Da Tremonti a Monti: la discontinuità domata

Ricordate i colpi d’ariete della retorica del “fare presto” che si abbattevano sulle mura della nostra cittadella politica? Il sentimento d’urgenza sembrava possedere quella forza di propulsione che non solo fa crollare le mura del potere, ma sa anche fornire il nuovo governo “rivoluzionario” di energia sufficiente ad approfittare dello sbandamento iniziale della classe politica e dell’incertezza delle “parti sociali” per mettere tutti davanti ai “virtuosi” fatti compiuti, e per imporsi così nel paese. Il Governo Monti in realtà avrebbe dovuto agire con l’efficacia di un Gabinetto di Guerra, salvando appena appena le forme della correttezza istituzionale, se avesse voluto essere coerente con la sua natura. E questo perché era figlio non tanto di un disegno ma di una pulsione antidemocratica a lungo covata che solo circostanze eccezionali avevano fatto trionfare. Sennonché sono bastati pochi giorni per capire che la brutta pulsione non era affatto accompagnata dalla ferrea volontà del rivoluzionario pieno di buoni propositi. Rivoluzionari a metà, il governo e i suoi laudatores hanno cominciato a cincischiare e a temporeggiare. La paroletta magica del giorno, “equità”, una di quelle infatuazioni lessicali a comando cui l’Italia va periodicamente soggetta, è salita sempre più frequentemente alle labbra dei nuovi ministri. Il governo antipolitico è diventato politico in poche settimane. E la manovra che ne sta uscendo ha tutta l’aria di una stangatina meno attenta agli interessi del paese che agli equilibri parlamentari: non una manovra di “qualità”, ma una caricatura appesantita di quanto fatto dai governi tremontiani, con una accelerata sulle pensioni compensata, come fanno a volte gli arbitri di calcio per i rigori o le espulsioni, dall’inasprimento della pressione fiscale. Siamo ancora fermi ai saldi contabili, o giù di lì, in attesa che il sentiero stretto che stiamo percorrendo si allarghi grazie ad una congiuntura internazionale favorevole, di cui per ora non si vede neanche l’ombra, che ci permetta di affrontare con più agio le mitiche, incisive riforme.

Questo è un male, ma è anche un bene. 1) E’ un male perché dimostra come l’uomo della strada, e con lui la classe politica e le parti sociali che lo rappresentano abbastanza fedelmente, non sia ancora capace di uscire dalle sue contraddizioni, e tanto urla contro le ingiustizie quanto è chiuso nella difesa dei suoi interessi particolari. I momenti difficili sono quelli meno indicati per puntare il dito contro qualcuno o qualche gruppo sociale, ma succede il contrario quando regna la sfiducia, quando la diffidenza si nasconde dietro mielate parole come “equità” e simili, e quando, nel contempo, si spera nel “deux ex machina” della crescita economica progettata a tavolino, oltre che in quello del tesoretto recuperato agli evasori fiscali. Solo che il debito pubblico non ci permette alcuna manovra espansiva, tagli alla tassazione nel breve-medio termine lo aggraverebbero, una bella potatura alla pubblica amministrazione avrebbe anch’essa nell’immediato effetti recessivi: siamo alla dittatura dell’oggi e al primum vivere, sempre che una volta passata la buriana si abbiano idee chiare e volontà di rigare dritto. Realisticamente, possiamo solo sperare in una stagnazione virtuosa, non in una fantomatica crescita, i nudi numeri della quale nascondano un risanamento sostanziale della struttura sociale ed economica. 2) E’ un bene perché dimostra come le scorciatoie antipolitiche alla politica prima o poi siano ricondotte. Sarebbe una beffa, per Monti, se il suo governo dovesse trovare nel partito di Berlusconi la colonna portante in parlamento, ma l’ipotesi è del tutto realistica. Lo stesso Berlusconi potrebbe essere interessato ad una prova di forza indiretta col partito di Bersani, cosciente che, stando così le cose, se i malumori non saranno pochi nel Pdl, essi saranno molto maggiori in un Pd incapace di costruire una “ragionevole” unità socialdemocratica a sinistra, e perciò costretto a correr dietro da una parte all’ampia schiera della sinistra antagonista e dall’altra a cercare l’innaturale alleanza tattica col centro che gli ha fatto abbracciare l’ipotesi Monti. Al partito del Cavaliere questo ostentato “senso di responsabilità” risulterebbe vantaggioso per il futuro anche nel caso l’esperimento Monti dovesse fallire, in quanto dimostrerebbe l’impraticabilità di soluzioni moderate anti-berlusconiane. Inoltre, una Lega nuovamente secessionista sarebbe col tempo condannata all’emarginazione, e potrebbe spaccarsi: in ogni caso una grossa parte del suo elettorato sarebbe destinata a confluire in quello della creatura berlusconiana.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (37)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

