Montebourg, la nuova stella del populismo gauchiste

La crisi economica ha spaccato il governo francese. Il primo ministro Valls ha presentato le dimissioni di tutto il governo al presidente Hollande, che lo ha subito reincaricato di formarne uno nuovo. Scopo della manfrina: smascherare la fronda socialista radicale e formare un governo in linea con la politica faticosamente – molto faticosamente – conciliante del socialista “liberale” Valls nei confronti di Berlino e Bruxelles. E infatti tre ormai ex-ministri si sono già detti indisponibili ad imbarcarsi nella nuova avventura. Tra di essi, il grande protagonista della vicenda: il ministro dell’economia Arnaud Montebourg, che qualche giorno fa ha intimato ad Hollande di dire chiaro e tondo ai crucchi che le politiche di austerità e di riduzione del deficit sono delle cavolate utili solo a bloccare la “mitica” crescita; e che ora si prepara a dare l’assalto alla sinistra francese. Ambizioso, giustizialista, demagogo e ammalato di protagonismo, Montebourg è fautore: 1) del “patriottismo economico”, belluria lessicale che nasconde idee e concetti in campo economico non molto lontani da quelli della destra identitaria; 2) della “de-mondializzazione”, sulla quale ha scritto perfino un libro; 3) della riconversione ecologica e sociale del sistema produttivo; 4) della rivoluzione industriale verde. Nonostante ciò, questo bambino era stato messo a capo di un ministero importante come quello dell’economia. Cose che neanche in Italia… almeno fino ad ora.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (30)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

I PRESENZIALISTI DELLA CULTURA 11/07/2011 Leggo sul sito internet de L’Unità che al Premio Strega sono intervenute “numerose personalità del cinema, della cultura e della letteratura, tra cui Giuliano Montaldo, Francesco Maselli, Monica Guerritore e Roberto Zaccaria, Sergio Zavoli”. Presenti pure Renato Mieli, in qualità di presidente di Rcs libri, e Luciana Castellina, che era tra i candidati finalisti al premio. Notate: quasi per intero una combriccola di ex comunisti che se la passano alla grande da due, tre, quattro, cinque o sei decenni, ossia da quando, con molta lungimiranza, decisero di opporsi al regime. Mancava solo Napolitano, il più presidente e presenzialista di tutti. Sono onnipresenti. Alcuni, comincio a temere, vista l’età veneranda e la gagliardissima salute, immortali.

L’HEXAGONE 12/07/2011 Dopo che Saif Al-Islam, figlio del “massacratore del suo popolo”, ha spifferato in giro che il regime libico sta trattando con la Francia, il portavoce del ministero degli esteri francese ha precisato che “non ci sono negoziati diretti tra la Francia e il regime di Gheddafi, ma noi facciamo passare i messaggi attraverso il Consiglio nazionale di transizione e i nostri alleati” ed ha voluto ribadire che “la Francia vuole una soluzione politica, come abbiamo sempre detto”. Come hanno sempre detto. No, non innervositevi. La grandezza di un paese si misura anche da questi dettagli: dallo stile, dall’allure, da come si porta in giro con grazia, e sapienza, una portentosa faccia da culo.

STEFANO FOLLI 13/07/2011 E con lui tutti gli isterici. Ci vuole un patto nell’interesse nazionale. Meglio ancora un governo – purtroppo impossibile – di salute pubblica, per dare un segnale “forte”. Allora una vera coesione nazionale. E soprattutto “parole di verità adeguate alla serietà dell’ora”: andare in televisione, indicare una prospettiva, parlare con solennità, rassicurare il popolo. Insomma: alle prime schioppettate andare fuori di testa, e spaventare la truppa.

BEN BERNANKE 14/07/2011 E’ vero: noi non stiamo meglio degli altri. Però comincio a sospettare che gli altri abbiano lo stravagante desiderio di stare peggio di noi. Brutta rogna, la tossicodipendenza. Il presidente della Federal Reserve ha detto che la banca centrale è pronta ad allentare la politica monetaria se la crescita economica statunitense dovesse restare lenta. Crescita, crescita, crescita! Stimoli, stimoli, stimoli! Uno stimolo al giorno toglie il medico di torno. E anche il paziente.

GIORGIO NAPOLITANO 15/07/2011 La manovra è già stata approvata dal Senato. E venerdì dovrebbe avere il via libera dalla Camera. Al netto del teatrino dell’emergenza la ragione è solo una: c’è una maggioranza. Ma il presidente della repubblica fa il finto tonto e da Zagabria commenta: “è un miracolo”. Che si senta già in odore di santità?

