Ma basta con questa “crescita”!

Diciamolo: questa storia della crescita ha proprio rotto. Non se ne può più. Anche perché a forza d’invocarla si è creato quel clima malsano di attesa che paralizza ogni attività ed ogni sensato ragionamento. Per di più chi ne parla sembra che lo faccia apposta per ingenerare confusione nell’opinione pubblica. Ieri per esempio non è mancato in materia l’auspicio del Presidente della Repubblica. Il quale ha peraltro molte attenuanti: sappiamo tutti come certe figure istituzionali siano, per così dire, costrette a dire banalità da mane a sera (questa è una delle ragioni per cui non ho mai invidiato i politici). Fatto sta, però, che Napolitano ha detto, con l’aria di chi esprime la più pacifica delle verità: «Di certo all’Unione Europea tocca ora imboccare la strada di politiche più favorevoli alla crescita, anche perché – nonostante indubbie differenze nel suo seno – è l’Europa nel suo insieme che accusa i colpi di una tendenziale stagnazione se non deflazione.» 

In questa frase non c’è niente di nuovo; anzi, l’uomo della strada l’ha ormai imparata a memoria ascoltando i notiziari. Purtroppo. Purtroppo in primo luogo perché gli si è ficcata in mente l’idea che la deflazione e la recessione vadano necessariamente di conserva, e magari coincidano. Quando invece in una situazione ideale la deflazione dovrebbe essere il sintomo per eccellenza della crescita economica: i beni costano meno per l’aumento della produttività; siamo tutti, in generale, più ricchi perché con gli stessi soldi possiamo acquistare più cose. E purtroppo in secondo luogo perché ormai pure lui si è convinto che la crescita dipenda sostanzialmente da un atto di volontà: la crescita, sì, la crescita, questa è la via che vogliamo seguire, sembrano dire gli scopritori dell’acqua calda. Quando invece bisognerebbe far capire all’ometto quello che in cuor suo ha sempre saputo e che l’esperienza gli ha sempre insegnato: che cioè anche in economia tutto si tiene. Questa continua evocazione della crescita non fa altro che aumentare la demagogia e l’impazienza. Diamoci un taglio. Anche perché a questo punto abbiamo ormai il fondatissimo sospetto che porti pure sfortuna.

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L’Italia non fallirà! (E poi forse ce la farà)

Nel dicembre del 2013, a “Piazza Pulita”, Romano Prodi disse una cosa abbastanza intelligente, anche se mi scoccia riconoscerlo. Mortadella (devo pur rifarmi in qualche modo), Mortadella, dunque (caspiterina, mi è venuta l’acquolina in bocca: domani la compro), Mortadella, dicevo, affermò che l’Italia ce l’avrebbe fatta …in quindici anni, con la politica della formica. Però anche lui quando era al timone dell’Italia si diceva sicuro che il Belpaese ce l’avrebbe fatta nel giro di qualche mese o poco più. Parlando con l’ “Economist” nel 2007, per esempio, Mortadella disse: «…e io sono fiducioso che il paese ce la farà». Certo non è stato il solo. «L’Italia ce la farà!» è diventata la professione di fede di qualsiasi politico italiano con qualche responsabilità di governo o istituzionale da vent’anni a questa parte. La cosa divertente – avete notato? – è che costui la recita sempre con una qualche solennità, quasi che il popolo italiano non fosse ancora pronto per annunci di così grande momento. «Non ho mai avuto dubbi sul fatto che l’Italia ce la farà.», disse, sempre per esempio, Berlusconi a Marsiglia nel 2011, durante il XX congresso del PPE. Pochi mesi dopo Romano Prodi, intervistato dalla Radio Svizzera di lingua italiana vaticinava: «Ho estrema fiducia in Monti, con lui l’Italia ce la farà.» E qualche altro mese dopo il presidente del Consiglio Monti scriveva a Napolitano: «Il Paese sta attraversando una fase difficile della sua storia ma, come Lei ama dire, l’Italia ce la farà…». E in effetti è difficile immaginare un presidente della Repubblica Italiana che non dica, almeno una volta al mese: «L’Italia ce la farà!». Nel 2013 il presidente del Consiglio Letta, durante la conferenza stampa di fine anno (nonostante le profezie da menagramo di Prodi) sentenziò fiducioso: «Sono fermamente convinto che l’Italia ce la farà perché abbiamo dietro le spalle la parte più complessa di questa crisi». E bisogna pur dire che in fin dei conti l’Italia ce l’ha sempre fatta in questi vent’anni, se ancora sta in piedi. Ed è forse per questo che neanche Renzi ha avuto il coraggio di rottamare la professione di fede. Però qualcosa si è incrinato. Mesi fa, a “Quinta Colonna”, la fede si era già stemperata in un fiducioso ottimismo: «Non mi piacciono tutti quelli che dicono che l’Italia non ce la farà mai, sono convinto che ce la faremo…». E l’altro giorno Matteo ha detto: «La situazione è complicata e delicata e va gestita con grande responsabilità e serietà. Ma l’Italia non fallirà.» L’Italia non fallirà! Ecco una novità che suona alquanto sinistra! Tranquilli comunque: per vent’anni ancora, quantomeno, abbiamo il futuro assicurato.

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Luogocomunismo istituzionale

Estratto dal messaggio del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per la Festa della Repubblica del 2014: «L’Italia può parlare a voce alta in Europa e contribuire a cambiarne le istituzioni e le politiche. (…) il problema è ora quello di passare rapidamente alle decisioni e alle azioni che possono migliorare le condizioni di quanti [in Italia] hanno sofferto di più per la crisi (…) Il cammino del nostro paese verso un futuro migliore passa egualmente, non dimentichiamolo, attraverso una lotta senza quartiere alla corruzione, alla criminalità, all’evasione fiscale.» Estratto dall’ultima intervista a Enrico Berlinguer del 1984: «Dobbiamo portare in Europa l’immagine e la realtà di un paese che non sia caratterizzato dalla P2, dalle tangenti, dall’evasione fiscale, dall’iniquità sociale (…) per portare invece nella Comunità Europea il volto di un paese più pulito, più democratico, più giusto.» E per «la crisi che attraversa la Comunità Europea» Berlinguer propone che da un semplice mercato comune i paesi europei si avviino verso un’unità politica vera e propria. Insomma, dopo trent’anni i mali sono sempre gli stessi, in Italia e in Europa. Così come le diagnosi e le cure proposte. Tutta fila liscio come l’olio. Se tutto va bene, cioè se tutto va male, fra trent’anni saremo allo stesso punto. Ci vorrebbe invece un vero cambiamento. A partire da certe formule imparate a memoria, interiorizzate ed infine istituzionalizzate dall’Italia Migliore. Forse allora comincerà per davvero a dissiparsi la nebbia.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (161)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

GIORGIO NAPOLITANO 13/01/2014 Alla bella età di novantotto anni è morto Arnoldo Foà. Il Presidente della Repubblica non ha mancato di rendere omaggio al personaggio, evocando «una figura esemplare di artista, di interprete della poesia e del teatro, animato da straordinaria passione civile e capace di trasmettere emozioni e ideali al pubblico più vasto». Non si sa perché, ma da noi a quasi tutti gli artisti, scrittori o intellettuali capita di essere ricordati, al momento della loro dipartita da questo mondo, soprattutto per loro «straordinaria passione civile». Trovo la cosa straordinariamente spiacevole e assai pericolosa per il buon nome di tanti protagonisti della cultura italiana, in quanto al popolino questa incontrollata retorica celebrativa potrebbe un po’ alla volta suggerire che il caro estinto di turno senza quella «straordinaria passione civile» sarebbe stato in realtà un perfetto buono a nulla; o che i suoi non eccelsi talenti senza un’ostentata «passione civile» non sarebbero stati sufficienti ad aprirgli le porte del successo; o che il suo genio, se non si fosse inchinato a quello stracco conformismo politico che va sotto il nome di «passione civile», sarebbe stato scoperto almeno cent’anni dopo i suoi funerali.

