Una settimana di “Vergognamoci per lui” (116)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

MATTEO SALVINI 04/03/2013 Tra i leghisti che hanno festeggiato in piazza a Milano il neo-presidente della regione Lombardia Roberto Maroni, non poteva mancare il segretario della Lega Lombarda Matteo Salvini. Perché lo sia è sempre stato un grande, inesplicabile mistero. Altri esponenti leghisti hanno abbinato l’incontinenza verbale alla furbizia e alla ragionevolezza politica. A lui non è riuscito nemmeno quello. La sinistra ha sempre riposto molte speranze nei leghisti oltranzisti, che la odiano, ma che sono anche i più facili da infinocchiare, giacché su molte cose la pensano esattamente come l’Italia Migliore. Matteo non ha mai potuto vedere i berluscones. Fosse stato per lui alle regionali la Lega sarebbe andata da sola. Poi Silvio ha messo fine alle bambinate, ha fatto la sua offerta, Roberto ci ha pensato cinque secondi, ha detto OK, e Matteo è tornato a cuccia. Ora lo spaccone può a giusto titolo gioire. Attingendo nell’ebbrezza della vittoria dal romanesco, ha detto: «Se abbiamo vinto è perché ci siamo fatti un mazzo così, alla faccia dei rosiconi della sinistra.» Per poi concludere, beato: «Siamo qui a festeggiare, ma da domani tutti a lavorare per questa nuova grande avventura. Mentre gli altri litigano per mettersi insieme, noi siamo già a posto. A Roma lasciamoli litigare, noi siamo un’altra cosa, siamo la Lombardia». Lui è fatto così. Non svegliatelo: fareste di quest’uomo un’infelice.

ILVO DIAMANTI 05/03/2013 Il professore è da tempo convinto che il berlusconismo sia finito. A sua detta, le ultime elezioni hanno clamorosamente confermato tale certezza. Non c’è stata nessuna rimonta: l’emorragia di voti che il Pdl ha subito rispetto alle precedenti competizioni elettorali è enorme e le tabelline preparate dal professore, alle quali per rispetto della mia intelligenza non ho dato nemmeno un’occhiata, sono lì a dimostrare la disfatta. Quando folleggiano gli scienziati fanno così: mettono in fila un numeretto dietro l’altro, implacabili, pur di non fare un ragionamento serio, ed elementare. Tipo il seguente. Berlusconi era dato per morto dopo l’incoronazione di Monti. Solo verso l’estate, quando il governo di Supermario si era ormai del tutto arenato, e aveva scassato non poco gli zebedei al popolo, il cadaverico Pdl aveva ripreso un po’ di colore, ma tutti lo davano ancora per morto, Galli della Loggia in primis, nonostante i sondaggi non fossero disastrosi. Poi vennero le campagne d’autunno dei giustizieri in Lazio e Lombardia. Tre mesi fa il Pdl era già dentro la cassa da morto pronto per la sepoltura. In questo lasso di tempo il Cavaliere è riuscito a: rivitalizzare il Pdl; rimettere il piedi la coalizione (questo ve lo siete scordato, vero?); prendere, nonostante la concorrenza del centro montiano e la conquista grillina di un quarto dell’elettorato, il trenta per cento dei voti; vincere al senato in molte regioni importanti e non solo nel mitico Ohio; vincere le regionali in Lombardia; e mancare la presa della Camera per un pugno di voti: sarebbe bastato qualche astenuto o un Giannino in meno. Ora che al centro non crede più nessuno, nemmeno Schauble, e nemmeno Bagnasco; ora che il Pd, sentendo sul collo il fiato grillino, ha una mezza voglia di tornare partito di lotta; ora che per i figli delle stelle-senza storia-senza età-eroi di un sognoooo le vacanze sono finite; Berlusconi annusa perfino aria di vittoria e in cuor suo sta già attendendo sulla soglia di casa il ritorno di una legione di prodighi figlioli. Se non fosse per l’intervento della solita cavalleria giudiziaria, caro Ilvo, ci sarebbe da spararsi.

