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L’ora della Montagna liberal-giustizialista

Tre mesi sono un tempo sufficiente per metter fine alla commedia. Ora i montagnardi si muovono. E’ il loro caro leader, Gustavo Zagrebelsky, a firmare la nuova enciclica di Libertà e Giustizia diretta a tutti gli adepti della Montagna. I quali ardentemente l’aspettavano: da tempo, infatti, vagavano raminghi su e giù per la penisola e da soli non sapevano più che cavolo fare o pensare nell’era del governo Monti. In severa obbedienza alla retorica democratica e partecipativa, il pippone va sotto il nome di “Dipende da noi”, ma sembra più l’appello di un generale alla truppa, o il sermone di un imam al gregge dei fedeli. L’unanimismo ostentato è tipico delle più infervorate cricche democratico-rivoluzionarie; Gustavo, perciò, firma «per tutta Libertà e Giustizia»: manco una pecora nera che increspi la piatta superficie bianchiccia della Volontà Generale di Libertà e Giustizia; che è poi il nome del partito dei Fratelli Musulmani d’Egitto, al cui ruolo di profittatori della Primavera Araba questi gelidi esaltati evidentemente s’ispirano.

E’ bene che i pasdaran della democrazia sappiano innanzitutto di aver avallato la forzatura del governo Monti per impedire che il partito del Caimano, in preda alla disperazione, ponesse mano alla forzatura costituzionale finale, e per dare una risposta emergenziale al fallimento della politica e al disastro economico-finanziario incombente. Ma sappiano anche che non hanno combattuto quello che era un simulacro di democrazia rivestito di populismo per cadere in un nuovo simulacro di democrazia imbellettato dalla tecnica. La democrazia «compiuta» è ancora lontana dalla sua realizzazione. La medicina necessaria del governo tecnico, se esce dal suo ristretto alveo programmatico, può diventare un veleno. La «tecnica» non può diventare il lasciapassare per imporre un regime autocratico. Bisogna vigilare. La politica non deve morire, pena la fine della libertà.

Sono sicuro che certi rimasugli del berlusconismo, che prima del diluvio facevano più o meno questo stesso discorsetto, rimarranno a bocca aperta di fronte a tanta faccia tosta, nonostante ne abbiano viste e combinate di tutti colori. I più fessi della compagnia, nella loro infinita bontà, vi potranno vedere perfino una qualche meritoria resipiscenza. Non vogliono intendere che per i liberal-giustizialisti – uso questo termine per fare un dispetto a Gustavo, cui non piacciono i giochi di parole: degli altri, s’intende, perché lui coi concetti e con le parole ci gioca sempre – che per questi fuori di testa di liberal-giustizialisti, dunque, la rifondazione della politica come e più di prima «deve partire dalla sua decontaminazione dalla corruzione». Ciò implica che questa classe politica fallita, quando non provatamente corrotta, non è legittimata a fare le riforme. Un albero malato non può dare buoni frutti. Potrà fare solo la riforma elettorale, ma questa dovrà essere sottoposta al controllo del corpo elettorale tramite un referendum. Sempre che la «società politica» non voglia ancora, irresponsabilmente, fare a meno della «tanto disprezzata società civile», la quale, incredibilmente, è quella stessa società civile alla quale la turba immensa dei cretini rende omaggio ogni giorno senza alcuna pietà per i vostri martoriati orecchi.

Diciamolo: questo Gustavo è una sagoma. Liquidato quindi il governo Monti, e liquidata anche l’attuale irrecuperabile classe politica, sarà la società civile con nuove elezioni ad esprimere una sua rinnovata rappresentanza politica. Queste nuove elezioni dovranno essere un crogiolo veramente democratico. Se voi pensate di essere «democratici» è bene che ci pensiate due, tre, quattro, cinque volte prima di darlo per scontato. Si fa presto a parlar di democrazia. Invece, spiega Gustavo a Repubblica, c’è la «democrazia dogmatica», c’è la «democrazia populista», e poi c’è la «democrazia critica», che è l’unica veramente «liberale». Quella dove tutti pensano con la propria testa. Fin qui lui, per adesso. Il resto ve lo spiego io. Cercate di capire rettamente prima di essere colpiti a ciel sereno da un anatema: una democrazia critica è una democrazia consapevolmente critica, non critica e basta. Le critiche possono anche essere becere. Invece devono essere pertinenti. Devono conformarsi alle regole e ai valori intrinseci della democrazia. Dovete conoscerle, sentirle, respirarle, se non volete essere iscritti nelle liste dei democratici dogmatici o in quelle dei democratici populisti. Se vi sentite perduti, nonostante la vostra «propria testa», sappiate che avete in lui, Gustavo, e nel suo club un infallibile Revisore in Ultima Istanza, che saprà indirizzarvi per il meglio.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (42)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

GUSTAVO ZAGREBELSKY 03/09/2011 Niente di nuovo sotto il sole. Ma ci piace farlo notare agli zucconi. Il paladino della legalità, il feticista delle norme e delle regole, quando vuole è assai disinvolto nell’interpretazione del processo democratico. Entra in campo il giacobino sbrigativo che ha per stella polare la democrazia sostanziale. Per il nostro infatti la giustificazione che “il governo, comunque, ha la fiducia del Parlamento e questo assicura la legalità democratica è vana.” Bagatelle. “ Oggi c’è una fiducia più profonda che deve essere ripristinata, la fiducia dei cittadini in un Parlamento in cui possano riconoscersi”. Chi lo decide? Ma lui, naturalmente, la sua chiesa, i suoi sacerdoti, i suoi discepoli, nei modi e nei tempi da loro scelti.