GIULIO TREMONTI 29/08/2011 Per il ministro dell’economia gli eurobond sono “l’unica idea forte” per il futuro dell’Unione Europea. Vago, ma baldanzoso, “forte” è un aggettivo che va fortissimo da qualche anno a questa parte: per questo le decisioni forti, le risposte forti, le forti iniziative e, appunto, le idee forti, dominano sempre il dibattito politico quando le decisioni, le risposte, le iniziative mancano e le idee, appunto, quantomeno scarseggiano.

ANGELO BAGNASCO 30/08/2011 Sono tutti d’accordo: così non si può più andare avanti. Ci vogliono riforme. Riforme vere, ampie, strutturali. Dobbiamo prendere per il bavero il Belpaese e raddrizzarlo. E dunque? E dunque niente. Pronunciata la formula di rito, ci s’intruppa nel branco e ad imporsi sono il panico, la voglia di non esporsi, la voglia di aprire la valvola di sfogo, la caccia ai colpevoli: insomma, “la questione morale & l’evasione fiscale”. Il che significa che l’Italia non ha nessun problema strutturale, ma solo di polizia. Così parla lo spirito del mondo, non lo spirito di verità: e i posseduti devono essere veramente tanti se a rendergli omaggio è un cardinale della chiesa cattolica.

FRANCESCO MESSINA 31/08/2011 Il giudice del tribunale di Trani è indignato contro il governo: le nuove norme in materia di pensioni gl’impediranno di riscattare gli anni dell’università e del servizio militare. Sull’anno tremendo passato in difesa della patria ha vergato parole definitive e sconvolgenti:

«Di conseguenza, io che ho servito lo Stato presso il distretto militare di Bari, dandogli un anno della mia vita; che ho consumato tutti i permessi e le licenze premio per andare a studiare, a Roma o a casa, per il concorso di magistratura; che ho dovuto prendere treni a orari assurdi (anche all’una di notte), dormendo steso sui sedili e usando come cuscino il giubbotto, e tutto ciò per rientrare in caserma all’ora del contrappello serale o a quella dell’adunata mattutina; che sono andato a sparare al poligono di tiro della Fiumara o a lanciare le bombe a mano a Gravina (partendo sui camion “scoperti” alla 5 di mattina, anche a gennaio), tenendo anche a portata di mano i volumi del “Bianca” e del “Bigliazzi-Geri” per il diritto civile, il “Mantovani” e il “Musco-Fiandaca” per il diritto penale, il “Sandulli” e il “Giannini” per il diritto amministrativo; che ho dovuto organizzare, con i miei commilitoni, i servizi di “guardia”, di “pulizia pentole”, di “pulizia camerate” e quella dei “gabinetti alla turca”, in modo tale da rimanere lucidi mentalmente per studiare e memorizzare le nozioni di diritto (era meglio pulire i gabinetti comuni, subendone i non piacevoli effluvi, per tre volte di seguito, piuttosto che fare un turno di guardia; la proporzione, quindi, era: tre pulizie gabinetti = una guardia; oppure: due pulizie pentole = una guardia); che ho dovuto limitare i miei rapporti affettivi con la mia fidanzata la quale si contentava di venirmi a portare i panini durante i turni di guardia; che, quindi, ho avuto una vita diversa rispetto alle donne, e ai furbacchioni che il servizio militare non hanno svolto per diversi, e non sempre nobili, motivi….».

