Una settimana di “Vergognamoci per lui” (146)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

GUIDO BARILLA 2 30/09/2013 «Sul dibattito riguardante l’evoluzione della famiglia», ha detto l’impietrito Guido nel suo videomessaggio di scuse, «ho ancora molto da imparare». Perciò nelle prossime settimane, senza nemmeno attendere la condanna del tribunale del popolo, procederà spontaneamente alla propria rieducazione, incontrando «gli esponenti delle associazioni che meglio rappresentano l’evoluzione della famiglia, tra i quali coloro che ho offeso con le mie parole». Dopodiché sarà riabilitato, ma lo stigma – del pirla se non altro – se lo porterà dietro per sempre nei salotti della società civile.

JO SQUILLO 01/10/2013 Dicono sia stato un incubo. Jo Squillo e due suoi colleghi, mentre pranzavano in un ristorante del Marais di Parigi, si sono trovati nell’ampolla dell’olio un topo vivo che cercava di uscire. In effetti me lo immagino, quel povero topino mezzo affogato nell’olio che cerca disperatamente di infilare il pertugio che lo porterà alla salvezza! E’ proprio in queste situazioni che l’anima cristiana vince il ribrezzo e riesce a muoversi a pietà per le povere bestie. E’ ben vero che gli animali, figli perfetti di questo mondo, nascono senza conoscere l’angoscia del tempo e muoiono senza conoscere l’angoscia della morte. E’ ben vero che essi non possono veramente provare compassione e sentire l’altrui compassione, perché compatire non vuol dire essere partecipi di sofferenze fisiche altrui, il che è impossibile, ma saper esser partecipi, da una benefica posizione di forza, dell’angoscia che a quelle s’accompagna, e che gli animali, figuriamoci i piccoli avanzi di fogna, non conoscono. E tuttavia è bello che l’animo nobile sappia intenerirsi, in certe occasioni, anche per le disgrazie dei parti più repellenti e miserabili della creazione. Insomma, costava così poco fare felice, al suo modo bestiale, quel topolino e celebrare la superiorità della razza umana! Magari per poi intraprendere una feroce ma leale campagna di derattizzazione. Invece niente. Urla. Il cameriere che arriva e si porta via l’orrida ampolla. E l’indignazione per le mancate scuse del ristoratore. E nel bel mezzo di questo quadro mezzo isterico e mezzo infingardo, il grande dramma del topo dimenticato da tutti! Che fine avrà fatto?

ALESSANDRO SALLUSTI 02/10/2013 Sono anni che il direttore del Giornale combina guai. Il tetro Sallusti ha la sconfitta scritta in faccia. Per questo fa la faccia feroce. Incapace di vedere lontano, e perciò incapace di incassare, di pazientare, di sorridere, insomma di essere un uomo e non una mezza cartuccia isterica, rimedia a tutte le sue incertezze con quotidiane rodomontate senza costrutto. A sinistra lo amano alla follia. E lo aizzano come si fa per diletto e quasi con affetto con quei simpatici botoli ringhiosi che spuntano da dietro le recinzioni di modeste villette suburbane. Il meglio di sé lo dà però in televisione, nella tana del nemico, dove recita la parte che gli hanno cucito addosso con l’insuperabile perfezione di chi non s’accorge di nulla, nemmeno del fatto straordinario che lo lascino parlare. E così torna a casa beato, tutto compreso di sé e della sua vittoriosa eloquenza. Missione compiuta!

GUGLIELMO EPIFANI 03/10/2013 Indispettiti dal fatto che Berlusconi, con un’ultima sensazionale piroetta, non si sia suicidato, a sinistra ci vanno giù pesante: per “Il Fatto Quotidiano” è stato «asfaltato»; per D’Alema, noto profeta, «è come se non ci fosse più» (questa è meglio annotarsela); per Ezio Mauro è diventato «un gregario». Per il più benevolo segretario del Pd, invece, «Berlusconi ha perso, al di là dell’espressione di voto che ha voluto fare, di fronte all’Italia e all’opinione pubblica.» Ed ha certamente ragione. Ma il fatto stesso che lo dica con una mezza faccia da funerale, e che si senta in dovere di ribadire una tale ovvietà, dimostra che la sinistra stava già pregustando la gioia di vedere il Caimano sfracellato in fondo al burrone, ed ora invece, inesplicabilmente, vede sconcertata spuntare dall’orlo dello strapiombo prima un braccio, e poi un altro, e poi una pelata terribilmente famigliare: lui. Sappiamo com’è il Berlusca: lo pieghi, ma non lo spezzi. Ha inghiottito un rospo tremendo. E’ fatta. Siccome lo conosco, sono convintissimo che proprio stanotte ha dormito bene come non gli succedeva da tempo. Da oggi si riparte. Obbiettivo non il mantenimento della propria leadership, ma l’unità della propria creatura e la difesa del retaggio berlusconiano nel nuovo centrodestra, senza la cui distruzione avrà vinto la sua partita con la storia. Lo vedremo a breve, quando le solite, noiose, ottuse, livorose, tetre procure giacobine di regime andranno di nuovo all’assalto per finirlo.

DAVID BECKHAM 04/10/2013 Appese le scarpe al chiodo, ripiegata la maglietta, riposti calzettoni e pantaloncini, David è rimasto in mutande. E non si è più rivestito. In mutande ha intrapreso una nuova folgorante carriera, prima esercitata solo saltuariamente. David è diventato indossatore professionale di sole mutande, o quasi. Ricchissimo quando era in pantaloncini, in mutande David è diventato favolosamente ricco. Se v’invito di punto in bianco a pensare a Beckham, ecco, non lo vedete forse in mutande, con le braccia tanto annerite dai tatuaggi da sembrare orribilmente bruciacchiate fin sotto le ascelle? Chi ormai si ricorderà più di Beckham il calciatore? Chi mai preso dallo sconforto potrà dire, senza schernire se stesso, «sono rimasto in mutande» se l’uomo in mutande per eccellenza è diventato l’icona del più dorato successo?

Forza Italia: no a centrismi e a settarismi

Da berlusconiano sono curioso di vedere stasera cosa succede. Alfano, Quagliariello e soprattutto Cicchitto hanno le loro buone ragioni. La Santanchè è una cretina. Come ho messo in chiaro più di una volta. E penso che Sallusti sia bravo soprattutto a combinare guai. Come ho messo in chiaro più di una volta. La pitonessa ha tanto spazio sui giornali antiberlusconiani proprio perché la sinistra spera con tutte le sue forze che sia questa esaltata confusionaria a spaccare il partito. Le invettive della sinistra esaltano il suo protagonismo, ossia la lusingano, e la confermano nella sua sciocca convinzione di essere nel giusto nel momento stesso in cui questa isterica diventa strumento degli antiberlusconiani. La Santanchè, il Giornale e Libero alla fine del 2011 preferivano le elezioni al governo Monti, cioè volevano che il Pdl andasse incontro ad un bellico, eroico, ardito, definitivo e stupidissimo suicidio! Non hanno mai fatto ammenda. Quante inconfessabili speranze la stupida pitonessa pose allora nel cuore dei piddini!

E la Santanchè è quella stessa grande stratega vogliosa di rompere con Letta senza neanche aspettare il sorgere di un passabile, in termini di propaganda politica, casus belli. Voleva che il Berlusca rompesse già col suo videomessaggio. Era esattamente ciò che sperava, fortissimamente, la sinistra, che non riesce più a far digerire al suo popolo le larghe intese. Per la delusione Ezio Mauro sparò all’indomani del videomessaggio un editoriale violentissimo, poi replicato con più veemenza al momento delle ventilate dimissioni di massa dei parlamentari berlusconiani. In realtà nei giorni scorsi la sinistra ha fatto di tutto per stanare il Caimano, nulla concedendo, per poter poi dire: Caimano! Caimano! Caimano! Il vanesio Letta – il cui governo poteva avere un solo scopo: la pacificazione; il galleggiamento montiano su tutto il resto lo diedi per scontato fin dall’inizio – il vanesio Letta, dunque, ringalluzzito dalla piega degli eventi, ha fatto il bulletto col Pdl. E il Cavaliere è partito in contropiede, con foga ma non senza un disegno, per quanto assai rischioso, già impostando la campagna elettorale. Avrebbe fatto meglio ad attendere, e fare per un po’ il martire, perché in ogni caso l’assalto delle procure e la voglia di vederlo in galera dell’Italia giacobina non li puoi fermare, tanto più che la debolezza della preda eccita sempre gli istinti del branco. E poi, da martire, vincere politicamente.

Ma che tristezza vedere Quagliariello farsi imbeccare da un campione del giornalismo pavido come Stefano Folli! E che tristezza vedere lo zelo ottuso di Sallusti nell’insinuare sospetti verso i ministri dimissionari del Pdl! E che tristezza vedere questi ultimi parlare di “metodo Boffo”, cioè già usare con incredibile ingenuità il linguaggio della sinistra, ossia di Repubblica, un giornale che sull’uso sistematico e professionale del “metodo Boffo” ha costruito il suo quarantennale successo! Voglio solo sperare che suscettibilità ferite non abbiano la meglio sulla ragione: farsi strumento di operazioni centriste, credere alla favola del centrodestra rispettabile ed europeo, solo perché legittimato dalla sinistra, vuol dire davvero fare la fine di Fini.

E restiamo in attesa naturalmente dei nuovi Responsabili, questa volta omaggiati dagli osanna dei giornaloni, i quali nemmeno riescono a immaginare che in realtà la tentazione di andare subito alle elezioni a sinistra è ancora più forte che a destra.