L’altro conflitto libico

Si parla relativamente poco del conflitto libico nel nostro paese – a parte quando arrivano i barconi carichi di disgraziati – se si pensa alla nostra vicinanza geografica, al nostro coinvolgimento nell’intervento militare, ai rilevanti interessi che ci legano al paese nordafricano. Si parla ancor meno, anzi non si parla proprio, del conflitto diplomatico internazionale che si sta sviluppando intorno alla crisi libica, un braccio di ferro silenzioso e sotterraneo che piano piano sta uscendo in superficie, e che noi avevamo previsto sin dall’inizio di questa sciagurata avventura. Avevamo detto che la debolezza degli argomenti degli interventisti, e la mezza guerra ottimisticamente intrapresa al solo scopo di portare a casa lo scalpo di un Gheddafi già dato per finito, avrebbero regalato alla potenze emergenti un pretesto per misurare i rapporti di forze con l’Occidente. Siccome pensiamo che questo altro conflitto sia in prospettiva più importante di quello bellico, e che in esso, inoltre, si potrà forse trovare forse la chiave per una soluzione della crisi, per noi purtroppo disonorevole quanto più ci limiteremo a subirla invece di anticiparla, eccoci qui ad aggiornarvi sugli sviluppi di una vicenda che avevamo lasciato alla vigilia del viaggio del presidente Hu Jintao in Russia.

Il 15 giugno l’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai, che conta come membri effettivi Cina, Russia, il Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan, e alle cui riunioni partecipano in qualità di paesi osservatori India, Iran, Mongolia e Pakistan, (con Bielorussia e Sri Lanka che per ora stanno alla finestra come “dialogue partners”) alla conclusione di un vertice tenuto ad Astana, capitale del Kazakistan, si è espressa a favore di un cessate il fuoco in Libia e ha esortato tutte le parti in conflitto a rimanere strettamente nei limiti delle risoluzioni ONU. Esprimendo il loro sostegno agli sviluppi democratici in Nord Africa e Medio Oriente

in armonia con la loro propria storia e le loro proprie tradizioni,

nella dichiarazione finale i paesi della SCO hanno rimarcato il concetto così:

Noi crediamo che crisi e conflitti domestici possano essere risolti pacificamente solo attraverso negoziati politici e che le azioni della comunità internazionale debbano conformarsi alle leggi internazionali e favorire la riconciliazione etnica.

Ed inoltre:

Tali azioni devono rispettare pienamente l’indipendenza, la sovranità e l’integrità territoriale della Libia, e rispettare il principio di non-interferenza nei suoi affari interni.

Il giorno dopo, 16 giugno, lo stesso concetto è stato ribadito da Cina e Russia in occasione della visita del presidente cinese Hu Jintao a Mosca. Nel comunicato congiunto siglato da Medvedev e Hu i due paesi hanno chiesto che

 i conflitti siano risolti con mezzi pacifici

mettendo in chiaro che

la comunità internazionale può apportare un aiuto costruttivo per non lasciare che la situazione si deteriori, ma nessuna forza straniera deve ingerirsi negli affari interni dei paesi della regione.

Il 26 giugno è stato il presidente sudafricano Jacob Zuma ad esporsi piuttosto ruvidamente sulla questione dichiarando che la risoluzione Onu

non autorizza un cambiamento di regime né l’assassinio politico di Muammar Gheddafi

e che

i continui bombardamenti sono una preoccupazione sollevata dal comitato e dall’assemblea dell’Unione Africana: la finalità della risoluzione 1973 era quella di proteggere il popolo libico.

Nei giorni a cavallo tra giugno e luglio l’Unione Africana si è riunita a Malabo, capitale della Guinea Equatoriale. E’ stato annunciato, non si sa su quale base, che il governo libico (non Gheddafi) e i ribelli a breve terranno negoziati in Etiopia, negoziati che non dovranno durare più di trenta giorni; ed è stata formulata la proposta alla comunità internazionale di inviare osservatori in Libia, di stabilire un organismo di supervisione efficace e credibile, e di fornire assistenza umanitaria al popolo libico colpito dalla guerra. Ma soprattutto L’Unione Africana ha chiesto ai 53 stati membri di ignorare il mandato d’arresto internazionale contro Muammar Gheddafi spiccato dal Tribunale Penale Internazionale ONU dell’Aja, spiegando che la richiesta del TPI

complica seriamente gli sforzi per trovare una soluzione alla crisi libica.

Negli stessi giorni la Russia, attraverso il suo coriaceo ministro degli esteri Lavrov, ha criticato duramente la Francia per la fornitura di armi ai ribelli rivelata da Le Figaro:

Abbiamo chiesto ai nostri colleghi francesi se fosse vero che le armi fossero state consegnate ai ribelli libici. Attendiamo una risposta. Se confermato, questo sarebbe una grave violazione della risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Un successivo incontro con la sua controparte francese Juppé a Mosca non ha diradato le nubi, nonostante le minimizzazioni di quest’ultimo. Lavrov ha parlato di una “situazione spiacevole”, aggiungendo che l’interpretazione francese delle risoluzioni ONU proposta nel loro incontro

consente a chiunque di fare qualsiasi cosa per qualsiasi motivo.

E per farlo capire a chi di dovere ha ribadito ancora una volta, in merito ad un altro punto caldo della primavera araba, che la Russia, che ha potere di veto, è contraria a qualsiasi risoluzione ONU che condanni il governo siriano. E per farlo capire ancora meglio si è spinto a considerare inaccettabile

il rifiuto da parte dell’opposizione siriana di mantenere il dialogo con le autorità di Damasco.

Intanto il solito presidente sudafricano Jacob Zuma, che a maggio si era recato a Tripoli in un tentativo di mediazione fra le parti, è atteso a Mosca per un incontro con Medvedev e per dei colloqui preliminari con il Gruppo di Contatto sulla Libia, la cui prossima riunione è stabilita per il 15 luglio a Istanbul.