Insomma, quest’uomo ha fatto la naja. Ma sembra abbia fatta la seconda guerra mondiale. Ora che mi ricordo anch’io fatto la naja: già, già, le guardie, la pulizia dei cessi, o delle pentole; i lunghi viaggi in treno per arrivare all’ultima stazione della civiltà, per poi venire caricati sui camion – “scoperti” – che ci portavano al villaggio alpino che ospitava la caserma; caserma detta anche la “tana dei lupi” a causa di un nonnismo non ancora messo in riga; nonni poco sensibili all’umorismo e dai quali subii vari gavettoni notturni a causa del mio gioviale carattere; i quali per piegarmi all’infamia m’imposero una rivista cingoli quando ero già piuttosto anzianotto di servizio, nonché caporalmaggiore (non so se mi spiego); rivista cingoli che consisteva nel fiutare i piedi nudi dei commilitoni e denunciare i puzzoni già designati dalla cupola; rivista cingoli che eseguii con straordinaria professionalità senza però denunciare nessuno; ragion per cui la vernice nera usata per lucidare gli scarponi venne applicata nuda e cruda ai miei piedi; e poi le scarrozzate per i monti sui camion per andare a sparare con obici e mortai; le puntate al poligono per non lasciar arrugginire fucili già vecchi come Matusalemme; le marce nel caldo o nel freddo polare dell’inverno; i campi estivi ed invernali, allietati dalla compagnia del mulo assegnato alla mia squadra, una delle poche nature filosofiche incontrate in dodici mesi di cattività, con il quale per puro spirito di fratellanza durante un campo invernale divisi un tozzo di pane raffermo che costituiva parte del suo vitto; il cinema della caserma che, per tenere alto il morale della truppa, alternava solo due tipi di film: quelli porno e quelli con Bud Spencer & Terence Hill; le file dei “topi” per la mensa, da cui erano dispensati “max” e borghesi” (io fui sempre “topo” fino all’ultimo giorno, per questioni genetiche); e infine il compito più gravoso e la principale occupazione della giornata: “imboscarsi”. A ripensarci, quasi quasi mi commuovo. Oddio, non mi ricordavo più quanto soffrii! Le persecuzioni, le fatiche… Mi congedarono sergente. Ma senza la Croce di Guerra.

MADONNA 01/09/2011 Prima di arrivare con tutta la sua corte a Venezia per presentare in anteprima mondiale alla Mostra del Cinema la sua seconda opera da regista, e per poi andarsene via in fretta e in furia, la star ha prenotato nei cinque alberghi più famosi della Serenissima, riservandosi di scegliere solo all’ultimo minuto in quale topaia alloggiare, allo scopo, si dice, di dribblare paparazzi e giornalisti. Qui si pongono due quesiti: saprà mai il suo film raggiungere la sublime cafonaggine di questa sceneggiata napoleonica? E perché i buzzurri di eccellenza mondiale vogliono proprio rovinarsi la reputazione con l’arte, foss’anche la settima?

GIULIO TREMONTI 02/09/2011 Una volta la soluzione di tutti i problemi era il debito pubblico: bastava gonfiarlo per accontentare tutti. E così i soldi si trovavano. Poi arrivò l’era dei debiti privati: bastava gonfiare l’attività economica col credito illimitato e tutti erano contenti. E così i soldi si trovavano. Adesso siamo al terzo stadio della depravazione, la lotta all’evasione fiscale: basta cercare bene, casa per casa, e ce ne sarà per tutti. E così i soldi si troveranno. L’essere umano è fatto così: se è capace di infinocchiare e farsi infinocchiare dal prossimo mille volte, state certi che sarà capace di infinocchiare se stesso per almeno un milione di volte. Non stupisce quindi che il ministro dell’economia, un uomo che si picca di avere la vista lunga dello stratega, sia convinto che grazie ad “un apparato di norme che giudichiamo efficace” i risultati della lotta all’evasione potranno supplire con successo al mancato introito previsto dal famigerato, e rinnegato, “contributo di solidarietà”. Una gran brutta storia, con un titolo già scritto: La Paura e la Disperazione.

