Ombre siciliane

Sembrerebbe quasi che la mafia siciliana sia andata in coma. Non se ne sente più parlare, l’avete notato? Parlo di mafia in senso stretto, s’intende, non del barocco corollario dell’antimafia, perché quest’ultima ha ormai da qualche anno letteralmente soppiantata la cara e vecchia mafia d’un tempo nell’accaparrarsi l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica. Sembrerebbe anche che nel rubare la scena alla mafia l’antimafia ne abbia acquisito certi spiacevoli tratti distintivi. Questo suo straripare, infatti, è stato dal punto di vista dell’affabulazione giornalistica fecondo come quello del Nilo per le aride distese del basso Egitto: oscuri intrighi, misteri, derivazioni, deviazioni, diramazioni, avvertimenti, gerghi stravaganti, parole d’ordine ossessive, gustosi personaggi in cerca d’autore, lotte sotterranee fra cosche antimafiose, mappe occulte del potere, rapporti col terzo livello, regolamenti di conti. Insomma, tutto quello sfondo pittoresco che la mafia non sembrava più in grado di offrirci a parziale risarcimento delle proprie scelleratezze, adesso ce lo regala lo spettacolo spassoso dell’antimafia. In un certo senso, almeno quello estetico, si può dire che l’antimafia è diventata la nuova frontiera della mafia, un po’ come l’antifascismo lo è stato per il fascismo.

Questo quadro paradossale potrebbe replicarsi nella parte continentale dello Stivale nella sciagurata eventualità che la cosiddetta cultura della legalità dovesse trionfare definitivamente in Italia. Tre decenni e mezzo di questione morale, che fu la maniera cinica e immorale con la quale il marxismo sconfitto avvelenò i pozzi della politica italiana, hanno distrutto perfino il concetto stesso di una ben circoscritta autonomia della politica. Spaventa pensare che un’intera generazione di italiani sia stata costretta a vivere la politica se non come lotta tra onesti e disonesti, e forse ora non sappia nemmeno immaginare qualcosa di diverso da questo squallido schema.

Oggi sono proprio gli eredi del partito della questione morale a sentire sul collo il fiato dei fanatici che hanno tirati su nel culto caricaturale della legalità. Questi ultimi giustificano l’incontrollato protagonismo della magistratura col fatto che essa sarebbe stata costretta ad un ruolo di supplenza democratica a causa delle deficienze della politica. Ma se la politica si riduce a lotta fra onesti e disonesti, così come vuole la rozza filosofia giacobina che si è cercato d’imporre agli italiani con la complicità vile e colpevole della grande stampa, semplicemente annulla se stessa annullando il suo campo d’azione. E se per converso la politica cercasse di riprendersi le proprie prerogative sarebbe immediatamente accusata di autoritarismo e complicità col malaffare. Oggi che la sinistra è al governo, in quella grande sinistra che oltre ai democratici comprende idealmente grillini, vendoliani e altra minutaglia, la questione morale viene agitata periodicamente come un manganello sopra la testa di chi vorrebbe uscire da questa logica imbecille. Ma lo scontro tra questione morale e politica è nelle cose. E non potrà essere rimandato all’infinito. Altrimenti gli scenari siciliani di lotta per bande tra i trionfanti campioni della legalità diventeranno sempre più plausibili.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Ma fateli tacere!

Succede sempre così ed è successo anche stavolta: all’uscita dalla caserma dei carabinieri dell’auto che portava in carcere il presunto assassino di Yara Gambirasio, in mezzo alla folla dei curiosi e dei giornalisti, si sono alzate le grida scomposte del solito gruppetto zelante di prefiche del giustizialismo da bar. Il fatto stesso che questi scioperati con la bava alla bocca non abbiano scrupoli nel trasformare un momento decisivo di un grande dramma in una becera manifestazione di insulti dimostra che il dramma non l’hanno vissuto. Un dolore vero, o una partecipazione non affettata, creano sempre un sentimento di pudore nei confronti di tutti i protagonisti, anche quelli negativi, di una vicenda tragica. Chi si abbandona alla volgarità, invece, non ha paura di svilirla. Per costui l’arresto dell’infame è solo un’occasione per sfogare senza pudore il suo protagonismo farisaico, per sentirsi rozzamente migliore degli altri: in breve, è una forma di sciacallaggio.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (166)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

VLADIMIR LUXURIA 17/02/2014 Piatto ricco, mi ci ficco. Grande colpo della Vladi, che è riuscita a farsi arrestare nientemeno che dagli sgherri di Putin. Le sue amiche, preoccupatissime, si stanno mangiando le unghie per l’invidia. La sciantosa si è fiondata a Sochi, dove con la sua classe superiore ha abbagliato i poliziotti al suo primo apparire, ma solo per farli rimanere poi a bocca aperta tirando fuori come per magia una bandieretta arcobaleno con la scritta “Gay è OK” in russo. E’ stata arrestata e sbattuta in cella in men che non si dica da certi energumeni che ti raccomando. Un affondo fulmineo, un blitz trionfale: veni, vidi, vici. Ce lo ha confermato Imma Battaglia, presidentessa onoraria di “Dì Gay Project”: «L’atteggiamento degli agenti è stato brutale e aggressivo. Nessuno parla inglese. Ora si trova da sola in una stanza con luci al neon sulla faccia, presumibilmente in stato di fermo. Chiediamo un intervento immediato del ministro Bonino». Insomma, tutto sembra procedere a meraviglia, compresi quei poveri bruti di poliziotti che non parlano inglese. Accadde anche coi tifosi laziali arrestati in Polonia: nessuno lì, dissero, parlava inglese. La cosa non mi ha mai convinto molto: se non siamo noi i peggiori parlatori d’inglese del mondo è solo perché a sopravanzarci ci sono i francesi, che in certe cose, non fosse che per orgoglio, sono inarrivabili. Ma per ritornare alle imprese di Russia: ecco, io non vorrei rovinare la festa, però confesso che ho qualche timore per le sorti della spregiudicatissima Vladimir. Gli orchi di Putin tutto potevano aspettarsi, ma non questo: un’affascinante signora italiana con lo stesso nome dello Zar! Per adesso si stanno grattando vigorosamente il capoccione, nella vana speranza di capirci qualcosa. Ma poi? Non vorrei che con la scusa dello sdegno, stregati dall’intrigantissima Vladi, cedessero ad istinti belluini.

LA GIUSTIZIA PALLOSA 18/02/2014 Milano, vicenda Maugeri: la procura: «processate Formigoni». Roma, vicenda polizza vita: la procura: «processate Gasparri». Napoli, vicenda compravendita senatori: nuovo filone di indagini (mentre è già iniziato il processo contro il Berlusca, quello col Senato che si è costituito parte civile). Napoli, vicenda rimborsi facili: arrestato l’ex braccio destro del governatore Caldoro. Verona, l’accusa è corruzione: arrestato Vito Giacino, ex vice-sindaco della giunta Tosi. Palermo, trattativa stato-mafia: il pm Di Matteo querela Sgarbi, Ferrara, Facci e Deaglio. Piemonte, elezioni regionali 2010: il Consiglio di Stato boccia il ricorso di Cota contro la sentenza del Tar che le aveva annullate. Sant’Agata di Militello (Messina), associazione a delinquere: indagato l’ex sindaco e attuale senatore di Ncd Bruno Mancuso. E’ tutta roba degli ultimi giorni. Ma non pensate anche voi che sia venuto il momento di chiedere alla magistratura di bastonare con calda passione, feroce determinazione, per davvero e non per finta, come fa da vent’anni, pure i sinistrorsi? Non per amor di giustizia, che ci è antropologicamente estranea, ma così, per capriccio, per il gusto del nuovo, per puro estetismo, e soprattutto per non farci morire di noia?

