Una settimana di “Vergognamoci per lui” (118)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

LA BELLA POLITICA 18/03/2013 C’è la politica e c’è la bella politica. La bella politica è chiamata così perché è una sgualdrina. Se in politica la virtù scarseggia, nella bella politica il vizio prende il nome di virtù. Per la bella politica questi sono stati giorni di sfrenato bunga bunga. Alla vigilia delle elezioni democratici e grillini se le davano di santa ragione. Tra “La Repubblica” e “Il Fatto Quotidiano” era scoppiata la guerra. Un gruppetto di intellettuali fece un appello, prontamente ornato da tante belle firme dell’Italia saccente, per l’unico voto responsabile, il voto «utile» a favore dei democratici. Lo sconcerto per lo stallo provocato dall’esito del voto durò sì e no ventiquattro ore. “La Repubblica” si mise a fare gli occhi dolci ai «fascisti». Su «Il Fatto Quotidiano» il partito dei collaborazionisti alzò la cresta. Un gruppetto di intellettuali fece un appello, prontamente ornato da tante belle firme dell’Italia saccente, ai «cari amici» del Movimento 5 Stelle per l’unica scelta responsabile, il patto per il cambiamento tra democratici e grillini. Grazie a loro Grillo riuscì a dire qualcosa di sensato. «L’intellettuale italiano» scrisse sul suo blog, «è in prevalenza di sinistra, dotato di buoni sentimenti e con una lungimiranza politica postdatata. L’intellettuale non è mai sfiorato dal dubbio, sorretto com’è da un intelletto fuori misura per i comuni mortali. Quando il pdmenoelle chiama, l’intellettuale risponde. Sempre!» Per il crinito vaffanculista ciò significa che se non riuscirà a epurare i democratici, sarà distrutto e morirà nell’ignominia come fascista. Il regista Virzì lo ha già messo sull’avviso: «Spero si voglia bene all’Italia. Chi disprezzò gli intellettuali fu Goebbels.» Questi sciagurati non si smentiscono mai. Nel frattempo Bersani si trova nei panni del Caimano di due anni fa. Ha la maggioranza in un ramo del parlamento – per miracolo, grazie allo schifoso Porcellum – ma non nell’altro. Ma è convinto di trovarla per strada, pescando tra le truppe grilline al Senato un gruppetto di ragazzotti disposti a cambiar casacca, e fra i centristi qualche anzianotto in cerca di una poltrona. Fin qui la politica di Bersani. La bella politica sta in questo: che in caso di successo questa manovra gli varrà la nomea di statista, e la pattuglia dei voltagabbana sarà celebrata come un nobilissimo gruppo di Responsabili che ha a cuore le sorti del paese. E non mancherà l’incoraggiamento affettuoso dell’Associazione Nazionale Magistrati.

ENZO BIANCHI 19/03/2013 Dunque finalmente è arrivato: abbiamo il Papa Poverello, qui sibi nomen imposuit, per di più, Franciscum! Siccome la sapienza della Provvidenza è insondabile, e il suo onnipotente braccio agisce nel mondo nella più perfetta «maturità dei tempi», io oso credere, col permesso della Provvidenza, che il Papa Poverello sia capitato tra noi dalla Fine del Mondo, frateli e sorele, anche per confondere una buona volta la schiera fatua e petulante dei fautori nostrani di una Chiesa Poverella e Rinnovata, anzi, Rivoluzionata. Tra il mare di sospirose baggianate dedicate all’elezione di Papa Francesco non poteva mancare il contribuito del priore della Comunità di Bose, il quale su “La Stampa”, con un tratto di squisita delicatezza nei confronti dei predecessori del Poverello, ha intitolato il suo pezzo così: “Il Pontefice che si è fatto uomo”. Dovete sapere che il priore è fissato con l’uomo e l’umanità, che dalla sua penna vi vengono serviti in tale abbondanza da fare dei suoi scritti una melassa umanitaria capace di soffocarvi. Oggi il suo entusiasmo è tale che negli atti e nelle parole di Papa Francesco ha scorto il segno di promesse ineffabili, perfino di carattere lessicale: «La semplicità di questo uomo e cristiano “salito sul trono di Pietro” (si può ancora usare questa espressione?) diventato vescovo di Roma…», così ha scritto nell’articolo. E che c’è di male in questa espressione? Io dico che questo è parlar chiaro. Non vi farà mica paura, bambinetti? E poi pure Gesù, che si fece uomo, e che non volle farsi Re, disse: «Tu lo dici: io sono Re.» E sulla croce dove morì, c’era scritto chiaro, tondo, e profetico, qualunque sia la ragione, anche derisoria, che guidò la mano che vergò quelle parole: «Gesù Nazareno, Re dei Giudei». Addirittura in latino, greco ed ebraico secondo il Vangelo di S. Giovanni. Regni e Troni particolari, senza dubbio. Ma Regni e Troni. Tutta roba autentica, alla faccia del pauperismo linguistico.

[(Rispondendo a un commento) E’ lei che fa confusione. Infatti io ho scritto che “Cristo non volle farsi Re” eppure disse “Tu lo dici: io sono Re”. “Regni e Troni particolari, senza dubbio”. Re non di questo mondo, ovviamente. Ma Re. E Re dei Giudei, Re d’Israele, nella sua accezione universalista, sottratta alla schiavitù del tempo e dello spazio, del “popolo salvato” nella Gerusalemme celeste. Quanto al trono petrino – lasciando stare le implicazioni derivanti dall’esistenza dello stato del Vaticano  – esso sta a indicare un primato la cui natura non contempla, nella sua essenza, interpretazioni “di questo mondo”, comprese quindi quelle democratizzanti. (Rispondendo ad un altro) Le faccio notare che questa rubrica è fatta così. Si tratta di prendere per il bavero o impallinare ogni giorno una persona. E l’unica maniera di rispettare il malcapitato è di guardarlo in faccia e parlare con franchezza, temperando il tutto, possibilmente, con un tocco d’umorismo.]

