Una settimana di “Vergognamoci per lui” (150)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

LA CITTADINANZA ONORARIA 28/10/2013 Il premio Nobel per la Pace 1991 Aung San Suu Kyi, in visita in Italia, ha potuto finalmente ritirare la cittadinanza onoraria romana che l’Urbe le aveva assegnata nel 1994. La Città Eterna aveva premiata la leader birmana anche nel 2007, col celeberrimo Premio Roma per la Pace, allora ritirato in sua vece da Roberto Baggio, ieri al fianco dell’eroina birmana. Aung San Suu Kyi domani sarà invece in quella Torino che, per associare l’illustre nome della città sabauda a quello dell’illustre premio Nobel, si pregiò di conferirle la cittadinanza onoraria nel 2009, al tempo in cui il sindaco Fassino faceva l’Inviato Speciale dell’Unione Europea per la Birmania. Dopodomani sarà il turno della malata di protagonismo Bologna, ombelico della democrazia mondiale, dove Aung San Suu Kyi riceverà non solo la cittadinanza onoraria, ma anche una laurea honoris causa in filosofia che l’Università felsinea le aveva conferito tredici anni fa. E il 31 ottobre toccherà a Parma la gioia d’incontrare la sua famosissima concittadina onoraria già dal 2007. Dopodiché la signora, ormai tramortita dai salamelecchi, e con un gran sospiro di sollievo, se ne partirà dall’Italia.

GIANFRANCO RAVASI 29/10/2013 E’ morto Lou Reed ed anche il Cardinale che parla ai Gentili non ha mancato di twittare la sua, citando alcuni versi di una famosa canzone dell’artista newyorkese. La mia franca impressione è che il Cardinale abbia risposto più all’evento che a un moto del cuore. Sono andato a guardarmi i suoi tweet, una serie quasi ininterrotta di citazioni, dei veri e propri Baci Perugina cardinalizi, e ho scoperto che le tre precedenti incursioni del Cardinale nel recinto della musica pop hanno riguardato Bruce Springsteen, Patty Smith e i Coldplay. Questa lista di nomi mi ha dogmaticamente convinto del fatto che Ravasi della loro musica non sappia quasi nulla. Penso che il Cardinale si sia mosso come coloro che non amando e non conoscendo, con loro pieno diritto, la musica classica, dovendo dirne per forza qualche cosa pronunciano sospirosi i nomi di Bach, Mozart & Beethoven. A me per esempio Bach piace quasi sempre, Mozart qui e là, Beethoven quasi mai, e se devo essere sincero del tutto, trovo nella musica di quest’ultimo anche una vena di volgarità melodica. Amen. L’ho detto. Ah sì, ci sarebbe pure Lou Reed. Be’, penso che fosse noioso, e che la sua fama, come spesso capita nel mondo del rock, fosse dovuta a suggestioni extra-musicali.

CORRIERE & STAMPA 30/10/2013 Oddio, la natura umana è capace di tutto. E della supposta efficienza dei servizi segreti, compresi quelli «deviati», mi son sempre fatto beffe. Però, che i nipotini del KGB, al servizio di un governo guidato da un ex del KGB, durante il G20 di San Pietroburgo del settembre scorso siano andati a regalare ai leader di tutto il mondo dei gadget-spia sotto forma di chiavette e cavi Usb, sperando anche di farla franca, è una cosa capace di mettere in crisi le stesse fondamenta filosofico-intellettuali della mia esistenza. Quindi non ci voglio credere assolutamente. Tanto più che a darne notizia al mondo intero sono due illustri segugi di casa nostra, il mitico Guido Ruotolo e la mitica Fiorenza Sarzanini. I casi sono due: o solo i nostri hanno avuto la soffiata; o tutto il resto della truppa giornalistica mondiale ha preferito aspettare che qualche spericolato volontario rotto a tutto si facesse avanti: a dimostrazione che, di riffa o di raffa, il Berlusca c’entra sempre.

GIANFRANCO FINI 31/10/2013 L’ex leader di Alleanza Nazionale ha scritto un libro dal titolo emblematico, “Il Ventennio”, e dal sottotitolo sintomatico, “Io, Berlusconi e la destra tradita”. Prima considerazione: è noto che “ventennio” è una paroletta suggestiva vomitata dalla pancia dell’antiberlusconismo per rivestire pretestuosamente di panni fascisti l’epopea italoforzuta-pidiellina, pretestuosamente non fosse altro perché il Caimano ha governato l’Italia per meno della metà di questo ventennio, perché la sua parabola politica non è ancora finita, e perché non è affatto detto che la sua creatura politica debba morire con lui. Seconda considerazione: “destra tradita” sta naturalmente per “destra perbene tradita”, destra perbene o potenzialmente tale, degna di un paese moderno, depurata dal populismo berlusconiano. Terza considerazione: perché Gianfranco Fini usa questo linguaggio omologato? Per dimostrare a tutti che il suo approdo alla società civile, ossia alla dhimmitudine, è definitivo. E buonanotte.

DARIO FO 01/11/2013 A ottantasette anni compiuti, dopo una lunghissima e fortunata carriera a cui nessuno da mezzo secolo almeno mette il bastone fra le ruote, vezzeggiato, riverito e premiato come solo ad un artista di regime può capitare, nonostante o stante appunto l’arte grossolana, a Dario piace ancora recitare la parte del perseguitato, ed ostentare quella faccia divertita, sconcertata e indignata insieme che è diventata la sua maschera e che forse abbandona solo quando è costretto a lottare con la stipsi fra le quattro pareti del bagno. E’ con ineffabile voluttà, perciò, che il nostro giullare ha ricevuta la notizia del rifiuto imposto dalla Santa Sede alla rappresentazione all’Auditorium della Conciliazione del suo nuovo spettacolo teatrale, basato sul libro “In fuga dal Senato” scritto da Franca Rame. Una censura, scrive Dario il piagnucolone tracotante in una lettera aperta di denuncia dell’accaduto, che butta «un’ombra lunga e grigia sullo splendore e la gioia che Papa Francesco ci sta regalando». Infatti il succo non esplicitato della lettera è questo: 1) trattandosi di un atto clamorosamente contrario allo spirito rinnovatore che guida questo eccezionale pontificato, solo la cricca dei falchi del Vaticano può averlo firmato; 2) la Chiesa li metta a tacere; 3) Chiesa avvisata, mezza salvata.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (91)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

ANTONIO INGROIA 10/09/2012 L’avevo scritto. Era il 22 giugno scorso: «(…) Ci sono voluti solo vent’anni alla nostra ottima magistratura per scoprire che al tempo della Trattativa non regnavano né Craxi né Berlusconi, ma Ciampi e Scalfaro; che il 41bis fu applicato per i mafiosi dopo la morte di Falcone, non prima; che a sospendere l’applicazione del 41bis per qualche centinaio di mafiosi fu la nobile figura del ministro Conso, non una canaglia, il quale fece anche in tempo ad essere candidato ufficiale del Pds alle elezioni presidenziali del 1992: il giorno della strage di Capaci, che catapultò Scalfaro alla presidenza, prese più voti di tutti. Beninteso, questa tardissima capitolazione di fronte alla realtà dei fatti doveva servire solo per tenere in vita con qualche elemento concreto, che non fossero i poemi ciancimiani, la mistica languente della Trattativa; per dire che anche poi, al tempo del Berlusca, la Trattativa sarebbe continuata, e tutte le altre scemenze spaziali. Uscita dalla metafisica (…) la storia dell’orso dovrà essere riformulata al più presto in qualche modo più o meno soddisfacente (…)». Una prima riformulazione della storia dell’orso viene ora da Antonio Ingroia, il quale dice: «(…) alcuni artefici della campagna di disinformazione sanno bene che sullo sfondo non c’è solo la verità relativamente a un manipolo di mafiosi sanguinari, che cercava di estorcere un allentamento del 41bis, ma quello che si è sviluppato. Che è stato confronto a colpi di bombe, stragi di criminali con il nuovo che stava avanzando. (…) c’è un nuovo patto di convivenza tra mafia e politica e che sono le dinamiche che hanno dato luogo alla seconda Repubblica. I fenomeni dilaganti di corruzione e collusione non sono un fatto casuale o accidentale o il declino morale di un paese, ma la conseguenza di quel patto, un nuovo patto di convivenza per un lasciapassare per i poteri criminali e mafiosi.» Peccato però che coi trecento provvedimenti di 41bis non rinnovati nel novembre del 1993 dal ministro Conso le bombe improvvisamente tacquero, e allora bisognerebbe essere coerenti, e dire: 1) o che il 41bis non contava una minchia; 2) o che al contrario era proprio tutto. Ingroia non è del tutto coerente, ma in pratica, con la solita disinvoltura dei cultori della legalità, riduce ora la «grande questione» del 41bis ad un dettaglio della storia. No, la cosa importante è che quei mesi di dialettica bombarola e stragista servirono alla mafia e alla politica per riscoprire e fondare su basi nuove una corresponsione d’amorosi sensi che in realtà non era mai venuta completamente meno. Ecco allora il Nuovo Patto di Convivenza (uso le maiuscole per significare agli adepti la potenza mistica di queste parole) col «nuovo che stava avanzando». Ma la cosa non quadra: il «nuovo», nel 1992-1993, non lo si vedeva neanche col binocolo, e quando proprio si voleva vederlo aveva le sembianze di leghisti e missini. In ogni caso, nelle istituzioni la sua presenza era zero. E allora bisognerà riformulare di nuovo la storia dell’orso, ritornando all’antico: dire, cioè, che dietro le bombe c’erano il nuovo che avanzava sottotraccia – Berlusconi – e la mafia insieme. La trattativa se la facevano tra di loro, per spartirsi il futuro. Ma allora, direte voi, che cosa resta dell’altra Trattativa con cui ci rompono le palle da anni? C’è un’unica spiegazione: che in quegli anni nelle istituzioni e nei corpi di polizia agisse già una quinta colonna berlusconiana. Sì, però, la sospensione del 41bis firmata da Conso, regnanti Ciampi e Scalfaro, che c’entra allora coi riposti disegni degli occulti poteri? C’è un’altra unica spiegazione: che le istituzioni di allora, pur ignare della quinta colonna berlusconiana, con la loro cedevolezza dimostrassero un’antropologica propensione all’inciucio coi mafiosi. E questo spiegherebbe il fatto che poi, per vent’anni, col berlusconismo le forze tradizionali della politica rimaste sul campo – in pratica la sinistra e il centrino centrista – non abbiano mai fatto veramente i conti, limitandosi a strillare per finta. E con questo tutto torna. Per i dettagli, però, dovrete aspettare la pubblicazione dei Protocolli dei Savi di Cosa Nostra, quando, frugando meglio, saranno trovati in un angolino nascosto dell’ultimo rifugio di Provenzano.