GEORGE SOROS 04/09/2011 Il finanziere & filantropo più famoso del mondo sta dalla parte degli indignados di Wall Street. La cosa è del tutto comprensibile. La filantropia, al contrario della carità, è un’attività spesso assai proficua. Quando il filantropo  fa l’elemosina la sua mano sinistra sa sempre benissimo cosa fa la destra. Quello è il primo passo nelle pubbliche relazioni. Poi, di peccato in peccato, si diventa campioni. Con la vecchiaia, pure osceni.

GIANCARLO BREGANTINI 05/09/2011 La secessione? Ormai l’avevamo dimenticata, ridotta com’è a balocco retorico di Bossi il vecchietto quando una volta all’anno si svaga facendo il druido alle sorgenti del Po. Quest’anno però il trombettiere della società civile, ossia il muezzin del culto democratico, ha suonato l’allarme: Achtung! Sezession! E tutte le pecore gli sono andate dietro. Tanti piccoli Maramaldi specialisti nell’uccidere l’uomo morto. Sono tanti appunto per questo. Devotissimo, il capo dello stato, che di solito pontifica tranquillo tranquillo, ha alzato il suo grido alto e forte. E la fiumana s’è ingrossata, neanche avessimo i Lanzichenecchi alle porte. Ora è la volta di monsignor Bregantini, presidente della commissione Cei per i problemi sociali e del lavoro, pure lui folgorato dal pericolo secessionista: che abbia cambiato religione?

I FURBACCHIONI DI LIBIA 06/09/2011 Russia e Cina hanno posto il veto sulla bozza di risoluzione di condanna contro il regime di Bashar al-Assad da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, mentre Sudafrica, Brasile e India si sono astenuti. La risoluzione era stata promossa da Francia, Germania, Inghilterra e Portogallo. La rappresentante degli USA, Susan Rice, ha abbandonato per protesta la sala del Consiglio di Sicurezza. Il ministro degli esteri italiano, Frattini, ha parlato di “un giorno molto triste per i coraggiosi siriani che stanno lottando per la libertà”. Quello francese, Alain Juppè, si è espresso in termini analoghi. Quello britannico, William Hague, ha detto che Mosca e Pechino “avranno il veto sulla coscienza”. Ma no, cari marmittoni, per niente, russi e cinesi se ne infischiano: è quell’altro, quello non posto, che avevano sulla coscienza.

LUCA CORDERO DI MONTEZEMOLO 07/09/2011 “L’Italia è sul ciglio del burrone, il meccanismo del «tutti contro tutti» ha superato l’argine della politica e sta investendo la stessa società civile. Non possiamo permettercelo. Dobbiamo tutti immediatamente abbassare i toni. Questa volta rischia di saltare il banco. Il rischio Grecia esiste. Bisogna salvare l’Italia dal rischio default”. Be’, non è impresa di tutti i giorni riuscire ad infilare in quattro righe di discorso quattro perle prese dal dizionario dei luoghi comuni del politichese odierno: dalla «società civile» al «non possiamo permettercelo», dalla necessità di «abbassare i toni» a quella di «salvare l’Italia». Una processione scortata da un tale nugolo di rischi che mi fischiano ancora le orecchie. Fossi Umberto Eco scriverei un saggio su queste micidiali tiritere: “Fenomenologia di LCDM: apocalittico ed integrato”. Ma a parte questo, hai capito Luca cosa ti dice Montezemolo? Datti una calmata, va’, ch’è meglio.

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Il popolo ritorna sovrano, ogni tanto

In fondo basta poco per riconciliarsi col popolo e con la democrazia plebiscitaria, e per dimenticare quelle leggi, quelle norme, quegli articoli, quelle pandette, quei codici e quei codicilli con i quali si aveva amoreggiato fino all’altro ieri, e dei quali ci si era serviti per bacchettare con maniacale puntualità le intemperanze del “populismo” fondato sul voto. Basta molto poco. Per esempio: vincere una tornata di elezioni amministrative. “Soffia il vento del popolo sovrano” ammonisce Eugenio Scalfari, che i venti studia da settant’anni. E’ davvero commovente il furore col quale la più formidabile delle bigotte stagionate dal suo aristocratico salotto repubblicano lancia la clava della volontà popolare contro Berlusconi e i suoi servi, sordi ad ogni lezione. Questi zotici che non vogliono capire! Che razza maledetta! Ma per il resto che bella, bellissima politica! Quale autentica partecipazione! Che genuino entusiasmo! La politica con la P maiuscola: “una lettura oggettiva dei fatti” – quando mai la lettura di questo Solone non è stata “oggettiva”? – “che non può piacere ai molti Soloni da strapazzo”. Rimesso insomma nel fodero – per un attimo, s’intende – il fioretto della democrazia formale, il quale nelle mani sapienti dei druidi del battaglione Zagrebelsky non avrebbe lasciato neanche un’unghia di terreno su cui muoversi e un filo d’aria per respirare ai reprobi della destra populista, torna il auge il vecchio cannone della democrazia sostanziale, più adatto a fare piazza pulita senza tante cerimonie. Ma sempre sotto la bandiera dello stesso sdegno moralistico.

Cosicché se fra una settimana la partecipazione ai referendum dovesse superare il 50% degli aventi diritto, e il “sì” dovesse logicamente imporsi, per Berlusconi e i suoi accoliti rimanere aggrappati al potere sarebbe una dimostrazione di pervicacia quasi criminale. Certamente irresponsabile. Potrebbero farlo? Sì, ma solo “tecnicamente”, risponde il nostro, con villana trascuratezza per quel rispetto delle regole che quelli della sua banda, rompendo non poco i marroni, c’insegnano di non nominare mai invano. Ma tant’è. Sembra che l’Italia sia ridiventata improvvisamente saggia; che di guide non ci sia più bisogno; che il berlusconismo come malattia dello spirito italico, come succedaneo del fascismo, non abbia più un futuro, nemmeno dopo Berlusconi.