Così Feltri e Belpietro fanno un favore a Fini

Se invece di ripetere compulsivamente come un pappagallo la storia dei servi e dei lecchini il solito ebete di sinistra trovasse una volta tanto la forza di guardare alle vicende della politica con un minimo di tranquillità, e se il solito opinionista del Corriere o della Stampa si scuotesse dalla triste circospezione di chi è abituato ad andare al rimorchio da decenni, l’uno e l’altro si renderebbero conto che sia Libero che il Giornale nell’ultimo anno hanno ciccato clamorosamente il bersaglio sulle strategie politiche del presunto boss. Segno che gli ordini non arrivavano. Fin dall’inizio della crisi con Fini l’evidente disegno di Berlusconi era di resistere, resistere, resistere, puntando al pancione centrista del parlamento, fiducioso che prima del PDL a dividersi sarebbero stati FLI, l’UDC e l’abbondante minutaglia di contorno in cerca d’autore e di un futuro, in modo da rendere, fiducia o non fiducia, impraticabile nei fatti l’ipotesi di un governo tecnico o di maggioranze alternative in un parlamento così nettamente e chiaramente diviso. Il disegno segreto, nella più auspicabile delle soluzioni, era quello di evitare anche le elezioni, con l’intento di allargare la maggioranza sulla scia vittoriosa di una mozione di sfiducia respinta e di evitare così il rischio di essere azzoppato definitivamente con un vittoria incompleta nella sfida del voto, tenendo a bada nello stesso tempo le velleità leghiste.

Di tutto questo Feltri e Belpietro non hanno capito un bel nulla. Puntavano furiosamente solo alle elezioni. Tanto che il Giornale arrivò a fare titoloni sullo “sfascio” della maggioranza. Ed ora che il Berlusca cominciava ad assaporare il trionfo completo su tutta la linea, a godere del riflusso dolce che un passettino alla volta andava a rimpolpare i numeri della sua maggioranza, sarà per via del clima natalizio o forse perché qualcuno ha bevuto troppo, o forse per festeggiare col botto il ricomporsi della formidabile coppia e la nascita abbastanza demenziale del “Fatto Quotidiano di destra”, a Libero hanno pensato bene di confezionare uno strepitoso pacco regalo a Fini. Che mezzo morto, è rinato, e ancora incredulo per la felicità ha festeggiato pure lui con una raffica di querele. Tanto che Bocchino s’è miracolosamente svegliato dal K.O. della fallita mozione di sfiducia. Tanto che FLI ch’era allo sbando potrebbe perfino ricompattarsi. Ma il colmo di questa fesseria è che per la legione dei fessi è già pronta, ornata da una ricca ghirlanda di metodi Boffo e martirologi, la leggenda del mandante di Arcore. Che invece è furioso, e in questo momento strozzerebbe volentieri qualcuno con le sue mani.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Cavaliere, tiri dritto

“Governo, si sfascia tutto”, titola il Giornale, oggi. Grosso sbaglio. Frutto del panico, che genera panico, e della voglia di spaccare tutto con una bella sfida all’O.K. Corral. (*) Due facce della stessa medaglia del Feltri furioso e dei suoi collaboratori. Spaccare tutto sì, ma come? Nessuno lo dice. Isterismo molto italico, terra di tattici ma non di strateghi.

Cavaliere, lei ha avuto l’intuizione giusta. Lo devono cacciare, non si deve auto-eliminare. E’ tutta da vedere. Se vogliono mandarlo via devono farlo attraverso una mozione di sfiducia. Serve a lei e al PDL, quale che ne sia l’esito, sia per il presente che per il futuro.

Non ceda a patti di legislatura che comportino crisi pilotate, non precipiti le cose con dichiarazioni bellicose, rimanga fermo e tranquillo. Non si faccia impressionare dagli sgambetti dei finiani, come quello di qualche giorno fa sulle politiche d’immigrazione. Se vorranno cacciarlo si dovrà arrivare ad un redde rationem in parlamento, che metta il timbro su un certificato di inagibilità non di un governo ma di una politica spaccata in due in maniera irreparabile. Se l’attuale maggioranza PDL-Lega rimarrà coesa anche nella sconfitta solo un mascalzone potrà evitare le elezioni anticipate. Questo per futuro.

Ma, e questo vale per il presente, si ricordi che se tiene duro, se resiste alla tensione della paralisi, il nervosismo degli emicicli parlamentari sotto l’urgenza di una situazione economica delicata (arruoli Marchionne! arruoli Bonanni!) potrebbe incanalarsi favorevolmente verso la maggioranza, non verso gli sfascisti. Anche loro lo temono, e qualcuno comincia quasi a dirlo, se si legge bene fra le righe, come il nostro costituzionalista di sfiducia, il giacobino Michele Ainis, uno di quei noiosi cultori della legalità che spesso, in certi casi provvidenzialmente emergenziali, del galateo democratico se ne infischiano alla grande:

Sicché all’orizzonte si profila la perpetuazione dello stallo, un’aria ferma come quella che precede un temporale. Ecco, il temporale. Se i macchinisti che dovrebbero guidare il nostro treno collettivo restano immobili come statue di sale (per dirla in chiaro: se Berlusconi non va a dimettersi con le proprie gambe, se Fli gli rinnova la fiducia contrastandone però l’azione in Parlamento, se l’opposizione non trova l’intesa per giustificare un altro esecutivo), allora meglio un diluvio d’acqua, che tolga via lo sporco e sciolga pure il sale di cui sono fatti lorsignori. Significa che a quel punto Napolitano potrà ben sciogliere le Camere, anche in assenza d’una crisi formale. Dopotutto il suo mestiere – come ha scritto una volta Gaetano Silvestri – è d’operare “ut scandala eveniant”, di tirar fuori la polvere da sotto i tappeti.

(*) Molti parlano di elezioni. Le vogliono. Ma ci sono due problemi:

1) Bisogna ottenerle.

2) Bisogna vincerle. E bene.

1) Per essere certi di ottenerle bisogna che la situazione sia assolutamente chiara, con due schieramenti contrapposti e inconciliabili. Se la situazione rimane fluida e poco chiara ciò potrebbe in qualche modo pochissimo onesto giustificare un ribaltone. Quindi bisogna arrivare alla sfiducia in Parlamento, con due bei eserciti contrapposti. Oggi non è così.

2) Berlusconi non deve solo vincere le elezioni, ma le deve vincere bene. Le probabilità di un Senato senza chiara maggioranza oggi sono molto alte. A quel punto Berlusconi sarebbe ufficialmente azzoppato e non potrebbe tornare indietro. Quindi ogni altra soluzione lo vedrebbe escluso. E’ sciocco adesso privarsi a priori della possibilità di costruirsi una nuova maggioranza in questo parlamento.

E’ la democrazia, bellezze!

E allora. Pronti? State ben saldi sulla vostra seggiola e non cominciate subito a fare smorfie come donnicciole bigotte – laiche, s’intende – che vi spiego il significato di questa patetica sollevazione generale contro le magnifiche imprese dei cani da riporto (grazie Eugenio, grazie Concita: sempre impeccabili, gli amici dell’umanità e della democrazia); dei cani da riporto Feltri e Belpietro, dicevo; e del fratello brutto di Nosferatu, il simpatico Sallusti; e del rompiballe Porro, che è un ridente mattacchione e per questo fa infallibilmente imbestialire quegli immusoniti e noiosissimi rompiballe che vanno in giro col patentino rilasciato dalla società civile. Il significato storico, mica quello delle cronachette, ché qui si vola alto, come sempre. Un significato scandaloso, che è questo: la democrazia, a lungo andare, ha spiacevoli conseguenze democratiche. Spiacevoli. Succede infatti che ai profeti della democrazia – che sono sempre in malafede appunto perché profeti – la democrazia piaccia finché le masse sono manovrabili: passive sotto di loro come lo erano sotto il Re. Di esse si servono per scalare i vertici del potere. Ne risulta che la democrazia, per costoro, è bella finché il popolo non è maturo per la democrazia. Ma quando i piccoli popoli eletti, militanti, piazzaioli e firmaioli non riescono più ad intimidire quello grande, quest’ultimo comincia a somigliare per davvero ad una somma d’individui pensanti. E quindi lo temono, l’hanno in dispetto, e sentenziano che la democrazia è “malata”, e cominciano a parlare di “regole”: i codici, di cui loro sono i custodi e gli interpreti, diventano allora il surrogato di una truppa popolare che si è democraticamente squagliata.

Mai la democrazia è stata così bene come adesso nel mondo euro-americano, Russia e America Latina comprese, se guardiamo le cose in termini relativi e con un occhio alla storia, ed anche se il pericolo è sempre latente, mai è stata così bene al riparo dalla minaccia delle ideologie totalizzanti; eppure, per questi damerini dalla lingua velenosa oggi la democrazia è malata. Cosa c’è? Puzza? E’ volgare? Beh, il fetore è quello che le è proprio, e certifica del suo buono stato di salute. Avete voluto la libertà del volgo? E adesso ne sentite l’olezzo solo perché non vi ubbidisce a bacchetta e non resta con la bocca aperta? Perché ha gusti non proprio eccelsi e vi fa marameo se infantilmente vi vendicate trattandolo da zombie e cianciando di forme subliminali di totalitarismo? Scoprite l’acqua calda con decenni e secoli di ritardo e riuscite solo ad incartare il vostro malessere, nel caso foste onesti, e il vostro disappunto, nel caso non lo foste, con quella sociologia verbosa ma pop che oggi impera nelle librerie, e che non vale spesso le lapidarie osservazioni di scrittori del passato. Un poeta “reazionario” come Pound disse di un suo pan-democratico collega:

E Walt Whitman era l’America. Era l’America con la sua crudezza e il suo fetore enorme. E la cavità nella roccia che rimanda l’eco del suo tempo. Egli cantò l’era cruciale dell’America, egli è stato la voce trionfante. E disgustosa. Orribilmente nauseante.

Uno scrittore “liberale” della Francia della Restaurazione, un “sinistrorso” nostalgico dell’Impero, come Stendhal, seppe odiarla ancor prima di vederla, la “vera” democrazia, e scrisse nelle pagine iniziali de “Il rosso e il nero”:

In realtà, codesti saggi [i saggi e i moderati della Franca Contea] esercitano il dispotismo più noioso. Ed è appunto questo dispotismo – triste parola – che rende insopportabile il soggiorno nelle piccole città a chi è vissuto in quella grande repubblica che è Parigi. La tirannia dell’opinione pubblica (e quale opinione!) è altrettanto cretina nelle piccole città della Francia che negli Stati Uniti d’America.

