Caos libico ed italiche facce di bronzo

Il vizio della memoria è una di quelle vezzose espressioni con le quali periodicamente si fa bella l’Italia Migliore, al solo scopo, s’intende, di mascherare la propria naturale spudoratezza; per cui in realtà nel suo caso si dovrebbe piuttosto parlare di vizio di memoria. Quel bel tomo di Romano Prodi, per esempio, ieri l’altro, col felpato ma sussiegoso opportunismo che da sempre lo accompagna, ha detto che il caos libico è frutto degli errori dell’Occidente; e che «L’Italia ha addirittura pagato per fare una guerra contro i propri interessi: Berlusconi si è fatto trascinare dalla Francia ed è entrato in guerra». 

Ora, non occorre certo tuffarsi nel web per farsi ritornare la memoria e scoprire come andarono veramente le cose in quel fatale inverno del 2011. Berlusconi resistette fino all’ultimo. Ad assediarlo non furono solo le cancellerie occidentali, ma anche il coro della gran parte dei media italiani; l’illustre presidente della Repubblica, Napolitano Giorgio, strenuo sostenitore dell’intervento armato; il Partito Democratico, la cui segreteria nazionale denunciò «la drammatica inadeguatezza della iniziativa politica del presidente del Consiglio e del ministro degli Esteri di fronte alla sanguinaria risposta del colonnello Gheddafi nei confronti della richiesta di democrazia da parte del popolo libico»; l’esaltato Di Pietro e tutto il resto della compagnia cantante. Anche Confindustria pressò Berlusconi affinché il governo prendesse posizione in merito alla «cessazione di questo genocidio che certamente è drammatico». E persino il suo ministro degli esteri, il pavido Frattini, dopo qualche titubanza iniziale prese a remargli contro, diventando il ventriloquo di Cameron, Sarkozy e Al Jazeera. Berlusconi, insomma, era dipinto come l’irresponsabile che resisteva, resisteva, resisteva.

E questo senza contare che, al momento dello scoppio della fantomatica primavera libica, Berlusconi era da qualche settimana nel mirino dei nuovi campioni liberal-progressisti dell’Occidente per non aver ceduto all’isteria generale e aver parlato con ragionevolezza (e lungimiranza, oggi possiamo davvero ben dirlo) in difesa di Mubarak, un autocrate talmente placido da essere stato considerato per trent’anni di fila un amico dell’Occidente e un campione di ragionevolezza nel mondo arabo dagli stessi figuri – per esempio molti attempati e autorevoli editorialisti della nostra stampa – che nel giro di 24 ore lo abbandonarono al suo destino, salutandolo col nome stravagante di dittatore.

Non risulta che in quei giorni di fuoco l’ottimo Prodi abbia levato la sua voce alta e forte a sostegno del Cavalier Riluttante. Pensò solo a fare il pesce in barile e a mettere in evidenza la diversità di stile dei suoi rapporti con Gheddafi rispetto a Silvio il cafone: in una parola, aria fritta. Solo qualche mese dopo l’inizio della caccia grossa a Gheddafi, visto che le cose sul terreno andavano per le lunghe, accennò prudentemente al fatto che forse la via negoziale alla risoluzione dei torbidi libici non era stata sufficientemente esplorata. Il che non gl’impedì di dire, nel giugno del 2011, che «Le rivolte in atto in Medio Oriente e Nord Africa hanno portato ad un indebolimento della nostra presenza e dei nostri interessi a vantaggio di altri» riferendosi soprattutto a «Francia e Gran Bretagna che avanzano dove noi arretriamo», e che a nuocere all’Italia erano state «le continue oscillazioni di posizione come avvenuto sulla Libia». Come interpretare queste “continue oscillazioni” se non come quelle dovute alla riluttanza berlusconiana a piegarsi ai dettami del trio Obama, Sarkozy, Cameron?

Ma di questo brutto vizio della smemoria Prodi non è che un campione fra i tanti dell’Italia Migliore. L’ineffabile Antonella Rampino, per esempio, ieri su La Stampa, in un articolo intitolato “Un disastro frutto anche della rivalità Roma-Parigi” ha riassunto così la genesi dell’intervento militare occidentale in Libia: «Ma prima, durante e dopo un intervento tutto calato dal cielo, c’è la divisione tra Paesi europei. È la Francia anzitutto a premere sulla Nato prima e sul Consiglio di Sicurezza Onu poi per la copertura multilaterale ai bombardamenti francesi ed inglesi, cui si aggiungeranno per breve tempo anche gli americani. Occorre detronizzare un feroce dittatore che ha fatto mitragliare il suo stesso popolo (era anche quella una primavera araba) dall’alto dei suoi Mig. La Nato ha le prove: il tracciato dei voli. L’Italia si accoda per non lasciare le risorse energetiche in mano a francesi e inglesi. La Germania, invece, preda della sua storia di disinteresse al Mediterraneo, passa la mano.» Sbaglio, o sento una punta di sarcasmo in quell’«intervento tutto calato dal cielo», in quel «feroce dittatore che ha fatto mitragliare il suo stesso popolo», e una punta di disprezzo per quell’Italia servile «che si accoda»?

Eppure nel marzo del 2011 La Stampa non aveva paura di raccontare la verità, grazie alla penna di Ugo Magri, visto che evidentemente questa verità, a parere di chi scriveva, metteva in una luce ridicola Berlusconi: «Quando il Cavaliere si rende conto che l’Onu sta per decidere la “no-fly zone”, in pratica l’intervento militare, di corsa provvede a emendarsi. (…) E tuttavia, una volta dato a Silvio quel che è di Silvio, nessuno degli sviluppi successivi sarebbe stato possibile senza l’intervento di Napolitano. Il suo richiamo alle “decisioni difficili” attese nella giornata di ieri, ma soprattutto l’appello a valori più alti della pura realpolitik (“non lasciamo calpestare il Risorgimento arabo”) hanno avuto l’effetto di sgombrare il campo da ostacoli su cui Berlusconi sembrava destinato a inciampare.(…) Si vede a occhio nudo che intervenire contro Gheddafi non lo convince per niente. (…) Piuttosto Berlusconi si adegua alle decisioni Onu in quanto costretto, forzato dalle circostanze, senza l’intima convinzione di chi sventola una bandiera ideale, e senza neppure la certezza di fare la scelta giusta.» Che però, per la grande stampa italiana, era giustissima.

Nel frattempo, di fronte all’avanzata e alle mattanze dei tagliagole dell’Isis in Libia, Berlusconi si è detto favorevole all’eventuale partecipazione dell’Italia ad un intervento di forze militari internazionali. Prodi, dal canto suo, non solo si è dichiarato fortemente scettico ma ha sottolineato la necessità, di fronte alla complessità del caso libico, di «esperire, prima di tutto, tutte le azioni diplomatiche e civili». E’ sempre lo stesso Prodi del 2011: il pesce in barile, in attesa di pontificare seriosamente a cose fatte.

