un orecchio, caro Piergiorgio: nessun dubbio che forse Gesù, specialista in miracoli, un vero superman, per di più figlio di Dio, alias l’Alfa e l’Omega, oltre che figlio della Vergine, il che non guasta, avesse previsto tutto fin dall’inizio? Pensaci.

RONALDO 28/12/2010 Quello brasiliano. Il fenomeno. Per arginare la sua potenza generatrice si è fatto fare una vasectomia. D’ora in poi il cannone sparerà solo a salve: “basta alla fabbrica dei figli”, ha detto modesto. Però! Una vasectomia… brrr… avrò l’immaginazione fervida, ma a me basta quello spigoloso “ct” nel bel mezzo della parola per scappare a gambe levate davanti a bisturi, rasoi, laser, chirurghi, tagli e resezioni… Io non ce la farei mai. Farei prima a mettere la testa a posto.

MAURIZIO BELPIETRO 29/12/2010 Carissimo, da berlusconiano a berlusconiano. Direi, sempre che non ti sia travagliato completamente, nel qual caso buonanotte, direi dunque, camerata carissimo, che fare il Fatto Quotidiano di destra non significhi per forza farsi una canna ogni santo giorno. Le voci su Fini. Fini ed il falso ma vero attentato. O autoattentato. Fini e l’escort. Vero che se spari ad un uomo morto ad occhio e croce non succede niente. Ma porca miseria, per qual mai imbecillissimo motivo, camerata carissimo, vuoi a tutti i costi risvegliare lo zombie che dormicchia in ognuno di noi?

MASSIMO D’ALEMA 30/12/2010 Nato e cresciuto in una caserma comunista, meravigliosamente confacente alla sua natura, ha sempre avuto nel sangue il senso dell’ordine, delle gerarchie, del silenzio. Il paradiso d’alemiano è un mondo in cui non c’è spazio per bambini sciocchi che diano o chiedano spiegazioni. Ognuno al suo posto, compresi i compagni magistrati. Emotivamente incapace di dibattere e di graduare i giudizi, parla per sentenze. Tagliente, ma senza la minima ironia che non sia maligna. Se ad un tizio coi baffetti conversando con l’ambasciatore americano nel 2007 – l’anno delle intercettazioni delle telefonate fra i compagni Consorte, Fassino e D’Alema in merito a banche da conquistare – scappò di dire “che la magistratura è la più grande minaccia allo stato italiano” quello è lui sputato. Frutto evidente di un fraintendimento, smentisce ora l’interessato con una secca nota scritta. E’ “evidente”, quindi siete pregati di crederci: è un ordine. Ma voi abbiate pietà. Fate finta di niente: ormai è un colonnello in pensione.

ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA 31/12/2010 Ad immagine e somiglianza del Corrierone ha sempre pontificato incollandosi ai binari del giusto mezzo. Così passa per saggio. Così però non ne ha mai imbroccata una. Per disperazione ci ha regalato un articolo di fine anno intitolato: “Un disperato qualunquismo”. Vi spiego: non avendoci capito un cavolo, anche per lui, come per il più italiota degli intellettuali, l’Italia fa solo schifo.

Via con la barbetta al vento

Padre nostro che sei nei cieli, dacci oggi il nostro Galli Della Loggia quotidiano. Il nostro Ernesto, lo sapete, è un damerino che sente molto l’aria che tira, un meteoropatico della politica. E’ la faccia triste di un giornale triste, un opinionista che va a rimorchio di un giornale che va a rimorchio, quel Corrierone che da decenni ormai, imbalsamato nella sua timorosa e quindi non salda prudenza, si limita a pontificare a cose fatte. A volte riesce perfino ad anticipare le cose fatte, ma solo perché sembrano che siano proprio fatte. Perché glielo dicono. E’ il momento in cui la prudenza, non essendo virtuosa, si trasforma in imprudenza. Errore che somiglia molto a quello tipico dei democristiani perfettamente addomesticati, il cui comico zelo fa ridere di gusto le vecchie pellacce della sinistra dura e pura. Non sorprende che questo errore l’abbia fatto anche Fini, duce di Futuro e Libertà, la sinistra democristiana nell’era della balena berlusconiana: questo è. Così il nostro Ernesto, con uno stile sentenzioso ma senza vigore, riflesso diretto delle sue anemiche idee, dormicchia guardingo nei periodi di bonaccia e si fa prendere dal batticuore nel momento della tempesta. Ed è per questo, e per mostrare alla maestra di essere il primo della classe, che ha voluto essere il primo a tirar fuori dal cassetto e mandare in stampa, e non per scherzo, il coccodrillo di Silvio Berlusconi. Siccome gira sempre più insistente la voce che questi sia un uomo morto, Ernesto di colpo è ringalluzzito, ha voluto vivere un giorno da leone, e ha dato fiato alle trombe scrivendo un bella serie di quei turgidi spropositi savonaroliani che di solito escono dalla penna demenziale di D’Avanzo; turgidi spropositi che cadono dritti nel ridicolo se non sono temperati e messi in riga dall’ironia, come accade nel caso del sottoscritto; spropositi di cui vogliamo offrire questo significativo esempio, il primo pigliato al volo:

Le serate di Arcore e di Palazzo Grazioli sono l’immagine di una solitudine esistenziale disperata e agghiacciante, anche se nascosta dai fasti di una miliardaria satrapia. Oggi ci è chiaro: era un moderno Macbeth assediato dalla foresta di Birnam sempre più vicina…

Al netto delle rodomontate il ragionamento di Galli Della Loggia è il solito di quando per il Berlusca le cose sembrano precipitare. La solitudine del premier si specchierebbe in quella della sua creatura, il berlusconismo, il partito di plastica incapace di fare politica che “ha tagliato i ponti con tutti i settori significativi della società.” Che suona bene, ma è una solenne sciocchezza; ed anche un’involontaria verità, se per “settori significativi” s’intendono le caste, quelle vere. Il berlusconismo, lo diranno i libri di storia, è stato un rivolgimento democratico, un grandioso aggiustamento sociale e politico ben lungi ancor oggi dall’aver trovato riposo, che ha captato i sentimenti di un’Italia negletta, principalmente l’ex parco buoi dell’imbelle Democrazia Cristiana, munto per un quarto di secolo almeno senza ricevere niente in cambio, e disprezzato per quasi tutti i cinquant’anni di vita della Balena Bianca, in un paese in cui anno dopo anno si sedimentavano nomenklature di ben diverso colore. Per questo sopravvivrà.

Per capirlo basta leggere le parole scritte dallo stesso Galli Della Loggia quattro anni fa, sul finire del 2006, quando Berlusconi, sconfitto per miracolo dall’armata brancaleone prodiana alle elezioni, quando anche allora avrebbe dovuto essere liquidato per sempre, se ne stava seduto in panchina all’opposizione:

Sabato, infatti, nella piazza romana c’era il popolo della destra così come naturalmente c’erano i suoi capi. Ma tra l’uno e gli altri sembrava esserci il nulla. Sul palco o nelle sue vicinanze era assente qualunque rappresentanza significativa di questo o quel pezzo di società italiana. Non solo non c’erano gli attori e i cantanti o gli intellettuali, ma neppure esponenti dell’industria e della finanza, dell’alta burocrazia, del mondo del lavoro, dell’universo delle professioni: nulla, nessun nome. Erano assenti perché la destra riesce sì a portare alle urne e a mobilitare il «popolo», cioè una massa variegata di cittadini, ma tuttora ha una grandissima difficoltà a organizzare la società, nel senso di integrarsi stabilmente con questo o quello dei suoi settori, dei suoi «ambienti», fino ad assumerne un’organica rappresentatività. […] Per governare, infatti, è necessario anche ascoltare i «salotti», in certo senso perfino rappresentarli. Vantarsi del contrario manifesta un disprezzo per le élite che andrà bene per il Venezuela, forse, ma non per l’Italia.

Insomma, colpa di Berlusconi era quella di non saper dialogare con le nomenklature, di non saper circuirle, e perfino di non rappresentarle, dagli attori e dai cantanti – i nani e le ballerine della società civile – ai grandi banchieri, ai boiardi della burocrazia, ai tirapiedi della Confindustria montezemoliana.

