Bello & Brutto

Musica e tempo

stravinski«Le phénomène de la musique nous est donné à seule fin d’instituer un ordre dans les choses, y compris et surtout, un ordre entre l’homme et le temps. Pour être réalisé, il exige donc, nécessairement et uniquement, une construction. La construction faite, l’ordre atteint, tout est dit. Il serait vain d’y chercher ou d’en attendre autre chose. C’est précisément cette construction, cet ordre atteint qui produit en nous une émotion d’un caractère tout à fait spécial qui n’a rien de commun avec nos sensations courantes et nos réactions dues à des impressions de la vie quotidienne.» (Igor Stravinskij)

Instituer un ordre entre l’homme et le temps significa mettere un ordine al divenire delle cose, significa imbrigliare il divenire e il tempo, e lenirne il doloroso processo. E’ un tentativo di sospendere il tempo. Ma è una sospensione del tempo diametralmente opposta a quella provocata dall’angoscia. L’angoscia è una sospensione infernale del tempo: l’uomo anela ad uscirne per entrare nella vanità di un presente inafferrabile che fugge rapinosamente nel futuro per essere immediatamente inghiottito dal passato: ma per chi è nell’angoscia questa vanità è necessaria come l’aria da respirare. La musica, invece, aspira ad essere una sospensione paradisiaca del tempo, un modo per tenere al guinzaglio un presente che non fugga rapinosamente nel futuro per essere immediatamente inghiottito dal passato; un presente che però dall’angoscia non può liberarsi del tutto: non è l’eternità, ma una promessa di eternità. E tuttavia questa construction resterebbe un freddo gioco intellettuale se non fosse innervata e vivificata dalla melodia, che è l’elemento carnale del quale la musica non può fare a meno, così come l’anima del corpo; la quale melodia, a sua volta, è la forma con la quale l’impulso dionisiaco si purifica piegandosi e quasi rinserrandosi nell’apollineo, curvilineo solco.

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Articoli Giornalettismo, Bello & Brutto, Italia

Meno arie, caro Lissner

Non essendo un cuor di leone e volendo farsi bello agli occhi dell’Italia che conta, il sovrintendente alla Scala Lissner ha riservato una battuta malevola e stupida (“avrà altro da fare”) al ministro della cultura, reo di aver disertato la prima della stagione scaligera. Bondi, in quel momento impegnato in Parlamento, sarà pure un bambinone e il classico, imbarazzante poeta cui non mancano applausi di circostanza dalla cerchia di quegli amici che non sanno come dirgli che con l’ippica forse potrebbe togliersi ben altre soddisfazioni; però è l’uomo più buono ed inoffensivo della terra. Per questo tutti i vigliacchi gli danno contro. E per questo lui vuole bene a Silvio e Silvio a lui. C’è bisogno di dire che se il Charlie Brown del governo Berlusconi si fosse presentato alla Scala i soliti muezzin dell’Italia migliore lo avrebbero incolpato di aver voluto sfilare a tutti i costi durante un rito mondano di insostenibile leggerezza mentre Pompei cadeva a pezzi? E che lui – povero fanciullo! – se ne sarebbe sinceramente contristato?

Premesso questo, chi lo dice che per un ministro della cultura bigiare la prima della Scala sia un gran peccato? Già, chi lo dice? Alla prima della Scala presenzia un sacco di gente famosa che di musica non capisce niente – non è una colpa – ma che invece di schermirsi con garbo di fronte alle domande del petulante cronista, come farebbe qualsiasi intelligente casalinga di Voghera, si sente in dovere di dire la sua su interpreti, direttore e regista. Ah, il regista! Ho l’intima certezza che gli odierni “registi” d’opera di musica non capiscano un’acca. Capire la musica vuol dire ricavarne piacere. Ricavarne un puro ed onesto piacere senza l’aggiunta di strane droghe vuol dire amarla. Amarla vuol dire sottomettersi. Inoltre, chi ama la musica, per quanto onnivoro, ha i suoi gusti e le sue idiosincrasie. Anche scandalose. La razza tirannica, ignorante e brutale dei registi, che una volta giustamente non esisteva, marcia invece indistintamente su Gluck, Verdi o Prokofiev e si è messa in capo di trasformare i cantanti in attori, e di mettere le note sotto il tallone di ferro del dramma, nonostante Mozart sostenesse il contrario. Allo scopo tutto è lecito: l’allestimento scenico nudo o al contrario eccessivo e bizzarro, obbligatoriamente anacronistico, tale che l’occhio uccida proditoriamente l’orecchio; o il valore aggiunto dell’ammiccamento di tipo politico o sexy, che ci fa arrossire, ma solo per il suo infantilismo. Supponenza e volgarità si danno la mano, giustificandosi a vicenda. Onde per cui questo circo è diventato un avvenimento culturale per eccellenza. Senso della misura, un po’ di distacco, di ironia? Zero. Per quella ci vorrebbe nobiltà d’animo, che prescinde dalla “cultura”. Quando poi si tratta di Wagner, che è serissimo, che è tedesco, che è monumentale, che è il profeta dell’arte totale, della gesamtkunstwerk, tutti si mettono spontaneamente sull’attenti, anche quelli per cui la Valchiria rimarrà per sempre quel temibile e intonso pacchetto di appena quattro CD. Si entra in chiesa:

…e la cerimonia ebbe inizio. Mi feci il più possibile piccolo e rimasi immobile. Dopo un quarto d’ora non ce la facevo più; i miei muscoli erano indolenziti, dovevo cambiare posizione. Crac! Ci siamo! La sedia fa un rumore che richiama un centinaio di sguardi furibondi! Mi rifaccio piccolo, ma il mio pensiero corre alla fine dell’atto che porrà termine a questo martirio. Finalmente giunge l’intervallo e mi ripago con due buone salcicce e un boccale di birra. Non appena accesa la sigaretta, sono richiamato al raccoglimento dal segnale d’inizio. Un altro atto da subire! Penso intensamente alla sigaretta appena iniziata e sopporto ancora quell’atto. Poi, di nuovo salcicce, birra, fanfara, raccoglimento, ancora un atto – l’ultimo. Fine!

Chi è questo insolente? E’ il piccolo, grande, irresistibile Igor Stravinskij reduce dalla “sacra rappresentazione” del Parsifal di Wagner a Bayreuth. Appena trentenne, alto un metro e mezzo, calvo, occhialuto, e tuttavia non disperato, il nanerottolo aveva già l’inimitabile faccia da vecchietto in gamba che per sua fortuna mantenne bella, fresca e quasi intatta fino ai novant’anni. Ora la sua piccola salma riposa a Venezia, nel poetico cimitero dell’isoletta di San Michele, gentilissima cittadella murata e resort di lusso per i pensionati dell’oltretomba. Lunghi bastioni orizzontali in mattoni rossi, bardati da pietra bianca, dietro ai quali svettano verticali e altissimi verdi cipressi secolari, accompagnano l’occhio per centinaia e centinaia di metri quando camminate lungo le Fondamente Nove, l’ampia passeggiata che limita a nord-est la città dei vivi: sopra sorride la volta celeste, sotto s’increspa lo specchio azzurro delle acque. Quando fa bello, e tutto trasuda mitezza, vi prende una strana e quasi filosofica voglia di tuffarvi per andare incontro al vostro destino…

A Bayreuth l’aveva invitato Diaghilev, l’impresario dei Balletti Russi. Ci andò con piacere, anche se già presagiva le dissonanze elettive col grande Wagner ma soprattutto con la setta wagneriana, e anche se in quel momento stava componendo in santa pace Le Sacre du Printemps. Tanto per dire, caro Lissner.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Chiarisco (copio un mio commento qui sotto): sarebbe assurdo negare la grandezza di Wagner. Neanche Stravinskij la negava. Pur “semplificando al massimo” non si può dire che per il russo la musica fosse indipendente da qualsiasi “contenuto poetico”. Affermava, piuttosto, che questa poesia doveva essere raggiunta coi mezzi della musica, e non truccata e appesantita da suggestioni extramusicali, di qualsiasi genere. Anzi, in pieno novecento usò spesso, polemicamente, parole come poesia e melodia. Un suo libriccino teorico si intitola proprio “poetica della musica”. Giunse a comporre un balletto, “Il bacio della fata”, su brevi tracce pianistiche di Čaikovskij, che fu un grandissimo compositore ma che allora – soprattutto allora – era considerato un artista salottiero e sdolcinato. Parlava provocatoriamente dell’incanto delle “sue belle frasi musicali”, belle e ben fatte. Contro l’astratta tirannia formale di certo sinfonismo, parlava di “una melodia che aveva perso il suo sorriso”, o qualcosa del genere. Gli sembrava astratto e tirannico anche il “dramma” wagneriano. Si può dire certamente che in certe cose Wagner è un mago. Con la sua musica sembra sempre di essere immersi in qualche liquida profondità oceanica, dalle mille sfumature, e quando non si è lì sotto, sembra di svolazzare tra le nuvole, tra venti e brezze contrastanti. Questo imponente moto ondoso sinfonico, continuamente rimodulato e sempre sottile, ma soprattutto certi improvvisi, ascendenti rapimenti melodici, portati allo spasimo, hanno segnato la storia della musica nel secondo ottocento. Quasi tutti gli debbono qualcosa. Ma questo è quello che rimane. Non la Gesamtkunstwerk. Quindi di Wagner mi piacciono, ahinoi, gli “highlights” (a parte la terribile cavalcata della Valchirie, veramente bolsa). Le sue opere sono un brodo tremendamente allungato, tremendamente enfatico, malgrado i miracoli del cuoco. In più un’opera lirica a me deve piacere anche se non capisco niente di quello che vi succede. Quello viene sempre dopo.