MASSIMO GRAMELLINI 06/03/2013 La neo-capogruppo dei grillini alla Camera scrisse sul suo blog lo scorso 21 gennaio queste parole: «Da quello che conosco di Casapound, del fascismo hanno conservato solo la parte folcloristica (se vogliamo dire così), razzista e sprangaiola. Che non comprende l’ideologia del fascismo, che prima che degenerasse aveva una dimensione nazionale di comunità attinta a piene mani dal socialismo, un altissimo senso dello stato e la tutela della famiglia.» Non ci trovo un’apologia del fascismo. Più che scandalose sono parole rivelatrici del profondo sentimento anti-liberale, statolatrico e millenarista che anima molti militanti del M5S, in contrasto peraltro con una fetta non trascurabile del suo ancor confuso elettorato. Il guaio purtroppo per gli imam della nostra società civile è che questo discorsetto sbilenco contiene una verità assai sgradevole: i tanti cromosomi di sinistra del fascismo. La Lombardi in una frase sola ha messo ingenuamente insieme le due parole fatali: «socialismo» e «nazionale», che sposate fanno socialismo nazionale, e che tradotte in tedesco fanno nazional-socialismo, l’ideologia propugnata dal partito fondato da Hitler, il «Partito Nazionale Socialista dei Lavoratori», una denominazione che a quei tempi a molti doveva suonare innocua, perfettamente naturale, e perfino progressista. A quasi un secolo dalla nascita del fascismo se ne potrebbe parlare tranquillamente. Ma all’opinione pubblica non è ancora concessa la libertà conquistata a fatica dai chierici. La ridicola retorica resistenziale, con la sua cattiva coscienza, è sempre lì pronta a silenziare il «dibattito», spesso con anatemi grossolani. Ma a volte con metodi più vellutati. Così l’opinionista e scrittore Massimo Gramellini si è detto sicuro che la signora Lombardi presenterà ad horas le sue scuse e le sue dimissioni. Voleva essere un’indignazione condita d’ironia, secondo i dettami dell’arte della «leggerezza» che oggi furoreggia tra i vagheggini engagé. Invece è un riflesso pavloviano. Davvero.

ROMANO PRODI 07/03/2013 Allora è vero: Romano in questi ultimi tempi è stato davvero in giro per il mondo. Io non ci credevo troppo. Io credevo che i «prestigiosi incarichi» di respiro internazionale fossero per eccellenza delle splendide sinecure. Invece un pochettino almeno ti tocca trottare. E’ un sogno che svanisce: troppa fatica, non fanno per me. Dicevo di Romano, che è stato in giro. Infatti, lui, che è uno spietato ripetitore di formulette in voga, è rimasto a quelle di qualche tempo fa. Interrogato sull’attuale situazione politica, ha detto: «Bisogna abbassare i toni. Se tutti urlano, non si può dialogare.» E’ un pezzo che non sentivo più parlare di «abbassare i toni». Due o tre anni fa ci spaccavano gli orecchi con gli inviti ad «abbassare i toni». La sola espressione aveva in sé qualcosa di taumaturgico. Poi la febbre è andata scemando. Ma lui che ne sapeva? Era in Cina, era in Africa, a vigilare sulle sorti del mondo. Se lo fanno presidente della repubblica si rimetterà linguisticamente in carreggiata in un battibaleno. Sarà dura sopravvivere.

FUTURO E LIBERTA’ 08/03/2013 Il partito che ha bruciato le tappe, lasciandosi con la velocità della luce un grande futuro dietro le spalle, non pensa, almeno ufficialmente, di smobilitare. Nelle prossime settimane, annuncia, sarà avviato «un ampio confronto che si concluderà con un’assemblea di fondazione che vedrà protagonista una nuova generazione e un nuovo gruppo dirigente». Per un club che alle elezioni ha ottenuto lo 0,4% dei voti mi sembrano propositi ambiziosi e incoraggianti. Anche troppo. L’accorto ex senatore Euprepio Curto ha già detto sibillino che bisognerà «andare oltre». E infatti secondo me non hanno alternative: dovranno mettere annunci sui giornali al fine di reclutare personale sufficiente a condurre in porto l’impresa.

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Ilvo Diamanti e la grande scoperta del neo-anticomunismo

Nato in quel di Cuneo, nel profondo Nord-Ovest italiano, il professor Ilvo Diamanti è però veneto fin dalla giovinezza, come testimonia senza tema di smentite quella parlata piatta ed incolore – come la pianura padana inghiottita dalla nebbia – propria di noi del Nord-Est quando ci avventuriamo perigliosamente nell’idioma ufficiale della nazione, dimenticandoci però di mettere in movimento l’apparato mascellare con l’energia e la vivacità connaturata non solo ai Terroni, ma a tutti coloro nati al di sotto della Linea Gotica. Infatti, da un punto di visto fonetico, più che grammaticale o lessicale, l’Italia – per parafrasare Cesare in tempi di presunto Cesarismo, così siete contenti – est omnis divisa in partes tres: la zona dei dialetti centro-meridionali, quella dei dialetti gallo-italici, e quella dei dialetti veneti. Ma mentre agli idiomi di Lombardi, Emiliano-Romagnoli, Piemontesi e Liguri, i secoli di dominazione prima etrusca e poi di quelle notorie teste calde dell’antichità che furono i Celti hanno conferito qualche grintosa asprezza, atta a caricare a molla, trattenendo il respiro, pur senza molta grazia, e stentatamente, l’energia che poi si libera elastica in vetta ai quei raddoppiamenti sintattici e a quelle doppie consonanti che costituiscono un fenomeno tipico e quasi unico della lingua italiana (foneticamente centro-meridionale); a noi Veneti invitti, e in parte ai Bresciani e ai Bergamaschi che abbiamo infettato ai tempi delle Serenissima, è rimasta intatta nei muscoli facciali l’impostazione atavica, sì che fuor del domestico recinto della dolce favella locale la nostra parlata ha accenti lamentosi da cane bastonato, simili in maniera preoccupante a quelli dei selvaggi abitatori delle grandi pianure slave.

