La piccola Germania

La supremazia economica della Germania in Europa è in genere grandemente esagerata. Basti pensare che il Pil complessivo di Italia e Spagna (che contano insieme 107 milioni di abitanti) è grosso modo uguale a quello del paese tedesco (che conta 83 milioni di abitanti). Si tratta senz’altro, comunque, di una supremazia relativa. Alla quale però non corrisponde, per generale consenso, un’adeguata capacità di leadership. Con questo non si vuol dire che i tedeschi abbiano avuto completamente torto nella loro intransigenza ragionieristica verso la Grecia scialacquatrice: meglio loro che i sovranisti monetari alle vongole o i teorici compulsivi di manovre economiche espansive anche in presenza di debiti pubblici astronomici. Tuttavia il caso greco andava oltre questo schema. Non era paragonabile a quelli degli altri (e sempre più numerosi) Piigs. Era il caso di un paese che aveva imboccato la strada del non ritorno: il delitto, per così dire, era già stato compiuto. Il vero problema, difficilissimo, che l’Europa aveva davanti era allora questo: com’era possibile imbarcarsi nel salvataggio e nella ricostruzione di un paese andando contro le regole che l’Europa si era data, ed indirettamente agire in modo ingiusto nei confronti di altri paesi che avevano fatto o stavano facendo grossi sacrifici pur di tirarsi fuori dai loro problemi, senza che ciò diventasse un precedente? In ogni caso bisognava avere il coraggio di prendere atto di un fatto che andava ormai al di là di considerazioni astrattamente moralistiche, senza per questo negare le ragioni di chi si lamentava.

Per questo gioco di prestigio ci voleva il carisma di una nazione avvezza a guidare altri popoli. La Germania ha invece preferito interpretare una parte in commedia, fors’anche la meno demagogica, ma non all’altezza della sua presunta leadership. Lo spirito tedesco sembra ancora incapace di andare oltre se stesso e di pensare in grande, forse per paura di cadere nella grandeur come le è sempre accaduto nel passato, e cioè in modo volgare, grossolanamente prevaricatore (mentre altri grandi paesi hanno spesso saputo prevaricare in modo sapiente): con la Grecia, infatti, non abbiamo visto all’opera il temuto Quarto Reich, ma la piccola Germania. Alla Germania la modernità, per un vasto concorso di precedenti storici, pare abbia riservato il ruolo di potenza anti-universalista. I miti della Gran Bretagna, degli Stati Uniti o della Francia, al contrario, hanno avuto una componente universalista e ciò li ha predisposti a simpatie generalizzate, anche se non sempre giustificate. Queste nazioni, infatti, si sono sempre proposte, più o meno ostentatamente, come veicoli e modelli di civilizzazione.

Qualcuno potrà dire – e non sbaglierà certo di molto – che i francesi sono in realtà il popolo più nazionalista d’Europa, e in generale si può sicuramente dire che questi afflati universalisti (liberali o democratici che dir si voglia) sono tutt’altro che disinteressati, e che spesso hanno coperto (come nell’Atene dell’antichità) aspirazioni imperialistiche. E’ tutto vero e io non sono certo tifoso della contrapposizione insanabile tra Zivilisation e Kultur. E tuttavia, per rimanere in ambito in senso lato germanico, persino l’Impero Asburgico, simbolo per eccellenza di temperata ma ostinata conservazione (ma cattolico, e quindi con una forte componente universalista), seppe emanare, in virtù anche di quella multi-etnicità che al tempo stesso lo fragilizzava , un fascino sovra-nazionale che resiste ancor oggi; e in un certo senso solo Vienna seppe essere per una stagione non tanto breve quella capitale cosmopolita irraggiatrice di cultura, alla stregua di Londra o Parigi, che il mondo propriamente tedesco non conobbe mai. Nella battaglia fra Zivilisation e Kultur (o meglio nella tensione, che può e deve essere feconda) alla Germania toccò invece il ruolo di diventare il campione della seconda; fatto che alla lunga ne ha ridotto la propria capacità di visione politica, anche in tempi in cui la sua democrazia sembra essere fra le più salde del continente.