LA CURVA SUD MILANO 14/01/2014 Ci risiamo: questi qui non hanno ancora capito niente. Nel salutare il «vero uomo» Allegri si rammaricano della «totale assenza di un progetto per il futuro e di un mercato minimamente degno di nota …principali cause dei Mali del Milan!» Mi domando cosa serva passare mezze giornate a leggere le gazzette dello sport, a guardare e riguardare le partite, a chiacchierare per ore di moduli, e di giocatori da vendere e comprare, se poi ci si rifiuta di osservare, con sereno distacco, come funziona all’ingrosso il «gioco del calcio». A niente, se non a credere ai miracoli del calciomercato, come capita a tutti quelli che non hanno neanche una mezza idea su quello che sta succedendo. Facciano uno sforzo, si fingano nel pensiero azerbaigiani o paraguayani, e scopriranno subito che il vero problema del calcio italiano non è la sua relativa neo-povertà, non il tasso tecnico dei giocatori, ma la povertà di un gioco sconclusionato, casuale, che i numeretti esoterici delle tattichine e dei moduletti della malora nobilitano agli occhi di tanti gonzi appassionati. Un campionario stupefacente di compagini slegatissime, dominate da un triennio da una squadra appena un po’ più compatta delle altre, che però sbatte spesso contro un muro non appena mette il naso al di là delle Alpi. Per quanto mi riguarda, visto che arriva Seedorf, che grazie al cielo come allenatore è ancora un pivello non ancora guastato dall’esperienza, sarei felicissimo se il Milan riuscisse a giocare come l’Ajax dei ragazzini: con cinque nazionali italiani e il resto della compagnia faremo faville! Dite di no? Tranquilli: in Italia sono i risultati che a posteriori fanno la qualità dei giocatori. E’ anche questo un frutto del vero male del Milan e del calcio italiano: la mistica tediosissima del calciomercato, roba buona per gente senza palle e senza vere ambizioni.

MARCO IMARISIO 15/01/2013 L’inviato del Corriere della Sera è indignato non solo dalle allarmanti e vili minacce di alcune frange violente del movimento No Tav al giornalista della Stampa Massimo Numa e al parlamentare del Pd Stefano Esposito, ma anche dal silenzio omertoso su questi fatti di una certa Torino progressista. La stessa Torino che «è sempre stata fiera della sua tradizione antifascista. Quello che stanno subendo Massimo e Stefano si chiama fascismo.» Bravo! Ma che c’entra il fascismo? E’ comunismo della più bell’acqua, vecchio come il cucco, compresa la firma con falce e martello in calce al filmato spedito qualche giorno fa dagli spioni del giornalista della Stampa alla loro vittima. Ed anche la storia è vecchia come il cucco: la storia di una sinistra che quando si accorge che alcuni suoi figli sono veramente facinorosi di prima categoria, li chiama, per disperazione, poveretta, «fascisti». E perché? Perché è essa stessa, sociologicamente parlando, quell’Italia vecchia come il cucco che nel 2014 sfoggia ancora la retorica resistenziale per la semplice ragione che non ha ancora superato i sensi di colpa per il suo passato fascista. Che pena.

FRANCESCO MERLO 16/01/2014 Che mai ha combinato Franceschiello nostro? Niente, proprio niente. Purtroppo per lui mi è bastato un piccolo assaggio mediatico della Waterloo Hollandiana di questi giorni per riportarmi alla mente, quasi fosse una madeleine proustiana, un suo pezzo del 2007 sul quale ho sempre avuto in animo di sfogare la mia viscida malignità. Era il giorno dell’insediamento di Sarkò all’Eliseo, ma per Franceschiello (lo chiamo così, con volgare e italiota confidenza, apposta per urtarlo) fu soprattutto il giorno di una foto, la foto di “una famiglia plurale che non stupisce la Francia”: «I vescovi di Francia, rosei e sereni monsignori con il fegato sano, ministri di un Dio che è Dio e che dunque non fa l’imbonitore di piazza,» scriveva Merlo su “La Repubblica”, «capiscono bene che in quella foto c’è il presupposto della Grazia. E’ infatti la foto di una bella e grande famiglia benedetta da Dio, di una moderna e riuscita famiglia di famiglie come ce ne sono tante, quella che è finita sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo. Due sono figli di lei, altri due sono figli di lui, il quinto è il figlio di entrambi, e anche i francesi più pettegoli si imbrogliano con le immagini e non sanno bene chi è il padre di chi e chi la madre di chi, un po’ come, guardando il famoso fumetto, nessuno è in grado di dire chi è Tom e chi è Jerry.» In parte era giustificato: chi non è mai rimasto a bocca aperta davanti all’elegante disinvoltura con la quale i figli dell’Esagono gestiscono i loro casini sessuali e sentimentali? Quale prova migliore del grado di civiltà di un paese? Ma Merlo era addirittura rapito: «La Francia è un paese cattolico ma i vescovi sono sereni, anche loro si accorgono che in quella foto non c’è Feydeau ma c’è Truffaut, ci sono insomma tutta l’Autorità e tutta la Tradizione dell’amore, di una deliziosa storia d’amore a corollario di una stagione politica vincente.» Spero per lui che Hollande non gli abbia rovinato questo bel sogno. Intendiamoci, Hollande si è dimostrato un bel mandrillo, degno di tutti i suoi predecessori, da Valéry Giscard d’Estaing in poi, e nessuno ci avrebbe scommesso un vecchio franco. Disgraziatamente, c’è molto più Feydeau in lui che Truffaut. Speriamo bene. Anche perché in quei giorni François Merlò, parisien come Arrigo Beyle era milanese, coltivava un’ineffabile speranza, nonostante tutto, per il nostro paese: «Ma stiamo cambiando anche noi. Non so quando manderemo al Quirinale una stramba e perciò normale famiglia com’è quella di Sarkozy, con tanto di matrigna bella e buona.» Eppure, se non fosse per la nostra giustizia nord-coreana, quella famiglia ce l’avremmo già! E’ la più stramba del mondo! Tutta insieme farà un figurone! La Perla del Marocco, adottata, darà il tocco decisivo! E Dudù, mi dimenticavo di Dudù!

L’AUTUNNO EGIZIANO 17/01/2014 Sfiancati da tre anni di casini, già stufi dei miracoli della democrazia e dei partiti, neanche metà degli egiziani ha detto sì al referendum sulla nuova Costituzione voluto dal generale Abdel Fatah al-Sisi, vicepremier, ministro della Difesa, capo delle Forze armate egiziane, golpista e prossimo Faraone d’Egitto, mentre il resto è rimasto a casa, chi in preda alla rassegnazione, chi covando vendetta. L’Egitto è tornato ai blocchi di partenza, con i militari al potere, i Fratelli Musulmani sullo sfondo, e le piccole minoranze liberali urbane uscite bastonate dai giochetti rivoluzionari che l’Occidente più salottiero aveva entusiasticamente sostenuto. L’unica vera differenza è l’uomo forte: al posto di quella pasta d’uomo di Mubarak c’è un tipo duro e mezzo esaltato come al-Sisi. Fino allo scoppio della prossima rivoluzione sarà lui il presidente egiziano regolarmente eletto e universalmente riconosciuto: solo allora il Corriere della Sera lo chiamerà «dittatore».

