Eugenio & Jorge

Il lungo corteggiamento di Eugenio Scalfari a Jorge Mario Bergoglio sta assumendo i contorni di una farsa piuttosto divertente. Non solo possiamo ammirare la serafica, tranquilla e perfino riguardosa spudoratezza con la quale l’augusto ed anziano senatore de “La Repubblica” cinge d’assedio Papa Francesco; ma possiamo anche gustare appieno la stolidità di molti lettori del giornalone della sinistra: c’è chi – il progressista tetragono – è sempre più perplesso, se non scandalizzato dalla sbandata spiritualistica del mitico fondatore; c’è chi – il cattolico adulto – quasi sviene dal melenso piacere di questa presunta corresponsione d’amorosi sensi tra i due personaggi.

Nella sua ultima pubblica epistola Eugenio scrive a Jorge col tono affettuoso e indulgente col quale ci si rivolge ad un amico cui da lungo tempo si legge nel pensiero, un amico impegnato in un’impresa titanica e meritoria, di cui il volgo impaziente non sa cogliere il significato epocale, e di cui non vede le mille difficoltà, i mille impedimenti da abbattere o aggirare; ma scrive anche, Eugenio, parole dalle quali l’immagine del vecchio amico Jorge viene trasfigurata, o meglio sfigurata, nella macchietta di un Papa riformista in piena sintonia con lo spirito del mondo nella sua versione stucchevolmente umanitarista; in piena sintonia, cioè, col simulacro dello spirito di carità più facilmente smerciabile in tempi democratici.

Io non credo che Eugenio pensi veramente di poter infinocchiare Jorge. Credo piuttosto che faccia questo calcolo: con le mie discrete (nella forma) ma smaccate (nella sostanza) adulazioni in realtà non faccio altro che esercitare pressione su una Chiesa Cattolica già mezza circondata dagli eserciti nemici; se poi Jorge è tanto grullo da farsi sedurre da questa mia familiarità falsamente partecipe e, a dirla tutta, anche abbastanza oscena, meglio ancora; per me soprattutto, che con la mia superiorità sono riuscito a dimostrare chi è il vero Papa.

Quanto a Papa Francesco, credo che la sua formazione gesuitica e la sua stessa personalità lo portino a non lasciare nulla d’intentato quando si tratta di illuminare la mente ai gentili o di riportare sulla retta via i peccatori, anche a costo di passare, appunto, per boludo, per dirla coi figli della pampa, almeno per un tempo ragionevole. In quanto Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo arrivato dalla fine del mondo, Papa Francesco nel momento in cui accettò le attenzioni di Eugenio non poteva essere così addentro alle cose italiane per capire esattamente con quale leggendario filibustiere della cultura e del giornalismo di casa nostra andasse ad attaccar bottone: forse non lo consigliarono bene, forse lui nella sua testardaggine cristianamente ottimistica non volle farsi consigliare.

Tanto più allora è da prevedere che quando Papa Francesco deciderà di metterci una pietra sopra, questa sarà una pietra davvero tombale, avvolta in quella offesa cupezza che nel latino-americano vivace ed espansivo sa toccare, quando vuole, vertici metafisici.

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Renzi e la sinistra (tutta) alla resa dei conti

L’inaugurazione dell’anno giudiziario è stata l’occasione per quell’Italia che della legalità ha fatto un feticcio ad uso meramente politico, e della quale una parte rumorosa della nostra magistratura si sente l’avanguardia sul campo di battaglia, di rispolverare il personaggio di Berluschino. Il presidente della Corte di Appello di Bologna, Giuliano Lucentini, è arrivato a dire, papale papale: «Pensavo, finito un certo periodo, che le cose potessero cambiare», parole che esprimono uno schietto giudizio politico, e non un giudizio di politica giudiziaria. Renzi, col piglio giovialmente napoleonico che gli è consueto, ha risposto per le rime alle critiche, duro e beffardo come se avesse a che fare con dei bacucchi fuori della realtà. Se lo può ancora permettere, essendo, almeno nominalmente, di sinistra e al momento vincente. Quindi il fascismo non è alle porte, come invece sarebbe immancabilmente accaduto se al posto di Berluschino ci fosse stato Berlusconi.

Intanto però i cannoneggiamenti arrivano anche dalla corazzata di Repubblica. L’augusto fondatore Eugenio Scalfari l’ha scritto chiaro e tondo nel suo pezzo domenicale: «Renzi è l’autore della riabilitazione berlusconiana». L’articolo nella sostanza è una specie di ultimo avvertimento; il tono non ultimativo e quasi lepido è quello che si usa coi destinatari di tali messaggi quando li si vuole ancora recuperare alla causa. E un altro segnale non incoraggiante per Berluschino arriva dalle elezioni politiche in Grecia. Non tanto dal risultato, che era previsto, ma dalla reazione dell’italico popolo di sinistra alla vittoria di Tsipras: ostentatamente entusiasta nella sinistra che non si riconosce nel Pd (compresi i grillini, naturalmente) e pudicamente soddisfatta in una parte non trascurabile di quella che nel Pd si riconosce.

Questi fatti provano ancora una volta, se ce ne fosse ancora bisogno, che nonostante i suoi successi politici Renzi non è riuscito a riformare la sinistra. Se il radicalismo di massa, che è la malattia endemica della sinistra italiana dai tempi della scissione di Livorno, attira ancora tanta parte dell’Italia rossa, significa che l’approccio liberal in un paese come il nostro (e in gran parte dell’Europa) a sinistra non funziona, non parla al cuore dell’elettorato, è fuori di quella storia con la quale la politica deve fare i conti. E’ solo nello sciocco e fatuo universo veltroniano, là dove tutto si compone in meravigliosa armonia, che Berlinguer e Blair possono andare a braccetto: nessuno di questi due personaggi, però, può essere una figura di riferimento per una sinistra italiana matura e pacificata. Ma ciò significa anche che la “terra di mezzo” socialista, suo naturale approdo, per la sinistra italiana è ancora taboo, per motivi che non elenco per non offendere l’intelligenza dei lettori.

Cosicché adesso, alla vigilia della grande partita politica che si giocherà intorno all’elezione del nuovo presidente della repubblica, per Renzi si aprono due scenari, che però lasciano congelati i problemi di fondo sopramenzionati: o riesce a tenere il partito insieme, rilanciando la posta come ha sempre fatto, sull’onda dei successi fin qui ottenuti, ottenendo così una vittoria dal sapore termidoriano sulla vecchia classe dirigente comunista; oppure si rassegna ad una scissione (l’ennesima della storia della sinistra italiana) che però farebbe del Pd un partito a caratterizzazione sempre più apertamente centrista: sogno segreto di Berlusconi, non perché miri anche lui al partito della nazione, ma perché un Pd “centrista” avrebbe scarso appeal fra gli elettori di sinistra e tuttavia incontrerebbe ancora la diffidenza del popolo di destra. Ce ne sarebbe anche una terza, dal vago sapore fantascientifico: che Berluschino si faccia prendere dal panico e cominci a correre dietro a Tsipras; e neanche questa follia forse dispiacerebbe a Berlusconi, pronto a quel punto ad accogliere come figlioli prodighi vagonate di elettori.

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Scalfari minaccia Renzi di scomunica

Scrive, il vegliardo Eugenio, che quando pensa al giovanotto Matteo non gli viene in mente né Napoleone né Mussolini. Anche perché, diciamo noi, tali iperboli sono perfettamente innocue: involontariamente comiche in bocca agli esaltati che da qualche tempo vaneggiano di «dispotismo democratico», scherzose in quella di chi sa ancora spararle grosse con una certa finezza di spirito, come il sottoscritto, per fare un esempio a caso. Il perfido Scalfari, che vuol far male, pensa invece al Cinghialone: «Però mi viene in mente Bettino Craxi, quello sì, e debbo ammettere che non mi piace per niente. Craxi era un socialista, ma di destra non di sinistra. Era alleato della Dc…» Mentre il grande peccato di Renzi sarebbe quello di avere stretto un patto con Berlusconi. E tuttavia il vegliardo Eugenio non fa gli scongiuri, non si strappa i capelli, non lancia il suo grido d’allarme. Anche perché, diciamo noi, tali alti lai sono perfettamente innocui: il volgo si è ormai assuefatto a certe intemerate se non sono accompagnate da qualche specialissimo segnale. Il perfido Scalfari, che vuol far male, decide perciò di far venire i capelli ritti in testa al popolo di sinistra dando per scontato il successo duraturo del patto: «Per concludere dirò che stiamo marciando verso un’alleanza stabile e non più limitata alle sole riforme costituzionali, con Berlusconi. Renzi è convinto di questa necessità, Berlusconi è ancora incerto (…) Alla fine l’ex Cavaliere preferirà fare il padre della patria fino al 2018, stipulando un’alleanza solida e piena e negoziando la sua agibilità politica. Quella economica per trattare gli affari delle sue aziende l’ha sempre avuta. Adesso vuole solo essere riconosciuto padre della patria.» E con questa prospettiva terrificante (per i suoi lettori) chiude tranquillissimo, serafico. Papale papale.

