La questione dei migranti in poche parole

Anche se è contro-intuitiva, la ragione di questo esodo africano non sta nelle guerre e nella fame (le quali vi contribuiscono solo in piccola o infima percentuale) ma nella robusta crescita economica – nonostante tutti gli angoli bui del fenomeno – che da anni l’Africa sta sperimentando, come peraltro l’attuale suo boom demografico dimostra al livello di base, quello del superamento dell’economia di sussistenza e del drastico abbattimento dei pur sempre alti tassi di mortalità infantile. E davvero le prospettive di emancipazione da secolari ritardi non sono mai state come adesso così promettenti per il continente nero. Ci sono, ad esempio, stati come l’Etiopia (chi l’avrebbe mai detto qualche tempo fa?) che stanno oramai pensando in grande, specie nel campo delle infrastrutture e dell’energia. Cosa ha portato tutto questo? Ha portato agli squilibri tipici dei periodi di crescita, ma in un quadro dove i beni primari sono generalmente a disposizione di tutti, com’è ampiamente dimostrato dalla sana e robusta costituzione fisica dei giovanotti che arrivano sulle nostre coste.

E’ tipico della natura umana, tuttavia, accettare molto più facilmente l’uguaglianza nella miseria che la differenza nella ricchezza, seppur riconducibile in questo caso alla povertà di chi è appena uscito dalla vera miseria. E così fino a qualche tempo fa, fra le popolazioni africane in generale, e almeno a livello inconscio, la miseria era sentita fatalisticamente, e quindi con una specie di morbosa tranquillità, come una componente endemica, congenita e ineluttabile della stessa africanità. Era la rassegnazione degli esclusi dal tavolo del mondo. Ma da quando l’Africa è entrata davvero nel Villaggio Globale (compreso quello dei media) le giovani generazioni sentono più il pungolo di questa differenza che quello della loro relativa e non più assoluta povertà, e la sentono soprattutto nei confronti di quell’idealizzata Europa di Bengodi che oggi i mezzi di comunicazione immateriali fanno sentire, e quelli materiali in parte mettono, a portata di mano. La ricerca di un posto al sole può attivare solo coloro per i quali la meta non è più un miraggio fantastico: è l’inclusione, non l’esclusione – intesi in questo caso come esiti di processi di portata storica – la precondizione che ha portato centinaia di migliaia di persone sulle nostre coste.

Ciò ha provocato uno sciame migratorio di natura irrazionale e semi-isterica, umanamente comprensibile ancorché ingiustificato, che ha ingrossato a dismisura il commercio e le vie di terra e di mare dei trafficanti dei veri profughi. In Africa le autorità politiche e religiose, nonché uomini di cultura e anche personaggi del mondo dello spettacolo – nel silenzio dei media occidentali (e anche della Chiesa Cattolica, purtroppo), tesi a propagandare i dogmi progressisti in materia di migrazioni – hanno quasi unanimemente deprecato questo sommovimento che, oltre a strappare dal continente tanta gioventù (per quanto ancora ben poca cosa sul piano dei numeri complessivi, vista la galoppante demografia), manda soprattutto un messaggio sbagliato alle giovani generazioni in un momento cruciale e pieno di speranza della storia africana.

Così in pochi anni sono sbarcate in Italia circa 700.000 persone. Alla luce delle domande fin qui esaminate si stima che poco meno di un decimo abbia i requisiti per ottenere il diritto di asilo politico, in quanto profugo o rifugiato in senso proprio. Altri, sempre poco meno di un decimo, possono aspirare alla protezione sussidiaria. Altri ancora, un quarto circa, possono aspirare a intrufolarsi nelle maglie larghe del vago permesso di soggiorno per protezione umanitaria.

