Il paese mafioso della legalità

Strano fenomeno: in nessun paese del mondo la retorica della legalità – da decenni ormai – ha tanto successo come in Italia, e viene fatta propria da istituzioni, partiti, associazioni, enti, media, da tutti gli strati della società; allo stesso tempo, però, in nessun paese del mondo è tanto diffusa la sensazione che le mafie – suggestivamente al plurale – si stiano infiltrando sempre più estesamente dentro gli strati tutti di questa società. Altro strano fenomeno, ma parallelo: sono più di vent’anni che la nostra magistratura continua «a rivoltare l’Italia come un calzino per sradicare la corruzione dalla pubblica amministrazione»; eppure le radici della corruzione sembrano ricrescere più forti e tenaci che mai ogniqualvolta vengano strappate. Ci si aggira in una cacofonia plumbea; la mole immensa e farraginosa dei materiali processuali più che avvicinarci alla verità sembra addensare ogni giorno nuove ombre anche su quello che pareva accertato; e si ha come l’impressione di vivere in un paese di invasati, incapace di guardare con equilibrio dentro se stesso.

Ciò è dovuto a due ragioni, strettamente collegate fra loro. La prima è che il partito della legalità è tutt’altro che innocente; non nasce da disinteressato civismo, ma da interessi politici, o da motivazioni ideologiche. La seconda è che proprio quella magistratura che ostenta maggior protagonismo nella lotta ai fenomeni corruttivi, non solo non costituisce un esempio d’indipendenza, ma al contrario si muove su solchi già tracciati da qualcun altro. Dagli anni settanta in poi tutte le grandi inchieste giudiziarie sulla corruzione sono state precedute dall’attività febbrile della propaganda politica e delle inchieste giornalistiche, e dalla pubblicazione di libri. Tutto questo incessante lavorio, basato in genere su mezze verità, cioè su mezze menzogne, arbitrariamente messe insieme, è servito per scrivere in anticipo i vari capitoletti della storia dell’Italia repubblicana secondo il verbo dei seguaci della questione morale; sorta di messianismo politico la cui tesi di fondo è che l’Italia è un paese antropologicamente criminale e cripto-fascista fatto salvo un resto di buoni, di onesti e di democratici, destinato un giorno a guidare un paese purificato e rigenerato.

La magistratura entra sempre in azione dopo che ogni capitoletto di questa storia di regime sotto false spoglie democratiche si sedimenta per benino, ancorché infarcito di bubbole spaziali o di galattiche esagerazioni, nel cervello del popolo: non prima, perché sennò il rischio di cadere nel ridicolo agli occhi dell’opinione pubblica è troppo forte. Il compito della magistratura ha perciò qualcosa di sacerdotale, come ben si addice allo spirito settario: è quello di sacralizzare con le sentenze le superstizioni dogmatiche dei cultori della legalità.

Dove possono finire la misura, il discernimento, l’esatta valutazione della natura, della gravità e della vastità dei fenomeni corruttivi in tale contesto, se non nel novero delle cose inutili e fors’anche sospettabili di connivenza? E come può un paese fare un vero esame di coscienza, capire con chiarezza quali sono i suoi problemi, il suo posto e i suoi interessi nel mondo, se è costretto da queste legioni di guardiani della rivoluzione ad essere continuamente sospeso tra l’autoflagellazione e la voglia di ghigliottina?

Ecco perché, allora, la vera battaglia che attende chi ha ancora la testa sulle spalle, chi ha ancora conservati intatti la propria indipendenza di giudizio e perfino il proprio senso dell’umorismo, è quella contro l’isteria generalizzata di un paese che in questa agitazione farsesca e cieca sta perdendo ormai anche il puro e semplice istinto di autoconservazione.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

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La Meglio Italia e gli Angeli del Fango

E’ bastato poco alla Meglio Italia per incapricciarsi degli spalatori di Genova, i cosiddetti Angeli del Fango: appena il tempo di capire che avrebbe potuto per l’ennesima volta sbandierare spudoratamente la propria diversità morale dal resto della ciurma italica stringendosi idealmente attorno (con stravaganti adulazioni) ai ragazzotti con la pala, alcuni dei quali (ho detto alcuni, non arrabbiatevi) (ma volevo dire molti, arrabbiatevi pure) animati sicuramente più da protagonismo che da spirito di abnegazione. La meglio gioventù, che vede non a caso alcuni dei suoi protagonisti arruolarsi tra gli angeli del fango della Firenze alluvionata del 1966, è, prima di tutto, un film che rappresenta al meglio, proprio perché inconsapevolmente, una malattia nazionale, la più grave dell’Italia repubblicana: un fariseismo di massa che oggi imperversa ormai anche nei più sciocchi e leggeri programmi televisivi. Che diceva, pregando tra sé, il fariseo della famosa parabola tratta dal Vangelo secondo Luca? «O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano.» Dopo decenni di velenosa predicazione, quest’attitudine, declinata in mille modi diversi, dai più sottili ai più grossolani, sembra aver contagiato tutti, tanto che non si capisce come ci possa essere in giro ancora qualche ladro o pubblicano da stigmatizzare. Ma il problema non si pone: c’è sempre un fariseo meglio fariseo di te che ti dà del pubblicano. E’ lo stadio zero della società civile e della politica, quando non ci sono più né l’una né l’altra.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Una grande ombra di menzogna