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Mi dicono che non è vero

E’ rimasta famosa l’imitazione che negli anni settanta Alighiero Noschese faceva del giornalista Mario Pastore, leggendario conduttore del TG2. Costui, ridotto ad una maschera di sorridente timidezza, farfugliava quasi scusandosi le notizie del giorno, fino a quando, immancabilmente, gli arrivava in studio una telefona di smentita: «Mi dicono che non è vero», diceva poi Pastore, come se leggesse un’altra notizia, smarrito e riguardoso come prima. Un giorno, invece della telefonata, gli arrivò in mano un foglietto con una notizia bomba: «Mi dicono che è vero», disse Pastore dopo averlo letto, senza peraltro mutare di una virgola il suo stile sommesso e trepidante.

E’ un po’ quello che sta succedendo dopo ogni incontro tra Papa Francesco e Eugenio Scalfari. I due papi chiacchierano da buoni amici e si aprono il cuore l’un l’altro. Non si è ancora capito bene come esca di solito il Santo Padre da questi abboccamenti, ma sappiamo che il Papa Laico ne esce commosso (lo dice lui) anche se con ogni probabilità non esattamente edificato (lo dico io). Tanto che quando ritorna a casa sente il bisogno di fissare lestamente su carta il contenuto degli augusti dialoghi, virgolettati a memoria compresi. E puntualmente, su quei frutti di una memoria prodigiosa, dopo ogni pubblicazione arriva da padre Lombardi una smentita il cui succo, in virgolettato, è questo: «Scalfari fa il furbacchione e mette in bocca a Papa Francesco parole che non sono sue. Per ora gli tiriamo le orecchie, ma in futuro sappia regolarsi.» E puntualmente Repubblica, come se niente fosse, registra la «precisazione» di padre Lombardi. Adesso manca solo la notizia bomba.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (170)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

EUGENIO SCALFARI 17/03/2014 Qualcuno avrà pensato alle magagne dell’età. Io invece ho pensato che quello apparso domenica sulle pagine di Repubblica fosse un articolo degno di un Eugenio tornato al massimo della forma. Oggetto delle sue meditazioni: «il riformismo radicale» del compianto Berlinguer. Per comprovare l’esistenza di questo ircocervo politico berlingueriano Eugenio ha citato alcune folgoranti e lungimiranti risposte del compianto tratte da un’intervista concessa al fondatore di Repubblica – insieme, due auguste colonne dell’Italia democratica e resistente – nell’anno di grazia 1980. Diceva il compianto: «Lenin ha identificato il partito con lo Stato; noi rifiutiamo totalmente questa tesi. Lenin ha sempre sostenuto che la dittatura del proletariato è una fase necessaria del percorso rivoluzionario; noi respingiamo questa tesi che da lungo tempo non è la nostra. Lenin ha sostenuto che la rivoluzione ha due fasi nettamente separate: una fase democratico-borghese e successivamente una fase socialista. Per noi invece la democrazia è una fase di conquiste che la classe operaia difende ed estende, quindi un valore irreversibile e universale che va garantito nel costruire una società socialista.» Chiosava allora il fondatore: «Mi pare che voi rifiutate tutto di Lenin.» Correggeva l’illuminato compianto: «No. Lenin scoprì la necessità delle alleanze della classe operaia e noi siamo pienamente d’accordo su questo punto. Infine Lenin non si è affidato ad una naturale evoluzione riformista ed anche su questo noi siamo d’accordo.» Questo dialogo fra dinosauri sulle sorti magnifiche e progressive di un «riformismo radicale», che genialmente, però, non si affidava «ad una naturale evoluzione riformista», aveva luogo in Italia, post-fascista da 37 anni, appena due anni prima di quel 1982 che vide i socialisti schiettamente socialdemocratici di Felipe González andare al potere in una Spagna post-franchista da 7. E tuttavia anche in Italia le cose avrebbero potuto risolversi magnificamente, se non fosse stato per un «miserabile» che cercava fanaticamente «di bloccare l’evoluzione democratica del Pci.» Il brigante era Bettino Craxi. Lo sprezzante giudizio invece veniva dalla bocca di Ugo La Malfa, che si sfogò confidenzialmente con Eugenio. Lo dice Eugenio, naturalmente. E può anche essere vero. In effetti il suo amico Ugo era piuttosto anzianotto a quel tempo.

MICHAEL KIRBY 18/03/2014 Con qualche decennio di ritardo rispetto ai comuni mortali, anche all’ONU si sono accorti che in Corea del Nord succedono cose strane e mostruose. Il presidente dell’apposita Commissione d’inchiesta sui diritti umani nella Repubblica Popolare Democratica di Corea, Michael Kirby, ha finalmente dichiarato, papale papale, che i crimini commessi dal regime nord-coreano sono paragonabili a quelli dei nazisti, del regime dell’apartheid e dei Khmer Rossi. Si sente davvero che l’ora è scoccata. Anche se mettere sullo stesso piano le malefatte del regime segregazionista sudafricano e i genocidi su scala industriale dei nazisti del Terzo Reich o dei Khmer Rossi fa sorridere. E però fa molto liberal. In ogni caso sono regimi morti e sepolti. Questo era l’essenziale. Perché parlare all’ingrosso e apertamente di «crimini comunisti», invece, avrebbe voluto dire stuzzicare una bestia ancora non del tutto spacciata. Ma vedrete che una volta morta e sepolta l’ONU saprà riscattarsi e con essa si mostrerà i-ne-so-ra-bi-le.

MAURIZIO MARTINA 19/03/2014 Il nuovo ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali si chiama Maurizio Martina. Del suo nome mi ero già dimenticato. Per quale serio motivo avrei poi dovuto ricordarlo? Tutti i ministri che l’hanno preceduto, che fossero di destra, di sinistra o di centro, di sesso maschile o femminile, del sud o del nord, tutti hanno parlato all’unisono, come un libro, o per meglio dire, come un decalogo stampato: eccellenza, qualità, marchi Dop, e soprattutto – soprattutto – strada sbarrata agli Ogm. Anche il nuovo ministro, dopo profonde meditazioni e approfonditi studi, è convinto «che il modello agricolo italiano non abbia bisogno di Ogm: l’investimento sulla qualità ci consente di rafforzare un modello agricolo che evita di utilizzarli.» Questa convinzione è un postulato che ormai abbiamo tutti imparato a memoria: a noi non servono! Non servono e basta! E però io un quadrettino d’Italia, magari di nascosto, in nome della ragion di stato, e con l’aiuto dei servizi deviati, lo destinerei alle coltivazioni Ogm, giusto per prudenza, giusto per non dover sentirsi dire un giorno, da una nuova serie di ministri benpensanti, che abbiamo perso vent’anni, che siamo un paese retrogrado e magari clerico-fascista.

KYLIE MINOGUE 20/03/2014 Il nuovo video della “cantante, compositrice, attrice, stilista e produttrice discografica australiana” (Wikipedia dixit) è super hot, e nessuno, scommetto, l’avrebbe mai potuto immaginare. Nonostante gli ormai quarantasei anni, infatti, Kylie ha voluto rispondere in grande stile alle sfide lanciatele dalle varie Beyoncé, Rihanna, Lady Gaga e via sculettando. La musica di “Sexercize” non si discosta da quella delle altre gattine: un miagolio ossessionatamente ripetitivo, meccanico, tribale, tipo disco rotto che si incanta, come si diceva una volta, ai tempi del vinile. Ma adesso, chissà perché, regna la perversione e l’effetto piace, specie se occupa il pezzo dall’inizio alla fine. Anche in questo sexy video musicale sarete colpiti dai volti serissimi della star e delle sue compagne di contorsioni, inarcamenti, toccamenti e ammiccamenti: in questo smaccato esibizionismo sono così comprese di sé, così sussiegose, che l’esito delle loro fatiche risulta straordinariamente comico. Almeno a chi abbia ancora conservato un sano senso del ridicolo.