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Libia stuprata e abbandonata

Il fallimento lo avevo messo in conto: tre anni fa, agli inizi del conflitto, quando ancora Al Jazeera e la diplomazia occidentale parlavano la stessa lingua, io avevo parlato, invece, de «l’intervento militare più cretino di questo secolo» e di «una storiaccia che non può finir bene»; ma certo un esito così disastroso, o per meglio dire, un esito così ignominiosamente disastroso, andava al di là di ogni possibile immaginazione. Non essendovi stata alcuna «primavera libica», tranne che nella testa del vanesio Bernard-Henry Lévy e del vasto popolo dei rivoluzionari da salotto, oggi non è neanche possibile intravvedere dietro la cortina della guerra per bande e del caos totale una qualche «società civile» sulla quale in un futuro più o meno prossimo rifondare una nuova Libia. Sarkozy, Cameron e Obama agirono per semplice opportunismo: scelsero di voltare le spalle al loro amico Gheddafi – amico da almeno più di un lustro – pensando di portarsi a casa facilmente un bel trofeo, di compiacere parte del mondo arabo, di estendere la propria influenza nella regione, il tutto a prezzo scontatissimo, impegnandosi quel tanto che bastava per portare a termine con successo la caccia grossa al Raìs. Il falso umanitarismo democratico che li aveva spinti ad intervenire senza costrutto, ora, quando un intervento «umanitario» assai muscolare e deciso sarebbe più che mai necessario, li spinge a mollare l’osso e ad abbandonare a se stesso un paese in macerie ed in mano non a uno, ma a orde di banditi che ammazzano con allegra ferocia «il loro stesso popolo».

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (126)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

BEPPE GRILLO 13/05/2013 La «meglio gioventù», oggi come allora, è in genere fatta di giovanotti arroganti, raccomandati, opportunisti, senza una sola idea che non sia quella di urlare più forte degli altri contro fascisti e corrotti. E’ solo un modo piuttosto spudorato di essere conformisti. Grazie a questa spirituale connivenza col vero regime, ritroviamo dopo qualche decennio questi vili furbacchioni, sempre in genere, perfettamente sistemati nel supposto regime, dopo aver fatto le scarpe a tanta gente meno troglodita di loro ma anche meno spudorata e raccomandata. Giunti felicemente al porto alto-borghese, costoro giudicano che sia tempo di autocelebrarsi, e di propagandare la statura eroica delle loro imprese giovanili, statura eroica che serve appunto a sublimarne la scelleratezza e la costante dabbenaggine. In chiaro il messaggio è questo: anche quando sbagliavamo (cioè sempre) eravamo i migliori, in virtù della nostra nobiltà d’animo. Beppe Grillo sta con questi filibustieri. Lo ha detto ieri, papale papale, commentando sul suo blog la manifestazione pidiellina di Brescia: «Nei vicoli che portavano alla piazza del Duomo di Brescia sono sfilati ieri, insieme e contrapposte, la meglio gioventù e la vecchiezza della Repubblica.» Sempre le stesse bubbole, da mezzo secolo: siamo alla demenza senile.

IL SISTEMA PROSTITUTIVO ORGANIZZATO 14/05/2013 Ma se voi avete voglia di un gelato, che fate? Mettete su una fabbrichetta di gelati o ve lo comprate? Se siete matti come Berlusconi probabilmente mettete su la fabbrichetta. Pensate, per esempio, ai «sistemi prostitutivi organizzati». Ce ne sono di tutti i colori, da quelli di strada a quelli di alto bordo. Un mercato un po’ sordido, ma sempre un mercato. Se sganciate il giusto, potete sollazzarvi con escort da infarto nel massimo della riservatezza: ne sono sicuro, anche se non ho mai avuto il piacere, se non altro per la mancanza di mezzi. «Sganciare», appunto. Perché, sembrerà strano, ma i «sistemi prostitutivi organizzati» sono «organizzazioni», appunto, a scopo di lucro. Come le fabbrichette, appunto. Berlusconi invece, piuttosto di fare una telefonata o mettere in moto qualche suo fidato tirapiedi, si fa un «sistema prostitutivo organizzato» tutto per sé, non per guadagnarci ma per rimetterci. In pratica un allevamento di belle pollastrelle, un harem di concubine profumatamente pagate, un’allargata ed interrazziale famigliola di mantenute. Appunto: «mantenute». Se siete dell’avviso che le «mantenute» nella stragrande maggioranza dei casi siano delle «puttane», nel senso di «baldracche», probabilmente avete ragione. (Ancora per poco, però: la «puttanofobia» tra non molto sarà un reato, grazie anche ad una campagna di sensibilizzazione di “Repubblica”, e in particolare all’appello “Siamo tutti&tutte puttane”, primo firmatario Saviano.) Ma le «mantenute» non sono «prostitute», anche se possono esserlo part-time e in proprio, all’insaputa o nel disinteresse di chi le mantiene. Il concetto è chiaro fin dalla notte dei tempi. Nessuno ha mai avuto niente da ridire. Ci voleva la Procura di Milano per scombinare l’ordine cosmico. Anche Cavour, lo statista, aveva la sua mantenuta, una ex ballerina. Ed erano i tempi della Politica con la “P” maiuscola. E tre o quattro mantenute sono tra le infelici eroine della Commedia Umana balzachiana, regine dei teatri e delle «cene eleganti»: infelici perché non ebbero la fortuna d’incontrare un vecchietto generoso e disinteressato come il Cavaliere.

ITALIA FUTURA 15/05/2013 Io non ho mai capito cosa sia Italia Futura. La ragione è questa: non lo sanno nemmeno loro, i futuristi. Loro sono un augusto consesso di teste d’uovo che si squagliano come neve al sole non appena l’arbitro fischia l’inizio della partita. Ma nella fase di riscaldamento sono formidabili: esercizi splendidi e propositi ferrei. Annusando il patatrac montiano, già in campagna elettorale si erano eclissati. Poi si sono imboscati del tutto. Ora che lo stallo post-elettorale ha trovato uno sbocco, per quanto precario e conflittuale, ricominciano a pontificare dall’alto della loro vuota albagia giovanilista, efficientista, modernista, discontinuista, e via cazzeggiando. Luca Cordero di Montezemolo e Nicola Rossi hanno lanciato infatti il progetto “Italia Futura 2.0”, che già coll’originale suo nome firma una condanna definitiva all’oblio. Ma cos’è dunque la nuova Italia Futura? E’ quella di prima, Italia Futura Reloaded. Questo ectoplasma, dovete sapere, «è nella politica, ma al di fuori dei partiti, e non è, non può essere, non vuole essere la “corrente” di nessun partito». Per Italia Futura «è arrivato il momento di riprendere la strada maestra, tornando alla mission iniziale: promuovere il dibattito civile e politico sul futuro del Paese, dando voce a chi non si rassegna a contribuire alla vita pubblica solo il giorno delle elezioni». Essere, o non essere, questo è il suo dilemma: se sia meglio soffrire nell’animo le frecciate e le pernacchie dell’oltraggiosa fortuna o prendere finalmente il toro per le corna, e chiudere senz’altro bottega.