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (123)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

SABINA GUZZANTI 22/04/2013 L’inizio fu promettente: Laura Boldrini, esponente di Sel, eletta presidente della Camera. Poi presidente del Senato fu eletto Pietro Grasso, esponente del Pd e, anche se non troppo ortodosso, del «partito della legalità». Per Travaglio, niente più di un «berluschino». Fu il primo segnale dello smottamento emotivo del popolo rosso. Il primo candidato «condiviso» alla presidenza della Repubblica, Franco Marini, fu trombato dalla stessa sinistra: esponente del Pd, ma non antiberlusconiano. Per venire incontro all’isterismo della sinistra Bersani ci riprovò con un candidato «non condiviso», il serafico Romano Mortadella Prodi il Grande, due volte vincitore su Silvio Caimano Berlusconi lo Psiconano, ex democristiano come Marini, ma antiberlusconiano tenace e vendicativo. Non bastò. Grillo gli aveva anteposto un antiberlusconiano assoluto come Stefano Rodotà, simbolo della purezza sinistrorsa, che irretì nel segreto dell’urna un pezzo tremante di Partito Democratico. Bersani, già fin troppe volte umiliato, si risolse allora per il presidente uscente Napolitano, un immortale di sinistra (aderì al Pci nel 1945, seguendone poi le sorti per più di sessant’anni), rieletto con l’appoggio fatale del Berlusca. Al popolo rosso non bastò: non poteva perdonare al rosso Napolitano il mancato contributo alla meritoria liquidazione finale del berlusconismo. Ad agire potente era la Mistica (deficiente) del Cambiamento, della Nuova Era nella quale la Resistenza e la Liberazione raggiungono finalmente la loro compiutezza, dopo settant’anni di interregno semi-democratico e cripto-fascista. In breve: è la Grande Balla che si rivolge contro quelli che l’hanno alimentata per decenni. Perfino Scalfari è ormai nel mirino della base arrabbiata, e da qualche tempo, non so se l’avete notato, ci mette in guardia, lui che di certe cose è uno specialista, contro il pericolo del «giacobinismo», neanche fosse uno della mia stessa miserabile schiatta. Strabiliante. Cosicché non sorprende che dopo questa infornata di nomine istituzionali tutte rosse, Sabina Guzzanti abbia deciso di espellere anche Napolitano dalla Società Civile: «Napolitano non è il nostro presidente», ha scritto su Twitter. E non si è fermata qui. Se l’è presa pure con Grillo, reo di non aver partecipato al corteo romano indetto dal M5S contro il Napolitano bis: «Noi siamo in piazza. Grillo s’è sfilato. Le spara grosse e poi si caga sotto». Minchia com’è difficile essere di sinistra in Italia. E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un politico di sinistra di un qualche peso operativo arrivi alla tomba puro e senza macchia. Gli conviene morire per tempo.

PIPPO CIVATI 23/04/2013 I quarantenni del Pd sono sul piede di guerra. Ce l’hanno coi «traditori» che non hanno votato Prodi alla presidenza della Repubblica. Il loro leader Pippo Civati dice che questi lestofanti faranno i ministri nel prossimo governo: il governo «collaborazionista», aggiungo io. Ciò prova che i giovanotti come Pippo, a parte la confidenza coi social network e le fatue pose liberal, sono vecchi come il cucco, e all’anti-berlusconismo da operetta non resistono. A Prodi, non per essere eletto, ma per prendere tutti quelli che aveva sulla carta, sono mancati un centinaio di voti. Una cinquantina sono andati a Rodotà, una cinquantina sono andati al pascolo. Vendola sostiene che i suoi hanno votato compatti non Prodi ma «R. Prodi», con ciò firmando la loro lealtà ai patti. Quale che sia la verità, il robusto pacchetto di voti per Rodotà dimostra che la fronda anti-prodiana non era nella sua essenza di natura filo-berlusconiana, bensì iper-identitaria, ossia anti-berlusconiana. Civati se la prende coi «traditori» per nascondere questa realtà, e forse per negarla a se stesso. Se i cento infami sono «traditori», metà di questi infami hanno obbedito alla «pancia» anti-berlusconiana della sinistra. E’ un’illusione credere che gli «inciucisti» si siano nascosti dietro il nome di Rodotà. I cinquanta voti per il candidato scelto dai grillini sono stati un messaggio rivolto al Pd e a Bersani, un messaggio figlio di una pulsione profonda della sinistra, e un segnale di frustrazione contro l’unanimismo di facciata. L’impressione è che invece sia proprio la silenziosa, ma non troppo, opposizione filo-rodotiana all’interno del Pd a nascondersi dietro l’ostentata e piuttosto becera condanna dei «traditori». Lo stesso Civati è ambiguo quando scrive sul suo blog che «se avessimo votato Prodi o Rodotà, non saremmo andati a votare, come le vecchie volpi della politica hanno ripetuto (altro che Twitter) a tutti i giovani deputati. No, semplicemente avremmo fatto un governo del presidente. Con un presidente, un governo e una maggioranza molto diversi da quella che vedremo tra qualche ora.» Quel «Prodi o Rodotà» sembra la dichiarazione di una doppia lealtà, al partito e al popolo di sinistra. E questa lacerazione è il frutto maturo di una menzogna a lungo coltivata, la «narrazione» che ha fatto della storia politica dell’Italia repubblicana un lungo romanzo criminale. La Lunga Resistenza berlusconiana ne ha assorbito alla fine tutti i veleni, svuotando di forze la sinistra. Al momento del supposto trionfo, la sinistra si è come accasciata. Rimane per aria una rabbia indistinta, senza argomenti, come un’eco di ciance messianiche. Intanto “La Repubblica” sembra essersi acconciata al nuovo corso termidoriano: Scalfari bacchetta Rodotà, e Massimo Giannini, a “Repubblica Tv”, con una straordinaria faccia da funerale, annuncia alla Società Civile la «medicina amara delle larghe intese». Chissà cosa ne pensa il giovanotto Civati. Caro popolo di sinistra, la Grande Commedia sta per finire, anche se questo è solo l’inizio. E’ meglio che ti prepari: anche Craxi tornerà, prima o dopo, nella Tua storia.

LA CLASSE GIORNALISTICA 24/04/2013 Hanno riso in molti dell’entusiasmo mostrato dalla classe politica per le parole di rimprovero che il nuovo-vecchio presidente nel suo discorso d’insediamento a Montecitorio le ha indirizzato con implacabile paternalismo. «Sì, sì, siamo stati dei minchioni! Sì, sì, non abbiamo capito un kaiser!», pareva che dicessero quegli applausi. I quotidiani ci sono andati giù di brutto. Gli opinionisti di sinistra, di destra e di centro su una cosa sono stati tutti d’accordo: ridicolizzare l’orgia masochistica. Da quando la retorica anti-casta si è impadronita delle menti degli italiani, sono forse proprio i giornalisti quelli che hanno sviluppato il più forte senso di superiorità nei confronti dei politici. Ma non se ne capisce bene il motivo. Non è che loro negli ultimi tempi si siano mostrati molto più perspicaci dei politici. Non molto tempo fa preconizzavano che la Lega, quel partito ben organizzato e radicato nel territorio – un esempio nonostante tutto – si sarebbe mangiato, al nord almeno, il Pdl, il partito dell’aria fritta; le penne dei giornaloni, poco più di un anno fa, scommettevano che il «partito» montiano, il nuovo grande partito di centro, si sarebbe mangiato il meglio del Pdl e Pd; più di recente un po’ tutti preconizzavano che il Pd, il partito delle primarie, avrebbe trionfato sulle macerie della politica italiana; fino a qualche mese fa perfino quelli di destra davano per morti e sepolti il Pdl e Berlusconi; quasi tutti hanno sottostimato la crescita di Grillo prima delle elezioni, per poi darla – naturalmente – come ineluttabile dopo le elezioni: ora il fenomeno M5S si sta puntualmente sgonfiando. Insomma, in generale non ne hanno indovinata una. Si meritano anche loro un grande significativo applauso.