CORRADO AUGIAS 21/03/2014 Questa storia del Cavaliere che non può più essere Cavaliere ci fa veramente rotolare dal ridere. Anche il frigidissimo Corrado Augias – che pure quando ridacchia o sorride emana quel qualcosa di indefinibile e poco naturale che fa piangere infallibilmente ogni bambino innocente – anche il gelido Corrado, dicevamo, ha voluto ribadirlo: «Berlusconi è un interdetto e un condannato quindi non può tenersi il titolo di Cavaliere». Cavaliere starebbe per «cavaliere del lavoro», onorificenza che non ha mai fatto entrare nessuno nella leggenda. Anzi, si può dire che a un onesto «cavaliere del lavoro» in quanto tale la via della fama imperitura sembra preclusa per natura. All’aspirante Cavaliere della Valle Solitaria o dalla Triste Figura occorre invece un alone; tenebroso, luminoso, eroico, tragico o tragicomico che sia; e una vena di megalomania. Anche un filibustiere può aspirare al Cavalierato nel senso più cavalleresco e romanzesco e vero del termine; un «cavaliere del lavoro», mai. Il Cavaliere, cioè Silvio, queste malattie le ha proprio tutte, non c’è alcun dubbio. I suoi seguaci infatti non ne hanno mai dubitato. I detrattori, pure. E allora perché adesso hanno cambiato idea?

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (157)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

MATTEO SALVINI 16/12/2013 Nel suo primo discorso da segretario della Lega Matteo doveva spararla grossa e l’ha sparata nel più frusto dei modi: «L’Euro», ha detto infatti, «è un crimine contro la nostra umanità». Ha anche aggiunto che per l’indipendenza della Padania i suoi sono pronti a disubbidire: «abbiamo centinaia di sezioni pronte a essere centri di lotta e di controinformazione». “Crimini contro l’umanità”, “centri di lotta e di controinformazione”: dovete capirlo, Matteo usa questo linguaggio da soldatino dell’antagonismo perché il suo cuore in gioventù fece in tempo a battere per l’estremismo rosso, tanto che alle elezioni del Parlamento Padano del 1997 fu il candidato dei Comunisti Padani. Dal Comunismo Padano al Socialismo Nazionale Padano non c’è che un passo e infatti col tempo Salvini è diventato un forzanovista padano meno tradizionalista, acculturato e romantico di quelli italici. E con queste premesse Matteo non poteva che essere, naturalmente, anche il più antiberlusconiano dei leghisti.

EUGENIO SCALFARI & BARBARA SPINELLI 17/12/2013 Cronache esilaranti dall’Olimpo dell’Italia Migliore. Svelenito dall’espulsione dal parlamento del Pregiudicato, Eugenio Scalfari si è ormai abbandonato senza più infingimenti a quello spirito termidoriano che tanto si addice alle barbe dei vegliardi giacobini. E’ diventato lettiano, e perfino su Alfano non sputacchia. Per Travaglio e Grillo mostra invece il solito disprezzo e per le intemperanze di Renzi aperta insofferenza. E’ così disgustato da questa brodaglia di demagogia e velleitarismo che nell’attaccare il cripto-grillismo della sua carissima collega e amica Barbara Spinelli non esita a richiamare dall’oltretomba il fantasma del suo illustre padre. Toccata sul vivo dal cattivo gusto di questa scomunica, la sua carissima collega e amica accusa il perfido nonnetto di “violenza”. In quanto al Movimento 5 Stelle, afferma che va ascoltato: «non è solo l’Italia peggiore che ha votato per lui a febbraio.» Dice proprio così (mi son quasi commosso): «l’Italia peggiore». E chiude con queste parole: «è inutile e quantomeno scorretto accusare Grillo di condannare alla gogna i giornalisti, quando all’interno d’una stessa testata appaiono attacchi di questo tipo ai colleghi». Che è come dire – quantomeno – che per certe pratiche non proprio simpatiche si ispirano tutti alla scuola de “La Repubblica”.

ENRICO LETTA 18/12/2013 «Nonostante molti fuori da qui non ci credessero, abbiamo mangiato il panettone e se continuiamo a lavorare bene contiamo di mangiarlo anche il prossimo anno». Così ha detto ieri un gasato Enrico Letta rivolgendosi ai dipendenti della Presidenza del Consiglio. La convivialità del discorsetto è stata un po’ infelice visti i tempi di magra, e difatti è stata subissata dai fischi del popolo del web, ma io, che non sono malizioso, non me ne sono affatto scandalizzato. Anche perché, lo ricordo agli indignados di giornata, il panettone è ormai da decenni il più plebeo ed economico dei dolci e dei piatti natalizi, e forse l’unico lusso commestibile a portata dei morti di fame nei giorni delle feste. Ma non capisco proprio in cosa consista la grande impresa della squadra di Letta. Il suo governo è figlio delle larghe intese, è stato benedetto dal Presidente della Repubblica, da Bruxelles, dai Vescovi, da Confindustria. Ciononostante non ha combinato un bel nulla. E’ questa per lui è stata una rivelazione. Perché ha scoperto come fosse possibile nei momenti di crisi puntellare la propria posizione senza muovere un dito, lasciando che fossero i partiti a logorarsi fra di loro. E’ stata una riscoperta dell’arte resistenziale democristiana. A Letta son bastati appena otto mesi (scarsi) per deliziarsene.

CHARLOTTE GAINSBOURG 19/12/2013 A detta dell’attrice francese, sul set di “Nymphomaniac”, l’ultima opera del noto malato di mente Lars Von Trier, le cose funzionavano sostanzialmente così: «Io e Shia Labeouf, Stellan Skarsgård, Willem Dafoe, Uma Thurman e Stacy Martin (…) non abbiamo mai fatto sesso davanti alla cinepresa. Ho accettato di mostrarmi nuda, ma per le scene più spinte entravano in azione le controfigure (…) c’erano due cast completi – noi attori tradizionali e loro attori porno – che si alternavano continuamente». E’ consolante per noi mortali scoprire questi residui di doppiezza borghese in gente di così larghe vedute. Se all’arte di questi bolsi e noiosissimi aedi della trasgressione è lecito sacrificare ogni pudore perché non partecipare in pieno alla grande impresa? Ci si vergogna forse della grande arte del grande maestro? Subappaltare copule ed eiaculazioni a dei professionisti del sesso è forse più dignitoso che esibirle schiettamente in prima persona, una volta che si è avallata la magnifica operazione? Non ci siamo proprio. Non capisco proprio come Lars possa sopportare questa gentucola. O forse anche lui è un filisteo.

L’ANCI 20/12/2013 Mettiamo che sia vero. Mettiamo che, come dice il presidente dell’Anci Piero Fassino, la legge di stabilità «configura una secca ed inaccettabile riduzione delle risorse a disposizione dei Comuni con gravi ed inevitabili conseguenze sulla erogazione dei servizi ai cittadini e sulle condizioni di vita di milioni di persone e di famiglie». Ma sono vent’anni ormai che lo stato è incatenato al proprio debito pubblico, è da un lustro che siamo piombati nella Grande Recessione, ed è da un bel pezzo che tutti hanno capito che agli enti locali è stato chiesto di arrangiarsi fino a nuovo ordine per il bene della patria. E anche se fosse ingiusto, a che serve ogni volta lagnarsi dell’inevitabile? I brutti tempi servono per farsi venire buone idee. E la necessità aguzza pure l’ingegno dei cretini. Non posso credere che in una così valorosa associazione, rappresentata da un Presidente, un Segretario Generale, un Ufficio di Presidenza, un Consiglio Nazionale, un Comitato Direttivo, un Comitato di Indirizzo Scientifico, e organizzata intorno ad una trentina di Uffici e Dipartimenti vari, una ventina di Commissioni, una ventina di Sedi Regionali, ecc. ecc., non ci sia gente in grado di raccogliere la sfida e con una voglia matta di far vedere a quei cazzoni del governo cosa sono capaci di fare, loro, con le misere risorse a propria disposizione.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (147)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