Ciò significa che se anche l’Italia sbrigasse all’istante tutte le pratiche di richiesta di asilo, e l’Europa in un impeto sbalorditivo di generosità si offrisse di accogliere tutti i veri profughi, all’Italia rimarrebbe in pancia la stragrandissima maggioranza dei migranti, la maggioranza dei quali risulterebbe inoltre irregolare sic et simpliciter. Senza contare che gli ostacoli legali, le lungaggini burocratiche, il costo materiale delle espulsioni di fatto tratterranno in Italia per anni la massa degli irregolari. Ciò era risaputo fin dall’inizio del moto migratorio tra Africa e Europa; e la strategia degli immigrazionisti di tutti i colori, quale che fosse il loro scopo ultimo, fin dall’inizio è stata quella di mettere l’Italia di fronte al fatto compiuto. Possiamo fin d’ora dire che tale strategia ha funzionato per i migranti già arrivati: in un modo o nell’altro la maggior parte è destinata a restare qui, per i problemi tecnico-legali sopramenzionati e anche perché saremo sempre più bombardati dalla retorica sentimentale-sensazionalistica sui casi lacrimevoli (e spesso di per sé umanamente comprensibili) di clandestini oramai integrati.

L’Europa, su questo quadro generale della situazione, che è frutto di dinamiche di eccezionale portata, e non l’esito di movimenti migratori fisiologici, tace farisaicamente, attaccandosi alla lettera della legge, anche perché noi – soprattutto quando abbiamo ragione – non sappiamo nemmeno far valere le nostre giuste ragioni e ci perdiamo in scomposte recriminazioni che nella loro goffaggine fanno ridere i paesi d’oltralpe e facilitano il rimpallo delle responsabilità: è la strada per finire cornuti e mazziati.

In campo cattolico, invece, e fin ai più alti livelli, il fenomeno dei migranti ha dato la stura a interpretazioni distorte, orizzontali, immanentiste, nichiliste o millenariste dell’universalismo cristiano, come se il melting pot a tappe forzate imposto per tacito decreto portasse a compimento l’ineluttabile percorso del Cristianesimo nella storia; quando al contrario l’universalismo cristiano, a differenza di quello laicista-giacobino e di quello teocratico-islamico, si stende sul corpo della storia modellandolo nel tempo con dolce imperio, senza fargli violenza e senza annichilire i corpi specifici delle nazioni; da qui una convergenza universale che non è sinonimo di spoliazione e alienazione, e in ogni caso mai di compimento perfetto, anche giunti alla pienezza dei tempi: quel compimento travalica la realtà di questo mondo ed è destinato al grano, non alla zizzania, piaccia o non piaccia il concetto.

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La strana razza degli amici dei migranti

In attesa che l’umanità migliore ci informi ufficialmente sulla nuova denominazione che andrà a sostituire quella neutra di migranti da essa stessa imposta qualche anno fa, e in attesa che l’infatuazione per i futuri ex-migranti faccia il suo breve e prevedibile corso, cerchiamo di vederci un po’ più chiaro sull’insostenibile leggerezza di quest’umanità emotivamente programmata per essere sempre dalla parte sbagliata della storia e sempre dalla parte giusta delle smanie del momento.

C’è in giro qualcuno che ricorda ancora le facce attonite dei giornalisti del TG3 al tempo della caduta del Muro di Berlino? Ho qualche dubbio. Fu una faccenda altamente istruttiva. Lo stato d’istupidimento non durò molto, giusto il tempo di capire quale tornitura dare alla mitica Narrazione. Fu così che il simbolo della bancarotta economica, civile e morale del comunismo si trasformò in quello del dissolvimento dell’odiosa Cortina di Ferro che aveva diviso l’Europa per quarant’anni: anche l’Italia migliore potè allora, nel giorno della caduta fisica del Muro, partecipare pienamente alla festa degli ex-compagni della DDR liberati dal giogo, e spedire commossa fino alle lacrime i suoi inviati speciali incontro a masse di crucchi in marcia alla scoperta del paradiso occidentale. Certo, ciò accadde in un paese dove il voltagabbanismo ha toccato a volte vertici artistici, ma resta indicativo di un tratto caratteristico e poco lusinghiero dello spirito liberal in generale.