Per fortuna il partito di plastica non seguì il consiglio dell’ottimo Galli Della Loggia, l’avvocato dei settori significativi della società, e nel 2008 vinse le elezioni; con grande scorno dell’ottimo Galli Della Loggia, che nel frattempo – s’intende, dopo le elezioni – ebbe l’ottima idea di rettificare drasticamente le sue profonde convinzioni sulla nostra storia recente, con buona pace dei settori significativi. Anche allora volle vivere un giorno da leone, e diede fiato alle trombe scrivendo una bella serie di considerazioni che sembravano prese di peso dal repertorio più noioso del sottoscritto:

Nel frattempo, come dicevo, orfano della protezione un tempo elargitagli dalla Dc e dal Psi, il potere tradizionale italiano, cresciuto e prosperato sotto la Prima Repubblica si apriva volenterosamente a quelli che esso riteneva ormai i nuovi padroni della situazione. [Mezza verità, al massimo: una bella parte era già sotto la protezione del Pci. NdZ] In breve tutto l’establishment economico- finanziario del Paese, tutta la cultura, tutta la burocrazia, tutti gli apparati di governo, dalla polizia alla magistratura, gran parte del vecchio cattolicesimo politico divennero o si dissero di sinistra. Ma proprio la massiccia operazione di riciclaggio e di «entrismo» da parte dei vertici della società italiana e dei suoi poteri, nell’area della sinistra ex Pci, insieme all’esasperante lentezza con cui procedeva la revisione ideologica di questa, hanno valso a porre il partito della sinistra ex comunista, nell’ultimo dodicennio, in una posizione sostanzialmente conservatrice. L’hanno reso di fatto il tutore massimo dell’esistente, incapace di comprendere i grandi fatti nuovi che si andavano producendo nel Paese, di rompere incrostazioni e tabù, restio a politiche animate da coraggio e da fantasia, timoroso infine di rompere le vecchie solidarietà frontiste. In vario modo questa parte, invece, se la sono aggiudicata fin dal 1994 le varie destre che allora videro la luce e/o che allora presero a ricomporsi. Le quali, a cominciare da Berlusconi, hanno invece avuto facile gioco, esse sì, ad apparire fino ad oggi (e quale che fosse la realtà) tese al cambiamento, lontane dal potere costituito, prive di troppi pregiudizi ideologici, in sintonia con la pancia e con le esigenze più vere del Paese.

La morale di questa storia è che l’Ernesto non ha mai capito nulla di Berlusconi. Non ne ha mai azzeccata una. E ciò – fate gli scongiuri, cari nemici di sinistra – è molto, ma molto tranquillizzante.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Una domanda da oltreoceano

Zamax: Me gustaria me dieras tu opinion sobre el sistema de gobierno italiano. Para nosotros aqui nos parece un sistema “raro”. Estabamos conversando con Claudio sobre la convenienza de este tipo de gobierno con respecto a los planes a largo o mediano plazo, con planes me refiero a politicas aplicables a problematicas del pais, quiero decir, como se puede planificar algo a mediano y largo plazo cuando se tiene la sensacion que se va a durar tres meses en el gobierno??? No lo se, me parece tan extraño este sistema que me parece que lo unico que sirve es para que los politicos se aseguren una jugosa pension de por vida. Mi papa esta contento que haya caido Prodi, no veia la hora, a Prodi parece que mucho no lo afectó segun muestran las fotos, haciendo jogging todo sonriente y conversando acaloradamente con su peluquero. ¿Se viene el “Attalismo italiano”?

Non saprei rispondere a questa domanda se non partendo dalla caratteristica peculiare della vita politica italiana del dopoguerra. Esiste ancora il fattore K, come lo chiamò una volta per tutte Alberto Ronchey, l’anomalia tutta italiana di una sinistra in maggioranza comunista? O almeno i suoi effetti sono ancora visibili? Al contrario di molti, io penso di sì. E al riguardo, e di nuovo al contrario di molti, credo che le prossime elezioni di aprile saranno epocali, alla stregua di una terza e definitiva guerra punica. Per un quarantennio dalla fine della seconda guerra mondiale fino allo sgretolamento dell’impero comunista nei paesi dell’Europa dell’Est negli anni ‘80, l’Italia ha avuto un sistema politico bloccato tra l’opzione atlantica e occidentale della Democrazia Cristiana e dei suoi satelliti, e il peso sempre crescente della fazione comunista nella società, che d’altra parte costituiva – stante la glaciazione dei rapporti internazionali determinati dalla guerra fredda – una sorta di assicurazione della DC sulla guida del paese. Il governo per i democristiani italiani divenne perciò una sinecura. E le frequentissime quanto innocue crisi di governo, facilitate dalla debolezza istituzionale della figura del presidente del consiglio uscita dalla Costituzione antifascista, furono il modo per regolare tra loro cervellotici equilibri di potere.

