Articoli Giornalettismo, Italia

Il paese mafioso della legalità

Strano fenomeno: in nessun paese del mondo la retorica della legalità – da decenni ormai – ha tanto successo come in Italia, e viene fatta propria da istituzioni, partiti, associazioni, enti, media, da tutti gli strati della società; allo stesso tempo, però, in nessun paese del mondo è tanto diffusa la sensazione che le mafie – suggestivamente al plurale – si stiano infiltrando sempre più estesamente dentro gli strati tutti di questa società. Altro strano fenomeno, ma parallelo: sono più di vent’anni che la nostra magistratura continua «a rivoltare l’Italia come un calzino per sradicare la corruzione dalla pubblica amministrazione»; eppure le radici della corruzione sembrano ricrescere più forti e tenaci che mai ogniqualvolta vengano strappate. Ci si aggira in una cacofonia plumbea; la mole immensa e farraginosa dei materiali processuali più che avvicinarci alla verità sembra addensare ogni giorno nuove ombre anche su quello che pareva accertato; e si ha come l’impressione di vivere in un paese di invasati, incapace di guardare con equilibrio dentro se stesso.

Ciò è dovuto a due ragioni, strettamente collegate fra loro. La prima è che il partito della legalità è tutt’altro che innocente; non nasce da disinteressato civismo, ma da interessi politici, o da motivazioni ideologiche. La seconda è che proprio quella magistratura che ostenta maggior protagonismo nella lotta ai fenomeni corruttivi, non solo non costituisce un esempio d’indipendenza, ma al contrario si muove su solchi già tracciati da qualcun altro. Dagli anni settanta in poi tutte le grandi inchieste giudiziarie sulla corruzione sono state precedute dall’attività febbrile della propaganda politica e delle inchieste giornalistiche, e dalla pubblicazione di libri. Tutto questo incessante lavorio, basato in genere su mezze verità, cioè su mezze menzogne, arbitrariamente messe insieme, è servito per scrivere in anticipo i vari capitoletti della storia dell’Italia repubblicana secondo il verbo dei seguaci della questione morale; sorta di messianismo politico la cui tesi di fondo è che l’Italia è un paese antropologicamente criminale e cripto-fascista fatto salvo un resto di buoni, di onesti e di democratici, destinato un giorno a guidare un paese purificato e rigenerato.

La magistratura entra sempre in azione dopo che ogni capitoletto di questa storia di regime sotto false spoglie democratiche si sedimenta per benino, ancorché infarcito di bubbole spaziali o di galattiche esagerazioni, nel cervello del popolo: non prima, perché sennò il rischio di cadere nel ridicolo agli occhi dell’opinione pubblica è troppo forte. Il compito della magistratura ha perciò qualcosa di sacerdotale, come ben si addice allo spirito settario: è quello di sacralizzare con le sentenze le superstizioni dogmatiche dei cultori della legalità.

Dove possono finire la misura, il discernimento, l’esatta valutazione della natura, della gravità e della vastità dei fenomeni corruttivi in tale contesto, se non nel novero delle cose inutili e fors’anche sospettabili di connivenza? E come può un paese fare un vero esame di coscienza, capire con chiarezza quali sono i suoi problemi, il suo posto e i suoi interessi nel mondo, se è costretto da queste legioni di guardiani della rivoluzione ad essere continuamente sospeso tra l’autoflagellazione e la voglia di ghigliottina?

Ecco perché, allora, la vera battaglia che attende chi ha ancora la testa sulle spalle, chi ha ancora conservati intatti la propria indipendenza di giudizio e perfino il proprio senso dell’umorismo, è quella contro l’isteria generalizzata di un paese che in questa agitazione farsesca e cieca sta perdendo ormai anche il puro e semplice istinto di autoconservazione.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

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La Meglio Italia e gli Angeli del Fango

E’ bastato poco alla Meglio Italia per incapricciarsi degli spalatori di Genova, i cosiddetti Angeli del Fango: appena il tempo di capire che avrebbe potuto per l’ennesima volta sbandierare spudoratamente la propria diversità morale dal resto della ciurma italica stringendosi idealmente attorno (con stravaganti adulazioni) ai ragazzotti con la pala, alcuni dei quali (ho detto alcuni, non arrabbiatevi) (ma volevo dire molti, arrabbiatevi pure) animati sicuramente più da protagonismo che da spirito di abnegazione. La meglio gioventù, che vede non a caso alcuni dei suoi protagonisti arruolarsi tra gli angeli del fango della Firenze alluvionata del 1966, è, prima di tutto, un film che rappresenta al meglio, proprio perché inconsapevolmente, una malattia nazionale, la più grave dell’Italia repubblicana: un fariseismo di massa che oggi imperversa ormai anche nei più sciocchi e leggeri programmi televisivi. Che diceva, pregando tra sé, il fariseo della famosa parabola tratta dal Vangelo secondo Luca? «O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano.» Dopo decenni di velenosa predicazione, quest’attitudine, declinata in mille modi diversi, dai più sottili ai più grossolani, sembra aver contagiato tutti, tanto che non si capisce come ci possa essere in giro ancora qualche ladro o pubblicano da stigmatizzare. Ma il problema non si pone: c’è sempre un fariseo meglio fariseo di te che ti dà del pubblicano. E’ lo stadio zero della società civile e della politica, quando non ci sono più né l’una né l’altra.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Italia

Una grande ombra di menzogna

«Siamo [noi “lealisti”, NdZ] quelli che si rifiutano di accettare che 20 anni di nostra storia, di passione, di idee, di coinvolgimento di milioni di italiani attorno a Berlusconi possano essere raccontati come un romanzo criminale.» Raffaele Fitto ha perfettamente ragione. E’ questo il nocciolo della questione. Tuttavia quelli fra i “lealisti”, della politica o dei media, che giurano di «non voler morire democristiani» o si disperano del fatto che a loro «toccherà morire democristiani» fanno lo stesso errore deprecato da Fitto. Sono degli ingenui che parlano il linguaggio della sinistra.

Sono parole, quelle sui democristiani, che implicano un’adesione (ancorché involontaria) alla vulgata sulla storia dell’Italia repubblicana che la propaganda di sinistra ha diffuso nel paese per decenni. Dirle significa veramente «raccontare i 40 e passa anni della Dc come un romanzo criminale». Alla Dc la storia aveva affidato un compito: rappresentare l’elettorato conservatore italiano. La storia della Dc non è quella di un lungo romanzo criminale, ma quello di un lento e progressivo suicidio politico-culturale e di una lenta e progressiva diserzione dal proprio elettorato, e quella di una lenta e progressiva resa. I democristiani sopravvissuti a Mani Pulite, in genere, non sono mai guariti dal risentimento verso chi li aveva salvati, Berlusconi, perché quel dilettante salvandoli li aveva umiliati, dimostrando loro, sedicenti professionisti, che la sconfitta non era scontata, e che c’era tutto un elettorato da recuperare, quello che loro per viltà avevano abbandonato. E’ questo risentimento che li spinge di nuovo a piegarsi all’aggressività della sinistra post-comunista ma sempre-giacobina e a sposare l’antiberlusconismo. Il vero “orgoglio democristiano” perciò non può essere antiberlusconiano. Se lo è nasconde una resa.