«Siamo [noi “lealisti”, NdZ] quelli che si rifiutano di accettare che 20 anni di nostra storia, di passione, di idee, di coinvolgimento di milioni di italiani attorno a Berlusconi possano essere raccontati come un romanzo criminale.» Raffaele Fitto ha perfettamente ragione. E’ questo il nocciolo della questione. Tuttavia quelli fra i “lealisti”, della politica o dei media, che giurano di «non voler morire democristiani» o si disperano del fatto che a loro «toccherà morire democristiani» fanno lo stesso errore deprecato da Fitto. Sono degli ingenui che parlano il linguaggio della sinistra.

Sono parole, quelle sui democristiani, che implicano un’adesione (ancorché involontaria) alla vulgata sulla storia dell’Italia repubblicana che la propaganda di sinistra ha diffuso nel paese per decenni. Dirle significa veramente «raccontare i 40 e passa anni della Dc come un romanzo criminale». Alla Dc la storia aveva affidato un compito: rappresentare l’elettorato conservatore italiano. La storia della Dc non è quella di un lungo romanzo criminale, ma quello di un lento e progressivo suicidio politico-culturale e di una lenta e progressiva diserzione dal proprio elettorato, e quella di una lenta e progressiva resa. I democristiani sopravvissuti a Mani Pulite, in genere, non sono mai guariti dal risentimento verso chi li aveva salvati, Berlusconi, perché quel dilettante salvandoli li aveva umiliati, dimostrando loro, sedicenti professionisti, che la sconfitta non era scontata, e che c’era tutto un elettorato da recuperare, quello che loro per viltà avevano abbandonato. E’ questo risentimento che li spinge di nuovo a piegarsi all’aggressività della sinistra post-comunista ma sempre-giacobina e a sposare l’antiberlusconismo. Il vero “orgoglio democristiano” perciò non può essere antiberlusconiano. Se lo è nasconde una resa.

Non fu un romanzo criminale neanche il decennio craxiano, naturalmente. Non lo è stato il ventennio berlusconiano. Ma fino a quando la sinistra italiana non farà i conti con la propria storia, la storia degli avversari politici sarà sempre e necessariamente quella di un romanzo criminale: la Dc era criptofascista e corrotta; il berlusconismo pure; il nuovo centrodestra, se non rinnegherà Berlusconi, pure: corrotto e criptoberlusconiano, ossia criptofascista. E’ una grande ombra di menzogna che confonde le menti e storpia il linguaggio. Cerchiamo perciò di non essere fessi. In politica le parole sbagliate hanno spesso gli stessi effetti del fuoco amico.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (122)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

PAOLO FLORES D’ARCAIS 15/04/2013 Per il teorico dell’homo democraticus contrapposto all’homo caimanicus, i dieci candidati al Quirinale scelti dal M5S sono «in schiacciante maggioranza adamantini nel loro essersi costantemente opposti al regime di Berlusconi che calpestava la Costituzione repubblicana». Lasciamo da parte il capo della tribù vaffanculista e mettiamo in fila gli altri nomi di questa lista: Romano Prodi, Emma Bonino, Gustavo Zagrebelsky, Gian Carlo Caselli, Ferdinando Imposimato, Stefano Rodotà, Milena Gabanelli, Gino Strada e Dario Fo. Non sembra che abbiano patito molto durante la ventennale opposizione al regime. Non si direbbe che siano vissuti nelle catacombe. Non si direbbe che non abbiano fatto carriera. Sono riveriti, spesso osannati e premiati. Alcuni, misteriosamente, passano per geni, o eroi. E se li discutete correte il rischio di essere incasellati nella sottospecie caimanica. La comica ortodossia di questa lista in fondo ci dice tre cose: che un regime in effetti forse c’è; che la sua propaganda c’è di sicuro; e che i militanti grillini sono tra le truppe più fedeli al verbo.