La partecipazione del presidente Zuma a questa riunione fa seguito ad un invito della Federazione russa in quanto membro del comitato ad hoc sulla Libia dell’Unione Africana,

ha precisato il ministero degli esteri di Pretoria. Mentre da Bengasi giunge la notizia piuttosto sorprendente che il Consiglio Nazionale di Transizione sarebbe disposto a concedere a Gheddafi di poter continuare a vivere in Libia in cambio della resa.

E’ una soluzione pacifica. Se Gheddafi vorrà rimanere in Libia, saremo noi a decidere dove, mentre tutti i suoi movimenti saranno sottoposti a una supervisione internazionale.

Soluzione inapplicabile, ed inaccettabile da parte del Rais, ma sintomatica di propositi un giorno ardimentosi e oggi sempre più vacillanti.

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Lumi da Parigi?

Chissà se il risultato delle elezioni regionali francesi riuscirà a svegliare dall’eterno letargo i cervelloni della sinistra italiana. Ne dubito. Se non fossero così zavorrati dalla mitologia antifascista, oggi nella versione antiberlusconiana, forse potrebbero anche coglierne il dato che più dovrebbe balzare all’occhio italico non foderato di spessa mortadella emiliana: non la vittoria, ma la vittoria del partito “socialista”.

Diciamo subito in primo luogo che il dato delle elezioni regionali in Francia ha un significato politico più importante di quanto accada per quelle italiane, e minori conseguenze pratiche. Sebbene anche in Francia, patria della centralizzazione e di una burocrazia tanto grandiosa quanto miracolosamente ancora funzionante, le piccole capitali come Lione, Nantes, Bordeaux, Tolosa o Marsiglia si stiano pian piano affrancando dal complesso d’inferiorità nei confronti della Ville Lumière, nella testa del francese medio l’Esagono continua ancora grosso modo a comporsi di due entità: Parigi e “la provincia”, ossia tutto il resto. Per cui il Presidente di Regione rimane ancora una figura non molto lontana da quella di un importante ma grigio funzionario, il cui nome viene spesso dimenticato perfino dai suoi amministrati. Cosicché per i francesi queste elezioni rappresentano soprattutto l’occasione per sfogarsi e mandare avvertimenti alla classe politica, senza incorrere, per così dire, in alcun “pericolo”. Tuttavia, l’indicazione uscita dal voto delle regionali è forte: al secondo turno il partito di Sarkozy ha preso appena il 36% dei voti, mentre la sinistra organizzata intorno al PS – con una forte presenza dei Verdi e qualche rimasuglio comunista – è stata premiata col 54% dei voti, senza avere avuto e soprattutto sentito il bisogno di contrarre alleanze spurie con centristi ed altra strana fauna.

Diciamo in secondo luogo che questo scenario si replica più o meno uguale in tutti i piccoli e grandi paesi europei quando la sinistra vince incardinandosi su di un forte partito socialista, socialdemocratico o laburista. Ciò significa che dalla maggioranza degli elettori di quei paesi il partito socialista, nonostante la ragione sociale e la netta coloritura politica, laica e magari anche radicaleggiante, che vinca o che perda viene sentito come una forza “nazionale”, responsabile e non partigiana. Ma questo non accade in Italia, la grande anomalia. E questo è il grande problema che la nostra sinistra evita ancora di affrontare a viso aperto, preferendo cavalcare il mito comodo dell’anomalia altrui. E in questo si distingue particolarmente quell’umanità superiore che, sonnecchiando nello spirito, motteggiando schifata e non capendo una mazza, vivacchia in maniera sopraffina sulle rive della Senna. Come fa a diventare una forza politica “nazionale”, come fa ad essere sentita come una forza “nazionale”, una sinistra che in obbedienza al retaggio comunista – ma se ne rendono conto sì o no? – mentre predica l’amore universale per i diversi di tutte le specie, per sentirsi viva continua a coltivare il mito della propria diversità, aggiornandolo di decennio in decennio secondo le mode più accattivanti e più opportune – noi comunisti, noi antifascisti, noi onesti – e scavandosi così la fossa giorno dopo giorno? Ci provò il “socialista” Craxi a farla uscire da questa maledizione, e lo si volle archiviare come un criminale. Ancor oggi ogni timido passetto in avanti in quella direzione viene bollato come collaborazionismo, revisionismo, tradimento. Ci pensano come anticorpi maligni gli scemi+scemi della purezza democratica a rimettere in riga il reprobo colpevole di tale misfatto: i siamo-tutti-Saviano, i vaffanculisti, gli adoratori della legge. E’ una corrente irrazionale, isterica, nel fondo violenta, che la nazione, più che riconoscere e decifrare, sente al livello più elementare, avendone paura. Berlusconi se ne fa interprete e le contrappone con gusto blasfemo perché inconcepibilmente casalingo il Partito dell’Amore. E a sinistra ridono, esattamente come i folli.