JOHN KERRY 16/05/2013 E allora ricapitoliamo. L’ex terrorista su grande scala Gheddafi cominciò il suo avvicinamento all’Occidente verso il 2000. Nel 2005 gli si era già arreso, in cambio della vita, del potere in Libia, e del privilegio di pavoneggiarsi come la più bizzarra delle popstar davanti ai potenti della terra. L’affare era abbastanza vomitevole, soprattutto per gli anti-gheddafiani, reaganiani & guerrafondai della prima ora come il sottoscritto, ma era stato chiuso. Gheddafi ormai non era niente più che un pittoresco vassallo, perché il Rais, che già al suo eccentrico modo fu sempre molto «laico», era più che mai isolato nel mondo arabo: i «moderati» di lui non si erano ovviamente mai fidati, gli «estremisti» lo consideravano un traditore. La sua Libia era un paese spopolato e potenzialmente ricco. Gli accordi economici con l’Occidente si moltiplicavano, in primis naturalmente con l’Italia. L’Occidente aveva tutto l’interesse di mettere a profitto la dorata vecchiaia assicurata a Gheddafi per estendere la sua influenza “democratizzante” sul paese nord-africano. Venne lanciata, invece, da parte francese, britannica e americana, pur di correre dietro alla moda delle “primavere arabe” e ingraziarsene i protagonisti, pur di comprarsi a prezzi di saldo una facile gloria, e magari nella speranza segreta di ricolonizzare il paese, l’inconsulta campagna di Libia, la più deficiente campagna militare di questo inizio di terzo millennio. A un anno e mezzo dalla morte di Gheddafi la Libia è un paese in preda all’anarchia, conteso da tribù, qaedisti e salafiti. Gli USA non sanno che pesci pigliare ma intanto rafforzano le loro piattaforme logistiche in Italia. Le cose devono andare maledettamente male se il Segretario di Stato John Kerry, sbarcato a Roma nei giorni scorsi, ha stimato opportuno mettere in chiaro che «l’Italia, per il rapporto privilegiato che ha con la Libia, può svolgere un ruolo cruciale per la stabilità del Paese e noi vogliamo lavorare con Roma» e che «in Libia ci sono ancora tantissime sfide e l’Italia può avere un ruolo cruciale per portare stabilità», dichiarazioni che sembrano, sì, un “mea culpa”, ma molto di più una presa per il culo.

CARLO AZEGLIO CIAMPI 17/05/2013 Non è mai troppo tardi per diventare un eroico oppositore del regime berlusconiano. Veniamo ora a sapere che l’ex presidente della repubblica si era tenacemente opposto, nelle sale ovattate del potere, alla partecipazione dell’Italia alla guerra in Irak. A suo dire il losco affare fu deciso a quattr’occhi tra Bush e Berlusconi, e chissà cosa c’era di occulto e inconfessabile nelle pieghe di questo accordo! Roba da «aprire un fascicolo», immagino (e diciamolo a voce bassa: ci sono tanti mattacchioni in toga in giro). Ciampi dissentiva nel merito e nei metodi di questa politica estera. A patirne di più – chi l’avrebbe mai detto? – era la nostra beneamata Costituzione. Dice Ciampi: «Non si può impostare una politica estera su base personale senza neppure comunicarla a chi ha le prerogative istituzionali per condurla e implementarla. Mi costa dirlo, ma questa è la mentalità che rischia di prevalere: le istituzioni non contano, la Costituzione diventa da stella polare un intralcio che rallenta il corso delle cose». Mah, il presidente che «conduce e implementa la politica estera» mi sembra una barzelletta: al massimo ne officia i riti con la sua augusta figura, sempre un po’ sacrale. Però, sapete com’è, la nostra Costituzione è spesso stentorea, verbosa e ambigua insieme, e quindi interpretabilissima: la puoi stiracchiare o restringere a piacimento. Per molti decenni all’Italia progressista piacque la figura del presidente firmaiolo, soprammobile della repubblica. L’irrequieto Cossiga lo si voleva mandare in manicomio. Poi arrivarono i governi Berlusconi, e i presidenti della repubblica si sentirono in dovere di fargli da tutori, e cominciarono a mettere il becco su tutto. E la repubblica – nel pieno rispetto della Costituzione, s’intende – cominciò a diventare presidenziale per far fronte al pericoloso cripto-presidenzialismo berlusconiano, negatore della Costituzione.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (83)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

BRUNO TABACCI 16/07/2012 Giunto felicemente al suo primo quarto di secolo di vita, Bruno Tabacci fece i primi passi della sua carriera politica nella Democrazia Cristiana. Era un solidissimo centrista, ragion per cui già allora strizzava l’occhio al nemico: il suo mentore era infatti Giovanni Marcora, uno dei tanti guru della sinistra democristiana. Partito da consigliere comunale ed arrivato alla presidenza della regione Lombardia (grazie all’appoggio di Ciriaco De Mita, segretario del partito e pezzo grosso della ovviamente imprescindibile sinistra democristiana), Bruno giunse pure al suo quarto di secolo di vita nella Dc, ma non tanto felicemente: fu travolto da Mani Pulite insieme al partito, anche se dopo qualche annetto la magistratura gli ridiede l’onore. Passata la buriana giustizialista, che gli aveva raffreddato i naturali empiti amorosi nei confronti dei rossi, Bruno entrò nell’Udc, allora berlusconiana. Ma non durò molto. Ai tempi del governo Prodi s’inventò la sinistra Udc, divenendone la solitaria bandiera. Poi passò al Pd, e subito dopo all’Api. Quindi divenne assessore nella giunta di centrosinistra del rossissimo sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, per molti anni aspirante rifondatore del comunismo. Ora Bruno si candida alle primarie del centrosinistra, e non vede affatto male la partecipazione della sinistra vendoliana alla coalizione. Come non è affatto male la traiettoria politica del nostro, peraltro del tutto legittima. Il guaio, grosso, è che Bruno – e con lui tutti i Tabacci d’Italia – è sinceramente convinto che siano gli altri ad essere venuti a lui, e non lui ad aver cambiato campo. Chiedeteglielo: sarà lui stesso a confermarvelo, e vi guarderà con commiserazione, stupito dalla vostra scarsa intelligenza. E allora capirete, invece, perché quando sente parlare di “centrodestra perbene” ed altre facezie simili, il popolo “moderato”, quello che vota, se la dia puntualmente a gambe levate, via lontano da tanta probità.

GIULIANO FERRARA 17/07/2012 @ferrarailgrasso ha sempre avuto un debole per Rosi Bindi. No, non scherzo. Voglio dire, l’ha sempre considerata una donna verace. Cioè, voglio dire, le ha sempre riconosciuto una sua bislacca, simpatica autenticità. Quindi non mi sorprende che con animo donchisciottesco abbia voluto duramente riprendere quel fellone di Grillo: una botta di vita, nel senso più nobile del termine, in un periodo di magra come questo. Devo tuttavia dire, caro Giulianone Cuor di Leone, che il beau geste non ti è riuscito tanto bello. Forse l’infiammato cuore ha ottuso la tua nota finezza da spadaccino della parola: «La dichiarazione da puttaniere su Rosi Bindi dimostra che Grillo ha un pisello piccolissimo», hai scritto su Twitter e riportato sul Foglio.it, cedendo ad uno dei più disgustosi miti del volgo. Infatti, che significa screditare Grillo per il «piccolissimo pisello», ancorché in senso figurato, se non dare credibilità all’eresia del Superpisellone, che ogni persona bennata, come io e te, disprezza dal più profondo dell’anima? Quale vantaggio potrà mai venire all’uomo dal possesso di un ingombrante salsicciotto, e quale qualità estetica si potrà mai inverare in un’orrida proboscide? E quale donna mai, se non prezzolata, potrà apprezzare un simile mostro? Radici antichissime ha il dogma della binità del Pisello: unico è il Pisello, ma due sono le Persone, il Pisellone e il Pisellino, corrispondenti ai due stati fondamentali in cui è possibile conoscerlo in natura: at-tenti! ri-poso! E sia il buon gusto sia la comodità vogliono che nel primo stato il Pisello abbia eleganti proporzioni, e svetti dritto e vittorioso contro la volta celeste, improba impresa per un affarone ingobbito; e che nel secondo si riduca con vereconda discrezione alle dimensioni dell’organo riproduttivo del Putto, come dimostrano esempi eccelsi, in primis i Bronzi di Riace: controlla, controlla pure.