HENRY JOHN WOODCOCK 20/03/2013 Dopo il clamore della stampa giustizialista e l’arrivo in procura di Prodi, il caso De Gregorio non prometteva niente di buono per il Berlusca. Ma non avevamo fatti i conti con un fuoriclasse capace di cambiare da solo il corso di una partita apparentemente già segnata: Woodcock, il magistrato anglo-partenopeo specialista in bolle giudiziarie. Se la sinistra non l’ha mai veramente arruolato tra i suoi eroi un motivo c’è: la prudenza. E così il Gip del Tribunale di Napoli ha bocciato la richiesta di giudizio immediato nei confronti di Silvio e dei due compari De Gregorio e Lavitola, i protagonisti della supposta compravendita di senatori. Per il Gip le chiacchiere di De Gregorio sono generiche, non provano affatto l’esistenza di un “accordo corruttivo”, e le somme di danaro passategli – a suo dire – dal Berlusca per il tramite di Lavitola si potrebbero eventualmente spiegare come un finanziamento al suo movimentino politico. Magari voi pensate che per Woodcock ciò rappresenti un mezzo disastro. E’ qui che sbagliate. Per lui un mezzo disastro è una grande vittoria, visti i precedenti. Si rimetterà al lavoro più rinfrancato che mai. Ne vedremo ancora di belle.

LIDIA RAVERA 21/03/2013 Quando scrisse, insieme a Marco Lombardo Radice, “Porci con le ali. Diario sessuo-politico di due adolescenti”, romanzetto di successo grazie all’inciucio di piccanti trasgressioni giovanili e impegno politico – il progressismo del secondo nobilitava il lato bungaiolo dei primi: funzionava così anche ai tempi del “regime” democristiano che si voleva abbattere – Antonello Venditti si chiedeva se il suo compagno di scuola si fosse salvato dal fumo delle barricate o fosse entrato, pure lui, in banca. Segno che neanche allora si pativa molto a fare i rivoluzionari, se in cambio della resa – ossia se mettevate la testa appena appena un pochettino a posto – un posticino in banca vi era assicurato. Anzi, con la “lotta”, ossia col vostro manesco, noioso e vezzeggiato protagonismo vi facevate un nome. E un nome è sempre un prezioso capitale agli inizi di qualsiasi carriera: basta guardare dove sono arrivati i barricaderos. Questi contestatori a prescindere furono un concentrato di conformismo à la page, e ambizioni vere non ne ebbero mai, a parte quella di ringiovanire con la loro presenza l’establishment. E’ per questo che la nomina della scrittrice ad assessore alla cultura e allo sport della regione Lazio suona come la consacrazione – un po’ tetra, burocratica, sovietica – di tutta una carriera.

DANIELA SANTANCHE’ 22/03/2013 I marò che erano tornati una buona volta a casa tornano in India. Il governo del «qui lo dico e qui lo nego» con la sua stoltezza e la sua debolezza adesso si è fatto un altro nemico: le famiglie dei marò, oltre a quelle dei pescatori indiani. Un fiasco che vale doppio. La prima volta che erano tornati in Italia, il governo aveva accolti i marò nel più demenziale dei modi: da capi di stato. Una pagliacciata che suonava come una excusatio non petita nei confronti dei due fucilieri e che trasmetteva l’immagine di un’Italia platealmente e ufficialmente partigiana nella vicenda. Anche quello un fiasco che valeva doppio. Il colpo di mano balzano dei giorni scorsi era figlio di un machiavellismo da disperati. Non poteva che essere, pure quello, un fiasco che valeva doppio. E infatti col dietrofront di oggi è raddoppiato. Intendiamoci, il governo, mi duole dirlo, ha fatto bene: la figura di merda se l’era garantita cacciandosi in un cul-de-sac. E’ per questo che oggi non mi vergogno della combriccola montiana, nonostante il tragico umorismo di cui ieri ha dovuto per forza fare sfoggio, dopo certe ore penose, nell’assicurare famiglie fin lì troppo attonite per poter piangere che «la pena di morte era esclusa». E’ con questa battuta che il dramma vero è scoppiato. Oggi comunque me la prendo con altri campioni, pure loro doppiamente sprovveduti. Qualche giorno fa, vergognandomi per Terzi, avevo chiuso l’articoletto con queste parole: «Quand’anche la cosa fosse stata contrattata sotto banco con le autorità indiane, è una soluzione che rischiamo di pagare salatissimo in termini d’immagine. Perché in questo momento ci sono centinaia di milioni di indiani che se sospettano e brontolano contro un governo, il loro, che su questo caso si è dimostrato inetto, debole e forse corrotto, non hanno invece il minimo dubbio, e lo gridano, che l’Italia si è confermata se stessa in tutto il suo splendore: il paese dei mafiosi e dei mancatori di parola. Lo dico ai cretini che oggi hanno ritrovato l’orgoglio nazionale.» Evidentemente tra questi ci doveva essere anche l’onorevole Santanché, la pasionaria del Pdl, che ieri ha tuonato furibonda: «Vergogna! I marò riconsegnati all’India. Ma dove è finito l’orgoglio nazionale?» Ma nel cesso, cara mia, nel cesso, dove era sempre stato.