L’ANM 11/09/2012 Si son fatti improvvisamente delicati all’Associazione Nazionale Magistrati. Secondo l’attuale presidente Rodolfo Sabelli, col suo invito a cambiare la classe dirigente del paese, Ingroia avrebbe detto qualcosa di carattere «oggettivamente» politico. Notate come, sulle orme di Scalfari e Mauro, riaffiori l’avverbio «oggettivamente», di infaustissima memoria, col quale di solito il «partito» inchioda alle proprie colpe i «trotzkisti». Il suo predecessore, lo scoppiettante Luca Palamara, battibeccava col Berlusca un giorno sì e un giorno no. Una volta definì le affermazioni del Berlusca – le solite, contro la magistratura politicizzata – «gravi ed inaccettabili che fanno male al paese e agli italiani». Quando invece fu Silvio a definire «fondata sul nulla» la mitica inchiesta sulla P4, che infatti poi finì nel nulla o quasi, e di cui non ci ricordiamo più un bel nulla o quasi, lo scoppiettante Luca rispose prontissimo come da manuale: «Assistiamo al solito metodo: ancora una volta si tenta di delegittimare i magistrati in indagini che possono in qualche modo investire la politica». Ai tempi del caso Ruby si superò: «Oggi la magistratura associata vuole parlare con un’unica voce. Idealmente e moralmente tutta la magistratura italiana oggi è a Milano», disse, più che scoppiettante, incendiario. Ma forse erano altri tempi. E forse un’altra linea politica.

IL GRANDE CENTRO 12/09/2012 Sono passati appena due mesi e mezzo da quando Rocco Buttiglione diceva, con la serafica, oppiacea e un po’ catalettica sicurezza che lo contraddistingue, la sicurezza di chi la vede lunga, che i centristi si sarebbero alleati col Pd «non per rappresentare la parte minoritaria della coalizione, ma con la fondata fiducia di poter essere i leader del processo». Al ritorno dalle vacanze, a mente fredda, i centristi hanno capito che per loro era pronto al massimo un posticino da ruota di scorta della coalizione Pd-Sel. Allora hanno deciso di stringersi ancora di più attorno alla figura del premier, il quale, infastidito da tanto zelo, ha trovato il tempo di spernacchiare con fredda perfidia l’aspirante kingmaker del centrismo italiano, Casini, proprio nel momento in cui questa cima pensava di celebrare il capolavoro della sua lunga carriera di condottiero politico. Puntualmente, ad infierire sul tramortito leader dell’UDC è arrivato il Maramaldo di turno, nelle vesti di Luca Cordero di Montezemolo, il quale, attraverso Italia Futura, la sua Armata Brancaleone personale, ha fatto sapere che dalle cucine della Convention centrista di Chianciano è uscito un piatto di frittura mista indigesto per gli elettori e per il paese. Quale sia però il piatto che prepara il patron della Ferrari, da anni come un bulletto fermo al semaforo col motore rombante, non ci è dato ancora sapere. La decisione se scendere o no in campo come candidato premier di Italia Futura è comunque questione di giorni, ha fatto sapere. Luca guardava con interesse anche a Matteo Renzi, non a torto confidando nel fatto che tra un fan della rottamazione e un rottamatore una qualche affinità elettiva ci doveva pur essere. Ma il sindaco di Firenze ha chiarito subito che se perderà la corsa alle primarie del centrosinistra tornerà a fare il sindaco: «Mai con Montezemolo», ha risposto il giovanotto alle avances del Leader Tentenna. L’unico a pensare in grande, secondo noi, è Rutelli, prontissimo, beato lui, ad «un’alleanza con il Pd imperniata sulla candidatura di Bruno Tabacci alle primarie e sulla prospettiva di un governo solido che porti avanti le riforme difficili del governo Monti», che io, sempre in prospettiva, vedrei bene concretizzarsi, per il bene della patria, in un parcheggino per il furgoncino Api col quale da anni scorazza in Parlamento. Mentre Fini da Mirabello ha attaccato sia Bersani che Berlusconi, aggiungendo che «lo spazio politico per noi di Fli c’è sicuramente, si tratta solo di riempirlo»: cosa possibilissima, data la taglia non proprio colossale della creatura finiana.

ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA 13/09/2012 Ernesto si è incapricciato di un’intuizione che ha il doppio difetto di essere sua e di non essere per niente originale: il Pdl ovvero il partito di plastica, ovvero il partito del nulla. Non solo l’amore, ma anche l’amor proprio è cieco, e al contrario del primo non ha nessunissima difficoltà ad essere fedele. Da anni perciò il professore torna periodicamente a battere su questo tasto. E puntualmente, dopo ogni suo intervento, è come se una brezza si alzasse a gonfiare le vele del bastimento berlusconiano. Al Pdl lo considerano ormai il loro portafortuna. Ieri, per esempio, non ha fatto in tempo a scrivere che «essendosi il suo capo ritirato da mesi sotto la tenda, anche il Pdl si è dileguato» e che «del Pdl si stanno perdendo le tracce», che ti arrivano i dati di un sondaggio della Ipsos di Pagnoncelli: il Pd è al 25%, il Pdl, il partito dei moribondi, al 21,9%. Tre punti dietro, insomma. Una miseria, in prospettiva. La «resistenza» pidiellina si spiega facilmente con le potenzialità della creatura berlusconiana. Silvio non ha fondato «un partito di centro alternativo alla sinistra», che è una paludata sciocchezza tipicamente italiana; non ha fondato «un club liberale» di happy few; non ha fondato quel «partito populista» dipinto per conformismo dalle gazzette nostrane; no, il Berlusca ha messo il Pdl al centro della destra. Questo ha dato alla sua formazione politica – vi faccia schifo o no – una chiarezza di posizione ed un’ampiezza di spettro che non hanno paragoni in nessun altro partito italiano. E queste sono cose che l’elettorato «sente» anche quando non le capisce.

GLI STRATEGHI DEL SOLE24ORE 14/09/2012 Fratelli gemelli di quelli, altrettanto lungimiranti, del Corriere e della Stampa. All’inizio scommisero sulla nascita del partito montiano, capace di succhiare il meglio della destra e della sinistra, oltre che della solita pallosissima società civile; poi ripiegarono sulla grande coalizione dei responsabili Pd-Udc-Pdl, col Berlusca però confinato in casa di riposo; poi mostrarono di accontentarsi, con qualche patema d’animo, di un’alleanza fra Bersani e Casini, con Vendola a fare da innocua soubrette; alla fine si accorsero che Pier Ferdinando, volendo essere oltremodo magnanimi, è solo un furbetto della politica. «Ma anche l’Udc-Italia di Casini non riesce finora a proporsi come credibile asse strategico: ottima tattica, certo, ma senza riuscire ad allargare gli orizzonti», ha scritto ieri Stefano Folli. Presi dalla disperazione, gli araldi della continuità montiana e dell’agenda europea si sono buttati di colpo tutti quanti su Renzi. Il quale, naturalmente, a sinistra non vincerà mai. Il Berlusca intanto resta in vacanza a Malindi dal suo amico Briatore, in compagnia del quale, dicono le cronache, fa lunghe passeggiate e lunghe chiacchierate non prive, a volte, di qualche venatura filosofica, com’è naturale che sia tra un vecchietto ed uomo assai stagionato con un comune passato da stalloni. Insomma, per dirla in cinese, Silvio si è seduto sulla riva del fiume ad aspettare. Comodo comodo, nel lusso. Il solo pericolo, come il solito, sono quegli imbecilli dei suoi, pronti a diventare nervosi ed impazienti quando proprio non ce n’è nessun motivo.