GIANFRANCO POLILLO 18/07/2012 Avrebbe fatto meglio a tenersela nella sua vulcanica mente, il sottosegretario all’economia Gianfranco Polillo. L’idea che l’accorpamento di un certo numero di festività si scarichi automaticamente sul PIL con effetti positivi, e quindi semi-miracolosi data la situazione, sembra il frutto di una fede mezzo astrochiromantica in quello scientismo economico che si esalta soprattutto nelle frazioni decimali: il dirigismo economico, infatti, pecca nelle cose piccole come in quelle grandi. Ma questo è il meno. Quello che non possiamo perdonare al sottosegretario è di aver inutilmente messo in subbuglio i pasdaran della Repubblica Italiana, gli antifascisti dell’Anpi, che appena hanno il visto il 25 aprile e il primo maggio in pericolo, hanno dato fiato alle loro implacabili e assai ripetitive trombe: possono capire tutto, i nostri magnanimi partigiani, «ma che si debba rinunciare alla storia, a quelli che sono i fondamenti comuni del nostro vivere civile, ci sembra davvero troppo». E perché mai? Loro ci sono riusciti benissimo: alla storia, alla nostra storia, hanno rinunciato fin da principio, avendola ridotta a una o due date, sulle quali campano alla grande, e rompono altrettanto.

BARBARA SPINELLI 19/07/2012 Moody’s declassa il debito italiano, lo spread risale, e tutti quanti noi, chi più chi meno, a chiedercene imbufaliti la ragione. Eppure la risposta è facilissima: l’annunciata e pochissimo strombazzata ridiscesa in campo del Cavaliere. Noi, come popolo, non ci possiamo arrivare appunto perché italiani, bipedi abituati a vivere oramai in casa con l’immondizia, a respirarne a pieni polmoni, quasi con soddisfazione, l’olezzo fragrante, e a guardare con occhi tranquilli in faccia al mostro, senza coglierne la mostruosità. Barbara invece l’ha capito subito. Lei è cittadina del mondo, legge i giornali stranieri, in ispecie quelli delle contrade più civili, dove trova conferma delle sue superiori vedute. E’ per questo che i suoi articoli viaggiano sempre scortati da citazioni tratte da questa o quell’autorevole testata, dai virgolettati di questo o quell’illustre nome della cultura, della politica, delle scienze che il mondo ci offre al di fuori dei nostri angusti e miserabili confini. Ed è per questo che lei fa parte di quell’italianissima sottospecie, quella migliore, che allo straniero chiede sempre legittimazione.

GLI SMEMORATI DI LIBIA 20/07/2012 Piagnucolano molto i giornali e i telegiornali sulla sorte dei poveri siriani. Bisogna dire che ormai è proprio un bel macello, degno in tutto della pittoresca ferocia delle guerre civili. Chi li conta più i morti? Quisquilie, per russi e cinesi, che continuano imperterriti a porre il veto ad ogni risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che avalli più o meno velatamente il regime change. L’ultima, oltre al voto negativo di Russia e Cina, ha visto le astensioni di due altri paesi, tra cui quella del Sudafrica. Ciò significa che dei quattro paesi Brics (sui cinque totali) attualmente membri del Consiglio di Sicurezza, solo uno, l’India, ha votato a favore della risoluzione. Vi ricordate? Pur di dare inizio alla caccia grossa a Gheddafi li avevamo presi per i fondelli, dimenticando che anche gli staterelli tascabili, vere barzellette tipo Andorra o San Marino, hanno il loro amor proprio, figuriamoci questi colossi. Lo so che gli analisti credono di più ai rapporti di forza, agli «interessi», alla formidabile forza inerziale che la tradizione convoglia nella politica estera di ogni specifico paese, ma trascurando l’amor proprio a mio avviso commettono un errore imperdonabile di superficialità. Le passioni dominano il mondo, anche a livello di tribù o di nazione. La guerra di Troia ne fu la dimostrazione scientifica, fin da principio. Ed io al grande Omero credo religiosamente.

La crisi siriana e la cambiale libica

Un anno fa furono le astensioni russa e cinese sulla risoluzione ONU, che decretò la no-fly zone sui cieli libici, a dare il segnale d’apertura della caccia a Gheddafi, un vecchio nemico dell’Occidente non più nemico, un vecchio foraggiatore del terrorismo internazionale convertitosi ad un affarismo proficuo per lui e per il suo spopolato e potenzialmente ricco paese, uno spelacchiato Lady Gaga della politica araba a capo di un regime dittatoriale che la rinnovata influenza occidentale stava già addolcendo. Fummo in pochi ad avvertire che l’allegrissima – fino all’irrisione – interpretazione della no-fly zone avrebbe avuto conseguenze pesanti nei rapporti tra Occidente e le nuove potenze continentali emergenti. E’ singolare che proprio nel momento in cui la vitalità barbarica dei Brics viene contrapposta, con una punta di ammirazione, alla stanchezza senile di Europa ed USA, si sia scelto di andare ad una prova di forza con i primi nella convinzione di ottenerne un riallineamento a cose fatte, dopo la caduta di Gheddafi. Ed è imperdonabile che lo si sia fatto senza una ragione seria, ma per togliere di mezzo uno che all’Occidente si era arreso da lustri, per soddisfare a buon mercato la vanità di qualche capo di stato o di governo in cerca di rilancio, per procurarsi dei profitti di guerra di stampo vagamente neo-coloniale e per compiacere insieme l’amor proprio dell’opinione pubblica democratica più salottiera e gli islamisti danarosi di Al Jazeera. Avvertimmo che questi nuovi protagonisti della scena mondiale dalla vicenda sarebbero usciti certamente ammaestrati, ma non nel senso scioccamente auspicato. Con questo inutile capriccio l’Occidente emise un “pagherò” in loro favore; e la cambiale è venuta oggi a scadenza.