Comunque c’è sicuramente, o almeno ci dovrebbe essere, qualcuno che ricorda ancora la fregola salottiera con la quale l’Occidente inondò di simpatia i ragazzi di Piazza Tahrir, i protagonisti di quella rivoluzione al tempo di Twitter di cui si favoleggiò con incredibile frivolezza. Molti di loro erano, con tutta evidenza, i figli di una borghesia urbana abbiente e profondamente occidentalizzata per i parametri egiziani e costituivano una fragilissima avanguardia liberale sostanzialmente estranea al corpo della nazione: in una parola, furono gli inevitabili utili idioti di cui ogni rivoluzione si serve per coprire i suoi veri scopi. L’Occidente, sedotto dall’opportunismo, abbandonò vigliaccamente Mubarak e rinunciò a qualsiasi tentativo di mediazione. A quattro anni di distanza il popolo egiziano, saggiamente, si fa piacere un autocrate di ferro come il generale Al-Sisi e un regime che condanna alla pena capitale in maniera generosamente collettiva pur di non ritornare ad un paese governato dai Fratelli Musulmani. E i giovanotti di Piazza Tahrir, come quei cagnolini dei quali ci s’incapriccia nella stagione cattiva per poi abbandonarli al loro destino al momento di andare in vacanza, sono intanto scivolati nel dimenticatoio in religioso silenzio.

E che dire della fregola guerresca che s’impadronì dell’umanità migliore, fino alla presidenza di George Bush Jr prigioniera di un pacifismo tetragono senza se e senza ma, al momento dello scoppio dell’inesistente primavera libica, per il solo gusto di correre in soccorso dei rivoluzionari e nella convinzione che la campagna di Libia sarebbe stata una passeggiata? Che dire di quest’umanità che non volle immischiarsi negli affari libici nei lunghi decenni durante i quali la Libia di Gheddafi fu un centro nevralgico del terrorismo internazionale e il Rais la bestia nera del guerrafondaio Reagan, mentre lo volle fortissimamente quando lo scatolone di sabbia si era ormai ridotto ad un satellite dell’Occidente? Quattro anni di completa anarchia, di macelli e distruzioni – conditi dall’arrivo in Libia dei simpaticoni del Califfato, e dallo sbarco sui nostri lidi di centinaia di migliaia di profughi ma soprattutto di gente che non fugge né la fame né la guerra ma cerca semplicemente una vita migliore scommettendo sul fatto che l’enorme numero di morti inghiottiti dalle acque del canale di Sicilia è pur sempre una piccolissima percentuale di quelli che ce l’hanno fatta – non sono bastati a spingerla a un timido atto di contrizione.

Per la stessa umanità migliore Bashar al-Assad divenne un tiranno sanguinario solo quando si stagliò all’orizzonte qualcuno peggiore di lui, gli integralisti islamici finanziati da Arabia Saudita e Qatar che monopolizzarono il fronte delle forze avverse al regime non appena Al Jazeera e i media occidentali decisero di dare ufficialmente avvio alla primavera siriana; nel momento, cioè, nel quale il destino del dittatore siriano sembrava segnato, e ci si poteva accodare idealmente ai liberatori; mentre per lustri la stessa truppa umanitarista fu completamente indifferente alle sorti di quello stato canaglia fieramente anti-occidentale e legato all’Iran che sponsorizzava il terrorismo, destabilizzava il Libano e si ergeva a nemico per eccellenza d’Israele. Le prime centinaia di morti tra la popolazione civile bastarono a fare perdere completamente la tramontana alle diplomazie e ai media occidentali, e a sposare – non solo per ingenuità, s’intende – la causa dei ribelli. Oggi alcune fonti arrivano a parlare di 300.000 vittime della guerra civile in Siria (un numero non lontano da quello dei caduti italiani durante la seconda guerra mondiale) e di 4 milioni di profughi, mentre le forze del Califfato sono ormai vicine a Damasco. E con tutto ciò, proprio ieri l’ineffabile Hollande, nell’annunciare l’invio di aerei militari francesi in Siria in vista di eventuali raid contro l’Isis, ha rimarcato ancora una volta che ogni soluzione di pace in Siria si fonda sul presupposto della cacciata di Bashar Al-Assad dal potere: insistendo, cioè, in quell’atteggiamento ambiguo e opportunista (e oggi semplicemente immorale) che ha guastato tutto fin dall’inizio.