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Quel sottile piacere del declino condiviso

Bisogna riconoscere che il raggelante dato negativo del Pil tedesco del secondo trimestre (-0,2%) è stato accolto in Italia con grande soddisfazione, con un vero e proprio sospiro di sollievo. Il fatto poi che la Francia sia tragicamente ferma al palo, e che gli altri paesi (almeno quelli della “vecchia” Europa) vadano sciaguratamente a passo di lumaca, ha ancor più galvanizzato il partito ormai ultra-maggioritario e anti-germanico della flessibilità. Si sono risentite pure quelle corbellerie anti-Kuloniane e filo-Abenomics del Berlusca (lo dico da berlusconiano) che nel giro di poco tempo son divenute moneta corrente anche fra i parrucconi dell’Italia civile, europea, responsabile e anti-berlusconiana. Renzi, non essendo un santo, ma un politico, ha preso subito la palla al balzo per rimarcare il fatto che la stagnazione economica è ormai un fenomeno europeo e che l’Italia in questo quadro non può più essere considerata un caso speciale. Insomma, ha detto una mezza verità, e, diciamo, forse anche più di mezza. Però anche questa subitanea eccitazione per i numeretti non sempre significativi delle variazioni trimestrali del Pil mi sembra una conferma della congenita inettitudine degli italiani per i ragionamenti semplici a base di cifre, anche quando vogliono fare i furbetti. Infatti, se si volesse difendere l’Italia dall’accusa di essere di gran lunga la pecora più nera del ricco Occidente ci sarebbero a disposizione i numeri ben più eloquenti del rapporto debito/Pil del 2013 di tanti nostri paesi amici che ci fanno la morale: USA 104%, UK 91%, Germania 78%, Francia 94%, Spagna 94%, Giappone 237%, Portogallo 129%, Canada 89%, Austria 74%, Belgio 102%, Paesi Bassi 75%, Irlanda 124%, Grecia 175%, ed Italia, appunto, 132%. In mezzo a tanti mostri il vecchio mostro italico ormai riesce perfino a non farsi troppo notare. Ecco del materiale un po’ più serio per della sana e patriottica demagogia.

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La lezione argentina

Un sistema calcio che è ormai visto come un modello in tutto il mondo, risanato nelle strutture materiali ed immateriali, negli stadi, nel tifo, nella classe dirigente; un sistema diventato ricco per i suoi profitti, non per la presenza di ricchi sfondati; un sistema opulento ma oculato, non scialacquatore; una federazione che lavora a lungo termine sui giovani; un sistema pronto ad aprirsi con duttilità all’apporto delle nuove leve della gioventù multietnica tedesca e a quello delle novità tattiche provenienti da fuori: la forza della Mannschaft del mondiale brasiliano era rappresentata anche da questo recente e fecondo retaggio, che andava a sommarsi alla tradizionale disciplina, alla consueta potenza atletica e alla sempre notevole qualità tecnica di base dei giocatori tedeschi. Eppure tutto questo non è bastato. La rasoiata di Messi ha silurato la corazzata germanica regalando all’Argentina il suo terzo alloro mondiale. Ma sarebbe ingiusto dire che a decidere tutto sia stato il caso o l’unghiata del campione. Il calcio è una metafora della vita. E la vita non è solo intelligenza e programmazione. Il calcio è anche fede. Una fede che supera tutti gli ostacoli. Che ti fa sputare sangue volentieri se c’è da sputare sangue, che esalta il tuo spirito di sacrificio, la tua volontà di non mollare mai, il tuo coraggio e la tua perseveranza, il tuo cameratismo, e quell’attenzione parossistica e tuttavia tanto naturale (perché è propria di chi “veglia”) che ti porta a riconoscere e a cogliere l’attimo segnato dal destino, com’è successo a Messi, mai come oggi il vero Messia del pallone. In una parola, il calcio è prima di tutto la “garra” tanto cara agli argentini e agli uruguagi: una grinta forgiata al fuoco della fede, un sacro furore.