MATTEO RENZI 16/04/2013 La popolarità del sindaco di Firenze finora è stata l’espressione di un’energica e giovanilistica somma di incongruenze rimaste a mezz’aria, vaporose ma accattivanti. Ma quanto potrà durare ancora l’incantesimo? Per la realtà italiana, e anche per molta di quella europea, Matteo il liberal non è di sinistra ma si è messo in testa di farla sua. Allo stesso tempo, nel suo tentativo di scalata ai vertici del suo partito, Matteo il rottamatore usa l’arma della retorica anti-casta come il più forsennato dei grillini. Il primo Matteo non ha mai superato la diffidenza del popolo di sinistra; il secondo Matteo non supererà mai la diffidenza del popolo non di sinistra, nel caso dovesse mettersi in proprio. Non vorrei che Renzi finisse per ricalcare le orme ingloriose di quei centristi famosi in vita come maestri di tattica, ma morti politicamente col cappello da somaro in testa. Quelli restavano in mezzo non dicendo un bel nulla, lui fa lo stesso sparandole grosse.

L’UTILE IDIOTA LIBERTARIO 17/04/2013 Fra tutti i libertari-liberisti che l’orbe terraqueo conosca quello italiano è il più compreso dei suoi sacri doveri. Non ci sono limiti alla sua furiosa intransigenza. Anche se non lo sa, questo fanatico della libertà non si è mai liberato dei suoi geni giacobini. Perciò crede ancora nella rivoluzione e nella palingenesi, nonostante abbia letto Hayek, e nonostante la rivoluzione e i rivoluzionari amino alla follia lo stato, lo statalismo e, quando sono al potere, anche lo stato di polizia. Ciò lo predispone a diventare un utile idiota. C’è sempre infatti qualche sottile parentela intellettuale tra l’utile idiota e il suo padrone. Anche se noi per comodità diciamo che è solo un cretino. Ergo, in un momento di profondo sconforto, nella folle speranza che da un azzeramento totale possa germogliare il bene, il libertario italiano è capace di votare anche per il Movimento Cinque Stelle. Qualcuno l’ha fatto. Dovete capirlo, era ormai fuori di testa. Il colpo decisivo glielo aveva dato Milena Gabanelli, con la sua proposta orwelliana di abolire il contante. Da un annetto l’esaltata ficcanaso di Report era per lui l’icona del Male Totalitario. Il Maligno nella sua spietata impudenza ha voluto ora che i militanti grillini scegliessero proprio la Diavolessa come primo candidato alla Presidenza della Repubblica. Così sembra agli stolti, almeno. Perché in realtà a volerlo è stato un Dio con questo babbeo perfino troppo misericordioso, un Dio che punisce chi vuole correggere e salvare dalla definitiva perdizione.

IL CONTROCONCERTONE DEL PRIMO MAGGIO 18/04/2013 Quando una setta diventa troppo potente entrarci non è più un affare, anche se a volte diventa un obbligo. In una setta si entra per distinguersi, per fare massa critica insieme ad altri compagni di avventura al fine di intimidire la società e scalarne i vertici. Ma quando il potere di questa setta si ramifica troppo, prima cominciano a scarseggiare i posti di primo piano a disposizione, e poi, via via, quelli di secondo, di terzo e di quarto. Insomma, per molti di questi settari il destino è di ritornare nella società dalla quale sono venuti, almeno dal punto di vista del posto in classifica, nonostante il distintivo. Ciò genera un plebe di settari scontenti che porta alla formazione di una setta all’interno di una setta: ne sono protagonisti loro stessi, e coloro che già molto in alto in classifica si servono di questa nuova massa critica di settari interni alla grande setta per scalzarne dal podio i capi. Questo è un discorso serio. Ma vale anche per le stronzate. Pensate alla sinistra e alla musica in Italia. La sinistra dopo decenni è riuscita a conquistare quella micidiale mattonata del Festival di Sanremo, che di colpo ha acquistato agli occhi dei media compiacenti una dignità culturale prima sconosciuta. La sinistra è da sempre padrona anche di quella micidiale mattonata del Concertone del Primo Maggio, il festival della musica responsabile, consapevole e socialmente utile, che da sempre ha avuto agli occhi dei media compiacenti una dignità culturale inversamente proporzionale alla sua tediosa pochezza. Tutta questa abbondanza è problematica per quegli artisti che vogliono restare, o diventare, delle vere icone della società civile, ossia della sinistra. E’ per questo che è nato il ControConcertone del Primo Maggio da tenersi nella città martire di Taranto. Quello sarà il Vero Festival della musica responsabile, consapevole e socialmente utile. Chi l’ha organizzato, l’attore Michele Riondino, figlio della città martire, del Concertone ha detto velenoso: «E’ un Sanremo di sinistra». Luca Barbarossa e Fiorella Mannoia, veterani dei festival, hanno già aderito dall’alto della loro esperienza. Comunque, una cosa è sicura: sarà la solita sbobba.