Fatto sta che con queste premesse Diamanti è indubbiamente veneto. Fin qui nulla di male. Se non fosse che il professore è di sinistra. Essere di sinistra in Italia non è certo una bella cosa: in una landa saluberrima come quella veneta è un peccato mortale. Proprio per questo il socio-politologo è stato adocchiato e poi adottato dai boss della cultura dominante italica – per i quali l’unico veneto buono è quello di sinistra – in qualità di interprete unico del famigerato Nord-Est. Avendo dato buona prova di sé è stato promosso anni fa da Repubblica a strizzacervelli dell’intera nazione; e da allora, un po’ alla volta, Ilvo Diamanti ha cominciato a mollare gli ormeggi che lo ancoravano ad una circospetta prudenza professorale: ora è un estremista, un scalfariano fatto e finito, con un suo stile personalissimo che il successo, potentissimo conservante, ha ibernato. Più che uno stile. Un marchio di fabbrica. Una scrittura minimalistica. All’estremo. A scatti. Sentenziosa. Un’architettura verbale senza curve. Né modanature. Che ha rimesso nel ricovero degli attrezzi virgole e punti e virgola. E subordinate. E avverbi. Ma non ortodossa fino alla patologia. Ogni tanto il lusso di una virgola. O i due punti. O qualche avverbio. Qualche.

Da scalfariano Diamanti traduce in sociopolitichese per i fanatici lettori di Repubblica le intuizioni tanto feconde quanto contraddittorie del decano dei giacobini della carta stampata, la cui gran testa vegliarda ultimamente si gingilla con un’idea assai strampalata, quindi genuinamente sua: le tragiche ideologie che hanno insanguinato il novecento – da lui conosciute a menadito essendosi fidanzato ai tempi belli con l’una e con l’altra, ed avendole abbandonate con perfetto tempismo nel momento del loro crepuscolo – hanno tirato le cuoia grazie a Dio in tutto l’orbe civilizzato tranne che in Italia, dove sopravvivono nel “berlusconismo”. E’ probabile che con questa idea, che è la sua ultima ideologia, Eugenio Scalfari scenderà nella tomba con l’animo pacificato dalla certezza che il travaglio filosofico di una vita avrà trovato finalmente il suo consolante approdo, e la sua gloria imperitura, nell’aver strappato la maschera dalla faccia del male in persona. Il compito di Diamanti era dunque di trovare nella sua personale tassonomia sociopolitica un posto a questa moderna piaga d’Egitto; un nome che nobilitasse da un punto di vista accademico il parto del genio scalfariano. Eccolo: neo-anticomunismo. “L’anticomunismo senza il comunismo”. Con un suo muro: il “muro di Arcore che ha sostituito quello di Berlino.” A est del quale “si stende la terra del neo-comunismo.” In questo quadro i ministri del governo Berlusconi diventano i cani da guardia della nuova ideologia, cui non mancano parole d’ordine da ringhiare contro l’area di riferimento della sinistra: così si spiegano le intemerate contro i “fannulloni” dell’amministrazione pubblica del botolo Brunetta, quelle contro i “baroni” della scuola della maestrina Mariastella Gelmini, quelle contro i sindacati “politicizzati a prescindere” del craxiano Sacconi, quelle contro gli “intellettuali” dei laboriosi popolani della Lega e perfino del Cherubino di Berlusconi, l’insospettabile Bondi. Uff! L’ho già detto: queste sciocchezze sono le urla scomposte di gente dalla pelle delicatissima, abituata da lungi decenni solo a darle con grande comodità e sufficienza, in difficoltà al primo cazzotto delle vittime designate.

In una cosa sola Diamanti ha ragione: il Muro esiste ancora. Da quando, verso la metà degli anni settanta, il muro del comunismo ha cominciato a sbriciolarsi, la sinistra italiana ha provveduto pazientemente a ricostruirne un altro, pietra su pietra. Vampirizzando il vecchio spirito azionista che ha riempito il vuoto lasciato dal crollo del marxismo, al muro che sanciva la “diversità” dei comunisti, garanzia di democraticità contro gli impulsi fascisti della società italiana, si è sostituito il “muro della legalità” che divide gli onesti dai disonesti. Di qua i difensori della Costituzione, di là i Fuorilegge, da incasellare a viva forza nello schema preordinato, anche a colpi di barbarie giuridiche come i “concorsi esterni”. Nella sua ingenuità l’ultimo appello di Saviano ai Giusti, col suo richiamo al “diritto”, risponde perfettamente all’unica vera “ideologia” rimasta. Non c’è da stupirsi se quel popolo sano che per disperazione votò turandosi il naso per più di mezzo secolo ancora non si fidi. E se usa impropriamente la parola “comunismo” non rimproveriamolo: non è mica composto di professori.

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