In tempi di democrazia, quando conta il numero, nella repubblica delle lettere e dei media le cose vanno ancor più velocemente che in politica. Anzi, le precedono, visto che qui non si vota con regolari elezioni, e le parrocchiette mafiose, surrogato senza nobiltà, senza storia e senza tradizione di un mondo aristocratico che si vorrebbe perpetuare sotto mentite spoglie, si formano spontaneamente più per impressionare e intimidire che per fare la conta. A metà del diciottesimo secolo, quando la tempesta si stava formando, Voltaire scriveva:

 Vorrei che i filosofi costituissero un corpo di iniziati, e morirei contento.

Riunitevi e sarete i padroni; vi parlo da repubblicano, ma si tratta pur sempre della repubblica delle lettere, povera repubblica!

Nell’Italia del dopoguerra, un passo alla volta, una dispotica repubblica di questo genere si è radicata nel campo della cultura, dei media e soprattutto della carta stampata; e nella società in genere, senza peraltro trionfare nell’arena democratica per eccellenza, quella politica, dove i voti non si pesano, purtroppo, ma si contano. E un passo alla volta, proprio perché la democrazia ha resistito alle pulsioni radicaleggianti che ci hanno regalato nel passato, succedendo l’uno all’altro, prima il fascismo e poi il più grande partito comunista d’occidente, anche grazie ai democristiani, eh sì!, a Craxi, eh sì!, e soprattutto al Berlusca, ma certo!!!, il campo conservatore, popolato da cani sciolti refrattari allo spirito gregario che domina spesso a sinistra, si è riorganizzato, ed ha cominciato a ribattere colpo su colpo. I più tremebondi fra i moderati oggi sfoggiano con orgoglio il loro “terzismo” in questa guerra. Ma in realtà i “terzisti” sono di due tipi: il primo è quello che vegeta in una grande stampa che per decenni è andata a rimorchio della vulgata progressista, finendone perfettamente addomesticata, e che solo la forza del fenomeno Berlusconi è riuscita a strappare dalla sua paurosa passività; il secondo tipo è quello che dopo aver militato nel campo berlusconiano, deluso nella sua ambizione o per motivi più nobili, ha cominciato a flirtare con le sciocchezze politicamente corrette, ricevendone in cambio bacini e considerazione, ed è ormai sulla bocca del Leviatano. Di “terzisti” con le palle non ne vedo molti in giro.

E così, cari miei, arrendetevi all’evidenza: la sollevazione contro i cani da riporto è la rivolta reazionaria di chi campa grazie a rendite e monopoli, dossieraggi e killeraggi compresi. E l’alacrità dei cani da riporto è segno che oggi la democrazia, in Italia, è più forte.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Update del 13/10/2010: Un “terzista con le palle” (naturalmente io – politicamente – resto “berlusconiano”) come Oscar Giannino su Chicago Blog esprime la sua opinione sul caso.  Il suo post è stato pubblicato ieri l’altro, come il mio su Giornalettismo.com, ma solo ora l’ho letto.  Nella parte che ho evidenziato in neretto, ha il “coraggio” di scrivere una banale verità che ho anch’io esposto nel mio articolo. E’ una questione che nasce da lontano, dice, ed è verissimo. Io mi spingo ancora più in là in questa “lontananza”. E a differenza sua, vedo soprattutto il significato positivo del “muscolarismo” di questa risposta. Senza Berlusconi non ci sarebbe stato il “terzismo”, ma neanche il “dualismo”, cari Folli, De Bortoli, Sorgi e compagnia cantante.

Prima domanda? A mio giudizio, per quanto so di lui e di legge italiana, è Nicola Porro un ricattatore o più precisamente un potenziale attore di violenza privata, il delitto per cui è indagato? No, assolutamente no. Lo sono Alessandro Sallusti e Vittorio Feltri? In termini di codice penale, la mia risposta è altrettanto ferma, è e resta: assolutamente no. Per loro due, che hanno la responsabilità della direzione e della direzione editoriale del Giornale, la questione è diversa. Non riguarda la legge. Ma il giornalismo muscolare che perseguono e realizzano: con ottimi risultati in termini di lettori, va detto. Io ho avuto occasione anche su queste colonne di criticare ciò che alla fine questo giornalismo muscolare alimenta nel dibattito pubblico italiano. Ma è questione che nasce da lontano: perché è stata la risposta che a un certo punto ha iniziato a organizzarsi rispetto a quello della sinistra, rappresentando Silvio Berlusconi il male assoluto per alcuni, e il minore dei mali per gli altri. La questione per loro è l’effetto del muscolarismo in un’Italia politicamente tribale: ma ricade in pieno nella libertà di stampa, e le mie sono critiche non penali ma di opportunità, perché penso che ne venga talora e spesso più male che bene.

Una domanda da oltreoceano

Zamax: Me gustaria me dieras tu opinion sobre el sistema de gobierno italiano. Para nosotros aqui nos parece un sistema “raro”. Estabamos conversando con Claudio sobre la convenienza de este tipo de gobierno con respecto a los planes a largo o mediano plazo, con planes me refiero a politicas aplicables a problematicas del pais, quiero decir, como se puede planificar algo a mediano y largo plazo cuando se tiene la sensacion que se va a durar tres meses en el gobierno??? No lo se, me parece tan extraño este sistema que me parece que lo unico que sirve es para que los politicos se aseguren una jugosa pension de por vida. Mi papa esta contento que haya caido Prodi, no veia la hora, a Prodi parece que mucho no lo afectó segun muestran las fotos, haciendo jogging todo sonriente y conversando acaloradamente con su peluquero. ¿Se viene el “Attalismo italiano”?

Non saprei rispondere a questa domanda se non partendo dalla caratteristica peculiare della vita politica italiana del dopoguerra. Esiste ancora il fattore K, come lo chiamò una volta per tutte Alberto Ronchey, l’anomalia tutta italiana di una sinistra in maggioranza comunista? O almeno i suoi effetti sono ancora visibili? Al contrario di molti, io penso di sì. E al riguardo, e di nuovo al contrario di molti, credo che le prossime elezioni di aprile saranno epocali, alla stregua di una terza e definitiva guerra punica. Per un quarantennio dalla fine della seconda guerra mondiale fino allo sgretolamento dell’impero comunista nei paesi dell’Europa dell’Est negli anni ‘80, l’Italia ha avuto un sistema politico bloccato tra l’opzione atlantica e occidentale della Democrazia Cristiana e dei suoi satelliti, e il peso sempre crescente della fazione comunista nella società, che d’altra parte costituiva – stante la glaciazione dei rapporti internazionali determinati dalla guerra fredda – una sorta di assicurazione della DC sulla guida del paese. Il governo per i democristiani italiani divenne perciò una sinecura. E le frequentissime quanto innocue crisi di governo, facilitate dalla debolezza istituzionale della figura del presidente del consiglio uscita dalla Costituzione antifascista, furono il modo per regolare tra loro cervellotici equilibri di potere.

Così che fino all’irrompere nella scena politica della sinistra riformista e occidentale di Craxi negli anni ’80, ossia per più di un trentennio, in realtà si può parlare di un sostanziale continuum, una lunga, interminabile fase di governo nel quale i ripetuti avvicendamenti di ministri o di primi ministri avevano ben pochi effetti sull’ordinaria amministrazione del paese. Fino a tutti gli anni ‘60 la cosa fu relativamente facile e senza conseguenze, almeno in una logica di corto respiro, in quanto si trattava di governare la lunga fase inerziale di crescita economica tipica di un paese in fase di sviluppo. La filosofia di governo, tuttavia, impercettibilmente ma a lungo andare profondamente, prese una fisionomia economico-politica di stampo sempre più statalista. Questo era l’esito di una dinamica interna al paese. La natura particolarmente settaria, militante, comunista, della sinistra di casa nostra ebbe buon gioco nell’organizzare nel ventre molle dell’Italia democristiana una rete sempre più vasta di potere, in virtù di una solidarietà ideologica trasversale che si muoveva come un falange nella società italiana. Per venire a patti con questa sorda minaccia e conservare la pace sociale nel paese, la classe politica democristiana, forte dell’impossibilità di un normale ricambio politico, cominciò lentamente, fin dagli anni ‘50, ad abbandonare passo dopo passo la rappresentanza del proprio elettorato nei fatti moderato o conservatore. La storia della DC dalla fine della seconda guerra mondiale al 1992, l’anno di Mani Pulite, è la storia di una lentissima, lunghissima, progressiva diserzione. L’incredibile numero di correnti democristiane – nate, morte, risorte, rinate sotto nuovo nome – oltre ad essere in gran parte di sinistra, nella quasi totalità cercavano la loro identità particolare nel modo di rapportarsi con la sinistra. Ciò significa che fin quasi dalle origini i democristiani avevano incominciato a cercare la loro legittimità a sinistra, e a vedere il futuro e il mondo con gli occhi della sinistra, precludendosi così una propria originale e sensata modernizzazione. E non è certo un caso che già negli ’40, ma soprattutto negli anni ’50 dopo la scomparsa di De Gasperi, furono i Dossetti, i Fanfani, i La Pira, i Gronchi – i democristiani minoritari dell’Italia rossa tosco-emiliana – a dare la sterzata decisiva al partito.

La protagonista di questa progressiva mutazione fu una razza particolarmente vile: psicologicamente parlando, il democristiano di sinistra, o quello deambulante sul piano inclinato dell’ineffabile centro, è il perfetto conformista. Vivendo in Italia egli si trova vieppiù lacerato tra due realtà spesso conflittuali, alle quali la sua mentalità gl’intima di conformarsi: la tradizione cattolica (la tradizione, non la religione) e una cultura egemonizzata dalla sinistra. In certi casi patologici, prima di crollare, tanto più cede alla seconda, tanto più manifesta nelle pratiche religiose una sorta di grottesco atletismo devozionale. E come tutti i soggetti sensibili alla Sindrome di Stoccolma è tirannico coi suoi, avendo imparato in fretta dal temuto avversario l’arte giacobina di prendere il potere con le minoranze organizzate.