Nonostante tutto il lavoro di lima degli ultimi giorni, infatti, e dopo che la Russia aveva mostrato qualche apertura alla possibilità di votarla, la stessa Russia e la Cina hanno posto il veto alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU sulla crisi siriana, proposta dalla Lega Araba. La risoluzione chiedeva al governo siriano di cessare immediatamente ogni violenza e di proteggere la popolazione; di rilasciare ogni persona detenuta arbitrariamente; di ritirare le forze armate dalle città; di garantire la libertà di tenere dimostrazioni pacifiche. E si faceva promotrice di “un processo politico allargato a tutte le forze della società siriana, condotto in un ambiente libero da violenze, paure, intimidazioni ed estremismi, al fine di rispondere alle legittime aspirazioni e alle preoccupazioni del popolo siriano”. Per l’ambasciatore russo Churkin ogni seria possibilità di trovare una soluzione alla crisi è stata vanificata da membri influenti della comunità internazionale col loro sostegno alla causa di un cambio di regime; la risoluzione avrebbe mandato perciò un messaggio “sbilanciato” alla Siria, e non avrebbe rispecchiato fedelmente la situazione sul terreno. Quello cinese, Li Baodong, pur motivando il veto con una strepitosa cineseria diplomatica (“mandare avanti la risoluzione quando i membri del Consiglio di Sicurezza erano ancora seriamente divisi sulla questione non avrebbe aiutato a risolverla”), ha messo in chiaro, guardando in prospettiva anche ai fatti di casa sua, che in accordo coi principi delle Nazioni Unite la sovranità, l’indipendenza e l’integrità di ogni paese devono essere rispettati. Non tanto sorprendentemente questo ultimo punto è stato evocato anche dagli ambasciatori di Sudafrica e India, che pur hanno votato a favore della risoluzione.

E veniamo ai pianti. L’ambasciatore francese Araud ha parlato di “un giorno triste per il Consiglio, un giorno triste per i siriani, un giorno triste per tutti gli amici della democrazia”. Quello tedesco, Wittig, ha parlato di “vergogna”. Quello inglese, Grant, si è detto “sgomento”. Susan Rice, americana, si è detta invece “disgustata”. In effetti, cinque o seimila morti dall’inizio della “primavera” siriana sono un bel macello. Chissà se un bel giorno i nostri ambasciatori occidentali, traboccanti di umanità e democrazia, si renderanno conto che una parte forse non trascurabile di questo macello è dovuto indirettamente ai macelli inventati a tavolino per giustificare l’asimmetrico intervento militare in Libia, che ha reso improvvisamente ancor più disumani del solito i legittimi interessi strategici dei pezzi grossi del mondo.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (42)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

GUSTAVO ZAGREBELSKY 03/09/2011 Niente di nuovo sotto il sole. Ma ci piace farlo notare agli zucconi. Il paladino della legalità, il feticista delle norme e delle regole, quando vuole è assai disinvolto nell’interpretazione del processo democratico. Entra in campo il giacobino sbrigativo che ha per stella polare la democrazia sostanziale. Per il nostro infatti la giustificazione che “il governo, comunque, ha la fiducia del Parlamento e questo assicura la legalità democratica è vana.” Bagatelle. “ Oggi c’è una fiducia più profonda che deve essere ripristinata, la fiducia dei cittadini in un Parlamento in cui possano riconoscersi”. Chi lo decide? Ma lui, naturalmente, la sua chiesa, i suoi sacerdoti, i suoi discepoli, nei modi e nei tempi da loro scelti.

GEORGE SOROS 04/09/2011 Il finanziere & filantropo più famoso del mondo sta dalla parte degli indignados di Wall Street. La cosa è del tutto comprensibile. La filantropia, al contrario della carità, è un’attività spesso assai proficua. Quando il filantropo  fa l’elemosina la sua mano sinistra sa sempre benissimo cosa fa la destra. Quello è il primo passo nelle pubbliche relazioni. Poi, di peccato in peccato, si diventa campioni. Con la vecchiaia, pure osceni.

GIANCARLO BREGANTINI 05/09/2011 La secessione? Ormai l’avevamo dimenticata, ridotta com’è a balocco retorico di Bossi il vecchietto quando una volta all’anno si svaga facendo il druido alle sorgenti del Po. Quest’anno però il trombettiere della società civile, ossia il muezzin del culto democratico, ha suonato l’allarme: Achtung! Sezession! E tutte le pecore gli sono andate dietro. Tanti piccoli Maramaldi specialisti nell’uccidere l’uomo morto. Sono tanti appunto per questo. Devotissimo, il capo dello stato, che di solito pontifica tranquillo tranquillo, ha alzato il suo grido alto e forte. E la fiumana s’è ingrossata, neanche avessimo i Lanzichenecchi alle porte. Ora è la volta di monsignor Bregantini, presidente della commissione Cei per i problemi sociali e del lavoro, pure lui folgorato dal pericolo secessionista: che abbia cambiato religione?

I FURBACCHIONI DI LIBIA 06/09/2011 Russia e Cina hanno posto il veto sulla bozza di risoluzione di condanna contro il regime di Bashar al-Assad da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, mentre Sudafrica, Brasile e India si sono astenuti. La risoluzione era stata promossa da Francia, Germania, Inghilterra e Portogallo. La rappresentante degli USA, Susan Rice, ha abbandonato per protesta la sala del Consiglio di Sicurezza. Il ministro degli esteri italiano, Frattini, ha parlato di “un giorno molto triste per i coraggiosi siriani che stanno lottando per la libertà”. Quello francese, Alain Juppè, si è espresso in termini analoghi. Quello britannico, William Hague, ha detto che Mosca e Pechino “avranno il veto sulla coscienza”. Ma no, cari marmittoni, per niente, russi e cinesi se ne infischiano: è quell’altro, quello non posto, che avevano sulla coscienza.

LUCA CORDERO DI MONTEZEMOLO 07/09/2011 “L’Italia è sul ciglio del burrone, il meccanismo del «tutti contro tutti» ha superato l’argine della politica e sta investendo la stessa società civile. Non possiamo permettercelo. Dobbiamo tutti immediatamente abbassare i toni. Questa volta rischia di saltare il banco. Il rischio Grecia esiste. Bisogna salvare l’Italia dal rischio default”. Be’, non è impresa di tutti i giorni riuscire ad infilare in quattro righe di discorso quattro perle prese dal dizionario dei luoghi comuni del politichese odierno: dalla «società civile» al «non possiamo permettercelo», dalla necessità di «abbassare i toni» a quella di «salvare l’Italia». Una processione scortata da un tale nugolo di rischi che mi fischiano ancora le orecchie. Fossi Umberto Eco scriverei un saggio su queste micidiali tiritere: “Fenomenologia di LCDM: apocalittico ed integrato”. Ma a parte questo, hai capito Luca cosa ti dice Montezemolo? Datti una calmata, va’, ch’è meglio.

Libia: una vittoria di Pirro

Chi abbia tempo da perdere provi a cercare quante volte negli ultimi tre decenni, prima dell’anno fatidico 2011, Ben Ali di Tunisia o Mubarak d’Egitto siano stati omaggiati dalle nostre più illustri gazzette democratiche del titolo poco onorifico di “dittatore”: che io ricordi, mai. E’ soltanto dopo le rivoluzioni della primavera araba che a questi affidabili leader, per gli interessi dell’Occidente, e a questi moderati autocrati, per gli standard arabo-mediorientali, le penne dei nostri più venerabili e compassati commentatori hanno riservato con la tranquillità di sempre tale prestigiosa nomea. E’ perciò normale che in un simile contesto morale la guerra di Libia abbia consentito al vizio dell’oblio e della mistificazione di raggiungere traguardi impensati, tanto che adesso, da più parti, non ci si vergogna punto di dare una patente di legittimità alle aborrite “guerre per il petrolio” e di rimproverare al governo Berlusconi, gran prodigio delle guerre umanitarie, una condotta insufficientemente cinica nella difesa dei nostri interessi.