La linea del Piave

Da qualsiasi parte la si guardi siamo sulla linea del Piave. Sul piano della tenuta del governo e della maggioranza, dei conti pubblici e della credibilità internazionale. Tuttavia questa non è una “buona notizia” per un’opposizione che oltre alla tiritera sulla macelleria sociale e alla spicciola, ossessiva e comoda filosofia legalitaria che la sta distruggendo, non ha nulla da offrire al mercato della politica. Se la linea cede sarà travolta anch’essa. Ma se non cede ad essere travolta dalla “vittoria” sarà solo la sinistra. Se fossimo seri, se avessimo la testa sulle spalle, e non ci perdessimo dietro al folklore moralistico di una narrazione antiberlusconiana che ha sopraffatto anche i grandi giornali del nord, dovremmo prender nota del fatto che è proprio in questi momenti di emergenza, di difficoltà, di nervosismo, accompagnati da mille mugugni e da mille scosse telluriche, che salta fuori la solidità e la bontà del progetto politico berlusconiano, l’unico nel nostro paese, piaccia o non piaccia. Le spinte centrifughe vi sono come imprigionate, e volenti o nolenti gli strappi di ogni giorno ogni giorno tendono a ricomporsi. I buontemponi, cantando diligentemente nel coro, e continuando ad ingannarsi dopo quasi vent’anni, invece di studiarlo, spiegano quest’ostinato ricorso con la compravendita di parlamentari o con la disperata volontà della “casta” destrorsa di sottrarsi, a seconda dei momenti, al giudizio dei giudici o a quello del popolo. E intanto, però, nonostante le mazzate prese quotidianamente la maggioranza tiene, e anzi si rafforza col ritorno a casa un po’ alla volta di molti ex sognatori terzo-polisti. Anche perché il PDL, che doveva morire con Berlusconi, secondo l’opinione compatta della pavida congrega degli opinionisti politici, si sta lentamente e del tutto naturalmente emancipando da quella che in omaggio ai cretini chiamerò la figura del padrone-fondatore. Ma non lo rinnegherà. Solo nelle fantasticherie di Bocchino, o in quelle di liberali che, sempre alla ricerca di una terra promessa, o della bella politica, bivaccano soddisfatti delle loro ragioni ai confini della realtà, e scambiano per particolarmente nauseabondo l’odore regolarmente nauseabondo della politica di tutti i tempi e di tutti i luoghi, vi può essere spazio per una nuova destra fondata sull’abiura del berlusconismo. Il berlusconismo non nacque dal nulla, nacque da una visione coraggiosa e realistica, raccolse un elettorato che la DC aveva abbandonato perché irretita dall’aggressività della sinistra. La proposta di Alfano di una costituente popolare per la costruzione di un “soggetto politico che si ispiri ai valori ai programmi del partito Popolare Europeo” è insieme un passo in avanti, ed un ritorno alla normalità. La fine di una traversata nel deserto ed un nuovo inizio. Non un ritorno alla DC, ma a quello che la DC avrebbe dovuto essere vent’anni dopo Mani Pulite, se non avesse deciso di vivere di luce riflessa e di abortire ogni tentativo di evoluzione almeno dagli anni sessanta. L’immobilismo della DC era asintomatico, tranquillamente accettato, intriso di fatalismo. Costituiva già una resa. L’immobilismo di questa maggioranza ha ancora più l’aspetto di una resistenza agli spiriti animali dello sfascismo, che una vocazione totalitaria a quel magna magna e a quel quieto vivere che accompagna da sempre la politica di chi governa.

Che non basti è pacifico. L’Italia, e l’Occidente, sono solo all’inizio, temo, anzi spero vivamente, di un grandioso processo di riorganizzazione della loro struttura economica. Non trovo corretto nemmeno l’accento sulla “crescita” che oggi ritroviamo infallibilmente in ogni articolo sulla crisi. Si dovrebbe specificare quale tipo di crescita, se lustri e lustri di crescita negli Stati Uniti fondata sui debiti privati e sull’allegro aumento della base monetaria si sono risolti in un disastro. Nella situazione attuale pensare ad una crescita sana, stabile e allo stesso tempo robusta in Italia, in Europa, negli Stati Uniti, o in Giappone, anche attaccandosi al traino delle ruggenti economie dei Barbari, mi sembra un miraggio ingannevole e pericoloso, come pensare di far correre un malato in convalescenza. Meglio una dolorosissima recessione virtuosa che una crescita col trucco. In ogni caso, a causa dell’enorme, ma sempre meno solitario debito pubblico, l’Italia non avrà altra scelta, nel migliore dei casi, che crescere “poco” e virtuosamente per un bel pezzo ancora. La cura dimagrante ci dovrà essere, anche senza un crollo greco. Progressiva e costante. Oggi siamo all’impasse. E’ stato agevole per il ministro Tremonti rispondere alle critiche alla manovra dentro la maggioranza invitando i suoi detrattori a proporre pure modifiche, ma solo a “saldi invariati”. Come a dire: non volete il pizzo sul risparmio? E allora ditemi dove tagliare, e prendetevene, assieme a me, la responsabilità. Tremonti non si può abbattere. Bene o male è diventato il garante della tenuta dei conti pubblici. Tuttavia, se auspicabilmente, ma assai difficilmente, la maggioranza riuscirà ad emendare la manovra nel senso dei tagli e dei risparmi, e non in quello delle tasse più o meno occulte, il superministro dovrà piegarsi. E si piegherà. Sarebbe un primo passo. Epocale.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (29)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

BEPPE GRILLO 04/07/2011 “La Torino-Lione è la più grande truffa del secolo. Pensare di fare viaggiare le merci a 300 all’ora è roba da anni settanta. Il futuro è fare viaggiare meno le merci, è il regionalismo.” Sembrerebbe che per Beppe la meglio economia sia quella a chilometri zero, autosufficiente, splendidamente legata alla zolla ed eco-sostenibilissima: una paletta eolica, una vacchetta, una pecorella, un orticello, una capannuccia. Una mini Arca di Noè + il cane, il gatto, io & te. Insomma quella nota agli storici col nome di economia feudale, quel buon tempo antico che seppe arginare i malefici della divisione del lavoro, tanto c’erano fior di servi della gleba capaci di far tutto. Con internet, però.