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La CIA manda Angela nel pallone

L’importanza dei servizi segreti è in genere grandemente esagerata. Tutti i filosofi con la testa sulle spalle, come me per esempio, lo sanno istintivamente, senza neanche stimare necessario mettere in moto la ragione: il disgusto per le vane fatiche è anzi il primo segno della salute del vostro cervello. Un’altra cosa che menti limpide e forti non stimano necessario provare è il fatto che ci si spii volentieri anche tra alleati, giacché il tutto il mondo la gente pensa che fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio. Che in Germania abbiano pescato due piccioncini al soldo dei servizi segreti americani, un agente dei servizi segreti tedeschi e un funzionario del Ministero della Difesa; che queste due pedine possano essere solo la punta dell’iceberg di una rete di spioni al servizio degli USA in Germania; che gli americani potessero sentire cosa cinguettava la Merkel al telefono, magari al suo maritino; tutto questo non scuote affatto le nostre convinzioni. Tra uomini di mondo, ai vertici del mondo, son cose che si danno per scontate. Se nascono problemi c’è sempre modo d’intendersi a quattr’occhi. Che la Germania abbia espulso il capo degli 007 Usa a Berlino è perciò un fatto grave. Ciò significa che la Merkel ha voluto pagare un tributo all’indignazione di un’opinione pubblica istupidita dai media. Non credevo che Angela potesse giungere a questo punto, nonostante un politico viva sempre necessariamente in simbiosi con una certa dose d’opportunismo. Che il 7-1 inflitto dalla Mannschaft al Brasile le abbia dato alla testa, facendola sentire un po’ troppo in sintonia col popolo?

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La Germania di …Guardiola

Una nazionale ai mondiali di calcio è questo: una ventina di giocatori, undici dei quali vanno in campo, un allenatore, un gioco. Il resto sono bubbole per chiacchieroni. La grande Spagna degli ultimi anni è stata un’emanazione del Barcellona di Guardiola: il gioco e gran parte dei giocatori. Il gioco del Barcellona di Guardiola (e della Spagna) si basava essenzialmente sul pressing offensivo. Il pressing offensivo è il pressing applicato al momento del possesso di palla, cioè la logica della superiorità numerica applicata alla fase d’attacco. Il tiki-taka è essenzialmente l’effetto della superiorità numerica in fase offensiva, solo secondariamente l’effetto della proprietà di palleggio dei giocatori. Per avere una superiorità numerica costante bisogna trasformare idealmente la squadra in una specie di rete a strascico che viaggia compattissima su e giù per il campo, e quindi questo tipo di gioco comprende anche la fase difensiva del pressing. Non occorre correre tanto, occorre correre bene, insieme. Quando la squadra corre bene corre in modo più produttivo e fa meno fatica e “arriva sempre prima sul pallone”.

La versione originale del pressing difensivo fu quella del Milan di Sacchi. Sacchi s’ispirò alle squadre olandesi e belghe degli anni settanta e ottanta, il grande Ajax di Michels in primis naturalmente, ma anche al Goteborg di Eriksson che nel 1982 vinse a sorpresa la Coppa Uefa. Era un pressing difensivo (cioè tipicamente “italiano”, come capì istintivamente il madridista Valdano): il fatto che il Milan di Sacchi schiacciasse sistematicamente gli avversari nella loro metà campo derivava dal fatto che questi ultimi non sapevano letteralmente che pesci prendere. Il Porto di Mourinho e il Valencia di Benitez s’ispirarono al Milan di Sacchi. Fondamentalmente il pressing difensivo (di squadra; ripeto: di squadra) è stato il segreto di squadre come Cile, Costa Rica e Messico che hanno figurato bene in questo mondiale.

La versione originale del pressing offensivo fu quella del grande Ajax di Van Gaal. Una versione parziale e “contropiedistica”, tutta in velocità, del pressing offensivo la fece vedere la grande Dinamo Kiev di Lobanovsky (e l’Urss dello stesso Lobanovsky); una variante recente del pressing offensivo “contropiedistico” è stata quella del magnifico Zenit San Pietroburgo di Advocaat. Il Barcellona di Guardiola portò alla perfezione questo tipo di gioco. Il declino del Barcellona (cioè del suo gioco) è coinciso col declino del gioco della Spagna. E’ il Bayern di Guardiola ad aver trasformato la noiosa Germania di Loew in una squadra di palleggiatori grazie alla ricerca della superiorità numerica, anche se il gioco della Germania è molto inferiore a quello della grande Spagna di Del Bosque (cioè di Guardiola). E’ il gioco della Germania di …Guardiola che ha schiantato il Brasile senz’arte né parte di Scolari. L’assenza di Thiago Silva e di Neymar è solo un dettaglio. Ma voi, cari italiani, continuate pure a credere il contrario. Cioè a non capirci niente, e a chiacchierare all’infinito.