RE GIORGIO 25/04/2013 Diciamolo: da quando la classe politica ha preso il nome di Casta, fare il Presidente della Repubblica è diventata una pacchia. Non occorre che nessuno ve lo insegni: vi basta l’istinto per capire che dovete mettere una certa distanza tra la vostra augusta persona e i politicanti del parlamento, che dovete assumere una certa aria da maestrino, che dovete esortare, indirizzare, bacchettare, trasmettere un senso d’urgenza sulle improrogabili riforme di cui il paese ha un disperato bisogno, senza però mai dire alcunché di concreto. Non potete, perché per vostra fortuna questa non è una repubblica presidenziale. E’ solo una repubblica semi-presidenziale di fatto, ed è comprensibile che vi pigliate la metà più comoda del presidenzialismo: l’onore di predicare; l’onere di agire non vi tocca. Siete in una botte di ferro. Se siete poi un po’ più ambiziosi, grazie alla vostra posizione di arbiter rei publicae, potete cercare d’indirizzare la partita politica in un certo modo. Napolitano c’è riuscito col quel «governo tecnico» che fra gli obbiettivi aveva anche quello di «governare» l’uscita di Berlusconi dalla scena politica. Sappiamo com’è andata: il governo tecnico si è arenato dopo due mesi ed ha vegetato per altri dodici. Un bel fallimento che ha gettato discredito un po’ su tutti, tecnici e politici, tranne che sull’artefice della creatura: Napolitano il Saggio. Adesso Giorgio ci riprova con un «governo delle larghe intese», che però «consacra» la presenza di Berlusconi sulla scena politica. A ben guardare la sua rielezione somiglia tanto ad un esame di riparazione. Chiamarlo Re Giorgio mi sembra un po’ troppo.

GLI UBRIACHI DEL 25 APRILE 26/04/2013 Il 25 aprile è il giorno in cui la sinistra aspetta al varco i suoi avversari. I guardiani della società civile sono già alticci ed eccitati di primo mattino, senza aver bevuto un solo goccio di vino, come piccoli generali ansiosi di passare in rivista la truppa …nemica. Per fortuna è un giorno di festa e potete starvene a casa. Ma se uscite mostratevi quantomeno compunti, commossi, partecipi. Le persone normali pensano che a questa gente esaltata manchi qualche rotella e che il 25 aprile venga tirato in ballo troppo spesso a sproposito. Ma sbagliano. Dal 25 aprile nasce tutto. Il 25 aprile è la sorgente che ha dato vita al grande fiume della Nuova Patria Repubblicana, e nel suo vivo microcosmo c’è già tutto ciò che è buono, democratico, onesto, saggio. Se non si bagnano a questa fonte, non esistono né la buona società, né la buona politica, né la buona economia, forse neanche la buona tavola. Il 25 aprile è il giorno delle commemorazioni e dei fischi. A fischiare è sempre la Guardia Repubblicana. Voi vi chiedete: perché guastano le sacre commemorazioni coi fischi? La risposta è questa: siete testoni. Non capite infatti che questi fischi segnalano che la Patria non è ancora Perfetta, che la Democrazia non è ancora Compiuta e che i fascisti non sono ancora spariti. Quando ciò avverrà, l’ultimo fischio morirà in lontananza e lo Spirito del 25 aprile, di cui costoro sono i ventriloqui, troverà pace. Quindi il presidente del Senato, il democratico Pietro Grasso, non poteva pensare che gli bastasse mettersi il fazzoletto rosso al collo ed essere scortato dalla Camusso per passarla liscia a Monte Sole, presso Marzabotto. I fischi sono piovuti. Le grida anche: «Mai coi fascisti! Venduti!». Sì, perché Silvio compra. Compra tutto. Compra sempre. Voti, magistrati, calciatori, donnine, responsabili, ed ora anche il Pd, in blocco a prezzo scontato. Nessuno in realtà crede in cuor suo a queste penose stronzate. Però è bello annegare i dispiaceri nell’antiberlusconismo, spararle colossali, e nascondere l’ubriachezza sotto uno sfrontato sarcasmo, com’è capitato ieri a Corradino Mineo, una vita in Rai e a sinistra, che ha detto: «Silvio Berlusconi? Io non ho problemi a frequentarlo. Lo trovo molto divertente. Fermo restando che non penso di potere fare patti con lui, perché conosco l’uomo e so che non fa patti, compra: prima ti mette una busta in tasca e poi discute. Comunque Berlusconi dopo Mussolini è stato il più importante capo di Stato che l’Italia abbia mai avuto. La mia non è una posizione di assoluta chiusura: dico soltanto che non possiamo superare certi limiti.» Il Movimento 5 Stelle ha preferito invece starsene in disparte, e non mischiarsi con una classe politica oramai venduta al demonio. Il suo è stato un 25 aprile di protesta silenziosa. «Oggi evitiamo di parlarne, di celebrarlo, restiamo in silenzio con il rispetto dovuto ai defunti. Se i partigiani tornassero tra noi si metterebbero a piangere.» Così ha detto Grillo, lirico e apocalittico, e sembrava vedesse coi suoi occhi l’abominazione della desolazione posta in luogo santo, della quale parlò il profeta Daniele. Il più allegro, o il più depresso, di tutti era però Nichi Vendola. Tanto allegro, o depresso, che non ha nemmeno cercato di usare perifrasi nell’aprire a tutti noi l’esacerbato suo cuore. «Il Cln era un luogo in cui convivevano diversità straordinariamente lontane e per certi versi inconciliabili.», ha premesso, per poi sentenziare: «Solo un soggetto non c’era: i fascisti. Ecco, se avessimo dovuto ispirarci a quella esperienza erano altri gli alleati da cercare visto che il nostro tema è uscire dal ciclo del berlusconismo.» Be’, io penso che sia giusto che si sfoghi. E per fortuna sua il primo maggio è in arrivo. Si potrà sbronzare di nuovo, in santa pace, senza paura di sembrare fuori di testa. Poi si sentirà meglio.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (103)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

IL CORRIERE DELLA SERA 03/12/2012 Tra le più gravose incombenze del presidente della repubblica italiana vi è l’obbligo non scritto di presenziare alla prima della Scala. Mettiamo, com’è statisticamente probabile – oltre che lecito, chiariamo subito, prima che qualche pazzerellone di magistrato si metta strane idee in testa – che a questo benedetto uomo, solitamente in età veneranda e degna quindi dei più delicati riguardi, la musica «classica» non dica un bel nulla; che l’opera gli piaccia ancor meno; che la «gesamtkunstwerk» gli appesantisca la digestione e gli annebbi la vista ancor prima che la musica gli giunga all’orecchio; che questa musica cosmica e caliginosa se la intenda un po’ troppo con infinite indefinitezze; be’, allora capite come una prima wagneriana possa essere un martirio per il primo cittadino della penisola. Il vecchietto verrà fuori dal supplizio con la faccia composta e funebre di chi ha assistito con pazienza a ore di liturgie religiose a lui straniere o indifferenti, nella quale i media compiacenti vorranno leggere la pudica ma piena consapevolezza di chi ha gustato voluttuosamente tutte quante le cinquanta sfumature dell’evento. Con questo non intendo affatto stroncare Wagner, la cui musica suona al mio orecchio tanto sottile quanto monotona: un grandioso luogo comune, a volte però sublime; o dire che Napolitano sia fuggito dal “Lohengrin” per paura di una rottura di palle colossale e pericolosa per la sua salute, anche se, come ha scritto al maestro Barenboim, ricorda «ancora con emozione di aver assistito alla rappresentazione del Lohengrin la sera del 7 dicembre 1981, in un magnifico Teatro La Scala nel quale sedeva, in platea, il Presidente della Repubblica Sandro Pertini», il qual vivo ricordo in effetti potrebbe indurre i maliziosi a pensar male… No, Napolitano è pienamente giustificato dal fatto che la prima – anche questo ha scritto al maestro Barenboim – «cade quest’anno in un momento cruciale, dal punto di vista degli impegni istituzionali che mi trattengono a Roma, per l’avvicinarsi delle scadenze conclusive della legislatura parlamentare e del mio mandato presidenziale.» Voglio solo dire che è non il caso di esagerare con le spiegazioni, o con le scuse, nemmeno da parte di chi vuole confutare la demenziale ipotesi di una protesta «patriottica» e «verdiana» nei confronti di una prima «tedesca». E all’uopo ci informa, come fa il Corriere della Sera con zelo straordinario, che il presidente terrebbe sulla sua scrivania il libro “Wagner in Italia». Addirittura. E adesso, poveruomo? Gli toccherà pure leggerlo?