Ed è vero, perché il berlusconismo come filosofia politica non esiste. Il berlusconismo fondamentalmente è un’idea e un’avventura. L’idea di riunire in un grande contenitore, e di plasmarle col tempo in unità, le diverse anime del conservatorismo politico italiano, nordista e sudista, cattolico e non cattolico, liberale e meno liberale, insomma di fondare quello che la DC non accettò mai di diventare per paura dei dogmi della vulgata resistenziale, che la pietrificarono. In questo il berlusconismo rispose ad un’esigenza perfettamente naturale dell’elettorato italiano, non limitandosi a riempire semplicemente un vuoto. Quest’idea sopravvivrà a Berlusconi. Un’avventura, perché il suo movimento nacque in circostanze eccezionali, ed ebbe fortissima l’impronta di una scommessa personale contro tutti i centri di potere grossi ed intermedi lasciati in piedi dal ciclone selettivo di Mani Pulite. Una scommessa vinta che intimidì perfino coloro che poi gli rimasero accanto nella sua ormai ventennale vita politica. L’ “autocratismo” berlusconiano è una prassi che procede per forza d’inerzia da questo big bang iniziale, ma non ha natura maligna e sta morendo lentamente di morte naturale. E la sua creatura, sebbene forgiata ancora solo per metà, ha ormai messo radici in questi due decenni di “resistenza”. Chi per impazienza od opportunismo se ne è staccato è stato prima o dopo inghiottito dal leviatano politicamente corretto, tanto che neanche il Tabacci “liberista” che oggi si mette al servizio di Pisapia fa ormai più notizia.

Se ne accorgerà anche il nostro Eugenio, un giorno, che l’improntitudine dei “servi liberi e forti” con la quale i sostenitori del caimano fanno il verso alla triste retorica imperante, che ha nel quotidiano da lui fondato il centro nevralgico, è un segnale di forza e di consapevolezza. Ma quel giorno, state sicuri, la sovranità del popolo somiglierà di nuovo ad una sconcezza, e il berlusconismo del dopo-Berlusconi sarà l’ennesima variante dell’eterno fascismo, da ingabbiare a termini di legge.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (16)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

MINO MARTINAZZOLI 04/04/2011 Che intervistato da Avvenire dice: «Viviamo una fase crepuscolare della democrazia. C’è una situazione di marasma tale da non riuscire a capire in che modo la politica possa ritrovare la sua nobiltà». Il problema è un altro. E’ che Martinazzoli non ha mai capito un tubo. Ha sempre ripetuto con dolente ed urbana soddisfazione le boiate che vanno per la maggiore. E’ sempre andato a rimorchio, pensando di essere intelligente e moralmente integro. Gli altri glielo lasciavano credere e lui ci credeva col massimo piacere, esibendo un’aria sofferente e lontana. Cosicché anche oggi, pur se disgustato dall’assedio al parlamento dell’altro ieri, dice che la colpa è soprattutto di Berlusconi. Nel ’94 fu il becchino della DC, avventurandosi in una suicida corsa in solitario, apparentemente a tutto vantaggio della gioiosa macchina da guerra occhettiana. L’elettorato dell’ex balena bianca fuggì in massa da questo pacatissimo pazzo rifugiandosi ad Arcore. Ma Mortimer, imperterrito, continua ad essere filosofo: «La nostra tradizione ci dice che la politica conta ma la vita conta di più. Per questo sostengo con Eliot “Per noi non c’è che il tentare/ il resto non ci riguarda”». Che la vita conti di più della politica non c’è alcun dubbio, e anche il gusto della sconfitta virtuosa può essere molto gratificante. Specie quando se ne scaricano le conseguenze sul groppone altrui.

FRANCO FRATTINI 05/04/2011 Il ragazzo non si sveglia. E quel che è peggio è che il Berlusca, circondato da consiglieri tremebondi, non riesce a fidarsi del tutto del suo istinto, come invece dovrebbe, e lascia fare. In pochissimi giorni i presunti e pubblicizzatissimi dati di partenza sulla crisi libica si sono rivelati completamente sballati. O meglio, falsi. La situazione sul campo è di stallo. L’armata brancaleone bengasina non riesce a cavare un ragno dal buco. In compenso molto si lagna e molto pretende. In una parola, comincia a rompere. I giornali non lo scrivono, ma ve lo dico io. I galletti, impantanati fra l’altro nel dramma sanguinoso della Costa D’Avorio, hanno abbassato la cresta e non si sente un cocorico in tutto il deserto libico. Per gli americani e i britannici l’avventura libica comincia a somigliare sempre più ad una bella rogna, più che a un’opportunità. E l’opinione pubblica mugugna sempre di più. Tripoli intanto manda messaggi concilianti che parlano, addirittura, di transizione democratica guidata dal figlio di Gheddafi. Insomma, stanno maturando i tempi per il cambio di strategia, ossia il fatidico passetto indietro. L’iniziale prudenza italiana era giustissima. La conseguente strategia del pesce in barile ottima. Potrebbe non essere lontano il momento opportuno per raccoglierne i frutti. Per la zampata. Invece la Farnesina che fa? Riconosce il Consiglio Nazionale di Bengasi come unico interlocutore, e non esclude, come “extrema ratio” la possibilità di armare i ribelli. E lo fa adesso, quando la credibilità dei ribelli sta calando a vista d’occhio! E mentre il ministro perfettino prende il treno sbagliato, corriamo il rischio di farci scippare dalla Turchia la parte vittoriosa del deus ex machina.