IL POPOLO DEMOCRATICO 19/04/2013 Può anche darsi che il Partito Democratico faccia ridere, ma siamo proprio lontano dalla verità se diciamo che è lo specchio di un Popolo Democratico alquanto fantozziano? Converrete che vedere ieri davanti a Montecitorio una signora bruciare la propria tessera del Pd per protestare contro la scelta del Pd di votare un esponente del Pd alla presidenza della repubblica è stato piuttosto spassoso. Si tratta pur sempre di un compagno democratico, mica di un impresentabile o di un lestofante. Ma agli occhi della scalpitante base democratica l’ottantenne democratico Franco Marini ha due grandi colpe: 1) essere un vecchio arnese democristiano; 2) avere avuto il placet del Caimano. L’onesto popolo democratico gli preferisce invece un fanciullo ottantenne di nome Stefano Rodotà, i cui meriti sono due: 1) essere un vecchio arnese radicale, indipendente di sinistra (ossia comunista senza etichetta), comunista, pidiessino, oggi molto vicino agli esaltati patrioti costituzionali di Libertà e Giustizia, il tempio dell’antiberlusconismo più puro; 2) avere avuto il placet di Grillo. Con questo pedigree Rodotà è per definizione un personaggio di indiscutibile caratura morale e intellettuale, e come tale è naturalmente un simbolo di indipendenza. E’ per questo che in Italia tutte le personalità capaci ed indipendenti sono di sinistra. Il popolo democratico, compreso quello ultra-democratico alla sua sinistra, se le canta e se le suona da decenni: oggi è talmente suonato che non riesce a vedere al di là del proprio naso.

Cosa significa il rigetto di Prodi da parte della sinistra

La sinistra prima ha bocciato Marini, un esponente del Pd, anzi un fondatore del Pd, ex democristiano ma non antiberlusconiano. Poi la sinistra ha bocciato Prodi, un nume tutelare del Pd, ex democristiano ma antiberlusconiano. Ciò significa che i piddini sono caduti nel panico. Comanda “La Repubblica” e comanda sempre di più “Il Fatto Quotidiano”. Comandano i fanatici patrioti costituzionali antiberlusconiani di Libertà e Giustizia cogli appelli per il loro sodale Rodotà. Senza l’antiberlusconismo la sinistra è priva di un’identità. Ciò significa che ad agire è la logica del giacobinismo: i montagnardi si stanno mangiando i girondini. Ciò significa che, orfana del marxismo, la sinistra italiana è rimasta solo giacobina. Il giacobinismo è un vuoto riempito di odio. E’ un moralismo senza principi e senza misericordia. E’ una Chiesa senza un Credo e senza Comunione. E’ il Non-Essere politico. In Italia questo nulla velenoso va sotto il nome di Questione Morale, un Idolo al quale solo pochi non si sono piegati. La Questione Morale è un Idolo che va abbattuto. Ciò significa che tutto questo sarebbe impensabile se la sinistra in Italia, come in Europa, fosse rappresentata da un Partito Socialista o Socialista Democratico, perché in quel caso sarebbe una forza temperata e temprata. Quello del Pd è un giacobinismo all’acqua di rose, incline alle mode, capace di abbandonare le bandiere rosse, capace di strizzare l’occhio al liberalismo, farsi obamiano e kennedyano, ma incapace di porre barriere al giacobinismo puro e duro. Ciò significa che il Partito Democratico è solo una sigla – fuori della storia e quindi della politica – che è servita ai post-comunisti per dribblare l’ostacolo “socialdemocratico”. Ciò significa che alla sinistra manca il baricentro socialdemocratico, ossia autenticamente di sinistra ma non giacobino. Ciò significa che il problema strutturale è sempre quello. Quando i nodi vengono al pettine il gregge sente fortissimo il richiamo della foresta. E il succo della storia è semplice: la sinistra italiana non ha ancora fatto i conti con la storia. E questa è la vera anomalia che si riverbera su tutto il resto della società e della politica italiana.Che noia mortale.