P.S. Qualcuno mi dirà: “Ma il Bayern di Guardiola è stato schiantato dal Real Madrid di Ancelotti”. Bravi! Continuate così, a giudicare le squadre solo dalle vittorie o dalle sconfitte, cioè dall’ultima delle vittorie o dall’ultima delle sconfitte. Il Real Madrid di Ancelotti gioca male. Solo un cieco non se ne accorge.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (145)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

STEFANO RODOTA’ 23/09/2013 All’ex candidato alla presidenza della repubblica dei grillini era uscita di bocca l’altro giorno una frase piuttosto infelice, certo non chiarissima. Aveva detto, Rodotà, che gli inviti contenuti in una lettera delle nuove Brigate Rosse al Movimento No Tav a «fare uno scatto-politico organizzativo» erano «deprecabili, ma comprensibili e non devono contribuire a derubricare la realizzazione dell’opera a una mera questione di ordine pubblico». Da destra naturalmente era partita una grandinata di critiche e di reazioni indignate, ma anche dal resto del mondo politico non erano mancate censure. Investito dalla bufera, Rodotà ha poi rettificato, spiegando in sostanza che con quel «comprensibili» intendeva dire «prevedibili» o «niente affatto sorprendenti», come d’altra parte non poteva non essere immediatamente chiaro a tutte le persone non del tutto disoneste. Rodotà perciò era indignato a sua volta. Ma il chiaro giurista non ha nemmeno atteso le controrepliche. Senza dimostrare un minimo di comprensione, ha annunciato querele per quell’angioletto di Alfano e per le perfide gazzette berlusconiane, neanche fossero peggio dei brigatisti.

DAS PORZELLUM 24/09/2013 La conseguenza più divertente della grande vittoria di Merkel (ossia della Kulona, per parlare come Dio comanda) è che al Bundestag la sinistra ha la maggioranza. Il fatto è così strabiliante che per pudore non se ne parla affatto. Per adesso. Certo, non è una maggioranza “di governo”, però il pasticcio sembra fatto apposta per scuotere certezze teutoniche ed indurre in tentazione anche gente notoriamente molto più seria di noi. La “destra” nel suo complesso ha ottenuto il 51% dei voti, ma la soglia di sbarramento del 5% ha precluso per un pelo ai liberali e ai novellini dell’AfD (non una formazione di esaltati grillini, ma un partito conservatore anti-euro) l’entrata in parlamento; la destra “di governo” (cristiano-democratici e liberali) ha preso il 46,3%; la sinistra (SPD-Verdi-Linke) ha preso complessivamente il 42,7%; la sinistra “di governo” (socialdemocratici e verdi) il 34,1%; il restante 6,3% è andato disperso tra i partitini. Risultato: la destra ha 311 seggi, la sinistra 319. Sulla carta vi sono, teoricamente, tre possibili maggioranze: Union (CDU-CSU) + SPD, 503 seggi; Union + Verdi, 375 seggi; SPD + Verdi + Linke, 319 seggi (tre seggi appena sopra la maggioranza assoluta). Per noi italiani, e soprattutto per noi berlusconiani, il risultato è perfetto. In primo luogo è istruttivo: quest’esito beffardo dimostra con palpabile evidenza che ogni sistema elettorale ha un certo grado di porcellaggine. In secondo luogo per Angie adesso son cavoli amari: dovrà governare con un pezzo di sinistra, senza dispiacere troppo ai ruspanti compagni di strada della CSU. Insomma, sarà la destra a guidare il governo, ma l’Angela azzoppata sui dossier europei dovrà limitare la sua intransigenza. Naturalmente al Giornale e a Libero non hanno capito una mazza. E si sono subito strappati i capelli. A parte Aguirre-der-Zorn-Gottes Sallusti, s’intende.