EUGENIO SCALFARI 07/10/2013 L’ho detto un mucchio di volte: guardate che Berlusconi non è il Caimano, se non altro perché è troppo furbo, credetemi. Ma è come parlare ad un’amorfa massa di tonti. Si capisce allora perché la sinistra sia rimasta profondamente delusa dalla ponderatezza del Caimano, e perché l’indignato Eugenio Scalfari abbia inchiodato il nefando Silvio alla sua ennesima colpa: non essere il Caimano. Il Caimano di Moretti nella sua iniquità era almeno serio, coerente, e nel momento della caduta aveva chiamato il popolo alla rivolta. Arriva perfino, Eugenio, per puro bambinesco dispetto, a concedere ad un Caimano serio la possibilità di un’altra scelta: arrendersi definitivamente, mollare la politica sul serio e pensare solo alle sue disgrazie come una bestia ferita. Ma «Al Capone» Berlusconi è peggio del Caimano. Un essere viscido, pronto ad assecondare la svolta moderata del partito anche dalla galera, se ci dovesse andare, pur di preservarne l’unità e con l’unità la sua influenza su di esso e la vitalità del berlusconismo nel corpo elettorale. Bisogna perciò che l’Italia democratica tutta, quella moderata perbene compresa, faccia la massima attenzione. Così dice l’incattivito Eugenio Scalfari, che non mi ha deluso affatto: è sempre lui, prevedibilissimo.

ANDREA RICCARDI 08/10/2013 L’elezione al soglio pontificio di Jorge Mario Bergoglio per la disastrata industria del libro è stata una benedizione: raccolte di scritti del nuovo papa, ma anche istant books, e biografie. In genere e senza tanti infingimenti roba raffazzonata e di poche pretese. Roba onesta, voglio dire. Ma ora, ad appena sette mesi dall’elezione del Papa argentino, arriva nelle librerie un tomo che si presume meditato, profondo e devoto sul più riposto e santo significato di questo nuovo pontificato. Un volume di 210 pagine (i giorni di pontificato sono battuti di un’incollatura) dal titolo “La sorpresa di Papa Francesco. Crisi e futuro della Chiesa”, scritto dal fondatore della Comunità di S. Egidio, l’inappuntabile presenzialista ed ex-ministro Andrea Riccardi. Un servo umilissimo della Chiesa che già si pregia, son sicuro, dell’amicizia, della piena comunità d’intenti e della più perfetta identità di vedute col nuovo Papa. Mi sembra tuttavia che se avesse aspettato un altro annetto o, meglio ancora, un lustro, prima di spiegarci Francesco per filo e per segno, il pudore, quello almeno, sarebbe stato salvo.

«LA PARTICELLA DI DIO» 09/10/2013 Sappiamo tutti che è una solenne, sospirosa, sciocca e sconcia sciocchezza. Epperò la diciamo, anche se è una cosa riprovevole, non degna dell’uomo. Il quale uomo anela all’infinito, è vero. Però vorrebbe abbracciarlo, vero? Dunque lo vorrebbe finito. L’uomo vorrebbe pure stringere nel suo pugno qualcosa di puro, immutabile, irriducibile, vero, non altro che se stesso. Ma è costretto a cercarlo negli abissi dell’infinitamente piccolo. L’uomo in realtà cerca l’infinito-finito e il finito-infinito: l’eterno. Ma questo mondo, fatto di spazio e di tempo, non glielo può dare. L’infinito, al contrario di quanto comunemente si pensa, è figlio di questo mondo. E’ l’insoddisfacente finito che ci spinge verso l’insoddisfacente l’infinito. L’incompiuto finito e l’incompiuto infinito sono le due facce di una stessa realtà. Con la creazione del mondo Dio ha gettato una rete, fatta di spazio e di tempo, per salvare i suoi figli dalla caduta. Ma quando la tirerà su essa si dissolverà: il tempo e lo spazio, l’infinito e il finito, l’angoscia del divenire, tutto sarà superato, non rinnegato, e ciò che è diviso sarà riunito. Il futuro non fuggirà più nel passato, come oggi succede nel nostro rapinoso presente. Regnerà il vero presente, ossia l’eterno, non un punto nel tempo né un viaggio nel tempo perché superiore al tempo: l’infinito-finito che non possiamo concepire coi sensi e che tuttavia ci manca.

[MIO COMMENTO RIELABORATO] L’infinito manca di completezza, di compiutezza, di perfezione ultima, perché l’infinito si può solo concepire nel tempo e nello spazio, e quindi crea angoscia e quindi non va bene per noi quale ultimo approdo. L’”infinito-finito” non è una cosa “limitata” ma un superamento di ciò che ci disturba nel finito e nell’infinito. Noi sentiamo, ad esempio, la limitatezza del corpo, e tuttavia vorremmo tenercelo; noi sentiamo inoltre la natura illimitata dell’anima, e tuttavia ne deprechiamo la vaghezza: la vorremmo, per così dire, “corporea”. Questo dualismo sarà superato, in una realtà soprannaturale, superiore (non contraria) a quella naturale, oggi disegnata dallo spazio e dal tempo, realtà soprannaturale che possiamo solo concepire con l’intelletto ma non sentire o pre-sentire coi sensi. O per meglio dire, possiamo pre-sentirla come indizio nella realtà inferiore spazio-temporale e piena di manchevolezze nella quale viviamo. O per dirla con S.Paolo: «Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto.» (Prima Lettera ai Corinzi) «La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità [ossia alla condizione spazio-temporale, NdZ] – non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa – e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo.» (Lettera ai Romani)

L’INDIGNATO COLLETTIVO 10/10/2013 Il presidente del Consiglio Enrico Letta e il presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso, accompagnati dal ministro degli Interni Angelino Alfano e dal commissario europeo agli Affari Interni Cecilia Malmstroem, appena sbarcati dall’aereo in quel di Lampedusa sono stati accolti dal solito gruppetto di indignati speciali al grido di “vergogna!” e “assassini!”. Eppure… eppure anche l’Europa è indignata, l’ONU è indignata, l’Italia è indignata, il presidente della Repubblica è indignato, il Governo è indignato, l’opposizione è indignata, la Chiesa è indignata, le istituzioni sono indignate, le camere penali sono indignate, le Regioni sono indignate, i Comuni sono indignati, i sindacati sono indignati, i cittadini sono indignati, gli italiani sono indignati, i nuovi italiani sono indignati, gli immigrati sono indignati, i clandestini sono indignati, gli intellettuali sono indignati, gli artisti sono indignati, il mondo dello sport è indignato, il mondo dell’associazionismo è indignato, e pure gli scafisti professionisti e regolarmente iscritti all’Albo pare siano indignati. E quindi non capisco perché tu – TU! – non abbia ancora espressa alta e forte la tua indignazione! Vuoi proprio rimanere col cerino acceso in mano, babbeo?

LA SÜDDEUTSCHE ZEITUNG 11/10/2013 Reduce da una visita alla Fiera del Libro di Francoforte Volker Breidecker si sente come un amante tradito e senza speranza: dov’è finita la sua carissima Italia? Nel Padiglione 5, quello italiano, ha trovato il silenzio, con la sola eccezione dello stand della casa editrice di Berlusconi. Uno stand luccicante. Luccicante come? Come «uno studio televisivo». In un angoletto del quale giaceva umiliata l’Einaudi: due scaffaletti con dentro ammonticchiate alla bell’e meglio le novità della gloriosa casa che «fu la nave ammiraglia dell’editoria italiana». Per fortuna c’è l’Adelphi, casa editrice che ha mantenuto un alto prestigio culturale ed estetico (e marchio insuperabile nel nobilitare qualsiasi stronzata, aggiungerei io); Adelphi che quest’anno festeggia il mezzo secolo di vita e che si merita tutti gli auguri del mondo. Ma questo non basta a salvare un’Italia dei libri che ormai non attrae più. L’intero mondo dei media italiani è ormai irrimediabilmente «berlusconizzato». «Gli italiani», scrive Breidecker «oggi hanno tutti i motivi per essere depressi da quando la loro antica civiltà ha subito nei vent’anni di Berlusconi danni molto peggiori perfino di quelli inferti da Mussolini…» A mio giudizio un ragionamento perfetto, senza sbavature, impeccabile. Il classico esemplare d’intellettuale nostrano che infesta i media italiani non lo avrebbe cambiato di una virgola: che il nostro Volker, senza nemmeno sospettarlo, si sia, pure lui, «berlusconizzato»?