Cosa significa il rigetto di Marini da parte della sinistra

Ciò significa che l’unica cosa che “tocca le corde profonde dell’elettorato progressista” è ancora l’antiberlusconismo. Ciò significa, anche se questo non piace agli orecchi delicati, che la sinistra non è ancora uscita dal “comunismo”. Ciò significa che il Partito Democratico è solo una sigla – fuori della storia e quindi della politica – che è servita ai post-comunisti per dribblare l’ostacolo “socialdemocratico”. Ciò significa che il Pd è formato da giacobini in doppiopetto – i sanculotti sono alla sua sinistra – e relitti democristiani cooptati solo per puro pragmatismo, con l’eccezione di quelli che si sono piegati al verbo. Ciò significa che il problema strutturale è sempre quello. Quando i nodi vengono al pettine il gregge sente fortissimo il richiamo della foresta. E il succo della storia è semplice: la sinistra italiana non ha ancora fatto i conti con la storia. E questa è la vera anomalia che si riverbera su tutto il resto della società e della politica italiana. Che noia mortale.

La società civile, l’antipolitica (e Bersani)

In Italia l’espressione “società civile” non ha un valore neutro: essa contraddistingue la parte più virtuosa della popolazione. Anzi, la sola virtuosa. Tale corruzione semantica è frutto della propaganda di sinistra. In cima ai pensieri della “società civile” sta la “questione morale”. La “società civile” e la “questione morale” cominciarono ad affermarsi come parole d’ordine della sinistra alla fine degli anni settanta, quando il comunismo, almeno come ideale politico, stava mostrando vistosissime crepe: venivano a galla i crimini del maoismo, Pol Pot non poteva nascondere i suoi, e la realtà degli arcipelaghi gulag veniva divulgata da Solzhenitsyn.

Queste due espressioni servirono al “popolo comunista” per continuare a rivendicare la propria “diversità” nel momento in cui abbandonava la fede nel marxismo. Un comunista privato della fede, ma che mantenga intatta però la forma mentis, è un giacobino fatto e finito. Come disse Cochin, il giacobinismo è il partito del partito preso: da una parte i buoni, gli onesti, i democratici; dall’altra i cattivi, i disonesti, i fautori del dispotismo. I secondi verso il 1950 dal “popolo comunista” erano chiamati “forchettoni”; nel marzo del 2013 dalla “società civile” sono chiamati “impresentabili”.

I padri della “società civile” e della “questione morale”, ossia dello sganciamento dal marxismo e dell’approdo al giacobinismo, furono Eugenio Scalfari ed Enrico Berlinguer. I primi tempi si beccarono, anche per questioni di leadership, ma alla fine si abbracciarono, perché con l’abbandono del marxismo nulla impediva ai giacobini di trovare una casa comune. E’ per questo che “La Repubblica” è diventato il giornale della sinistra. Prima di dividersi ancora, s’intende, perché le sette generano sette. E’ per questo che è nato “Il Fatto Quotidiano”.

Noi chiamiamo “antipolitica” una forma giustizialista, demagogica e distruttiva di politica. Se questo è vero l’Italia repubblicana convive con l’ “antipolitica” fin dalla sua nascita. E’ cambiato, in parte, solo il suo vocabolario. Eugenio Scalfari ed Enrico Berlinguer sono i padri dell’ “antipolitica” post-comunista. E’ per questo che Enrico Berlinguer è venerato anche dagli azzeratori più scalmanati.

Le icone della “società civile” stanno in cima alla gerarchia del popolo virtuoso. Esse sono le riconosciute stelle di prima grandezza in tutti i settori della società civile senza virgolette: nelle arti, nella scienza, nello spettacolo, nelle attività imprenditoriali, nelle associazioni, nel volontariato, nel mondo accademico, nella chiesa, in cucina, nello sport e prossimamente nel sesso. Le icone della “società civile” sono per definizione persone di indiscutibile statura morale ed intellettuale, anche se in genere sono dei minchioni alla moda. Le icone della “società civile” nobilitano tutto ciò che toccano, anche il Festival di Sanremo, un tempo rubricato, non senza qualche ragione, tra gli ignobili passatempi degli “impresentabili”.

La “società civile” non fa politica, ma “antipolitica” per necessità di natura. La propria. Infatti per la “società civile” ogni dialettica politica è impossibile con la società altra da se stessa, quella incivile, ossia quella degli “impresentabili”. Il fine della “società civile” è di costruire la “democrazia compiuta”. Non la democrazia normale, imperfetta e incompiuta. La “democrazia compiuta” è un concetto millenaristico e antidemocratico, e sta alla “società civile” come la “terra promessa comunista” stava al “popolo comunista”. I sacerdoti della “democrazia compiuta” non credono a nulla, specialmente nella “verità”, ma hanno nella Costituzione il loro Corano.

Nel corso della sua espansione nei territori della società civile senza virgolette, la “società civile” ha stipulato una tregua coi “dhimmi”, in genere cattolici adulti, ai quali viene concessa una cittadinanza di serie B in cambio del riconoscimento della supremazia della “società civile” e del pagamento di un tributo politico, conosciuto generalmente come “idiotismo politico”.