Diciamo allora in terzo luogo che in realtà in Italia l’unico partito “italiano”, e il meno settario, è proprio il partito ad personam di Berlusconi. In questo sta la sua razionalità; ed è per questo che vive nel “popolo” nonostante goffaggini catastrofiche e nonostante l’umana carne già debole di per se stessa dalle sue parti sia ancora più debole; è per questo che la più disorganizzata delle forze politiche tanto più vince quanto più la posta è alta e meno legata a interessi particolari o locali; ed è per questo che sopravvivrà a Berlusconi. Le altre forze politiche italiane, parrocchie, parrocchiette, tribù, clan e club, non so.

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E adesso Sarko dovrà ri-fare i francesi

Sarkozy ha vinto. La grande partecipazione al voto lo ha favorito. Gli elettori centristi e dell’estrema destra lo hanno sostanzialmente premiato e non hanno ascoltato i loro leader, Bayrou e Le Pen. Ciò significa anche la vittoria dell’approccio politico del nuovo presidente francese, ostentatamente estranea alla logica dei partiti e alle tattichette delle transazioni di piccolo cabotaggio (capito Casini?),  quella forma che è già sostanza in quanto nello sclerotizzato panorama transalpino è una relativa novità. Diciamolo: è una riedizione berlusconizzata, quindi modernizzata, del gollismo. Secondo i primi sondaggi nel campo di Bayrou (che aveva detto democristianamente – ma che brutta malattia! – che non avrebbe votato Sarkozy) il 40% dei suoi sostenitori ha votato Sarkozy contro il 38% per la Royal, e il resto si è astenuto. Nel campo di Le Pen (che aveva invitato all’astensione) invece ben il 63% degli elettori ha votato per Sarkozy e solo il 12% per la Royal. E’ un fatto importante culturalmente, e che mi sembra invece  sottovalutato, che d’ora in poi anche la figura del brillante e sulfureo leader della Francia ultranazionalista avrà qualcosa di démodé. Gli roderà molto, al vecchio leone, che i suoi siano stati sedotti dal messaggio ragionevolmente nazionalista, ragionevolmente identitario, ragionevolmente sécuritaire (e quindi con qualche possibilità di applicazione concreta)  dell’aggiornato semipopulista di purissima origine …ungherese, per di più screziata d’ebraismo.

Nell’attesa dell’arrivo del nuovo presidente, favoleggiato in Italia come cattolico e liberale, dentro e fuori la Sala Gaveau, la folla di migliaia di simpatizzanti ha intonato spontaneamente la Marsigliese, il canto giacobino della repubblica nata dalla Rivoluzione francese. Nessuno avvertiva l’intima contraddizione di un tale atteggiamento e se qualcuno avesse fatto delle osservazioni al riguardo, sarebbe stato giudicato stravagante o peggio. Ciò dice molto della temperie culturale dentro l’esagono: i conti con l’eredità culturale della Rivoluzione Francese si faranno, e si stanno facendo, ma con calma. E Sarkozy, animale politico, queste cose le sa benissimo. Per cui nel suo sentito ed ecumenico discorso di ringraziamento al popolo francese, ha alternato la solita insolita franchezza su alcuni temi, soprattutto l’identità culturale francese:

Le peuple français s’est exprimé. Il a choisi de rompre avec les idées, les habitudes et les comportements du passé. Je veux réhabiliter le travail, l’autorité, la morale, le respect, le mérite. Je veux remettre à l’honneur la nation et l’identité nationale. Je veux rendre aux Français la fierté d’être Français. Je veux en finir avec la repentance qui est une forme de haine de soi, et la concurrence des mémoires qui nourrit la haine des autres.

ma anche occidentale, con un non troppo velato accenno alla condizione femminile nei paesi mussulmani:

Je veux lancer un appel à tous ceux qui dans le monde croient aux valeurs de tolérance, de liberté, de démocratie et d’humanisme, à tous ceux qui sont persécutés par les tyrannies et par les dictatures, à tous les enfants et à toutes les femmes martyrisés dans le monde pour leur dire que la France sera à leurs côtés, qu’ils peuvent compter sur elle.

La France sera au côté des infirmières libyennes (bulgares) enfermées depuis huit ans, la France n’abandonnera pas Ingrid Betancourt, la France n’abandonnera pas les femmes qu’on condamne à la burqa, la France n’abandonnera pas les femmes qui n’ont pas la liberté. La France sera du côté des opprimés du monde. C’est le message de la France, c’est l’identité de la France, c’est l’histoire de la France.

ad un vago cerchiobottismo su tutto il resto. Bocca chiusa, anzi sigillata, sul terreno economico, invero poco adatto alla liturgia del trionfo. Beneaugurante un accenno, applaudito, agli Stati Uniti:

Je veux lancer un appel à nos amis Américains pour leur dire qu’ils peuvent compter sur notre amitié qui s’est forgée dans les tragédies de l’Histoire que nous avons affrontées ensemble. Je veux leur dire que la France sera toujours à leurs côtés quand ils auront besoin d’elle.

Mais:

Mais je veux leur dire aussi que l’amitié c’est accepter que ses amis puissent penser différemment, et qu’une grande nation comme les Etats-Unis a le devoir de ne pas faire obstacle à la lutte contre le réchauffement climatique, mais au contraire d’en prendre la tête parce que ce qui est en jeu c’est le sort de l’humanité tout entière.

