Una settimana di “Vergognamoci per lui” (171)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

IL CASO MORO 24/03/2014 Il caso Moro non esiste. L’assassinio di Moro ha una sua collocazione storica chiarissima, che non si limita all’Italia. Anche Francia e Germania ebbero i loro “Moro”, le vittime eccellenti tra le tante vittime dell’ondata del terrorismo rosso degli anni settanta e ottanta; personaggi certo di statura inferiore a quella del politico italiano, ma perché minore era la portata del fenomeno terroristico. Action Directe (simbolo: stella a cinque punte) fece fuori nel 1986 George Besse, amministratore delegato della Renault; la Rote Armee Fraktion (simbolo: stella a cinque punte) rapì Hanns-Martin Schleyer, presidente della Confindustria tedesca, in un agguato che costò la vita al suo autista e ai tre agenti di scorta, e lo “giustiziò” 43 giorni dopo: successe qualche mese prima del rapimento di Moro da parte delle Brigate Rosse (simbolo: stella a cinque punte). Tuttavia in Francia e in Germania non si è mai fatta dietrologia sui Grandi Vecchi, e questo perché in quei paesi la sinistra già allora era socialdemocratica da decenni, e quindi la distanza che la separava, non solo dalle azioni dei terroristi, ma anche dalla loro visione della storia era così netta da non provocare sensi di colpa. A tutt’oggi in Italia, invece, c’è una grossa parte del popolo di sinistra che vive ancora nel mito: quello della democrazia «incompiuta», della Resistenza tradita, dell’Italia in attesa della vera «liberazione» dal fascismo eterno e dal partito del malaffare. In questo le Brigate Rosse non differivano né dal Pci né dalla sinistra legalitaria e «resistenziale» dei nostri giorni. Questa propaganda aggressiva e pluridecennale servì al Pci per allargare il suo potere reale nel paese e per irretire la Dc. Al momento di raccogliere i frutti del lungo assedio, si accorse che con questo veleno tra le pareti di casa aveva allevate orde di giovanotti che al mito credevano con tutto il cuore, che in tutta coerenza avevano cominciata la lotta di liberazione armata, e che al grande patto col nemico alle corde guardavano come a un sacrilegio. Per il Pci abbracciare e capitanare il partito della fermezza con tanta durezza dopo il rapimento divenne il modo di rimediare al disastro e per raggiungere per altre vie lo scopo prefissato. A tutt’oggi questa storia vera non è ancora stata digerita dalla nostra sinistra, che in tutti gli anfratti e le zone d’ombra del caso Moro cerca ancora disperatamente, compulsivamente, quasi per una necessità biologica, la traccia miracolosa del grande complotto contro i valorosi comunisti, i soli veri democratici di quegli anni. E’ questo, naturalmente, il vero e ultra-patetico «caso Moro».

GUIDO CROSETTO 25/03/2014 Fino a due anni fa il Fratellone d’Italia era uno dei falchi dell’area liberale, liberista e libertaria dei berlusconiani. Quando le finanze e l’economia caddero nelle mani di Tremonti il colbertista, Guido ebbe dei gran brutti presentimenti. Giustificatissimi: lo spocchioso Tremonti si stimò degno di diventare il Richelieu, il Mazarino e per l’appunto il Colbert di Berlusconi. A Guido allora e per lungo tempo toccò soffrire le pene dell’inferno. Le sue uscite inconsulte erano figlie di questo dolore, e infatti Silvio non gli portò mai rancore. Cominciai a sospettare però che il calvario ne avesse intaccato la solidissima costituzione quando alla fine del 2012 fondò “Fratelli d’Italia” insieme ai supercolbertisti La Russa e Meloni, che con lui non avevano un’idea in comune, a parte un lodevole anticomunismo. Ma ancora un anno fa, nel giorno della morte di Margaret Thatcher, Guido lodava il coraggio della Lady di Ferro e rimpiangeva amaramente l’assenza in Italia di una «destra modello inglese». Oggi il Fratellone è impazzito. Non c’è alcun dubbio. Si scaglia a testa bassa contro l’attuale sistema tradizionale dei partiti, italiano e europeo, si fa paladino dell’Europa dei popoli, denuncia «le grandi lobby e i potenti funzionari», critica «le aperture così veloci del WTO alla Cina» neanche si fosse bevuto tutta l’opera filosofica tremontiana, e s’illumina finalmente quando trova una leader che non si dimostra capace, come nel caso di Grillo, solo «di fotografare una rabbia» senza indicare una via, ma quella strada, invece, quell’idea di futuro la indica, eccome: Marine Le Pen, campionessa dello statalismo di destra. «Grazie alla forza della Le Pen» e «grazie al popolo francese» lo schema si è rotto, scrive Guido entusiasta su “L’Huffington Post”. Sarà anche lo zelo del neo-convertito, ma fa piacere sentire l’omone così pimpante e speranzoso.