Fino al 2000 Gheddafi è stato per più di un quarto di secolo insieme un dittatore sanguinario, un laico (per i canoni islamici) e stravagante rivoluzionario con qualche idea di grandezza e di riscatto per il suo paese, un fomentatore del terrorismo internazionale, un nemico giurato ma non isolato dell’Occidente. Dopodiché, ammaestrato dalle vicende irachene, ha cominciato, passo dopo passo, a negoziare con europei ed americani una resa profittevole per tutti gli interlocutori, trovando in fin dei conti assai piacevole dedicare la vecchiaia in via esclusiva allo sviluppo del suo poco abitato ma potenzialmente ricco paese, riservandosi solo di tanto in tanto il diritto d’intrattenere il mondo con le sue innocue pagliacciate pubbliche. Gli Occidentali, piaccia o non piaccia, e a noi anti-gheddafiani della prima ora la cosa non è mai piaciuta, hanno accettato, fino alla progressiva e pressoché completa normalizzazione dei rapporti diplomatici. Ma una ragione c’era ed era solidissima: siglata la pace, Gheddafi, isolato nel mondo arabo ed islamico “moderato” a causa del suo passato estremista ed in quello “estremista” a causa del suo presente “moderatismo”, sarebbe stato legato mani e piedi all’Occidente. Questa mancanza di appoggi internazionali spiega perché la macchina della propaganda abbia potuto girare a pieno regime; perché un lupo spelacchiato ed in pensione sia diventato finalmente agli occhi di coloro che negli anni ruggenti derisero le “ossessioni” dei falchi anti-gheddafiani il mostro di cui non riconobbero mai in precedenza i connotati; e perché, sotto le false sembianze della primavera araba, l’attacco al regime sia stato pianificato con tanta sbrigativa mancanza di scrupoli.

Prima del conflitto la Libia era un paese relativamente prospero per gli standard africani, ed in pieno sviluppo, grazie alla fitta rete di rapporti economico-commerciali intessuta con l’estero dopo la fine del periodo delle sanzioni; rapporti che si sarebbero sommati a quelli più specificatamente culturali dovuti alla rinnovata “amicizia” coi paesi occidentali, in primis l’Italia naturalmente, per favorire una maturazione senza strappi delle istanze democratiche in un regime che si stava già addolcendo; le quali istanze avrebbero potuto prender corpo quando si fosse presentata la questione della successione di una “Guida della Rivoluzione”, ricordiamolo, ormai settantenne. Oggi, dopo sei mesi di guerra e, forse, decine di migliaia di morti lasciati sul terreno per soddisfare la fama di gloria e gli appetiti di chi pensava ottimisticamente di spogliare un mezzo cadavere senza combattere per davvero, ci troviamo con un paese “liberato” in preda al caos e all’anarchia, un paese da “ricostruire” e dal futuro incertissimo.

Eppure queste sono quisquilie. Non è questo che rende la “liberazione” di Libia una vittoria di Pirro. Questa sconsiderata avventura in realtà non farà altro che solleticare, senza che ce ne fosse bisogno e per ragioni tutt’altro che virtuose, le voglie sempre latenti di revanscismo anti-occidentale delle potenze emergenti, che dall’irridente violazione della risoluzione ONU sulla Libia da parte della NATO si sono sentite prese in giro. I “ribelli” hanno già fatto sapere che per gli interessi economici e per gli investimenti già in essere nel paese nordafricano di Russia, Cina e Brasile la caduta di Gheddafi potrebbe essere fatale. Qualche cretino ha salutato questa minaccia ai tre giganti, e indirettamente a paesi come India e Sudafrica che si erano mostrati critici dell’intervento NATO, come un salutare avvertimento, senza rendersi conto che questi nuovi protagonisti della scena mondiale dalla vicenda usciranno certamente ammaestrati, ma non nel senso da lui auspicato.

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L’altro conflitto libico

Si parla relativamente poco del conflitto libico nel nostro paese – a parte quando arrivano i barconi carichi di disgraziati – se si pensa alla nostra vicinanza geografica, al nostro coinvolgimento nell’intervento militare, ai rilevanti interessi che ci legano al paese nordafricano. Si parla ancor meno, anzi non si parla proprio, del conflitto diplomatico internazionale che si sta sviluppando intorno alla crisi libica, un braccio di ferro silenzioso e sotterraneo che piano piano sta uscendo in superficie, e che noi avevamo previsto sin dall’inizio di questa sciagurata avventura. Avevamo detto che la debolezza degli argomenti degli interventisti, e la mezza guerra ottimisticamente intrapresa al solo scopo di portare a casa lo scalpo di un Gheddafi già dato per finito, avrebbero regalato alla potenze emergenti un pretesto per misurare i rapporti di forze con l’Occidente. Siccome pensiamo che questo altro conflitto sia in prospettiva più importante di quello bellico, e che in esso, inoltre, si potrà forse trovare forse la chiave per una soluzione della crisi, per noi purtroppo disonorevole quanto più ci limiteremo a subirla invece di anticiparla, eccoci qui ad aggiornarvi sugli sviluppi di una vicenda che avevamo lasciato alla vigilia del viaggio del presidente Hu Jintao in Russia.

Il 15 giugno l’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai, che conta come membri effettivi Cina, Russia, il Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan, e alle cui riunioni partecipano in qualità di paesi osservatori India, Iran, Mongolia e Pakistan, (con Bielorussia e Sri Lanka che per ora stanno alla finestra come “dialogue partners”) alla conclusione di un vertice tenuto ad Astana, capitale del Kazakistan, si è espressa a favore di un cessate il fuoco in Libia e ha esortato tutte le parti in conflitto a rimanere strettamente nei limiti delle risoluzioni ONU. Esprimendo il loro sostegno agli sviluppi democratici in Nord Africa e Medio Oriente

in armonia con la loro propria storia e le loro proprie tradizioni,

nella dichiarazione finale i paesi della SCO hanno rimarcato il concetto così:

Noi crediamo che crisi e conflitti domestici possano essere risolti pacificamente solo attraverso negoziati politici e che le azioni della comunità internazionale debbano conformarsi alle leggi internazionali e favorire la riconciliazione etnica.

Ed inoltre:

Tali azioni devono rispettare pienamente l’indipendenza, la sovranità e l’integrità territoriale della Libia, e rispettare il principio di non-interferenza nei suoi affari interni.

Il giorno dopo, 16 giugno, lo stesso concetto è stato ribadito da Cina e Russia in occasione della visita del presidente cinese Hu Jintao a Mosca. Nel comunicato congiunto siglato da Medvedev e Hu i due paesi hanno chiesto che

 i conflitti siano risolti con mezzi pacifici

mettendo in chiaro che

la comunità internazionale può apportare un aiuto costruttivo per non lasciare che la situazione si deteriori, ma nessuna forza straniera deve ingerirsi negli affari interni dei paesi della regione.

Il 26 giugno è stato il presidente sudafricano Jacob Zuma ad esporsi piuttosto ruvidamente sulla questione dichiarando che la risoluzione Onu

non autorizza un cambiamento di regime né l’assassinio politico di Muammar Gheddafi

e che

i continui bombardamenti sono una preoccupazione sollevata dal comitato e dall’assemblea dell’Unione Africana: la finalità della risoluzione 1973 era quella di proteggere il popolo libico.