GUIDO BARILLA 19/02/2014 Fino a poco tempo fa solo la zazzera un po’ scarmigliata e la figura atletica gl’impedivano di essere una delle figure pubbliche più noiose e prudenti del paese. Poi per due parole innocenti venne crocifisso dalla setta esaltata degli anti-omofobi. Quello fu il primo trauma. Gli toccò bere l’amaro calice della ritrattazione. E qui ebbe un secondo trauma, o, per meglio dire, qui fu folgorato dalla scoperta di quanto fosse piacevole essere in sintonia con lo spirito del tempo. E così l’altro giorno, intervistato da Gianni Minoli su Radio 24 le ha cantate schiette: Squinzi? Ha fatto bene a essere durissimo col governo Letta. Renzi? Energia rivoluzionaria. La Fiat? Ha usata Confindustria e poi l’ha mollata. Diego Della Valle e John Elkann? Scelgo Della Valle. Berlusconi? Siamo amici ma non mi ha mai chiesto di entrare in politica. Io, a naso, dico che non è finita qui. Lo terrò d’occhio. E’ una parabola umana che si prospetta interessantissima

LA «PRIMAVERA» UCRAINA 20/02/2014 E’ commovente vedere come i giornali occidentali stiano scoprendo solo ora, che siamo alle soglie della guerra civile, che in Ucraina potrebbe aprirsi lo scenario da incubo delle guerre nella ex-Jugoslavia. In fondo la copertura mediatica degli eventi ucraini dai tempi della rivoluzione arancione in poi è stata il modello per quella più recente delle primavere arabe: un misto di pigrizia, di conformismo e di democraticismo da salotto. Non lo dico adesso: lo scrivevo su Giornalettismo quattro anni fa. Adesso veniamo dunque a scoprire che di Ucraine ce ne sono almeno quattro. Due grandi: l’Ucraina ucrainofona (ortodossa) grosso modo ad occidente del Dnjepr; e l’Ucraina russofona (ortodossa) grosso modo ad oriente del Dnjepr. Due piccole: la Crimea, repubblica autonoma abitata da una maggioranza russa (ortodossa) vera e propria, e da una storica minoranza tatara (musulmana); e l’unico lembo di terra ucraina veramente europeo: le province dell’estremo occidente storicamente (oggi molto meno) multi-etniche (ucraini, polacchi, tedeschi, ebrei, rumeni, ecc.) cariche perfino nei nomi (Volinia, Transcarpazia, ad esempio) del loro retaggio polacco e asburgico, che hanno in Leopoli la roccaforte del cattolicesimo ucraino. La stessa Leopoli che in questi giorni molti buontemponi definiscono come la roccaforte del nazionalismo ucraino, neanche sospettando che il vero nazionalismo ucraino di Cattolicesimo ed Europa non vuol nemmeno sentir parlare.

FABIO FAZIO 21/02/2014 Come forse qualcuno di voi ricorderà, una decina di giorni fa, con l’irresistibile sicumera che sempre mi contraddistingue e che fa la mia e, spero, la vostra felicità, avevo predetto che al momento di rievocare la figura dello scomparso Claudio Abbado, il conduttore del Festival di San Remo, strizzando l’occhio all’Italia Migliore, non avrebbe mancato di menzionare “l’impegno civile” del direttore d’orchestra. Fabio Fazio, invece, ha avuto il cattivo gusto di tradire se stesso pur di negarmi un meritato trionfo. Oserei dire che me l’aspettavo. Anzi, me l’aspettavo senz’altro! In compenso, per darmi soddisfazione, Fazio ha preferito ricordare con tatto squisito le parole proferite dal celebre architetto, senatore e oserei dire suo amico Renzo Piano, nel discorso tenuto al Senato in commemorazione del suo amico – amico di Renzo – Claudio: «Abbado è sempre stato convinto di una cosa: che la bellezza, l’arte, la cultura rendono le persone migliori», non prima però di aver ricordato la cosa più importante: «Ho avuto l’onore della sua conoscenza e della sua amicizia». L’amicizia di Claudio, l’amico di Renzo.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (151)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

IL CALCIOMERCATO 04/11/2013 Vanno male i rossoneri e i tifosi rossoneri non sanno fare altro che biasimare la dirigenza rossonera per il cattivo mercato estivo. Con ciò dimostrano di non essere migliori dei bersagli delle loro critiche. Il calciomercato rompe i coglioni tutto l’anno annoiando a morte chi ha ancora, come me, la testa sulle spalle e ogni tanto parlerebbe volentieri anche di «calcio». Il calciomercato è diventato da qualche tempo la spiegazione – a posteriori, s’intende – di tutto, dei successi e delle sconfitte, delle annate buone e di quelle cattive. Al trionfo di questa sorta di disturbo mentale di massa hanno contribuito tutti: le società fissate coi top player, i giornali sportivi gossippari, le tifoserie viziate. A dispetto del nome le presunte proprietà taumaturgiche del calciomercato stanno al calcio come quelle dell’interventismo statale stanno alla politica economica. I pezzi grossi le promettono, il popolo le invoca, i giornali le celebrano. E le dure repliche della storia non riescono a scuotere minimamente questa fede. Solo il calciomercato può riparare ai guasti del calciomercato. Teste di rapa.

ROMANO PRODI 05/11/2013 «Non è stupido che ci siano i parametri come punto di riferimento. È stupido che si lascino immutati 20 anni. Il 3% di deficit/Pil ha senso in certi momenti, in altri sarebbe giusto lo zero, in altri il 4 o il 5%. Un accordo presuppone una politica che lo gestisca e la politica non si fa con le tabelline.» In una cosa Romano non è mai cambiato: il suo modo felpato di accodarsi alle stupidate alla moda con l’aria sofferta ma composta dello stoico che le dice da una vita nell’indifferenza generale. Che abbia detto una stupidata non ci piove: un parametro in continua oscillazione da gestire con accortezza è un non senso. Nel caso in questione è come dire che non si tratta di un parametro sul quale si possa incardinare una politica economica, ma di una grandezza variabile giudicabile solo alla luce di altre variabili grandezze, e tuttavia di voler considerarlo ancora un parametro; è come confessare di avere fatto una scelta arbitraria e di volerci rimediare con delle scelte dettate da un arbitrio più duttile; è come continuare a pretendere con protervia di essere in grado di dirigere con successo l’economia determinandone preventivamente i numeri.

IVANO DIONIGI 06/11/2013 Profondamente indignato dalla politica di tagli alle università che anche questo governo dimostra di voler attuare, e soprattutto dalla bocciatura dell’emendamento alla manovra che prevedeva uno stanziamento di 41 milioni di euro per gli atenei virtuosi, il rettore dell’Università di Bologna lunedì ha fatto recapitare una letterina a tutti i docenti dell’ateneo. Scrive l’augusto rettore: «Vi invito domani [ieri, martedì 5 novembre, NdZ] a dedicare cinque minuti della vostra lezione (eventualmente dando lettura anche di questo messaggio), nei quali condividere con gli studenti e stigmatizzare sia il sottofinanziamento cronico degli atenei, sia in particolare questo ennesimo affossamento del principio del merito.» Frase che si potrebbe più schiettamente riformulare così: «Vi invito domani a condividere tutti, docenti e studenti, questa mia riflessione che certo non potete non condividere.» I moltissimi – non dubito – docenti “condividenti” si saranno scocciati tuttavia non poco di mettersi sull’attenti e trasmettere alla truppa il pensiero del magnifico rettore. I pochi in cuor loro dissenzienti, invece, hanno meritato tutta la nostra compassione.

BUITONI 07/11/2013 Quando Guido Barilla – allora era ancora un uomo – rivendicando con fanciullesca fierezza l’immagine tradizionalista di un’azienda famigliare ben decisa a tenere qualsiasi coppia gay a distanza di sicurezza da Casa Barilla, si offrì al plotone d’esecuzione della fanatica marmaglia progressista, la Buitoni ne approfittò per lanciare su Facebook il proprio inclusivo messaggio: “A casa Buitoni c’è posto per tutti”. Sappiamo tutti che da allora, quaranta giorni fa, Guido ha intrapreso un folgorante percorso spirituale che l’ha portato a penetrare tutti i misteri della religione gender. Mi pare al contrario che alla Buitoni abbiano fatto un passo indietro. Vedo infatti su internet un banner che recita: “Pasta Ripiena Buitoni – Carne bovina 100% italiana – La tradizione è servita, pronta da gustare”. Ciò si spiega col fatto che il gruppo Nestlé (proprietario del marchio Buitoni) recentemente è stato al centro di uno scandaletto provocato dalla scoperta di carne equina in alcuni prodotti di pasta fresca. E’ bastato questo per riportare in auge il tradizionalismo, ancorché nelle vesti dello sciovinismo culinario e del patriottismo economico: a Casa Buitoni, adesso, c’è posto solo per la carne italiana.