E’ finita com’è incominciata. Con la folla che intonava l’inno nazionale:
Marchons, marchons!

E questa è la nazione con cui Sarko dovrà fare i conti. Bonne chance!

L’Italia e Sarkozy

Gli italiani, sempre alla ricerca del Santo Graal del perfetto sistema elettorale, o dell’uomo della provvidenza, che possa riportare il nostro paese alla normalità, o alla maturità, con lo spirito caratteristico con cui s’incapricciano, per poi dimenticarsene in un batter d’occhio, di questo o quel nuovo campione, o presunto tale, che calpesti l’erba dei campi di calcio, sembrano ora aver scoperto il modello al quale ispirarsi per trovare il leader della futura e moderna destra italiana: Nicolas Sarkozy. Ma il novello entusiasmo, che ha travolto un po’ troppo anche le pensose pagine dei commenti dei pochi giornali non mancini della penisola, ha finito per dipingere, more italico, un santino più che il ritratto di un personaggio politico.

Ognuno, seguendo la propria sensibilità, vi ritrova quello che gli è più caro: chi l’uomo d’ordine, chi l’uomo della riscossa cattolica, chi al contrario l’alfiere della destra laica, chi addirittura il liberista. Insomma, Sarkozy è divenuto la proiezione di tutte le insicurezze, o meglio di tutte le sperate sicurezze, del popolo dell’opposizione al governo Prodi. E’ l’eterno vezzo degli italiani di guardare fuori del proprio recinto, cercando di carpire il riposto segreto – che per forza deve esserci – che fa funzionare con una certa linearità e razionalità le cose all’estero. E invece Sarkozy ha dimostrato finora di essere soprattutto un uomo politico di notevole statura, ma non tanto per le cose che ha fatte o per le idee che ha espresse, ma per come le ha fatte e come le ha espresse. Ossia: ha osato e rischiato. Si è proposto di diventare, senza infingimenti, presidente della repubblica francese già da qualche anno. Alla bisogna ha lavorato, ma alla luce del sole, dentro il suo partito creandosi  un nucleo coeso di fidi compagni di cordata, tra i quali anche ex ministri, e nel contempo ha offerto all’opinione pubblica, specie nella sua qualità di ministro degli interni e con l’aiuto di una moderna macchina propagandistica, un’immagine coerente di sé. La sua maggiore qualità è stata quindi il coraggio. Senza questa dote umana, che non si può costruire a tavolino, tutto il resto sarebbe stato inutile.

Adesso, date un’occhiata al panorama dei funzionari della politica italiana e provate a cercare una figura che si stacchi dal grigio e mediocre tatticismo, che in Italia procura frequentemente a chi l’applica la bizzarra nomea di politico di razza, e che susciti una qualche speranza di rinnovamento. O meglio, un nome ci sarebbe, ma corrisponde a quello dell’impenitente satiro settantenne Silvio Berlusconi, l’unico che ha rischiato e l’unica grande figura politica italiana degli ultimi vent’anni. E’ così, piaccia o non piaccia. In questo non ci sono segreti. Ed è questo che i professionisti della politica, compresa l’intendenza giornalistica, non hanno ancora perdonato all’outsider italoforzuto. Cosicché, anche se in verità la posizione del nuovo leader gollista è sfuggente su molti temi della politica, soprattutto in economia, egli è stato, almeno per il momento, giustamente premiato per la chiarezza con cui ha manifestato la sua ambizione: esporsi al giudizio altrui è un atto di fiducia, e la fiducia genera fiducia. Ragionamento troppo poco sottile per il sottobosco tanto fitto quanto mediocre dei furbetti della politica italiana.

Solo l’astensionismo può ora fermare Sarkozy

21h 30: Résultats du premier tour de l’élection présidentielle pour 63,52 % des inscrits, selon le ministère de l’intérieur :  84,77 % de votants, 15,23 % d’abstention, blancs et nuls 1,36 %. Nicolas Sarkozy est en tête avec 30,42 % des voix. Ségolène Royal est deuxième à 24,73 %. François Bayrou est à 18,33 % et Jean-Marie Le Pen, à 11,34 %. Olivier Besancenot (LCR) 4,38 % Philippe de Villiers (MPF) 2,55 % Marie-George Buffet (PC) 1,90 % Dominique Voynet (Verts) 1,56 % Frédéric Nihous (CPNT) 1,53 % Arlette Laguiller (LO) 1,48 % José Bové (Altermondialiste) 1,40 % Gérard Schivardi (PT) 0,38 %.