Il fenomeno dei democristiani di sinistra fu solo la replica a livello politico di quanto successe in tutte le pieghe della società italiana, dalla magistratura fino al mondo dell’economia. Oggi la sinistra, almeno quella che il Partito Democratico intende rappresentare, avendo allevato in tutti settori della società una sua nomenklatura, sempre più somigliante alla nomenklatura tout-court, non riesce più ad esprimere, a proiettare un’idea di se stessa. La sinistra, dispensatrice di anatemi e benedizioni, per rimanere antropologicamente comunista e giacobina, e per resistere allo stesso tempo alla modernità, senza esser costretta ad abiurare con un onesto, schietto, europeo, ma doloroso sbocco socialdemocratico, doveva diventare una griffe: la griffe dei migliori. I migliori sindacalisti, come i migliori imprenditori; i migliori cattolici come i migliori laici; i migliori difensori dello stato sociale come i migliori liberali; e poi i migliori intellettuali, i migliori magistrati, i migliori banchieri, i migliori artisti, e perfino i migliori …cuochi. Ora con l’approssimarsi delle elezioni, del tutto il linea con la vulgata di un PCI baluardo della democrazia e del feticismo costituzionale, nonché sovietico partito degli onesti di berlingueriana memoria, eccoti pure l’apparentamento con l’Italia dei Valori del giustizialista Di Pietro. Ma basterà, nel 2008, il richiamo della foresta della superiorità morale e intellettuale, tipico della setta, per tenere insieme il popolo della sinistra dietro le insegne di un partito che – con Veltroni ancor più che con Prodi – è l’interfaccia patinata della rete dei poteri consolidati e conservativi del nostro paese, dalla Corte Costituzionale alle Associazioni criptosindacali dei Consumatori? Valgono ben poco i programmi, o le buone quanto vaghe intenzioni di rinnovamento, quando si rappresenta, nei fatti, il vecchio. Io non credo che il Partito Democratico, almeno questo Partito Democratico, sarà il futuro della sinistra italiana. Dico che le camaleontiche trasformazioni, di facciata beninteso, che dovrebbero con un colpo di bacchetta magica antistorico porre l’Italia mancina all’avanguardia in Europa provocheranno un rigetto nell’elettorato storico della sinistra, stanco delle sfilate mondane della bella politica e anche degli strilloni dell’antipolitica, e se il candidato Veltroni, per quanto magnificato dalla grancassa dei media – ora che per causa di forza maggiore anche La Repubblica ha dovuto abbandonare la sua filosofia politica unionista e pansinistrorsa, i grandi giornali parlano veramente la stessa lingua, tranne per qualche voce isolata – se il candidato Veltroni, dunque, non saprà illudere il suo popolo fino all’ultimo con la prospettiva realistica di una vittoria elettorale, sarà proprio alla sua sinistra che rischierà di veder franare l’appeal della sua campagna elettorale.

Quant’è diversa invece la parabola del vecchio Berlusconi! All’epoca del Terrore della Rivoluzione di Mani Pulite, ebbe l’ardire e la lungimiranza strategica di guardare oltre la politique politicienne e di scommettere sull’Italia disertata politicamente dalla DC e disprezzata dalla cultura, l’Italia dei ceti medi, gran parte di quella muta Italia sepolta fino allora nell’anonimato della polverizzazione produttiva padana, l’Italia della diaspora socialista, e anche l’Italia di destra, ammorbidita da mezzo secolo di esperienza parlamentare, ma ancora colpita dall’ostracismo dell’arco costituzionale. E’ sintomatico che dopo quindici anni dalla discesa in campo del Cavaliere, ora che anche Casini nel momento decisivo non ha resistito ed è tornato a cuccia in quella virtuale area di centro che da Martinazzoli a Follini è stata il nosocomio della fatale patologia democristiana, oggi si arrivi ad uno scontro – secondo me finale – che vede da una parte, sotto nuovi nomi, gli eredi diretti dei partiti storici della cosiddetta prima repubblica, quelli risparmiati da Tangentopoli e i resti sparsi e addomesticati dell’ex pentapartito, cioè la cadaverica sublimazione della vecchia classe politica, e dall’altra parte sostanzialmente l’alleanza tra Lega Nord, Forza Italia ed Alleanza Nazionale, cioè tra due formazioni politiche nate negli ‘80 e ‘90 e gli eredi della riserva indiana missina.

La differenza fondamentale tra le due coalizioni, al di là della sceneggiata dei programmi, è che alle spalle di Berlusconi c’è un’Italia che ha molto meno da perdere da scelte drastiche. E se nell’epoca del maggioritario, mentre le esperienze di governo Prodiane sono crollate tutte e due sotto i colpi delle divisioni interne del fronte popolare antiberlusconiano, con una somiglianza puramente esteriore con la dinamica dei governi democristiani di una volta, solo l’ultimo governo Berlusconi è riuscito, bene o male, a stare in sella per i cinque anni di una congiuntura economica internazionale difficilissima, questo lo si deve non poco alla riposta, indiretta pressione dell’elettorato di un centrodestra assai più unito alla base che al vertice.

(Consiglierei però vivamente agli aspiranti liberalpopolari di lasciar perdere le suggestioni programmatiche della Commissione Attali. Esse ubbidiscono nel fondo ad un’aggiornata filosofia politica di stampo statalista in versione tecnocratica. Lo stato, in questa visione statica e riduzionistica della società, è concepito come una macchina sofisticatissima da rimettere periodicamente a punto con centinaia di accorgimenti tecnici; che sono così tanti appunto perché bisogna far quadrare il cerchio, e non scontentare nessuno; e sono tecnici perché suppostamente indolori.)

El boludo

Update del 09/02/2008: piano piano la verità viene a galla. A conforto della mia analisi ecco gli interventi di Galli della Loggia sul Corriere, specialmente laddove scrive:

Non credo che si tratti solo di un calcolo di piccolo cabotaggio politico; la risposta va cercata più a fondo. Va cercata cioè nella tradizione specifica di quella parte del Pd di cui sopra che affonda le radici nelle vicende del comunismo. Che da quelle vicende, pure così lontane, ha acquistato a suo tempo abiti psicologici e modelli di pensiero, ha ereditato una vera e propria antropologia politica.

[…] E sì che invece la funzione sua [di Prodi, N.d.Z.] e dei suoi amici rispetto agli eredi della tradizione comunista è stata davvero preziosa. Se ci si pensa bene, infatti, sono stati Prodi e i cattolici cosiddetti democratici, è stata proprio la loro presenza, la sponda politica da essi offerta, che ha consentito agli ex Pci di non diventare ciò che a nessun costo la maggioranza di essi, in obbedienza al proprio codice genetico, voleva diventare: socialdemocratici. Che cioè ha evitato quello che altrimenti sarebbe stato l’esito ovvio, direi inevitabile, della fine della loro vicenda.

E di Lodovico Festa sul Giornale, di cui segnalo la chiusa:

Comunque quella che stiamo vivendo è la fine di una stagione, in cui l’organizzazione del centrodestra è stata costretta a un modo di agire sia nella definizione del programma sia nella selezione dei candidati molto concentrato, dall’asprezza dello scontro non solo con il centrosinistra ma anche con larghi settori dell’establishment, in tempi abbastanza recenti anche confindustriale. Questa stagione emergenziale sta finendo, il voto quasi sicuramente per il centrodestra del 13 e 14 aprile chiuderà non solo una vicenda politica contingente ma la fase storica della guerra senza tregua a Berlusconi. Nella nuova fase sarà determinante per un centrodestra che vuole governare al meglio, sollecitare in prima persona l’impegno della borghesia produttiva, rimuovendo gli ostacoli organizzativi che ne hanno limitato la mobilitazione.

Il trasformismo, quello vero

Prosegue imperterrito il disegno extrademocratico di profonda ristrutturazione del centrosinistra italiano da parte dei poteri non elettivi del nostro paese. Disegno però – ecco perché extrademocratico – che non prevede un ricorso alle urne e una probabile cessione di potere alla coalizione berlusconiana. E’ inutile accusare di sindrome complottistica, come fanno con facile condiscendenza le penne più famose della carta stampata, chi, come il sottoscritto per esempio, è sempre stato assai refrattario alle dietrologie golpistiche, e si rifiuta di non vedere una strategia messa giù nero su bianco giorno dopo giorno nelle pagine dei giornali. Dopo il lancio, urbis et orbis, della Casta, e il manganellamento mediatico-giudiziario dei DS, troppo timidi nel mollare Prodi e Bertinotti al loro destino, ecco che arrivano provvidenziali, a controbilanciare un’inarrestabile deriva destrorsa degli orientamenti politici della gente, le sedicenti e puntualissime rivelazioni a scoppio ritardatissimo  del furbetto del quartierino Ricucci. Messaggio in codice, anzi, neppure in codice, ma chiaro chiaro, al popolo: scordatevi Berlusconi, e il voto. Vedo con preoccupazione come molti, anche nella blogosfera liberal-conservatrice, stiano abboccando all’amo della demagogia antipolitica scatenata ad arte con gran profluvio di mezzi dai giornali dell’establishment, in primis il Corriere della Sera, cui a malincuore e per forza di cose si è accodata La Repubblica, non tanto (anzi, per niente) per favorire alla lettera il disegno sopramenzionato, quanto preoccupata del possibile ritorno al potere della destra. I primi a cadere stoltamente nella trappola sono stati i leghisti, con quella buffonata in Parlamento, che, se lo ficchino in testa, non ha minimamente preoccupato i pensosi e logorroici custodi della legalità democratica: anzi, un gran fregamento di mani, e qualche pugno chiuso!
L’inaffidabilità della classe politica, di tutta la classe politica, non solo di quella che era stata, fino a poco tempo fa, portata in palma di mano dalla grande stampa, è il presupposto necessario per far accettare agli italiani un cambio di governo senza legittimità popolare; la pressione mediatica-giudiziaria per fare accettare ai politici questa manovra.
Nei momenti di transizione, e di incertezza, e di tensione tra il vecchio e il nuovo, è irresistibile la tentazione del Principe, e dell’Oligarchia, di additare, allontanando da sé le responsabilità, un nemico del popolo.
Questo è veramente cavalcare la protesta, caro Massimo Franco.
Il vecchio, come nel 1992, trincerato nel campo della sinistra, tenta l’ennesima trasformazione, quella tecnocratica, che gli consenta di usurpare un altro decennio di vita a danno del paese.
Questo è il vero trasformismo, caro D’Avanzo.

Update: segnalo quest’articolo di Lodovico Festa sul Giornale con considerazioni non lontane dalle mie.