[RISPOSTA AD UN COMMENTO: Guido dalla Germania sta in Germania, evidentemente, ma evidentemente gli sono rimasti i bollenti spiriti italiani, sennò capirebbe che l’orrido Zamarion non crede affatto al grande complotto dei Nibelungi contro i Mediterranei. Tanto che Zamarion preferisce una vittoria della Merkel piuttosto che quella dei socialdemocratici, nonostante tutto. Se Zamarion fosse cittadino tedesco le sue simpatie andrebbero alla CSU bavarese e forse anche alla Adf più ancora che alla CDU. Costoro sono proprio i campioni della Germania rigorista e “anti-mediterranea”. Tuttavia nei loro discorsi in mezzo a molte verità c’è una buona dose di fariseismo, come sempre succede in politica. E sbagliato è anche il sentimento anti-tedesco o anti-Merkel della destra italiana, che io pure voto. Io sono favorevole all’austerità, ma non a questa austerità. E spero che la mezza vittoria della Kulona possa portare il nuovo governo tedesco ad interpretarla con più elasticità, visione e pragmatismo, ma non certo per appoggiare nuove e disastrose manovre espansive fondate sui debiti.]

MATTEO COLANNINO 25/09/2013 Matteo è da cinque anni in politica ma è come se non ci fosse mai entrato. Oppure è come se nel palazzo della politica ci vivesse da sempre, da discreto funzionario di primissima fascia. Di lui non si ricorda una frase fuori posto, una dura presa di posizione, una qualche idea generosa, feconda e cazzuta sul futuro del suo partito e del suo paese. Niente di niente. Parla come un editorialista de “Il Sole 24 Ore”, ostentando da bravo scolaretto garbata serietà, senso di responsabilità, forte consapevolezza, e tutte le altre pose imparate alla vacua scuola della seriosità, che per sua sfortuna ha frequentato ad alti livelli sin dalla giovinezza, e che lo ha quasi portato alla mummificazione. Infatti Matteo è stato Presidente dei Giovani Industriali di Mantova; Presidente nazionale dei Giovani Industriali di Confindustria; Consigliere de “Il Sole 24 Ore”; Vice Presidente di Confindustria; Vice Presidente della Confederazione Europea dei Giovani Imprenditori; Vice Presidente della Banca Popolare di Mantova; ed è Vice Presidente e Amministratore Delegato di Omniaholding, l’holding di famiglia. La politica ha riconosciuto subito il suo talento particolare: e infatti dal 2008 Matteo è membro della Segreteria Nazionale del Partito Democratico e Responsabile delle Politiche Economiche, e dal 2009 è membro della Direzione Nazionale del Partito Democratico. Una carriera notevolissima, insomma, percorsa con la compostezza esemplare di un soprammobile.

PAOLO SORRENTINO 26/09/2013 Io che ho l’animo magnanimo del filosofo mi son sempre immaginato che il grande artista guardasse agli accidenti della carriera – fiaschi e successi – nel migliore dei casi con sereno e a volte divertito distacco; oppure, più amaramente, con superiore disprezzo; nel peggiore dei casi con falsa indifferenza; ma in ogni caso facendo intendere di saper ben distinguere tra sacro e profano. Alla notizia che il suo film “La grande bellezza” è stato scelto per rappresentare l’Italia alla selezione del Premio Oscar per il miglior film non in lingua inglese, il regista del “Divo”, invece, non solo ha espresso la sua legittima soddisfazione ma si è anche mostrato prontissimo alla grande lotta per la vittoria: «Adesso ci impegneremo a fare tutto il possibile per ottenere il risultato. So che è una strada lunga e difficile, ma faremo di tutto: proiezioni, cene e promozioni». Così ha detto, sopraffatto da un’ambizione meschina. Eppure, per lunghi anni il cinema “progressista” schifò le liturgie losangeline. Adesso per la fregola della statuetta ha perso perfino il pudore. Dio, che mezze seghe.

CASA BUITONI 27/09/2013 Devo ancora capire se nel rispondere alle petulanti domande dell’intervistatore della “Zanzara” Guido Barilla sia stato schietto perché coraggioso, o schietto perché allocco. Fatto sta che il poveretto è stato travolto da una gragnuola di tartufesche reprimende arrivate da mezzo mondo. La faccenda è istruttiva, perché l’imprenditore non è intervenuto di sua spontanea volontà nel dibattito sui diritti LGBTQWXZKRHS, cosa in sé peraltro perfettamente legittima, ma ha avuta la buona creanza, non apprezzata dai pasdaran dei diritti umani, di rispondere a delle precise domande. Tra le quali: «Farete mai uno spot con una famiglia gay?» L’eroico ed ignaro Guido, perfino di buon umore, ha detto chiaramente di no, che l’immagine dell’azienda è tradizionalista, che quella è la loro cultura, e che quindi continueremo a vedere quei loro terribili spot oleografici e zuccherosi. Poi, pungolato dal conduttore, ha esposto alcune sue opinioni personali, peraltro non lontane da quelle di un cattolico liberal. Ora, spaventato dalle possibili sanzioni economiche dell’ONU, ha già chiesto scusa. Anche perché ha scoperto improvvisamente con noi, senza averne mai avuto prima il sentore, che a Casa Buitoni «c’è posto per tutti». Per adesso solo su Facebook, a mo’ di pallone sonda, perché prima di invitarlo veramente, alla Buitoni vogliono assicurarsi che il gay in casa sia un investimento sicuro. Sennò, col piffero che lo vedremo gustarsi il saccoccio alla cacciatora insieme al partner.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (86)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