IL NUOVO PENTITO DELLA MINCHIA 08/11/2013 Anche se non sono ancora in grado di mettere insieme un solidissimo impianto accusatorio fatto di suggestive mezze verità, meglio ancora se depistanti, il mio personalissimo teorema sulla “trattativa” è questo: l’industria del pentitismo deviato ha lo scopo preciso di non venire a capo di nulla, ma di adombrare e di sottendere, di inquinare con le sue emissioni nocive la storia recente dell’Italia repubblicana, di tenere il paese sotto lo scacco della Strategia della Confusione. E’ per questo che ai pentiti di mafia, anche gli ex picciotti di quartiere, piace moltissimo contraddirsi fra di loro e dialogare con la giustizia sopra i massimi sistemi del mondo mafioso e politico. L’ultimo della serie è un tale Francesco Onorato che ci ha rivelato finalmente i nomi dei mandanti dell’assassinio del generale Dalla Chiesa nella tarda estate del 1982: Andreotti e Craxi, il Divo e il Cinghialone. Queste le sue parole: «I politici a Riina prima gli hanno fatto fare le cose, poi l’hanno mollato. Prima ci hanno fatto ammazzare Dalla Chiesa i signori Craxi e Andreotti che si sentivano il fiato addosso. Poi nel momento in cui l’opinione pubblica è scesa in piazza i politici si sono andati a nascondere.» Resta da capire perché i malfattori si sentissero il fiato addosso. Craxi nel 1982 era ancora un uomo abbastanza nuovo della politica. Da qualche anno era il leader di un Partito Socialista che si era scrollato di dosso ogni senso d’inferiorità nei confronti del Pci. Divenne Presidente del Consiglio nel 1983 dopo un buon successo elettorale del Psi, ma tra i laici alla guida del governo lo aveva preceduto perfino Spadolini del piccolo Partito Repubblicano. Non mi pare fosse mai stato ministro in precedenza. E con la Sicilia i suoi legami politici erano pressoché nulli. Ma ci sarebbe il caso Moro. Secondo altri bei tomi del pentitismo, infatti, Dalla Chiesa sarebbe stato a conoscenza di segreti inerenti al sequestro Moro molto pregiudizievoli per il buon nome del Divo, che avrebbe perciò spedito il generale a Palermo al solo scopo di sbarazzarsene. Si dà il caso però che durante il sequestro Moro Craxi fu uno dei pochi, causando anche qualche clamore, a non conformarsi alla linea della fermezza propugnata dalla Dc e dal Pci. E quindi in quel caso certo non agì in combutta con Belzebù. Debbo perciò pensare che anche Craxi fosse mafioso, se solo ne fossi in grado: non sono Superman.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (148)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

MATTEO RENZI 14/10/2013 Matteo è lontanissimo dal popolo di sinistra eppure dalla sua eccentrica posizione incarna tutte le contraddizioni della sinistra. Di peculiarmente di sinistra nel nuovismo rottamatore che strizza l’occhio un giorno a sinistra e un giorno a destra c’è la pretesa di dar voce alla Meglio Italia, la più intelligente, la più lungimirante, la più coraggiosa, la più aperta, la meno compromessa, la più onesta, la più performante, la più vicina al popolo, e la meno populista, la più sveglia insomma, dimenticando che i rappresentanti della Meglio Italia di solito non si mettono d’accordo su nulla tranne sul fatto di avere sempre ragione anche quando fra loro si contraddicono palesemente. A Renzi non manca tanto un programma di governo dettagliato, roba che può interessare solo agli sciocchi, ma piuttosto un progetto politico, e starei per dire la politica tout-court; la quale consiste nel caricarsi sulle spalle – a destra o a sinistra – una bella fetta di popolo brutto e pieno di pregiudizi e nel riuscire a farla ragionare: ma tu, Matteo, che popolo di porti dietro?

IL FINANCIAL TIMES 15/10/2013 Era la fine di aprile. Dall’autorevole Financial Times Enrico Letta era descritto come un abile mediatore, convinto europeista, capace perfino di parlare un eccellente francese e un altrettanto eccellente inglese, il contrario insomma di un italiota. A giugno il giornale della City per antonomasia si era ampiamente ricreduto e consigliò a Letta di svegliarsi dal letargo: non aveva combinato un tubo, per dirla in italiano. Poi venne la fine di settembre, i giorni del Silvio furioso. Per il temuto quotidiano londinese Letta era caduto nella trappola di Berlusconi. Quello del Caimano non era il gesto di un folle ma una mossa abile, e un esempio di machiavellismo: «il senso di umiliazione di Mr. Letta è palpabile», scriveva l’influente gazzetta britannica. Qualche giorno dopo, tre o quattro, il prestigioso quotidiano economico scriveva che «per una volta Berlusconi ha fatto male i calcoli» e che «l’umiliazione di Berlusconi dà finalmente respiro all’Italia e il vincitore di questa battaglia politica è senza dubbio il pacato Letta». Il quale Letta, dieci giorni dopo, ossia due giorni fa, sul pasticcio Alitalia è stato di nuovo bocciato: «questo risorgere del protezionismo industriale getta un’ombra sulla sincerità di Enrico Letta», ha scritto il chiarissimo foglio britannico, con la flemmatica perspicacia di sempre. Una leggenda.

LA COMMISSIONE GIUSTIZIA DEL SENATO 16/10/2013 Io temo che in fondo l’ex capitano Priebke sia morto contento, o per meglio dire sogghignando. Una qualche misteriosa congiunzione astrale ha voluto che il mondo gli erigesse un monumento d’infamia che figli del demonio di classe ben superiore alla sua gl’invidieranno almeno fino al giorno del Giudizio. Ma da morto sembra che lo si voglia addirittura consegnare al mito: nell’osceno accapigliarsi di torme di sciagurati dietro la sua bara non è forse il cadavere di questa mezza figura a celebrare un macabro trionfo? Non è in fondo lo spirito di Priebke, la nera pietra angolare, ad officiare una laida liturgia in cui camerati dell’oltretomba, zombie dell’antifascismo, mummie del catto-tradizionalismo scismatico, partigiani in mobilitazione permanente trovano un’altra botta insperata di vita? Ma non avrei parlato di questo circo di deficienti se non avesse dimostrato ancora una volta di essere capace di intimidire oltre ogni ragionevolezza le nostre istituzioni e i nostri politici. La palma dei più pusillanimi è andata ieri ai componenti della Commissione Giustizia del Senato, che nel giro di poche ore prima hanno presentato un emendamento trasversale e poi hanno approvato un ddl che istituisce il reato di negazionismo. Eccolo qua, l’ultimo colpo alla democrazia e alla libertà inferto da Priebke.

IL REATO DI NEGAZIONISMO 17/10/2013 Se introdotto, il vaghissimo e pericoloso reato di negazionismo non farà certo un bel servizio alla memoria storica. Anzi, non farà altro che certificare il fallimento di una pedagogia di massa che un po’ alla volta, senza che ce ne fosse alcun bisogno, ha sottratto alla storia e alla sua complessità la poderosa e concreta veridicità della Shoah per fare dell’Olocausto un dogma. E così se da una parte all’opinione pubblica, per sentirsi moralmente soddisfatta, è bastato spesso esibire un antirazzismo di facciata, opportunistico, anche quanto gridato; dall’altra questa specie di articolo di fede ha tenuto in vita un’ostinata genia di «miscredenti», che la storia avrebbe probabilmente disperso. Un non codificato reato di negazionismo vive da decenni nella cultura occidentale e non ha portato i frutti sperati: codificarlo è un peccato di superbia.

SANDRO BONDI 18/10/2013 Mario Monti non è più alla guida di Scelta Civica. SuperMario ha scoperto che una buona parte della truppa della sua anemica creatura politica è la più convinta sostenitrice dell’anemico governo Letta. Infatti il governo Letta è una specie di Monti-bis. E infatti ne sta seguendo pari pari la tattica temporeggiatrice. Ai SuperCentristi questo va benone, anche perché lo spettro della disoccupazione politica li terrorizza. Ma a SuperMario non va bene: fare il Temporeggiatore è una cosa, fare il Maggiordomo del Temporeggiatore è un’altra. E poi lui è senatore a vita. Quindi ha fatto il serioso, il censore, l’europeo, criticando – lui! – le deficienze strutturali della manovra. E poi, offeso e umiliato, con grande dignità si è dimesso dal partito. Anche perché la Repubblica è sempre traballante, e fare la riserva della Repubblica in questo momento potrebbe rivelarsi la scommessa giusta. Scelta Dolorosa tuttavia, perché, ovviamente, adesso molti ridacchiano. Tra questi non c’è però l’appassionato senatore Sandro Bondi, coordinatore del Pdl, che cavallerescamente ha voluto salutare il gesto magnanimo di SuperMario con queste parole: «Qualunque siano stati gli errori di Mario Monti – e il mio dissenso dalle sue scelte politiche e di governo è netto e severo – confrontato ai Della Vedova e ai Mauro, pronti ad altre giravolte, resta comunque una persona seria». Bondi non è mai stato uno scellerato senza cuore, e questo gli fa onore. Stupisce però che anche ora, da falco, o da SuperFalco, abbia una vista da talpa.