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (138)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

NANNI MORETTI 05/08/2013 C’è un po’ di delusione nelle file dell’Italia onesta e democratica: il Caimano non si fa vedere. Questo non quadra con uno degli assiomi più importanti della Grande Bubbola: la natura caimanica del Berlusca, uno dei mostri creati dall’ostinato sonno della ragione della sinistra, che da moltissimi decenni è di gran lunga la più grande disgrazia del nostro paese. A dare dignità artistica e quindi plausibilità alla figura del mostro fu il solito pluri-premiato artista di regime. Lo fece con la finezza che gli è riconosciuta. Sulla scia profetica dei suggerimenti del Vate, da allora si è lavorato incessantemente per piegare la realtà alla fiction. Ma il Berlusca è guizzante come un pesce e non si fa incastrare tanto facilmente, senza contare che vent’anni di caccia all’uomo, se lo hanno esasperato, ne hanno anche affinato l’istinto. Quasi due anni fa resistette fino all’ultimo e praticamente da solo all’assedio portato al suo governo. Date le dimissioni ingollò l’amarezza in un amen, e collaborò alla nascita del governo con squisita correttezza. Del Caimano non si vide neanche la coda. Questa volta, dopo la condanna ribadita dalla Cassazione, ha fatto un discorsetto in televisione e ha parlato ad un migliaio di italo-forzuti dal palco allestito sotto Palazzo Grazioli. Com’era ampiamente prevedibile non ha rovesciato il tavolo. Si è mostrato ferito ma responsabile, promettendo lealtà al governo Letta, e già pregustando in cuor suo l’effetto del suo status di condannato in via definitiva tra gli alleati di governo del Pd. Le truppe facinorose dei berlusconiani non si sono viste, anche perché non sono mai esistite, a differenza di quelle della sinistra, sulle quali si potrebbe riempire una Bibbia solo con l’elenco delle sigle. Per compensare la delusione, a sinistra ci si è abbandonati all’abituale e meschina pratica del dileggio, descrivendo gli italo-forzuti come dei pensionati senz’arte né parte, caricati sui pullman con una bandieretta in una mano e la paghetta nell’altra. Certo, loro in certe cose sono imbattibili: qualche anno fa, con la loro mitica organizzazione, portarono al Circo Massimo due milioni e mezzo di pecore. Cioè duecentomila secondo la Questura. Parlava Walter Veltroni: «L’Italia», disse, rivolgendosi al gregge, «è un paese migliore della destra che lo governa». E poi ditemi se non è una malattia. Su questa massa di deficienti si potrebbe fare un film epocale. Altro che Caimani, Divi e Diaz, sui cui s’avventano artisti nati in ginocchio.

I SUPER-MAGISTRATI ITALIANI 06/08/2013 L’oligarca/dissidente kazako Ablyazov è stato arrestato qualche giorno fa in Costa Azzurra, mentre se la spassava, sembra, con la sua bionda amante ucraina, allo scopo, sembra, di combattere l’angoscia che gli pesava crudelmente nel petto per la sorte della sua bella famigliola prigioniera in casa propria in Kazakistan. Nonostante questi particolari un po’ miserabili e un po’ piccanti, ai giornali italiani del caso Ablyazov non sembra importare più un piffero, giacché alle gazzette premeva solo sparare sul Berlusca; promosso immantinente allo scoppio del caso – a differenza di tanti altri illustri frequentatori occidentali di Astana – a fraterno amico di Nursultan Nazarbayev, il sultano del Kazakistan; promosso pure lui, e sempre per lo stesso motivo, da spiccio autocrate centro-asiatico ad una specie di Stalin redivivo. Giunge ora notizia che un amico di Ablyazov, Vladimir Kozlov, anch’egli, sembra, mezzo dissidente/mezzo riccone, e leader di “Alga”, formazione erede di “Scelta democratica”, partito kazako di opposizione, è stato condannato definitivamente dalla Corte Suprema del suo paese per eversione. Kozlov era accusato di aver incitato alla violenza gli operai di un campo petrolifero di una remota città del Kazakistan occidentale. Gli scontri degenerarono in un massacro: la polizia sparò sui manifestanti lasciando sul posto, secondo le fonti governative, 14 morti (una settantina secondo le fonti dell’opposizione). Per la giustizia kazaka l’intento di Kozlov era quello di rovesciare il governo. Per questo nefandissimo crimine, vero o falso che sia, a Kozlov i giudici kazaki hanno appioppato sette anni di carcere. A dire il vero questi giudici kazaki mi sembrano delle mezze calzette, confrontati ai nostri almeno. All’oligarca/dissidente Berlusconi i nostri supereroi sono riusciti a dare sette anni solo per i peccatucci della pochade Ruby Rubacuori: fossi Nazarbayev me li porterei tutti in Kazakistan.

LADY GAGA 07/08/2013 Il caso sta diventando eclatante. Quando la Russia si chiamava Unione Sovietica e l’Unione Sovietica era l’Impero del Male coi suoi Arcipelaghi Gulag, con le sue file davanti ai negozi, con le sue parate militari, di intellettuali e artisti che se la prendessero apertamente col Moloch sovietico se ne trovavano pochissimi. Il rischio era quello di passare per anti-comunisti, per servi degli amerikani, o addirittura per fascisti fatti e finiti. In breve: quello di sparire dalla società civile. Da quando invece la Russia è tornata la cara vecchia Russia di sempre, con le sue manie e con le sue manchevolezze, pigra, smisurata, cesaropapista, insicura, complessata, arrogante, timorosa del bastone e quindi ancora zarista nell’animo; e tuttavia cento volte più libera, salda, democratica e pasciuta di quella comunista; per i cretini sopramenzionati la Russia è diventata davvero l’Impero del Male. Quegli stessi che un giorno tacevano, e i loro figli spirituali, ora fanno a gara nel prendere a pesci in faccia la terribile Russia di Putin, assurta a simbolo del più gretto conservatorismo. Fa bene quindi Lady Gaga a scrivere su Twitter: «Il governo russo è criminale. L’oppressione sarà combattuta con la rivoluzione. Popolo LGBT non sei solo. Combatteremo per la tua libertà». Il rischio infatti è nullo: se sbarchi a Mosca al massimo ti sbattono fuori tra gli applausi di mezzo mondo, e forse ti danno il Nobel per la Pace; se invece resti a casa vellichi i capricci delle potenti comari progressiste. In breve: un posto di rilievo nel politburo delle arti, con tutti i suoi connessi vantaggi, non te lo leva nessuno.

BARACK OBAMA 08/08/2013 Al “Tonight Show” di Jay Leno l’Abbronzato – lo chiamo “Abbronzato” per solidarietà al Berlusca, e perché la battuta in realtà era simpatica e simpatetica – ha avuto parole dure verso la Russia di Putin sulla questione dei diritti di gay e lesbiche. Ma ha poi ammesso che non è solo una questione russa. Anche nel suo ultimo tour africano… Già, dovete sapere infatti che nel suo recente viaggio nel continente nero Barack ha perorato la causa dei diritti degli omosessuali. I poveri capi di stato da lui incontrati, superato a fatica un iniziale sbalordimento, non sapevano da che parte incominciare per spiegare al marziano della Casa Bianca che in paesi dove manco la libertà è spesso la prima delle preoccupazioni, paesi spesso piagati da lotte tribali ed etniche, dove si muore ancora per una malattia endemica o per malnutrizione, e dove magari si mutilano i genitali delle bambine, la gente non sa nemmeno con sicurezza cosa significhi la parola “omosessuale” o “gay”: è ancora ferma, nel migliore dei casi, a quella rustica e ancestrale di “recchione”. E ci vorrà minimo lo spazio di una generazione, anche in un mondo globalizzato che corre terribilmente in fretta, solo per superare questo gigantesco scoglio lessicale.