Questi, in buona parte, sono quelli che oggi vanno idealmente incontro con lo sguardo ebete dei figli dei fiori, al solo scopo di distinguersi dai perplessi o dai senza cuore o dai razzisti tout-court, alle fiumane di profughi musulmani in fuga dalle follie dell’Islam verso le terre degli Infedeli senza per questo sentirsi meno islamici di ieri; e non si capisce bene se siano più confusi e reticenti i primi o i secondi.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (147)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

EUGENIO SCALFARI 07/10/2013 L’ho detto un mucchio di volte: guardate che Berlusconi non è il Caimano, se non altro perché è troppo furbo, credetemi. Ma è come parlare ad un’amorfa massa di tonti. Si capisce allora perché la sinistra sia rimasta profondamente delusa dalla ponderatezza del Caimano, e perché l’indignato Eugenio Scalfari abbia inchiodato il nefando Silvio alla sua ennesima colpa: non essere il Caimano. Il Caimano di Moretti nella sua iniquità era almeno serio, coerente, e nel momento della caduta aveva chiamato il popolo alla rivolta. Arriva perfino, Eugenio, per puro bambinesco dispetto, a concedere ad un Caimano serio la possibilità di un’altra scelta: arrendersi definitivamente, mollare la politica sul serio e pensare solo alle sue disgrazie come una bestia ferita. Ma «Al Capone» Berlusconi è peggio del Caimano. Un essere viscido, pronto ad assecondare la svolta moderata del partito anche dalla galera, se ci dovesse andare, pur di preservarne l’unità e con l’unità la sua influenza su di esso e la vitalità del berlusconismo nel corpo elettorale. Bisogna perciò che l’Italia democratica tutta, quella moderata perbene compresa, faccia la massima attenzione. Così dice l’incattivito Eugenio Scalfari, che non mi ha deluso affatto: è sempre lui, prevedibilissimo.

ANDREA RICCARDI 08/10/2013 L’elezione al soglio pontificio di Jorge Mario Bergoglio per la disastrata industria del libro è stata una benedizione: raccolte di scritti del nuovo papa, ma anche istant books, e biografie. In genere e senza tanti infingimenti roba raffazzonata e di poche pretese. Roba onesta, voglio dire. Ma ora, ad appena sette mesi dall’elezione del Papa argentino, arriva nelle librerie un tomo che si presume meditato, profondo e devoto sul più riposto e santo significato di questo nuovo pontificato. Un volume di 210 pagine (i giorni di pontificato sono battuti di un’incollatura) dal titolo “La sorpresa di Papa Francesco. Crisi e futuro della Chiesa”, scritto dal fondatore della Comunità di S. Egidio, l’inappuntabile presenzialista ed ex-ministro Andrea Riccardi. Un servo umilissimo della Chiesa che già si pregia, son sicuro, dell’amicizia, della piena comunità d’intenti e della più perfetta identità di vedute col nuovo Papa. Mi sembra tuttavia che se avesse aspettato un altro annetto o, meglio ancora, un lustro, prima di spiegarci Francesco per filo e per segno, il pudore, quello almeno, sarebbe stato salvo.