[MIO COMMENTO] Depurata dalla cronaca, e dalle mire dei protagonisti, la storiella si inquadra in questo contesto: 1) Il progetto: il Pdl doveva essere spaccato; il berlusconismo liquidato; il centro doveva impadronirsi delle spoglie dei berlusconiani e ereditarne, in grossa parte, l’elettorato. 2) La realtà: il Pdl non si è spaccato; il berlusconismo non è stato liquidato; il centro, volente o nolente, sta per essere risucchiato dalla coalizione di destra. 3) Perché: perché per i “moderati” e per i “conservatori” il progetto politico di Berlusconi è l’unico valido e resiste a tutti i bombardamenti.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (138)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

NANNI MORETTI 05/08/2013 C’è un po’ di delusione nelle file dell’Italia onesta e democratica: il Caimano non si fa vedere. Questo non quadra con uno degli assiomi più importanti della Grande Bubbola: la natura caimanica del Berlusca, uno dei mostri creati dall’ostinato sonno della ragione della sinistra, che da moltissimi decenni è di gran lunga la più grande disgrazia del nostro paese. A dare dignità artistica e quindi plausibilità alla figura del mostro fu il solito pluri-premiato artista di regime. Lo fece con la finezza che gli è riconosciuta. Sulla scia profetica dei suggerimenti del Vate, da allora si è lavorato incessantemente per piegare la realtà alla fiction. Ma il Berlusca è guizzante come un pesce e non si fa incastrare tanto facilmente, senza contare che vent’anni di caccia all’uomo, se lo hanno esasperato, ne hanno anche affinato l’istinto. Quasi due anni fa resistette fino all’ultimo e praticamente da solo all’assedio portato al suo governo. Date le dimissioni ingollò l’amarezza in un amen, e collaborò alla nascita del governo con squisita correttezza. Del Caimano non si vide neanche la coda. Questa volta, dopo la condanna ribadita dalla Cassazione, ha fatto un discorsetto in televisione e ha parlato ad un migliaio di italo-forzuti dal palco allestito sotto Palazzo Grazioli. Com’era ampiamente prevedibile non ha rovesciato il tavolo. Si è mostrato ferito ma responsabile, promettendo lealtà al governo Letta, e già pregustando in cuor suo l’effetto del suo status di condannato in via definitiva tra gli alleati di governo del Pd. Le truppe facinorose dei berlusconiani non si sono viste, anche perché non sono mai esistite, a differenza di quelle della sinistra, sulle quali si potrebbe riempire una Bibbia solo con l’elenco delle sigle. Per compensare la delusione, a sinistra ci si è abbandonati all’abituale e meschina pratica del dileggio, descrivendo gli italo-forzuti come dei pensionati senz’arte né parte, caricati sui pullman con una bandieretta in una mano e la paghetta nell’altra. Certo, loro in certe cose sono imbattibili: qualche anno fa, con la loro mitica organizzazione, portarono al Circo Massimo due milioni e mezzo di pecore. Cioè duecentomila secondo la Questura. Parlava Walter Veltroni: «L’Italia», disse, rivolgendosi al gregge, «è un paese migliore della destra che lo governa». E poi ditemi se non è una malattia. Su questa massa di deficienti si potrebbe fare un film epocale. Altro che Caimani, Divi e Diaz, sui cui s’avventano artisti nati in ginocchio.

I SUPER-MAGISTRATI ITALIANI 06/08/2013 L’oligarca/dissidente kazako Ablyazov è stato arrestato qualche giorno fa in Costa Azzurra, mentre se la spassava, sembra, con la sua bionda amante ucraina, allo scopo, sembra, di combattere l’angoscia che gli pesava crudelmente nel petto per la sorte della sua bella famigliola prigioniera in casa propria in Kazakistan. Nonostante questi particolari un po’ miserabili e un po’ piccanti, ai giornali italiani del caso Ablyazov non sembra importare più un piffero, giacché alle gazzette premeva solo sparare sul Berlusca; promosso immantinente allo scoppio del caso – a differenza di tanti altri illustri frequentatori occidentali di Astana – a fraterno amico di Nursultan Nazarbayev, il sultano del Kazakistan; promosso pure lui, e sempre per lo stesso motivo, da spiccio autocrate centro-asiatico ad una specie di Stalin redivivo. Giunge ora notizia che un amico di Ablyazov, Vladimir Kozlov, anch’egli, sembra, mezzo dissidente/mezzo riccone, e leader di “Alga”, formazione erede di “Scelta democratica”, partito kazako di opposizione, è stato condannato definitivamente dalla Corte Suprema del suo paese per eversione. Kozlov era accusato di aver incitato alla violenza gli operai di un campo petrolifero di una remota città del Kazakistan occidentale. Gli scontri degenerarono in un massacro: la polizia sparò sui manifestanti lasciando sul posto, secondo le fonti governative, 14 morti (una settantina secondo le fonti dell’opposizione). Per la giustizia kazaka l’intento di Kozlov era quello di rovesciare il governo. Per questo nefandissimo crimine, vero o falso che sia, a Kozlov i giudici kazaki hanno appioppato sette anni di carcere. A dire il vero questi giudici kazaki mi sembrano delle mezze calzette, confrontati ai nostri almeno. All’oligarca/dissidente Berlusconi i nostri supereroi sono riusciti a dare sette anni solo per i peccatucci della pochade Ruby Rubacuori: fossi Nazarbayev me li porterei tutti in Kazakistan.

LADY GAGA 07/08/2013 Il caso sta diventando eclatante. Quando la Russia si chiamava Unione Sovietica e l’Unione Sovietica era l’Impero del Male coi suoi Arcipelaghi Gulag, con le sue file davanti ai negozi, con le sue parate militari, di intellettuali e artisti che se la prendessero apertamente col Moloch sovietico se ne trovavano pochissimi. Il rischio era quello di passare per anti-comunisti, per servi degli amerikani, o addirittura per fascisti fatti e finiti. In breve: quello di sparire dalla società civile. Da quando invece la Russia è tornata la cara vecchia Russia di sempre, con le sue manie e con le sue manchevolezze, pigra, smisurata, cesaropapista, insicura, complessata, arrogante, timorosa del bastone e quindi ancora zarista nell’animo; e tuttavia cento volte più libera, salda, democratica e pasciuta di quella comunista; per i cretini sopramenzionati la Russia è diventata davvero l’Impero del Male. Quegli stessi che un giorno tacevano, e i loro figli spirituali, ora fanno a gara nel prendere a pesci in faccia la terribile Russia di Putin, assurta a simbolo del più gretto conservatorismo. Fa bene quindi Lady Gaga a scrivere su Twitter: «Il governo russo è criminale. L’oppressione sarà combattuta con la rivoluzione. Popolo LGBT non sei solo. Combatteremo per la tua libertà». Il rischio infatti è nullo: se sbarchi a Mosca al massimo ti sbattono fuori tra gli applausi di mezzo mondo, e forse ti danno il Nobel per la Pace; se invece resti a casa vellichi i capricci delle potenti comari progressiste. In breve: un posto di rilievo nel politburo delle arti, con tutti i suoi connessi vantaggi, non te lo leva nessuno.

BARACK OBAMA 08/08/2013 Al “Tonight Show” di Jay Leno l’Abbronzato – lo chiamo “Abbronzato” per solidarietà al Berlusca, e perché la battuta in realtà era simpatica e simpatetica – ha avuto parole dure verso la Russia di Putin sulla questione dei diritti di gay e lesbiche. Ma ha poi ammesso che non è solo una questione russa. Anche nel suo ultimo tour africano… Già, dovete sapere infatti che nel suo recente viaggio nel continente nero Barack ha perorato la causa dei diritti degli omosessuali. I poveri capi di stato da lui incontrati, superato a fatica un iniziale sbalordimento, non sapevano da che parte incominciare per spiegare al marziano della Casa Bianca che in paesi dove manco la libertà è spesso la prima delle preoccupazioni, paesi spesso piagati da lotte tribali ed etniche, dove si muore ancora per una malattia endemica o per malnutrizione, e dove magari si mutilano i genitali delle bambine, la gente non sa nemmeno con sicurezza cosa significhi la parola “omosessuale” o “gay”: è ancora ferma, nel migliore dei casi, a quella rustica e ancestrale di “recchione”. E ci vorrà minimo lo spazio di una generazione, anche in un mondo globalizzato che corre terribilmente in fretta, solo per superare questo gigantesco scoglio lessicale.