EUGENIO SCALFARI 09/08/2013 La cosa più divertente è stata vedere tanti babbei darsi la pena di rispondere alle domande che il Papa Laico, dal pulpito de “La Repubblica”, ha rivolto a Papa Francesco, dopo un lungo prologo complimentoso, adulatorio, equivoco, ma quasi intriso di una sofferta speranza, che il vecchio gigione, godendo in anticipo, ha trafitto alla fine con un «ho una cultura illuminista e non cerco Dio», fatto apposta per muovere i sullodati babbei alla commozione e alle velleità convertitrici. Eppure il fetore di falsità era tremendo. Se anche non avessi conosciuto questo compunto filibustiere a me sarebbe bastato il naso. Lo disse anche il cardinal Bergoglio, in un’omelia pronunciata nel 2005, che il naso è un affare importante per un cristiano: «Fate attenzione, dice Gesù, siate astuti come i serpenti ma molto semplici come colombe, unendo i due aspetti. Il cristiano non può permettersi il lusso di essere un idiota, questo è chiaro. Noi non possiamo permetterci di essere sciocchi perché abbiamo un messaggio di vita molto bello e quindi non possiamo essere frivoli. Per questo motivo Gesù dice: “Siate astuti, state attenti”. Qual è l’astuzia del cristiano? Il saper distinguere fra un lupo e una pecora. E quando, in questo celebrare la vita, un lupo si traveste da pecora, è saper riconoscere quale sia il suo odore.» Quindi, cari amici, state alla larga dal puzzone Scalfari. Pensate piuttosto a Ruby Rubacuori, che mi sembra persona antropologicamente molto migliore del puzzone, e forse non del tutto perduta. Oppure lasciate fare a me, che uso la clava coi servi di Satana.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (125)

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THE ROYAL FAMILY 06/05/2013 La signora Antonella Fresolone è stata per tredici anni al servizio della regina Elisabetta a Buckingham Palace. Sembra che nel suo ambiente professionale la quarantaduenne italiana sia considerata un asso. Sembra che nel percorrere una strada che l’ha portata vicina al trono, anche se in ginocchio, abbia ubbidito a una specie di vocazione. Si dicono meraviglie della sua serietà (serietà, non seriosità), della sua abnegazione e, saporita ciliegina sulla torta, della sua abilità ai fornelli. Non stupisce allora che questa regina delle collaboratrici domestiche, sbaragliando la concorrenza, sia stata scelta come governante in casa del Duca e della Duchessa di Cambridge, alias William & Kate. Con la dovuta discrezione, la signora Antonella diventerà la vera padrona di casa nella dimora dei Duchi a Kensington Palace. Si occuperà di tutto: dalle pulizie dell’alloggio reale alle mansioni di lavanderia, dalla cura del principesco guardaroba a quella dell’argenteria e dei cristalli, dalla cucina alle passeggiate con Lupo, il botolo della coppia ducale. Insomma, nel suo piccolo mondo domestico, quest’ascesa fin qui parrebbe una fiaba, anche se invero un po’ faticosa. Se non fosse per lo stipendio: 23.000 sterline. Al cambio fanno 27.000 Euro. All’anno. A Londra. Perfidissima Albione.

IL DIVO 07/05/2013 Non Giulio Andreotti. Ma il suo Mito Oscuro. Il segreto del successo politico di Andreotti stette nell’aver fatto del piccolissimo cabotaggio democristiano un’arte possente, dalle spalle robuste. Al contrario di nature meno profonde della sua, meno conoscitrici di quella volubile e frivola degli uomini, egli non disprezzò neanche a parole i mezzucci leciti della politica politicante, e seppe allearsi col tempo, soprattutto col passare del tempo. Superiore alla suscettibilità, colpì e incassò con grazia. In questo, bisogna dirlo, fu virile. Per il resto, non aveva un’idea, o se l’ebbe, la chiuse ben resto nel cassetto. La grandezza, perciò, gli fu regalata. La longevità politica ne fece un simbolo della Dc e dell’Italia repubblicana, e quindi, agli occhi della solita cricca oscurantista che dirige le coscienze del gregge di sinistra, il simbolo della faccia oscura di quella Dc e di quell’Italia. La loro doppiezza si personificarono in quella di Belzebù. Il processo ad Andreotti doveva essere perciò il processo alla Dc e a una certa Italia. Andreotti ne uscì trionfatore, doppio come non mai, se stesso più che mai: mezzo colpevole e mezzo innocente. Entrò nel Mito, e fu per tutti il Divo. Cose da pazzi. Anche di questo dobbiamo ringraziare la nostra straordinaria sinistra.

EUGENIO SCALFARI 08/05/2013 E’ morto Andreotti, e che fanno gli opinionisti dei nostri giornali, da sinistra a destra? Tutti come scolaretti diligenti a blaterare di «misteri», non si sa se per compulsione, per spirito gregario, o per semplicioneria. Insomma, perché bisogna, povere pecorelle. Questi misteri, già nebulosi per se stessi, compongono il Grande Mistero dell’Italia Deviata: un mondo fittizio, e misterioso, di occultissime trame e innominabili segreti, costruito su premesse ideologiche, o meglio, teologiche. Questo mistero d’iniquità, che nella seconda Repubblica si è incarnato nel Joker Berlusconi, nella prima Repubblica assunse le compostissime fattezze di Belzebù Andreotti. Nemmeno i sacerdoti di questa oscura religione sono mai penetrati nel Mistero. A tutt’oggi ne sanno meno di noi, anche se rompono senza pietà da mezzo secolo. Sentite il Grande Stregone di Repubblica: «Giulio Andreotti è stato il vero – e mai risolto – mistero della prima Repubblica. Una cosa è certa: Andreotti è stato un personaggio inquietante e indecifrabile, l’incrocio accuratamente dosato d’un mandarino cinese e d’un cardinale settecentesco. Ha tessuto per quarant’anni, infaticabilmente, una complicatissima ragnatela servendosi di tutti i materiali disponibili, dai più nobili ai più scadenti e sordidi. È stato lambito da una quantità di scandali senza che mai si venisse a capo di alcuno.» Considerazioni alquanto misteriose, non trovate? Ma è giusto che sia così: preservare la misteriosità del Mistero significa preservarne la forza di suggestione. E ora andate in pace: un po’ d’aria fresca vi farà bene.

FILIPPO MAGNINI 09/05/2013 Sembra che tra lui e Federica Pellegrini si stia consumando una rottura definitiva. Secondo me è andata così. S’intende che è solo un’ipotesi, ma io alle mie ipotesi credo ciecamente. Filippo con la sua fidanzata di prima, Cristiana, stava da Dio: lei era carina, femminile, simpatica. Con lei aveva già messo su casa. Diciamo che era già la sua mogliettina. Filippo è un fustacchione: le donne lo sbirciano di sottecchi e lui certamente non è per niente insensibile alla fauna femminile. E’ naturale: mica vuol dire che sia un farfallone. Per molto tempo di Federica Pellegrini nemmeno si accorse. Anzi, si chiedeva che cosa ci trovasse Luca Marin in quell’atletico pezzo di legno. Lo scoprì poi. Infatti qualcosa cambiò. Lei vinceva. Stravinceva. I giornali cominciarono a chiamarla La Divina. E La Divina per forza di cose divenne improvvisamente bellissima. Qui sta la vergogna di Filippo: essersi piegato all’isterismo mediatico e non essersi fidato dei suoi occhi, della sua mente e del suo cuore. E così gli venne l’uzzolo di conquistare La Divina. Il successo gli arrise, perché fu lei a conquistare lui. Gli son voluti due anni per capire che La Divina non è il massimo dell’affettuosità, dell’eros, della passione e della simpatia. E piano piano ha cominciato a sentire una terribile nostalgia per quel domestico calore, inteso nel senso più largo del termine, in cui si crogiolava quando stava con Cristiana.

DAVID BOWIE 10/05/2013 Diciamolo: non ci sono più gli scandali di una volta. Oggi ci si limita a pestare, con asinina ostinazione, l’acqua nel mortaio. Oggi il dramma dell’artista provocatore è la sua insopportabile banalità. Oggi questo poveretto di successo sembra posseduto. Ma non dal Demonio, ché forse sarebbe meglio, e sicuramente meno noioso. Ma dalla routine. Immaginate per esempio di essere un famoso cantante. Immaginate di comporre un pezzo grondante sesso e religione. Immaginate il video. Ecco, lo state già vedendo: preti assatanati, suore seminude, sante donnine in lingerie e in estasi, fiotti di sangue, un bordello oscuro e rosseggiante, un Savonarola in mezzo, un minestrone catartico dove il vizio e il peccato si purificano al fuoco del loro stesso eccesso, luogo comune di molta pessima arte. Il vero scandalo, casomai, è che il Duca Bianco, alla sua venerabile età, smerci senza ritegno questa ridicola paccottiglia.