GIORGIA 26/03/2014 Giorgia canta nuda contro la violenza sulle donne. «C’è tutto questo e molto di più nel video di Giorgia “Non mi ami”», così assicura D.Repubblica.it. Sarà. Però l’idea non mi sembra molto originale. Di femmine che si spogliano per la salvezza del pianeta; e della flora; e della fauna; e degli animali da pelliccia; e contro la crisi economica; e l’austerità; e contro il cancro; e chissà quali altri malattie; e contro gli autocrati; e l’oscurantismo; e per la democrazia; e contro vescovi; ed arcivescovi; e contro il consumo di carne; e contro la FIFA; di tutto questo esercito di donne nude ne abbiamo fin sopra i capelli. E se provassero a smuovere le nostre coscienze col burqa? Ecco che finalmente anche quel costume da spaventapasseri potrebbe trovare una sua utilità sociale; e il burqa potrebbe diventare la divisa delle suffragette del ventunesimo secolo; e un prezioso prodotto di nicchia per il settore moda; e “burqare” – “indossare il burqa in segno di protesta” – diventare un neologismo di successo. Eh sarebbe bello! Eccitante! Invece no: tutte nude!

CLEMENTE MASTELLA 27/03/2014 Silvio Berlusconi ha nominati i 30 membri del Comitato di Presidenza di Forza Italia. Quelli effettivi. Perché tale Comitato sarà affiancato, aiutato, e certo infastidito da un Comitato 2 formato da una quarantina di italoforzuti trombati nella corsa al Comitato 1, che il magnanimo Silvio non ha voluto lasciare completamente a mani vuote. Tra questi membri di serie B, però, vi è un’illustre personalità che non è italoforzuta né risulta trombata: l’onorevole Clemente Mastella. “Onorevole” non è scritto a caso: l’onorevole, l’uomo e il politico sono ormai le tre persone di una trinità mastelliana che nessun eretico potrà mai dividere, giusto premio alla formidabile inossidabilità dell’orgoglio di Ceppaloni. Da fedele elettore italoforzuto non ho nessuna prevenzione contro l’Onorevole; mi piace anzi che il nuovo corso del partito abbia un’impronta così rivoluzionaria, e non si adegui al conformismo delle rottamazioni; e in più, confesso, il pacioso Clemente non mi è affatto antipatico, specie in questi tempi di esaltati e disperati. E poi in lui la sapienza democristiana – finissima finché si limita alle sfumature e alle tattichette, disastrosa quando ha ambizioni strategiche – è arrivata al massimo grado. Intervistato da “La Stampa” con una sola delle sue risposte è riuscito a: 1) Proclamare umilmente la sua lealtà verso Berlusconi («Intendo che, siccome Berlusconi è in difficoltà, tutti devono fare dei sacrifici e seguire le sue indicazioni.»); 2) Ricordare a tutti quella preziosa filosofia democristiana-ceppalonese, piena di concretezza, che egli porta in dote ai giovanotti di Forza Italia («Tutti noi dobbiamo pensare che, come si dice dalle mie parti, chi è nato tondo non può farsi quadrato. Forza Italia è un partito nato così e non lo si cambia.»); 3) Mostrare la schiena diritta di fronte al capo per mettere a tacere i maligni («Stiamo attenti a non ridurlo come si è ridotto il Milan»). Insomma, un capolavoro. E allora, perché si dovrebbe vergognare? E che ne so? Si vergogni lo stesso!

FEDERICA GUIDI 28/03/2014 «Credo che in Italia sia mancata fino ad oggi una politica industriale e quello che voglio fare è una task force, con economisti e politologi, per lavorare sulla falsariga dell’Industrial Compact europeo per crearne uno italiano». E’ tutta aria tremendamente fritta, naturalmente, ma in bocca ad un Ministro dello Sviluppo Economico sta benissimo. I quartier generali, i gabinetti, e i grandi piani sono passioni irresistibili nell’uomo politico che riceve i gradi di ministro, specie se novellino. Ci si dovrebbe piuttosto stupire che ad indulgere in sciocchezze di questa fatta sia un’imprenditrice, se non fosse che la quarantacinquenne Federica Guidi è già stata presidente dei Giovani imprenditori dell’Emilia Romagna, vicepresidente degli Imprenditori dell’Emilia Romagna, vicepresidente e poi presidente dei Giovani imprenditori di Confindustria, e infine vicepresidente di Confindustria. Solo un essere dotato di una resistenza sovrumana avrebbe potuto uscire da una tale prova parlando ancora la lingua natia.

Advertisements