EUGENIO SCALFARI 09/08/2013 La cosa più divertente è stata vedere tanti babbei darsi la pena di rispondere alle domande che il Papa Laico, dal pulpito de “La Repubblica”, ha rivolto a Papa Francesco, dopo un lungo prologo complimentoso, adulatorio, equivoco, ma quasi intriso di una sofferta speranza, che il vecchio gigione, godendo in anticipo, ha trafitto alla fine con un «ho una cultura illuminista e non cerco Dio», fatto apposta per muovere i sullodati babbei alla commozione e alle velleità convertitrici. Eppure il fetore di falsità era tremendo. Se anche non avessi conosciuto questo compunto filibustiere a me sarebbe bastato il naso. Lo disse anche il cardinal Bergoglio, in un’omelia pronunciata nel 2005, che il naso è un affare importante per un cristiano: «Fate attenzione, dice Gesù, siate astuti come i serpenti ma molto semplici come colombe, unendo i due aspetti. Il cristiano non può permettersi il lusso di essere un idiota, questo è chiaro. Noi non possiamo permetterci di essere sciocchi perché abbiamo un messaggio di vita molto bello e quindi non possiamo essere frivoli. Per questo motivo Gesù dice: “Siate astuti, state attenti”. Qual è l’astuzia del cristiano? Il saper distinguere fra un lupo e una pecora. E quando, in questo celebrare la vita, un lupo si traveste da pecora, è saper riconoscere quale sia il suo odore.» Quindi, cari amici, state alla larga dal puzzone Scalfari. Pensate piuttosto a Ruby Rubacuori, che mi sembra persona antropologicamente molto migliore del puzzone, e forse non del tutto perduta. Oppure lasciate fare a me, che uso la clava coi servi di Satana.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (124)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

MARIA CHIARA CARROZZA 29/04/2013 Ecco cosa significa essere un ministro nuovo di zecca: non fare neanche in tempo ad aprire la bocca, ed essere subito impallinato da un qualche oscuro opinionista a caccia di facili prede. E tra le voci di questi frustrati scribacchini poteva forse mancare quella famigerata del sottoscritto? Certo che no. Intervistata dall’Unità ed interrogata sulle linee-guida del suo operato al ministero dell’Istruzione e dell’Università, la signora Carrozza, prima di esporle, ha voluto precisare con zelo repubblicano che «La mia guida sono i principi della Costituzione, per nulla invecchiati.» Urca. Questa nostra Costituzione è propria una bomba: tutto previde e giammai fallò. Da un po’ di tempo la Carta è diventata oggetto di culto da parte di una setta potente che è meglio per voi non spernacchiare. Meglio ancora se vi acconciate a pagarle un piccolo tributo, venerando la reliquia. Cioè, non la reliquia, ma il suo spirito vivificatore, cui forse un giorno si attribuiranno poteri taumaturgici. Intanto però questa religione di serie B ha già sparso in giro un bel po’ di fideismo. Massimamente tra gli intellettuali e i pozzi di scienza, come si vede.

ANDREA COLLETTI 30/04/2013 Lungi dal rappresentare qualcosa di nuovo e originale, i militanti del Movimento 5 Stelle sono la quintessenza rumorosa, tetragona e un po’ ingenua del bigottismo di sinistra. Vecchie comari rimbambite travestite da ragazzotti. Che pena. Prendete questo bel tomo, Andrea Colletti. Nel suo intervento alla Camera ha detto: «Questo Governo odora di democristianità. Odora di intrecci di comitati d’affari quali CL e Compagnia delle Opere. Visto il Ministro dell’Interno che ha scelto, o che è stato obbligato a scegliere, possiamo ben dire che questo sembra il Governo della trattativa Stato-Mafia. Del bavaglio alla magistratura ed alle opposizioni politiche. Questo, siamo sicuri, sarà il Governo del salvacondotto giudiziario a Silvio Berlusconi.» Democristianità, Intrecci, Comitati, Affari, Trattativa, Bavaglio, Salvacondotto: chissà come si sarà sentito dopo aver schierato in poche frasi tutti questi cavalli di battaglia! Un Partigiano della Legalità, come minimo. Poveretto. Costui probabilmente ritiene di aver fatto qualcosa di rivoluzionario, di aver detto l’indicibile per il bene della patria. E tutto questo dopo aver sciorinato come un bravo pappagallo un trito campionario di quel cospirazionismo esoterico che fa da decenni la felicità onanistica dei lettori de “La Repubblica”, e da qualche tempo di quelli della roba forte de “Il Fatto Quotidiano”. Perché anche l’antifascismo ha il suo Codice Da Vinci. Anzi, ne ha tutta una biblioteca.

IL PERDONISMO 01/05/2013 Non ho capito se i famigliari del carabiniere Giuseppe Giangrande abbiano risposto a una domanda esplicita dei giornalisti, oppure se abbiano obbedito a una specie di osceno e stupido adempimento burocratico che il circo mediatico ha ormai tacitamente imposto a chi ha appena visto un figlio, un genitore, un fratello o una sorella cadere vittima della furia omicida. Fatto sta che anche loro hanno dovuto decidere sul momento, col cuore in gola, davanti a dei petulanti tirapiedi, ambasciatori di un pubblico ferocemente avido di futili emozioni, se «perdonare» o «non perdonare» il malfattore. Siccome il buon gusto e il rispetto dovuto ai sentimenti più sacri impongono che a questo Cristianesimo da Reality Show si metta fine al più presto, propongo agli sventurati prossimi venturi questa risposta standard, da imparare a memoria: «Sì, noi perdoniamo. Perdonare è il dovere di ogni bravo cristiano. Perdonare vuol dire non rispondere al male col male, e lasciare la porta aperta a un sincero pentimento. Se i lunghi, lunghissimi, interminabili e penosissimi anni di galera, che ora inevitabilmente attendono lo sciagurato che ci ha così duramente colpiti, saranno utili alla salvezza dell’anima sua, in obbedienza ai disegni sapienti e misteriosi di una Provvidenza sempre misericordiosa, noi sapremo essere lieti per lui e con lui, e sapremo impetrare, nella maturità dei tempi, se saremo ancor vivi, la clemenza della giustizia umana. Il pentimento sincero è come una conversione. E’ una cosa rara. Ma non vogliamo rinunciare a questa ineffabile speranza». Naturalmente questa è la versione lunga. Per il popolo la condenserò in una formuletta assai più sintetica.

BELEN RODRIGUEZ 02/05/2013 Non è mai stato un bello spettacolo tutta questa gente famosa ansiosa di farsi ricevere in Vaticano dal Papa. Gente che quando poi il grande giorno arriva, chissà dopo quante e assai poco eleganti sollecitazioni, eccola lì sorridente e timorata con tutta la famigliola e magari anche con un regalino al seguito, gingillo che il Santo Padre rigirerà fra le mani per la prima e ultima volta in quest’unica occasione. Scene strazianti di vita piccolissimo borghese. E comunque, si capisce, un grande traguardo per loro e per la loro casata del kaiser. Non poteva sfuggire a questa mania Belen Rodriguez, che i traguardi in Italia ormai li ha tagliati tutti. La neo-mamma ha confessato al settimanale “Oggi” il suo desiderio di «partecipare ad una pubblica udienza del Papa. Mi piacerebbe tanto far benedire Santiago dal Papa, argentino come me». Insomma, ha dato inizio alle grandi manovre diplomatiche, così, alla luce del sole, tirando da lontano Papa Francisco per la manica dell’abito talare. Mi verrebbe di chiamarla un esempio di spudoratezza mezza arrogante e mezza ingenua. Ma non sono poi tanto sicuro. Andare vittoriosamente così dritti allo scopo, con grande scandalo dei maschi, è tipico del genio femminile, e anche il Vangelo lo testimonia.

IL CALCIO ITALIANO 02/05/2013 L’allenatore del Borussia Dortmund Jurgen Klopp ha detto di Arrigo Sacchi: «Non l’ho mai incontrato ma ho imparato tutto da lui. Tutto ciò che sono oggi lo devo a lui. Il mio Borussia è solo un 10% del suo grande Milan». Di allenatori in giro per il mondo che venerano Sacchi ce n’è un’infinità. Sono matti? Esagerano? Per niente. Il Milan di Arrigo Sacchi in quattro anni vinse due Coppe dei Campioni e un solo scudetto. Eppure tutto il mondo capì che «qualcosa» era successo, che il calcio non sarebbe più stato lo stesso. Tutto il mondo tranne l’Italia. Il motivo è presto spiegato: Sacchi fu un pioniere e fu vittorioso, contro tutto e tutti. In Italia non gliel’hanno mai perdonato, soprattutto il mondo del calcio. In Italia le novità tattiche del gioco sacchiano non furono mai interamente accettate, e quindi su di esse non si si poté col tempo nemmeno costruire qualcosa di più efficace. Né il magnifico Ajax di Van Gaal, né il Porto e il Chelsea di Mourinho, né il Valencia e il Liverpool di Benitez, né il Barcellona di Guardiola e nemmeno il Bayern tritatutto di questi mesi sarebbero immaginabili senza il Milan di Sacchi. Il Bayern che ha macellato il Barcellona non è una squadra poi tanto diversa da quella dell’anno scorso. L’allenatore è lo stesso. Ma si vede benissimo che – a loro modo – i tedeschi hanno fatto tesoro proprio della lezione di gioco del Barcellona. Sì, sì, sì, proprio così. Se volete ve lo spiego.