RITORNO (IN FARSA) AL 1992

Fine di partita. La convulsa lotta del governo Prodi per restare in vita, per assaporare ancora fettine di potere, una compagnuccia telefonica, un’autostradina, una banchetta appare senza speranza. Gli estremisti alzano i vessilli: Franco Giordano dice no alla base di Vicenza, Barbara Pollastrini fa la Giovanna d’Arco dei Dico, i duri della Fiom-Cgil dettano la loro legge al flebile Guglielmo Epifani. I moderati si assestano per la nuova fase. Pierferdinando Casini si predispone a trattare le prossime mosse con il centrodestra, Clemente Mastella si affretta verso una formazione centrista, un sindacalista riformista come Raffaele Bonanni si rifiuta di coprire gli imbrogli del governo sulla fusione degli enti previdenziali. Un politico intelligente ma astratto come Bruno Tabacci confessa come il tentativo di costruire uno schieramento alternativo al centrosinistra ma altro da Silvio Berlusconi, sia fallito.
Il circuito mediatico-giudiziario, a difesa del proprio potere di blocco della società, tenta una disperata resistenza fatta di immondizia via intercettazioni e immondizia via interrogatori. Non ci si può non vergognare di citare frasi masticate e rimasticate, però l’adagio hegelian-marxiano per cui la storia prima si presenta come tragedia, poi replica come farsa, descrive con precisione quanto la situazione attuale stia a quella del 1992.
Le fasi terminali della crisi sono pericolose: le ultime sortite, i saccheggi finali, le mosse disperate possono provocare guasti.
[mio neretto] Ci vuole intelligenza e decisione per gestire lo sbocco di una situazione inevitabile. L’avvitamento della vicenda rende probabile un esito di voto anticipato, ma anche se si aspetterà qualche mese, con un governo di transizione che faccia una riforma elettorale, i compiti politici della leadership del centrodestra restano gli stessi: da una parte si tratta di rassicurare la nazione, darle fiducia sul prossimo passaggio, che vi sono le forze per ricominciare. Dall’altra si tratta di prepararsi a governare, fare i conti con l’esperienza 2001-2006, spiegare perché certi errori non saranno ripetuti. La lunga propaganda liberale, per esempio, di An e Udc farà sì che le proposte di modernizzazione non saranno più bloccate da defatiganti dibattiti. È maturata poi anche in ambienti già legati al centrosinistra una voglia di riforme liberali che va raccolta, proprio come ha fatto in queste settimane Nicolas Sarkozy. Non va infine sottovalutato che comunque l’esperienza travagliata e breve del governo di centrosinistra qualche trauma lo lascia nella società italiana.
La sinistra subisce in questi mesi una sconfitta strategica ma resterà forza centrale del Paese, con migliaia di sindaci, governatori, presidenti di province. Si tratta di offrire a chi ha maturato tutta l’inconsistenza politica e programmatica dell’antiberlusconismo un serio tavolo di confronto per la riforma dello Stato. Di apprestare una linea che sia l’opposto di quello stupido chiudersi in un fortilizio da parte di una maggioranza che non aveva la maggioranza, vissuto in questo anno. La situazione è matura, il centrodestra deve incominciare a parlare subito non solo alla sua base sociale assai motivata ma a tutto il Paese.

Lodovico Festa. Il Giornale. 19 giugno 2007

Update 2: leggetevi quest’articolo di Paolo Guzzanti, di cui voglio sottolineare questo passaggio:

E dunque non esiste affatto una “crisi della politica”, mentre esiste una sconvolgente crisi della sinistra italiana. Quel che accade oggi ci ricorda il 1991, quando cadde l’Unione Sovietica e tutti i comunisti assicuravano che erano morte ormai “le ideologie” e che restava solo il culto del quattrino (e ci hanno creduto: vedi il caso Unipol Bnl) visto che era morta soltanto la loro ideologia.

Oggi la sinistra italiana annaspa trascinando nel gorgo l’intero Paese e subito spunta il partito della “crisi della politica”, con allegato il libro “La Casta” che trabocca di quelle mostruosità italiane che fanno scaturire il noto grido di sdegno “signora mia, in che tempi viviamo!”.

La casta di Montezemolo

Ieri, col discorso da peronista salottiero di Montezemolo all’Assemblea di Roma della Confindustria, nella lotta interna al partito delle nomenclature, il Partito Democratico, la fazione tecnocratica ha sparato una grossa bordata. Caso editoriale ancora prima di uscire, sponsorizzato dai vertici dei poteri forti della cupola confindustriale come nelle democrazie a regime ridotto, il libro di Stella & Rizzo contro la casta dei politici, che se fosse stato lanciato dalla Padania o dal Giornale si sarebbe beccato l’accusa di becero qualunquismo, ha fatto da battistrada, accompagnato dallo squittio servile di illustri firme del Corrierone dei Grandi, il grande mestatore dell’antipolitica e fautore del commissariamento della politica. Le responsabilità del giornale di via Solferino nella degradazione della vita politica italiana e nella diseducazione democratica del popolo italiano hanno raggiunto ormai dimensioni storiche, da Mani Pulite in poi.  Nella sua spudoratezza Montezemolo ha avuto il coraggio di dire:

“è caduto il muro di Berlino, ma in Italia non è scomparsa la tentazione di prendersela con l’impresa, alimentata da un clima di ostilità di alcuni settori della politica. Nel capitalismo italiano sta crescendo una nuova borghesia che ha coscienza di sé, ma nella società sembra ancora prevalere una visione vecchia dell’impresa, che non tiene conto dei mutamenti epocali che sono avvenuti in questi anni”

Già, quella stessa nuova borghesia di cafoni e padroncini che a Vicenza tributò un’ovazione a Berlusconi tra gli sguardi terrei dei rappresentanti della casta confindustriale. E via allora col ridicolissimo mito, alla fola provinciale della classe dirigente, che nessuno sa bene cosa sia ad esempio nei villici paesi anglosassoni come la Gran Bretagna o gli Stati Uniti. I beoti italici ancora non hanno capito che la classe dirigente non è nient’altro che l’incarnazione di una nuova oligarchia, che ai tempi della Rivoluzione Francese si chiamava Comitato di Salute Pubblica e ai tempi del glorioso di vergogne Partito Comunista Italiano si chiamava Comitato Centrale: di qui le affinità elettive tra l’ala dalemiana dei DS e gli Happy Few di Viale dell’Astronomia. E difatti i commenti esplicitamente positivi alle parole di Montezemolo sono venuti proprio dalla coppia D’Alema-Bersani. Nonché da sua nullità l’invertebrato Casini, già dimentico dei bellicosi proponimenti Sarkozyani, che coltiva il sogno di costituire la stampella di destra del Triumvirato e Direttorio D’Alema-Montezemolo-Casini, magari rappresentato alla presidenza del Consiglio dal fidato Bersani. Un governo siffatto altro non sarebbe che il garante degli equilibri e delle rendite di posizione dei potentati economici bianchi e rossi, ben visto anche da quella sciagurata componente azionista della politica nostrana, che nel Corriere ha una delle sue voci più importanti, e che altro non è che la componente elitaria e giacobina dei liberali. Rinserrare le fila dei potentati e dei latifondi economici stratificati e coniugare la loro difesa con le esigenze di modernità e riforme liberali di cui ha bisogno l’Italia; a questo imbroglio prestano il loro aiuto volenterosi più o meno consapevoli di sé: dalle signorine grandi firme dei giornali – nella loro non grandezza incapaci di coltivare la solitudine dei testimoni scomodi, e capaci invece di conciliare acrobaticamente appartenenza alla grande Casta e anonime denunce dei mali che affliggono il nostro paese – alla schiera sparuta dei delusi seguaci del profeta Pannella.

A questa regressione della democrazia italiana, a questo sogno ottocentesco di una democrazia non partecipata ma gestita da una classe di Ottimati, la stessa classe che ha fatto mancare al governo Berlusconi ogni appoggio nello sforzo di modernizzazione del paese in quanto strutturalmente conflittuale con gli interessi da essa rappresentati, a questa micidiale ed eversiva iniezione di sfiducia nelle vene della nazione italiana, noi dobbiamo opporre un fermo No.

Il manipulitismo non ha distrutto la destra, ha distrutto ogni forma di rappresentazione popolare a sinistra  e quindi ogni sua eventuale maturazione politica: da allora la sinistra è divisa schizofrenicamente tra una sinistra veteroantagonista ed una che somiglia più a un comitato d’affari, che solo l’attuale ecumenismo farfugliante e grigio di Prodi o quello futuro da Luna Park di Veltroni possono tenere insieme, al prezzo altissimo dell’immobilismo. Il populismo che ipocriticamente si rimprovera a Berlusconi è invece l’unica vera forma costruttiva di mediazione politica sviluppatasi in Italia negli ultimi vent’anni.  Ma qualcuno la vorrebbe surrogare con il vecchio che avanza del capitalismo feudale dei Montezemolo e Bersani, i Nuovi Lumi della Reazione.

Update: riporto l’articolo apparso oggi, 26 maggio 2007, sul Giornale a firma di Gianni Baget Bozzo, del tutto in linea, nella sostanza, con quanto scritto nel mio post. Che questa ostinata corresponsione d’amorosi sensi tra le mie e le sue opinioni debba incominciare a preoccuparmi…?