«LA PARTICELLA DI DIO» 09/10/2013 Sappiamo tutti che è una solenne, sospirosa, sciocca e sconcia sciocchezza. Epperò la diciamo, anche se è una cosa riprovevole, non degna dell’uomo. Il quale uomo anela all’infinito, è vero. Però vorrebbe abbracciarlo, vero? Dunque lo vorrebbe finito. L’uomo vorrebbe pure stringere nel suo pugno qualcosa di puro, immutabile, irriducibile, vero, non altro che se stesso. Ma è costretto a cercarlo negli abissi dell’infinitamente piccolo. L’uomo in realtà cerca l’infinito-finito e il finito-infinito: l’eterno. Ma questo mondo, fatto di spazio e di tempo, non glielo può dare. L’infinito, al contrario di quanto comunemente si pensa, è figlio di questo mondo. E’ l’insoddisfacente finito che ci spinge verso l’insoddisfacente l’infinito. L’incompiuto finito e l’incompiuto infinito sono le due facce di una stessa realtà. Con la creazione del mondo Dio ha gettato una rete, fatta di spazio e di tempo, per salvare i suoi figli dalla caduta. Ma quando la tirerà su essa si dissolverà: il tempo e lo spazio, l’infinito e il finito, l’angoscia del divenire, tutto sarà superato, non rinnegato, e ciò che è diviso sarà riunito. Il futuro non fuggirà più nel passato, come oggi succede nel nostro rapinoso presente. Regnerà il vero presente, ossia l’eterno, non un punto nel tempo né un viaggio nel tempo perché superiore al tempo: l’infinito-finito che non possiamo concepire coi sensi e che tuttavia ci manca.

[MIO COMMENTO RIELABORATO] L’infinito manca di completezza, di compiutezza, di perfezione ultima, perché l’infinito si può solo concepire nel tempo e nello spazio, e quindi crea angoscia e quindi non va bene per noi quale ultimo approdo. L’”infinito-finito” non è una cosa “limitata” ma un superamento di ciò che ci disturba nel finito e nell’infinito. Noi sentiamo, ad esempio, la limitatezza del corpo, e tuttavia vorremmo tenercelo; noi sentiamo inoltre la natura illimitata dell’anima, e tuttavia ne deprechiamo la vaghezza: la vorremmo, per così dire, “corporea”. Questo dualismo sarà superato, in una realtà soprannaturale, superiore (non contraria) a quella naturale, oggi disegnata dallo spazio e dal tempo, realtà soprannaturale che possiamo solo concepire con l’intelletto ma non sentire o pre-sentire coi sensi. O per meglio dire, possiamo pre-sentirla come indizio nella realtà inferiore spazio-temporale e piena di manchevolezze nella quale viviamo. O per dirla con S.Paolo: «Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto.» (Prima Lettera ai Corinzi) «La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità [ossia alla condizione spazio-temporale, NdZ] – non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa – e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo.» (Lettera ai Romani)

L’INDIGNATO COLLETTIVO 10/10/2013 Il presidente del Consiglio Enrico Letta e il presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso, accompagnati dal ministro degli Interni Angelino Alfano e dal commissario europeo agli Affari Interni Cecilia Malmstroem, appena sbarcati dall’aereo in quel di Lampedusa sono stati accolti dal solito gruppetto di indignati speciali al grido di “vergogna!” e “assassini!”. Eppure… eppure anche l’Europa è indignata, l’ONU è indignata, l’Italia è indignata, il presidente della Repubblica è indignato, il Governo è indignato, l’opposizione è indignata, la Chiesa è indignata, le istituzioni sono indignate, le camere penali sono indignate, le Regioni sono indignate, i Comuni sono indignati, i sindacati sono indignati, i cittadini sono indignati, gli italiani sono indignati, i nuovi italiani sono indignati, gli immigrati sono indignati, i clandestini sono indignati, gli intellettuali sono indignati, gli artisti sono indignati, il mondo dello sport è indignato, il mondo dell’associazionismo è indignato, e pure gli scafisti professionisti e regolarmente iscritti all’Albo pare siano indignati. E quindi non capisco perché tu – TU! – non abbia ancora espressa alta e forte la tua indignazione! Vuoi proprio rimanere col cerino acceso in mano, babbeo?