Non fu un romanzo criminale neanche il decennio craxiano, naturalmente. Non lo è stato il ventennio berlusconiano. Ma fino a quando la sinistra italiana non farà i conti con la propria storia, la storia degli avversari politici sarà sempre e necessariamente quella di un romanzo criminale: la Dc era criptofascista e corrotta; il berlusconismo pure; il nuovo centrodestra, se non rinnegherà Berlusconi, pure: corrotto e criptoberlusconiano, ossia criptofascista. E’ una grande ombra di menzogna che confonde le menti e storpia il linguaggio. Cerchiamo perciò di non essere fessi. In politica le parole sbagliate hanno spesso gli stessi effetti del fuoco amico.

Articoli Giornalettismo

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (122)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

PAOLO FLORES D’ARCAIS 15/04/2013 Per il teorico dell’homo democraticus contrapposto all’homo caimanicus, i dieci candidati al Quirinale scelti dal M5S sono «in schiacciante maggioranza adamantini nel loro essersi costantemente opposti al regime di Berlusconi che calpestava la Costituzione repubblicana». Lasciamo da parte il capo della tribù vaffanculista e mettiamo in fila gli altri nomi di questa lista: Romano Prodi, Emma Bonino, Gustavo Zagrebelsky, Gian Carlo Caselli, Ferdinando Imposimato, Stefano Rodotà, Milena Gabanelli, Gino Strada e Dario Fo. Non sembra che abbiano patito molto durante la ventennale opposizione al regime. Non si direbbe che siano vissuti nelle catacombe. Non si direbbe che non abbiano fatto carriera. Sono riveriti, spesso osannati e premiati. Alcuni, misteriosamente, passano per geni, o eroi. E se li discutete correte il rischio di essere incasellati nella sottospecie caimanica. La comica ortodossia di questa lista in fondo ci dice tre cose: che un regime in effetti forse c’è; che la sua propaganda c’è di sicuro; e che i militanti grillini sono tra le truppe più fedeli al verbo.

MATTEO RENZI 16/04/2013 La popolarità del sindaco di Firenze finora è stata l’espressione di un’energica e giovanilistica somma di incongruenze rimaste a mezz’aria, vaporose ma accattivanti. Ma quanto potrà durare ancora l’incantesimo? Per la realtà italiana, e anche per molta di quella europea, Matteo il liberal non è di sinistra ma si è messo in testa di farla sua. Allo stesso tempo, nel suo tentativo di scalata ai vertici del suo partito, Matteo il rottamatore usa l’arma della retorica anti-casta come il più forsennato dei grillini. Il primo Matteo non ha mai superato la diffidenza del popolo di sinistra; il secondo Matteo non supererà mai la diffidenza del popolo non di sinistra, nel caso dovesse mettersi in proprio. Non vorrei che Renzi finisse per ricalcare le orme ingloriose di quei centristi famosi in vita come maestri di tattica, ma morti politicamente col cappello da somaro in testa. Quelli restavano in mezzo non dicendo un bel nulla, lui fa lo stesso sparandole grosse.

L’UTILE IDIOTA LIBERTARIO 17/04/2013 Fra tutti i libertari-liberisti che l’orbe terraqueo conosca quello italiano è il più compreso dei suoi sacri doveri. Non ci sono limiti alla sua furiosa intransigenza. Anche se non lo sa, questo fanatico della libertà non si è mai liberato dei suoi geni giacobini. Perciò crede ancora nella rivoluzione e nella palingenesi, nonostante abbia letto Hayek, e nonostante la rivoluzione e i rivoluzionari amino alla follia lo stato, lo statalismo e, quando sono al potere, anche lo stato di polizia. Ciò lo predispone a diventare un utile idiota. C’è sempre infatti qualche sottile parentela intellettuale tra l’utile idiota e il suo padrone. Anche se noi per comodità diciamo che è solo un cretino. Ergo, in un momento di profondo sconforto, nella folle speranza che da un azzeramento totale possa germogliare il bene, il libertario italiano è capace di votare anche per il Movimento Cinque Stelle. Qualcuno l’ha fatto. Dovete capirlo, era ormai fuori di testa. Il colpo decisivo glielo aveva dato Milena Gabanelli, con la sua proposta orwelliana di abolire il contante. Da un annetto l’esaltata ficcanaso di Report era per lui l’icona del Male Totalitario. Il Maligno nella sua spietata impudenza ha voluto ora che i militanti grillini scegliessero proprio la Diavolessa come primo candidato alla Presidenza della Repubblica. Così sembra agli stolti, almeno. Perché in realtà a volerlo è stato un Dio con questo babbeo perfino troppo misericordioso, un Dio che punisce chi vuole correggere e salvare dalla definitiva perdizione.

IL CONTROCONCERTONE DEL PRIMO MAGGIO 18/04/2013 Quando una setta diventa troppo potente entrarci non è più un affare, anche se a volte diventa un obbligo. In una setta si entra per distinguersi, per fare massa critica insieme ad altri compagni di avventura al fine di intimidire la società e scalarne i vertici. Ma quando il potere di questa setta si ramifica troppo, prima cominciano a scarseggiare i posti di primo piano a disposizione, e poi, via via, quelli di secondo, di terzo e di quarto. Insomma, per molti di questi settari il destino è di ritornare nella società dalla quale sono venuti, almeno dal punto di vista del posto in classifica, nonostante il distintivo. Ciò genera un plebe di settari scontenti che porta alla formazione di una setta all’interno di una setta: ne sono protagonisti loro stessi, e coloro che già molto in alto in classifica si servono di questa nuova massa critica di settari interni alla grande setta per scalzarne dal podio i capi. Questo è un discorso serio. Ma vale anche per le stronzate. Pensate alla sinistra e alla musica in Italia. La sinistra dopo decenni è riuscita a conquistare quella micidiale mattonata del Festival di Sanremo, che di colpo ha acquistato agli occhi dei media compiacenti una dignità culturale prima sconosciuta. La sinistra è da sempre padrona anche di quella micidiale mattonata del Concertone del Primo Maggio, il festival della musica responsabile, consapevole e socialmente utile, che da sempre ha avuto agli occhi dei media compiacenti una dignità culturale inversamente proporzionale alla sua tediosa pochezza. Tutta questa abbondanza è problematica per quegli artisti che vogliono restare, o diventare, delle vere icone della società civile, ossia della sinistra. E’ per questo che è nato il ControConcertone del Primo Maggio da tenersi nella città martire di Taranto. Quello sarà il Vero Festival della musica responsabile, consapevole e socialmente utile. Chi l’ha organizzato, l’attore Michele Riondino, figlio della città martire, del Concertone ha detto velenoso: «E’ un Sanremo di sinistra». Luca Barbarossa e Fiorella Mannoia, veterani dei festival, hanno già aderito dall’alto della loro esperienza. Comunque, una cosa è sicura: sarà la solita sbobba.