GIULIO TREMONTI 05/07/2011 Il superministro filosofo, che è un cultore magniloquente ma un po’ confuso del buon tempo antico e delle sane abitudini, dovrebbe saperlo: un’economia senza risparmi non esiste. La morte del piccolo risparmiatore è la morte dell’economia. Ci hanno provato con micidiale ostinazione in questi anni ad ucciderlo col denaro a costo zero, la pozione magica che ha alimentato lustri di fantomatico ultraliberismo, allegro come il welfare di cui fungeva da surrogato solo un po’ più selvaggio: era infatti sempre il vecchio statalismo a dare con la destra, attraverso le banche centrali, quello che toglieva con la sinistra. Saggio, o coglione in quanto troppo saggio, il piccolo risparmiatore non si fece sedurre dalla frenesia di indebitarsi per case, automobili, vacanze, elettrodomestici e nuove diavolerie tecnologiche. Crollato il baraccone, non poté godere di un tasso d’interesse del tutto naturalmente vicino allo strozzinaggio, perché sennò avrebbe rovinato mezzo mondo, e con gli sciagurati pure se stesso. Il destino di questo cittadino esemplare era di tirare la cinghia ancora un po’ di più, non per guadagnare qualcosa, non per difendere il gruzzoletto dall’inflazione, ma per non restare nudo di tutto. Tuttavia per il salvatore della patria, come da copione, il calvario non era ancora finito: ora vogliono metterlo in croce col pizzo sul risparmio. Sarà la sua gloria. Ma si ricordi, ministro, questo povero Cristo mica resuscita tanto facilmente.

LA RACCOLTA DIFFERENZIATA 06/07/2011 Una volta riempito, riponete il sacchetto del secco non riciclabile nel bidone grigio provvisto di rotelline di vostra competenza; una volta riempito, riponete il sacchetto dell’umido nel bidoncino marrone; la carta raccolta in casa la cacciate direttamente, meglio ancora se ordinatamente, nel bidone giallo; il vetro, in pratica bottiglie e barattoli risciacquati senza tappi e coperchietti, lo buttate sempre direttamente nel bidone blu; gli imballaggi in plastica e le lattine, possibilmente non sgocciolanti olio, devono finire in un grosso sacco di plastica azzurrognolo; anche per le sostanze vegetali c’è un bidone apposito di color beige, ma è facoltativo. Non mette conto entrare nei particolari, ma non preoccupatevi, dopo breve tirocinio questi riti complessi diventano una seconda natura. Quando allora uno dei vostri bidoni o dei grossi sacchi in plastica è colmo, guardate sull’ecocalendario il giorno della raccolta di quel particolare tipo di rifiuto. La sera prima lo portate, se è un sacco, o lo spingete, se è un bidone, sul marciapiede di fronte a casa vostra. Diciamo la verità: siete veramente fieri della vostra opera. Un lavoretto coi fiocchi. Il pattume così ordinato ha tutta un’altra cera. Ha già acquisito valore, grazie al sudore della vostra fronte. E’ per questo che con bella regolarità vi arriva a casa un premio: la bolletta.

WOODY ALLEN & GIANNI ALEMANNO 07/07/2011 Corresponsione d’amorosi sensi e fuochi d’artificio intellettuali in Campidoglio. Giunto nella Città Eterna per le riprese del suo nuovo film, il regista americano, con la finezza di spirito che tutto il mondo gli riconosce, ha osservato che “Roma è una città romantica, forse più di Barcellona e New York, ed è quell’anima che voglio tirare fuori”. Gianni non ha voluto essere da meno: con brio arguto, e con in mano l’omaggio per l’illustre artista, una Lupa Capitolina che non credeva alle proprie ultramillenarie orecchie, ha spiegato che Woody “è andato in giro per la città con molta spontaneità per vedere qual è l’aria che si respira a Roma, e ne è rimasto molto ben impressionato, trovando la città bellissima”. Se questi sono i presupposti io direi che possiamo solo aspettarci il meglio: sarà un capolavoro di acume, grazia ed inventiva. Se non altro per la spietata economia di energie mentali fatta prima di mettersi veramente all’opera.