Così che fino all’irrompere nella scena politica della sinistra riformista e occidentale di Craxi negli anni ’80, ossia per più di un trentennio, in realtà si può parlare di un sostanziale continuum, una lunga, interminabile fase di governo nel quale i ripetuti avvicendamenti di ministri o di primi ministri avevano ben pochi effetti sull’ordinaria amministrazione del paese. Fino a tutti gli anni ‘60 la cosa fu relativamente facile e senza conseguenze, almeno in una logica di corto respiro, in quanto si trattava di governare la lunga fase inerziale di crescita economica tipica di un paese in fase di sviluppo. La filosofia di governo, tuttavia, impercettibilmente ma a lungo andare profondamente, prese una fisionomia economico-politica di stampo sempre più statalista. Questo era l’esito di una dinamica interna al paese. La natura particolarmente settaria, militante, comunista, della sinistra di casa nostra ebbe buon gioco nell’organizzare nel ventre molle dell’Italia democristiana una rete sempre più vasta di potere, in virtù di una solidarietà ideologica trasversale che si muoveva come un falange nella società italiana. Per venire a patti con questa sorda minaccia e conservare la pace sociale nel paese, la classe politica democristiana, forte dell’impossibilità di un normale ricambio politico, cominciò lentamente, fin dagli anni ‘50, ad abbandonare passo dopo passo la rappresentanza del proprio elettorato nei fatti moderato o conservatore. La storia della DC dalla fine della seconda guerra mondiale al 1992, l’anno di Mani Pulite, è la storia di una lentissima, lunghissima, progressiva diserzione. L’incredibile numero di correnti democristiane – nate, morte, risorte, rinate sotto nuovo nome – oltre ad essere in gran parte di sinistra, nella quasi totalità cercavano la loro identità particolare nel modo di rapportarsi con la sinistra. Ciò significa che fin quasi dalle origini i democristiani avevano incominciato a cercare la loro legittimità a sinistra, e a vedere il futuro e il mondo con gli occhi della sinistra, precludendosi così una propria originale e sensata modernizzazione. E non è certo un caso che già negli ’40, ma soprattutto negli anni ’50 dopo la scomparsa di De Gasperi, furono i Dossetti, i Fanfani, i La Pira, i Gronchi – i democristiani minoritari dell’Italia rossa tosco-emiliana – a dare la sterzata decisiva al partito.

La protagonista di questa progressiva mutazione fu una razza particolarmente vile: psicologicamente parlando, il democristiano di sinistra, o quello deambulante sul piano inclinato dell’ineffabile centro, è il perfetto conformista. Vivendo in Italia egli si trova vieppiù lacerato tra due realtà spesso conflittuali, alle quali la sua mentalità gl’intima di conformarsi: la tradizione cattolica (la tradizione, non la religione) e una cultura egemonizzata dalla sinistra. In certi casi patologici, prima di crollare, tanto più cede alla seconda, tanto più manifesta nelle pratiche religiose una sorta di grottesco atletismo devozionale. E come tutti i soggetti sensibili alla Sindrome di Stoccolma è tirannico coi suoi, avendo imparato in fretta dal temuto avversario l’arte giacobina di prendere il potere con le minoranze organizzate.