Fumo

La politica italiana è strutturata male. Anzi, manca proprio di una struttura. Non starò qui a spiegarne le cause, perché l’ho fatto troppe volte. Voglio solo gettare luce sul campionario di reticenti corbellerie che i politici, gli aspiranti politici e gli opinion makers sono costretti a dire ogni giorno pur di girare intorno alla questione principale. Che è questa: l’Italia, per ritrovare un equilibrio politico funzionale, e quindi calato nella storia, ha bisogno di un forte partito conservatore e di un forte partito socialdemocratico. Se ancora disturba la franca parola “conservatore” chiamiamolo pure partito “popolare”, quello che d’altra parte in Europa oppone resistenza al liberalismo economico ed è “liberal” in tutto il resto quasi come il confratello socialista. D’altronde non si capisce come l’esecrazione, più o meno scoperta ma generalizzata, di cui è oggetto il popolo italiano, possa accompagnarsi alla speranza di una stagione nuova, nella quale le plebi si ritroveranno di colpo illuminate. No, queste due schifezze, il partito socialdemocratico e quello conservatore, di cui Berlusconi ha gettate le fondamenta, vanno benone. Se vanno bene nell’Europa civilizzata perché non dovrebbero andare bene da noi? Una politica fattiva deve partire dalla realtà. Sennò è un imbroglio.

Così succede che Bersani vada a Parigi per sostenere Hollande nella corsa all’Eliseo e si scopra socialista, con gran disappunto di certi ex democristiani del suo partito, che tifano per il “democratico” Bayrou e chiedono chiarimenti. Sempre a sinistra succede che Eugenio Scalfari ormai ce l’abbia a morte coi sanculotti delle piazze pulite, cogli estremisti dell’antipolitica e dell’anticasta, ignorando bel bello che quel popolo si è abbeverato alla fonte del suo giornale per decenni. Ma allo stesso tempo non vuol sentir parlare di partito socialdemocratico: per il fondatore di Repubblica la sinistra si divide tra i giacobini ragionevoli e quelli irragionevoli, come un giorno i comunisti si dividevano tra i fedeli al partito e i trozkisti, e come oggi l’oltranzismo divide Gian Carlo Caselli dai No-Tav, per dire della modernità della nostra intellighenzia progressista.

Sulla natura e gli scopi del governo tecnico segnaliamo il bisticcio bocconiano tra Giavazzi e il presidente del consiglio. L’editorialista del Corriere, con qualche allarme del giornale per cui scrive, scopre che Monti al governo cammina lento come una lumaca sulla via delle para/mezze/finte liberalizzazioni e delle riformicchie, e Monti scopre che la politica è tutt’altra cosa che i ferrei propositi da salotto, e poi lo spiega con piccato riguardo al suo ex collega.

Mentre Fini scopre che con l’avvento del governo Monti il Pdl non è morto e non si è neanche deberlusconizzato del tutto; per cui dopo aver tagliato i ponti con Silvio, ora vuol tagliare definitivamente i ponti anche con la sua creatura. Dadaista più che futurista, il leader del Fli immagina che il Terzo Polo dovrà andare oltre se stesso, ed essere centrale ma non centrista, un’orchestra – un quartetto d’archi, al massimo, dico io – nazionale, liberale, socialista, cattolica. Sembra il club dell’Italia di Mezzo di folliniana memoria: le acrobazie lessicali hanno il timbro del democristiano fatto e soprattutto finito. Un altro futurista, un altro “liberale”, Montezemolo, scopre che la sinistra è ancora radicale, che i compagni sono passati troppo repentinamente dal comunismo al liberalismo, e solo ora stanno scoprendo “con qualche decennio di ritardo un’adolescenza socialdemocratica mai vissuta”. Nel campo opposto (che sarebbe la “destra”, ma Luca cuor di leone non osa nominare una cosa così immonda) si guarda al passato. Cosicché serve di nuovo un forte segnale di “discontinuità”, un’offerta politica che sappia vincere il cuore dell’Italia liberale, e lui si propone come il Principe Azzurro. Infatti è una favola: lui non è la signora Thatcher e quell’Italia non esiste. Sic et simpliciter. In quella stessa destra, la Lega, dopo le rodomontate delle settimane scorse, è tornata a più miti consigli e non chiude più le porte ad una nuova alleanza col Pdl se le elezioni amministrative dovessero risolversi in una mezza batosta. Sullo sfondo l’impotente gruppettarismo libertario, che vede i mali ma spera in una rivoluzione dalla quale sarebbe spazzato via del tutto da quella società di cui ora è ai margini.

Insomma, tutto un festival di velleitarismo rivoluzionario, cui la realtà fa schifo, e che consegna la politica all’immobilismo. Ossia al presidio accidioso delle proprie prebende. Fumo. Fumo, fumo, fumo!, per dirla col protagonista dell’omonimo romanzo di Turgenev, disgustato dalle vane chiacchiere sui destini della Russia dei suoi compatrioti del secolo XIX, tutti animati da uno spirito messianico, fossero essi radicali, occidentalisti, o slavofili.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (31)

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GIANFRANCO FINI 18/07/2011 Chiamato in causa, il leader della destra lunare scrive ai filibustieri del Fatto Quotidiano, col distacco garbato e inappuntabile dello sciocco all’ultimo stadio, per dire che condivide l’appello della gazzetta montagnarda sui tagli ai costi della politica; appello che si conclude con una contegnosa minaccia, com’è costume dei tagliatori di teste all’ingrosso e col codice penale in mano: “Ciò consentirà anche di identificare e salvare quella parte di Parlamento che si adopera per contribuire al bene del Paese e non alla propria vita privata.” Il brutto è che il presidente della Camera risponda ai ricatti. Ma il bello è che lui creda alla propria salvezza.

DER SPIEGEL 19/07/2011 Il settimanale dei crucchi intelligenti – è un ossimoro: i soli tedeschi buoni sono quelli stupidi, quelli che non filosofeggiano, quelli che con la loro inarrivabile applicazione hanno riscattato per secoli i disastri delle loro seriosissime teste matte – dedica la sua copertina al Belpaese. Stimandosi acuti, i meglio tedeschi non si applicano: non stupisce che le buschino regolarmente dal genio italico, che è lazzarone, ma autentico. Questo è un esempio di sana e solida stolidità teutonica. Il titolo in copertina? “Ciao Bella!” Il sottotitolo? “Il declino del paese più bello del mondo.” Un Berlusca sorridente, vestito da gondoliere, governa col remo la zattera Italia che si stacca dall’Europa; dalle acque del Tirreno emerge, tette al vento, la sirena mora; dalle onde dell’Adriatico, tette spiaggiate appena sopra il Gargano, la sirena bionda; al centro della zattera spunta il piatto di spaghetti con pistola che da decenni & decenni & decenni & decenni è l’orgoglio della loro creatività. La storia insegna che l’inestirpabile pratica di questo luogocomunismo – ricambiato volentieri dal sottoscritto, come si vede – è quasi una garanzia d’immortalità per chi ne è colpito. In più l’effetto complessivo di questa copertina invece che caricaturale e maligno è involontariamente simpatico e accattivante: io, se fossi la Brambilla, ci darei un’occhiata. Sul serio.

FAMIGLIA CRISTIANA 20/07/2011 Per il settimanale dei cattolici ossequiosamente civili e democratici il mezzo miracolo della manovra rivela che da una parte c’è il “Palazzo”, la “Casta”, e dall’altra il “Paese”. E’ una manovra che salva le “caste” e aumenta le disuguaglianze. E’ “macelleria sociale”. E’ una manovra che agevola le “rendite finanziarie parassitarie e rapaci”. Caspita! Che strepitosa adesione al catechismo dei benpensanti! Non una parola fuori posto: manca solo il “crucifige”.