EMILIO FEDE 04/12/2012 Chissà cosa si sarà detto l’avvocato Niccolò Ghedini quando l’intristito Emilio di questi tempi, rispondendo alle sue domande durante l’ultima udienza del “processo Ruby”, ha affermato che la più famosa delle nipoti di Mubarak, alle mille e una notte di Arcore, mentre si esibiva nella danza del ventre «faceva le bollicine masticando la gomma»… proprio come una mocciosa quindicenne! Immagino che l’avrà fatto in dialetto veneto, per non rischiare di tradirsi. Ma dal nostro punto di vista questo è niente. Anzi, la Ruby-Scheherazade-Lolita danzante bubblegum in bocca ci sembra fin qui uno dei vertici artistici della brillantissima farsa in scena a Milano. Ci disturba assai, invece, che l’inacidito Emilio di questi tempi abbia fatto di tutto per guastarlo, questo capolavoro, con delle parole tremende indirizzate alla Perla del Marocco, parole che faccio fatica a scrivere, ma che per dovere di cronaca qui riporto: «Ruby? L’ho trovata brutta, aveva un cattivo odore…», ha detto lo stordito Emilio di una bella ragazzona che «a prima vista certamente non mi sembrava minorenne».

ZUCCHERO 05/12/2012 Il paradiso comunista esiste. E’ l’Italia. Nel senso che per i comunisti il nostro è sempre stato il paese della cuccagna. Scampato ai paradisi del socialismo reale, e lungi dall’essere perseguitato da tutta la teoria di regimi corrotti e cripto-fascisti susseguitisi dalla fine della seconda guerra mondiale, il comunista è stato il figlio prediletto della nostra società, figuriamoci di quella scelta società chiamata società civile. Fin da piccolo allenato a dire con una certa protervia corbellerie colossali, opportunista per natura, malato di protagonismo, abituato a chiedere abiure senza abiurare mai, è arrivato spesso alla tarda maturità senza provare il minimo rimorso per un passato nel migliore dei casi da perfetto imbecille. In questo caso malaugurato, il peggio che verosimilmente gli potrà capitare sarà di passare per eccentrico. Il nostro Zucchero, per esempio, con Granma, organo ufficiale del Partito Comunista Cubano, ha usato il lessico degli anni formidabili: «Quando eravamo all’università e eravamo giovani e belli, vivevamo l’epica della Rivoluzione Cubana, con Fidel e con il Che, che era già un simbolo, e Camilo Cienfuegos: ammiravamo la resistenza e la dignità del popolo cubano». Ma se fossi in lui starei più attento, perché ormai anche a Cuba il socialismo reale sta per tirare le cuoia, e i compagni più svegli si stanno perciò attrezzando, facendo gli occhi dolci ai blogger più à la page della dissidenza. Vedrai, Sugar, quando il regime – che per le narici della nostra sinistra migliore già puzza di populismo berlusconoide – cadrà sarà il loro trionfo. E loro, lo sai, non perdonano.

JOVANOTTI 06/12/2012 E’ uscito in libreria “Italia loves Emilia-Il libro”, sul concerto pro-terremotati di Campovolo. La Stampa.it ne ha anticipato un brano firmato da Lorenzo, che ricorda in tutto e per tutto il birignao mezzo furbo, mezzo insulso, sempre aggiornato e ma-anchista delle sue nenie. Lui, bisogna dirlo, è un fenomeno che con spietata coerenza in un quarto di secolo di carriera non è riuscito a scrivere un motivetto accattivante che sia uno. Almeno io non ne ricordo uno. Cosa che invece mi capita per Nicola di Bari o Marcella Bella, tanto per citare artisti di classe non oltraggiosamente superiore alla sua. Ma Lorenzo non è mediocre: semplicemente non ama la musica. E’ un collezionista di suggestioni modaiole finto-acculturate che poi sparge sulla pizza sonora che lo accompagna dagli esordi: Jovanotti alle quattro stagioni, Jovanotti ai quattro formaggi, Jovanotti alla rucola, Jovanotti al salamino piccante, scegliete il trancio che più vi piace. Di conseguenza a Campovolo l’atmosfera era fantastica; le persone belle, anzi bellissime; la responsabilità grande; la soddisfazione puntualmente pazzesca; la musica un corto circuito indescrivibile, che serve ad immaginare il mondo; una grande forza costruttiva e positiva per reagire alla forza della natura; una grande forza come quella che lo ha portato a Campovolo, la solidarietà: «una parola presente anche nella nostra Costituzione, che come tutti sanno, è un documento di valore altissimo». Questo perché siamo nel 2012, e l’ingrediente «Costituzione» va per la maggiore tra i bigotti.

MARIO MONTI 08/12/2012 Considero l’astensione del Pdl sul Decreto Sviluppo e la candidatura del Berlusca due errori commessi nel momento sbagliato. Si poteva fare molto meglio. Ma ha vinto ancora una volta l’isterismo. Un anno di governo dei tecnici ha dimostrato, un passetto alla volta, ma inequivocabilmente, che il «montismo» è stato incapace di ristrutturare la politica italiana coagulando intorno a sé un partito centrista di consistente massa critica; che il Pd, com’era prevedibilissimo, ha giocato cinicamente con Monti al gatto col topo, mandando corposi avvisi attraverso il partito di lotta non appena il governo mostrava di fare qualcosa di serio, e riservandosi attraverso il partito di governo seriose assunzioni di responsabilità per tutto il resto della politica di galleggiamento finanziario; che al Pd non passava nemmeno per l’anticamera del cervello di abbandonare il presidio politico della sinistra verace per consegnarsi a Monti; che nel mondo reale della politica non c’è un’alternativa alla sinistra che non sia un centrodestra imperniato sul Pdl e aperto a tutti, per quanto male se la passi la creatura berlusconiana; e che infine il «montismo» può sopravvivere solo se si innesta nel centrodestra ed accetta quindi l’esperienza storica del berlusconismo. Nei prossimi mesi questa realtà si sarebbe chiarita definitivamente agli occhi dell’elettorato «conservatore» e il «giovane» Alfano avrebbe potuto giocarsi le sue carte contro il «vecchio» Bersani. Ma ai giornaloni, ai centristi, ai danarosi futuristi italici i passi indietro del Caimano non sono mai bastati. Schiavi del verbo di sinistra, hanno sempre guardato al Pdl con disprezzo, obbedendo per debolezza intellettuale e per viltà al dogma della «destra populista e inaffidabile», e arrivando perfino a sperare nella «destra» perbene del democratico di sinistra Renzi. Per costoro un Berlusca in panchina non era sufficiente: alla destra si chiedeva la liquidazione, la damnatio memoriae del berlusconismo, l’abiura, la resa. Né Berlusconi, né il Pdl potevano accettarlo. E il filo si è rotto. La mossa del Pdl è stata goffa e di valore simbolico, e forse è ancora una specie di ultimo avvertimento a quel Monti «democristiano» incapace di trarre le conseguenze politiche dell’alleanza stipulata tra Bersani e Vendola.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (102)

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LA RIVOLUZIONE EGIZIANA 26/11/2012 Al contrario di quanto si legge e si sente sui fatui media occidentali, la rivoluzione egiziana sta avendo pieno successo. Infatti sta calcando pari pari le orme di quelle del passato. Dopo un prologo “liberale” e conciliante, Morsi, l’uomo forte della setta più forte, ha assunto i pieni poteri grazie ad un decreto costituzionale in base al quale le sue risoluzioni sono “inappellabili e definitive». S’intende che l’ha fatto per difendere la rivoluzione. E s’intende che la natura del decreto è temporanea. Le avanguardie urbane, acculturate e “liberali”, infima minoranza nel paese, e anima della piazza che aveva detronizzato il raiss, gridano al tradimento della rivoluzione e alla lotta contro «il nuovo Mubarak», anche perché la Repubblica Araba d’Egitto durante i trent’anni della presidenza Mubarak non è mai uscita dallo “stato d’emergenza” proclamato dopo l’assassinio del suo predecessore Anwar al-Sadat. Saranno schiacciate, nel nome della rivoluzione, che al potere non prevede dittatori chiamati tali solo al momento della loro caduta, come il “moderato” Mubarak.