IL POPOLO DEMOCRATICO 19/04/2013 Può anche darsi che il Partito Democratico faccia ridere, ma siamo proprio lontano dalla verità se diciamo che è lo specchio di un Popolo Democratico alquanto fantozziano? Converrete che vedere ieri davanti a Montecitorio una signora bruciare la propria tessera del Pd per protestare contro la scelta del Pd di votare un esponente del Pd alla presidenza della repubblica è stato piuttosto spassoso. Si tratta pur sempre di un compagno democratico, mica di un impresentabile o di un lestofante. Ma agli occhi della scalpitante base democratica l’ottantenne democratico Franco Marini ha due grandi colpe: 1) essere un vecchio arnese democristiano; 2) avere avuto il placet del Caimano. L’onesto popolo democratico gli preferisce invece un fanciullo ottantenne di nome Stefano Rodotà, i cui meriti sono due: 1) essere un vecchio arnese radicale, indipendente di sinistra (ossia comunista senza etichetta), comunista, pidiessino, oggi molto vicino agli esaltati patrioti costituzionali di Libertà e Giustizia, il tempio dell’antiberlusconismo più puro; 2) avere avuto il placet di Grillo. Con questo pedigree Rodotà è per definizione un personaggio di indiscutibile caratura morale e intellettuale, e come tale è naturalmente un simbolo di indipendenza. E’ per questo che in Italia tutte le personalità capaci ed indipendenti sono di sinistra. Il popolo democratico, compreso quello ultra-democratico alla sua sinistra, se le canta e se le suona da decenni: oggi è talmente suonato che non riesce a vedere al di là del proprio naso.

Italia

Cosa significa il rigetto di Prodi da parte della sinistra

La sinistra prima ha bocciato Marini, un esponente del Pd, anzi un fondatore del Pd, ex democristiano ma non antiberlusconiano. Poi la sinistra ha bocciato Prodi, un nume tutelare del Pd, ex democristiano ma antiberlusconiano. Ciò significa che i piddini sono caduti nel panico. Comanda “La Repubblica” e comanda sempre di più “Il Fatto Quotidiano”. Comandano i fanatici patrioti costituzionali antiberlusconiani di Libertà e Giustizia cogli appelli per il loro sodale Rodotà. Senza l’antiberlusconismo la sinistra è priva di un’identità. Ciò significa che ad agire è la logica del giacobinismo: i montagnardi si stanno mangiando i girondini. Ciò significa che, orfana del marxismo, la sinistra italiana è rimasta solo giacobina. Il giacobinismo è un vuoto riempito di odio. E’ un moralismo senza principi e senza misericordia. E’ una Chiesa senza un Credo e senza Comunione. E’ il Non-Essere politico. In Italia questo nulla velenoso va sotto il nome di Questione Morale, un Idolo al quale solo pochi non si sono piegati. La Questione Morale è un Idolo che va abbattuto. Ciò significa che tutto questo sarebbe impensabile se la sinistra in Italia, come in Europa, fosse rappresentata da un Partito Socialista o Socialista Democratico, perché in quel caso sarebbe una forza temperata e temprata. Quello del Pd è un giacobinismo all’acqua di rose, incline alle mode, capace di abbandonare le bandiere rosse, capace di strizzare l’occhio al liberalismo, farsi obamiano e kennedyano, ma incapace di porre barriere al giacobinismo puro e duro. Ciò significa che il Partito Democratico è solo una sigla – fuori della storia e quindi della politica – che è servita ai post-comunisti per dribblare l’ostacolo “socialdemocratico”. Ciò significa che alla sinistra manca il baricentro socialdemocratico, ossia autenticamente di sinistra ma non giacobino. Ciò significa che il problema strutturale è sempre quello. Quando i nodi vengono al pettine il gregge sente fortissimo il richiamo della foresta. E il succo della storia è semplice: la sinistra italiana non ha ancora fatto i conti con la storia. E questa è la vera anomalia che si riverbera su tutto il resto della società e della politica italiana.Che noia mortale.

Italia

Cosa significa il rigetto di Marini da parte della sinistra

Ciò significa che l’unica cosa che “tocca le corde profonde dell’elettorato progressista” è ancora l’antiberlusconismo. Ciò significa, anche se questo non piace agli orecchi delicati, che la sinistra non è ancora uscita dal “comunismo”. Ciò significa che il Partito Democratico è solo una sigla – fuori della storia e quindi della politica – che è servita ai post-comunisti per dribblare l’ostacolo “socialdemocratico”. Ciò significa che il Pd è formato da giacobini in doppiopetto – i sanculotti sono alla sua sinistra – e relitti democristiani cooptati solo per puro pragmatismo, con l’eccezione di quelli che si sono piegati al verbo. Ciò significa che il problema strutturale è sempre quello. Quando i nodi vengono al pettine il gregge sente fortissimo il richiamo della foresta. E il succo della storia è semplice: la sinistra italiana non ha ancora fatto i conti con la storia. E questa è la vera anomalia che si riverbera su tutto il resto della società e della politica italiana. Che noia mortale.

Italia

La società civile, l’antipolitica (e Bersani)

In Italia l’espressione “società civile” non ha un valore neutro: essa contraddistingue la parte più virtuosa della popolazione. Anzi, la sola virtuosa. Tale corruzione semantica è frutto della propaganda di sinistra. In cima ai pensieri della “società civile” sta la “questione morale”. La “società civile” e la “questione morale” cominciarono ad affermarsi come parole d’ordine della sinistra alla fine degli anni settanta, quando il comunismo, almeno come ideale politico, stava mostrando vistosissime crepe: venivano a galla i crimini del maoismo, Pol Pot non poteva nascondere i suoi, e la realtà degli arcipelaghi gulag veniva divulgata da Solzhenitsyn.

Queste due espressioni servirono al “popolo comunista” per continuare a rivendicare la propria “diversità” nel momento in cui abbandonava la fede nel marxismo. Un comunista privato della fede, ma che mantenga intatta però la forma mentis, è un giacobino fatto e finito. Come disse Cochin, il giacobinismo è il partito del partito preso: da una parte i buoni, gli onesti, i democratici; dall’altra i cattivi, i disonesti, i fautori del dispotismo. I secondi verso il 1950 dal “popolo comunista” erano chiamati “forchettoni”; nel marzo del 2013 dalla “società civile” sono chiamati “impresentabili”.

I padri della “società civile” e della “questione morale”, ossia dello sganciamento dal marxismo e dell’approdo al giacobinismo, furono Eugenio Scalfari ed Enrico Berlinguer. I primi tempi si beccarono, anche per questioni di leadership, ma alla fine si abbracciarono, perché con l’abbandono del marxismo nulla impediva ai giacobini di trovare una casa comune. E’ per questo che “La Repubblica” è diventato il giornale della sinistra. Prima di dividersi ancora, s’intende, perché le sette generano sette. E’ per questo che è nato “Il Fatto Quotidiano”.

Noi chiamiamo “antipolitica” una forma giustizialista, demagogica e distruttiva di politica. Se questo è vero l’Italia repubblicana convive con l’ “antipolitica” fin dalla sua nascita. E’ cambiato, in parte, solo il suo vocabolario. Eugenio Scalfari ed Enrico Berlinguer sono i padri dell’ “antipolitica” post-comunista. E’ per questo che Enrico Berlinguer è venerato anche dagli azzeratori più scalmanati.