ALBERTO TEDESCO 21/07/2011 Il senatore PD aveva chiesto ai propri colleghi di Palazzo Madama un voto palese e favorevole alla richiesta di arresto avanzata dalla procura di Bari nei suoi confronti. Lui ci avrebbe aggiunto il suo. Per arrivare rapidamente al processo. Così la procura di non avrebbe avuto alibi. Fin qui sembrava una vicenda da piccolo mondo comunista. Lo dico per i cretini che magari pensavano a un gesto di apprezzabile responsabilità. Per quelli ancora più cretini preciso che in ogni caso il gesto di apprezzabile responsabilità sarebbe stato irresponsabile. Incassato con molta soddisfazione il piuttosto prevedibile voto segreto e sfavorevole del Senato, ha deciso di non dimettersi. “Non faccio il dimissionario per professione” ha detto serafico, dopo che un pirla, il senatore leghista Monti, gli aveva chiesto sbalordito “di essere un uomo”. Il senatore Tedesco, infatti, come ritiene suo preciso dovere piegarsi alle legittime richieste dei magistrati, così ritiene suo preciso dovere piegarsi alle legittime decisioni del parlamento. Il rispetto delle istituzioni e della legge, prima di tutto! Adesso glielo spiegherà pure alla Finocchiaro, l’infinocchiatore.

GIULIANO PISAPIA 22/07/2011 Per il neo sindaco di Milano Carlo Giuliani “era un ragazzo che sognava un futuro migliore per il nostro Paese e per il mondo, cui sentiva di appartenere e che desiderava più giusto, più libero, più democratico”. Dev’essere dura per un sacerdote pronunciare l’omelia al funerale di un disgraziato, di una testa matta, di uno che aveva l’abitudine di cacciarsi nei guai: gli tocca volare alto, fare appello alla sapienza di Colui che solo sa scrutare nei cuori degli uomini, e, come una marea che sale cheta su un paesaggio aspro, coprire il tutto con le parole dell’umana pietà. Pisapia invece vola basso. Riesce a rifilarci un frivolissimo “democratico”. E ci prende pure per il culo.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (21)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

MARCO MÜLLER 09/05/2011 Su proposta del direttore della Mostra del Cinema di Venezia è stato attribuito a Marco Bellocchio il Leone d’Oro alla carriera. Per Müller, infatti, seguire il suo cinema “ti porta, in ogni suo nuovo film, sempre verso altre destinazioni da quelle che ci sembrava di aver raggiunto e scoperto. Camminatore instancabile, traghettatore di idee, esploratore del confine instabile tra se stesso, il cinema e la storia, ha utilizzato come mappa, per orientarsi, il mondo che comincia oltre i confini della realtà visibile.” Dovete capirli, cari giovanotti, i due Marco: quarant’anni fa erano tutti e due maoisti, e la figura del Grande Timoniere mai hanno scordata.

GIANFRANCO FINI 10/05/2011 Folgorato dall’esempio del suo geniale braccio destro, lo scoppiettante & infallibile Italo te-la-faccio-vedere-io Bocchino, il leader di FLI si è dato alle profezie. “Berlusconi” ha sentenziato “non sarà mai presidente della Repubblica, semplicemente perché non controllerà la maggioranza del prossimo Parlamento”. Una vera e propria mazzata. Una campana che suona a morto. Quindi non voglio infierire con te, caro popolo di sinistra.

UN TERREMOTO A ROMA 11/05/2011 No, non è che la profezia fosse sbagliata. E’ che appena messo piede nella Città Eterna si è reso conto che non valeva neanche la pena di buttarla giù: i romani sono irriformabili. Nun ce prova manco er papa.

BERNARDO BERTOLUCCI 12/05/2011 Premiato a Cannes con una Palma d’oro alla carriera, con quel tocco originale, sorprendente e ardimentoso che gli artisti di casa nostra mostrano sempre in simili occorrenze, ha pensato bene di dedicarla agli italiani “che sanno ancora resistere, criticare, indignarsi per lo stato di tremenda anestesia in cui versa il nostro paese, addormentato quotidianamente dalle televisioni”. Se stasera non riuscite a prendere sonno, invece di guardare la televisione, provate a recitare la formula bertolucciana una decina di volte: già alla terza sarete storditi dagli echi di propositi simili mille volte silenziosamente arenatisi nel condotto uditivo del vostro orecchio; alla quinta questo coro bisbigliante sarà padrone della vostra volontà; alla decima dormirete come sassi.

LA GUERRA UMANITARIA 13/05/2011

Ma mi si giudica erroneamente se il mio amore per la pace e la mia pazienza sono confusi con la debolezza o la codardia. Io, perciò, la scorsa notte ho deciso e ho informato il governo britannico che in queste circostanze non posso trovare più alcuna buona volontà da parte del governo polacco per condurre negoziazioni serie con noi. Queste proposte di mediazione sono fallite perché nel frattempo, prima di tutto, venne come risposta l’improvvisa mobilitazione generale polacca, seguita da diverse atrocità polacche. Queste furono ripetute di nuovo la notte scorsa. Recentemente, in una sola notte ci furono ventuno incidenti di frontiera; la notte scorsa quattordici dei quali tre furono piuttosto seri. Mi sono risolto dunque a parlare alla Polonia nella stessa lingua che la Polonia nei mesi passati ha usato con noi. (…) Sono determinato a risolvere la questione di Danzica; la questione del Corridoio; e far vedere che un cambiamento è stato fatto nelle relazioni tra Germania e Polonia che assicurerà una coesistenza pacifica. In questo, sono risoluto a continuare a lottare fino a che o l’attuale governo polacco sarà disposto ad eseguire questo cambiamento o finché un altro governo polacco sarà pronto a farlo. Sono determinato a rimuovere dalle frontiere tedesche l’elemento di incertezza, l’atmosfera eterna di condizioni che assomigliano a una guerra civile. Mostrerò loro che a Oriente, sulla frontiera, esiste una pace precisamente simile a quella presente sulle altre nostre frontiere. In questo, prenderò le misure necessarie per far sì che esse non contraddicano le proposte da me già rese note nel Reichstag stesso al resto del mondo: e cioè che non guerreggerò contro donne e bambini. Ho ordinato alla mia aeronautica militare di limitarsi a attacchi su obiettivi militari. Se, comunque, il nemico pensa che potrà avere carta bianca da parte sua per combattere con altri metodi, riceverà una risposta che lo ammutolirà. (Adolf Hitler, discorso al Reichstag all’indomani dell’invasione della Polonia)

LETIZIA MORATTI 15/05/2011 Poteva con giustezza mirare al tallone d’Achille di Pisapia, ma, si sa, quando si è al fronte, e non al quartier generale, dove di disquisisce amabilmente al riparo dalle pallottole, è facile perdere la testa. Quindi ha voluto sparare col cannone. Sparare va benone. Andava fatto. Ma una freccetta ben indirizzata avrebbe scavato, scavato fino ad azzoppare l’avversario. La palla di cannone ha fatto un polverone e offuscato una verità che accortamente maneggiata stava tra le sue armi. Con un termine oggi pressoché dimenticato, questa goffaggine era nota nel gergo dei commentatori politici di un tempo come “lassinata”, dal nome di un oscuro candidato al consiglio comunale di Milano nella stessa lista dell’allora sindaco, che correva per la rielezione; un povero disgraziato che desiderando ardentemente essere mazziato tappezzò la capitale lombarda di grossolani ed equivoci manifesti contro certa magistratura che prima l’aveva fatto cornuto. Il sindaco, furibondo, che alle buone e democratiche maniere ci teneva, lo fulminò con uno stentoreo “o io o lui” che fece rumore, solo per essere lui stesso folgorato, ed ammaestrato, dal successo popolare dell’infame Lassini.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (10)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

GIANFRANCO FINI 21/02/2011 La destra decente d’antan si chiamava sinistra democristiana. Certificato di decenza rilasciato dai soliti banditi saputelli della Meglio Italia, molti dei quali allora erano orgogliosi comunisti, mentre tu, borghese piccolo piccolo, non sei cambiato affatto: verme fosti, verme sei. Ma almeno i democristiani addomesticati in un certo qual particolar e demenzial lor modo erano dei furbacchioni. Capivano i loro tempi. Senza il becco di un elettore si mangiarono la spaurita balena bianca. Che poi offrirono in pasto ai loro protettori. Per dirla con Churchill, furono concilianti col coccodrillo comunista nella speranza di farsi mangiare per ultimi. Così avvenne. Mangiati e digeriti. E basta sentir parlare un Franceschini per capire che ormai siamo alla peristalsi. Costui invece è un allocco a tutto tondo. Si farà inghiottire dalla sinistra senza neanche aver preso la bacchetta del comando per un giorno a destra. Non ha capito che i tempi sono cambiati. Che per il Berlusca, i berluscones e i berluschini la Sindrome di Stoccolma al massimo può essere una dipendenza da bunga bunga con sventole vichinghe. Intanto avvisate Casini.