Nei giorni a cavallo tra giugno e luglio l’Unione Africana si è riunita a Malabo, capitale della Guinea Equatoriale. E’ stato annunciato, non si sa su quale base, che il governo libico (non Gheddafi) e i ribelli a breve terranno negoziati in Etiopia, negoziati che non dovranno durare più di trenta giorni; ed è stata formulata la proposta alla comunità internazionale di inviare osservatori in Libia, di stabilire un organismo di supervisione efficace e credibile, e di fornire assistenza umanitaria al popolo libico colpito dalla guerra. Ma soprattutto L’Unione Africana ha chiesto ai 53 stati membri di ignorare il mandato d’arresto internazionale contro Muammar Gheddafi spiccato dal Tribunale Penale Internazionale ONU dell’Aja, spiegando che la richiesta del TPI

complica seriamente gli sforzi per trovare una soluzione alla crisi libica.

Negli stessi giorni la Russia, attraverso il suo coriaceo ministro degli esteri Lavrov, ha criticato duramente la Francia per la fornitura di armi ai ribelli rivelata da Le Figaro:

Abbiamo chiesto ai nostri colleghi francesi se fosse vero che le armi fossero state consegnate ai ribelli libici. Attendiamo una risposta. Se confermato, questo sarebbe una grave violazione della risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Un successivo incontro con la sua controparte francese Juppé a Mosca non ha diradato le nubi, nonostante le minimizzazioni di quest’ultimo. Lavrov ha parlato di una “situazione spiacevole”, aggiungendo che l’interpretazione francese delle risoluzioni ONU proposta nel loro incontro

consente a chiunque di fare qualsiasi cosa per qualsiasi motivo.

E per farlo capire a chi di dovere ha ribadito ancora una volta, in merito ad un altro punto caldo della primavera araba, che la Russia, che ha potere di veto, è contraria a qualsiasi risoluzione ONU che condanni il governo siriano. E per farlo capire ancora meglio si è spinto a considerare inaccettabile

il rifiuto da parte dell’opposizione siriana di mantenere il dialogo con le autorità di Damasco.

Intanto il solito presidente sudafricano Jacob Zuma, che a maggio si era recato a Tripoli in un tentativo di mediazione fra le parti, è atteso a Mosca per un incontro con Medvedev e per dei colloqui preliminari con il Gruppo di Contatto sulla Libia, la cui prossima riunione è stabilita per il 15 luglio a Istanbul.

La partecipazione del presidente Zuma a questa riunione fa seguito ad un invito della Federazione russa in quanto membro del comitato ad hoc sulla Libia dell’Unione Africana,

ha precisato il ministero degli esteri di Pretoria. Mentre da Bengasi giunge la notizia piuttosto sorprendente che il Consiglio Nazionale di Transizione sarebbe disposto a concedere a Gheddafi di poter continuare a vivere in Libia in cambio della resa.

E’ una soluzione pacifica. Se Gheddafi vorrà rimanere in Libia, saremo noi a decidere dove, mentre tutti i suoi movimenti saranno sottoposti a una supervisione internazionale.

Soluzione inapplicabile, ed inaccettabile da parte del Rais, ma sintomatica di propositi un giorno ardimentosi e oggi sempre più vacillanti.

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Crisi libica: Russia e Cina entrano in gioco?

A distanza di tre mesi dall’inizio di quella che doveva essere la scampagnata libica, la campagna di Libia per ora ha ottenuto soltanto un risultato sicuro: la sparizione di scena dei due personaggi che avevano dato inizio al ballo dando fiato alle trombe della retorica democratica, Sarkozy e Cameron. Avete notato? Non li si sente più. A parlare son solo la NATO o il Dipartimento della Difesa statunitense, che per lo più passano il tempo a lamentarsi del non del tutto soddisfacente sostegno europeo alla missione. In attesa che l’effetto collaterale di una bombetta birichina spedisca miracolosamente al creatore il Colonnello, togliendo così di mezzo il primo degli ostacoli alla risoluzione del conflitto, lo stallo libico sta intanto consentendo pian piano ai paesi che finora avevano assistito impotenti alle vicende belliche di ritornare da protagonisti nel gioco diplomatico.

Si ricorderà che Russia e Cina si erano astenute sulla risoluzione ONU che aveva dato il nulla osta alla protezione bombarola e umanitaria della NATO. Lo avevano fatto, dal loro punto di vista, per prudenza, per non rischiare di essere tagliati fuori dai frutti del dopoguerra, nell’incapacità di valutare una situazione che la propaganda di Al Jazeera, ripresa dai media occidentali, dipingeva già come irrimediabilmente rivoluzionaria. Visto l’andazzo, però, bastò qualche settimana perché l’atteggiamento di Cina e Russia diventasse, per quanto vellutato nella forma, fortemente critico nella sostanza. In questi mesi è stato soprattutto il ministro degli esteri russo Lavrov a distinguersi nella polemica. Sino a quando, recentemente, con una mossa a sorpresa il presidente russo Medveded è parso sposare la causa occidentale, dando il via libera a contatti ufficiali col Consiglio Nazionale di Transizione di Bengasi, e pronunciandosi in favore della dipartita di Gheddafi. In questo c’è chi ha visto un ulteriore segno delle frizioni tra Medveded e Putin, che non aveva lesinato in precedenza aspri giudizi sull’operazione NATO, e chi ha parlato della solita commedia ben concertata fra i due.

Io non credo sia una commedia vera e propria, ma non credo nemmeno che la cosa abbia troppa importanza in questa faccenda. In un modo o nell’altro la Russia doveva incunearsi nel gioco diplomatico. Tanto più che si è rivelato subito chiaro che la posizione russa, una volta dentro al gioco, era tutt’altro che omogenea alle posizioni occidentali, e abbastanza simile, invece, a quella mantenuta durante i tre mesi di conflitto: dialogo coi ribelli sì, ma anche, riservandosi un margine di ambiguità sulla sorte del Colonnello, nessuna rottura con “Tripoli”. La Cina, che ha rilevanti interessi economici in Libia, ha avuto un primo momento d’irritazione, visto che sulla crisi del paese nordafricano Russia e Cina avevano ostentato di procedere di conserva, ma poi si è adeguata alla mossa russa, avviando anch’essa contatti coi ribelli. Dal 15 al 18 giugno è in programma la visita del presidente cinese Hu Jintao in Russia, nel corso della quale sarà affrontato anche il tema della crisi libica, sulla quale però, a Pechino, nelle more dei preparativi del summit russo-cinese, si sono espressi l’ambasciatore russo Razov e il viceministro degli Esteri cinese Cheng Guoping, dichiarando il primo che“Russia e Cina hanno una posizione simile. I due paesi chiedono un cessate il fuoco, chiedono a tutte le parti di non oltrepassare i limiti imposti dalle risoluzioni ONU e appoggiano la proposta dell’Unione Africana”, ed il secondo ribadendo la stretta coordinazione fra i due paesi, la volontà di agire di concerto, e insistendo sul fatto che il destino della Libia dovrà essere deciso dal popolo libico senza interferenze di altri paesi.