GUSTAVO ZAGREBELSKY 06/04/2011 Solo un orbo non lo vede: è il giacobino perfetto. Il giacobinismo odia il dispotismo ma il suo è il più asfissiante dei dispotismi: il servo che disprezza è ancora un individuo, il servo che prepara non è nemmeno quello; vuole un mondo libero da cortigiani, e prepara la schiavitù delle masse; la demagogia che disprezza ha ancora l’umanità delle scoregge e dei rutti; la sua è purificata da ogni umanità. Ostenta un rispetto sacrale per il cittadino, a patto che obbedisca come un manichino al catechismo del buon cittadino: il suo. Fuor di quello, nulla salus. Predica il culto della legge, ma si avvale dell’eccezione. Prepara l’eccezione denunciando lo stato di degenerazione finale e quindi la morte della legge. Tollera solo il parlar chiaro, ma ogni sua parola è equivoca. Così oggi il nostro è contro la “piazza irrazionale”, ma chiama tutti alla “mobilitazione”. Cominciando coi presidi permanenti. Quest’uomo è un pericolo. Per la democrazia. Fermiamolo. Tutti pronti? E uno, e due, e tre: prrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrr…

BARBARA SERRA 07/04/2011 A Milano per il Rubygate la giornalista di Al Jazeera English confessa che la cosa più difficile per lei è spiegare al pubblico del network arabo cosa sia il Bunga Bunga. Pensavo fosse la cosa più facile del mondo, almeno per la metà degli spettatori. Caro uomo musulmano, vediamo di capirci: i giardini delle delizie, le fonti chiarissime, le vesti di seta, le coppe dorate servite da fanciulle dall’occhio bellissimo, preziose come bianche perle nascoste… hai presente? Certo che hai presente. E sai bene che il maschio islamico più scalpitante il paradiso cerca di farselo in casa e su questa terra: se l’è un pover crist, gli bastano due o tre mogliettine; se è un mezzo califfo si fa l’harem. Il Bunga Bunga è l’harem made in Padania, la più terragna delle terre emerse. E Silvio, tuo fratello.

PAOLO MIELI 08/04/2011 E’ una delle più belle ville di Lampedusa e sa per certo che Berlusconi non l’ha comprata. LUI conosce il proprietario. LUI conosce tutti i ricchi d’Italia. I ricchi veri. Non gli zotici arricchiti.

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Che siano stati un milione, o quarantatremila, a scendere in piazza in difesa prima di tutto della costituzione, ma anche, visto che c’erano, della giustizia e della scuola, non cambia molto. Il vero effetto tsunami l’abbiamo visto solo in televisione. Le ondate di popolo che con regolare stanchezza sommergono le piazze italiane si sono ritirate lasciando nell’indifferenza un paese oramai abituato a questi riti. Perché in effetti di riti si tratta, rinnovati quel tanto che basta – per esempio col bianco, il rosso e il verde – per riattizzare il fuoco nel cuore degli epigoni di una fede che sta per passare a miglior vita con un quarto di secolo di ritardo. E perché in effetti di una fede si tratta, la fede “in un paese diverso”. La vedo riaffermata, e quasi mi viene incontro, in un manifesto appiccicato alla vetrina della Libreria Feltrinelli di Treviso dove spicca la faccia ieratica di uno dei suoi profeti che con occhi di fuoco ha già inquadrato lo sghignazzante infedele.

Come gli adepti di una religione, infatti, costoro non hanno patria. Sono in esilio. Aspettano la Terra Promessa. Per molto tempo questa non fu neanche una Nuova Italia, ma un Mondo Nuovo. Bastonati dalle dure lezioni della storia, hanno perimetrato con più umiltà il paradiso dei loro sogni fino a farlo coincidere col cortile di casa. Hanno dovuto perciò riprendere in mano una bandiera che avevano sempre fatto mostra di disprezzare, ma solo per sbatterla in testa a coloro che con quella avevano mantenuto un rapporto normale; poi hanno ripreso a cantare l’inno nazionale ma solo per scoreggiarlo in faccia a coloro che l’avevano accettato pur nella strombettante bruttezza. Ed infine, visto che il fondamentalismo è l’ultimo stadio di una religione che muore nell’incapacità di superare l’orizzonte terrestre, si sono dotati di un Libro e di una Spada: la Costituzione e la Giustizia.

Farebbero perfino tenerezza, se non fosse che questa commedia è servita loro per appropriarsi un passo alla volta di un paese con la logica del racket, alternando le lusinghe alle minacce. Questo spiega il fatto, apparentemente contraddittorio, che oggi, quando si viene al dunque, essi siano i più strenui difensori dello status quo: di come questa repubblica si sia venuta articolando, e di come essa abbia sedimentato sacche di potere e rendite di posizione nei tanto disprezzati sessant’anni di “regime”. Stranieri in patria, sono comodissimamente sistemati, e spesso la fanno da padroni. Il “paese diverso” da loro concupito non sarebbe altro che l’ufficializzazione di questa progressiva okkupazione. Se non fosse così nemmeno si capirebbero la libertà e la spudoratezza, tipiche di chi si sente con le spalle copertissime, con le quali i maîtres à penser del patriottismo costituzionale offrono ai media le loro ridicole acrobazie lessicali. Sentite Zagrebelsky, sceso in piazza a Torino:

Ci sono momenti di aggregazione sociale in difesa delle buone regole della vita democratica. Credo che oggi sia uno di questi. Siamo di fronte a un rovesciamento della base democratica. La democrazia deve tornare a camminare sulle sue gambe: sostenuta dal basso. Non un potere populista che procede dall’alto. [La Costituzione] basta leggerla. È il testo che dà ai cittadini il diritto di contare in politica ed esclude il potere per acclamazione.