CORPORAZIONI DI POTERE

È stato per primo Massimo D’Alema a dichiarare l’affinità tra la crisi dei partiti del ’92 e l’attuale situazione della democrazia italiana nel 2007. Nel ’92 si ebbero governi con maggioranze trasversali che fecero le più dure finanziarie della storia della Repubblica. Fu Berlusconi a inventare la soluzione democratica della crisi istituzionale, introducendo il bipolarismo tra destra e sinistra.
Dichiarare da parte del più autorevole leader della maggioranza che i partiti hanno fatto una seconda volta fallimento, delinea un fatto che possiamo considerare in questi termini: durante i cinque anni del governo Berlusconi il pericolo per la democrazia era Berlusconi, il caimano. Dopo un anno di governo dell’Unione, è la fiducia degli italiani nella democrazia che viene posta in gioco proprio da questo governo e da questa maggioranza. E ancora una volta si vede ricomparire l’antica soluzione di un governo di partiti di «centro», titolato a governare per la sua posizione centrista con il supporto delle istituzioni economiche. È tornato l’antico slogan di James Burnham «il governo dei tecnici». I due punti di riferimento di questa posizione neocentrista sono Mario Monti e Pierferdinando Casini. Il fine è molto semplice: rompere la forma di democrazia diretta realizzata con il bipolarismo e imporre il «governo dei saggi» in cui è la saggezza degli indipendenti a determinare la loro qualità politica.
La tesi è che distrutti i partiti è diminuita la qualità della dirigenza politica e si è affermata la sua autoreferenzialità legata alla difesa dei privilegi personali dei politici e all’espansione delle cariche della politica ottenuta con la moltiplicazione delle istituzioni. La morte dei partiti della prima Repubblica non ha giovato alla democrazia.
Dopo un anno di governo della sinistra con il ritorno al potere di tutti i partiti della prima Repubblica, riuniti in un’unica coalizione di governo, sorge di nuovo una protesta che nasce da Milano, ha per centro il Corriere della Sera, per braccio secolare il potere di una Confindustria che rivela il suo titolo di ceto economico in contrapposto a un ceto politico che fa lievitare i costi sul nulla di fatto, mentre le imprese sono l’unica forza in cui si costituisce il potere economico e sociale del Paese. La linea dunque è semplice, si tratta di selezionare i dirigenti da parte del personale delle istituzioni burocratiche ed economiche e fare non della democrazia ma delle corporazioni il centro fondamentale del potere politico.
Berlusconi ha fatto notare che la Confindustria si impegnò a far cadere la riforma costituzionale fatta dalla Casa delle libertà che conteneva le stesse richieste che oggi fa la Confindustria. Il problema politico è questo: esiste un’opposizione di centrodestra che non ha occupato i posti dello Stato e che ha cercato di governare l’Italia come una grande impresa. La soluzione democratica sarebbe quella di appoggiare Berlusconi e unire le posizioni nella Casa delle libertà. Si entrerebbe così nel filone democratico dell’alternanza. Se la Confindustria attacca direttamente la politica e quindi la democrazia, proprio nel giorno in cui per favorirla il governo Prodi riduce il cuneo fiscale, si crea un problema che riguarda la sostanza democratica del Paese. In democrazia la delegittimazione si manifesta come alternativa politica sul piano democratico: ed è così accettabile all’interno della società civile che vive la sua unità di nazione e di Stato.
Montezemolo propone come Confindustria una linea politica che comporta la distruzione del bipolarismo che Berlusconi ha introdotto nella democrazia italiana. Casini fa sapere che è d’accordo: dove mai va a finire il «centro»?

Family Day: ragioni e preoccupazioni

Due articoli sul Giornale, di parte cattolica, solo in apparenza contrapposti: infatti concordo con ambedue. Se l’uno individua le ragioni dell’impegno politico cattolico, l’altro ne sottolinea i possibili pericoli. Le evidenziazioni in neretto sono mie. Più sotto le mie considerazioni.

LA CHIESA IN PIAZZA PER DIFENDERE I LAICI

di Gianni Baget Bozzo, pubblicato sul Giornale il 12/05/2007

I partiti della Casa delle libertà hanno scelto di essere rappresentati alla manifestazione, indetta dalla Conferenza episcopale italiana mediante le associazioni cattoliche in difesa della famiglia e di fatto contro il riconoscimento legale della coppia di fatto. Dal punto di vista liberale, si potrebbe dire che alla linea laica corrisponderebbe la scelta di lasciare i singoli di decidere lo statuto giuridico della loro vita di coppia. È quello che avviene di fatto in Italia, sicché il riconoscimento della coppia di fatto non è altro che l’adeguamento della realtà esistente. «Dammi il fatto, ti darò il diritto» è un antico principio della giurisprudenza romana. Per questo un laico non credente di orientamento liberale potrebbe dire che le coppie di fatto sono una realtà e occorre dare ad essa lo stato giuridico che loro conviene. La Chiesa italiana non è una Chiesa integralista, ha accettato che il suo partito, la Democrazia cristiana, introducesse nella legislazione del nostro Paese il divorzio e l’aborto, leggi che portano la firma di un presidente del Consiglio democristiano. Se essa ha oggi deciso di fare un atto così singolare come la prima manifestazione di piazza organizzata dall’episcopato, ciò significa che essa vede la famiglia veramente in pericolo e chiede che il pubblico italiano prenda coscienza su quello che ciò significa. I partiti della Casa delle libertà sono partiti di centrodestra, in cui «destra» ha un ruolo significativo che non può essere discriminato solo perché il termine «destra» in Italia è stato così discriminato da rappresentare la figura del male, mentre il termine sinistra rappresenta quello del bene. Se un liberale si pone la domanda del modo storico in cui egli esiste come liberale, dovrà rendersi conto che proprio l’esistenza della Chiesa ha reso possibile una società in cui essa era distinta dallo Stato e poteva dare vita a spazi sociali non dipendenti dal potere. La libertà occidentale è il frutto di quella distinzione tra Chiesa e Stato che non esiste in nessun’altra cultura proprio perché in nessuna altra cultura esiste il fatto Chiesa come distinto dallo Stato eppure come fonte istituzionale. La fondazione della politica è stata dal Cristianesimo sottratta al mito che fonda la potenza del potere e affidata alla ragione. Il Cristianesimo è il principio della demitizzazione del potere e quindi della libertà. La libertà occidentale è il frutto del lungo cammino della storia europea in cui i valori della verità, del diritto, della libertà sono divenute forze proprie che si impongono al potere. La distinzione tra società e Stato è essenziale al concetto di libertà; e la libertà occidentale non sarebbe esistita se non fosse nato il principio di tutte le differenze spirituali: e cioè la distinzione tra Chiesa e Stato. Alla base di questo sta la famiglia come società primaria, la famiglia monogamica con vincolo indissolubile: e questa istituzione è il presupposto di libertà occidentale. Un liberale non credente deve riconoscere che la sfida nasce nell’emersione dell’Islam come alternativa totale, unita all’emersione delle grandi potenze asiatiche, e pone in discussione, non la differenza tra liberali e cattolici, ma quella di occidentali e non occidentali. Il liberalismo è nato dalla storia cattolica, anche se ha dovuto reagire contro di essa. Ma la posizione della Chiesa ha sempre mantenuto fermo il concetto di legittimità dello Stato anche quando introduceva leggi che essa non approvava. Un liberale laico può dunque comprendere che riconoscere il modello sociale dell’Occidente nel momento in cui esso entra in crisi e apre la via in Europa a una società multiculturale, richiede lo sforzo di una maggiore attenzione. Comprendendo che, se la Chiesa scende in piazza, la motivazione di questo gesto non riguarda i rapporti tra Chiesa e Stato ma la conservazione del cuore della tradizione che ci ha fatti liberi.

MA AI CATTOLICI NON SERVONO “VITTORIE POLITICHE”

di Alessandro Maggiolini, pubblicato sul Giornale il 12/05/2007

È ancora necessaria, oggi, la manifestazione dei cattolici a favore della famiglia?C’è chi esalta l’iniziativa della famiglia tradizionale. E forse ha qualche motivo per la propria convinzione. Forse a partire dall’uomo delle caverne si impone l’uso della famiglia con tanto di casa, con tanto di papà e mamma, con tanto di figli, senza tanti fronzoli. Forse il raduno potrebbe essere una manifestazione enorme. Da parte mia pur condividendo le posizioni della Cei sui Dico mi permetto di esprimere qualche preoccupazione sulla riuscita della manifestazione. Potrebbe essere che la desiderata piazzata contro i Dico possa rivelarsi addirittura controproducente. E metto un dubbio sulla manifestazione a favore della famiglia, anche se spero che le posizioni della Cei sui Dico possano avere un esito trionfale o quasi. A suo tempo piacque a molti l’idea della manifestazione di folla: sembrò un salutare segno del risveglio del popolo cattolico. La Chiesa ha fatto molto per risvegliare le coscienze al riguardo. Ma compito della Chiesa è creare una coscienza cristiana e umana (e lo ha fatto), non quello di vincere. Se andasse in cerca di «vittorie politiche» rischierebbe di snaturarsi in partito con conseguenze gravi per la fede che è molto più importante dei Dico (la legge che contesta [? “consente”?] l’aborto, che è ben peggio sul piano morale, non esiste già da 30 anni?). La manifestazione è rischiosa anche per le reazioni che potrebbe scatenare. I segnali di questi giorni sono preoccupanti e emblematici. Non a caso di recente il direttore della sala stampa della Santa Sede, padre Federico Lombardi, è dovuto correre ai ripari per attutire quella che poteva essere una smodata reazione dell’Osservatore Romano nei confronti di espressioni offensive. Una tale manifestazione si espone al rischio di provocare incidenti. Si potrebbe rischiare di alimentare un cattolicesimo reattivo, da sfida di piazza, un cattolicesimo che subisca il contagio dell’integralismo. È fondamentale che la coscienza dei cattolici italiani sia formata e convinta dei valori fondamentali che sono alla base della dignità della persona umana e della famiglia, matrimonio e sacramento. Oltretutto i cattolici non sono neanche attrezzati per adunate oceaniche d’impronta politica. Una cosa è esprimere lo stato d’animo e il buon senso degli italiani come nell’astensione sulla Legge 40, altra cosa è trasformare il cattolico italiano normale, in truppa di piazza. È innaturale. Oltretutto oggi si constata che diversi credenti, come pure alcune aggregazioni cattoliche, si mostrano indifferenti al problema della difesa della famiglia-sacramento. Vogliamo tentare un’alea che peserà su moltissimi italiani? Sia chiaro: ci si auguri l’opposto delle preoccupazioni espresse in queste righe. Si auspica che la manifestazione sia l’espressione di coscienze convinte e vere.