LA SÜDDEUTSCHE ZEITUNG 11/10/2013 Reduce da una visita alla Fiera del Libro di Francoforte Volker Breidecker si sente come un amante tradito e senza speranza: dov’è finita la sua carissima Italia? Nel Padiglione 5, quello italiano, ha trovato il silenzio, con la sola eccezione dello stand della casa editrice di Berlusconi. Uno stand luccicante. Luccicante come? Come «uno studio televisivo». In un angoletto del quale giaceva umiliata l’Einaudi: due scaffaletti con dentro ammonticchiate alla bell’e meglio le novità della gloriosa casa che «fu la nave ammiraglia dell’editoria italiana». Per fortuna c’è l’Adelphi, casa editrice che ha mantenuto un alto prestigio culturale ed estetico (e marchio insuperabile nel nobilitare qualsiasi stronzata, aggiungerei io); Adelphi che quest’anno festeggia il mezzo secolo di vita e che si merita tutti gli auguri del mondo. Ma questo non basta a salvare un’Italia dei libri che ormai non attrae più. L’intero mondo dei media italiani è ormai irrimediabilmente «berlusconizzato». «Gli italiani», scrive Breidecker «oggi hanno tutti i motivi per essere depressi da quando la loro antica civiltà ha subito nei vent’anni di Berlusconi danni molto peggiori perfino di quelli inferti da Mussolini…» A mio giudizio un ragionamento perfetto, senza sbavature, impeccabile. Il classico esemplare d’intellettuale nostrano che infesta i media italiani non lo avrebbe cambiato di una virgola: che il nostro Volker, senza nemmeno sospettarlo, si sia, pure lui, «berlusconizzato»?

Immigrazione ed isterismo

Ci si doveva mettere pure L’Osservatore Romano* a scrivere sciocchezze sui fatti di Rosarno e sullo stato morale della nazione. Con un’enfasi sospirosa e fastidiosa la storica di turno ha sentenziato che gli italiani non hanno ancora “superato” il razzismo. Il che non vuole dire assolutamente nulla. Quando un popolo è razzista? Quando un popolo “supera” definitivamente il razzismo? Da un punto di vista sociologico e politico l’approccio non ha nessuna utilità, e sfiora involontariamente l’antropologia metafisica, ossia un razzismo a spanne e all’incontrario.  Ma, evidentemente, la forza gravitazionale del pianeta dei ciarlatani della “democrazia compiuta”, il cui astratto messianismo distorce ogni seria discussione in merito, ha attratto nella sua orbita mistificatoria anche i resti del dibattito politico-culturale.

L’Italia nel suo incontro con l’immigrazione di massa, e con un’immigrazione fatta in molti casi di sbandati del terzo mondo, magari necessaria ma in ogni caso subita, aveva due buone carte da giocare: il retaggio cattolico, e il retaggio della propria emigrazione. Un grosso svantaggio: l’assoluta inesperienza. Nei paesi dell’Europa settentrionale flussi programmati e controllati d’immigrazione dai paesi dell’Europa meridionale cominciarono già dalla fine della seconda guerra mondiale; Francia e Gran Bretagna hanno accolto moltissimi immigrati, abbondantemente sgrezzati, direttamente dai paesi dei loro ex-imperi coloniali; la recente e massiccia immigrazione in Spagna è caratterizzata da un imponente afflusso di latino-americani, ispanofoni e cattolici. In vent’anni o poco più l’Italia è passata da un tasso di presenze straniere prossimo allo zero per cento ad un tasso di circa l’otto per cento. In certe regioni è abbondantemente sopra il dieci per cento. Contando i clandestini, siamo sicuramente sopra alla cifra di cinque milioni di persone.