[MIO COMMENTO: Accidenti, pensavo che qualcuno mi prendesse sul serio, e mi dicesse: “Allora spiegacelo, sapientone,” Allora se permettete lo faccio io: “Allora spiegacelo, sapientone.” SPIEGAZIONE: Le grandi squadre che hanno fatta la storia del calcio, non solo con le vittorie, ma anche col gioco, nell’era post-sacchiana, hanno solo fatte delle variazioni alla tattica fondamentale del pressing. Il pressing, in questo contesto, va inteso solo come gioco di squadra. Se non vi si applicano tutti i dieci giocatori non lo è. Il calcio è un fenomeno spazio-temporale. Il pressing è il tentativo di ottimizzare il movimento della squadra in questa dimensione. Che ripeto è spazio-temporale. In Italia sembra che esista solo quella spaziale. Per questo, cercando di venir a capo del mistero. sono sempre lì a strologare assurdamente coi moduli: 442-343-42121-4321-433 e via rimbecillendo. Tutte cose SECONDARIE. Il pressing è basato sulla superiorità numerica nella zona dove viene giocata la palla. Può essere difensivo, o offensivo, quando si ha il possesso della palla (questo aspetto sfugge completamente da noi). Nel primo caso soffoca la manovra avversaria. Nel secondo caso crea spazio per gli inserimenti. Il pressing non si basa sull’ardore agonistico, né sulla velocità dei singoli giocatori, né sulla ridicola “forza o freschezza fisica”, concetto carissimo a tutti i giornalisti italiani quale “prestatore di spiegazioni in ultima istanza” ah ah ah… Il pressing si basa sull’abbattimento dei tempi morti da parte di tutti i giocatori. Ciò significa che non può essere fatto con riserve mentali. Si perde l’attimo. Per esempio: nel caso di perdita della palla in attacco, la cosa fondamentale sono i primi decimi di secondo dopo la perdita del possesso, non le corse affannose all’indietro, che sono appunto il risultato della mancata prontezza. Gli attaccanti devono subito far pressione sui difensori. Basta uno scattino di cinque metri. Lo scopo principale è quello di consentire ai propri difensori e centrocampisti di compattarsi senza arretrare, e dare inizio alla pesca allo strascico della palla. Fondamentale è che la squadra si muova come una nuvola compatta su e giù per il campo. In effetti si tratta di rimpicciolire agli effetti pratici il campo di gioco, tagliandone fuori il massimo dei giocatori della squadra avversaria. Per questo l’altra squadra sembra sempre spaesata e stanca mentre i giocatori della nostra sembrano sempre freschi e arrivano “sempre prima sul pallone” (ah ah ah… mai sentita questa?). Questo è il GIOCO, fondamentalmente. Le varie interpretazioni dipendono dal tipo di giocatori a disposizione, dai gusti dell’allenatore, dalle tradizioni calcistiche dei singoli paesi. Il madridista Valdano disse un giorno un giorno che il calcio di Sacchi era “difensivo”. Aveva ragione. Lui vedeva la cosa con occhi non italiani. Il gioco del Milan di Sacchi era teso soprattutto a soffocare le squadre avversarie, anche se agli effetti pratici poi finiva per schiacciarle nella loro metà campo, perché a quel tempo non sapevano letteralmente che pesci prendere. Qui sta “l’italianità” di Sacchi. Il gioco del Barcellona lo conosciamo tutti, avvolgente, tecnico, iberico. Quello del Bayern è robusto sulla fasce laterali, coma da tradizione tedesca. Ed è forte anche nelle “ripartenze”. Ma le “ripartenze” del Bayern sono un pressing d’attacco di SQUADRA che coglie l’attimo al momento della conquista del pallone. Qualcuno dirà: tutto qua? Sì. Perché tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. E non è una questione tecnica, ma mentale. Si tratta di fare le cose PER INTERO. In Italia non le fa nessuna squadra, da vent’anni.]

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (118)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

LA BELLA POLITICA 18/03/2013 C’è la politica e c’è la bella politica. La bella politica è chiamata così perché è una sgualdrina. Se in politica la virtù scarseggia, nella bella politica il vizio prende il nome di virtù. Per la bella politica questi sono stati giorni di sfrenato bunga bunga. Alla vigilia delle elezioni democratici e grillini se le davano di santa ragione. Tra “La Repubblica” e “Il Fatto Quotidiano” era scoppiata la guerra. Un gruppetto di intellettuali fece un appello, prontamente ornato da tante belle firme dell’Italia saccente, per l’unico voto responsabile, il voto «utile» a favore dei democratici. Lo sconcerto per lo stallo provocato dall’esito del voto durò sì e no ventiquattro ore. “La Repubblica” si mise a fare gli occhi dolci ai «fascisti». Su «Il Fatto Quotidiano» il partito dei collaborazionisti alzò la cresta. Un gruppetto di intellettuali fece un appello, prontamente ornato da tante belle firme dell’Italia saccente, ai «cari amici» del Movimento 5 Stelle per l’unica scelta responsabile, il patto per il cambiamento tra democratici e grillini. Grazie a loro Grillo riuscì a dire qualcosa di sensato. «L’intellettuale italiano» scrisse sul suo blog, «è in prevalenza di sinistra, dotato di buoni sentimenti e con una lungimiranza politica postdatata. L’intellettuale non è mai sfiorato dal dubbio, sorretto com’è da un intelletto fuori misura per i comuni mortali. Quando il pdmenoelle chiama, l’intellettuale risponde. Sempre!» Per il crinito vaffanculista ciò significa che se non riuscirà a epurare i democratici, sarà distrutto e morirà nell’ignominia come fascista. Il regista Virzì lo ha già messo sull’avviso: «Spero si voglia bene all’Italia. Chi disprezzò gli intellettuali fu Goebbels.» Questi sciagurati non si smentiscono mai. Nel frattempo Bersani si trova nei panni del Caimano di due anni fa. Ha la maggioranza in un ramo del parlamento – per miracolo, grazie allo schifoso Porcellum – ma non nell’altro. Ma è convinto di trovarla per strada, pescando tra le truppe grilline al Senato un gruppetto di ragazzotti disposti a cambiar casacca, e fra i centristi qualche anzianotto in cerca di una poltrona. Fin qui la politica di Bersani. La bella politica sta in questo: che in caso di successo questa manovra gli varrà la nomea di statista, e la pattuglia dei voltagabbana sarà celebrata come un nobilissimo gruppo di Responsabili che ha a cuore le sorti del paese. E non mancherà l’incoraggiamento affettuoso dell’Associazione Nazionale Magistrati.

ENZO BIANCHI 19/03/2013 Dunque finalmente è arrivato: abbiamo il Papa Poverello, qui sibi nomen imposuit, per di più, Franciscum! Siccome la sapienza della Provvidenza è insondabile, e il suo onnipotente braccio agisce nel mondo nella più perfetta «maturità dei tempi», io oso credere, col permesso della Provvidenza, che il Papa Poverello sia capitato tra noi dalla Fine del Mondo, frateli e sorele, anche per confondere una buona volta la schiera fatua e petulante dei fautori nostrani di una Chiesa Poverella e Rinnovata, anzi, Rivoluzionata. Tra il mare di sospirose baggianate dedicate all’elezione di Papa Francesco non poteva mancare il contribuito del priore della Comunità di Bose, il quale su “La Stampa”, con un tratto di squisita delicatezza nei confronti dei predecessori del Poverello, ha intitolato il suo pezzo così: “Il Pontefice che si è fatto uomo”. Dovete sapere che il priore è fissato con l’uomo e l’umanità, che dalla sua penna vi vengono serviti in tale abbondanza da fare dei suoi scritti una melassa umanitaria capace di soffocarvi. Oggi il suo entusiasmo è tale che negli atti e nelle parole di Papa Francesco ha scorto il segno di promesse ineffabili, perfino di carattere lessicale: «La semplicità di questo uomo e cristiano “salito sul trono di Pietro” (si può ancora usare questa espressione?) diventato vescovo di Roma…», così ha scritto nell’articolo. E che c’è di male in questa espressione? Io dico che questo è parlar chiaro. Non vi farà mica paura, bambinetti? E poi pure Gesù, che si fece uomo, e che non volle farsi Re, disse: «Tu lo dici: io sono Re.» E sulla croce dove morì, c’era scritto chiaro, tondo, e profetico, qualunque sia la ragione, anche derisoria, che guidò la mano che vergò quelle parole: «Gesù Nazareno, Re dei Giudei». Addirittura in latino, greco ed ebraico secondo il Vangelo di S. Giovanni. Regni e Troni particolari, senza dubbio. Ma Regni e Troni. Tutta roba autentica, alla faccia del pauperismo linguistico.