[(Risposta ai commenti, rielaborata) I marò, anche per il loro bene, non avrebbero dovuto MAI tornare a casa. Ciò è servito a ingarbugliare la vicenda a tutto vantaggio del governo indiano, che ha avuto modo di dare una prova di magnanimità che non gli costava nulla o quasi, che caricava di responsabilità (e tentazioni) l’Italia, che caricava di facili illusioni le famiglie dei marò, che distoglieva l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica dalla posizione scomoda in cui si trovavano le autorità indiane; una manovra diversiva, insomma, a tutto nostro sfavore, che toglieva ulteriore linearità e forza di pressione ad un governo italiano che già aveva tergiversato troppo e malamente, e che sul quel poco o niente di linea negoziale non aveva cercato né trovato l’appoggio della diplomazia internazionale, specie quella comunitaria. Piaccia o non piaccia, il ritorno dei marò in India serve a rimettere le cose nel binario giusto – anche se i nostri cinguettanti e fatui ministri non si sono adoperati di proposito in tal senso, a dimostrazione che a volte si fa la cosa giusta senza sapere quel che si fa – a patto che il governo abbia voglia di giocare la partita in punta di diritto sgobbando duramente sul piano diplomatico, con una sola voce e con una sola linea, come andava fatto fin dall’inizio dopo l’errore fatale dell’attracco della nave coi marò. Trattenere a casa i fucilieri ci metteva dalla parte del torto agli occhi dell’uomo della strada del vasto mondo, perché costui capisce benissimo cosa vuol dire «mancare alla parola data», mentre rinuncia perfino a tentar di capire le sottigliezze del diritto. Quanto al caso visto dal lato degli “affari” e di Finmeccanica, dico che la diplomazia che si fa sotto il tavolo rischia di essere vana se quella che si fa sopra si è squagliata e non le offre riparo. Quanto alle rodomontate dei patrioti nostrani, esse non sono purtroppo che l’altra faccia della medaglia della stessa inettitudine. O quasi, diciamo.]

Perché in Italia un partito liberaldemocratico non può esistere

Le elezioni politiche in Giappone sono state vinte dai liberaldemocratici. Per Il Sole 24 Ore è una svolta a destra. Per Il Fatto Quotidiano è una svolta a destra. Per La Stampa il Giappone vira a destra. Per La Repubblica si afferma il partito conservatore. Per Il Corriere della Sera Shinzo Abe è il leader conservatore dei liberaldemocratici. Per L’Unità Shinzo Abe è il leader conservatore dei liberaldemocratici. Per Il Messaggero Shinzo Abe è il leader conservatore dei liberaldemocratici. Insomma: liberaldemocratici = conservatori = destra. Lo scrivono le gazzette della Meglio Italia, okkupate da decenni dalle truppe della rincoglionita Meglio Gioventù. Le stesse che frignano per il fatto che in Italia non ci sia un vero partito liberaldemocratico. Per forza: non lo vogliono né di destra, né conservatore. Ma ammodo, centrista di centro, ed urbanamente occhieggiante a sinistra. Perché in Italia la vera liberaldemocrazia, quella veramente liberale e quella veramente democratica, in fondo in fondo è di sinistra o quasi. Come se fossimo in USA o UK o nell’Europa della prima metà dell’ottocento. Imbroglioni. Ricattatori. E ignoranti.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (101)

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LUCA CORDERO DI MONTEZEMOLO 19/11/2012 Come detto e ridetto, scegliendo Vendola, Bersani ha messo fine ai sogni del grande centro montiano. Ma non ha chiuso la porta ai centristi. Ha detto loro: venire pure da noi, a fare la fine dei margheritini. Tutto ciò era logico e prevedibile. La scommessa politica dei partigiani del «fare presto» è perciò fallita: pur se sbrindellata l’architettura politica italiana rimane quella di stampo bipolare destra-sinistra disegnata dal «berlusconismo». Nella storia politica dell’Italia repubblicana «berlusconismo» significa «centrodestra». Prima di Berlusconi il centrodestra non esisteva. Il tentativo di ritornare all’anomalia italiana (che certi mattacchioni disperati vogliono europea), ossia un centro contrapposto alla sinistra, riflesso dell’anomalia comunista, è fallito. La tendenza ancora viva a fare a meno della destra, a non nominarla, a ostracizzarla, a descriverla come «non europea», a bollarla come populista, a fare come se non esistesse, significa due cose: che la sinistra non è ancora socialdemocratica, e che la mamma degli utili idioti e dei vigliacchetti è sempre incinta. Ora i montiani si trovano in un cul-de-sac, come gli irrisolti democristiani del dopo Mani Pulite: se non vogliono fare la fine di Martinazzoli devono «entrare» nel centrodestra, ma se lo faranno dovranno rinnegare, per così dire, la loro stessa ragione sociale ed accettare il «berlusconismo» come fenomeno positivo e costruttivo della politica italiana. E’ per questo che oggi si comportano come dei democristiani andati a male: il cerchio si sta chiudendo, il conto alla rovescia fa sentire il suo tic-tac sempre più distintamente, il tempo delle decisioni è arrivato, e loro hanno deciso – per il momento – di non decidere. Per farci fessi lo hanno fatto con grande pompa decisionista. Sono stati rumorosi e perentori. Così Luchino Cordero di Montezemolo y Gomez y Lopez y Martinez de Vallombrosa è sceso finalmente in campo. Ma senza candidarsi. Monte il temporaggiatore lo ha fatto per costruire una piattaforma politica intorno a Monti il sibillino. Ma senza chiedergli di candidarsi. Monti il sibillino d’altra parte impegni non se ne assume, e nessuno glieli ha chiesti, dice lui. Ma non esclude. E intanto le convergenze, se pur parallele, implacabilmente convergono.

LA POCHADE PROCESSO RUBY 20/11/2012 Marianna Ferrera, vaga fanciulla, umiliata e offesa: «Io sono una brava ragazza e mi hanno considerato una escort, quindi se lei mi permette io dico che questo è un processo assurdo». Ilda Boccassini, arcigno procuratore, rivolta ai giudici: «Il teste non può permettersi di dire queste cose». Niccolò Ghedini, avvocato, con paterna sollecitudine: «È solo un commento che evidentemente le è sgorgato dal cuore». Dal cuore! Quale strepitoso garbo antico! Be’, che ve ne pare? Non è un brillantissimo scambio di battute? Non vi si sente la musica di un testo vero? La zampa leggiadra del maestro? Dell’artista che con una scintillante stoccata inchioda la messa in scena alla sua vera natura?