Il fenomeno dei democristiani di sinistra fu solo la replica a livello politico di quanto successe in tutte le pieghe della società italiana, dalla magistratura fino al mondo dell’economia. Oggi la sinistra, almeno quella che il Partito Democratico intende rappresentare, avendo allevato in tutti settori della società una sua nomenklatura, sempre più somigliante alla nomenklatura tout-court, non riesce più ad esprimere, a proiettare un’idea di se stessa. La sinistra, dispensatrice di anatemi e benedizioni, per rimanere antropologicamente comunista e giacobina, e per resistere allo stesso tempo alla modernità, senza esser costretta ad abiurare con un onesto, schietto, europeo, ma doloroso sbocco socialdemocratico, doveva diventare una griffe: la griffe dei migliori. I migliori sindacalisti, come i migliori imprenditori; i migliori cattolici come i migliori laici; i migliori difensori dello stato sociale come i migliori liberali; e poi i migliori intellettuali, i migliori magistrati, i migliori banchieri, i migliori artisti, e perfino i migliori …cuochi. Ora con l’approssimarsi delle elezioni, del tutto il linea con la vulgata di un PCI baluardo della democrazia e del feticismo costituzionale, nonché sovietico partito degli onesti di berlingueriana memoria, eccoti pure l’apparentamento con l’Italia dei Valori del giustizialista Di Pietro. Ma basterà, nel 2008, il richiamo della foresta della superiorità morale e intellettuale, tipico della setta, per tenere insieme il popolo della sinistra dietro le insegne di un partito che – con Veltroni ancor più che con Prodi – è l’interfaccia patinata della rete dei poteri consolidati e conservativi del nostro paese, dalla Corte Costituzionale alle Associazioni criptosindacali dei Consumatori? Valgono ben poco i programmi, o le buone quanto vaghe intenzioni di rinnovamento, quando si rappresenta, nei fatti, il vecchio. Io non credo che il Partito Democratico, almeno questo Partito Democratico, sarà il futuro della sinistra italiana. Dico che le camaleontiche trasformazioni, di facciata beninteso, che dovrebbero con un colpo di bacchetta magica antistorico porre l’Italia mancina all’avanguardia in Europa provocheranno un rigetto nell’elettorato storico della sinistra, stanco delle sfilate mondane della bella politica e anche degli strilloni dell’antipolitica, e se il candidato Veltroni, per quanto magnificato dalla grancassa dei media – ora che per causa di forza maggiore anche La Repubblica ha dovuto abbandonare la sua filosofia politica unionista e pansinistrorsa, i grandi giornali parlano veramente la stessa lingua, tranne per qualche voce isolata – se il candidato Veltroni, dunque, non saprà illudere il suo popolo fino all’ultimo con la prospettiva realistica di una vittoria elettorale, sarà proprio alla sua sinistra che rischierà di veder franare l’appeal della sua campagna elettorale.

Quant’è diversa invece la parabola del vecchio Berlusconi! All’epoca del Terrore della Rivoluzione di Mani Pulite, ebbe l’ardire e la lungimiranza strategica di guardare oltre la politique politicienne e di scommettere sull’Italia disertata politicamente dalla DC e disprezzata dalla cultura, l’Italia dei ceti medi, gran parte di quella muta Italia sepolta fino allora nell’anonimato della polverizzazione produttiva padana, l’Italia della diaspora socialista, e anche l’Italia di destra, ammorbidita da mezzo secolo di esperienza parlamentare, ma ancora colpita dall’ostracismo dell’arco costituzionale. E’ sintomatico che dopo quindici anni dalla discesa in campo del Cavaliere, ora che anche Casini nel momento decisivo non ha resistito ed è tornato a cuccia in quella virtuale area di centro che da Martinazzoli a Follini è stata il nosocomio della fatale patologia democristiana, oggi si arrivi ad uno scontro – secondo me finale – che vede da una parte, sotto nuovi nomi, gli eredi diretti dei partiti storici della cosiddetta prima repubblica, quelli risparmiati da Tangentopoli e i resti sparsi e addomesticati dell’ex pentapartito, cioè la cadaverica sublimazione della vecchia classe politica, e dall’altra parte sostanzialmente l’alleanza tra Lega Nord, Forza Italia ed Alleanza Nazionale, cioè tra due formazioni politiche nate negli ‘80 e ‘90 e gli eredi della riserva indiana missina.

La differenza fondamentale tra le due coalizioni, al di là della sceneggiata dei programmi, è che alle spalle di Berlusconi c’è un’Italia che ha molto meno da perdere da scelte drastiche. E se nell’epoca del maggioritario, mentre le esperienze di governo Prodiane sono crollate tutte e due sotto i colpi delle divisioni interne del fronte popolare antiberlusconiano, con una somiglianza puramente esteriore con la dinamica dei governi democristiani di una volta, solo l’ultimo governo Berlusconi è riuscito, bene o male, a stare in sella per i cinque anni di una congiuntura economica internazionale difficilissima, questo lo si deve non poco alla riposta, indiretta pressione dell’elettorato di un centrodestra assai più unito alla base che al vertice.

(Consiglierei però vivamente agli aspiranti liberalpopolari di lasciar perdere le suggestioni programmatiche della Commissione Attali. Esse ubbidiscono nel fondo ad un’aggiornata filosofia politica di stampo statalista in versione tecnocratica. Lo stato, in questa visione statica e riduzionistica della società, è concepito come una macchina sofisticatissima da rimettere periodicamente a punto con centinaia di accorgimenti tecnici; che sono così tanti appunto perché bisogna far quadrare il cerchio, e non scontentare nessuno; e sono tecnici perché suppostamente indolori.)