ROBERTO VECCHIONI 22/02/2011 Il festival di Sanremo è un evento. E un evento cui nulla si chiede tranne che di essere il posto dove ci s’incontra. Idealmente o in carne ed ossa. E lì s’incontra un bello spicchio di nazione. Per il resto è noto: è una solennissima cagata. Non volendo soffrire, l’evito da quando son nato. Resto aperto a tutto – anche la discomusic ci diede qualche capolavoro – ma ho l’orecchietto delicato. In questo una volta facevo comunella coi fanatici della meglio gioventù. Solo che per loro il festival era un obbrobrio commerciale, un luogo di perdizione, un cedimento al capitale, all’establishment e all’ignoranza crassa. Parteciparvi, una vergogna. Una macchia indelebile. Un tradimento. Vedo che ora ci vanno. Ci portano, senza paura di insozzarlo, pure Gramsci. E lo vincono pure. Cor televoto der popolo bbrutto. Senza tanti problemi. Manca solo una lacrimuccia sul viso, dalla quale capiremmo molte cose. Bentornati fra i bifolchi. Anche se col solito stile: da padroni. E’ una cosa che scalda il cuore. Adesso smettetela con Berlusconi.

(P.S. Ai commentatori, che cadevano delle nuvole, ho risposto così: “Brutta cosa il vizio della smemoria. Ma io ricordo. Sporadicissime apparizioni al Festival dei musicisti engagé, i soli benedetti dai benpensanti di sinistra, ve ne sono state. Pure Vecchioni fece un’apparizione una quarantina d’anni fa ormai. Ma vi andavano con l’aria di dire: sono qui per fare opera di testimonianza, per dire che c’è un’altra musica, non c’entro nulla io con le Ive Zanicchi, la mia è “resistenza”. All’epoca Hollywood era il tempio della prostituzione commerciale, e gli Oscar premi da burletta; e anche il Nobel puzzava un pochettino. Mica che sbagliassero del tutto. Anzi. Però come rompevano i coglioni, sempre loro, e che aria di sufficienza, e che universale disprezzo! Oggi invece una vittoria a Sanremo può diventare prestigiosa, e perfino democratica. Che mezze seghe, mio Dio.”)

ROSY BINDI 23/02/2011 Secondo la presidentessa – non è un’offesa, presidente, è un omaggio alla verità! – secondo dunque la presidentessa del Partito Democratico il popolo italiano – ossia il tribunale riservato agli iscritti alla potente Loggia SC, che sta per Società Civile, mai indagata per misteriosi motivi dalla nostra magistratura – il popolo italiano, dicevo, ha già giudicato Berlusconi colpevole. Non di reati, nooooo, ma “di aver calpestato il principio della dignità delle istituzioni e di aver ferito il comune senso morale”. Nota bene: 1) il popolo che sentenzia; 2) il comune senso morale. E poi ti bacchettano le mani se mandi all’inferno i cattocomunisti! Cristianamente dico: meglio Ruby. Che Rosy. Per la prima c’è ancora qualche speranza.

MICROMEGA 24/02/2011 Dalla trincea montagnarda, e con tonante lessico robespierriano, i soliti esaltati onusti d’onori – a causa delle assai proficue persecuzioni di regime – in nome della legittima difesa repubblicana, contro il crescendo di eversione anticostituzionale e il conclamato dispotismo proprietario rappresentato dal Caimano, e per ottenere le sacrosante elezioni anticipate, schifate fino all’altro ieri, propongono a tutta l’opposizione – essendo la maggioranza parlamentare all’altezza del miglior amico dell’uomo in quanto a obbedienza, e a tutto il resto, dalla lingua sporgente alla coda – il blocco sistematico e permanente del Parlamento con tutti i mezzi che la legge e i regolamenti mettono a disposizione. Con tutti i mezzi che la legge…? Ma c’è bisogno di dirlo? Come potremmo mai dubitare della correttezza dei cultori della legalità? Nervosetti? Siamo all’ultima spiaggia? Siamo lì lì per saltare il fosso? In fondo l’emergenza è l’emergenza, o no?

ROMANO PRODI 25/02/2011 Quello della seriosità al governo, ricordate? L’eco di letture serali kantiane doveva ancora arrivare, ma già balzava all’occhio la macroscopica differenza tra l’homo prodianus e l’homo berlusconianus. Ora il Professore è tornato. Questa volta gl’irregolari spifferi che gli escon solennemente di bocca annunciano effettivamente nuove di un certo momento. Pare che l’evidenza scientifica sia stata raggiunta: la differenza è an-tro-po-lo-gi-ca. Esattamente come molti sospettavano. Ma infatti, parliamoci chiaro, non lo vedete un po’ strano, Romano?

Così Feltri e Belpietro fanno un favore a Fini

Se invece di ripetere compulsivamente come un pappagallo la storia dei servi e dei lecchini il solito ebete di sinistra trovasse una volta tanto la forza di guardare alle vicende della politica con un minimo di tranquillità, e se il solito opinionista del Corriere o della Stampa si scuotesse dalla triste circospezione di chi è abituato ad andare al rimorchio da decenni, l’uno e l’altro si renderebbero conto che sia Libero che il Giornale nell’ultimo anno hanno ciccato clamorosamente il bersaglio sulle strategie politiche del presunto boss. Segno che gli ordini non arrivavano. Fin dall’inizio della crisi con Fini l’evidente disegno di Berlusconi era di resistere, resistere, resistere, puntando al pancione centrista del parlamento, fiducioso che prima del PDL a dividersi sarebbero stati FLI, l’UDC e l’abbondante minutaglia di contorno in cerca d’autore e di un futuro, in modo da rendere, fiducia o non fiducia, impraticabile nei fatti l’ipotesi di un governo tecnico o di maggioranze alternative in un parlamento così nettamente e chiaramente diviso. Il disegno segreto, nella più auspicabile delle soluzioni, era quello di evitare anche le elezioni, con l’intento di allargare la maggioranza sulla scia vittoriosa di una mozione di sfiducia respinta e di evitare così il rischio di essere azzoppato definitivamente con un vittoria incompleta nella sfida del voto, tenendo a bada nello stesso tempo le velleità leghiste.

Di tutto questo Feltri e Belpietro non hanno capito un bel nulla. Puntavano furiosamente solo alle elezioni. Tanto che il Giornale arrivò a fare titoloni sullo “sfascio” della maggioranza. Ed ora che il Berlusca cominciava ad assaporare il trionfo completo su tutta la linea, a godere del riflusso dolce che un passettino alla volta andava a rimpolpare i numeri della sua maggioranza, sarà per via del clima natalizio o forse perché qualcuno ha bevuto troppo, o forse per festeggiare col botto il ricomporsi della formidabile coppia e la nascita abbastanza demenziale del “Fatto Quotidiano di destra”, a Libero hanno pensato bene di confezionare uno strepitoso pacco regalo a Fini. Che mezzo morto, è rinato, e ancora incredulo per la felicità ha festeggiato pure lui con una raffica di querele. Tanto che Bocchino s’è miracolosamente svegliato dal K.O. della fallita mozione di sfiducia. Tanto che FLI ch’era allo sbando potrebbe perfino ricompattarsi. Ma il colmo di questa fesseria è che per la legione dei fessi è già pronta, ornata da una ricca ghirlanda di metodi Boffo e martirologi, la leggenda del mandante di Arcore. Che invece è furioso, e in questo momento strozzerebbe volentieri qualcuno con le sue mani.

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Berlusconi conserva la maglia rosa

A dimostrazione che le care vecchie passioni dominano nel mondo moderno come dominavano ai tempi di Achille ed Ulisse, non solo gli scalmanati predicatori delle gazzette di sinistra ma pure gli augusti opinionisti dei noiosi e tremebondi fogli della borghesia illuminata si sono ora ridotti a sperare nei leghisti pur di non vedere il Caimano trionfare beffardamente su tutta la linea. Oggi, poveretti, scommettono sulle elezioni, come prima, poveretti, scommettevano sul naufragio del berlusconismo. Quelle stesse elezioni considerate l’ultima, dubbia, e “irresponsabile” ancora di salvezza per la barchetta pidiellina si è trasformata ora nella “loro” ancora di salvezza. Tranne qualche voce isolata, il sentimento di fondo che tiranneggia questi fatui apostoli della ragione, sempre pronti a prendersela col populismo degli altri, è quello della rivalsa, del desiderio irrazionale di aver ragione a tutti i costi.