Ora Sarkozy deve temere solo l’astensionismo. Come succede quasi sempre nei paesi democratici, l’alto tasso di partecipazione ha favorito in questa prima tornata il candidato conservatore.  Se poi sommiamo i suoi voti (30% circa) con quelli dell’elettorato di Le Pen, (Fronte Nazionale) di de Villiers (Movimento per la Francia) e di Nihous (Caccia, Pesca, Natura e Tradizione) (totale 15% circa) – tutti voti destrorsi – abbiamo già un bacino di votanti del 45%. Anche nel caso di un’indicazione di Bayrou a favore della Royal è praticamente impossibile che l’elettorato centrista (ma di un centro che politicamente è storicamente una costola della destra liberale giscardiana) si sposti massicciamente a sinistra. I primi sondaggi sul secondo turno danno infatti Sarkozy vincitore col 54% dei voti. Ma si deve tener conto che se è certo che l’elettorato della gauche estrema non avrà problemi a mettersi sotto le bandiere della Royal, non è così sicuro che a destra accada altrettanto. Un Le Pen imbufalito,   nella logica del tanto peggio tanto meglio, potrebbe invitare i suoi elettori a disertare le urne, proclamando la sostanziale omogeneità dei due candidati al ballottaggio. Difficile che i suoi però stavolta l’ascoltino. Con ogni probabilità Nicolas Sarkozy eviterà con cura pubblici abboccamenti con i politici della destra estrema e del centro, preferendo, in una linea di continuità col suo messaggio ecumenico e modernamente populista, ribattere sui temi della campagna elettorale. Un primo segno di questo atteggiamento, finora vincente, sono alcuni passaggi del suo discorso pronunciato questa sera alla Salle Gaveau, a Parigi, davanti ai militanti:

“Je ne souhaite qu’une chose, rassembler le peuple français, autour d’un nouveau rêve, celui d’une République fraternelle. (…) La France qui m’a tout donné, je veux tout lui rendre. (…) Je ne changerais pas de ligne de conduite. (…) Je veux parler aux travailleurs, aux ouvriers, aux salariés, aux agriculteurs, à la France qui donne beaucoup et qui ne reçoit jamais rien. Je veux parler d’identité, d’autorité, de travail, de mérite. (…) Je veux dire à tous les Français qui ont peur que je veux les protéger.”

La Francia al bivio

La Francia è al bivio: ma gli eventuali cambiamenti si vedranno solo col tempo, molto tempo. Da qualche parte Tocqueville scrisse che le nazioni conservano sempre un qualche inconfondibile tratto peculiare della loro origine, l’eco, per così dire, della loro nascita; cosicché in un certo senso ci dovremo sempre sorbire una Russia con qualche, ancorché larvato, tenebroso aspetto zarista, un’Italia inguaribilmente caotica e ciarlona, una Francia con l’enorme capoccione coronato a Parigi e dove tutto il resto si chiama province. Quando mai nel mondo occidentale si è potuto assistere recentemente a qualcosa di più simile allo sfarzo regale dell’Antico Regime, come nella corte Mitterandiana all’epoca della Repubblica laica e socialista? Questo per dire che anche l’auspicabile vittoria di Sarkozy non potrà certo rivoluzionare la tradizionale ma meritoriamente illustre (la nostra, per mancanza di pedigree, ha anche il difetto di essere sgangherata) mentalità statalista dei francesi. 

Parlando a spanne si potrebbe dire questo: che se la vittoria del candidato gollista rappresenterà un’evoluzione della società francese, un suo cauto ma necessario aprirsi al nuovo mondo globalizzato, la vittoria del candidato socialista non potrà essere che un’involuzione, un avvitarsi, di segno rosso stavolta, nella deriva antiliberale stoltamente sposata, nell’illusione di poterla controllare ai fini di una politica fondamentalmente nazionalista e franco-francese, dalla coppia Chirac–De Villepin. Di fronte alla platea dell’opinione pubblica mondiale Sarkozy si presenterà, e sarà, crediamo, garante di una politica estera di amicizia se non di organica alleanza con gli Stati Uniti, di un’idea di Europa sensata, nel rispetto delle entità nazionali e con un chiaro e tondo no alla entrata della Turchia; un invito, quindi, all’Europa a raccogliersi, ora, in se stessa, a rinforzarne le fondamenta, più che a avventurarsi in nuovi inglobamenti atti a costruire solo un bel colosso d’argilla.

Ma questo sarà anche un modo per dire ai partner europei ed atlantici di lasciarlo in pace sul fronte interno, dove, se avrà sufficiente forza, tenacia e costanza dovrà combattere una formidabile e quotidiana battaglia, non tanto, com’è invece il caso in Italia, con sedimentate burocrazie, o sorde ed inamovibili oligarchie di potere, ma contro una mentalità che in qualche modo traversa tutta la società francese, e che viene da lontanissimo, da quella centralizzazione che l’assolutismo regale costruì per secoli, e che la rivoluzione repubblicana solo purificò nelle forme. Tanto per chiarire, il federalismo straccione che stiamo sperimentando in Italia, soprattutto da parte di quell’Italia de sinistra che tanto lo aveva demonizzato e che ha trasformato caratteristicamente la figura del sindaco in un caudillo (ogni tanto atteggiato a messia e capopopolo) con corte acclusa, nel paese transalpino si è manifestato solo con una timidissima – e guidata dall’alto – decentralizzazione che proprio ai livelli periferici ha trovato la più sorda ostilità. La sua sarà dunque soprattutto una battaglia culturale. Con pragmatismo probabilmente dovrà per forza appoggiarsi alla retorica di una citoyenneté ritoccata in senso moderato, depurata almeno in parte dell’elemento laicista-giacobino che da sempre tinge i richiami alla solidarietà e all’unità nazionale dentro i confini dell’esagono, e volta al recupero di quel milieu tradizionalista che ancora esiste e che non trova sbocchi politici se non nell’autodistruttivo richiamo nazionalista del brillante ed impresentabile Le Pen (e comunque, sia qui detto a scanso di equivoci, molto più presentabile di certi vezzeggiati trotzkisti del XXI secolo) o del più grigio e meno sulfureo De Villiers. Si tenga conto, ad esempio, del fatto che stiamo parlando di un paese dove viene dato per favorito il candidato della destra quando le ultime tornate elettorali hanno premiato massicciamente la sinistra; ciò significa la forza ancora tutta intatta del sentimento socialisteggiante della società transalpina.