Più fessi dei “dhimmi” ci sono solo i “poteri forti”. I “poteri forti”, alla stregua della debosciata aristocrazia degli antichi regimi, hanno strizzato l’occhio alla “società civile”, e quindi all’ “antipolitica”, nella convinzione di poterla neutralizzare. Sono stati proprio questi babbei all’ennesima potenza a dare il segnale dell’assalto decisivo agli “impresentabili” con lo strombazzato lancio del libro “La casta”, operazione che infinocchiò legioni di gonzi. Dopo le elezioni di febbraio una parte di questi babbei ha riposto le sue ultime speranze di salvezza nell’esercito degli “impresentabili”, al quale prima delle elezioni avevano augurato di sparire dalla faccia della terra.

La cricca potente e illiberale della “società civile” ha scritto e imposto una recente storia patria a sua immagine e somiglianza. Il cui succo è questo: una cricca corrotta e para-fascista blocca il pieno dispiegarsi della “democrazia compiuta” in Italia. Un tempo era democristiana, poi craxiana, da vent’anni è berlusconiana. La bubbola spaziale è ripetuta da milioni di pecore ogni giorno. La “questione morale”, ossia la “lotta di classe” post-comunista, è l’arma di distruzione di massa della “società civile”. La verità è questa: la cricca della “società civile” blocca il normale dispiegarsi della normale democrazia.

Il Partito Democratico non ha mai divorziato dalla “società civile”. Perciò non è un partito socialdemocratico. Perciò nella sua essenza la sua azione politica rimane “antipolitica”. La forma non cambia la sostanza. Questo è uno dei due motivi per cui il premier incaricato Bersani nel giro delle consultazioni ha visto le icone della “società civile”. Il secondo motivo è che Bersani con questa mossa mirava a sedurre i campioni dell’ “antipolitica”, i grillini. I grillini sono i montagnardi della “società civile”.

La fine della “società civile” è il presupposto per la normalizzazione della politica italiana, la quale è il presupposto per la maturazione della democrazia italiana e per fare dell’Italia un paese più civile e libero. Il berlusconismo ha rappresentato nei fatti l’opposizione e la resistenza politica all’ “antipolitica” illiberale. Chi pensa di migliorare l’Italia prescindendo da questa realtà è un ingenuo. Ho già scritto, e lo scrivo da anni, che a dispetto delle apparenze la pulsione antidemocratica rappresentata dalla “società civile” e dalla “questione morale” sta crollando. Lo confermo.

Monti e il centrodestra

Monti può fare adesso tre cose:

  1. Non candidarsi, aspettare gli eventi e fare la riserva della repubblica. Questa scelta obbedirebbe alla sua più vera natura. In questo caso Berlusconi, o Alfano, avrebbero il pieno diritto e anzi il dovere di candidarsi a nome di tutti i conservatori.
  2. Candidarsi, senza però parlare all’elettorato conservatore, ostentando equidistanza ed europeismo paternalista, e radunando attorno a sé i nani e le ballerine dello sfatto centrismo italiano. Finirebbe come Martinazzoli. Da utile idiota. Anche in questo caso Berlusconi, o Alfano, avrebbero il pieno diritto e anzi il dovere di candidarsi a nome di tutti i conservatori.
  3. Candidarsi per vincere e parlare all’elettorato conservatore. Questo significherebbe però accettare il «centrodestra» e legittimare il «berlusconismo». Il centrodestra è un parto di Berlusconi. Storicamente parlando, «berlusconismo» equivale a «nascita del centrodestra italiano». Ossia la normalizzazione e l’europeizzazione della politica italiana. L’odio profondo verso Berlusconi nasce dal fatto che l’esistenza del centrodestra, ossia la normalizzazione della colonna destra dell’edificio politico italiano, smaschera l’anomalia della sinistra, priva di una colonna dichiaratamente «socialdemocratica». La sinistra accetta di farsi chiamare «democratica» e perfino «comunista», ma non «socialdemocratica».* Non avendo mai affrontato la «questione socialista», che è la vera questione morale della sinistra e dell’Italia tutta, la sinistra orfana del marxismo finisce per dividersi nel partito giacobino dalle buone maniere e in quello dalle cattive maniere. La damnatio memoriae del berlusconismo è necessaria per tenere in vita quest’anomalia, e per continuare a tenere soggiogata la «destra» in quella specie di Sindrome di Stoccolma che già pietrificò la Democrazia Cristiana. Loro lo sanno benissimo. Scriveva ieri il direttore de L’Unità, Claudio Sardo:

Eppure [la discesa in campo, NdZ] sarebbe per Monti un gravissimo errore. Perché, anche se Berlusconi fosse davvero completamente irrilevante – e questo non è, come ha dimostrato lo stesso premier con le sue clamorose dimissioni – Monti sarebbe costretto a giocare nel campo disegnato da Berlusconi, quello della seconda Repubblica, vanificando di colpo la transizione avviata dal suo governo. Non sarebbe più Monti al centro di un’area europeista, composta dal centrosinistra e dai moderati, ma verrebbe sospinto in uno spazio dove convivono pulsioni populiste e antieuropee.