Le icone della “società civile” stanno in cima alla gerarchia del popolo virtuoso. Esse sono le riconosciute stelle di prima grandezza in tutti i settori della società civile senza virgolette: nelle arti, nella scienza, nello spettacolo, nelle attività imprenditoriali, nelle associazioni, nel volontariato, nel mondo accademico, nella chiesa, in cucina, nello sport e prossimamente nel sesso. Le icone della “società civile” sono per definizione persone di indiscutibile statura morale ed intellettuale, anche se in genere sono dei minchioni alla moda. Le icone della “società civile” nobilitano tutto ciò che toccano, anche il Festival di Sanremo, un tempo rubricato, non senza qualche ragione, tra gli ignobili passatempi degli “impresentabili”.

La “società civile” non fa politica, ma “antipolitica” per necessità di natura. La propria. Infatti per la “società civile” ogni dialettica politica è impossibile con la società altra da se stessa, quella incivile, ossia quella degli “impresentabili”. Il fine della “società civile” è di costruire la “democrazia compiuta”. Non la democrazia normale, imperfetta e incompiuta. La “democrazia compiuta” è un concetto millenaristico e antidemocratico, e sta alla “società civile” come la “terra promessa comunista” stava al “popolo comunista”. I sacerdoti della “democrazia compiuta” non credono a nulla, specialmente nella “verità”, ma hanno nella Costituzione il loro Corano.

Nel corso della sua espansione nei territori della società civile senza virgolette, la “società civile” ha stipulato una tregua coi “dhimmi”, in genere cattolici adulti, ai quali viene concessa una cittadinanza di serie B in cambio del riconoscimento della supremazia della “società civile” e del pagamento di un tributo politico, conosciuto generalmente come “idiotismo politico”.

Più fessi dei “dhimmi” ci sono solo i “poteri forti”. I “poteri forti”, alla stregua della debosciata aristocrazia degli antichi regimi, hanno strizzato l’occhio alla “società civile”, e quindi all’ “antipolitica”, nella convinzione di poterla neutralizzare. Sono stati proprio questi babbei all’ennesima potenza a dare il segnale dell’assalto decisivo agli “impresentabili” con lo strombazzato lancio del libro “La casta”, operazione che infinocchiò legioni di gonzi. Dopo le elezioni di febbraio una parte di questi babbei ha riposto le sue ultime speranze di salvezza nell’esercito degli “impresentabili”, al quale prima delle elezioni avevano augurato di sparire dalla faccia della terra.

La cricca potente e illiberale della “società civile” ha scritto e imposto una recente storia patria a sua immagine e somiglianza. Il cui succo è questo: una cricca corrotta e para-fascista blocca il pieno dispiegarsi della “democrazia compiuta” in Italia. Un tempo era democristiana, poi craxiana, da vent’anni è berlusconiana. La bubbola spaziale è ripetuta da milioni di pecore ogni giorno. La “questione morale”, ossia la “lotta di classe” post-comunista, è l’arma di distruzione di massa della “società civile”. La verità è questa: la cricca della “società civile” blocca il normale dispiegarsi della normale democrazia.

Il Partito Democratico non ha mai divorziato dalla “società civile”. Perciò non è un partito socialdemocratico. Perciò nella sua essenza la sua azione politica rimane “antipolitica”. La forma non cambia la sostanza. Questo è uno dei due motivi per cui il premier incaricato Bersani nel giro delle consultazioni ha visto le icone della “società civile”. Il secondo motivo è che Bersani con questa mossa mirava a sedurre i campioni dell’ “antipolitica”, i grillini. I grillini sono i montagnardi della “società civile”.

La fine della “società civile” è il presupposto per la normalizzazione della politica italiana, la quale è il presupposto per la maturazione della democrazia italiana e per fare dell’Italia un paese più civile e libero. Il berlusconismo ha rappresentato nei fatti l’opposizione e la resistenza politica all’ “antipolitica” illiberale. Chi pensa di migliorare l’Italia prescindendo da questa realtà è un ingenuo. Ho già scritto, e lo scrivo da anni, che a dispetto delle apparenze la pulsione antidemocratica rappresentata dalla “società civile” e dalla “questione morale” sta crollando. Lo confermo.

Italia

Monti e il centrodestra

Monti può fare adesso tre cose:

  1. Non candidarsi, aspettare gli eventi e fare la riserva della repubblica. Questa scelta obbedirebbe alla sua più vera natura. In questo caso Berlusconi, o Alfano, avrebbero il pieno diritto e anzi il dovere di candidarsi a nome di tutti i conservatori.
  2. Candidarsi, senza però parlare all’elettorato conservatore, ostentando equidistanza ed europeismo paternalista, e radunando attorno a sé i nani e le ballerine dello sfatto centrismo italiano. Finirebbe come Martinazzoli. Da utile idiota. Anche in questo caso Berlusconi, o Alfano, avrebbero il pieno diritto e anzi il dovere di candidarsi a nome di tutti i conservatori.
  3. Candidarsi per vincere e parlare all’elettorato conservatore. Questo significherebbe però accettare il «centrodestra» e legittimare il «berlusconismo». Il centrodestra è un parto di Berlusconi. Storicamente parlando, «berlusconismo» equivale a «nascita del centrodestra italiano». Ossia la normalizzazione e l’europeizzazione della politica italiana. L’odio profondo verso Berlusconi nasce dal fatto che l’esistenza del centrodestra, ossia la normalizzazione della colonna destra dell’edificio politico italiano, smaschera l’anomalia della sinistra, priva di una colonna dichiaratamente «socialdemocratica». La sinistra accetta di farsi chiamare «democratica» e perfino «comunista», ma non «socialdemocratica».* Non avendo mai affrontato la «questione socialista», che è la vera questione morale della sinistra e dell’Italia tutta, la sinistra orfana del marxismo finisce per dividersi nel partito giacobino dalle buone maniere e in quello dalle cattive maniere. La damnatio memoriae del berlusconismo è necessaria per tenere in vita quest’anomalia, e per continuare a tenere soggiogata la «destra» in quella specie di Sindrome di Stoccolma che già pietrificò la Democrazia Cristiana. Loro lo sanno benissimo. Scriveva ieri il direttore de L’Unità, Claudio Sardo:

Eppure [la discesa in campo, NdZ] sarebbe per Monti un gravissimo errore. Perché, anche se Berlusconi fosse davvero completamente irrilevante – e questo non è, come ha dimostrato lo stesso premier con le sue clamorose dimissioni – Monti sarebbe costretto a giocare nel campo disegnato da Berlusconi, quello della seconda Repubblica, vanificando di colpo la transizione avviata dal suo governo. Non sarebbe più Monti al centro di un’area europeista, composta dal centrosinistra e dai moderati, ma verrebbe sospinto in uno spazio dove convivono pulsioni populiste e antieuropee.

* E’ una verità che si può cogliere anche nelle piccole cose: basti pensare che il gruppo socialista europeo ha dovuto cambiare la sua ragione sociale al solo scopo di accogliere fra le proprie fila gli stravaganti “democratici” italiani.