Il flottante nel bel mezzo della Camera dei Deputati era abbondante fin dall’inizio della crisi, tant’è che i più entusiasti fra gli agit-prop del terzo polo hanno sempre parlato di un potenziale di un centinaio di deputati. Uomini insomma, sensibili a ragioni nobili e meno nobili. Lo hanno visto loro, questo potenziale, perché non poteva vederlo fin dall’inizio quella volpe del Berlusca? Frignare oggi di “compravendite” è solo un esercizio autoconsolatorio, oltre che un riflesso pavloviano, utile per condire le stracche epopee giustizialiste dei media, non certo un contributo ad un’analisi seria della situazione. In realtà solo una crisi di panico, che non c’è stata, poteva affondare il PDL. Respinta la mozione di sfiducia, il Caimano in cuor suo è convinto di aver scavallato in testa sullo Stelvio e si appresta a caracollare comodo in discesa. Pure lui scommette, ma con qualche ragione in più dei suoi avversari. Scommette sull’effetto psicologico della “sorprendente” vittoria nella mozione di sfiducia, sommato a quello derivante dalla delicata situazione economica europea e italiana. Messo in soffitta l’imbroglio del governo tecnico, o di responsabilità nazionale, o di quel che volete, il mantra dell’irresponsabilità di nuove elezioni si sta rivoltando come un boomerang contro le opposizioni. E il furbacchione, con i più amabili e sorridenti dei modi, lo sta volteggiando come una clava sopra la testa degli oppositori e dei più nervosi fra gli alleati. Pure la Chiesa, che nei momenti topici sa essere più realista del re, si sta muovendo adesso in questo senso, con tanti saluti a Gianni e Pinotto, alias Casini e Buttiglione. Occorre sottolineare, inoltre, che Bunga Bunga Berlusconi, spalleggiato dal Vaticano, parla alla nuora Casini perché i suoceri suoi deputati intendano? Spero di no. In quanto alla Lega, le insistenze, peraltro intermittenti, di Bossi e di qualche suo colonnello sul voto a marzo si spiegano con la volontà di tener buoni gli spiriti bollenti del partito e della base; e con la consapevolezza, però, che gli obbiettivi politici dei leghisti sono legati a doppio filo alla salute politica di Berlusconi: senza di quella qualche decina di parlamentari in più – allo stato attuale del tutto teorici, non abbiamo imparato nulla dal recentissimo passato? – non servirebbe ad un fico secco. Ragion per cui in caso di allargamento al centro della maggioranza la Lega si piegherà, tanto più che questo allargamento avverrà con tutta probabilità con la cooptazione di singoli individui, non di sigle politiche, almeno non di quelle esistenti.

Intanto la sinistra, incapace di guardare in fondo a se stessa, continua a sbattere la testa contro il muro. La furia cieca e sempre più scopertamente insensata della piazza è figlia soprattutto della propria frustrazione. Darle il nome di Berlusconi oramai comincia a far ridere anche chi scrive sui giornali, notoriamente simpatetico coi facinorosi democratici, figuriamoci la maggioranza silenziosa che al massimo guarda i telegiornali. E se Gasparri parla di azione preventiva, diciamo una bella azione di bonifica all’interno dei centri sociali, l’uomo nuovo Vendola, nel 2010, altro non sa che scomodare il fascismo, immaginandosi che qualcuno, a parte la sua numerosa setta, lo prenda sul serio. Ad esser cresciuto in questi anni è proprio questo senso di frustrazione, rottamatori compresi, e proprio perché ad egemonizzare le teste poco pensanti dei militanti sono sempre le due non-soluzioni a questa annosa impasse: quella tutta tattica dell’alleanza col centro, quella ideologica e identitaria veterosinistrorsa. Sono due forme di nichilismo politico. Di che sorprendersi se la questione rimane disperatamente irrisolta? E la cosa è talmente chiara che pur di non vederla l’ossessione antiberlusconiana ha assunto forme grottesche. Una volta c’era l’anomalia “comunista”, oggi c’è quella “democratica”, la quale, nella fuga in avanti e nel non detto, della prima è figlia. Cosa ci sia in mezzo non lo spiego, perché mi sono stufato. Dico solo che di lì prima o dopo si dovrà passare. E che è meglio prepararsi.

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Otto lunghi giorni

Mancano ancora otto lunghi giorni – equivalenti a ben sedici rotazioni complete della lancetta delle ore sul quadrante dell’orologio, tutte da contare, minuto per minuto – al momento fatale della votazione sulla mozione di sfiducia contro il suo governo, e ormai ne hanno tutti le tasche piene, compreso qualche sciocchino dei suoi, che non riesce a capire come l’esasperazione possa lavorare a suo favore. Bene bene, direi, caro Cavaliere. Sarebbe imbarazzante per i megafoni dell’isterismo di casa nostra andare a leggere cosa scrivevano i giornali e a risentire cosa strillavano i telegiornali appena un mese fa: epigrafi trionfalistiche o fumanti di frustrazione e voglia di rivincita. Comunque epigrafi. E inviti al suicidio “responsabile”. Ma lo smottamento non c’è stato, proprio per niente. Si è reso quindi necessario da parte dei wishful thinkers de noantri riformulare giorno per giorno in foggia diversa la favoletta del crollo.

Siccome se le cantano e se le suonano in compagnia, la versione assai più guardinga che oggi si passano l’un l’altro è questa: caro Cavaliere, al Senato molto probabilmente ce la fai, alla Camera probabilmente no, ma anche se ce la facessi, sarebbe irresponsabile cercar di governare con due o tre voti di scarto. A questa scartine e ai legulei intanto diciamo: 1) può darsi, ma l’onere della prova spetta ancora una volta all’opposizione, che fin qui ha toppato; 2) al riparo della legge si possono fare un mucchio di mascalzonate; se ne fanno ogni giorno, ed è inevitabile che sia così se vogliamo continuare a vivere in un regime di libertà; però con rapporti di forza così plasticamente evidenziati in parlamento, che il suicidio preventivo e “responsabile” dell’allocco Berlusconi avrebbe occultato, vogliamo proprio vedere chi vorrà andare incontro al suicidio morale e politico di un legalissimo “ribaltone” sotto l’occhio umiliato ed offeso di un elettorato conservatore in attesa di vendetta.

Inoltre, caro cavaliere, io e lei non ci facciamo infinocchiare dal tam-tam. Tale tanto più ragionevole versione è reticente, incompleta. Quindi, mezza falsa. Si basa sul presupposto che lo smottamento, prima ma eventualmente anche dopo il voto, e sottolineo il “dopo”, possa avvenire solo nel campo dei berlusconiani e non in quello degli antiberlusconiani. E perché mai? Una cosa è chiara: i polli del terzo polo e i giornali di riferimento – in breve, il partito degli irresponsabili con la puzza sotto il naso – si sono cacciati in un pasticcio dal quale non sanno più come uscire se non facendo appello, in ultima analisi, al senso di responsabilità del Cavaliere; il quale, da parte sua, non essendo un democristiano addomesticato, fa saggiamente marameo – hic manebimus otpime – rispedendo con molto comodo dall’altra parte della rete l’accusa d’irresponsabilità.

In otto lunghi giorni di snervante bonaccia le cose matureranno segretamente fino al momento in cui, sotto la pressione montante, l’esito del combinato congiunto di coscienza, paura, ambizione ed interesse precipiterà da una parte o dall’altra nell’animo delle persone. Fino ad allora son solo chiacchiere. Intanto il nervosismo cresce. Cosicché mentre i pasdaran di Fini, Casini e Rutelli precettano i deputati delle loro parrocchiette facendo firmare loro la mozione anti-Cav e preannunciano per la Camera numeri blindati in suo favore, dalla bocca degli stessi boss del terzo polo escono ogni giorno proposte di una chiarezza che fa rimpiangere perfino i geroglifici concettuali dei tempi gloriosi delle convergenze parallele, nelle quali si adombrano le possibili soluzioni della crisi in mano al cavaliere, o meglio ancora, al PDL. Mentre Angelo Panebianco, che scrive per il disperatissimo Corriere della Sera, parla di questo cul-de-sac, che è il loro, e anche quello del suo giornale, come del cul-de-sac di Berlusconi. E gli fa una proposta:

Ma se vuole tutto questo deve per forza uscire dal bunker. Deve avere il coraggio di offrire ai «terzopolisti», in nome dell’emergenza nazionale, un Berlusconi bis incardinato su poche e chiare proposte: oltre a mantenere l’impegno sul federalismo, deve assicurare interventi sull’economia (concordati sia con Tremonti che con Fini) che rassicurino i mercati e aprano vere prospettive di sviluppo. Deve offrire, inoltre, una disponibilità alla riforma elettorale: con l’unico vincolo che, a differenza di quelle fin qui ventilate, sia una riforma che salvaguardi il bipolarismo (cosa che Fini ha più volte detto di volere). E deve accantonare il tema della giustizia: non perché di una riforma della giustizia non ci sia bisogno (chi scrive pensa che sarebbe necessaria, eccome) ma perché è un fatto che Fini non la vuole e altri conflitti su quell’argomento, mentre il Paese rischia di incappare in una crisi finanziaria, risulterebbero incomprensibili agli italiani. Se poi la proposta verrà rifiutata, allora Berlusconi avrà almeno la possibilità di lasciare il terzo polo con il cerino acceso in mano, ad assumersi la responsabilità di una crisi al buio in un frangente così difficile.