Tutto questo nuovo dinamismo va tuttavia giudicato sullo sfondo di un’altra delle crisi di questa primavera “democratica” araba, quella siriana, nel cui teatro, peraltro di gran lunga più delicato di quello dominato fino a ieri dall’isolato Gheddafi, nonostante le migliaia di profughi e gli almeno mille morti dovuti allo stillicidio della repressione «contro il proprio popolo», le armate democratiche dell’Occidente non hanno avuto finora la possibilità di sparare nemmeno una freccetta. Cina e Russia hanno già messo in chiaro che eserciteranno il loro diritto di veto su una risoluzione ONU che somigliasse a quella dalla quale i due paesi si sono sentiti – non proprio a torto – presi per i fondelli sul caso libico.

Cosicché, allo stato attuale, il bilancio dell’Occidente dopo mesi di primavera araba è questo: in Tunisia e in Egitto si è limitato ad assecondare opportunisticamente gli sviluppi rivoluzionari, riducendosi a sperar bene per il futuro; in Bahrein è calma piatta, il regime è in sella, e apparentemente gli sta bene così; nello Yemen assiste alla guerra civile, barcamenandosi senza capirci molto tra dubbie istanze democratiche, rivalità tribali, e le mene dell’estremismo islamico; della Siria abbiamo detto; in Libia Russia e Cina stanno entrando in gioco, ma si tengono libere di parlare con Bengasi e con Tripoli, e tengono in mano la carta del diritto di veto sull’eventuale risoluzione ONU in merito alla crisi siriana. Carta che potrebbero calare sul tavolo o farsi pagare profumatamente. Questo è il risultato dell’avventato e sproporzionato intervento militare in un paese che mai era parso così vicino all’Occidente come al momento dello scoppio delle ostilità, e che per adesso ha solo drenato risorse e limitato gli spazi di manovra dei paesi della NATO nella vasta area di crisi mediorientale e nordafricana.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (20)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

LUCA BARBAROSSA 02/05/2011 Prototipo del sanremese impegnato – musica bolsa + testo seriosetto + sorriso stampato in faccia – è il più melenso cantautore italiano degli ultimi trent’anni: questo doppio conformismo lo portò negli anni ottanta a satireggiare con molta urbanità sulla Milano da bere e sui socialisti. A dimostrazione che anche la mediocrità ha la sua costanza, ieri era sul palco del concertone del primo maggio ad intonare “L’immunità”, parodia del famigerato capolavoro di Albano & Romina Power, di cui ha cambiato solo le parole, lasciando la musica intatta, tanto la sente sua.

AHMED OMAR BANI 03/05/2011 Che i ribelli di Bengasi avessero bisogno di addestramento l’avevamo capito dopo la prima schioppettata. Ma forse nemmeno Cameron e Sarkozy sospettavano che avrebbero dovuto cominciare con l’abc: l’uso del cervello e della favella. Ahmed Omar Bani, il giorno dopo la morte di Bin Laden, ha detto che loro, i più casalinghi ribelli che l’Africa abbia mai conosciuto, beniamini dell’ONU e della NATO, e virgulti della nuova democrazia libica, stanno aspettando il prossimo passo: “vogliamo che gli americani facciano lo stesso con Gheddafi”. E costui è il loro portavoce, quello più furbo ed esperto di tutti, il grande Ahmed, la volpe del deserto che nessuno mai infinocchiò.

NICOLAS SARKOZY 04/05/2011 La blitzkrieg che doveva incenerire nel giro di una settimana il beduino tripolitano ha avuto lo stesso strabiliante successo delle rodomontate mussoliniane, ma è noto come l’arma più potente in mano ai francesi sia l’amor proprio. Quindi Nicolas non demorde. “La Francia” ha detto fierissimo “assumerà l’iniziativa nelle prossime settimane di una grande conferenza degli amici della Libia per costruire il futuro del Paese, con tutte le sue componenti politiche, incluso – se serve – esponenti del regime di Gheddafi, a condizione che abbiano rotto con lui e non abbiano le mani sporche di sangue”. Grande, grande, grande, la Francia, anche quando il trombettiere suona una mezza ritirata. Ancor più grande sarà quando, buttando il suo grande cuore oltre l’ostacolo, e per il bene dell’umanità, e in particolare di quella italica, si assumerà la responsabilità di parlare a quattr’occhi col dittatore. Non lo potremo mai ringraziare abbastanza.

WALTER VELTRONI 05/05/2001 Spesso certe verità si fanno strada lentamente, non perché siano nascoste, ma perché vi si oppongono legioni di cretini disposti a credere a tutto, fuorché ai propri occhi e alla logica elementare: per esempio, al Berlusca bombarolo. Sicché potete affannarvi anche per tre lustri di seguito a ribattere che uno più uno fa due e non tre, ma non caverete un ragno dal buco: è solo in vista del fatidico e fisiologico ventesimo anno che la Grande Loggia detta Società Civile si accorge di aver preso un granchio. Quando Falcone saltò per aria era considerato un venduto dagli Ayatollah della sopramenzionata società; poi gli stessi lo onorarono; con Falcone e Borsellino saltarono in aria definitivamente anche la prima repubblica, il pentapartito che aveva ottenuto la maggioranza dei voti alle elezioni ancora un mese e mezzo prima della strage di Capaci, e Craxi, il “protettore” del Berlusca; volendo fare dietrologia da strapazzo, ma almeno logica, la morte di Falcone segnò l’arrivo di Scalfaro al Quirinale nel giro di qualche giorno, e di Violante e Caselli rispettivamente alla presidenza dell’Antimafia e a capo della Procura di Palermo nel volgere di qualche mese; e segnò anche l’inizio della famigerata “trattativa”, se ce ne fu una; nel 1993, l’anno dei bombaroli, fu il probo Conso – detto senza ironia – regnanti Ciampi e Scalfaro, a non firmare il 41bis per 140 mafiosi. Ora perfino un fior di galantuomo come Giovanni Brusca c’è arrivato: Berlusconi non c’entra niente con le stragi. Avendo però capacità divinatorie i mafiosi lo avvertirono, ancor prima della fondazione di Forza Italia, affinché una volta premier il Berlusca si mettesse di buzzo buono a lavorare per la revisione del maxiprocesso e dell’articolo in questione. Sennò bombe. Cose che puntualmente non si verificarono. Ed è logico: le farse vogliono muovere al sorriso. Impermeabile alle barzellette, l’unico che non ha capito una mazza è Walter, per il quale la Commissione Antimafia dovrà sentire il Berlusca in merito. Svegliatelo. Fra vent’anni.

ELISABETTA CANALIS 06/05/2011 Si è spogliata. Per solidarietà con tutte le bestiole maltrattate nel mondo. Per denunciare i gironi infernali in cui sono costretti a sopravvivere contro natura milioni di animali da allevamento, solo per morire al momento giusto per i nostri gusti e le nostre tasche. Per aiutare la campagna Peta “No pellicce”. Qui siamo ben lontani dalla solita volgarità gridata ed esibizionista del mondo dello spettacolo. Qui trionfa finalmente l’umanità, l’intelligenza, la sensibilità: insomma, l’impegno nel senso più nobile del termine. Ma allora perché anche qui la femmina la vogliono nuda?