Italia

La socialdemocrazia in Italia

Fuori dalle astrazioni teoriche, che lasciano il tempo che trovano, cosa significa dal punto di vista politico e nel concreto della storia contemporanea il termine «socialdemocrazia»? Tre cose:

  1. L’abbandono della fede nel «sistema socialista» e l’accettazione del «sistema democratico» (borghese). Il «sistema socialista» è incompatibile col «sistema democratico». Un «sistema socialista» è un sistema «compiuto», perfetto; la democrazia non lo è mai. Se vi domandate come mai in Italia una marea di imbecilli parli continuamente di «democrazia compiuta», ora lo sapete: non sono democratici. Socialdemocrazia, quindi, nei fatti significa «democrazia sociale» piuttosto che «socialismo democratico».
  2. La riconfermata propensione, più o meno accentuata, per lo statalismo e per le idee «laiche e di progresso».
  3. L’abbandono dell’antropologia giacobina, nata dallo spirito di fazione e propedeutica alla presa del potere, che divide la nazione in due parti: quella sana, onesta, virtuosa, migliore, e «democratica»; e quella insana, disonesta, corrotta, peggiore e «antidemocratica».

La sinistra italiana non è socialdemocratica perché non ha mai affrontato il terzo punto. Nei comunisti il giacobinismo era avvolto in panni marxisti. Orfani del marxismo, i comunisti sono rimasti nudi, ossia giacobini. La «lotta di classe» è stata sostituita dalla «questione morale», ossia la continuazione del comunismo con altri mezzi. Al fattore K è subentrato il fattore G. E l’immobilismo italiano è continuato. A tutto favore degli esaltati, dei giustizieri, degli estremisti e dei cultori della legalità da una parte; e dei «mariuoli» dall’altra. Sono le due facce, entrambe disoneste, della stessa medaglia.

L’incompiuta trasformazione socialdemocratica in Italia ha lasciato in vita il mito del «centro». Il «centro» è la destra perbene, addomesticata e legittimata dalla sinistra comunista e giacobina, che, dentro un «sistema democratico» (borghese), sta alla seconda come il Partito dei Contadini stava al Partito Comunista nelle defunte «democrazie» popolari dell’Est europeo. Il «centro» serve per bloccare ogni evoluzione politica della destra, ossia il progressivo assorbimento nel «sistema democratico» di ciò che resta di quel radicalismo di destra che per comodità possiamo chiamare «identitario», e l’apertura verso le istanze «liberali». Il fenomeno politicamente non è contraddittorio perché è naturale che quando vengono liberate le vie di accesso alla destra, che fino a quel momento non poteva nemmeno chiamarsi «destra», ad essa concorrano come ad un gran fiume tutti gli affluenti. Questo è stato il significato politico del «berlusconismo».

Si capisce allora perché quegli uomini politici che più si sono distinti nello sforzo d’ingabbiare il radicalismo di destra e di sinistra dentro il «sistema democratico» (borghese) siano stati odiati e additati al pubblico ludibrio da chi aveva interesse nel mantenere lo spirito di fazione: dal «ministro della malavita» Giolitti, a Craxi, a Berlusconi. Abbiamo sotto gli occhi l’ultimo risultato di questo spirito distruttivo, rottamatore, ripulitore e azzeratore: una destra in cui ognuno sembra andare per la sua strada e tornare agli antichi vizi (salvo accorgersi che da solo non va da nessuna parte e quindi fare marcia indietro), e una sinistra composta da giacobini esaltati e freddi, da giacobini esaltati e scalmanati, e da giacobini dalle buone maniere. A quella astratta creatura d’importazione che è il «liberale» italiano tutto questo è sempre sfuggito, e nel suo gran dispitto intellettuale ha spesso collaborato allo sfascismo italico. L’irrilevanza politica se la merita tutta.

Articoli Giornalettismo, Italia

L’ora della Montagna liberal-giustizialista

Tre mesi sono un tempo sufficiente per metter fine alla commedia. Ora i montagnardi si muovono. E’ il loro caro leader, Gustavo Zagrebelsky, a firmare la nuova enciclica di Libertà e Giustizia diretta a tutti gli adepti della Montagna. I quali ardentemente l’aspettavano: da tempo, infatti, vagavano raminghi su e giù per la penisola e da soli non sapevano più che cavolo fare o pensare nell’era del governo Monti. In severa obbedienza alla retorica democratica e partecipativa, il pippone va sotto il nome di “Dipende da noi”, ma sembra più l’appello di un generale alla truppa, o il sermone di un imam al gregge dei fedeli. L’unanimismo ostentato è tipico delle più infervorate cricche democratico-rivoluzionarie; Gustavo, perciò, firma «per tutta Libertà e Giustizia»: manco una pecora nera che increspi la piatta superficie bianchiccia della Volontà Generale di Libertà e Giustizia; che è poi il nome del partito dei Fratelli Musulmani d’Egitto, al cui ruolo di profittatori della Primavera Araba questi gelidi esaltati evidentemente s’ispirano.

E’ bene che i pasdaran della democrazia sappiano innanzitutto di aver avallato la forzatura del governo Monti per impedire che il partito del Caimano, in preda alla disperazione, ponesse mano alla forzatura costituzionale finale, e per dare una risposta emergenziale al fallimento della politica e al disastro economico-finanziario incombente. Ma sappiano anche che non hanno combattuto quello che era un simulacro di democrazia rivestito di populismo per cadere in un nuovo simulacro di democrazia imbellettato dalla tecnica. La democrazia «compiuta» è ancora lontana dalla sua realizzazione. La medicina necessaria del governo tecnico, se esce dal suo ristretto alveo programmatico, può diventare un veleno. La «tecnica» non può diventare il lasciapassare per imporre un regime autocratico. Bisogna vigilare. La politica non deve morire, pena la fine della libertà.

Sono sicuro che certi rimasugli del berlusconismo, che prima del diluvio facevano più o meno questo stesso discorsetto, rimarranno a bocca aperta di fronte a tanta faccia tosta, nonostante ne abbiano viste e combinate di tutti colori. I più fessi della compagnia, nella loro infinita bontà, vi potranno vedere perfino una qualche meritoria resipiscenza. Non vogliono intendere che per i liberal-giustizialisti – uso questo termine per fare un dispetto a Gustavo, cui non piacciono i giochi di parole: degli altri, s’intende, perché lui coi concetti e con le parole ci gioca sempre – che per questi fuori di testa di liberal-giustizialisti, dunque, la rifondazione della politica come e più di prima «deve partire dalla sua decontaminazione dalla corruzione». Ciò implica che questa classe politica fallita, quando non provatamente corrotta, non è legittimata a fare le riforme. Un albero malato non può dare buoni frutti. Potrà fare solo la riforma elettorale, ma questa dovrà essere sottoposta al controllo del corpo elettorale tramite un referendum. Sempre che la «società politica» non voglia ancora, irresponsabilmente, fare a meno della «tanto disprezzata società civile», la quale, incredibilmente, è quella stessa società civile alla quale la turba immensa dei cretini rende omaggio ogni giorno senza alcuna pietà per i vostri martoriati orecchi.