Ma porca miseria, un filino di spina dorsale voi cagasotto della grande stampa ex borghese non riuscite mai a dimostrarlo? Il suo giornale scrive che Napolitano sta cercando una via d’uscita al ribaltone e alle urne, ad una situazione cioè che voi sciagurati avete aiutato a creare, titillando le ambizioni della destra “presentabile”, nel miglior dei casi l’ennesima incarnazione di quello spocchioso pseudoliberalismo che dal Partito d’Azione in poi si è segnalato soprattutto per l’infinita insipienza politica. Nello stato di “emergenza nazionale” l’unico coraggio veramente utile dovrebbe essere il vostro: il coraggio di chiedere scusa per il casino che da apprendisti stregoni avete combinato; il coraggio di fare voi, e i vostri noiosi beniamini, quel famoso “passo indietro” che c’introna gli orecchi da lustri per motivi risibili e che per miracolo una volta tanto sarebbe opportuno. Invece il “liberale” Panebianco ci propone quale “atto di coraggio” la vecchia “concertazione” con la più ricattatoria al momento delle parti politiche, sulla base di un vasto e vago programma – altro che poche e chiare proposte! – dal quale, viltà delle viltà, viene depennata la riforma della giustizia, non quella di Berlusconi, ma qualsiasi riforma della giustizia, indigeribile per l’ibernato neocampione della società civile Gianfranco Fini.

Chiacchiere. Non sarebbe affatto sorprendente, al contrario, che la pressione degli eventi non solo spingesse il parlamento a dare la fiducia al governo Berlusconi, ma che sull’onda della fiducia a sfaldarsi fosse proprio la falange centrista, ai cui superstiti, o a molti di essi, non resterebbe altro che andare a rimpolpare la truppa berlusconiana. E che per eterogenesi dei fini l’inattesa conclusione della crisi dovesse servire la testa dei Casini, dei Fini – e dei Montezemolo – su un piatto d’argento a Berlusconi.

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Caro Berlusconi, take it easy

Caro Berlusconi, fra tutti i tuoi consiglieri della carta stampata e dei media in generale ho il fondato sospetto di essere fra i meno conosciuti, anche se non dispero. Così va il mondo: non sono sorpreso, e non mi lamento. Tuttavia è mia ferma opinione che dovresti ascoltare me, non i Feltri o i Ferrara, tuoi valorosi scudieri, provvisti di ottime e provate qualità, che riassumono nella loro posizione di fronte al caso Fini quella di molti dei tuoi amici. Però: pessimi politici. Il genio politico va esercitato con parsimonia: non è genio se abbisogna di eclatanti imprese in continuazione. Quello è circo per animali a sangue troppo caldo. L’azione politica riesce tanto più energica, precisa e puntuale, quanto più si tempra nella pazienza. Disgraziatamente i due strateghi sopramenzionati, nonostante tutti i loro meriti acquisiti, che non voglio assolutamente minimizzare, tanto meno dopo averli spediti per un giorno dietro la lavagna, restano due personalità intemperanti che al gran gesto inconsulto non sanno rinunciare: l’uno vorrebbe scendere al piano e muovere senz’altro battaglia, l’altro vorrebbe o forse voleva che ti sbaciucchiassi magnanimamente con Fini, e che per il bene dell’Italia in qualche nuova Teano vi deste la mano. Invece, caro Silvio, battere i pugni sul tavolo per andare alle elezioni – elezioni che potrai sì vincere, rischiando però di restare azzoppato per sempre e senza possibilità di tornare indietro – è una forzatura. Richiedere un “patto di legislatura” è un’altra forzatura. Non è nel tuo interesse precipitare le cose. Al momento sono due inutili e non richieste sciocchezze. Infatti Fini Cuor di Leone ha preso la palla al balzo e il patto di legislatura te l’ha riproposto lui, a patto che ti togli dalle scatole. Che ti suicidi.

E perché lo vogliono? Perché in cuor loro hanno moltissimi dubbi sul fatto di poter farti fuori con le loro sole forze. Nell’antichità, prima di dar battaglia, o di minacciarla, gli eserciti cercavano spesso di trovar posizione vantaggiosa in modeste alture dai dolci pendii. Rifletti: su quell’altura oggi ci sei tu, c’è il governo, c’è una maggioranza parlamentare. Perché dovresti scendere al piano? Sono i tuoi avversari che devono muoversi e sconfiggerti. Non possono pretendere che tu faccia il lavoro per loro, e so che non sei così scemo da farlo: non sei della guasta partita dei democristiani plagiati dalla sinistra. Ora Fini minaccia che se non ti dimetti, e s’intende anche per il tuo bene, FLI uscirà dal governo. Caro Silvio, e allora? Sono parole, e can che abbaia spesso non morde: uscire dal governo significa staccare la spina? Per staccare la spina bisogna non solo volerlo, ma anche a poterlo, e fra questo e quello c’è di mezzo il mare. Per dirla col filosofo Trap, è assai rischioso dire gatto finché non ce l’hai nel sacco, cosa spesso trascurata dallo sventato isterismo italico, che pecca alternativamente di ottimismo e pessimismo: bisogna che tutti seguano l’indicazione, dentro ma anche fuori di FLI, nel pancione centrista del parlamento. E se si varca il Rubicone bisogna farlo con tutto l’esercito, e Fini, che non è Cesare – anzi è uno che adesso che s’è civilizzato rimpiange senza raccapriccio lo stile sepolcrale dei Moro, dei Berlinguer e dei La Malfa – rischia di portarsi dietro la truppa degli esaltati e scarsissime salmerie. E se non lo si varca, si rischia che gli esaltati se ne vadano per conto loro. A sinistra aspettano di sapere cosa Fini farà da grande? Bene Silvio, facciamolo anche noi, mica abbiamo fretta. Non lo vedi Silvio – e te lo dico io perché le gazzette dormiranno – non lo vedi com’è ridicola la formula dell’ultimatum finiano? “Deve essere lui a rassegnare le dimissioni” sennò “saranno gli italiani a staccare la spina”. Capito? Se non lo farai tu in prima battuta, saranno gli italiani a doverlo fare, mica gl’irresistibili legionari di Fini, e le truppe cammellate casiniane. Che è una bella dichiarazione d’impotenza. Be’, caro Silvio, invece di dimetterci solo per fare un piacere alle mezze calzette della Meglio Italia, noi aspetteremo il momento quando saranno gli italiani a staccare la spina, quando verrà il loro momento di esprimersi col voto, se ci sarà la necessità di andare al voto.

Caro Silvio, la reazione compatta e ordinata del PDL mi conforta. Ciò dimostra agli sciocchi, in primis a Galli Della Loggia, che il partito fondato da Berlusconi non è la DC, o almeno quel fantasma al quale si era ridotta la balena bianca negli anni settanta e ottanta: un partito cui la linfa vitale era stata succhiata un po’ alla volta fino all’ultima goccia, a forza di guardare a sinistra. Il vero partito di plastica. Fin qui tutto bene. Però, caro Berlusca, ti faccio notare un’altra cosa, che tu già sai, a differenza di qualcuno che ti sta intorno, un po’ troppo nervoso, ma che io ti ripeto così che ti rafforzi nella tua giusta intuizione. Gira una balla, figlia dei desideri e dell’impotenza, che a forza di ripeterla si prende anche nel nostro accampamento per vera: e cioè che senza un riallineamento di Fini la legislatura sia condannata alla paralisi. Chi l’ha detto? Io dico che invece può darsi benissimo, ma proprio benissimo, che nei prossimi mesi attorno a te si sedimenti una maggioranza per un decimo nuova, bastante e avanzante; composto questo decimo da qualche volenteroso transfuga fulminato dal senso di responsabilità, ovvio; per il bene dell’Italia, ovvio; in un momento come questo poi, ovvio. E’ una guerra di nervi? Teniamoli saldi. Take it easy.

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Elezioni anticipate? Improbabili, anche in primavera

Perfino qualcuno che normalmente fatica ad uscire dal repertorio di frasi fatte in uso al gregge di sinistra se n’è finalmente accorto: sul come risolvere il caso FLI e sull’eventualità di elezioni anticipate i servi e i pennivendoli di Berlusconi tirano da una parte, il capo tira dall’altra. Quasi tutti, tranne pochi coraggiosi fedelissimi alla linea occulta: tra i quali io. Ai primi, specie agli spiriti bollenti come Sallusti, braccio destro di Feltri, che tanto ha lavorato per il redde rationem tra il fondatore di fatto e il cofondatore per grazia ricevuta, non è affatto andato giù il Silvio democristiano di questi ultimi giorni, e vorrebbero senz’altro spacciare gli avversari una volta per tutte alla giostra cavalleresca delle elezioni. Quella sarebbe di norma la “bella politica” della destra che non si è guastata il cervello coi ghirigori impalpabili ma velenosi della “bella politica” democratica. Che lasciamo volentieri ai Bocchino e ai Granata. Ma il Berlusca, se è spericolato come un fanciullo nel dire sciocchezze poco istituzionali, e nel dispensare sorridente e universale ottimismo, nella politica vera è diffidente come un gatto e furbo come un beduino, come ha intuito un esperto quale Gheddafi fin dal primo minuto del suo incontro col nostro capo. E, portando rispetto alla verità e mostrando un po’ di eretico coraggio, cerchiamo di non parlare sempre male in toto della democristianità: per esempio di quel misto di sangue freddo e prudenza che è frutto di una saggezza antica, seppure intrisa di pessimismo e senza prospettive, e quindi senza grandezza, ma che all’uomo politico non deve essere del tutto sconosciuta, quando si tratta di resistere agli assedi, confidando nella volubilità degli uomini e nell’opera del tempo. Ora come ora, in caso di elezioni anticipate, i rischi di trovarsi con un Senato azzoppato e senza una chiara maggioranza sono altissimi. I leghisti più irriflessivi scommettono con facile ottimismo in una facile vittoria solo perché per loro il premio sarebbe ultragratificante. O perché in caso di mezza vittoria o mezza sconfitta potrebbero consolarsi – forse, io non ci spererei troppo – con l’esclusiva del sentimento nordista. La differenza con la situazione attuale è che in quel caso l’instabilità avrebbe il crisma dell’ufficialità e per il Berlusca il passo d’addio sarebbe quasi inevitabile. I risultati del voto di fiducia – non leggete le solite gazzette italiche – lo hanno incoraggiato. Ed egli ne ha avuto conferma proprio dalla mal dissimulata delusione di un certo mondo leghista mosso da miopi appetiti, troppo scopertamente frettoloso nel condannare un risultato in realtà assai meno negativo di quanto si aspettassero i partigiani delle elezioni anticipate qui ed ora. Che i Bossi e i Maroni se ne facciano interpreti non deve ingannare: devono tener buona la ciurma, ma, volenti o nolenti, sanno benissimo di stare nella stessa barca del presidente del consiglio.