[(Rispondendo a un commento) E’ lei che fa confusione. Infatti io ho scritto che “Cristo non volle farsi Re” eppure disse “Tu lo dici: io sono Re”. “Regni e Troni particolari, senza dubbio”. Re non di questo mondo, ovviamente. Ma Re. E Re dei Giudei, Re d’Israele, nella sua accezione universalista, sottratta alla schiavitù del tempo e dello spazio, del “popolo salvato” nella Gerusalemme celeste. Quanto al trono petrino – lasciando stare le implicazioni derivanti dall’esistenza dello stato del Vaticano  – esso sta a indicare un primato la cui natura non contempla, nella sua essenza, interpretazioni “di questo mondo”, comprese quindi quelle democratizzanti. (Rispondendo ad un altro) Le faccio notare che questa rubrica è fatta così. Si tratta di prendere per il bavero o impallinare ogni giorno una persona. E l’unica maniera di rispettare il malcapitato è di guardarlo in faccia e parlare con franchezza, temperando il tutto, possibilmente, con un tocco d’umorismo.]

HENRY JOHN WOODCOCK 20/03/2013 Dopo il clamore della stampa giustizialista e l’arrivo in procura di Prodi, il caso De Gregorio non prometteva niente di buono per il Berlusca. Ma non avevamo fatti i conti con un fuoriclasse capace di cambiare da solo il corso di una partita apparentemente già segnata: Woodcock, il magistrato anglo-partenopeo specialista in bolle giudiziarie. Se la sinistra non l’ha mai veramente arruolato tra i suoi eroi un motivo c’è: la prudenza. E così il Gip del Tribunale di Napoli ha bocciato la richiesta di giudizio immediato nei confronti di Silvio e dei due compari De Gregorio e Lavitola, i protagonisti della supposta compravendita di senatori. Per il Gip le chiacchiere di De Gregorio sono generiche, non provano affatto l’esistenza di un “accordo corruttivo”, e le somme di danaro passategli – a suo dire – dal Berlusca per il tramite di Lavitola si potrebbero eventualmente spiegare come un finanziamento al suo movimentino politico. Magari voi pensate che per Woodcock ciò rappresenti un mezzo disastro. E’ qui che sbagliate. Per lui un mezzo disastro è una grande vittoria, visti i precedenti. Si rimetterà al lavoro più rinfrancato che mai. Ne vedremo ancora di belle.

LIDIA RAVERA 21/03/2013 Quando scrisse, insieme a Marco Lombardo Radice, “Porci con le ali. Diario sessuo-politico di due adolescenti”, romanzetto di successo grazie all’inciucio di piccanti trasgressioni giovanili e impegno politico – il progressismo del secondo nobilitava il lato bungaiolo dei primi: funzionava così anche ai tempi del “regime” democristiano che si voleva abbattere – Antonello Venditti si chiedeva se il suo compagno di scuola si fosse salvato dal fumo delle barricate o fosse entrato, pure lui, in banca. Segno che neanche allora si pativa molto a fare i rivoluzionari, se in cambio della resa – ossia se mettevate la testa appena appena un pochettino a posto – un posticino in banca vi era assicurato. Anzi, con la “lotta”, ossia col vostro manesco, noioso e vezzeggiato protagonismo vi facevate un nome. E un nome è sempre un prezioso capitale agli inizi di qualsiasi carriera: basta guardare dove sono arrivati i barricaderos. Questi contestatori a prescindere furono un concentrato di conformismo à la page, e ambizioni vere non ne ebbero mai, a parte quella di ringiovanire con la loro presenza l’establishment. E’ per questo che la nomina della scrittrice ad assessore alla cultura e allo sport della regione Lazio suona come la consacrazione – un po’ tetra, burocratica, sovietica – di tutta una carriera.

DANIELA SANTANCHE’ 22/03/2013 I marò che erano tornati una buona volta a casa tornano in India. Il governo del «qui lo dico e qui lo nego» con la sua stoltezza e la sua debolezza adesso si è fatto un altro nemico: le famiglie dei marò, oltre a quelle dei pescatori indiani. Un fiasco che vale doppio. La prima volta che erano tornati in Italia, il governo aveva accolti i marò nel più demenziale dei modi: da capi di stato. Una pagliacciata che suonava come una excusatio non petita nei confronti dei due fucilieri e che trasmetteva l’immagine di un’Italia platealmente e ufficialmente partigiana nella vicenda. Anche quello un fiasco che valeva doppio. Il colpo di mano balzano dei giorni scorsi era figlio di un machiavellismo da disperati. Non poteva che essere, pure quello, un fiasco che valeva doppio. E infatti col dietrofront di oggi è raddoppiato. Intendiamoci, il governo, mi duole dirlo, ha fatto bene: la figura di merda se l’era garantita cacciandosi in un cul-de-sac. E’ per questo che oggi non mi vergogno della combriccola montiana, nonostante il tragico umorismo di cui ieri ha dovuto per forza fare sfoggio, dopo certe ore penose, nell’assicurare famiglie fin lì troppo attonite per poter piangere che «la pena di morte era esclusa». E’ con questa battuta che il dramma vero è scoppiato. Oggi comunque me la prendo con altri campioni, pure loro doppiamente sprovveduti. Qualche giorno fa, vergognandomi per Terzi, avevo chiuso l’articoletto con queste parole: «Quand’anche la cosa fosse stata contrattata sotto banco con le autorità indiane, è una soluzione che rischiamo di pagare salatissimo in termini d’immagine. Perché in questo momento ci sono centinaia di milioni di indiani che se sospettano e brontolano contro un governo, il loro, che su questo caso si è dimostrato inetto, debole e forse corrotto, non hanno invece il minimo dubbio, e lo gridano, che l’Italia si è confermata se stessa in tutto il suo splendore: il paese dei mafiosi e dei mancatori di parola. Lo dico ai cretini che oggi hanno ritrovato l’orgoglio nazionale.» Evidentemente tra questi ci doveva essere anche l’onorevole Santanché, la pasionaria del Pdl, che ieri ha tuonato furibonda: «Vergogna! I marò riconsegnati all’India. Ma dove è finito l’orgoglio nazionale?» Ma nel cesso, cara mia, nel cesso, dove era sempre stato.

[(Risposta ai commenti, rielaborata) I marò, anche per il loro bene, non avrebbero dovuto MAI tornare a casa. Ciò è servito a ingarbugliare la vicenda a tutto vantaggio del governo indiano, che ha avuto modo di dare una prova di magnanimità che non gli costava nulla o quasi, che caricava di responsabilità (e tentazioni) l’Italia, che caricava di facili illusioni le famiglie dei marò, che distoglieva l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica dalla posizione scomoda in cui si trovavano le autorità indiane; una manovra diversiva, insomma, a tutto nostro sfavore, che toglieva ulteriore linearità e forza di pressione ad un governo italiano che già aveva tergiversato troppo e malamente, e che sul quel poco o niente di linea negoziale non aveva cercato né trovato l’appoggio della diplomazia internazionale, specie quella comunitaria. Piaccia o non piaccia, il ritorno dei marò in India serve a rimettere le cose nel binario giusto – anche se i nostri cinguettanti e fatui ministri non si sono adoperati di proposito in tal senso, a dimostrazione che a volte si fa la cosa giusta senza sapere quel che si fa – a patto che il governo abbia voglia di giocare la partita in punta di diritto sgobbando duramente sul piano diplomatico, con una sola voce e con una sola linea, come andava fatto fin dall’inizio dopo l’errore fatale dell’attracco della nave coi marò. Trattenere a casa i fucilieri ci metteva dalla parte del torto agli occhi dell’uomo della strada del vasto mondo, perché costui capisce benissimo cosa vuol dire «mancare alla parola data», mentre rinuncia perfino a tentar di capire le sottigliezze del diritto. Quanto al caso visto dal lato degli “affari” e di Finmeccanica, dico che la diplomazia che si fa sotto il tavolo rischia di essere vana se quella che si fa sopra si è squagliata e non le offre riparo. Quanto alle rodomontate dei patrioti nostrani, esse non sono purtroppo che l’altra faccia della medaglia della stessa inettitudine. O quasi, diciamo.]