Se Sarkozy sarà il nuovo presidente non lo sarà certo per qualche improvvisa voglia di liberalismo; sarà piuttosto il risultato delle aspettative dei francesi sui temi della sicurezza e della identità culturale. Ma tout se tient: parete nord o parete sud, l’importante è cominciare la scalata della montagna; dove Sarko dovrà per forza affrontare quei temi di libertà economica sui quali lo schietto candidato gollista ha finora opportunamente molto menato il can per l’aia, come si dice en Italie.

Europa-USA: l’inevitabile alleanza

In terra francese, la glaciazione della guerra fredda aveva questo di comodo: che, almeno a livello di pubblica opinione e di riflesso nell’arena politica, certe questioni culturali, come i legami tra la rivoluzione francese, e quindi tra la natura del moderno stato francese e dei suoi replicanti continentali, e il comunismo, e più in generale i totalitarismi, ampiamente dibattute fra gli studiosi, erano relegate a mere questioni accademiche. Ma fatta la breccia nel muro di Berlino e culturalmente in quello della priorità anticomunista, si ebbe agio di vedere la significativa prospettiva storica di quel boulevard che al Muro aveva portato e che quel baluardo per tanto tempo aveva nascosto al pubblico. La retorica laicista dell’esprit républicain, che politicamente signoreggiava incontrastata a destra e a manca nell’Hexagone, si trovò improvvisamente con un fianco scoperto; il varco pericoloso attraverso il quale le vecchie verità che già nell’Ottocento Taine e Tocqueville avevano rivelato nelle loro opere, ribadite all’inizio nel secolo scorso da un geniale ed eroico reazionario come Augustin Cochin, e infine assurte al rango di dignità accademica con i lavori revisionisti di Furet o di Chaunu, potevano finalmente acquisire un inedito peso politico. Ricondotti per così dire all’origine,  ritornavano a galla gli antagonismi tra la statolatria gallica e il liberalismo anglosassone, che la lunga emergenza dei pericoli totalitaristi aveva sopito. Che il crollo del comunismo potesse risolversi in una destabilizzante messa in discussione dei principi stessi della République del 14 luglio, tutto ciò venne istintivamente percepito dalla classe politica francese. Ecco allora che lo sganciamento progressivo dall’atlantismo, oltre che obbedire agli istinti profondi della Francia più retriva, diventava il modo per non fare i conti col passato: un problema interno, per l’ennesima volta, veniva dirottato fuori dei propri confini. Con un corollario di campi di propaganda politica di facile aratura intellettuale: la difesa delle conquiste sociali, un nuovo dinamismo nei territori della francophonie africana, le strizzate d’occhio all’antioccidentalismo no-global acrobaticamente accompagnate da forme pseudovirtuose di protezionismo economico.  Il socialgollismo di Chirac e De Villepin aveva una nuova parola d’ordine: l’Europe c’est moi. L’Europa villica degli ex paesi comunisti e i leader più consapevoli dell’atlantismo europeo speronarono questo primo tentativo, mentre l’Europa seriosa degli apparati si limitò ad un timidissimo rifiuto, con un progetto costituzionale che pure andava fin troppo incontro alle pulsioni antiliberali dei transalpini; e i francesi, con gran gaudio dei liberali, rifiutarono l’Europa.