Il potere per acclamazione, o un suo simulacro, tipo il tirannicidio per acclamazione, mascherato da qualche levigato espediente legale, è proprio quello che costoro cercano nelle piazze, e proprio perché il sostegno dal basso è venuto meno. Sono loro che sperano nel rovesciamento della base democratica. E’ loro quel populismo che cerca di egemonizzare manu militari le piazze, grazie al militantismo dei fedeli, per imporsi poi ad un popolo intimidito. Che però è sempre meno intimidito, proprio perché è più consapevolmente democratico. Si arrendano. E l’Italia tornerà alla normalità.

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Le spallate antidemocratiche dei retori della Costituzione

Le bugie hanno le gambe corte. In questo caso si son rivelate cortissime. Ricordate i giorni nient’affatto lontani delle idi di dicembre quando Tiberio Cesare Bunga Bunga Berlusconi doveva cadere sotto i colpi di Bocchino & Granata? Credo di sì, nonostante l’oblio nel giro di una notte sia il marchio di fabbrica del cervellino degli uccelli da voliera della società civile. Esatto: quelli che svolazzano fin qua, o fin là, ben nutriti e canterini, senza mai dire una cosa che sia veramente fuori dal coro, specialmente quando sono caldamente indignati. E allora, grazie alla mia provvidenziale stampella, vi ricorderete sicuramente che, a parte l’esagitato Di Pietro e il rampante Vendola, in tutta la galassia sedicente democratica e responsabile, da Casini a Fini, dal Partito Democratico di Bersani a quello di Veltroni, dalla Stampa al Sole 24Ore, dalla Repubblica al Corriere, dai capitani d’industria ai marescialli della burocrazia, dai ventriloqui della Costituzione alle suffragette della Resistenza, la parola d’ordine era: niente elezioni, trauma lacerante in un paese già a brandelli, percorso da mille tensioni, per di più sballottato qua e là dagli spasmi della crisi finanziaria ed economica occidentale; in una parola, niente ancora di salvezza per il Caimano.

Ma la mozione di sfiducia promossa dalla gioiosa macchina da guerra bocchiniana venne beffardamente respinta, e il crollo berlusconiano non si riusciva a vederlo neanche col binocolo. Son bastate poche settimane, giusto il tempo di salvare le apparenze – e la decenza, carissima Barbara Spinelli – un altro opportuno giro di puttanate, e il comandamento anti-voto è già stato bellamente cassato. Dagli stessi giudiziosi protagonisti. Per le stesse giudiziose ragioni: così-non-si-può-andare-avanti!, in un paese già a brandelli, percorso da mille tensioni… Contrordine, compagni! Gli editoriali della Stampa e di Repubblica erano stati abbastanza chiari nei giorni scorsi. Oggi vengono allo scoperto il draconiano Massimo D’Alema, patrocinatore di una Union Sacrée antiberlusconiana, e il moscio Ferruccio De Bortoli, che con la congenita doppiezza del Corriere si fa scudo della necessità di un’impossibile tregua per dissimulare il suo voto per il voto. Il tutto mentre il Caimano ora dice: no, no, no, e poi no! Che la politica italiana somigli spesso a un vaudeville non è una novità, ma a fare bella figura in questa particolare commedia è stato proprio Silvio, l’unico attore che ha mostrato coerenza. E la vostra prontezza di spirito, son certo, non avrà mancato di cogliere il lato ridicolo dei suoi contegnosi avversari.

Intanto, in un simulacro di rivoluzione, si muove anche la truppa movimentista. Gian Carlo Caselli, oracolo della magistratura, ha già detto che “la misura è colma”. Il cinque febbraio sarà la volta dei giacobini di Libertà e Giustizia. Gli ideatori dell’Appello Resignation si ritroveranno al Palasharp di Milano. Umberto Eco, Paul Ginsborg, Roberto Saviano, Gustavo Zagrebelsky, Sandra Bonsanti, Gad Lerner e molti altri tristissimi figuri saranno della partita. Poi il tredici febbraio il capopopolo Michele Santoro, previo appello alla mobilitazione già firmato da Marco Travaglio e da Barbara Spinelli, manifesterà davanti al Tribunale di Milano. Questi saranno rispettivamente il Sinedrio e la Piazza che dovranno condannare una volta per tutte Berlusconi agli occhi della pubblica opinione. Lo scopo è semplice e anticostituzionale: intimidire le istituzioni, il Presidente della Repubblica e il Parlamento. Se le minoranze organizzate a falange non riusciranno a gettare nel panico la maggioranza parlamentare, si prenderà allora per il bavero il vecchio compagno Napolitano. Vi ricordate? Vi ricordate la prima parte dell’articolo 88 della Costituzione? “Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse.” Zagrebelsky, illustrando col conforto della dottrina il pensiero della Meglio Italia, ci scrisse su la solita arringa sul quotidiano fondato da Scalfari, per dimostrare ai golpisti del tipo del Cavaliere, e ai deficienti che lo seguono, che se la mozione di sfiducia fosse passata alla Camera, la richiesta di elezioni per un solo ramo del parlamento sarebbe stata una forzatura eversiva. Ma ora invece, spinti dalla disperazione o dall’esaltazione, gli stessi zeloti della Costituzione non si faranno scrupoli di spingere il Presidente della Repubblica, sentiti naturalmente i Presidenti delle Camere, e in forza naturalmente dell’Art. 88, nonostante una maggioranza di governo fino a prova contraria ancora in sella, a sciogliere le Camere e ad indire elezioni anticipate. S’intende, sempre col conforto dei dottori della legge. Cose allucinanti. Golpiste.