RECEP TAYYIP ERDOGAN 21/11/2012 Diciamolo: il primo ministro turco ha rotto. La spinosissima questione del genocidio armeno di un secolo fa lo ha sovente imbufalito ma lo ha anche illuminato su una cosa di importanza capitale: questo Occidente stanco e rimbambito capisce ormai solo la retorica dei diritti umani. Forte della preziosa scoperta qualche tempo fa Tayyip Erdogan ha tirato fuori l’artiglieria umanitaria e da allora cannoneggia senza soluzione di continuità. Ha cominciato col suo vicino ed ex amico siriano Bashar al Assad, descritto come «terrorista», e accusato di «genocidio», beninteso contro il suo stesso popolo. Poi all’assemblea dell’ONU ha chiesto di dichiarare l’islamofobia, neologismo che non gli sarebbe mai venuto in mente se l’Occidente non l’avesse provvidenzialmente coniato, «crimine contro l’umanità». E ora definisce Israele uno «stato terrorista» che a Gaza sta naturalmente perpetrando una «pulizia etnica». L’Occidente è sempre stato bravo ad esportare le sue patologie. Come dimostra il successo vivissimo tra i barbari del populismo umanitario.

IL FATTO QUOTIDIANO 22/11/2012 Gianpiero Samorì, il mini-berluschino delle primarie del Pdl, è un banchiere modenese «dai tanti misteri». Così la pensa il sospettoso watchdog della democrazia italiana: meglio mettere le mani avanti, ché non si sa mai.

PIER LUIGI BERSANI 23/11/2012 Tra Vendola e Casini ha scelto Vendola, ma a Pier Ferdinando non ha chiuso la porta. E’ «legato a Nichi da grande simpatia», ma in caso di ipotetico ballottaggio alle primarie della sinistra tra Nichi e Matteo sceglierebbe magnanimo il compagno di partito Matteo. Al Monti-bis ha detto un chiaro no da tempo. E l’altro giorno al presidente del consiglio ha dato un consiglio: «non si candidi». Si capisce perciò come l’uscita quirinalizia sulla non candidabilità del senatore a vita Monti, seppur mirata a ben, ben, ben altri obbiettivi, gli sia particolarmente piaciuta. Franceschini, lo scalmanato capogruppo del Pd alla Camera, ha poi rincarato la dose con un’intemerata mai vista, da parte di un rappresentante della “maggioranza”, contro il governo dei tecnici, conclusa con queste solenni parole: «La sovranità appartiene al popolo, come dice l’articolo 1 della Costituzione. Al popolo, non ai mercati e ai grandi interessi finanziari». La demagogica grossolanità di Dario è stata vivamente applaudita, non essendo uscita dalla bocca di un nazional-populista di destra. E tuttavia se toccasse a lui, Pier Luigi, guidare il prossimo governo, al supertecnico non rinuncerebbe: «parlerei con Monti per capire quale possa essere, dal suo punto di vista, il contributo più utile che potrebbe dare al Paese”. Perché Pier Luigi è uno della vecchia scuola: nessun nemico a sinistra, a parte quelli proprio fuori di testa; tutti gli altri cretini, però, sono benvenuti.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (93)

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IL FATTO QUOTIDIANO 24/09/2012 Nel 1953 i comunisti si decisero infine per «forchettoni»: questo era il simpatico epiteto da riservare agli avversari democristiani nella campagna elettorale di quell’anno. Sui muri i manifesti con le forchettone la fecero da padroni. Su uno di questi si poteva leggere: «UN CONSIGLIO AI FORCHETTONI: contro il logorio della campagna elettorale dei comunisti bevete Cynar! ELETTORI: contro il logorio di 5 anni di malgoverno Dc votate P.C.I.!» Su un altro si leggeva: «Via il regime della forchetta! VOTA COMUNISTA.» E su un altro ancora si potevano vedere le caricature di De Gasperi – lo «statista», quello adesso santificato anche a sinistra – con in spalla una forchettona, di Gonella con un cucchiaione, e di Scelba con un coltellone. Oltre al «vota comunista» sul manifesto – ci credereste? – c’era scritto: «per l’onestà contro la corruzione». E adesso piangete. O ridete. Ecco, domani uscirà con Il Fatto Quotidiano “Roberto Forchettoni”, il libro dedicato dai segugi del Fatto alle presunte malefatte di Formigoni. Io non penso che al Fatto ignorino il precedente. Penso anzi che il ritorno al «forchettonismo» sarà vezzosamente rivendicato. Io vedo però in questo un auspicio favorevole. Così come tutta la storia di Roma antica è un grande arco teso tra Romolo e Romolo Augustolo, così spero che col ritorno dei forchettoni, dopo sessant’anni di vita repubblicana, per una certa Italia migliore dell’altra la pacchia sia veramente finita.

ANGELO BAGNASCO 25/09/2012 Caro cardinale, posso parlarle con franchezza? Credo di sì. E allora vado. Dunque, caro cardinale, io ho come l’impressione che lei di politica non capisca un tubo. Nel suo ultimo intervento sulle vicende italiane, per esempio, fra le altre cose lei ha detto: «E’ l’ora (…) della rifondazione dei partiti, delle procedure partecipative ed elettive, di una lotta penetrante e inesorabile alla corruzione…». Ma non si rende conto che in politica l’ansia di rifondazione e il piccolissimo cabotaggio sono fatti apposta per alimentarsi a vicenda? Che la demagogia degli onesti e il magna-magna sono le due facce della stessa medaglia? Che ambedue sono il segno di uno stesso infantilismo? Che ambedue congiurano contro la politica, ossia l’arte naturalmente imperfetta di «governare la città»? Che ambedue congiurano contro il sentimento societario, che rende anche i ladri meno irresponsabili? Che una consapevolezza collettiva non può nascere da un moralismo farisaico di massa? Che in Italia andiamo avanti da sempre per questa strada insulsa e poi ci meravigliamo, perché siamo proprio imbecilli, che le cose non cambino mai? Che ormai tutti dicono le stesse cose dette da lei, e che a differenziare gli estremisti dai moderati è soltanto lo stile? E che proprio questa unanimità dovrebbe metterla cristianamente in sospetto?