BERLUSCONI, NAPOLITANO & MONTI 27/11/2012 E’ vero che è difficile far cambiare idea ad un vecchietto, ma francamente speravo meglio. Silvio in economia è sempre fermo all’equazione + consumi = + produzione = il paese della cuccagna. Sentitelo ieri al telefono con Belpietro: «Le politiche recessive hanno portato alla contrazione consumi, e quindi a rallentare la produzione, al licenziamento del personale e alla chiusura delle aziende. Le imprese non fanno più pubblicità e quindi non stimolano più gli acquisti.» Eppure tra lo scialacquatore e il risparmiatore i saggi reggitori della cosa pubblica hanno sempre preferito il secondo o no? Ed infatti un’economia sana ha un suo ritmo naturale, e non ha bisogno di forzature. L’allegro consumismo invocato da Silvio è invece una specie di surrogato dell’allegro welfare: sono ambedue fondati sui debiti, e sull’interventismo statale, palese o nascosto. Gli ha risposto quasi in contemporanea il presidente della repubblica, capace di drizzare la schiena pur di fare un dispetto al Berlusca: «Sappiamo benissimo che la riduzione del deficit e del debito attraverso misure di sensibile diminuzione della spesa pubblica produce effetti recessivi. Ma a scelte di quel genere non si può sfuggire, se non vogliamo che l’Italia sia spinta di nuovo sull’orlo di una crisi disastrosa del debito sovrano, e quindi della sostenibilità dei conti pubblici.» Questo infatti mi parrebbe un discorso abbastanza sensato. Se a farlo non fosse il gran protettore del governo Monti, che in fatto di finanze pubbliche ha adottato la politica dei saldi contabili a forza di balzelli e gabelle varie, non certo quella della scure. Il quale Monti, nello stesso giorno, dimostra pure lui di essere bravo a menar il can per l’aia dichiarando con forbita demagogia: «siamo andati ai margini dell’infrazione della privacy, ma a livello fiscale siamo in uno stato di guerra ed è impossibile una pace tra cittadini e Stato se non viene ruvidamente contrastato il fenomeno dell’evasione». E allora diciamola evangelicamente: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, piuttosto che un politico prenda il toro per le corna. Quello che è terrificante è che il resto della ciurma, azzeratori compresi, è ancora peggio.

MATTEO RENZI 28/11/2012 «A quel privato si è concesso troppo in nome dell’amicizia con politici di vario genere, soprattutto di Forza Italia. La famiglia Riva non è stata costretta a risanare l’area.» Tempo di ballottaggi ed il nuovo comincia a dar segni d’invecchiamento, tanto da scoprire perfino l’antiberlusconismo. La frecciatina è proprio tirata per i capelli, e scarsissimamente elegante, vista la serissima faccenda. Si vede che lo spigliato Matteo a certe canagliate non è ancora abituato. Un’anima servile sarebbe stata più accorta. Lo noteranno per primi, con qualche compiacimento, quei maldicenti usi a chiamarlo «berluschino».

MARGHERITA HACK 29/11/2012 L’astrofisica comunista alle primarie della sinistra parteggiava naturalmente per Vendola, che comunista è ancora per metà. Al primo turno delle primarie tuttavia non ha fatto in tempo a votare, perché era via. Ma ha annunciato che al secondo turno si presenterà ai seggi con la giustificazione in tasca per votare il nuovo, cioè Renzi. Non solo. Ha anche detto di sperare in un Monti-bis. E’ molto bello vedere una signora novantenne folleggiare tra lo sconcerto dei militanti. Un’allure così dadaista, ma così incantevole, se la può permettere solo una ragazzetta fresca fresca. Sia detto a lode del dottore che qualche mese fa, con grande perspicacia, le negò il rinnovo della patente.

FRANCESCO AMATO 30/11/2012 E’ uscito ieri nelle sale cinematografiche l’ultimo film di Francesco Amato, “Cosimo e Nicole”, già premiato al Festival Internazionale del Film di Roma. E’ la storia d’amore di due ragazzi, lui italiano, lei francese, che s’incontrano – ma guarda un po’ – al G8 di Genova, «il momento più emotivo e ad alta temperatura per una generazione». Be’, può essere. Ogni migliore generazione, sull’esempio dei migliori padri, ha la sua resistenza da celebrare, di volta in volta più ridicola. L’importante è incensarla, tenerla viva, proiettarla nel mito, per incensarsi, sentirsi vivi e diventare mitici. E farla da padroni. Il G8 di Genova fu un miracolo del Berlusca. Col governo del Caimano appena insediato, esserci divenne una tentazione irresistibile per migliaia di pecore, che pregustavano una gloria facile e le gioie future di un reducismo da rimbambiti. Infatti in questa guerra non subirono perdite. Ci fu un morto, ma fu un caso disgraziato. In compenso gli squadroni dei teppisti si divertirono un mondo a distruggere tutto quello che capitava sotto le loro mani. Poi ci furono i fatti della Diaz, in un primo tempo trascurati, che non lasciarono sul campo nessuna vittima, ma che poi, in mancanza di meglio, passarono alla storia col nome stravagante di «massacro». Una storia piccina per gente piccina. Come l’artista che invece di infischiarsene di tutto e tutti paga il suo miserabile e inutile tributo al credo bislacco di un esercito di vezzeggiati piagnoni in carriera.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (76)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

ANTONELLO VENDITTI 28/05/2012 A riprova che certi miti sono inossidabili, Beppe Grillo, l’uomo nuovo della politica italiana, cita una canzone di Antonello del 1978 che racconta dell’arrivo miracoloso, bomba o non bomba, della democrazia a Roma. “E’ il cammino di Grillo e di tante persone che sperano che ci sia la democrazia in Italia”, commenta compiaciuto il cantautore romano, il quale, peraltro, non sembra che durante la sua quarantennale carriera abbia molto sofferto a causa dell’incompiuta democrazia italiana. I censori anzi gli fecero un favore quando, nel 1977, sotto il regime della Democrazia Cristiana, lo spinsero a cambiare le parole di “Compagno di scuola”: “la ragazza che l’ha data a tutti meno che a te” divenne, grazie a Dio, quella che molto meno sguaiatamente “filava tutti meno che te”. Già nel 1969 Flaiano aveva scritto che tra i molti vantaggi dell’iscrizione al Partito Comunista, cui guardavano allora gli orfani della democrazia, c’era una solidissima garanzia di fondo: “nessuna perdita in caso di persistenza del Sistema”. Invocare la democrazia nel nostro paese è un affare che ha dato prova di straordinaria e gattopardesca continuità. Parafrasando lo scrittore romano de Pescara, oggi possiamo dire: se invochi la democrazia puoi essere un fesso, se non la invochi sei un fesso. Sempre che ci sia un regime, sennò la cuccagna è finita.

ALFREDO DAVANZO 29/95/2012 I vecchi brigatisti, i nuovi brigatisti, i semibrigatisti, i parabrigatisti, insomma tutta questa famiglia di imbecilli rivoluzionari, lungi dall’essere dei sovvertitori del pensiero dominante, ne sono i più pedanti e conseguenti pappagalli. Ecco allora che oggi sulla scena s’avanza Davanzo, a ripetere il verso proprio di questa fauna ottusa: «Questo signore rappresenta il capitalismo, lui è l’esecutore di questo sistema.» ha detto, indirizzandosi al giuslavorista Ichino. E ancora: «C’è una guerra di classe in corso… eseguiremo il dovere di sbarazzarci di questo sistema.» Dove altri hanno il buon gusto e la furbizia di fermarsi alle chiacchiere, sicuri di aver fatto quel giusto primo passo, quel giusto inchino che introduce ad una brillante carriera, questi coglioni vanno a cacciarsi nei guai menando un po’ troppo le mani. Poi, per amor proprio, non volendo ammettere di essere stati infinocchiati, diventano terroristi fatti e finiti. Anche il terrorismo ha il suo lato ridicolo.