Ma non avverrà. Ancor prima del Parlamento, sarà la pubblica opinione a mandare all’aria questo disegno. Già lo fece, disillusa, nell’immediato dopo-Mani Pulite. Questa volta lo farà prima, non lasciandosi impressionare. La spallata decisiva rischia di tramutarsi nel naufragio di “questa” sinistra. Sarà un bene. Ed allora nei libri di storia sarà scritto che il merito maggiore della lunga stagione berlusconiana sarà quello di avere, con la sua sorprendente resistenza, prima assorbito e poi neutralizzato definitivamente la forza propulsiva di quel radicalismo di massa che fu fascista, comunista e per ultimo giacobino: nella sua longevità la vera anomalia italiana.

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Italia

Poesia del dettato costituzionale (*)

Se la chiosa del caimano

è già un colpo di mano,

la lettura del presidente

sia virtù di resistente!

Vogliam fare un quarantotto

sull’articolo ottantotto,

della lettera non c’importa

e lo spirto è cosa morta!

Dell’imbroglio non ci cale,

Zagrebelsky sia fiscale!

(*)  Nel titolo mi sono ispirato – non si sente? –  alla “Gloria del disteso mezzogiorno” di montaliana memoria.

Update del giorno dopo: come previsto, il Prefetto della Congregazione della Dottrina della Costituzione, l’illustrissimo Gustavo Zagrebelsky, è intervenuto.

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La legge, la pagliuzza e la trave

“La Legge! La Legge! Forma è sostanza!” Ma perché i sempiterni piazzaioli della Costituzione gridano tanto? E cos’è questa novità? Da quando mai sono diventati sfegatati partigiani delle formalità burocratiche? Li conoscevamo come cultori della legalità ma non patiti dei timbri e delle firme, di quelle leggibili e di quelle non leggibili. Ma non è stata sempre la loro grande specialità, il valore aggiunto della loro specialissima condotta civile, sulla quale dovevamo deferenti chiudere un occhio, andare “oltre la legge” in nome della democrazia, giacché stavamo e stiamo ancora vivendo in uno stato che è una “finzione” democratica, e non una democrazia “vera”? E se stiamo vivendo in una finzione democratica, dal regime democristiano al decennio craxiano, dal decennio craxiano al ventennio berlusconiano, perché fanno tanto i difficili su microscopici dettagli della storia? Quante volte i cultori della legalità hanno opposto alla “democrazia formale” la loro “democrazia sostanziale”? Quante volte i “magistrati democratici” hanno piegato il diritto alla loro creatività interpretativa in ottemperanza (visto che parliamo di timbri) alla loro missione civilizzatrice e non al loro ruolo di semplici amministratori della giustizia? Quante volte la sinistra ha tollerato se non benedetto le “okkupazioni” e gli scioperi selvaggi? Quante volte la sinistra ha appoggiato i “disobbedienti civili” di qualsiasi tipo contro una polizia “fascista” che voleva far rispettare le “regole”? Quante volte i giustizieri di Mani Pulite del rispetto scrupoloso delle regole formali – cioè della Legge – si son fatti beffe? Quante volte, sistematicamente, con metodo, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese, anno dopo anno, nell’ineffabile disinteresse democratico del Consiglio Superiore della Magistratura e della Associazione Nazionale Magistrati, dai palazzi di giustizia sono usciti verbali e intercettazioni coperti dal segreto istruttorio? Ma non sarebbe ora di riflettere su queste cose, cari giovani virgulti viola, invece di ripetere come pappagalli le solite cretinate che vi mettono in bocca?

Dall’epoca post-Giolittiana la vita politica italiana è percorsa da un confuso radicalismo di massa che prima della seconda guerra mondiale ha trovato sfogo nel massimalismo di sinistra e nel fascismo, e con la fine della seconda guerra mondiale si è incanalato a sinistra nel mito tutto italiano della democrazia “incompiuta”. La grandissima parte della violenza politica del dopoguerra si è nutrita di questo mito. Se l’Italia è stata, ed è ancora, un simulacro di democrazia, una “forma” di democrazia e non la sua “sostanza”, perché si dovrebbe sottostare alle sue regole? Il malaffare, lo scarso senso civico, le “caste” date in pasto agli sciocchi, di cui oggi, come ieri, si fanno grandi lamentazioni, sono in realtà solo le turpi ma non mortali escrescenze di un male che è più profondo, e di cui sono portatori proprio i fautori della palingenesi dei costumi italici. Gran disprezzatori del popolo, quando non marcia compatto per idee belle e nobili, le loro, sono gli stessi che fin dall’inizio hanno messo moralmente sub judice la legittimità del nuovo ordine democratico-repubblicano, nella persona dei suoi rappresentanti. Ne hanno minato la fiducia alla base, introducendo un elemento generalizzato di sospetto, ed è questo che ha quasi soffocato nella culla il senso civico in Italia, e che ha quasi costretto la politica ad oscillare in continuazione tra utopia e piccolissimo, miserabile cabotaggio. E quindi, come per ogni Credo che si rispetti, non c’è niente di sorprendente che alla fine della giostra la parola dovesse realmente passare ai giudici. Fra questi demolitori, insospettabili, anche certi liberali al cento per cento (oggi) col chiodo fisso di una salvifica nuova classe dirigente. Che non arriverà mai, mettetevi il cuore in pace, perché di liberale in questa speranza non c’è nulla. Fra discorsi contorti ed allusioni, questo lavoro di demolizione prosegue imperterrito. Gustavo Zagrebelsky sarebbe assai stupito di vedersi catalogato fra gli aspiranti demolitori della democrazia italiana, e tardo interprete del sopramenzionato radicalismo di massa con tutta quella brutta compagnia al seguito. Ma lo è. Appena l’anno scorso in un’intervista su Repubblica diceva:

Si può notare quanto questo testo sia lontano dal cliché che fa del professor Bobbio un teorico della democrazia esclusivamente formale, cioè della democrazia come insieme di regole procedurali. Senza queste regole, non c’è democrazia. Ma non è vero che la democrazia si esaurisca qui. Non bastano le istituzioni; occorre che le istituzioni siano “alimentate da saldi principi” e questi saldi principi sono l’humus della democrazia. Occorre dunque che le forme della democrazia operino in una sostanza democratica. Bobbio, in questo campo, era tutt’altro che un formalista. Avendo appreso la lezione dalla teoria e dalla storia, sapeva bene che, senza sostanza, la democrazia si trasforma in un guscio vuoto che può contenere, cercando magari di nasconderla o di imbellettarla, qualsiasi sozzura e che ciò, alla fine, si rivolgerà contro le sue regole formali, rendendole odiose ai più. Se le procedure democratiche si riducono a una scorciatoia per gli interessi dei potenti di turno, è facile che la frustrazione dei molti possa essere indirizzata contro la democrazia, invece che contro chi ne abusa. L’origine del populismo è questa.

Anche volendo stare a questo gioco di parole, chi è poi che decide quali leggi siano meri orpelli retorici per i potenti di turno, e quali siano quelle “sostanziate” democraticamente? Non basta infatti che siano formalmente impeccabili; devono “vivere” in una società democratica nella quale

…l’uguaglianza è una condizione onnipervasiva della democrazia. Senza uguaglianza di mezzi materiali e intellettuali, la libertà cambia natura e la democrazia si trasforma in maschera dell’oligarchia, cioè del regime del privilegio di pochi, non necessariamente i migliori, a danno dei molti, non necessariamente i peggiori, ma certamente i più deboli. Cioè: la democrazia, che dovrebbe essere il regime che bandisce tra gli esseri umani l’uso della forza, si rovescia nel suo contrario, cioè nel regime basato sullo squilibrio della forza. Da qui può venire una risposta alla sua domanda. Mai come in questo momento della vita della nostra società constatiamo tanta iniquità nella distribuzione dei beni materiali, delle conoscenze e delle risorse intellettuali.

E quindi, cari miei, senza questo eloquente incubo criptototalitario, questa “uguaglianza di mezzi materiali e intellettuali”, inconciliabile ovviamente con la libertà, ma che sta alla base, secondo Zagrebelsky, della democrazia, e da cui siamo irrimediabilmente lontani nell’epoca berlusconiana (per fortuna), le questioni formali non dovrebbero contare un fico secco. Altre sarebbero le priorità. Invece contano, e giustamente. Ma di cosa si è nutrito in tutti questi anno il menefreghismo italico per norme e regole, già abbondante per natura, se non del generale disprezzo per la nostra “democrazia” dispensato a piene mani dalle grosse teste pensanti della cultura egemone? Quello stesso disprezzo al quale hanno attinto, per altro verso, i fanatismi delle bande terroriste?

Nel “Discorso sulla Costituzione” del 10 maggio 1793, Robespierre si dilungò in lungo ed in largo sulle libertà pubbliche, sulla necessità di limitare il potere dei governanti, sulla divisione dei poteri e tante altre belle cose. Il suo proposito era di “dare al governo la forza necessaria per ottenere che i cittadini rispettino sempre i diritti dei cittadini e che neppure il governo stesso possa violarli”. Ma che belle parole! E come somigliano a quelle dei nostri adoratori della Legge! Eppure eravamo all’inizio del Terrore. Per dare più pregnanza alla nobile astrattezza dei suoi discorsi sul governo ideale si scelse un esempio in negativo:

…l’Inghilterra dove l’oro e il potere del monarca fanno costantemente pendere la bilancia dalla stessa parte, dove lo stesso partito d’opposizione sollecita, di tanto in tanto, la riforma della rappresentanza nazionale solo per allontanarla, d’accordo con la maggioranza che apparentemente combatte. Una specie di governo mostruoso dove le virtù pubbliche non sono che una scandalosa parata, dove la legge consacra il dispotismo, dove i diritti del popolo sono oggetto di un aperto mercato, dove la corruzione è priva del freno stesso del pudore.

Corruzione, mancanza di pudore, leggi consacranti il dispotismo, opposizione collaborazionista se non complice. E parlava dell’Inghilterra, la patria della democrazia moderna, mica dell’Italia di Berlusconi.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

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Il messianismo democratico di Gustavo Zagrebelsky

Torna Gustavo Zagrebelsky, ex presidente della Corte Costituzionale, l’ideologo-non ideologo della Città Democratica dalle simmetrie perfette e dalla più perfetta trasparenza, con le sue quattro belle porte in direzione dei quattro punti cardinali, splendente e cristallina come la Nuova Gerusalemme dell’Apocalisse Giovannea. Torna a parlarci di moralità pubblica, per nobilitare con le sue auguste e fredde considerazioni il puttanaio alzato da La Repubblica negli ultimi mesi, ora che la fase di erezione nell’attenzione dell’opinione pubblica sta biologicamente scemando. Tuttavia non si tratta di moralismo tout-court. Si tratta dell’essenza della democrazia, che è la società della lealtà e della verità, contrapposta alla società della menzogna e della sopraffazione, grosso modo quella del mondo predemocratico, si direbbe, almeno ad osservare da lontano l’astratta concezione della storia del nostro. Nella prima la virtù pubblica è l’esercizio della verità, che non è l’imposizione di una particolare visione del mondo, che rimane soggettiva, ma il rispetto della mera verità dei “fatti”: che è il solito metodo sbrigativo dei robespierrani di ogni epoca per tagliar corto – ad un certo punto – ogni ragionamento con l’affermazione di un’indiscutibile “ovvietà”. Nella seconda la virtù consiste nell’esercizio della menzogna e della dissimulazione, da parte dei potenti ma pure da parte dei sudditi, in chiave difensiva.