FRANCO FIORITO 26/09/2012 Vent’anni fa ad aspettare Craxi fuori dell’hotel Raphael con le monetine in mano c’era anche lui, il florido Fiorito, insieme a qualche camerata e alla teppaglia comunista. Chissà cosa ardeva nel cuore del ragazzotto! Certo non la «bella politica», che è un’infatuazione da signorine di sinistra. Però una qualche idea insieme eroica e ruspante della politica sì. Invece è affogato irresistibilmente nelle mollezze asiatiche della politica pure lui, placido e grandioso come un Buddha. Vent’anni fa in parlamento Craxi, invitando tutta la classe politica a seguire il suo esempio, si prese la responsabilità politica dei finanziamenti illeciti al suo partito. L’obolo pagato alla politica, tacitamente praticato e tacitamente accettato o fatalisticamente subito a tutti i livelli della società, più che il segno di una tara genetica della specie italica, era un arcaismo costoso che non oliava più il sistema, e che un paese ricco e moderno, uscito finalmente dalla glaciazione della guerra fredda, non poteva più permettersi. Mani Pulite avrebbe potuto essere un’incruenta e liberatrice operazione di verità. Un esame di coscienza collettivo. Invece fu una meschina operazione di potere, mercé un legalismo interpretato a senso unico. Con la menzogna non si nutre il senso civico, ma il cinismo. Così se un giorno si «rubava» soprattutto per il partito, oggi si «ruba» soprattutto per se stessi. Sempre che si rubi. Perché a detta di Fiorito, se lui e suoi colleghi sguazzavano nell’oro, lo facevano sì vergognosamente, ma nel rispetto della legge. Questo simpaticone, insomma, si è preso l’irresponsabilità politica di una pratica lecita. Se fosse vero, sarebbe ancora più bello. E significativo.

PIER LUIGI BERSANI 27/09/2012 «Purtroppo quel famoso spiraglio nella crisi non c’è ancora, stanno accelerando gli elementi di recessione, disoccupazione, calo dei consumi. (..) Il meccanismo rigore-recessione si sta avvitando, passiamo di manovra in manovra, all’ingrosso ci troveremo davanti a una legge di stabilità che non so come faccia ad affrontare le cose». Insomma, il rigore va bene, ma ci vorrebbero pure le famose «politiche» per la crescita, per il lavoro, ecc. ecc. Popolare ricetta che in termini calcistici si potrebbe tradurre così: i quattro in difesa vanno bene, bene anche i quattro a centrocampo, però bisogna che assolutamente mettiamo quattro uomini anche in attacco. A parlare non è Berlusconi, ma il segretario del PD, eppure le amenità sono le stesse. Non si capisce allora perché quando Bersani le spara non venga accusato d’irresponsabilità e di lesa maestà nei confronti del presidente del consiglio. O meglio, si capisce benissimo. Approfittarne però così spudoratamente non è affatto un tratto da gentiluomini; o da onesti, per dirla coi migliori.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (89)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

PICCOLO MONDO COMUNISTA 27/08/2012 Ovvero la grande guerra tra La Repubblica–L’Unità–PD e Il Fatto Quotidiano–Di Pietro–Grillo. Non avendo mai risolto la sua questione morale, ossia la questione comunista, ossia la questione socialdemocratica, l’unica di cui vale veramente la pena di parlare, nell’anno 2012 la sinistra italiana è ancora all’anno zero. Il più ridicolo di tutti è stato Ezio Mauro: «oggettivamente di destra» ha definiti i comportamenti e le pulsioni dei montagnardi, a dimostrazione che a dispetto delle cosmesi kennediano-democratiche quando il gioco si fa duro gli avverbi preferiti sono quelli di sempre. «E chiamiamoli col loro nome: fascisti!», «Populisti berlusconiani!», han detto altri. «Amici dei Piduisti!», ha risposto Grillo. E allora mettiamoli in fila questi epiteti: oggettivamente di destra, fascisti, populisti, berlusconiani, amici dei piduisti! In pratica: traditori, corrotti e controrivoluzionari. S’intende che questi esaltati, e quello stesso popolo di sinistra che assiste sgomento alla lotta fratricida, hanno tutti per nume tutelare Enrico Berlinguer. Sono tutti figli della Questione Morale, la continuazione del comunismo con altri mezzi, la maschera compunta sotto la quale si nasconde il settarismo, la politica allo stato belluino: come essi, coi loro comportamenti e con le loro pulsioni, mostrano alla perfezione.

ACHILLE BONITO OLIVA 28/08/2012 Sono sicuro che l’anziana signora artefice del famigerato restauro del Cristo del Santuario di Borja fosse soddisfattissima al termine dei lavori. Tanto amore aveva messo nell’opera, e tanto di se stessa, che del Figlio di Dio aveva fatto un figlio tutto suo, una specie di icona rupestre – all’occhio dell’esperto non può sfuggire – di purissima scuola neanderthaliana: un Cristo delle Caverne, nei cui tratti scimmieschi la mamma poteva però vedere solo le perfezioni. Non so invece come si potesse sentire esattamente il povero parroco che aveva armata di pennello la mano della vecchietta. Certamente aveva confidato in parte nella Provvidenza e certamente si stava ora chiedendo perché la Provvidenza gli avesse giocato un tiro così brutto, visto che la Provvidenza non può giocare mai brutti tiri, bensì ammaestra anche quando sembra avversa. Insomma, una fantozziana storia di umili, nel senso di poveri cristi, o, nelle mani di un artista, il canovaccio di un garbato vaudeville sul sacro, e comunque una vicenda che nel silenzio e nella discrezione un po’ alla volta avrebbe trovato la sua soluzione. Ed invece la storia è stata data in pasto all’opinione pubblica, sempre affamata di sordide distrazioni. E sempre più s’ingrossa la fila di gente in attesa di vedere il «mostro». E magari di toccarlo. Che non si sa mai che non faccia il miracolo, e allora chi oserà mai discutere un restauro guidato evidentemente dalla mano di Dio? Per il nostro critico d’arte, tuttavia, questa corsa a vedere il Cristo di Neanderthal è un pellegrinaggio misto di devozione e contemplazione dell’arte: nel Cristo sfigurato ci sono tutte le spagnolesche stimmate di una Passione nuova. Questo è il guaio dei critici d’arte: quando non sono elitari, amano davvero un po’ troppo il popolo.