* E’ una verità che si può cogliere anche nelle piccole cose: basti pensare che il gruppo socialista europeo ha dovuto cambiare la sua ragione sociale al solo scopo di accogliere fra le proprie fila gli stravaganti “democratici” italiani.

La socialdemocrazia in Italia

Fuori dalle astrazioni teoriche, che lasciano il tempo che trovano, cosa significa dal punto di vista politico e nel concreto della storia contemporanea il termine «socialdemocrazia»? Tre cose:

  1. L’abbandono della fede nel «sistema socialista» e l’accettazione del «sistema democratico» (borghese). Il «sistema socialista» è incompatibile col «sistema democratico». Un «sistema socialista» è un sistema «compiuto», perfetto; la democrazia non lo è mai. Se vi domandate come mai in Italia una marea di imbecilli parli continuamente di «democrazia compiuta», ora lo sapete: non sono democratici. Socialdemocrazia, quindi, nei fatti significa «democrazia sociale» piuttosto che «socialismo democratico».
  2. La riconfermata propensione, più o meno accentuata, per lo statalismo e per le idee «laiche e di progresso».
  3. L’abbandono dell’antropologia giacobina, nata dallo spirito di fazione e propedeutica alla presa del potere, che divide la nazione in due parti: quella sana, onesta, virtuosa, migliore, e «democratica»; e quella insana, disonesta, corrotta, peggiore e «antidemocratica».

La sinistra italiana non è socialdemocratica perché non ha mai affrontato il terzo punto. Nei comunisti il giacobinismo era avvolto in panni marxisti. Orfani del marxismo, i comunisti sono rimasti nudi, ossia giacobini. La «lotta di classe» è stata sostituita dalla «questione morale», ossia la continuazione del comunismo con altri mezzi. Al fattore K è subentrato il fattore G. E l’immobilismo italiano è continuato. A tutto favore degli esaltati, dei giustizieri, degli estremisti e dei cultori della legalità da una parte; e dei «mariuoli» dall’altra. Sono le due facce, entrambe disoneste, della stessa medaglia.

L’incompiuta trasformazione socialdemocratica in Italia ha lasciato in vita il mito del «centro». Il «centro» è la destra perbene, addomesticata e legittimata dalla sinistra comunista e giacobina, che, dentro un «sistema democratico» (borghese), sta alla seconda come il Partito dei Contadini stava al Partito Comunista nelle defunte «democrazie» popolari dell’Est europeo. Il «centro» serve per bloccare ogni evoluzione politica della destra, ossia il progressivo assorbimento nel «sistema democratico» di ciò che resta di quel radicalismo di destra che per comodità possiamo chiamare «identitario», e l’apertura verso le istanze «liberali». Il fenomeno politicamente non è contraddittorio perché è naturale che quando vengono liberate le vie di accesso alla destra, che fino a quel momento non poteva nemmeno chiamarsi «destra», ad essa concorrano come ad un gran fiume tutti gli affluenti. Questo è stato il significato politico del «berlusconismo».

Si capisce allora perché quegli uomini politici che più si sono distinti nello sforzo d’ingabbiare il radicalismo di destra e di sinistra dentro il «sistema democratico» (borghese) siano stati odiati e additati al pubblico ludibrio da chi aveva interesse nel mantenere lo spirito di fazione: dal «ministro della malavita» Giolitti, a Craxi, a Berlusconi. Abbiamo sotto gli occhi l’ultimo risultato di questo spirito distruttivo, rottamatore, ripulitore e azzeratore: una destra in cui ognuno sembra andare per la sua strada e tornare agli antichi vizi (salvo accorgersi che da solo non va da nessuna parte e quindi fare marcia indietro), e una sinistra composta da giacobini esaltati e freddi, da giacobini esaltati e scalmanati, e da giacobini dalle buone maniere. A quella astratta creatura d’importazione che è il «liberale» italiano tutto questo è sempre sfuggito, e nel suo gran dispitto intellettuale ha spesso collaborato allo sfascismo italico. L’irrilevanza politica se la merita tutta.