Vi sono al giorno d’oggi due forme possibili di degenerazione dell’impegno dei cattolici, e in genere dei cristiani, in politica. L’eresia accomodante del cattolicesimo adulto,  i cui protagonisti, come ho scritto in La libera Chiesa e il Sinedrio laicista:

[…] Per venir incontro allo Spirito del Mondo, hanno inventato una nuova teoria, pur contrabbandandola per quella liberale (e cristiana, dico io) che distingue tra morale e legge, tra peccato e crimine: la teoria della doppia morale. […] In pratica per il cristiano ciò significa la rinuncia a priori ad ogni lotta politica sui temi etici di fondo e il suo farsi garante non solo della legittimità ma anche della validità morale di ogni altra visione del mondo in quanto legislatore; e un continuo esercizio di fine-tuning della propria posizione politica sulla scia del relativismo etico.  Siamo ben lontani dalla scelta del male minore e da ogni realismo nelle cose di questa terra; siamo alla pura e semplice rinuncia alla testimonianza che rimane utile e vivifica la società anche nel momento della sconfitta politica, in quanto è indispensabile in una democrazia moderna, pena la decadenza,  che la coscienza dell’individuo non riposi passiva nel solco della legge. La quale, in assenza di un vasto, continuamente vivo e aperto pubblico dibattito sui temi etici, viene a costituire passo dopo passo, nell’indifferenza generale, l’unica etica riconosciuta. Certi liberali dovrebbero rendersi conto che è proprio il continuo fermento e il ribollire della polemica su queste tematiche nella scena politica e nell’opinione pubblica (quale esempio migliore degli Stati Uniti d’America?) a tener vivo il sentimento della libertà individuale, non la privatizzazione dell’etica che conduce viceversa […] ad uno stato etico di ritorno.

E l’eresia subdola del tradizionalismo. E’ un pericolo in realtà molto, ma molto relativo, ma conviene farne cenno. Attenzione: la Chiesa è Cattolica, cioè Universale. Ed è Universale perché parla all’Individuo. Non parla ad un ethnos, sia pure un superethnos europeo od occidentale. Teologicamente parlando espressioni come nazione cattolica costituiscono delle concezioni ereticali. Popolo e Tradizione sono nozioni primarie, importanti e vive, che non devono essere violentate nel segno di una Zivilisation annichilatrice di ogni Kultur. Ma non possono sostituirsi a Dio e alla Verità. Il richiamo alla tradizione può tramutarsi in una sterile difesa della forma, cioè dell’interfaccia giuridica della società, lasciandone appassire il cuore vivo, “il cuore della tradizione” nell’espressione di Baget Bozzo. Un Occidente reazionario non deve creare dei nuovi Gentili, di stampo religioso o filosofico. E attenzione ancora: che non sia proprio attraverso la Famiglia, messa al centro di una concezione socialista/statalista della società, dove più che alla Provvidenza si dà credito allo Stato-Provvidenza, che questa eresia tradizionalista abbia a compiersi, come queste parole di Pezzotta fanno pensare:

La famiglia sempre piu’ diventa un bene e un “affare” pubblico che contribuisce a formare la coesione sociale e la qualità dello sviluppo, elementi senza i quali la repubblica deperisce. Noi vogliamo fare della famiglia una “causa nazionale” e stabilire il principio che ognuno deve poter avere i figli che vuole, senza che questo comporti una drastica diminuzione del tenore di vita. Per noi che oggi siamo convenuti in questa piazza, senza distinzioni di fede, di cultura, di ideologia e di orientamento politico, affermare che la famiglia deve sempre avere una rilevanza sociale, politica e civile significa, in ultima analisi far riferimento al bene comune e – come tutti sappiamo – il bene comune dovrebbe essere sempre l’unico e discriminante criterio dell’azione sociale, economica, politica e legislativa.

La grande manifestazione del Family Day e il contrappunto lillipuziano della Giornata che qualcuno con involontario senso dell’umorismo ha avuto il coraggio di chiamare del Coraggio Laico (si è mai visto in Italia che una professione di laicismo abbia tagliato le gambe a qualcuno? Quando invece molto più spesso è stata l’indispensabile professione di fede per entrare nelle alte e meno alte sfere della nomenklatura?) hanno rappresentato, con la loro pubblica, schietta e corretta contrapposizione, tutto sommato una giornata positiva nella storia politica del nostro paese. La democrazia muore nel silenzio.  Una sua sana fisiologia necessitava di questa manifestazione cattolica. Romano Prodi, col suo solito opportunismo meschino, sempre pronto a scantonare di fronte ai problemi,  ha tirato fuori l’ennesimo luogo comune fuori luogo, andando a rivangare storie di Guelfi e Ghibellini. E si capisce: il suo stile spirituale  è quello di manzoniana memoria: “Sopire, troncare, padre molto reverendo: troncare, sopire.” Non ci si può sottrarre tuttavia all’impressione che  fra i partecipanti alle due dimostrazioni romane vi sia, per ora, un punto purtroppo negativo in comune: l’idolatria della legge da parte sia dei laici che dei cattolici. E’ una forma di immaturità culturale e staremmo per dire democratica, se un’interpretazione moralistica della democrazia non fosse già stata alla radice di continue e disastrose mistificazioni, vedere nella legislazione positiva la consacrazione morale di un diritto o di un dovere. O, per converso, la consacrazione nichilista di un diritto positivo totalmente svincolato da considerazioni etiche: lo è, vincolato, ma solo in seconda battuta e indirettamente. La secolarizzazione è figlia della civiltà cristiana. Questo è vero anche se nella storia, come ho scritto ne Il paradosso cristiano, essa si realizza spesso per strappi, poi riassorbiti, anticristiani. Anch’essa obbedisce ad un disegno di Dio, che non è però direttamente un disegno di salvezza. Questa riguarda l’individuo, non la società. Ma è un disegno di libertà. Perché Dio anche nella società, compatibilmente con le condizioni storiche, sociali, economiche, vuole uomini liberi di scegliere. La buona secolarizzazione avviene quando una norma del diritto positivo, nella maturità dei tempi, viene culturalmente desacralizzata nei due sensi: ossia, non soltanto non viene più sentita culturalmente come un’emanazione diretta della dottrina morale di una religione, in una pericolosa confusione dei piani, ma la sua abolizione non causa nemmeno una santificazione laica dell’atto fino a quel momento condannato dalle leggi. Per parafrasare quanto dice S. Paolo a proposito della Legge Mosaica, essa ha terminato la sua funzione pedagogica, che ha preparato l’uomo a muoversi con le sue gambe. Cosicché i costumi cambiano, nel senso della tolleranza, ma non sono latori di una nuova morale sostitutiva; e non concretizzano una sconfessione dei fondamenti del diritto naturale (quei fondamenti che la Chiesa vede oggi in pericolo). La tolleranza, per essere veramente tale, ha un suo rovescio della medaglia: la libertà incondizionata di critica morale, sia pubblica che privata. Cose già dette. Ma repetita iuvant.

Punto d’incontro: un articolo di Carlo Lottieri

Voglio segnalare quest’articolo uscito oggi sul Giornale, a riprova di come laici e cattolici, o come  liberali e cristiani possano arrivare alle stesse conclusioni riguardo alla res publica.

L’orgoglio dello Stato laico mette il bavaglio alla religione

Poiché in Italia non ci si fa mancare nulla, nei prossimi giorni assisteremo anche ad una manifestazione di orgoglio laico. Quello che fa specie, in prima battuta, è l’utilizzo in senso positivo del termine «orgoglio». Nella mia edizione del dizionario Zanichelli leggo che con tale termine si deve intendere una «esagerata valutazione dei propri meriti o qualità per cui ci si considera superiori agli altri in tutto e per tutto». Mentre un tempo questa parola veniva associata ad attitudini non troppo urbane, bisogna prendere atto che ora – complici i Gay Pride – l’orgoglio è stato sdoganato. Se d’altra parte siamo tutti relativisti, perché mai confinare questo vizio in qualche girone infernale? Nella Commedia, Dante definisce «persona orgogliosa» Filippo Argenti, posto tra gli iracondi immersi nella palude che reciprocamente si aggrediscono con rabbia, ma certo lo spirito del Fiorentino appare lontano dalla nostra sensibilità.
E così oggi gli omosessuali negano con orgoglio la naturalità del rapporto uomo-donna, affermando che non basta rispettare ogni persona in quanto tale (indipendentemente dalle sue «preferenze sessuali»), ma asserendo che tutti bisognerebbe accettare l’idea che l’amore per una persona di altro genere (veramente «altra») e l’amore per una persona del medesimo genere – l’amore omosessuale, appunto – sarebbero la stessa cosa. Il guaio è che questa pretesa verità sta diventando un nuovo dogma, negando il quale si passa per omofobi.
Nella breccia aperta dalle colorate sfilate gay oggi si inseriscono – riutilizzando in senso positivo quel medesimo termine – quanti (con i radicali in testa) hanno organizzato per sabato una manifestazione volta ad esaltare lo Stato laico. Ma c’è davvero da essere orgogliosi di tale creatura? Nutro qualche dubbio al riguardo.
Senza entrare nel merito delle polemiche tra cattolici e laicisti, bisognerebbe comprendere che la costruzione di istituzioni pubbliche «laiche» è stata storicamente funzionale all’espansione del potere. Fin dai tempi di Thomas Hobbes, insomma, i costruttori della sovranità statale hanno avvertito che l’unica maniera perché il Leviatano potesse trionfare quale fattore di pacificazione era che mettesse il bavaglio ad ogni cultura, ideologia e – soprattutto – confessione religiosa. Confinare i preti nelle parrocchie e immaginare una fede ridotta a rito e spiritualità è fondamentale affinché la nuova «religione civile» possa affermarsi e affinché il Dio mortale incarnato dal potere secolare non trovi ostacoli di fronte a sé.
Nel linguaggio corrente si tende a sovrapporre libertà e laicità, ma la seconda nozione è del tutto impensabile (nel suo significato filosofico-politico) senza la terribile maestà del dominio sovrano e senza la sua ambizione a incorporare economia, scienza e ogni altro mondo vitale.
Tra Stato teocratico e Stato laico, allora, tertium datur [mio neretto N.d.Z.]: perché esiste certamente la possibilità di darsi istituzioni meno «orgogliosamente» determinate a controllare tutto e tutti.