LUCIA ANNUNZIATA 08/07/2011 La moda è tirannica: per questo neanche lei sapeva se sarebbe andata in onda. Il motivo: l’esistenza di piccole mafie dentro RaiTre. Il direttore della rete, Ruffini, che alla purezza antiberlusconiana conquistata comodissimamente sul campo tiene maledettamente, sentendosi accusato di qualcosa di simile al concorso esterno in struttura Delta, l’aveva mandata direttamente a quel paese. Lucia, furibonda, aveva risposto annunciando dimissioni definitive ed inoppugnabili. La tragicommedia era veramente spassosa, ma è stata silenziata dai media democratici, in quanto persecutore e perseguitata erano tutti e due ufficialmente e felicemente – visti gli esiti faustissimi – iscritti alla onnipotente Loggia dei Perseguitati. Adesso hanno fatto la pace. Si sono chiariti. I complotti sono svaniti come neve al sole. E’ tornato il sereno. La verità ha trionfato, senza neanche una mezza tacca di procuratore della repubblica che rompesse i coglioni.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (14)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

GIULIO TREMONTI 21/03/2011 Essendosi dato da lunga pezza alle profezie, scruta infaticabile i segni dei tempi. Ne ha scoperto uno, finalmente, nel (mancato) disastro nucleare di Fukushima. E’ un ammonimento divino. Che lo sia ne è pegno l’idea divinamente balzana che gli ha folgorata una mente già abbondantemente provvista di una sua allarmante luminosità: il debito nucleare, ossia il prezzo da pagare per lo smantellamento degli attuali impianti. Non avendone manco uno straccio, e sommandosi al debito privato relativamente modesto dei suoi cittadini, l’Italia passerebbe automaticamente al numero uno nella classifica dei paesi con le finanze più virtuose. Nonostante il debito pubblico da incubo. Certo che è forte, il nostro Giulio. Una cannonata. E chissà cosa combinerà quando si dedicherà con più convinzione all’interpretazione del volo degli uccelli o all’aruspicina, che da noi ha nobilissime tradizioni etrusche.

IL CORRIERE DELLA SERA & C. 22/03/2011 Apocalisse doveva essere e Apocalisse non è stata. Con grande scorno dei media di casa nostra, che ora, indispettiti dal coitus interruptus nucleare, si attaccano oscenamente al fumetto del reattorino, che chissà, qualche bello scoppietto potrebbe pur annunciare; alle irrilevanti tracce di iodio 131 trovate nei fuggitivi dal paese del Sol Levante, convocati a forza negli ospedali di casa nostra al solo scopo di dare corpo alle ombre, o per giustificare burocraticamente l’imbecillità; al nuovo allarme, provvidenziale, quello sul cibo, lanciato a causa dell’insalatina un po’ radioattiva – almeno quella, per fortuna – raccolta, guarda un po’, non lontano dalla centrale di Fukushima; agli scaffali vuoti dei supermercati, che invece sono pieni; alla Tokyo spettrale e vuota che invece è solo lo spettro di un delirio collettivo; alle “grandi fughe” verso il sud del Giappone che stanno solo nell’immaginazione di reporter dediti alla causa, pronti a fare di uno cento, anzi, un milione, pur di solleticare le paure e il voyeurismo macabro del volgo della penisola. Una farsa, vile, recitata al cospetto di ventimila silenziosi cadaveri, e mezzo milione di sfollati da sfamare e mettere al riparo.

(P.S. Ricordate la storiaccia dell’ambasciatore italiano che telefona “all’ultimo italiano rimasto a Tokyo”, pregandolo di “scappare”, che mi ha fatto imbestialire qualche giorno fa? A quanto pare è una bufala. L’articolo apparso nel sito internet del Corriere è stato modificato, probabilmente in seguito alle rimostranze di qualche italiano residente a Tokyo: Peppe il pizzaiolo non è più “l’ultimo”, ma “uno degli ultimi” e si menziona “una smentita delle fonti consolari di Tokyo”. E allora mi scuso con l’ambasciatore e mando, se ce ne fosse ancora bisogno, ancor più volentieri il Corriere a quel paese.)

GIOVANNI VERONESI & PAOLA CORTELLESI 23/03/2011 Stufo di manuali d’amore, il regista si butta sul sociale. Non sul sociale triste, abbacchiato e grigio del missionario della settima arte. Ma sul sociale che tira, quello che titilla il pubblico: per esempio il fenomeno delle aspiranti veline. Mica scemo il ragazzo. E mica scema la ragazza, la Cortellesi, che per sfondare al botteghino si è trasformata in escort: per disperazione, ma in escort, mica in ladra. Il che dimostra che si può benissimo parlare alla pancia del paese: basta essere furbi, ed ammanicati con la società civile.