Stando alla retorica dei fatti, che oggi va per la maggiore, questo cambiamento epocale è avvenuto senza grossi scossoni. Non ci sono state cacce allo straniero, e gli incidenti di rilievo sono stati pochi, e localizzati nelle aree di degrado del paese: le periferie delle grandi città, e le zone martoriate dal crimine organizzato. E in questo, sempre stando alla retorica dei fatti e dei numeri, e non ai risultati delle pubbliche relazioni, l’Italia non ha affatto sfigurato nel quadro europeo. Al contrario. La realtà è che gli italiani, con tutti i loro difetti e le loro paure, hanno sostanzialmente retto bene l’impatto di questo cambiamento, senza cadere nell’isterismo fuori luogo, quando non saputo, allineato e coperto di chi li critica.

*Update: il direttore de L’Osservatore, Vian, precisa che l’articolo è stato scritto prima dei fatti di Rosarno. E noi registriamo questa precisazione, anche se la sostanza non cambia.

Schifosi italiani

La Caritas sventola come un bollettino di vittoria il nuovo rapporto sull’immigrazione e i dati in esso contenuti: gli immigrati regolari sono 4.330.000, il 7,2% dei residenti. Ma circa 300 mila sono stati regolarizzati lo scorso mese. E quindi la percentuale sale al 7,7%. Siamo un paese di Serie A finalmente! Siamo sopra la media europea! E stiamo parlando solo di regolari. Ci stiamo avvicinando pure alla meravigliosamente democratica Spagna coi suoi poco più di 5.000.000 di immigrati regolari, di cui però una quota rilevantissima è costituita da latinoamericani di lingua spagnola, e alcuni come uruguayani o argentini differiscono dagli iberici in gran parte solo per l’accento; e anche alla Germania, che però conta ottanta milioni di abitanti, venti più dell’Italia, coi suoi 7.000.000. E allora, tutto bene? L’Italia non è più il paese delle cacce grosse al negro e all’abbronzato? Col piffero. Ci vorrebbe coraggio e schiena diritta per omaggiare sia pure di un piccolo “grazie” – di un buffetto, di una strizzatina d’occhio – le plebi dell’Italia berlusconiana: doti che evidentemente mancano a Mons. Schettino, presidente della Commissione episcopale immigrazione e migrantes, e a un Gianfranco Fini sempre più compreso del suo ruolo di scolaretto democraticamente perfetto. Invece…

Secondo il presidente della commissione migrantes, tra l’altro, i dati del nuovo Dossier Caritas ridimensionano l’allarme criminalità legato agli immigrati ed al contempo sembrano far “vacillare anche il cliché degli italiani brava gente a seguito dei ricorrenti atti di razzismo e intolleranza nei confronti degli immigrati”. Per questo, conclude monsignor Schettino, “bisogna cambiare e favorire condizioni di vita più serene per noi stessi e per gli immigrati” e “favorire un loro inserimento nella società”. Un processo che comporta diritti e doveri, sostiene la Cei, ma che può passare anche attraverso le regolarizzazioni per chi lavora, la concessione della cittadinanza e maggiori aperture sul voto amministrativo. Sulla scia della Cei, anche Gianfranco Fini ritiene che l’ignoranza e il pregiudizio siano i primi ostacoli da superare: ”In Italia non c’è razzismo ma tanta xenofobia che è l’anticamera del razzismo. E xenofobia – ha detto il presidente della Camera alla presentazione del rapporto Caritas – significa paura dello straniero. Intanto c’è molta ignoranza e su questo serve un impegno stringente delle istituzioni. In più non tutte le cosiddette agenzie educative, come la scuola, le istituzioni o i giornali, hanno rivolto ai giovani l’invito a riflettere. Per questo il primo impegno delle istituzioni è di contrastare il pregiudizio che è l’anticamera dell’ignoranza e della ripulsa”. (La Repubblica.it)

Ma ragazzi, parlo a voi, Mons. Schettino e Gianfranco Fini, una lisciatina di pelo piccola piccola – giusto per un briciolo d’umanità – a quella bestia ignorante dell’homo italicus non potete proprio farla? Vi fa proprio schifo? E poi ci si sorprende se quest’ultimo si sceglie il padrone che lo bastona di meno! Mah…