BARACK OBAMA 30/05/2012 “Il massacro di Hula e tutti gli attacchi avvenuti in Siria rappresentano il vile testamento di un regime illegittimo che risponde alla pacifica protesta con brutalità indicibile e disumana.” Così dice il presidente americano, animato da un pathos democratico un po’ troppo teatrale per non nascondere qualcosa. Che il regime sia illegittimo è opinabilissimo: ci sono ancora tante dinastie pochissimo liberali in giro per il mondo, che nessuno discute, tipo il Bahrain, per fare un nome a caso; ed inoltre, da quando con pieno merito la Siria è nell’elenco informale degli stati-canaglia mai, che io ricordi, è stata messa in questione dal bel mondo democratico la legittimità del regime degli Assad, una fisima salottiera per un paese che dopo la fine del periodo coloniale, nel 1946, conobbe non meno di una dozzina di “fisiologici” colpi di stato. Ma a parte questo, in effetti i tredicimila morti di cui si parla costituiscono una bella montagna di cadaveri. Bastò moltissimo meno, bastarono le bubbole di Al Jazeera perché tu, David e Nicolas, vi decideste a spezzare le reni al regime di Gheddafi, a fare lo scalpo a uno che era andato in pensione da tempo, col vostro beneplacito, dalla professione di piantagrane internazionale, per farvi belli a prezzi di saldo presso l’opinione pubblica democratica e quella islamica. Per soddisfare questo capriccio prendeste per i fondelli pure la Cina e la Russia, che adesso sul caso Siria se la prendono comodissima, il modo molto urbano della diplomazia di mostrare il dito medio.

GIORGIO NAPOLITANO 31/05/2012 Da quando è presidente della Repubblica Re Giorgio passa il tempo a fare da tutore ai politici. Sollecita, suggerisce, ammonisce, incalza, allude, addita, mette in guardia, bacchetta, rispedisce al mittente, indica la via: un vero timoniere presidenziale. Per questo, anche sull’adombrata riforma semipresidenziale ha qualcosa da dire: “Il presidente della Repubblica deve essere una figura imparziale, al di sopra delle parti, così come l’hanno voluto i costituenti della Repubblica Italiana nel 1946.” Premesso che non si capisce per quale misterioso motivo a quei formidabili costituenti sia stato dato il potere di riplasmare l’Italia una volta per tutte fino alla fine del mondo, credo di arguire che quei formidabili costituenti nella figura imparziale, al di sopra delle parti, vedessero un augusto signore uso ad aprire la bocca lo stretto necessario, e non una suocera petulante che s’immischia tiranna in tutto.

MICHELE RUGGIERO 01/06/2012 Non hanno fatto in tempo, gli ex furbetti del quartierino (li chiamiamo così, ex, perché anche a noi ogni tanto piace professare il roboante culto della legalità), ad essere assolti in Appello (con la sola eccezione dei furbetti della pattuglia post-comunista), che la nostra magistratura ha sparato un’altra delle sue magistrali cannonate, che il mondo ormai comincia a conoscere, e a temere. Il pm della procura di Trani ha chiesto alla Consob di valutare il blocco dell’operatività per l’agenzia Standard & Poor’s: l’agenzia di rating sarebbe colpevole di aver provocato deliberatamente «una destabilizzazione dell’immagine, prestigio e affidamento creditizio dell’Italia sui mercati finanziari». Siccome non ci crede nessuno, a parte i fissati delle associazioni dei consumatori del Belpaese, che sono anche più pazzi dei grillini, il pm ha scommesso sull’efficacia della ridondanza, miserabile espediente che tuttavia non manca mai di imbambolare la truppa robusta degli sciocchi, osando scrivere cose orribili, come «fatti di rilevante offensività» o «artifici concretamente idonei»: cose che neanche il pessimo Zamarion, nei suoi sogni più trasgressivi, arriverebbe mai a concepire.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (71)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

IL «SETTANTENNIO” ANTIFASCISTA 23/04/2012 Abbiamo letto della disavventura occorsa al «partigiano» Mario Bottazzi. In Italia uno può essere ex presidente, ex calciatore, ex soldato, ex cameriere, ma mai ex partigiano. Partigiani si è per sempre, senza discussione, nonostante i quasi settant’anni passati dall’annetto fatidico, o dai mesi fatidici, o dalle settimane fatidiche nei quali il giovanotto imbracciò il fucile. Già questo vi fa capire che la cosa non è seria. Non essendola, è d’uopo farla passare per serissima. Non si scherza. Al partigiano Bottazzi è capitato di essere «contestato» dagli studentelli di Lotta Studentesca in un liceo romano. Una domandina provocatoria su certe vittime dei partigiani. E infine è venuto fuori uno striscione: «Papà Castoro raccontaci una storia». Capirete che dramma. E’ intervenuta la polizia, già da giorni allertata dall’ANPI. Il sindaco di Roma, i presidenti della provincia e della regione, il segretario regionale del Pd, hanno tutti condannato la «vile aggressione»: soddisfatti, pure loro, di essere stati all’altezza della propria parte in commedia.

OLIVIER BAILLY 24/04/2012 Al primo turno delle elezioni presidenziali francesi la candidata del Fronte Nazionale Marine Le Pen ha preso quasi il 18% dei voti. Il portavoce della Commissione Europea ha lanciato subito l’allarme contro la minaccia «populista» che avanza in Europa. Ha perfettamente ragione. In Francia poi c’è davvero di che mettersi le mani nei capelli. Il leader no-global Jean-Luc Mélenchon, candidato del Fronte …della Sinistra, che è anti-liberista come e più della Le Pen, che si è battuto per aumentare il salario minimo garantito a 1.700 € al mese, per tassare di più i ricchi, e per trasformare tutti i rapporti di lavoro in contratti a tempo indeterminato, ha raccolto più dell’11% dei voti; Eva Joly, l’ex magistrato manipulitesco dal bel nome da pornostar, che ha promesso di creare un milione – un milione! come Berlusconi! – di posti di lavoro entro il 2020 con l’economia al cento per cento verde, e che voleva inglobare l’Aid al Kabir musulmano e il Kippur ebraico tra le feste nazionali, ha preso un 2 e mezzo per cento; Nathalie Arthaud, nonostante fosse la candidata degli ultimi giapponesi trotzkisti di “Lotta Operaia”, qualche voto l’ha preso: lo 0,56%; meglio di lei ha fatto Philippe Poutou, candidato nel 2007 per la Lega Comunista Rivoluzionaria e questa volta per il Nuovo Partito Anticapitalista, che ha ottenuto circa l’uno e mezzo per cento. Mettete insieme questa bella combriccola di matti e vedrete che il «populismo» di sinistra ha praticamente pareggiato i conti col «populismo» di destra. E’ insultante che lo si voglia ignorare, dopo che ce l’ha messa tutta nell’annichilire la scempiaggine destrorsa con un ammasso così sbalorditivo di cretinate.

SILVIO BERLUSCONI 25/04/2012 Ci risiamo con le minchiate: dopo l’arte emozionale, la cucina emozionale, eccoti la politica emozionale. «L’acronimo Pdl non suscita emozione, quindi al prossimo congresso sottoporremo un altro nome per il partito», ha detto il Berlusca, sorvolando sul fatto che l’acronimo non c’entra per nulla ed ha avuto almeno il merito di far dimenticare un nome che più pomposo e spompato non si può. Di entità emozionali non ce ne importa un piffero. Vorremmo piuttosto entità riconoscibili: banche che facciano le banche, non le chebanche!, o le bancheintese, poste che facciano le poste e non le banche, partiti che facciano i partiti e basta. Di cambi accattivanti di ragione sociale ne abbiamo fin sopra i capelli. Prendete la defunta Riscossione S.p.A.: un nome grigio, onesto, schietto, ma almeno uno sapeva con chi aveva a che fare. Ora si chiama Equitalia S.p.A., e uno non ha la più pallida idea a cosa va incontro.