NICOLAS SARKOZY & DAVID CAMERON 24/03/2011 Esiste una virtù, sempre trascurata, che si chiama temperanza. Vale per gli uomini. Vale pure per le nazioni. E’ una virtù, perché è figlia di una visione complessiva delle cose. Senza quella, la logica degli interessi diventa ottusa. Il realismo si muta in furbizia ed opportunismo. Senza quella, la retorica democratica e umanitaria suona come una moneta falsa. La morale si degrada a farisaica self-righteousness. Visioni parziali conducono a vicoli cechi. Dio ci conservi i vecchietti, se i “giovanotti” son questi.

SABINA GUZZANTI 25/03/2011 Vogliono un’Italia diversa da quella gretta e cafona che pende dalle labbra dell’imbonitore di Arcore. Poi si fanno infinocchiare come babbei accecati da una volgarissima sete di denaro dagli imbonitori di finanziarie che promettono lautissimi guadagni investendo in obbligazioni di una società con sede nello Stato Libero di Eldorado, ossia il Lussemburgo. Il che dimostra che per fortuna agli italiani, quando tocca loro di scegliere, un certo sesto senso non manca.

La pecoraggine di oggi e quella di ieri

Gran turbamento nell’accampamento della sinistra liberal nostrana, messa in subbuglio dal podio inquietante dei premiati al concorso per l’uomo dell’anno nell’economia italiana, promosso, e velocemente sbrigato, come si fa con sapienza nelle stanze ovattate del potere, da Il Sole24Ore: 1) Giulio Tremonti, boss del governo 2) Sergio Marchionne, boss della Fiat 3) Emma Marcegaglia, boss di Confindustria. Ora, si può certamente ridere di questa armoniosa corresponsione d’amorosi sensi fra i reietti della nostra patria, e chi ha alle spalle un lunga storia di milizia al solo servizio delle proprie convinzioni, come Oscar Giannino, può certamente permettersi sul caso una virile ironia. Ma sugli altri, e sui loro schifati gridolini, stendiamo pure un velo pietoso.

Che c’è di nuovo, nell’anno in cui Time’s man of the year Ben Bernanke ha salvato l’America e l’abbronzato premio Nobel per la Pace Barack Obama ha salvato il mondo? Si è riscoperto, con raccapriccio, che il gotha confindustriale è tornato filogovernativo, come ai bei tempi, quando non ci si scandalizzava più di tanto? Non è permesso, al governo Berlusconi, come agli altri, di essere omaggiato dalle scappellate dei padroni del vapore? O non è piuttosto che questa avvilente quanto normale mediocrità faccia alzare il sopracciglio alla casta conformista degli indignati solo perché oggi sul trono d’Italia riposa le sue chiappe lo psiconano?

Ci fu un tempo, qualche anno fa, con la presidenza D’Amato, in cui anomalia corrispondeva ad anomalia, in cui l’usurpatore confindustriale corrispondeva all’usurpatore politico. Ma fu una breve stagione. La restaurazione Montezemoliana fu salutata dai ventriloqui della società civile come un parziale e promettente ritorno all’ordine civile, e il Berlusca tornò ad essere un’anomalia anche dalle parti di Viale dell’Astronomia. Tutto è finito del 2008, come avevo previsto, constatato e ribadito. I meglio capitalisti, tranne uno, si sono arresi: Berlusconi esiste. E ne hanno tratte le conseguenze. A modo loro. Il solito modo loro.

Cosa si vuol rimproverare a Gianni Riotta, direttore del Sole 24 Ore, ora e solo ora? Di aver fatto con oculata destrezza la strada percorsa da parecchi giovanotti ultracinquantenni di successo, che son subito partiti col piede giusto al Manifesto, il giornale dov’erano parcheggiati i figli di papà in attesa di far tappa poi con incarichi importanti in tutte le redazioni delle gazzette della grande borghesia italiana? Di essere stato nominato direttore del TG1, megafono governativo per eccellenza, su indicazione del governo Prodi? Non era “servo” allora? E ai signorini di lavoce.info che oggi fanno tanto le verginelle scandalizzate, vogliamo ricordare – massì, vogliamo proprio ricordare – quanto la fama del loro sito sia dovuta alle loro simpatie politiche, che ne hanno fatto in campo economico un oracolo privilegiato presso il Partito di Repubblica ed in tante trasmissioni televisive di ben determinato colore politico?