El boludo

Update del 09/02/2008: piano piano la verità viene a galla. A conforto della mia analisi ecco gli interventi di Galli della Loggia sul Corriere, specialmente laddove scrive:

Non credo che si tratti solo di un calcolo di piccolo cabotaggio politico; la risposta va cercata più a fondo. Va cercata cioè nella tradizione specifica di quella parte del Pd di cui sopra che affonda le radici nelle vicende del comunismo. Che da quelle vicende, pure così lontane, ha acquistato a suo tempo abiti psicologici e modelli di pensiero, ha ereditato una vera e propria antropologia politica.

[…] E sì che invece la funzione sua [di Prodi, N.d.Z.] e dei suoi amici rispetto agli eredi della tradizione comunista è stata davvero preziosa. Se ci si pensa bene, infatti, sono stati Prodi e i cattolici cosiddetti democratici, è stata proprio la loro presenza, la sponda politica da essi offerta, che ha consentito agli ex Pci di non diventare ciò che a nessun costo la maggioranza di essi, in obbedienza al proprio codice genetico, voleva diventare: socialdemocratici. Che cioè ha evitato quello che altrimenti sarebbe stato l’esito ovvio, direi inevitabile, della fine della loro vicenda.

E di Lodovico Festa sul Giornale, di cui segnalo la chiusa:

Comunque quella che stiamo vivendo è la fine di una stagione, in cui l’organizzazione del centrodestra è stata costretta a un modo di agire sia nella definizione del programma sia nella selezione dei candidati molto concentrato, dall’asprezza dello scontro non solo con il centrosinistra ma anche con larghi settori dell’establishment, in tempi abbastanza recenti anche confindustriale. Questa stagione emergenziale sta finendo, il voto quasi sicuramente per il centrodestra del 13 e 14 aprile chiuderà non solo una vicenda politica contingente ma la fase storica della guerra senza tregua a Berlusconi. Nella nuova fase sarà determinante per un centrodestra che vuole governare al meglio, sollecitare in prima persona l’impegno della borghesia produttiva, rimuovendo gli ostacoli organizzativi che ne hanno limitato la mobilitazione.

Intellettuali di razza

Prendete i giornali del piccolo establishment finanziario-industriale, Corriere, Stampa, Sole 24 Ore. Qual è la cifra intellettuale dei vari editorialisti? Spesso alta. Qual è la loro cifra etica? Quasi sempre bassa. Si distinguono invariabilmente per quella mancanza di spina dorsale così gradita ai loro editori, che riesce acrobaticamente a contemperare profondità d’analisi e innocuità nelle conclusioni. Non manca loro né cultura, né competenza, né intelligenza: manca loro il coraggio della coerenza. Hanno scelto di evirarsi. Un intellettuale di qualche ambizione deve avere intelligenza e coraggio, sapendo in anticipo che ciò comporta un prezzo da pagare. Ebbene, costoro non lasceranno traccia. Sorry.

Qualche tempo fa  scrissi a proposito della mancata evoluzione socialdemocratica della sinistra italiana:

…per la sinistra ciò significò un ritardo culturale che si protrae ormai da vent’anni e ancor oggi ne blocca il naturale sviluppo. Il quale non può essere che l’approdo, con decenni di ritardo ma senza infingimenti e col necessario e doloroso mea culpa in quell’universo socialdemocratico che a sua volta sta subendo la pressione delle sfide della modernità. Natura non facit saltus. Oggi i DS, e di conserva tutti i satelliti e azionisti della sua galassia, CGIL compresa, si ritrovano al bivio tra una scelta antistorica, il collasso massimalista in una Izquierda Unida o in un Linkspartei e un’alternativa innaturale, l’opzione tecnocratica e di puro potere del Partito Democratico, gestita in condominio coi poteri forti, operazione battezzata dalla Gazzette Unioniste col nome di Riformismo.