La società civile, l’antipolitica (e Bersani)

In Italia l’espressione “società civile” non ha un valore neutro: essa contraddistingue la parte più virtuosa della popolazione. Anzi, la sola virtuosa. Tale corruzione semantica è frutto della propaganda di sinistra. In cima ai pensieri della “società civile” sta la “questione morale”. La “società civile” e la “questione morale” cominciarono ad affermarsi come parole d’ordine della sinistra alla fine degli anni settanta, quando il comunismo, almeno come ideale politico, stava mostrando vistosissime crepe: venivano a galla i crimini del maoismo, Pol Pot non poteva nascondere i suoi, e la realtà degli arcipelaghi gulag veniva divulgata da Solzhenitsyn.

Queste due espressioni servirono al “popolo comunista” per continuare a rivendicare la propria “diversità” nel momento in cui abbandonava la fede nel marxismo. Un comunista privato della fede, ma che mantenga intatta però la forma mentis, è un giacobino fatto e finito. Come disse Cochin, il giacobinismo è il partito del partito preso: da una parte i buoni, gli onesti, i democratici; dall’altra i cattivi, i disonesti, i fautori del dispotismo. I secondi verso il 1950 dal “popolo comunista” erano chiamati “forchettoni”; nel marzo del 2013 dalla “società civile” sono chiamati “impresentabili”.

I padri della “società civile” e della “questione morale”, ossia dello sganciamento dal marxismo e dell’approdo al giacobinismo, furono Eugenio Scalfari ed Enrico Berlinguer. I primi tempi si beccarono, anche per questioni di leadership, ma alla fine si abbracciarono, perché con l’abbandono del marxismo nulla impediva ai giacobini di trovare una casa comune. E’ per questo che “La Repubblica” è diventato il giornale della sinistra. Prima di dividersi ancora, s’intende, perché le sette generano sette. E’ per questo che è nato “Il Fatto Quotidiano”.

Noi chiamiamo “antipolitica” una forma giustizialista, demagogica e distruttiva di politica. Se questo è vero l’Italia repubblicana convive con l’ “antipolitica” fin dalla sua nascita. E’ cambiato, in parte, solo il suo vocabolario. Eugenio Scalfari ed Enrico Berlinguer sono i padri dell’ “antipolitica” post-comunista. E’ per questo che Enrico Berlinguer è venerato anche dagli azzeratori più scalmanati.

Le icone della “società civile” stanno in cima alla gerarchia del popolo virtuoso. Esse sono le riconosciute stelle di prima grandezza in tutti i settori della società civile senza virgolette: nelle arti, nella scienza, nello spettacolo, nelle attività imprenditoriali, nelle associazioni, nel volontariato, nel mondo accademico, nella chiesa, in cucina, nello sport e prossimamente nel sesso. Le icone della “società civile” sono per definizione persone di indiscutibile statura morale ed intellettuale, anche se in genere sono dei minchioni alla moda. Le icone della “società civile” nobilitano tutto ciò che toccano, anche il Festival di Sanremo, un tempo rubricato, non senza qualche ragione, tra gli ignobili passatempi degli “impresentabili”.

La “società civile” non fa politica, ma “antipolitica” per necessità di natura. La propria. Infatti per la “società civile” ogni dialettica politica è impossibile con la società altra da se stessa, quella incivile, ossia quella degli “impresentabili”. Il fine della “società civile” è di costruire la “democrazia compiuta”. Non la democrazia normale, imperfetta e incompiuta. La “democrazia compiuta” è un concetto millenaristico e antidemocratico, e sta alla “società civile” come la “terra promessa comunista” stava al “popolo comunista”. I sacerdoti della “democrazia compiuta” non credono a nulla, specialmente nella “verità”, ma hanno nella Costituzione il loro Corano.

Nel corso della sua espansione nei territori della società civile senza virgolette, la “società civile” ha stipulato una tregua coi “dhimmi”, in genere cattolici adulti, ai quali viene concessa una cittadinanza di serie B in cambio del riconoscimento della supremazia della “società civile” e del pagamento di un tributo politico, conosciuto generalmente come “idiotismo politico”.

Più fessi dei “dhimmi” ci sono solo i “poteri forti”. I “poteri forti”, alla stregua della debosciata aristocrazia degli antichi regimi, hanno strizzato l’occhio alla “società civile”, e quindi all’ “antipolitica”, nella convinzione di poterla neutralizzare. Sono stati proprio questi babbei all’ennesima potenza a dare il segnale dell’assalto decisivo agli “impresentabili” con lo strombazzato lancio del libro “La casta”, operazione che infinocchiò legioni di gonzi. Dopo le elezioni di febbraio una parte di questi babbei ha riposto le sue ultime speranze di salvezza nell’esercito degli “impresentabili”, al quale prima delle elezioni avevano augurato di sparire dalla faccia della terra.

La cricca potente e illiberale della “società civile” ha scritto e imposto una recente storia patria a sua immagine e somiglianza. Il cui succo è questo: una cricca corrotta e para-fascista blocca il pieno dispiegarsi della “democrazia compiuta” in Italia. Un tempo era democristiana, poi craxiana, da vent’anni è berlusconiana. La bubbola spaziale è ripetuta da milioni di pecore ogni giorno. La “questione morale”, ossia la “lotta di classe” post-comunista, è l’arma di distruzione di massa della “società civile”. La verità è questa: la cricca della “società civile” blocca il normale dispiegarsi della normale democrazia.

Il Partito Democratico non ha mai divorziato dalla “società civile”. Perciò non è un partito socialdemocratico. Perciò nella sua essenza la sua azione politica rimane “antipolitica”. La forma non cambia la sostanza. Questo è uno dei due motivi per cui il premier incaricato Bersani nel giro delle consultazioni ha visto le icone della “società civile”. Il secondo motivo è che Bersani con questa mossa mirava a sedurre i campioni dell’ “antipolitica”, i grillini. I grillini sono i montagnardi della “società civile”.

La fine della “società civile” è il presupposto per la normalizzazione della politica italiana, la quale è il presupposto per la maturazione della democrazia italiana e per fare dell’Italia un paese più civile e libero. Il berlusconismo ha rappresentato nei fatti l’opposizione e la resistenza politica all’ “antipolitica” illiberale. Chi pensa di migliorare l’Italia prescindendo da questa realtà è un ingenuo. Ho già scritto, e lo scrivo da anni, che a dispetto delle apparenze la pulsione antidemocratica rappresentata dalla “società civile” e dalla “questione morale” sta crollando. Lo confermo.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (106)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

EUGENIO SCALFARI 24/12/2012 Ieri sono andato a zonzo in libreria. Ad un certo punto mi sono imbattuto nel filosofo Scalfari, inscatolato dentro un poderoso Meridiano, privilegio fino a qualche anno fa riservato solo ai morti, forse per l’effetto cimiteriale che questi lussuosi breviari fanno in mezzo a tanti variopinti tascabili. “La passione dell’etica. Scritti 1963-2012” recitava l’epitaffio. Nella sua frivolezza mi sembra perfetto. Infatti a nessun filosofo, idraulico o spazzino verrebbe mai in mente di declassare a “passione” un’attività naturale nell’uomo come respirare. Ad uno che ha bisogno di ostentarla come attività singolare e meritoria, che rompe i marroni da decenni con le sue prediche, che ha il vizio di condannare piuttosto i peccatori che il peccato, sì.

P.S. L’idea della “tumulazione” in un Meridiano è dello scrittore Massimiliano Parente. Io ci ho ricamato sopra.