Le fissazioni di Tremonti

Il mondo moderno, che è smemorato e vanesio, privandosi di uno strumento che ha tenuto botta valorosamente per millenni, per spiegare i malanni della specie umana ha voluto fare a meno delle care e vecchie passioni, quei disordini o malattie dello spirito che a partire da una piccola infezione incendiano la mente fino ad ottenebrarla completamente. Eppure sappiamo di faide sanguinose cominciate per un’occhiata storta dovuta alla cattiva digestione e alimentate per decenni – voire secoli – dalla suscettibilità e l’amor proprio delle tribù coinvolte. Visto da questa saggia e antica postazione, mai trascurata dal vero filosofo, il caso Tremonti è un libro aperto.

A Tremonti è capitata la sfortuna, fatale per l’uomo privo di senso dell’umorismo, di averne imbroccata una qualche anno fa, almeno agli occhi dell’uomo della strada in cerca di capri espiatori per il recente cataclisma economico-finanziario che ha colpito l’Occidente. Lo stesso uomo che poi invariabilmente s’incammina baldanzoso per la cattiva strada quando se ne blandiscano i vizi, com’è successo nei lustri passati quando, senza mai veramente invitarlo a smettere l’abitudine di succhiare la mammella dello stato, che carica di debiti le generazioni future, gli si è indicata come surrogato la via più glamorous degli istituti di credito e della finanza creativa, la cui generosità faceva pur sempre capo alle elargizioni del Principe, in una sorta di appaltato statalismo al quale, per meglio infinocchiarsi a vicenda, gli sciagurati figuranti di questa commedia avevano dato il nome di liberalismo selvaggio. Alla fine della bisboccia, spogliato il palcoscenico degli orpelli di un mercato drogato dove non si pagavano né errori né sfortune, lo stato si è ripreso quello che aveva dato, mettendoci stavolta trionfalmente il timbro. Cieco come una talpa, ma molto sicuro di se stesso, di tutto questo il superministro non ha capito un’acca. E’ rimasto abbarbicato alla sua idea primigenia dei tempi delle esternazioni colbertiste, quando, abbagliato, e spaventato, dai grandiosi edifici barocchi che la “finanziarizzazione” dell’economia stava erigendo, intuendone oscuramente le fragili fondamenta, molto oscuramente – dalla Pizia a Nostradamus la vaghezza è un must per i più avvertiti membri delle arti divinatorie – profetizzò il redde rationem. Vide il male nel costruttivismo ideologico e nello zelo che i neoconvertiti dal marxismo al liberalismo si portavano dietro come una tara genetica; purtroppo questa visione parziale è da sempre e soltanto il frutto della mezza genialità di un pensiero conservatore-reazionario che, non credendo alla libertà dell’uomo, pur di combattere il determinismo rozzo delle ideologie progressiste si trincera sempre più in un determinismo pessimistico che nel migliore dei casi è sapiente, sottile, anche profondo; che nella società vede un organismo complesso del quale anche il più microscopico dei vasi capillari ha la sua ragione di esistere, misteriosa solo all’intelletto dell’arrogante o dell’incolto; ma che alla fine nulla propone salvo l’ibernazione del consorzio umano.

A differenza della filosofia del suo predecessore teutonico, il Tremontismo dell’Occidente si accompagna a smilzi libretti prêt-à-porter che ne hanno decretato un folgorante successo presso un pubblico più sanguigno di quello sadomasochista che riesce a sciropparsi i sermoni freddi e ancor più sommari dei Guido Rossi o dei Gustavo Zagrebelsky. L’ego dell’uomo ne è stato solleticato in maniera irresistibile ed incontrollabile. Da allora il superministro si comporta come un bambino: passa il tempo a spiare le occasione propizie, questo o quel convegno, ed a assaporare anticipatamente, nelle lunghe veglie notturne trascorse a tornire i suoi bon mots, l’effetto blasfemo e suppostamene didattico del crescendo regolare delle sue dichiarazioni. Giulio ce le sventola sotto il naso civettuolo come Wanda Osiris agitava le sue piume e le sue paillettes o come il sottoscritto cosparge di anglicismi o francesismi i suoi scritti (ma, caro direttore, io conosco la mia malattia: approfitto appunto di questa modesta tribuna come garbage can per liberarmi di queste manie ridicole e presentarmi candido come un giglio all’appuntamento col destino). Beatamente ignaro che anche il vaudeville è un genere che non disdegna e anzi reclama genio e levità, Giulio vuole a tutti costi continuare ad épater le bourgeois. Full speed ahead. Ora siamo arrivati alla riabilitazione del posto fisso. “E credete che mi fermi qui?” sembra alludere con aria soddisfatta. No, malauguratamente: ma sarebbe meglio.

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