DEODATO SCANDEREBECH 06/08/2012 Fabio Granata aveva appena buttato sul tavolo la proposta di un’alleanza politica tra Futuro e Libertà e l’Italia dei Valori. Con Fini candidato premier, naturalmente. Naturalmente. E voi avevate pensato: questi di Fli sono andati fuori di testa. Avevate ragione, ma non sospettavate nemmeno voi quanto. In fondo quella del parlamentare siciliano era un moto di follia schietto, furioso, riconoscibile: insomma, non del tutto morboso. Perché poi a tambur battente è arrivata la vera pazzia, quella cerebrale, tranquilla, cattedratica del deputato Scanderebech, il quale ci avvertiva che Futuro e Libertà non era in ferie, ma stava lavorando intensamente «per costruire la coalizione di responsabilità nazionale che comprende Udc, Fli, Lista Civica membri Governo, lista Montezemolo e lista ex Pdl (…) che sarà il vero contenitore dei moderati, riformisti, cattolici e liberali di matrice patriottica ed europea che si ispira in pieno nel Ppe.» E tra le cui file, supponiamo, troveremo nomi illustri della società civile, capitani d’industria, teste d’uovo, il meglio del meglio della penisola. Un partitone. Una cosa non capiamo: se si tratti dello stesso colosso che Casini, dopo le elezioni, offrirà graziosamente in dono come cagnetto di compagnia alla sinistra di Bersani e Vendola.

IL CRUCCO 07/08/2012 Gli italiani ce l’hanno coi tedeschi, con la loro tetragona durezza, e sembra quasi di sentirli dire: «Eccoli qua, i crucchi. Sempre la solita razza.» Ed è qui che sbagliano i figli del belpaese. E’ vero il contrario. I crucchi, infatti, non sono più quelli di una volta: stupidotti, ma metodici, lineari, coerenti. E’ già da un bel pezzo che fanno gli scansafatiche e vanno troppo in vacanza. Il risultato è che adesso si portano appresso una bella faccia di bronzo. E’ solo questione di tempo, ma verrà il giorno che si gratteranno le palle in pubblico, pure loro. Prendete la crisi europea. Tutti s’accusano vicendevolmente. Qualcuno avrà più ragione dell’altro, non lo metto in dubbio, ma un ragionamento che fila non lo trovi manco per miracolo. In Italia, per esempio, va di moda ultimamente sparare contro la cecità ragionieristica dei tecnocrati europei, insensibili alla superiore intelligenza delle soluzioni politiche. Molti di questi pistoleros salutarono con gioia la soluzione tecnocratica in casa nostra qualche mese fa: la «supremazia della politica», allora, era solo un ignobile pretesto per preservare la corruzione e l’incompetenza. E i tedeschi? I tedeschi fanno lo stesso, quei lazzaroni. Una loro creatura, il commissario alle cose italiche Mario Monti, in un’intervista a Der Spiegel auspica, per salvare l’Europa dalla disintegrazione, «un proprio spazio di manovra» per i governi, sottratto al controllo occhiuto dei parlamenti; e loro lo massacrano, parlando di «attacco alla democrazia»: i tedeschi, dicono indignati, non hanno nessuna intenzione di abrogare la loro democrazia per pagare i debiti italiani. Peccato che il commissariamento delle porcilaie mediterranee l’abbiano preteso loro, sempre per superiori ragioni morali, facendosene un baffo dei parlamenti eletti. Chi di commissariamento ferisce, di commissariamento perisce, cari i miei testoni. Senza contare che con questa storia dei debiti avete rotto il kaiser a tutti. Se un marziano, un onesto marziano senza grilli per la testa sbarcasse in Deutschland in questi giorni, immaginerebbe senza fallo che i debiti degli italiani siano dieci o venti volte superiori a quelli dei tedeschi. Per parlare del solo debito pubblico, e senza contare i trucchetti contabili, il debito tedesco in percentuale sul Pil equivale a circa il settanta per cento del mostruoso debito italiano. Fossi un tedesco, mi sparerei per la vergogna.