E ancora:

…in assenza di un onesto polmone socialdemocratico che medi, filtri ed elabori le diverse pulsioni che agitano la sinistra in una piattaforma programmatica realistica, in modo da permettere la respirazione a un corpo politico vivo, l’altra sinistra, quella sedicente moderna, caduti con i fanatismi anche illusioni e idealità, si è buttata, con stile comunista beninteso, al controllo di sempre più grandi fette dell’economia, omologandosi un passo alla volta all’altro stile, quello dei capitalisti con la mentalità da latifondisti, imperante nei piani alti della Confindustria targata Fiat. Divise tra loro dalla terra di nessuno dove riposa l’ingombrante cadavere del “cinghialone socialista”, le due forme attuali della sinistra italiana da sole sono condannate a morire rinsecchite.

Adesso, all’indomani dell’8 settembre del Governo Prodi, ci arriva perfino Galli della Loggia; le nubi che avvolgevano il Re Nudo stazionante ad un metro dai suoi occhiali si sono improvvisamente dissolte:

La fine del governo Prodi evoca innanzi tutto un’importante questione storica destinata, temo, ad accompagnarci a lungo: la costante minorità numerica della sinistra italiana, e dunque la sua costante debolezza elettorale di partenza. L’Italia profonda non è un Paese progressista. Ciò costringe la sinistra, per avere qualche probabilità di andare al governo, ad allearsi con forze diverse da lei, più o meno dichiaratamente conservatrici. Il che, tuttavia, come si capisce, può avvenire in momenti e su spinte eccezionali (per esempio l’antiberlusconismo) ma è difficile che duri a lungo. Si aggiunga – come concausa di questa minorità, e sua aggravante – la paralizzante eredità comunista. La vicenda italiana indica quanto sia difficile che da quell’eredità nasca un’evoluzione di tipo uniformemente socialdemocratico. La stragrande maggioranza degli eredi del vecchio Pci, infatti, come si sa, ha rifiutato tale evoluzione e il suo nome, preferendo invece, al suo posto, quello alquanto vago di «democratici». Accanto a loro è nato dal tronco del vecchio partito un blocco di tenace radicalismo (le tre o quattro formazioni che ancora si dicono «comuniste») il quale include almeno un terzo dell’antico elettorato di Botteghe Oscure: insomma un ulteriore fattore di debolezza.

Cime abissali

Ci deve aver pensato su un po’, profondamente compreso dei suoi doveri giullareschi diretti a far sorridere il Principe, Ernesto Galli della Loggia, prima che un’idea geniale gli facesse partorire questa spettacolare arrampicata sugli specchi che rimarrà negli annali del giornalismo indipendente e democratico. Arrampicata tanto più meritoria, in quanto fatta in solitario, senza l’aiuto di quegli sherpa sulle cui spalle i simpatici alpinisti romantici e colonialisti di mezzo secolo fa, oltre al fardello dell’uomo bianco, avrebbero caricato volentieri anche un gatto delle nevi. Solo in leggero e non grave ritardo sul resto degli italiani del Nord, del Centro e del Sud, aggiustandosi gli occhiali e guardando meglio, a forza di grattarsi barba e capelli  scoprì che nel palco popolartribunizio della destra, mancava qualsiasi membro cooptato o originario  della corte principesca nella quale officia in qualità di direttore di coscienza  di sovrabbondante carità assolutoria.

Sabato, infatti, nella piazza romana c’era il popolo della destra così come naturalmente c’erano i suoi capi. Ma tra l’uno e gli altri sembrava esserci il nulla. Sul palco o nelle sue vicinanze era assente qualunque rappresentanza significativa di questo o quel pezzo di società italiana. Non solo non c’erano gli attori e i cantanti o gli intellettuali, ma neppure esponenti dell’industria e della finanza, dell’alta burocrazia, del mondo del lavoro, dell’universo delle professioni: nulla, nessun nome.

Mancavano insomma tutti quelli che ai tempi delle asiatiche mollezze del satrapo Craxi venivano chiamati nani e ballerine, oggi assurti al rango di rappresentanti significativi, in quanto intruppatisi in quell’associazione paramassonica chiamata società civile i cui membri si riservano motu proprio il diritto di esercitare una golden share sui destini democratrici del nostro paese. Mancavano insomma, nella stalla cidiellina,  quei tre Re Magi dell’Empireo finanziario bancario che al tempo delle primarie dell’Unione presentarono i loro umili omaggi all’Unto prescelto. Mancava insomma qualsiasi valvassore o valvassino del sistema feudale della Confindustria Montezemoliana, qualsiasi barone universitario, una qualsiasi di quelle Authorities incasellate a forza nel baraccone bizantinesco dell’amministrazione pubblica, che per giustificare i propri lautissimi stipendi  passano il tempo ad inventare ogni ogni giorno quache inutile diavoleria: nulla, nessun nome.