MARIO MONTI 26/12/2012 A Nichi Vendola, che lo aveva definito un “liberale conservatore”, Monti avrebbe potuto rispondere rivendicando orgogliosamente il proprio liberal-conservatorismo, ispirandosi alle parole pronunciate da Cavour in parlamento nell’aprile del 1851: «Io spero con queste considerazioni che essi si convinceranno che se la politica del Ministero è francamente e schiettamente liberale, essa è pure conservatrice; conservatrice non già della parte fradicia dell’edifizio sociale, ma bensì dei principi fondamentali sopra i quali la società e le libere nostre istituzioni riposano.» Ma Monti è un pavido figlio dell’Italietta repubblicana e del suo bigottismo. Certe etichette non le può accettare: «Il presidente Vendola, che è sempre una persona che si ascolta con interesse, ha detto di me che sono un liberale conservatore. Liberale sì, conservatore sotto molto profili è Vendola. Nell’Agenda Monti c’è molto pink e molto green.», ha detto sfoggiando il suo rachitico humor da secchione, noto per strappare gridolini d’ammirazione alle olgettine della grande stampa. Per definire in due parole il suo programma ha preferito invece ispirarsi a un editoriale dell’Economist, parlando di «vero progressismo», a dimostrazione che in Italia l’unico linguaggio politico ad avere cittadinanza è quello della sinistra. In attesa di sapere cosa ne pensino gli alti papaveri del popolarismo europeo delle stravaganze lessicali del loro campione cisalpino, visto che siamo a Natale formuliamo un auspicio: che si apra una nuova era, che dal Vecchio Testamento si passi al Nuovo, e che anche da noi si cominci a parlare finalmente come Dio comanda.

MARCO PANNELLA 27/12/2012 A ottantadue anni è ancora una forza della natura. Appena finito l’ultimo sciopero della fame e della sete, con le cronache che lo davano per moribondo, si è fiondato in visita al carcere di Pistoia dove ha trascorso tre ore. Gagliardissimo, gigione, Giacinto nacque per calcare le orme di un Pantagruel o di un Gargantua. E tuttavia, senza un colpo di genio, il marcantonio nostrano rischiava di passare alla storia al massimo come un oscuro epigono di quei due eroi. Per raggiungere la fama decise allora di dedicarsi ai digiuni. Lo fece obbedendo alla propria natura. I digiuni pannelliani sono perciò fratelli dei pranzi pantagruelici: ne hanno la smodata, circense convivialità. Mi sa però che stavolta l’ultimo strapazzo stava per mandarlo in malora per davvero. Finita la visita, uscendo dal carcere di Pistoia ha detto: «La notte scorsa ho sospeso lo sciopero della fame e della sete, ricomincio a mangiare, ma sono pronto a riprendere lo sciopero se lo Stato non esce dalla flagranza criminale», e fin qui nulla da dire: è la solita sparata pannelliana, “flagranza” compresa; ma poi ha precisato: «flagranza criminale peggiore, credetemi, dello stato fascista, nazista e totalitario comunista.» E qui i casi sono due: 1) o Giacinto per festeggiare la fine dello sciopero si è fatto una bella bevuta; 2) oppure è senz’altro il caso che si rifocilli e che riposi tranquillo per almeno un paio di settimane.

L’OSSERVATORE ROMANO 28/12/2012 L’avevamo capito tutti, ma L’Osservatore Romano ha voluto spiegarcelo lo stesso: il “salire in politica” di Mario Monti è «un appello a recuperare il senso più alto e più nobile della politica che è pur sempre, anche etimologicamente, cura del bene comune». Questa trovata del piffero serve appunto a veicolare l’idea di una politica “alta” e a promuovere chi la propina. Non capiamo però dove sia la novità. Anche senza risalire o ridiscendere la storia per secoli, e senza allontanarci dalla patria, dalla berlingueriana questione morale alla prodiana serietà al governo, dalla bella politica alla buona politica, dalla politica buona alla politica pulita, questa ostentazione di probità è da decenni la cifra del fariseismo politico italiano. Ed è per questo che da noi milioni di imbecilli passano il tempo a puntare il dito contro pubblicani, ladri e prostitute.

Fumo

La politica italiana è strutturata male. Anzi, manca proprio di una struttura. Non starò qui a spiegarne le cause, perché l’ho fatto troppe volte. Voglio solo gettare luce sul campionario di reticenti corbellerie che i politici, gli aspiranti politici e gli opinion makers sono costretti a dire ogni giorno pur di girare intorno alla questione principale. Che è questa: l’Italia, per ritrovare un equilibrio politico funzionale, e quindi calato nella storia, ha bisogno di un forte partito conservatore e di un forte partito socialdemocratico. Se ancora disturba la franca parola “conservatore” chiamiamolo pure partito “popolare”, quello che d’altra parte in Europa oppone resistenza al liberalismo economico ed è “liberal” in tutto il resto quasi come il confratello socialista. D’altronde non si capisce come l’esecrazione, più o meno scoperta ma generalizzata, di cui è oggetto il popolo italiano, possa accompagnarsi alla speranza di una stagione nuova, nella quale le plebi si ritroveranno di colpo illuminate. No, queste due schifezze, il partito socialdemocratico e quello conservatore, di cui Berlusconi ha gettate le fondamenta, vanno benone. Se vanno bene nell’Europa civilizzata perché non dovrebbero andare bene da noi? Una politica fattiva deve partire dalla realtà. Sennò è un imbroglio.

Così succede che Bersani vada a Parigi per sostenere Hollande nella corsa all’Eliseo e si scopra socialista, con gran disappunto di certi ex democristiani del suo partito, che tifano per il “democratico” Bayrou e chiedono chiarimenti. Sempre a sinistra succede che Eugenio Scalfari ormai ce l’abbia a morte coi sanculotti delle piazze pulite, cogli estremisti dell’antipolitica e dell’anticasta, ignorando bel bello che quel popolo si è abbeverato alla fonte del suo giornale per decenni. Ma allo stesso tempo non vuol sentir parlare di partito socialdemocratico: per il fondatore di Repubblica la sinistra si divide tra i giacobini ragionevoli e quelli irragionevoli, come un giorno i comunisti si dividevano tra i fedeli al partito e i trozkisti, e come oggi l’oltranzismo divide Gian Carlo Caselli dai No-Tav, per dire della modernità della nostra intellighenzia progressista.

Sulla natura e gli scopi del governo tecnico segnaliamo il bisticcio bocconiano tra Giavazzi e il presidente del consiglio. L’editorialista del Corriere, con qualche allarme del giornale per cui scrive, scopre che Monti al governo cammina lento come una lumaca sulla via delle para/mezze/finte liberalizzazioni e delle riformicchie, e Monti scopre che la politica è tutt’altra cosa che i ferrei propositi da salotto, e poi lo spiega con piccato riguardo al suo ex collega.

Mentre Fini scopre che con l’avvento del governo Monti il Pdl non è morto e non si è neanche deberlusconizzato del tutto; per cui dopo aver tagliato i ponti con Silvio, ora vuol tagliare definitivamente i ponti anche con la sua creatura. Dadaista più che futurista, il leader del Fli immagina che il Terzo Polo dovrà andare oltre se stesso, ed essere centrale ma non centrista, un’orchestra – un quartetto d’archi, al massimo, dico io – nazionale, liberale, socialista, cattolica. Sembra il club dell’Italia di Mezzo di folliniana memoria: le acrobazie lessicali hanno il timbro del democristiano fatto e soprattutto finito. Un altro futurista, un altro “liberale”, Montezemolo, scopre che la sinistra è ancora radicale, che i compagni sono passati troppo repentinamente dal comunismo al liberalismo, e solo ora stanno scoprendo “con qualche decennio di ritardo un’adolescenza socialdemocratica mai vissuta”. Nel campo opposto (che sarebbe la “destra”, ma Luca cuor di leone non osa nominare una cosa così immonda) si guarda al passato. Cosicché serve di nuovo un forte segnale di “discontinuità”, un’offerta politica che sappia vincere il cuore dell’Italia liberale, e lui si propone come il Principe Azzurro. Infatti è una favola: lui non è la signora Thatcher e quell’Italia non esiste. Sic et simpliciter. In quella stessa destra, la Lega, dopo le rodomontate delle settimane scorse, è tornata a più miti consigli e non chiude più le porte ad una nuova alleanza col Pdl se le elezioni amministrative dovessero risolversi in una mezza batosta. Sullo sfondo l’impotente gruppettarismo libertario, che vede i mali ma spera in una rivoluzione dalla quale sarebbe spazzato via del tutto da quella società di cui ora è ai margini.

Insomma, tutto un festival di velleitarismo rivoluzionario, cui la realtà fa schifo, e che consegna la politica all’immobilismo. Ossia al presidio accidioso delle proprie prebende. Fumo. Fumo, fumo, fumo!, per dirla col protagonista dell’omonimo romanzo di Turgenev, disgustato dalle vane chiacchiere sui destini della Russia dei suoi compatrioti del secolo XIX, tutti animati da uno spirito messianico, fossero essi radicali, occidentalisti, o slavofili.

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