LUCA ZAIA 29/08/2012 Vedo con raccapriccio che Formigoni non ha ancora rinunciato al suo cavallo bolso da battaglia: la macroregione del nord. E allora ripetiamolo. La Lombardia è già un gigante: da un punto di vista demografico coi suoi dieci milioni di abitanti equivale grosso modo a nazioni come Ungheria, Svezia, Repubblica Ceca, Belgio, o al “Libero Stato” di Baviera. Mettendoci dentro l’Emilia Romagna, la macroregione del Nord conterebbe circa venticinque milioni di abitanti, e come entità politico-amministrativa in Europa starebbe dietro per grandezza solo alla Germania, alla Francia, alla Gran Bretagna, alla Spagna e alla Polonia e forse a quel che resta dell’Italia, se si mettesse insieme. Io sono convinto che lui queste cose non le sappia, non perché sia un imbecille, ma perché da vero italiano ha sviluppato un timore superstizioso per l’eloquenza dei numeri più semplici. Vedo perciò con sollievo che il suo collega veneto boccia lo stravagante progetto di questa Superlombardia. Vedo però, con ancor più profondo raccapriccio, che lo stesso collega veneto riesce ancora a credere, non si sa come, al progetto della macroregione del Nord. Non so, provo ad indovinare: forse una macroregione del Nord di stampo federale, composta dai liberi stati di Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e degli altri liberi stati nanerottoli? Federata con le macroregioni del Centro e del Sud, ammesso, e non concesso, che Siciliani e Sardi siano della partita? Da coordinare col programmato taglio delle provincie e con la programmata istituzione delle città metropolitane? Di solito le idee che funzionano sulla carta nella realtà falliscono poi miseramente. Figuriamoci quelle che già sulla carta mostrano una certa qual traballante ebbrezza alcolica.

ENRICO LETTA 30/08/2012 Intervistato nel corso della convention estiva di VeDrò (in quel di Drò, nel Trentino) il molto costumato (o imbalsamato, a seconda dei gusti) vicesegretario del Pd non ha voluto definire una «boiata pazzesca» la recente proposta del ministro della Salute di tassare le bibite gassate, come lo spingevano a fare i maramaldi della Zanzara, il programma di Radio24, ripiegando ironicamente su «un’idea poco geniale, da ritirare subito». Per non sembrare però un becero qualunquista come tutti quelli che vedono rosso appena ci sono nell’aria nuovi balzelli, ha voluto dare un tocco distintivo alla sua protesta, rimarcando il fatto che alla sua festa a fare furore sono stati proprio il vecchio caro chinotto e la vecchia cara spuma, roba da normali cafoni una volta, ma roba da gente avvertita, responsabile, consapevole, e pure colta, adesso. «Salviamo il chinotto e la spuma bionda!», ha concluso, da difensore di un pezzo pregiato del patrimonio culturale nazionale, pronto ad entrare nell’Olimpo gastronomico di Slow Food.

EMILIO FEDE 31/08/2012 L’ex direttore del Tg4 fonda a ottantun anni un movimento d’opinione. Un movimento d’opinione è una specie di pallone sonda lanciato nel cielo della politica. Se lassù gli auspici sono favorevoli il movimento diventa un partito. Di questo movimento, a parte la sua naturale collocazione nel centrodestra berlusconiano, e la sua naturalissima attenzione verso il mondo femminile, cose che destano tutta la mia simpatia, si sa solo il nome: «Vogliamo vivere». Che come nome, peraltro, è tutto un programma. E niente affatto sorprendente. Emilio infatti, da direttore del Tg4, era sempre attentissimo a tutte quelle piccole, piccolissime, infinitesimali scoperte scientifiche, o presunte tali, che nel campo della medicina sembravano promettere l’elisir di lunga vita e magari l’immortalità. E quando chiedeva al recalcitrante esperto di turno, con tono penosamente spensierato: «E allora professore, vivremo tutti fino a centoventi anni?» era come preso da una smania o da una febbre che gli ardeva negli occhi. Deluso dai progressi della scienza, e sentendo che ormai il tempo comincia insopportabilmente a stringere; disdegnando la filosofia, e ancor più la religione, che son cose da vecchi moribondi; il sempiterno Emilio ha deciso allora di prendere in mano personalmente la questione.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (88)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

IL NAZIONALISMO 20/08/2012 Un amor proprio morboso è sommamente sgradevole in una persona; è un intruglio disgustoso di aggressività ed insicurezza, di boria ed infantilismo; suo corollario estetico: una ridicola suscettibilità; sua specialità: farsi male per niente. Questa vergognosa malattia prende il nome di nazionalismo quando s’attacca ai popoli. Ecco qua l’ultimo caso, una vera e propria storia da deficienti. Al suo centro le isole Senkaku nel Mar Cinese Orientale, cinque zolle di terra disabitate, più tre scogli in offerta, per una superficie complessiva di sette chilometri quadrati, a nord-est di Taiwan, ad est della Cina, e ad ovest dell’isola di Okinawa (Giappone). Gli isolotti, attualmente amministrati dai giapponesi, sono tuttavia reclamati dai cinesi di Taiwan e quindi anche dalla Cina. La disputa va avanti dalla fine della seconda guerra mondiale, ma negli ultimi tempi si è andata scaldando, con patrioti e attivisti di entrambe le parti protagonisti di sbarchi o tentativi di sbarco dimostrativi, e di manifestazioni di piazza in madrepatria. Uno di questi, Kenichi Kojima, un politico giapponese partito con l’ultimo convoglio in questi giorni, ha detto, apparentemente in stato di sobrietà: «Voglio dimostrare alla comunità internazionale che sono nostre. Ne va del futuro del Giappone.» Mentre l’ambasciatore giapponese in Cina è stato prontamente convocato al ministero degli Esteri e sollecitato a «porre fine a quest’azione che attenta alla sovranità nazionale della Cina.» Voi direte: ma che cavolo se ne fa un paese di dieci milioni di chilometri quadrati di superficie, abitato da un miliardo e trecento milioni di essere umani, di quattro spuntoni di roccia in mezzo al mare a duecento miglia nautiche dalla costa? Ve lo dico io: un cavolo. Ma si dice che il mare intorno agli isolotti sia molto pescoso e che nasconda importanti giacimenti di gas, senza contare che l’esperto di politica internazionale, quello sempre prontissimo a trovare in ogni cresta di ogni montagnetta  il punto G del globo terracqueo, non mancherà di sottolineare ai boccaloni l’importanza strategica degli isolotti. Perciò ve lo ripeto: un cavolo. E’ il cretinismo serioso che è contagioso.