Carlo Lottieri (Pubblicato sul Giornale il 06/05/2007)

Questo è invece quanto da me scritto tempo fa (con un contributo di Ismael):

[…] Invece quanto più una società è sanamente libera, ovvero quanto più le sue solide fondamenta  progressivamente si irrobustiscono permettendo agli individui di ampliare il ventaglio dei loro comportamenti pubblici e privati,  tanto più, mantenendo però  l’autocontrollo,  secerne quei veleni (come il libertinismo) ai quali essa è ormai mitridatizzata. La tolleranza è figlia  di questo processo di maturazione  in cui le brusche accelerazioni hanno solo effetti controproducenti.  La legge positiva ne viene modificata, senza che  questo  significhi sanzionare favorevolmente da un punto di vista morale  tutto ciò che entra nel campo del lecito, come vorrebbe il laicismo estremo che contraddice e mina alla base il principio di distinzione tra Stato e Religione nel momento stesso in cui lo invoca. Non si può recidere quel vitale cordone ombelicale che  lega legge positiva e morale e si allunga progressivamente a perimetrare il sempre più vasto campo delle nostre libertà civili; che  non si restringe solamente se l’etica s’identifica nella legge, ma anche se all’opposto la legge diventa il presupposto dell’etica. L’autentica libertà civile implica che alla progressiva liceità dei comportamenti pubblici e privati si accompagni l’incondizionato diritto di critica morale pubblico e privato. Un diritto positivo an-etico o a-morale – neutro – è solo una una comoda chimera teorica che risolve la questione nel cerchio chiuso e perfetto della logica del discorso (se ci accontentiamo dell’inevitabile esito tautologico) non nella realtà. E’ un’astrazione che nella realtà genera un processo disgregativo al quale alla fine una società sfinita non saprà che contrapporre un puro e quasi bestiale istinto di autoconservazione che attribuirà ad una tirannica legge positiva anche il ruolo di supremo arbitraggio etico, come in un corto circuito:

Si tratta di un’atavica tentazione umana: prendersi una vacanza dalla vita, uscire dal tempo, dimenticare responsabilità, legami e doveri, nella smisurata presunzione di avere una “seconda patria” in cui tutto ciò che si fa deve essere gratuito e innocente a norma di legge positiva (equanime nel riconoscere “pari dignità”, cioè corso legale, a qualunque “visione etica della vita”). È la dittatura dell’Io, che scambia la coscienza per la sorgente della legge morale, mentre casomai è nella coscienza che avviene l’incontro tra l’Io e la legge morale.
Storicamente, tale “totalitarismo interiore” ha aperto la strada alle peggiori dittature: si pensi solo alle conseguenze di Weimar, repubblica ideale per ogni liberal che si rispetti. Il larvato utilitarismo in salsa radicale, quindi, lungi dal difendere la vera libertà, prepara un nugolo di piccole tirannidi individuali a cadere esauste ai piedi del monarca assoluto, al quale domandare in ginocchio la soddisfazione che giammai si ottiene nella mortale illusione di bastare totalmente a se stessi. (dal blog Ismael)

Emanciparsi da Dio e dalla morale è il sogno ricorrente e pericoloso delle epoche di crescente libertà. Nel passato la fine della lunga stagione medievale ha visto con l’Umanesimo  il trionfo del diritto romano (versione giustinianea)- diritto di servitù, lo chiama Alexis de Tocqueville – che servì da base giuridica alla nascita degli stati nazionali centralizzati e in, Italia, alle signorie; mentre l’Illuminismo partorì il primo stato totalitario moderno con la rivoluzione francese. Le idee umanistiche ebbero come sfondo le libertà comunali italiane e le idee illuministiche le libertà inglesi. Esse si portano dietro il riflesso di queste libertà, come un marchio di nascita, e insieme anche il veleno per distruggerle. Perciò la saggezza di quel “One Nation, under God” non sta nell’esortazione alla militanza cristiana, ma alla temperanza. Un monito allo Stato sovrano, Terra di mezzo tra lo Stato di Natura e il Regno di Dio, né Stato di Natura né Regno di Dio.

Dura Veritas

Grande articolo oggi sul Giornale di Gianni Baget Bozzo.

MA LA CARITÀ NON SI SACRIFICA ALLA VERITÀ

È costume del laicismo italiano dire alla Chiesa Cattolica quello che deve fare per essere cristiana. Forse ciò nasce dal riconoscimento del ruolo pubblico della Chiesa, forse invece è solamente un modo di combatterla. E la lezione del laicismo italiano è molto semplice: essi vogliono che la Chiesa sia carità senza verità (1). Il maestro di questo pensiero è certamente Eugenio Scalfari, che invita i cattolici ad amare il diverso in quanto diverso. E ciò vuol dire una sola cosa: accettare la verità del diverso come propria verità. «Farsi tutto con tutti» dice San Paolo ed i laicisti italiani lo intendono così: per essere cristiani occorre accettare la verità dell’avversario e svuotarsi, ridursi, rimpicciolirsi.
Ciò è stata a lungo un’idea diffusa tra i cattolici progressisti e lo è tuttora. Il priore di Bose che va per la maggiore, Enzo Bianchi, ha scritto un libro intitolato La differenza cristiana in cui egli esprime la stessa linea di Scalfari: essere cristiani significa alienarsi nella verità dell’altro, conformarsi.
Fortunatamente abbiamo un Papa che ha attraversato il Novecento con mente aperta e cuore libero e sa che il Dio che si definisce come carità è anche il vero Dio. Il Cattolicesimo è a suo modo la coincidenza dei contrari, come insegna Nicola Cusano, e non può pagare la carità al prezzo della verità. Lo prova l’esperienza più significativa del Cristianesimo: il martirio. Il martirio è esattamente il rifiuto di conformarsi all’altro al prezzo della propria vita. Conformarsi all’altro vuol dire rinunciare al Cristo e conformarsi ai poteri di questo mondo. La Chiesa Cattolica è stata la più perseguitata di tutte le chiese perché è rimasta legata alla sua verità: Gesù Cristo.
In genere queste critiche alla Chiesa vengono da sinistra e non credo che Giordano Bruno Guerri appartenga alla sinistra. Ovviamente c’è anche un laicismo di destra e sappiamo quanto consistente. Se c’è una cosa che dovrebbe essere considerata di competenza ecclesiastica è l’amministrazione dei sacramenti. La Chiesa non dà i sacramenti senza condizione e quindi in riferimento alla verità di chi riceve il sacramento, della sua conversione. La Chiesa non giudica la coscienza di nessuno, sa che infine Dio conosce i suoi anche quando essa non li conosce (2). Il suffragio cristiano va all’anima di Piergiorgio Welby perché è battezzato ed ha diritto all’intercessione ecclesiale.
Il primo sentimento che il vescovo Fisichella ha espresso alla notizia della morte di Welby mediante l’interruzione dello strumento che lo manteneva vivo è stato di rispetto e di preghiera. Ma Welby ha legato la sua morte all’affermazione del principio del diritto a disporre della propria morte: e questo è un principio che la Chiesa non ritiene vero.
Il funerale pubblico significava un riconoscimento di un atto politico voluto esattamente per combattere la posizione della Chiesa. E siccome la Chiesa è legata dalla verità che professa non può concedere questo fatto. È il medesimo principio per cui i primi cristiani rifiutavano di dare onore divino agli imperatori romani. La Chiesa non ritiene di dover bruciare nemmeno un anello di incenso di fronte al dio del nostro giorno: l’opinione pubblica (3).
Il laicismo è dominante in Italia ed in Europa e vuole che la Chiesa diventi irrilevante applicando come assoluto il principio di compassione. Così la compassione diventa resa, presenta il Dio morto di compassione di cui ha parlato Zarathustra; o il «Gesù idiota» che rifiuta di riconoscere il male come Nietzsche che ha descritto l’anticristo.
È strano trovare che uno scrittore che aveva capito tutto annunciando la morte di Dio, tutto ciò che sarebbe stato il Novecento, ci venga ora riservito dagli atei colti come se non sapessimo il latino. La loro indignazione è violenta, ed essi ci comunicano «il sentimento di vergogna e di ripugnanza». La violenza della parola indica un’avversità profonda, quella che il Cristianesimo sempre suscita, e soprattutto il Cattolicesimo, in coloro che ne sentono il fascino e lo esprimono respingendolo con decisione.
Un amore alla vita che termina scegliendo la morte suscita rispetto ma non accettazione. È sempre il problema della carità della verità, una carità che il laicismo non gradisce ma che il Cattolicesimo non può non offrire perché Gesù Cristo ha detto di sé: «Io sono la Verità».

Gianni Baget Bozzo, IL GIORNALE, 24.12.2006

(1) Anche se Baget Bozzo non lo dice in realtà non c’è nessuna Carità fuori della Verità, perché sarebbe come dividere il Figlio dal Padre, Cristo da Dio.

(2) Questo è il fondamento roccioso del diritto positivo – diritto intermedio – della civiltà “cristiana-occidentale”. Come ho scritto nel mio post Il laico Dio, Dio, con la forza del suo sigillo,  ha sottratto per sempre agli uomini il giudizio definitivo, condannando il giudizio degli uomini all’interlocutorietà e rendendolo quindi permeabile alla tolleranza, com’è nel disegno di Dio che vuole uomini liberi. Fuori da questa prospettiva, la tolleranza è fondata sulla sabbia e l’orgia (bello il termine, eh?) libertaria si trasforma facilmente in dispotismo.

(3) La Chiesa ha il pieno diritto di sfidare l’opinione pubblica e questo suo pubblico intervento vivifica la società. Chi vuole cacciare nel privato religione e morale, con ciò rinnegando uno dei tratti fondanti e ineludibili della liberaldemocrazia, la pubblicità, in realtà consegna al diritto positivo l’esclusiva della morale, e fonda uno stato etico per rinuncia al pubblico dibattito sulle questioni etiche, portando passo dopo passo la società ad una sorta di atrofizzazione morale foriera di esiti disastrosi. E invece proprio nella liberaldemocrazia il dibattito sulle questioni etiche dev’essere aperto e vasto in modo direttamente proporzionale a quel processo di allontanamento del diritto positivo dalla rigidità etica chiamato tolleranza. Come ho scritto nel mio post già citato:

L’autentica libertà civile implica che alla progressiva liceità dei comportamenti pubblici e privati si accompagni l’incondizionato diritto di critica morale pubblico e privato.

Questo è in Italia l’unico patto stipulabile tra cosiddetti laici e cosiddetti cattolici.

Links: segnalo, sull’altra sponda, queste ragionevoli considerazioni di JCF. Comprendo, anche se non posso condividere, queste note di Phastidio.