Dunque per Zagrebelsky fondamentalmente la democrazia funziona e si caratterizza attraverso la correttezza. Ma chi giudichi questa correttezza non è dato sapere. La correttezza è una qualità etica e tuttavia la democrazia non sposa nessuna etica. Al contrario la democrazia sposa un fecondo relativismo, fattore di libertà. E tuttavia la democrazia non deve cadere nel nichilismo o nell’indifferenza etica, che anzi è una caratteristica dello stato di servitù. Anche se Zagrebelsky è contro l’etica della verità. Ma:

contro l’etica della verità significa a favore di un’etica del dubbio. […] L’etica del dubbio non è contro la verità, ma contro la verità dogmatica.

Dobbiamo stare però attenti, il rispetto delle procedure non basta a sostanziare l’etica-non etica democratica: cari miei, al Prefetto della Fede Democratica nulla sfugge! Perché può darsi che anche con il rispetto delle procedure i manipolatori della Parola riescano a far trionfare la menzogna, e questa sarà smascherata dai suoi frutti. Costoro sono i profittatori delle libertà democratiche e devono essere combattuti senza pietà. Per dirla con Zagrebelsky:

Naturalmente, l’affermazione del carattere relativista della democrazia incontra un limite in una sorta di principio di non contrattazione; essa non può essere relativista rispetto alle sue stesse premesse, ai principi su cui si basa. Qui deve valere l’assolutismo e la difesa intransigente dai pericoli che le vengono dai suoi nemici, coloro che si richiamano all’anti-democrazia. Anzi, una volta che la democrazia sia concepita non come pura procedura ma come sostanza di valori politici (l’uguaglianza e la giustizia sociale, la libertà, la solidarietà e l’inclusione sociale, la tolleranza, eccetera) può diventare essa stessa un fine di se stessa. Anzi, “deve” diventarlo, senza di che si trasformerebbe in un mezzo come un altro per la conquista del potere e l’abolizione della democrazia; un mezzo, in certe condizioni storiche, addirittura più invitante, perché meno violento di altri.

Eccola qua, come volevasi dimostrare, la Nuova Gerusalemme Democratica, la democrazia come “un fine di se stessa”, sostanza di valori “politici” – etici o non etici? -; che dovrebbe riuscire a conciliare, senza uscire dalla schiavitù del tempo e dello spazio, ed in questa terra di lacrime, la verità vera, quella non dogmatica, con tutte le verità “dogmatiche” particolari, in un regime di libertà; dove tutto si muove componendosi però nella stabile armonia delle sfere celesti.

Eh bellissimo! Ma non crediate che entrare fra gli eletti della città democratica sia così semplice. Dovrete superare un esame, previo corso di preparazione, in merito alla super-etica dell’etica del dubbio, che supera il dualismo tra ius e lex, tra norma morale e norma giuridica, nello stesso tempo in cui ne riafferma la distinzione, che invera la vera verità opposta al dogmatismo e all’ideologia, e che si sostanzia nel rispetto di un decalogo-non decalogo di valori-non valori transeunti eppure eterni e nell’esercizio di un’educazione permanente alla democrazia. Ma ecco il decalogo dell’avversario dell’etica della verità:

In altro luogo, ho cercato di esporre per esteso, a partire dal senso comune [“senso comune”: è di nuovo il metodo per tagliar corto – ad un certo punto – ogni ragionamento con l’affermazione di un’indiscutibile “ovvietà”, N.d.Z.] una specie di decalogo dell’etica democratica: l’adesione a principi e valori, contro il nichilismo; la cura della personalità individuale, contro le mode, l’omologazione, il conformismo e la massificazione; lo spirito del dialogo, contro la tentazione della sopraffazione; il senso dell’uguaglianza e il fastidio per il privilegio; la curiosità e l’apertura verso la diversità, contro la fossilizzazione e la banalità, e contro la tendenza a guardare ogni cosa da una sola parte, la nostra; la diffidenza verso le decisioni irrimediabili che non consentono di ritornarci criticamente su; l’atteggiamento sperimentale, contro le astrazione dogmatiche; il senso dell’essere maggioranza e minoranza, dei compiti e delle responsabilità corrispettivi; l’atteggiamento di fiducia reciproca, che non vede in ogni cosa complotti e in ogni avversario un capro espiatorio; infine, la cura delle parole.

E questa è solo la sintesi di una sorta di prontuario, di catechismo civico continuamente aggiornato, che il cittadino dovrà consultare per saper bene cosa fare e cosa dire; insomma, per essere un bravo “democratico”. A giudicare la vostra preparazione sarà il Comitato di Salute Pubblica della Città Democratica; ma non spaventatevi, a parte queste quisquilie potrete folleggiare, o no?

Quanto a me, a questa società civile preferisco di gran lunga lo stato selvatico; e pure quello berlusconiano mi sembra molto più umano e degno di rispetto, anche se purtroppo fuori della portata delle mie tasche.

[pubblicato su Giornalettismo.com]