LUCIANO VIOLANTE 21/08/2012 Se io fossi un cretino, e urlassi da un palco che «democrazia è legalità», sono sicuro che mi prenderei gli applausi di un mucchio di cretini. Il giacobinismo è fondamentalmente una tecnica di conquista del potere in tempi di democrazia e il più gelido dei populismi. L’enfasi posta sulla morale e sulle regole serve a paralizzare la politica e la democrazia. La democrazia viene a coincidere con la morale e la morale col diritto. Cosicché ogni atto politico, e democratico, non può più essere giudicato fallace o efficace, opportuno od inopportuno, lungimirante o dissennato, ma unicamente lecito od illecito: insomma, non può più essere libero. S’intende che i giacobini si arrogano il diritto, in nome di quella stessa democrazia cui stanno tirando il collo, di decidere quali siano i comandamenti di questa morale e chi «veramente» li rispetti. E si capisce anche perché quando fanno cagnara il mondo si popoli immancabilmente di briganti, filibustieri, marioli, corrotti e lacchè. Essendo il giacobinismo una tecnica di conquista del potere, ed essendo nella natura delle sette figliare altre sette, essi la usano per regolare i conti fra di loro. Un giorno vince il Terrore, un giorno ha la meglio Termidoro. Questa lotta raggiunge spesso vertici impensabili di comicità. Chi avrebbe mai detto – eppure era scritto – che un giorno avremmo visto Violante bollato di «collaborazionismo», e l’ex piccolo Vishinsky accusare di populismo para-berlusconiano i «puri» del Fatto Quotidiano, Grillo e Di Pietro? Specificando pure che «la filosofia del berlusconismo era di tipo giacobino»? Miseria della Questione Morale, che quando non fa piangere, fa ridere.

ANTONIO SCIORTINO 22/08/2012 Una volta Famiglia Cristiana era il giornale parrocchiale nazionale. I frutti della secolarizzazione vi arrivavano in modica quantità, e soprattutto quando il resto del mondo li aveva già pienamente digeriti: materiali inerti insomma, svuotati della loro primigenia carica trasgressiva. Fu così, per esempio, che anche i cattolici più timorati poterono un giorno misurare in perfetta serenità e alla luce del sole tutta la bontà della creazione divina incarnata da un paio di gambe femminili scoperte fin sopra il ginocchio. Oggi Famiglia Cristiana è il giornale di una setta di esaltati, e Don Sciortino è il suo tonante profeta del malaugurio. Ieri ce l’aveva con Comunione e Liberazione: «Un lungo applauso del popolo dei ciellini ha accolto il premier. Tutti gli ospiti del Meeting [di Rimini], a ogni edizione, sono stati sempre accolti così: da Cossiga a Formigoni, da Andreotti a Craxi, da Forlani a Berlusconi. Qualunque cosa dicessero. (…) Non ci sembra garanzia di senso critico, ma di omologazione. » Notate l’ortodossia dei nomi, tutti segnati dal marchio d’infamia certificato: CAF + Berlusconi, Cossiga & Formigoni. E D’Alema, e De Mita, e Prodi, e Scalfaro, e tutto il resto della compagnia, non se li ricorda più il bravo Sciortino? Autocensura, od omologazione? E siamo poi sicuri che il Cinghialone sia mai andato al Meeting di Rimini? O forse che uno come lui «non poteva non esserci andato»?

LAURA RAVETTO 23/08/2012 La parlamentare del Pdl stronca su Twitter “Cinquanta sfumature di grigio”, il libro erotico dell’anno. Lo definisce “Cinquanta sfumature di noia”, “Cinquanta sfumature di donna in vendita” e “libro maschilista”. Dobbiamo quindi arguire che la bionda nata nella mitica Cuneo, patria di molta gente seria e perfino seriosa, il libraccio l’ha almeno leggiucchiato? o forse letto in parte? o magari letto tutto addirittura? che l’ha, in un momento in cui era capace di intendere e di volere, pure comprato? che insomma non ha resistito alla corrente? che insomma ha voluto pagare il suo tributo alla moda capricciosa del momento? anche se solo ad annusare il vento si capiva che era un’emerita stronzata? Non è un peccato immergersi ogni tanto in emerite stronzate, e a dire il vero assumere pose da schifiltoso è molto più brutto, ma farlo quando tutti lo fanno, ecco, è quello che fa pensare.