Diciamolo: questo Gustavo è una sagoma. Liquidato quindi il governo Monti, e liquidata anche l’attuale irrecuperabile classe politica, sarà la società civile con nuove elezioni ad esprimere una sua rinnovata rappresentanza politica. Queste nuove elezioni dovranno essere un crogiolo veramente democratico. Se voi pensate di essere «democratici» è bene che ci pensiate due, tre, quattro, cinque volte prima di darlo per scontato. Si fa presto a parlar di democrazia. Invece, spiega Gustavo a Repubblica, c’è la «democrazia dogmatica», c’è la «democrazia populista», e poi c’è la «democrazia critica», che è l’unica veramente «liberale». Quella dove tutti pensano con la propria testa. Fin qui lui, per adesso. Il resto ve lo spiego io. Cercate di capire rettamente prima di essere colpiti a ciel sereno da un anatema: una democrazia critica è una democrazia consapevolmente critica, non critica e basta. Le critiche possono anche essere becere. Invece devono essere pertinenti. Devono conformarsi alle regole e ai valori intrinseci della democrazia. Dovete conoscerle, sentirle, respirarle, se non volete essere iscritti nelle liste dei democratici dogmatici o in quelle dei democratici populisti. Se vi sentite perduti, nonostante la vostra «propria testa», sappiate che avete in lui, Gustavo, e nel suo club un infallibile Revisore in Ultima Istanza, che saprà indirizzarvi per il meglio.

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Articoli Giornalettismo, Italia

I partigiani dell’Italia che ripudia se stessa

Il pluridecorato scrittore Claudio Magris è uno di quegli intellettuali che a forza di garbato conformismo, di giuste frequentazioni e di cosmopolitismo ben scelto, con tenacia degna di miglior causa si è guadagnata fama di onesta e sobria indipendenza di giudizio. In due parole, mai una parola fuori posto. Imbalsamato alla perfezione, fa la guest star sul Corriere della Sera. E tuttavia anche questo riguardoso personaggio è iscritto da una vita alla pericolosa consorteria dei profeti dell’altra Italia: “l’altra Italia”, differente, ieri, dall’Italia di ieri; e oggi, dall’Italia di oggi; e domani, scommettiamo, dall’Italia di domani. Il che vuol dire che quest’attitudine millenaristica, minoritaria in tutti i paesi in cui il sentimento nazionale si è ormai pacificamente sedimentato, da noi è ancora così viva e pulsante da essere espressione di vere e proprie nomenklature; che oggi, disperate nel vedere un paese che nella volgarità berlusconiana della democrazia si sta rinsaldando, al contrario di quanto si favoleggia, spingono sull’acceleratore. E il professore – è anche professore – in occasione del 25 aprile, coi suoi modi compassati si adegua alla nefasta pulsione:

Sono soprattutto le dittature — quelle «molli» che soggiogano con strumenti economici, mediatici e culturali, e ancor più quelle «dure» che s’impongono direttamente con la forza bruta — che si presentano come l’unico sistema, l’unica realtà possibile. Le dittature invece cadono e il 25 aprile ricorda la caduta di quella fascista in Italia. C’è poco da aggiungere a quanto è stato detto tante volte sull’antifascismo e sulla Resistenza, sull’imperituro significato di quest’ultima quale liberazione nazionale, sulle sue contraddizioni, sulle sue diverse e contrastanti anime, sui suoi eroismi e sui misfatti compiuti in suo nome. Il 25 aprile simboleggia vent’anni di un’altra Italia, differente da quella del regime fascista; una resistenza che non è solo quella partigiana, ma anche quella di coloro che non si sono piegati quando un’altra Italia sembrava impossibile (…) Anche oggi, dinanzi al dilagare di confusione, volgarità, prepotenza, corruzione, sconcezza che sommerge il Bel Paese come liquami che salgano dalle fognature, è forte la tentazione di arrendersi, di lasciarsi andare, di credere che l’andazzo disgustoso sia uno stadio ultimo, che una vera mutazione antropologica abbia creato un nuovo tipo d’uomo, un non-cittadino, e che questa specie, nella selezione darwiniana, sia fatalmente dominante. L’indifferenza che mette in soffitta la Resistenza vera e propria e l’attentato alla Costituzione, che da essa è nata e che è la spina dorsale dell’Italia civile, sono un sintomo fra i tanti di questa involuzione morale. Ma proprio quella data insegna a non scoraggiarsi; ricorda come credere che tutto sia perduto e che non si possa più reagire sia una tentazione, stupida come lo sono in genere le tentazioni. C’è un’altra Italia possibile, rispetto a quella che oggi subiamo.

Non è uomo da battaglia, Magris, che in questa dittatura molle peraltro se la passa benissimo. Tanto più impressiona la frecciatina giacobina contro la sub-umanità berlusconiana: dire “non-cittadino” è usare il linguaggio della rivoluzione, è preparare il vandeano, il brigante, il nemico di classe, il kulako; e impressiona la retorica banale, mille volte “belata dal gregge” – quello vero, caro Magris, non quello colpito dai tuoi strali – sullo “stadio ultimo”. Sai cos’è? E’ la banalità, prevedibilissima, del male. Scrissi qualche settimana fa:

Ostenta [il giacobino] un rispetto sacrale per il cittadino, a patto che obbedisca come un manichino al catechismo del buon cittadino: il suo. Fuor di quello, nulla salus. Predica il culto della legge, ma si avvale dell’eccezione. Prepara l’eccezione denunciando lo stato di degenerazione finale e quindi la morte della legge.

Ricordiamo allora allo smemorato di Trieste che anche l’ideologia fascista, del tutto in linea con le sue radici socialiste-radicaleggianti, sognava “un’altra Italia”, che venisse fuori dal putridume e dalla mediocrità dell’era giolittiana. Che “un’altra Italia”, che allora nemmeno veniva chiamata Italia, trionfante sulla mediocrità borghese, fu nei sogni e restò per fortuna nei cassetti dei comunisti. Che “un’altra Italia” diversa da quella mediocre dei preti era nei sogni della parte più ottusa e oltranzista delle élites liberali dell’Ottocento, e nella capoccia dura e saputella degli azionisti del secolo scorso. Chi sogna “un’altra Italia” vuole un paese a sua immagine e somiglianza: ma questo atteggiamento, nel concreto, è il contrario della democrazia ed un ostacolo alla maturazione del sentimento nazionale. Un sentimento nazionale maturo, proprio perché ha elaborato ed accettato e composto dentro di sé molte differenze, in una sorta di processo di globalizzazione locale, di norma è pacifico e non s’investe di missioni salvifiche. Mentre il nazionalismo è sempre il risultato del trionfo di una fazione, così come la repubblica dei soviet. Chi oggi sogna “un’altra Italia” partendo dalla Resistenza e da un pretestuoso patriottismo costituzionale fa lo stesso errore antidemocratico. E non è un caso che a quest’ultima versione mascherata dell’autoritarismo nostrano siano approdati reduci dell’uno e dell’altro campo, e anche di tutte e due.

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Italia

Puttane e mantenute

ALL’ATTENZIONE DELLA PROCURA DELLA REPUBBLICA DI MILANO

OGGETTO: LINGUA ITALIANA E SIGNIFICATO DELLE PAROLE

Ma secondo voi, se il Berlusca dà alla bella e bonissima Ruby – che ormai mi sta diventando dannatamente simpatica – 50.000 € (diconsi cinquantamilaeuro/00!!!) e poi le offre anche un appartamento di lusso con cinque anni di affitto pagati (almeno da quel che racconta Ruby, ossia il pubblico confessionale di Repubblica) e solo in quel momento viene a sapere dalla ventiquattrenne che non è ancora diciottenne, questo sarebbe “pagare” una prostituta? Se tutto questo fosse vero, e se in più il Caimano avesse copulato con la marocchina – sempre che ce la facesse, a meno che non si accontentasse di qualcos’altro, sul quale sorvolo, che non son affari miei, e non voglio rovinarmi la giornata con fantasie raccapriccianti – Ruby, come le altre, sarebbe al massimo una “mantenuta”.