L’ora della Montagna liberal-giustizialista

Tre mesi sono un tempo sufficiente per metter fine alla commedia. Ora i montagnardi si muovono. E’ il loro caro leader, Gustavo Zagrebelsky, a firmare la nuova enciclica di Libertà e Giustizia diretta a tutti gli adepti della Montagna. I quali ardentemente l’aspettavano: da tempo, infatti, vagavano raminghi su e giù per la penisola e da soli non sapevano più che cavolo fare o pensare nell’era del governo Monti. In severa obbedienza alla retorica democratica e partecipativa, il pippone va sotto il nome di “Dipende da noi”, ma sembra più l’appello di un generale alla truppa, o il sermone di un imam al gregge dei fedeli. L’unanimismo ostentato è tipico delle più infervorate cricche democratico-rivoluzionarie; Gustavo, perciò, firma «per tutta Libertà e Giustizia»: manco una pecora nera che increspi la piatta superficie bianchiccia della Volontà Generale di Libertà e Giustizia; che è poi il nome del partito dei Fratelli Musulmani d’Egitto, al cui ruolo di profittatori della Primavera Araba questi gelidi esaltati evidentemente s’ispirano.

E’ bene che i pasdaran della democrazia sappiano innanzitutto di aver avallato la forzatura del governo Monti per impedire che il partito del Caimano, in preda alla disperazione, ponesse mano alla forzatura costituzionale finale, e per dare una risposta emergenziale al fallimento della politica e al disastro economico-finanziario incombente. Ma sappiano anche che non hanno combattuto quello che era un simulacro di democrazia rivestito di populismo per cadere in un nuovo simulacro di democrazia imbellettato dalla tecnica. La democrazia «compiuta» è ancora lontana dalla sua realizzazione. La medicina necessaria del governo tecnico, se esce dal suo ristretto alveo programmatico, può diventare un veleno. La «tecnica» non può diventare il lasciapassare per imporre un regime autocratico. Bisogna vigilare. La politica non deve morire, pena la fine della libertà.

Sono sicuro che certi rimasugli del berlusconismo, che prima del diluvio facevano più o meno questo stesso discorsetto, rimarranno a bocca aperta di fronte a tanta faccia tosta, nonostante ne abbiano viste e combinate di tutti colori. I più fessi della compagnia, nella loro infinita bontà, vi potranno vedere perfino una qualche meritoria resipiscenza. Non vogliono intendere che per i liberal-giustizialisti – uso questo termine per fare un dispetto a Gustavo, cui non piacciono i giochi di parole: degli altri, s’intende, perché lui coi concetti e con le parole ci gioca sempre – che per questi fuori di testa di liberal-giustizialisti, dunque, la rifondazione della politica come e più di prima «deve partire dalla sua decontaminazione dalla corruzione». Ciò implica che questa classe politica fallita, quando non provatamente corrotta, non è legittimata a fare le riforme. Un albero malato non può dare buoni frutti. Potrà fare solo la riforma elettorale, ma questa dovrà essere sottoposta al controllo del corpo elettorale tramite un referendum. Sempre che la «società politica» non voglia ancora, irresponsabilmente, fare a meno della «tanto disprezzata società civile», la quale, incredibilmente, è quella stessa società civile alla quale la turba immensa dei cretini rende omaggio ogni giorno senza alcuna pietà per i vostri martoriati orecchi.

Diciamolo: questo Gustavo è una sagoma. Liquidato quindi il governo Monti, e liquidata anche l’attuale irrecuperabile classe politica, sarà la società civile con nuove elezioni ad esprimere una sua rinnovata rappresentanza politica. Queste nuove elezioni dovranno essere un crogiolo veramente democratico. Se voi pensate di essere «democratici» è bene che ci pensiate due, tre, quattro, cinque volte prima di darlo per scontato. Si fa presto a parlar di democrazia. Invece, spiega Gustavo a Repubblica, c’è la «democrazia dogmatica», c’è la «democrazia populista», e poi c’è la «democrazia critica», che è l’unica veramente «liberale». Quella dove tutti pensano con la propria testa. Fin qui lui, per adesso. Il resto ve lo spiego io. Cercate di capire rettamente prima di essere colpiti a ciel sereno da un anatema: una democrazia critica è una democrazia consapevolmente critica, non critica e basta. Le critiche possono anche essere becere. Invece devono essere pertinenti. Devono conformarsi alle regole e ai valori intrinseci della democrazia. Dovete conoscerle, sentirle, respirarle, se non volete essere iscritti nelle liste dei democratici dogmatici o in quelle dei democratici populisti. Se vi sentite perduti, nonostante la vostra «propria testa», sappiate che avete in lui, Gustavo, e nel suo club un infallibile Revisore in Ultima Istanza, che saprà indirizzarvi per il meglio.

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