IL FATTO QUOTIDIANO 24/’8/2012 La macchina del fango più collaudata e professionale che ci sia in Italia, quella di Repubblica e dei suoi replicanti, di solito funziona così: prima mette nel mirino il malcapitato sondando cautamente il terreno; poi pesca in quel po’ di torbido che c’è sempre attorno ad una figura pubblica fino a quando scopre il primo peccatuccio; allora l’artiglieria pesante comincia a bombardare imperterrita, dando inizio all’assedio vero e proprio al reprobo; a lui e solo a lui, per non disperdere le proprie forze. Dopo mesi di onestissimo lavoro quest’uomo è ridotto ad un brutto scherzo della natura, com’è giusto che sia nel circo mediatico. E allora magnanimamente gli si va incontro con questo bel discorsetto: «Guardati! Non ti vergogni di te stesso? Se ti è rimasto un minimo di senso di responsabilità verso la carica istituzionale che rappresenti e verso il paese tutto, che con la tua sola presenza danneggi, non pensi che dovresti dimetterti?» Qui si palesa l’imbecillità o la non imbecillità del reprobo. Devo dire che Formigoni mi ha piacevolmente stupito. Il governatore lombardo non ha fatto una piega, ostentando una spensieratezza perfino indisponente, fino a farmi venire un dubbio atroce: costui è un vero uomo o è solo un super-imbecille? O sono forse le preghiere quotidiane del Papa a renderlo invulnerabile? Andato a sbattere contro un tale colosso, sulla cui natura promettiamo d’indagare, al Fatto Quotidiano non è rimasto allora che procedere col piano B: lavorare ai fianchi i supporters del grande Roberto, cominciando dal Meeting di Rimini, dove hanno spedito una della loro truppa a chiedere in giro ai marmittoni di Cl «se non provassero imbarazzo» per la presenza del governatore. Imbarazzante.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (59)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

IL FATTO QUOTIDIANO 30/01/2012 Che s’indigna perché Berlusconi non ha speso neanche un parola di circostanza per la morte di Scalfaro. Se l’avesse fatto la gazzetta dei puri gliene avrebbe naturalmente rimproverato, con più ragione, l’ipocrisia. Scalfaro era un conservatore frigido. Lo sgusciante e sorridente Berlusconi dovette sembrargli un’immonda bestia politica. Lo odiò istintivamente, come colpito da una rivelazione, tanto da preferirgli la compagnia degli avversari di una vita. Con i quali si trovò a meraviglia, tanto erano diventati parrucconi.

IL MANGANELLO DEMOCRATICO 31/01/2012 Pessima idea degli “indignati” di casa nostra. Pensate: inscenare la solita demenziale protesta contro la cerimonia per il conferimento al grande timoniere Giorgio Napolitano della laurea honoris causa in Relazioni Internazionali (ce l’ha fatta persino lui, che aveva esordito col disastroso passo falso magiaro), nella civilissima e democratica Bologna, alla presenza di uno stuolo di papaveri del governo e della città. Hanno finito per essere discretamente manganellati dalla polizia, e discretamente silenziati dai media, che di solito li adorano. Perfino Repubblica, il cui cronista è stato malmenato dai bravi poliziotti, questa volta ha scritto chiaro e tondo che a cominciare, ad attaccare, sono stati loro. Mentre il solitamente molto inclusivo sindaco Merola ha parlato di “sopruso”: il loro, s’intende. Adesso, senza un cane che li conforti, si staranno grattando la testa: per le botte, e per capirci qualcosa. Perché sono convinto che questi imbecilli non abbiano ancora capito il duro nocciolo della questione.

LUIGI LUSI 01/02/2012 Vediamo come va a finire, ma io dico che dovremmo pensarci. Quest’uomo potrebbe essere una grande risorsa per la repubblica. Da tesoriere della Margherita è riuscito zitto zitto a dirottare dentro le sue tasche la bellezza di tredici milioni di euro di rimborsi elettorali, senza che nessuno nel partito se ne avvedesse. Adesso che è stato preso in castagna mica si è sparato. L’uomo ha i nervi d’acciaio. Ha fatto sapere di essere pronto a patteggiare la pena, e in quanto alla «operazione restituzione» del maltolto, lasciate fare a lui che tutto s’accomoderà in un battibaleno. Se ce la fa, condanniamolo ad una pena simbolica, senza interdizione dai pubblici uffici, anche a dispetto della legge: di un Vidocq delle finanze, capace, con felpata eleganza e senza strepiti volgari, di far sparire e di tirar fuori dal cilindro montagne di soldi sotto i nostri occhi, l’indebitata Italia ha un disperato bisogno. Altro che Befera.

I FALCHI ANTI-MONTI 02/02/2012 Per un anno sono stati un calvario per il Cavaliere. Queste teste calde si erano fatte rincoglionire dalla grancassa disfattista: «è finita», «così non si può andare avanti», belavano nel coro pure loro. Dalle mezze cartucce se lo aspettava, da loro no. Lui era il solo a tirare la carretta, a crederci. Poi un giorno finì davvero, grazie anche a questi imbecilli. Il Cavaliere, che si era battuto fino all’ultimo, prese atto e fece l’unica cosa sensata possibile, senza cedere ad impulsi autodistruttivi: ritirata strategica e composta scorpacciata di rospi. Ma a questi chiassosi campioni di velleitarismo non va ancora bene: vorrebbero che il Berlusca rovesciasse il tavolo del governo. Così. Per sport. Adesso. Senza sapere dove poi si andrà a parare. Che si curino i nervi. Di guai ne hanno fatti già abbastanza.

BERSANI & CASINI 03/02/2012 Mi domandavo chi sarebbe stato il primo, dopo l’esilarante caso Lusi, a chiedere di muoversi senza indugio per arrivare ad una rapidissima approvazione di “una legge sui partiti”. A battere tutti sul tempo sono stati, insieme, Pier Luigi e Pier Ferdinando. “È urgente procedere: diamoci tempi strettissimi”, ha detto il primo. Il secondo, che quando si tratta di aria fritta e rifritta non vuole essere secondo a nessuno, ha immediatamente rilanciato, parlando di “una settimana”. Di solito in queste situazioni o non si combina un bel nulla, o quando si combina qualcosa nove volte su dieci è una castroneria. Prima ci si addormenta su una panchina; poi, svegliati dalla sirena, cogli occhi fuori della testa si corre a perdifiato fino alla prima curva, dove di norma ci si riaddormenta. Ma non è questo il peggio. Il peggio è questa comica, provinciale, retrograda credenza nella potenza taumaturgica della legge. C’è un guasto, un problema, un risultato da raggiungere? Con una legge ad hoc tutto si mette a posto! Miracolosamente. In Italia l’assistenzialismo ha dettato legge, si può ben dire, anche nel campo della legge: ne abbiamo fatte milioni, tutte «risolutive». E’ per questo che poi nessuno muove un dito.