Ce l’aveva anche Cavour. Lo statista. Roba che Sergio Romano si sogna di notte. Il grande liberale tutto d’un pezzo. Mica il puttaniere del giorno d’oggi. Lui ne aveva ormai cinquanta, di anni. Lei metà. Era una ballerina. Una velina insomma. Avete presente certe sfolgoranti eroine dei romanzi balzachiani di quella stessa epoca? Pressappoco ballerine pure quelle, le Florine, le Esther? Mantenute da banchieri, uomini d’affari e uomini politici? Se siete di destra, può darsi di sì. Se siete di sinistra è improbabilissimo, perché lì regna sovrana l’ignoranza vera.  La mantenuta di Cavour era pure sposata. Il suo maritino, impresario teatrale, ebbe dei guai, non si sa come. Conti e conticini. Cavour glieli rimise a posto. Ma da quel momento la sposina dell’impresario, senza l’impresario, visse in una casetta tranquilla di Torino, messale a disposizione dal Conte, dove ogni sera Camillo andava a ricaricare le batterie. Non sappiamo però cosa sarebbe successo se Cavour fosse stato ricco come Rothschild.

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C’è chi può e chi non può

GLI INSULTI. Avete presente l’elettore tipo oggi democratico e repubblicano e una volta comunista o qualcos’altro di sinistro? Se gl’indirizzi una paroletta franca, viene e galla tutta la sua inconsistenza e suscettibilità: sono “insulti”. Quando nello stesso tempo egli recita quotidianamente il suo rosario di contumelie – conosciutissime, quindi ve le risparmio – contro la sub-umanità dei berlusconiani con tutta intera l’inconsapevole naturalezza dei bestemmiatori compulsivi, quand’è sgraziata, o con quella di una casta braminica, quand’è fredda e distaccata. In effetti il popolo berlusconiano è l’erede dei minus habentes che votavano DC o dei rampanti bricconi che votavano per Craxi. O meglio, di tutti e due. E’ la stessa continuità di questo fenomeno a smentire il dogma dell’anomalia berlusconiana, e a mettere in evidenza la continuità di un’altra anomalia.

LA CACCIA ALL’UOMO. Nota anche come “metodo Boffo”. Il metodo Boffo esplose in tutta la sua bruttezza quando lo usò con somma goffaggine una gazzetta berlusconiana per colpire e affondare uno che non era affatto un avversario della compagine governativa. Il caso conserva ancora i suoi lati misteriosi. Ma non è questo il punto. Il punto è che il brutto, una volta tanto, si svelò in tutta la sua bruttezza solo perché ad usare il metodo – ora e solo ora chiamato Boffo – fu chi era stato escluso fino ad allora dal monopolio di tale graziosa attività di demolizione ad personam, che come tutti sanno è il biglietto di visita e il marchio di fabbrica da quattro decenni di Repubblica e dei suoi cloni, che vantano ormai un catalogo di vittime più lungo di quello di Don Giovanni. A tale bassa pratica si sono adeguati anche i grandi giornali del Nord, ingaggiando penne in gamba nel riassumere con maniacale seriosità verbali e intercettazioni telefoniche. Un mestiere tristissimo, degradante, da infelici. Peggio del bunga bunga.

IL POPULISMO. Come ai tempi della DC la balena bianca non riusciva a mandare in piazza neanche un cane, visto che per andare in piazza regolarmente ci vuole gente fatta apposta e fatta male, diciamo ben provvista di spirito gregario, e quella che votava DC era lontana mille miglia dal militantismo politico, così oggi il PDL brilla per la sua assenza nelle piazze. Si dà il caso però che ogni tanto anche i vermi berlusconiani nel loro piccolo s’incazzino, e nelle loro menti vagheggino manifestazioni di piazza. Basta questo perché si scaraventi loro addosso l’accusa di “populismo”, di disprezzo delle regole, e ritornino i fantasmi di Mussolini e di Perón. Il tutto mentre le piazze italiane sono perennemente occupate dalle divisioni democratiche che hanno in uggia la brutta politica gridata e volgare, e per farlo a capire al resto della plebe gridano come ossesse e svillaneggiano in coro.

LA COSTITUZIONE. Come ai tempi, invece, di Mani Pulite, alla stregua di una consorteria ben cementata da interessi comuni, detta anche volgarmente cricca quando si tratta di poveri diavoli, La Repubblica, Il Corriere della Sera & La Stampa ieri titolavano pudicamente ma all’unisono – la forma vile della speranza e delle disoneste intenzioni dei manovratori – sul “rischio elezioni”. Ero stato facilissimo profeta qualche settimana fa quando scrissi che questi irresponsabili desperados si sarebbero attaccati ad un’interpretazione allegrissima e totalitaria dell’art. 88 della Costituzione [“Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse.”] per intimare al Colle di mandare a casa il Parlamento e con esso un Presidente del Consiglio e un Governo non sfiduciati. E’ un imbroglio, un golpetto da quattro soldi, che può reggersi solo sul quietismo della ragione del gregge della società civile devota alla Costituzione, ossia ai suoi autoproclamati Sacerdoti. Per qual dannato motivo il “Notaio della Repubblica” sente i Presidenti delle Camere, se non per farsi dire ufficialmente che le maggioranze ci sono o non ci sono? Ma oggi, per fortuna, siamo in una situazione di “emergenza”: tutto è permesso; e il devoto, che per quanto idiota qualche dubbio l’aveva, si tranquillizza meravigliosamente.

LA SPIEGAZIONE. Se vi chiedete la ragione per la quale oggi a sinistra questa schizofrenia ha raggiunto il massimo grado ve la spiego subito: l’Italia, dopo settant’anni di resistenza democristiana, craxiana e berlusconiana è più forte e più democratica; anche i minus habentes cominciano ad “insultare”, a “dare la caccia all’uomo”, a sfilare in piazza, e a “interpretare” la Costituzione come tutti comuni mortali. Un regime sta crollando. Ma non è quello di Berlusconi.