DER SPIEGEL 08/08/2012 L’autorevolissima testata giornalistica tedesca stila la lista dei 10 più pericolosi leader europei. Nove sono di “destra”. Uno solo di sinistra. In compenso è greco. C’è naturalmente l’intramontabile Berlusca a tener alto il nome dell’Italia. Essendo un giornale ultrademocratico, Der Spiegel guarda pure in casa sua, dove trova ben due felloni: il segretario generale della Csu, il bavarese Alexander Dobrindt, quello che l’altro ieri, furioso con Monti, ha detto che «i tedeschi non hanno nessuna intenzione di abrogare la loro democrazia per pagare i debiti italiani» e il suo compagno di partito e ministro delle finanze bavarese Markus Soeder, quello che tempo fa voleva dare una “lezione” alla Grecia. A me questa razza terragna, villica e linguacciuta dei conservatori bavaresi è sempre stata simpatica, fin dai tempi di Franz Josef Strauss. Fra tutte le razze politiche teutoniche è quella più schiettamente, superficialmente, ingenuamente e quindi meno pericolosamente populista. S’incazza, ma poi ragiona. Sono i media comunisti che mettono zizzania tra loro e i berlusconiani e impediscono ai nostri eroi di capire che sono fatti gli uni per gli altri. Lo prova proprio Der Spiegel, al quale fanno ugualmente orrore, gli uni e gli altri.

ELSA FORNERO 09/08/2012 «C’è una questione di identità di una classe operaia che viene messa a rischio e occorre ridare dignità a questa classe», dice il Ministro del Lavoro, signora Elsa Fornero. Per ben cominciare, Fornero, io suggerirei di mandare in soffitta certe grigie, tristissime espressioni come «classe operaia», che fa pensare ad una mandria di buoi da portare al pascolo o ad una ciurma di galeotti sulla via dei lavori forzati, e che l’operaio accettava un tempo quando essa identificava l’eletto e infinocchiato popolo cui in eredità sarebbe andata la terra promessa illuminata dal sol dell’avvenire. Di quella robaccia forte è rimasta solo la feccia sul fondo della bottiglia, un paternalismo da nobiluccio dei tempi dello Zar, quando con le migliori intenzioni apriva il suo magnanimo cuore ai servi della gleba e ai mugicchi di Santa Madre Russia.

(Rispondendo ad un commento) Unfortunately, my dear, the working class is not exactly our “classe operaia”. It’s a broader and less sectarian concept. Da noi “classe operaia” profuma ancora di marxismo, di politica, di “lotta di classe”, di greggi portate in piazza, ed è appunto per questo che ha perso la sua dignità, che fa piangere, che fa ridere. Forse il prestigio e l’orgoglio della “classe lavoratrice” sarebbero molto più alti, se anche da noi avessimo avuto un partito socialdemocratico, e non un partito comunista. Ma per diventare realmente socialdemocratica la sinistra italiana avrebbe dovuto fare i conti con la storia, e passare attraverso una conversione morale, che non c’è mai stata.

NICOLE MINETTI 10/08/2012 Ci voleva tutta la cecità degli antiberlusconiani per trasformare questa signorina in una malafemmina. Una diavolessa, si suppone, qualche brivido luciferino dovrebbe pur dartelo, e invece Nicole è proprio il tipo di donna che non ti fa sognare, una femmina stuzzicante quanto una bella mela di plastica, e per il resto intrigante quanto il Tuca Tuca. In spiaggia a Miami si è messa a leggere “Cinquanta sfumature di grigio”, il mattone pornosoft dell’anno, divorato da legioni di babbei in tutto il mondo. L’avrà sentito come un dovere. E pensare che era in vacanza. Ma Nicole, qui ci vuole un colpo d’ala, una boccata d’aria fresca, una sciocchezza da bambina, o almeno una trasgressione vera!