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (113)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

L’INTERCETTAZIONE TELEFONICA 11/02/2013 Nel nostro particolarissimo paese questa svergognata non solo ha ormai una sua propria personalità, ma di questa ha anche i disturbi. Perciò, come il pacifista viene preso da furore e indignazione al cospetto di certe guerre, mentre non lo puoi svegliare nemmeno col cannone quando si scannano spietatamente in altre; così l’intercettazione telefonica cade preda di un protagonismo incontrollabile quando la nostra impareggiabile magistratura bracca le cricche dei berlusconiani, mentre è più discreta di una monaca di clausura quando la nostra specchiatissima magistratura indaga laboriosa e riservata sui pasticci combinati dai compari della sinistra. Da quando è scoppiato il bubbone del Monte dei Paschi, ad esempio, non una che si sia offerta di titillare i nostri ormai drogati orecchi. E non ci manca tanto quella che inchioda l’indagato alle sue responsabilità, ma quella che lo inchioda al suo sordido, meschino, volgare e ordinario quotidiano, alle donnine soprattutto, condimento indispensabile ed eterno di ogni scandalo. Ma per fortuna è spuntata la pista Verdini, e con essa la traccia di alcune telefonate fatte dal brutto ceffo pidiellino al condottiero del Monte. Anche se non sembra roba forte, voglio credere che non se la terranno tutta per loro.

IL FINANCIAL TIMES 12/02/2013 L’antiberlusconismo è una malattia subdola. Se non siete di sinistra, comincia di solito con qualche distinguo o con qualche alzata di sopracciglio. Lì vi dovete fermare, perché sennò il virus vi devasterà. Lo prova il fatto che l’epidemia ha da tempo varcato con successo le Alpi. Sono lustri, per esempio, che le gazzette della grande finanza anglosassone ci dicono che Mr. Berlusconi is unfit to lead Italy. Ma col tempo i toni sono cambiati da così a così. Con la sua inesplicabile e beffarda resistenza il celodurismo carnevalesco del Cavaliere è riuscito a sgretolare anche la rinomata compostezza britannica. Prendete il titolo dell’ultimo editoriale del Financial Times: “L’Italia dovrebbe solo dire no a Silvio”. Non solo suona ruvidamente paternalista, ma in quel confidenziale “Silvio” non vi sembra forse di notare la progressione di una patologia mediatica tipicamente italiota, e starei per dire berlusconiana? E non vi sembra di cattivo gusto che il bollettino del capitalismo corretto in omaggio a Silvio ripeschi una parola come “plutocrate”, che signoreggiava nella propaganda dei regimi totalitari? E non vi pare che certi moniti come questo: “Gli investitori sarebbero molto ostili a comprare debito italiano, e ciò costituirebbe una minaccia per la sostenibilità finanziaria”, somiglino nello stile ai consigli dei bravi di manzoniana memoria o a quelli dei picciotti? Tutta roba italianissima?

FABIO FAZIO 13/02/2013 Fabio era contento, ieri, di essere a Sanremo. A dimostrazione che lo sciocchino dal bolscevismo non è del tutto guarito, nonostante i sorrisetti di sufficienza, il conduttore ha esordito con un pippone introduttivo a edificazione del popolo: «Il festival è un evento popolare, ma popolare non vuol dire facile né volgare né di bassa qualità», ha spiegato. Il popolo, fin lì ignorante, avrà apprezzato. Poi ha rivelato, sempre al popolo, che quest’anno cade il bicentenario della nascita di Verdi, il quale scrisse alcune delle pagine più popolari della musica. E infine con un «Viva Verdi!», ha dato il segnale all’orchestra di attaccare il “Va pensiero”: una velata misura di profilassi patriottica-costituzionale, degna forse delle defunte democrazie popolari o dei defunti stati corporativi, che però, nella pur sbrindellata democrazia italica, somiglia più a una excusatio non petita. Di solito un evento «popolare», una volta accesa la miccia, va avanti per conto suo senza neanche sognarsi di presentare un certificato d’idoneità artistica o di buona condotta civile o di mostrare i quarti di nobiltà. Per decenni il Festival di Sanremo è stato una semplice e spensierata boiata pazzesca. Adesso che i damerini della società civile, martirio dopo martirio, si sono mangiati pure il Festival, oltre al supplizio di essere inseguiti dagli echi della boiata pazzesca, rischiamo pure il «dibattito» sul perché la boiata pazzesca sia divenuta improvvisamente degna di loro. Poveri cretini.

IL MAGISTRATO FILOSOFO 14/02/2013 Per il Gip di Busto Arsizio, Luca Labianca, l’ipotizzata consuetudine al pagamento di tangenti dell’AgustaWestland costituirebbe una «filosofia aziendale». E, sempre nell’ambito dell’inchiesta Finmeccanica, scrive che i vertici del gruppo avrebbero cercato di manomettere le prove, o per usare il suo stesso astruso linguaggio, si sarebbero «attivati nel porre in essere condotte di sovvertimento della genuinità delle prove». Condotte di sovvertimento, perbacco! Siamo forse maliziosi se pensiamo che con queste ridondanti sfumature moralistiche il magistrato voglia suggerirci che dietro la pratica della corruzione c’è una certa qual censurabile indegnità morale che in questi tempi calamitosi alberga in una certa umanità antropologicamente ben definita? E sbagliamo proprio di grosso se pensiamo invece che dietro questo vernacolo ci sia una certa qual magistratura, anch’essa antropologicamente ben definita, che si è messa in testa di moralizzare la nazione?

LA LOTTA ALLA CORRUZIONE 15/02/2013 Per il nuovo segretario del Partito Comunista Cinese la lotta alla corruzione è una priorità assoluta. E già se ne vedono i segni. Il Quotidiano del Popolo, per esempio, ha messo all’indice la festa degli innamorati. Sembra che a San Valentino certi membri del partito perdano la testa e spendano fortune in regalini per le loro mantenute. Sul quotidiano è apparsa anche una lista con nomi e cognomi dei funzionari coinvolti, compresi, guarda caso, tre pezzi grossi già caduti in disgrazia durante l’ultima purga. Cose cinesi. La lotta alla corruzione, come la corruzione, trionfa infatti soprattutto in quei paesi dove l’universalismo occidentale è penetrato brutalmente portandovi lo stato “moderno” ma non la libertà. La lotta alla corruzione è spesso l’unico programma politico dove la politica non esiste, ma esiste solamente il potere politico. Nei paesi dove la politica esiste, come l’Italia, è il programma politico di chi vuole risolutamente uccidere la politica. Oppure è l’ultima risorsa del politico incapace, l’opzione fallimentare di chi non ha la più pallida idea di come far crescere il senso civico della nazione, la scorciatoia che sta a quest’ultimo come il ricorso al debito pubblico sta alla crescita economica. Mettili insieme, e avrai il più fetido dei populismi.

Servizi giornalistici deviati

Nessuna sorpresa. Oggi come ieri. Ieri come l’altro ieri, e come ormai mezzo secolo fa. Orde di lanzichenecchi di sinistra in piazza a fare il bello e il cattivo tempo, e poi a finire sotto inchiesta sono i poliziotti, colpevoli, signora mia, di qualche lacrimogeno erratico, o di qualche manganellata ingiustificata. Insomma, il più delle volte, le sbavature fisiologiche di ogni intervento massiccio a difesa dell’ordine pubblico, in tutto il civile e democratico mondo reale. Ma poi si mette in moto la macchina del fango, quella vera. E gli specialisti del depistaggio, quelli veri. Spezzoni di video, qualche istantanea, ossessivamente rilanciati dai media, ed ecco che le vittime vengono trasformate in carnefici, come da programma. Infatti sapevamo che sarebbe finita così sin dal giorno innanzi. Grazie alla complicità dei giornali di sinistra, e alla viltà dei giornaloni. Questi parolai della democrazia. Questi cultori della legalità del piffero. D’altronde l’Italia è il paese del «massacro della Diaz», l’unico «massacro» della storia dell’umanità, da Adamo in poi, a non aver fatto neanche un morto. Di questa barzelletta in Italia non ride nessun comico. Perché la Notte della Democrazia è un capitolo fondamentale della Storia Deviata, il Libro Sacro della sinistra italiana.