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La Meglio Italia sull’orlo di una crisi di nervi

Cari giacobini del Partito di Repubblica, care mezze calzette del Partito del Corriere, rassegnatevi: il Caimano ha proprio l’intenzione di continuare la legislatura ed ormai ha tutti i sostegni necessari; in parlamento, tra le parti sociali, e anche nell’opinione pubblica, quella vera, non la truppa scelta cinguettante nei mass media. Mesi fa scrivevate che era morto, oggi scrivete che il suo governo al massimo può tirare a campare. Mentivate allora. E perciò mentite ora. Lo dimostrano, beffardamente, proprio i contrattempi sul federalismo: la Lega non si sgancia. Il Presidente stoppa? Niente paura, si ricomincia. E mentre voi chiacchierate il gruppo di ripescaggio detto dei Responsabili raccoglie pazientemente un naufrago alla volta; e la maggioranza, che al Senato veleggia tranquillissima, alla Camera raggiunge ormai quota 317, detta anche quota Bocchino, dal nome del famoso spaccone; senza contare che l’assedio respinto l’ha galvanizzata, accentuandone il cameratismo e la compattezza. Berlusconi, non contento, trova poi il tempo di puntellare il polo conservatore anche dall’altra parte dei confini, il cui presidio viene ora affidato alla destra verace di Storace. Scrissi per tempo come il vero nemico del governo e della maggioranza che lo sostiene fosse il panico: se Berlusconi ed i suoi non avessero perso la testa avrebbero resistito. E così è stato. Non è un miracolo. E’ inutile che cerchiate di raccontare la storia dell’orso ai vostri lettori. Li offendete: c’è un limite anche alla minchioneria. Fai pena, caro Pierluigi Battista, quando scrivi: “una ragione in più per prendere atto, con rammarico, che una stagione è finita e che il ricorso al voto anticipato, anche con una pessima legge elettorale, forse è diventata una scelta obbligata.” La verità è che il Berlusca ve l’ha fatta e voi oggi cercate di rivoltare la frittata, attaccandovi disperatamente e impudicamente a ciò che consideravate irresponsabile un mese e mezzo fa. O, peggio ancora, alla “foto”. Ti avverto; vi avverto: non ci crede più nessuno. Non alla foto. Alla vostra serietà.

I più sfrontati intanto hanno rotto gli ormeggi. Vogliono che il Berlusca si dimetta, sic et simpliciter. Perché lo dicono loro. Il trucco è sempre lo stesso usato dai sobillatori rivoluzionari. Prima ti dipingono come la vergogna del genere umano. Poi ti dicono: sei la vergogna del genere umano. Poi ti chiedono: come fai a non renderti conto che per il bene del paese è imperativo che tu faccia un passo indietro? Lo sventurato fa magnanimo il passo indietro, e il giorno dopo lo impiccano. Silvio invece, nel pieno rispetto delle regole, direi democratiche, fa marameo. Ed è così che Libertà e Giustizia, una delle chiese più integraliste in materia di Democrazia e di Costituzione, convoca a Milano il fior fiore della nomenklatura intellettuale, una cricca ben conosciuta per imporre con lo stile vellutato delle burocrazie ideologizzate i suoi libercoli di ieri e dell’altro ieri perfino nelle biblioteche comunali, pena condanna all’infamia dei recalcitranti, infilando senza alcun pudore queste perle tra il meglio della letteratura mondiale di tutti i tempi e di tutti i luoghi. La cosa più divertente è vedere come questa casta altolocata di imbrattacarte si dia arie di ridotta carbonara contro un regime dispotico mentre viene applaudita da un parterre di pezzi grossi, tra i quali spiccano il capogruppo PD alla Camera Franceschini e il Meglio Imprenditore De Benedetti. Lo scopo è quello di nobilitare in mondovisione con la benedizione dei soliti noti l’istinto belluino e cieco che guida i propugnatori delle dimissioni a tutti i costi. Infatti le avanguardie della marmaglia facinorosa, intruppatesi – lo diciamo per carità di patria – tra i giovanotti immacolati del popolo viola, hanno già raggiunto la villa del despota ad Arcore, col solito contorno di scazzottate, feriti e contusi.

Resta da vedere fin dove questi disgraziati vorranno arrivare. Ma sbagliano i commentatori di parte governativa che per stemperare le tensioni invocano l’ordalia delle elezioni, convinti che dopo quella la sinistra si acconcerà alla normale attività politica. Sarebbe l’ennesimo precedente e l’ennesimo cedimento, quand’anche portasse alla vittoria. Per il bene dell’Italia il miglior scenario possibile è che il governo, il parlamento e il paese resistano a questa sfuriata fino a farla finire nel ridicolo. I segni ci sono. L’occasione, ghiotta. Sarebbe la vera svolta.

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Italia

Ve l’avevo detto, delle spallate dei dottori

Se le minoranze organizzate a falange non riusciranno a gettare nel panico la maggioranza parlamentare, si prenderà allora per il bavero il vecchio compagno Napolitano. Vi ricordate? Vi ricordate la prima parte dell’articolo 88 della Costituzione? “Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse.” Zagrebelsky, illustrando col conforto della dottrina il pensiero della Meglio Italia, ci scrisse su la solita arringa sul quotidiano fondato da Scalfari, per dimostrare ai golpisti del tipo del Cavaliere, e ai deficienti che lo seguono, che se la mozione di sfiducia fosse passata alla Camera, la richiesta di elezioni per un solo ramo del parlamento sarebbe stata una forzatura eversiva. Ma ora invece, spinti dalla disperazione o dall’esaltazione, gli stessi zeloti della Costituzione non si faranno scrupoli di spingere il Presidente della Repubblica, sentiti naturalmente i Presidenti delle Camere, e in forza naturalmente dell’Art. 88, nonostante una maggioranza di governo fino a prova contraria ancora in sella, a sciogliere le Camere e ad indire elezioni anticipate. S’intende, sempre col conforto dei dottori della legge. Cose allucinanti. Golpiste. (Zamax, Giornalettismo 31/01/2011)

 (…) confinando il Presidente della Repubblica nel ruolo di un mero «notaio». Tale ruolo è venuto, invece, modificandosi sostanzialmente nella seconda Repubblica. Non vi è dubbio, infatti, che lo scioglimento del 1994 che pose fine all’esperienza del governo Ciampi non sia avvenuto in presenza di un governo che aveva perso la maggioranza parlamentare, bensì per la diffusa convinzione, fatta propria dal presidente Scalfaro, che il Parlamento (il «Parlamento degli inquisiti») non fosse più rappresentativo del Paese. (…) L’attuale funzionamento del nostro sistema politico, caratterizzato da scontri istituzionali senza precedenti, da paralisi decisionali, dal ritorno del trasformismo, e da un evidente degrado morale, configura una situazione di crisi assolutamente eccezionale che potrebbe giustificare già di per sé, e in armonia con i precedenti del 1994 e 1996, una decisione presidenziale di scioglimento del Parlamento ai sensi dell’art. 88, assunta in piena autonomia sentiti solo i presidenti delle Camere. Può tuttavia una simile decisione essere assunta in presenza di un governo non sfiduciato che ogni giorno dichiara di voler continuare il proprio cammino? La risposta a questo interrogativo, più che da precedenti fondati su situazioni di emergenza, viene dal mutato sistema elettorale che, con l’introduzione del premio di maggioranza, ha inciso profondamente sulla rappresentatività della maggioranza parlamentare che ha espresso la fiducia al governo (…) Si aggiunga inoltre che la maggioranza parlamentare uscita dalle elezioni si è dissolta, e che il governo ha ottenuto una nuova fiducia solo grazie al decisivo apporto di un gruppo di parlamentari eletti nelle liste dei partiti di opposizione, da elettori dunque che avevano espresso il proprio voto contro il premier in carica. Anche prescindendo dal deficit di rappresentatività del Parlamento causato dal premio di maggioranza, l’attuale governo non è dunque il governo scaturito e legittimato dal voto elettorale. Nessun dubbio dunque che se, nella sua totale autonomia di decisione, il Presidente della Repubblica decidesse di sciogliere le Camere, egli non commetterebbe alcuna forzatura, né tantomeno alcun abuso. (Stefano Passigli, La Stampa  04/02/2011)