Tutto questo mestare nel torbido, sempre latente nel mondo intellettuale e ora senza più freni inibitori anche nei corridoi della diplomazia in forza dell’avallo datogli dalla pianificata attitudine dal governo francese (alla faccia di chi parlava delle gaffes di Chirac), ha notevolmente alimentato il risorgere di sentimenti antiamericani anche in ambienti culturali e politici di dichiarato moderatismo. La carta dell’obsolescenza dell’alleanza atlantica giocata dapprima come ballon d’essai e poi sempre più scopertamente nel nome della riscoperta del sentimento identitario europeo, anche dalla sinistra originariamente e storicamente antieuropeista, doveva servire a dare dignità all’involuzione isolazionista e statalista dello stanco continente. L’antiamericanismo come collante negativo europeo trovò l’occasione per uscire ufficialmente allo scoperto con la guerra in Irak, appoggiandosi ad opinioni pubbliche narcotizzate da mezzo secolo di politiche estere dalle quali l’elemento bellico era stato rimosso, in quanto fornito per tacita intesa dagli USA, le cui forze militari hanno costituito a tutti gli effetti anche il braccio armato europeo nella lunga serie di guerre e guerricciole, combattute quasi sempre dentro il quadro della guerra fredda, che hanno insanguinato il mondo dalla fine del secondo conflitto mondiale.  La campana di vetro sotto la quale l’europeo ha vissuto pacificamente per sessant’anni è stato il risultato non della consapevolezza dell’inutilità dell’impegno bellico di cui si straparla ipocritamente nel nostro continente, ma dall’essere, in virtù della contrapposizione democrazia-comunismo e della deterrenza nucleare, l’occhio del ciclone pacifico attorno al quale ruotavano più o meno vorticosamente i venti di guerra nel resto del mondo. Come per un’arto da lungo tempo inutilizzato e in pericolo di atrofizzazione, i primi passi dell’opzione militare chiestaci ora apertamente e senza infingimenti lessicali dagli Stati Uniti – una specie di invito alla piena maturità dopo la lunga rieducazione democratica del dopoguerra, ma anche un’occasione, se le prefiche della sovranità limitata non avessero i paraocchi, di cogestione della pax americana – hanno provocato dolori lancinanti. Su questo trauma culturale contano coloro, e in primo luogo i reduci del marxismo, che vogliono trasformare l’Europa in una sorta d’Impero d’Oriente, dividendo il campo occidentale. Ma questa sindrome bizantina è strategicamente cieca e altro non porterà, nel miglior dei casi, che ad una lunga e dorata decadenza. E tuttavia questa volta Bisanzio non finirà, come nel passato, in bocca ai Turchi, cioè all’Islam, come qualcuno potrebbe credere: nel suo sfolgorio, il terrorismo globale dell’estremismo islamico è l’epifania di una malattia mortale che sta portando la civiltà fondata da Maometto alla tomba. No: il pericolo è un altro.

Il XXI secolo sarà un periodo di eccezionale sviluppo, foriero però anche di grossi problemi. Una sorta di replica, su scala mondiale questa volta, di quello che significò nel continente europeo – Russia compresa – per tutto il secolo XIX la vittoriosa cavalcata della democrazia e dello sviluppo economico seguito alla rivoluzione industriale; fenomeno contraddistinto da tendenze antireligiose, conati rivoluzionari, plebisciti, le cui deleterie conseguenze non sono state riassorbite completamente ancor oggi. E anche quando alla fine si giunse all’interno dei singoli stati, alcuni di nuovo conio, come l’Italia e la Germania, ad una relativa composizione delle forze in campo, si era ben lontani da quell’armonia ideale tra costumi e architettura costituzionale propria di una democrazia matura. In una nazione infatti, il trionfo della democrazia e della libertà accelerato da fattori esterni, maschera sempre le insufficienze delle proprie basi culturali e la propria insicurezza  con la pompa dei proclami, col nazionalismo (per tutto l’ottocento nell’Europa continentale il liberalismo andò a braccetto col nazionalismo), con la centralizzazione e l’invasività  dell’apparato amministrativo. Si videro insomma in quel secolo tutti gli sconquassi, senza contare quelli nascenti dal progresso economico, che dilaniano il corpo delle nazioni  quando il fattore dinamico, cosmopolita, progressivo della Zivilisation non riesce a trovare un modus vivendi proficuo col fattore statico, identitario, conservatore della Kultur, cioè quell’equilibrio pur nella continua trasformazione che permette una navigazione tranquilla e che porta molto lontano. Dal collasso liberale che ne seguì, nel XX secolo, avremmo dovuto apprendere che un paese che diventi una grande forza economica o militare senza sviluppare un’adeguata maturità democratica – che permetta di bruciare le proprie energie in un lavorio di continuo aggiustamento degli equilibri interni e di governo della richiesta crescente di libertà individuale – è fatalmente tentato da una politica di potenza, non solo strettamente militare, quando è squassato da rivolgimenti interni. Pensiamo solo alla Cina e ai problemi derivanti dalla proletarizzazione di decine, se non centinaia, di milioni di contadini inurbati, e da quelli derivanti da un progresso economico che non s’accompagna al miglioramento dei diritti dell’individuo. Chi ci rassicura che un regime disperato non faccia la sciocchezza di tentare di risolverli, atteggiandosi a vittima, con la sbornia nazionalistica della conquista di Taiwan? Ci saranno quattro o cinque giganti di questo tipo fra qualche decennio. Il Brasile, grande territorialmente come gli Stati Uniti e con una popolazione equivalente a 2/3 di quella del gemello nordamericano, non può dirsi ancora una democrazia stabile. La Russia semidemocratica e neozarista ha tutte le intenzioni – peraltro legittime – di giocare un ruolo a tutto campo e autonomo nella scena mondiale. E qui finisce l’Occidente cristiano in senso lato. E quindi solo in Europa e negli USA – col contorno del Canada, del Giappone, dell’Australia e della Nuova Zelanda – ci potranno essere condizioni riunite e stabili di ricchezza economica, potenza militare e solidità democratica. Solo l’unione di esse costituirà un deterrente sufficiente a garantire l’equilibrio e a sconsigliare avventure. Se l’Europa si tirerà indietro da questo suo compito storico, sarà condannata all’emarginazione e sarà, ben prima degli Stati Uniti, vittima dell’instabilità mondiale.