Erano assenti perché la destra riesce sì a portare alle urne e a mobilitare il «popolo», cioè una massa variegata di cittadini, ma tuttora ha una grandissima difficoltà a organizzare la società, nel senso di integrarsi stabilmente con questo o quello dei suoi settori, dei suoi «ambienti», fino ad assumerne un’organica rappresentatività. […] Per governare, infatti, è necessario anche ascoltare i «salotti», in certo senso perfino rappresentarli. Vantarsi del contrario manifesta un disprezzo per le élite che andrà bene per il Venezuela, forse, ma non per l’Italia.

Erano assenti insomma perché questa destra con bambinesca ostinazione non si lascia dettare l’agenda dall’autonominatasi classe dirigente del paese che dibatte solo nell’aria azzurrina e rarefatta dell’Olimpo degli happy few congiuntamente nello spirito e nel portafoglio, e impartisce istruzioni al libero Parlamento attraverso le proprio Gazzette Ufficiose.

Ma proprio qui si è palesato uno dei principali limiti della leadership di Berlusconi. Egli è stato incapace di elaborare una qualsiasi forma di rappresentanza sociale e di cultura della mediazione, probabilmente perché politicamente sprovvisto di una qualunque vera idea forte.

Erano assenti insomma perché questa destra desperately nerd non è riuscita nemmeno a metter su quel concorso esterno in associazione affaristica che ai tempi della asiatiche mollezze del Satrapo Craxi veniva chiamato consociativismo.

La rivoluzione liberale è così rimasta una formula. Tutto si è fermato agli slogan e come partito (non come lista elettorale!) Forza Italia è rimasta un partito di plastica. Localmente esso è presente solo con dei proconsoli di fiducia del capo, non di certo come insieme di quadri e di associati.

Perché ovviamente per Galli della Loggia la rivoluzione liberale si fa attraverso un bel partito di sovietica o fascista monoliticità con quadri, associati, portaborse e portaordini. Ma noi ci chiedamo invece: dovrebbe forse  Forza Italia strutturarsi come un vero partito,  mettendo il vino nuovo in otri vecchi, come disse qualcuno qualche tempo fa? Far diventare il popolo di Forza Italia quello delle tessere, degli organigrammi, delle orride scuole di partito? Imitare la sinistra e il vecchio? Non è che per caso proprio l’informalità di Forza Italia, che è quella di un organismo vivo con tutte le sue deficienze, sia stata la sua Forza durante questi anni? Quale altro partito tradizionale, bastonato nelle elezioni locali, irriso da giornali e televisioni, perseguitato dalla magistratura, avrebbe dimostrato tale elasticità e slancio da risultare indiscutibilmente il vincitore morale delle ultime elezioni?

Al centro, poi, essa è ancora e sempre solo Berlusconi che, forte del suo strapotere e del suo carisma, impone a tutta la coalizione la propria evanescente cifra politica, fuori della quale c’è posto solo per il tradimento più o meno mascherato ovvero per gli inquietanti eccessi leghisti e/o mussoliniani. La destra dunque può anche essere elettoralmente plebiscitata, ma resta tuttora condannata a una vera e propria solitudine politica che rimanda direttamente a un’irrisolta solitudine sociale.

Per concludere questo brillante e occhiuto contributo intellettuale non mancava altro che un richiamo allo strapotere berlusconiano, agli inquietanti (come poteva mancare quest’aggettivo, parola d’ordine antifascista ormai da mezzo secolo?) eccessi leghisti e mussoliniani, ed agli eventuali esiti elettoralmente plebiscitari, cioè pericolosamente democratici. Amen!

Ma non facciamoci comunque avvelenare il sangue da queste considerazioni; la vita è bella; tranquillizzati dal fatto che  il signorino deputato del Partito della Rifondazione Comunista Caruso ha terminato la sua permanenza molto temporanea nel Centro di Permanenza Temporanea di Crotone, riusciamo pienamente ad apprezzare la moda piccante e un po’ sadomasochistica di quest’autunno, che ci regala la visione di torme di femmine stivalate cui l’ampia licenza dei costumi tuttavia ancora non concede di tenere nella manina guantata, come dovrebbero, un saettante frustino.