Il Cavaliere non ci pensa nemmeno dopo morto a recuperare i Fini e i Casini. Non ci crede e non lo vuole, dopo le torture che gli hanno inflitto. Casomai potrebbe accogliere nel suo accampamento il Rutelli, vista la sua promettente traiettoria politica, cui manca solo un passo per completare il percorso di tutto l’arco costituzionale: difficile, ma a caval donato non si guarda in bocca, figuriamoci al marito della Palombelli. Il Cavaliere sa che nel bel mezzo della Camera dei Deputati tra FLI, UDC, API, MPA e minutaglia varia c’è un tesorone di una novantina di parlamentari non proprio bolscevichi in cerca d’autore e di un futuro. Gliene servono una ventina per avere la maggioranza assoluta, e diciamo una trentina per veleggiare tranquillo tranquillo. Sette-otto gli si sono già affezionati parecchio in occasione del voto di fiducia. Il Cavaliere minaccia, pure lui, le elezioni, ma non le vuole affatto (se non come extrema ratio). Esattamente come Fini, che spera col ricatto dell’indispensabilità numerica di FLI d’inchiodare Berlusconi e il PDL ad un immobilismo autodistruttivo, in attesa magari dell’intervento della cavalleria giudiziaria. Il Cavaliere scommette invece che il tempo logorerà l’UDC e porterà alla luce nei momenti decisivi l’assoluta eterogeneità del gruppo finiano, come d’altronde si è già visto col voto negativo alla fiducia espresso dall’esaltato capo dell’ala giustizialista di FLI, il patriota repubblicano Fabio Granata. Fini pensa che le parole taglienti, calme e risolute che gli escono volentieri di bocca bastino a soggiogare il prossimo ma non è mai stato un cuor di leone; in questo assomiglia molto al comunista freddo D’Alema: non sono combattenti, nel fuoco dello scontro ravvicinato e risolutivo non li ritroverai mai. Nel frattempo il Cavaliere cercherà di coagulare intorno a sé, al di fuori dell’arena politica, un partito di responsabilità nazionale che farà il verso al nuovo CLN periodicamente evocato dalla sinistra, e che metterà idealmente insieme i Marchionne e i Bonanni. E’ una strategia che ha ragionevoli probabilità di riuscita. E’ la strategia studiata per sfuggire all’assedio dei nemici. E degli amici.

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E già, la dignità!

E’ tutto divertente. Molto divertente. Ci sono quelli che tifano per; quelli che tifano contro; quelli che come Ezio Mauro, flemmatico chief executive officer dei pirati della corazzata Repubblica, emettono concisi, freddi, e allarmati bollettini di guerra sullo stato dei dossieraggi e killeraggi contro l’alta carica istituzionale oggi occupata da Fini; ci son quelli, più ridicoli, che come i Battista e i Romano, ufficiali di lungo corso della corazzata Corriere, fanno boccuccia e osservano sgomenti ed allibiti insieme con l’opinione pubblica l’irresistibile pochade che va in scena attorno all’appartamento monegasco ora da tutti rinnegato, neanche fosse proprio quella disponibilissima e popolarissima bella di giorno che perfino tu e Lapo ed io…

Io non ci ho capito niente, perché non me ne sono minimamente interessato, alla trama voglio dire: dopo decenni e decenni e decenni di dossieraggi e killeraggi da parte dei soliti noti che oggi tremano compunti per le sorti della democrazia, le paginate dedicate agli affaires politico-giudiziari mi fanno lo stesso effetto dei volantini pubblicitari nella cassetta della posta. Mi restano in testa con contorni onirici solo le figure dei protagonisti che via via entrano in una rappresentazione in cui la forma e il contorno avvincono e spiegano più del contenuto: l’alto presidente della Camera, rigido come un baccalà, l’eloquio secco che non ammette repliche, uguale a se stesso, immaginiamo, dalla camera dei deputati alla sala da pranzo, dalla sala da pranzo alla camera da letto; la gattina flessuosa e sottile dai boccoli biondi e dalla grande bocca che gli sta – magnificamente, dobbiamo dire – al fianco, il cui sovrabbondante sex appeal rimedia quasi ai guasti della di lui freddezza; il di lei fratello belloccio e viveur, gaglioffo non sappiamo; un bestione ruspante come Gaucci, uscito vittorioso dalle battaglie con tutti i cinghiali dell’Appennino, colpito e affondato come da copione nell’ebbrezza della gloria dalla volpina femminilità di una zazzera bionda, che ora furioso come l’accecato Polifemo scaglia anatemi da qualche suo maniero campagnolo o caraibico; e la testa dell’avvocatino che spunta timida da dietro le quinte con un “posso?” affettato e gravido di promesse poteva mancare? Certo che no: Renato di nome, Ellero di cognome. Ellero quello lì? Ellero quello lì. Ah, ma non malignate troppo sul suo ziz-zagante percorso politico di ex senatore leghista, ex berlusconiano, ora fan di Grillo e sostenitore dei comitati “No Dal Molin”: un avvocato, le cause, non le sposa mica. (E’ una battuta, avvocato, una battuta!)

Non sono riuscito a sciropparmi il video del discorso di Fini. Non ho fatto nemmeno lo sforzo: tanto ci sono anime eroiche, ancor giovani ed ignare, che sacrificano un po’ degli anni migliori della loro vita per farne il riassunto nel web. Avrà volato alto, senza dubbio, anche perché sennò sarebbe apparsa troppo come una difesa, e su quel piano giustamente non doveva scendere. Quando si è attaccati da destra ci si sente meno soli, in Italia, nonostante il regime, e quindi si ragiona di più. Ma tutto ciò è tedioso, ripetitivo. Io cerco l’intrattenimento vero. E’ più dilettevole ed istruttivo registrare da lontano lo scandalo dei grandi professionisti dello sputtanamento democratico e consapevole, gente che in trenta e passa anni ha azzoppato un sacco di pesci piccoli e grossi, perfino istituzionali, perfino innocenti; e la vasta platea dei loro lettori, adusa a sparare sulla Croce Rossa, che a comando scatta indignata contro i pallidi imitatori dei loro predicatori, i Feltri e i Belpietro, fior di gentiluomini al confronto di quelli, e per questo conseguentemente chiamati sgherri.

Ma i più divertenti di tutti sono quelli che oggi si preoccupano della “spirale di imbarbarimento della vita politica”, di una “soglia della decenza” che è stata superata, firme di un quotidiano che dei duri e puri della pratica quotidiana del dossieraggio è andato per viltà e per calcolo a rimorchio, tanto che da tempo si è assicurate le prestazioni di una specialista del grossolano genere gossip + servizi deviati, che oggi va per la maggiore tra i sinistrati della penisola, come la mitica e seriosissima Sarzanini. (Contenta lei. Io non so veramente che ambizione sia. Ma non ha visto a quali abissi di cupezza si è ridotto il D’Avanzo dopo una vita in trincea a difesa della democrazia?)

Oggi costoro arricciano un nasino sorprendentemente delicato, il cui olfatto si è fatto improvvisamente finissimo, dopo aver fatto cilecca anche quando le bombette puzzolenti partivano dalle stanze dei loro colleghi di via Solferino, solo perché la geografia dell’ennesimo bordello politico-giudiziario è un affare tutto interno alla destra. Ecco allora che questi essere di solito miti e pacati, insomma queste pappamolle di tutti i giorni, ritrovano il coraggio per vivere un giorno da leoni e chiedono a tutti, con animo vibrante, di “riacquistare un profilo di dignità”. Orpo.

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