PAOLO FLORES D’ARCAIS 26/04/2012 Sul 25 aprile non volevo tornare. Ma che devo fare quando la malattia, la follia, ti viene, per così dire, incontro per strada, se non suonare la trombetta dell’allarme democratico? Perfino Robesbierre era più allegro, disteso, umano di questo matto. Nel giorno dell’anniversario della liberazione d’Italia ha sparato col cannone: «Patriottismo costituzionale e antifascismo fanno dunque tutt’uno. I funzionari pubblici che giurano sulla Costituzione compiono spergiuro ogni volta che non sono coerenti con i valori della Resistenza. E anche il semplice a-fascismo segnala drastica indigenza di patriottismo. Chi non è antifascista non è un autentico italiano. Chi poi è anti-antifascista è semplicemente un nemico della Patria.» Che sia un delirio, spero non lo metta in dubbio nessuno. Lo spero per la sua salute. Ma è un delirio di facile lettura, il sintomo di una patologia che giunta al punto di non ritorno si guarda allo specchio e vi trova la sua spiegazione. Che è questa: «Patriottismo e fascismo fanno dunque tutt’uno. I funzionari pubblici che giurano fedeltà allo stato compiono spergiuro ogni volta che non sono coerenti con i valori del Fascismo. E anche il semplice a-fascismo segnala drastica indigenza di patriottismo. Chi non è fascista non è un autentico italiano. Chi poi è anti-fascista è semplicemente un nemico della Patria.»

GIORGIO NAPOLITANO 27/04/2012 Le critiche alla partitocrazia sono vecchie come l’Italia repubblicana. Quelle dei «qualunquisti» di Giannini erano legate ad un visione anarchico-libertaria di stato minimo de noantri. Poi per molto tempo la critica alla partitocrazia rimase interna al dibattito politico-intellettuale, specie fra i liberali, e non fu mai disgiunta dal tema dell’architettura costituzionale dello stato. Per Sturzo la critica alla partitocrazia era solo un aspetto della più ampia critica allo statalismo. Perfino negli anni ottanta il malessere settentrionale, che poi sfociò nel fenomeno leghista, espresse l’ostilità verso i partiti tradizionali nel quadro di una confusa protesta antistatalista. Da un quarto di secolo, da quando l’Italia si è definitivamente rovinata il fegato con la roba forte della questione morale, la critica alla partitocrazia, ai partiti, alla politica si è ridotta alla sua caricatura moralistica. Ossia a comoda demagogia. Non abbiamo cavato un ragno dal buco. Non ne caveremo in futuro. Ma il presidente della repubblica, nel difendere il ruolo insostituibile dei partiti e nell’attaccare il «demagogo di turno», ha voluto dare lo stesso il cattivo esempio, invitando i partiti ad «estirpare il marcio» al loro interno. Antipolitica presidenziale, in dose omeopatica. Farà miracoli.

Enrico Berlinguer, apprendista stregone

Per il nostro Presidente della Repubblica se l’Italia del volontariato è l’Italia migliore, quella della speculazione edilizia e dell’evasione fiscale non è nemmeno l’Italia peggiore, perché non merita di essere associata alla parola «Italia». Ha ragione: è lui che con quelle sciocche parole, si spera frutto di qualche bicchierino di troppo, rappresenta l’Italia peggiore. Riusciremo mai ad uscire da questa imbecillità collettiva, da questo compunto secessionismo antropologico, che mina le basi della società, per cui anche l’ultimo stronzetto con qualche fisima intellettuale per la testa e voglia di far carriera deve per forza iscriversi al partito, diciamo pure alla mafia dell’Italia migliore? Quale genere di consapevolezza, di senso della responsabilità potrà mai metter radici nel paese se nei media, nei luoghi di cultura, nelle istituzioni si riverisce chi dà dignità intellettuale allo spirito di fazione camuffato da moralismo da quattro soldi? Credersi «vittime» e credersi «onesti» è diventato uno sport nazionale a tutti i livelli, cosicché ogni tribù, anche quella statale, passa il tempo a difendere alla morte il proprio territorio e a protestare la propria probità, e la composizione responsabile di interessi nel breve termine contrastanti, cui la politica dovrebbe farsi carico, è diventata impossibile. L’immobilismo si è scaricato nel debito pubblico e nell’aumento del prelievo fiscale. L’unica politica concepibile, quella dell’estirpazione del male, della cacciata dei disonesti, dei parassiti: oggi i politici, gli evasori. Il mantra dell’Italia migliore contrapposta all’Italia peggiore è stato declinato in tutte le salse in questi decenni, dalle forme più brutali a quelle più sottili e riposte. Ha annebbiato le menti e permeato il linguaggio comune. Chi ha partecipato a questa pazzia adesso ha paura. «Se c’è qualcuno che pensa di stare al riparo dall’antipolitica si sbaglia alla grande. Se non la contrastiamo, spazza via tutti», dice ora Bersani, accusando certi «apprendisti stregoni», senza tuttavia fare mea culpa, come se l’antipolitica fosse nata qualche anno fa per uno strano accidente, o addirittura per colpa del Berlusca, che è in realtà vi mise argine.

No. L’antipolitica viene da lontano, ma se vogliamo cercare un padre a quella dei nostri tempi, ebbene quel padre c’è, ed è Enrico Berlinguer – da tutti o quasi riverito, guarda caso – l’ideatore di una «questione morale» sulla quale fondare una nuova «diversità» e nella quale i «veri» democratici dovevano riconoscersi. Non che fosse solo, ma fu lui, sciaguratamente, a dare dignità politica ad una sorta di guerra civile sottotraccia postcomunista. Fu lui il grande apprendista stregone. Tutto il fascino della «questione morale» sta nel settarismo, da sempre una delle vie più battute, ciniche ed elementari per arrivare al potere. Esso si muove come un nucleo compatto all’interno della società: attira ed intimidisce. Coloro che hanno pochi scrupoli l’abbracciano, gli altri vi si piegano. Col tempo la sua massa critica aumenta. Malauguratamente il potere acquisito non si può dividere con tutti all’infinito. E’ per questo che al suo interno si sviluppano altre sette. E quindi non è affatto strano, caro Bersani, che dopo aver fatta crescere questa mala pianta per decenni, ti trovi ficcato in un acronimo già abbastanza oggetto di pubblica infamia, ABC, che ricorda sinistramente quel CAF con cui vi gingillavate vanesi un quarto di secolo fa. Di infamia avete poi coperto per anni il Caimano, in Italia e all’estero. L’avete infine sloggiato dalla guida del paese sposando l’antipolitica «debole» dei poteri cosiddetti forti, fautori del governo tecnico, per ridare «dignità» al nome dell’Italia, credendo che potesse finire lì. Ora perfino il subcomandante Vendola e il celodurista Di Pietro sembrano dei personaggi con la testa sulle spalle rispetto ai sanculotti di Grillo. Ma certo non ti aspettavi che a spararti alla schiena fossero i signorini di Libertà e Giustizia. I montagnardi di Zagrebelsky, lo sai, parlano per sentenze. Questa è la tua:

Perché questa volta ABC hanno mostrato il vero volto della questione. I loro partiti, tutti i partiti, sono diventati delle scatole che valgono solo per la merce che contengono: i soldi dei cittadini. Non c’è un’idea di bene pubblico, in quelle scatole, non c’è un programma, non c’è una soluzione che riguardi sacrifici per tutti, non c’è una promessa di ricambio e di rinnovamento. C’è solo il mantenimento del potere economico, del “malloppo”.

E adesso forse capirai quell’Italia, peggiore, che tanto avete disprezzata, condannata in politica alla maledizione del primum vivere, che si affidò alla Democrazia Cristiana, al Pentapartito, e a Berlusconi.

[pubblicato su Giornalettismo.com]