Una domanda sull’Islam

Si può ben dire che in questo momento quasi tutto l’Islam è lacerato da conflitti interni. A occidente solo il Marocco e l’Algeria sono rimasti sostanzialmente immuni dalle violenze generalizzate che hanno recentemente sconvolto il mondo arabo; ma pure lì le tensioni sono latenti, e ricordiamoci che vent’anni fa fu proprio l’Algeria a sperimentare una spaventosa guerra civile sviluppatasi sullo sfondo di una crescita impetuosa dell’integralismo religioso, favorita nei suoi esiti politici dal processo di democratizzazione in atto, esattamente com’è successo nelle recenti primavere arabe: fu il preludio della malattia che oggi divora l’Islam. La situazione è (ancora) precariamente tranquilla anche in estremo oriente – in Malesia, in Indonesia, ad esempio – e nel vasto e piuttosto spopolato cuore turco (ed ex-sovietico) dell’Asia centro-settentrionale.

Nel resto del mondo islamico regna il caos: nella zona sahariana e sub-sahariana in Nigeria, Niger, Mali, Repubblica Centrafricana, Ciad, Sudan, Somalia; in quella araba-mediterranea in Tunisia, Libia, Egitto; nel medio-oriente in Siria, Irak, Libano, Yemen, Bahrein, e perfino in Arabia Saudita dove il terrorismo su grande scala ha fatto di recente capolino, mentre la Turchia, oltre a vivere un momento assai delicato di tensione tra le tradizionali istanze laico-nazionaliste e quelle islamiste oggi rappresentante dal neo-ottomanismo di Erdogan, è sempre più invischiata nei disordini dei paesi confinanti, anche a causa dei problemi con la minoranza curda; e più in là è sempre il braccio violento del fanatismo integralista a rendersi protagonista in Afghanistan, in Pakistan, nel Bangladesh. In Iran regna invece la calma apparente propria di un regime totalitario. L’irrequietudine islamica anima inoltre secessionismi o indipendentismi nel Caucaso, nelle Filippine, e in parte anche nel Sinkiang cinese. Per completare il quadro si aggiungano gli effetti destabilizzanti di tali sconvolgimenti su paesi limitrofi musulmani non ancora in subbuglio.

Le cause di queste convulsioni, almeno in superficie (di quelle profonde ho già scritto fino alla noia) sono sostanzialmente due: l’avanzata di un estremismo islamico nella sua ferocia e rozzezza dai tratti perfino grotteschi; e la tradizionale conflittualità tra sciiti e sunniti. Limitatamente al mondo arabo spunta timidamente anche quella derivante da quel suo originario sostrato tribale, che millequattrocento anni di Islam non sono riusciti mai ad eliminare del tutto. Le tensioni interne all’Islam si scaricano infine contro l’Occidente: attraverso il terrorismo, e attraverso le migrazioni di massa verso l’Europa cui assistiamo da anni.

E’ degno di nota che questi migranti non cerchino affatto di trovare una nuova patria nei ricchi (solo grazie al petrolio) paesi arabi del golfo, quelli che per esempio finanziano a colpi di centinaia di milioni di euro illustri (e anche meno illustri) club calcistici europei. Né d’altra parte si notano particolari segni di solidarietà verso questi profughi e confratelli nella fede nel mondo musulmano: quelli che si trovano in Giordania, in Turchia o in Libano sono in sostanza genti assiepate ai confini della Siria, in attesa di poter rientrare. Tristemente noto, poi, è il caso dei profughi Rohingya, minoranza musulmana discriminata in Birmania, respinti al largo delle coste malesi o indonesiane. Eppure, sulla carta, la solidarietà reciproca tra le genti islamiche, specie nel mondo arabo, dovrebbe essere più naturale di quella fra le genti cristiane: per questioni linguistiche e culturali; e per il fatto che l’Islam è una società di tipo monista, società politica e religiosa allo stesso tempo e nella sua essenza, e ciò ha impedito la sedimentazione di sentimenti nazionali di tipo occidentale.

Vi è infine da sottolineare come la risposta della società islamica alle nefandezze del fanatismo sia in genere ambigua e debole. E quando è forte assume i tratti energicamente autoritari del laicismo del partito dei militari, come successe vent’anni fa in Algeria e com’è successo ultimamente in Egitto.

Ho dipinto velocemente questo piccolo affresco che illustra un mondo scosso fin dalle sue fondamenta, e quasi in disfacimento, allo scopo di fare una domanda semplice e provocatoria: perché quando si parla dei problemi dell’Islam e con l’Islam non si parte mai dall’elementare, ovvia e preliminare constatazione di un universo in crisi nelle sue fibre più intime e di una civiltà in irreversibile crisi strutturale? Perché tutti questi inequivocabili segni di debolezza – compresa l’erratica, folle violenza che li contraddistingue – vengono in Occidente spesso confusi, addirittura, come manifestazioni di vitalità? E’ mai possibile essere così ciechi?

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L’implosione dell’Islam

La recente ondata di attentati terroristici in Kuwait, Tunisia e Francia (anche se sulla vera natura di quest’ultimo rimangono ancora dei dubbi) hanno riaperto il dibattito sulla natura e sulla pericolosità dell’integralismo islamico. Siccome, a nostro immodesto avviso, c’è in giro un sacco di confusione e reticenza, abbiamo deciso di dare anche noi il nostro contributo, sgombrando drasticamente il campo da vari equivoci. Il primo: la presunta debolezza cristiana-occidentale e la presunta forza islamica, o, se volete, la presunta identità debole dell’Occidente e quella forte dell’Islam. Quest’opinione, che ha largo seguito, è frutto di una grandiosa illusione ottica. In realtà, la secolarizzazione sta stritolando a poco a poco un Islam in preda a convulsioni mortali. La secolarizzazione, infatti, è figlia del Cristianesimo. Senza di esso è inconcepibile. E’ il Cristianesimo ad aver distinto lo stato dalla chiesa (e così la politica dalla religione, e il diritto positivo dal diritto naturale). Li ha distinti (ma non separati [1], in quanto essi agiscono nello stesso universo morale, e una doppia morale non esiste) a ragione dei fini diversi ai quali mirano: la conservazione e il benessere della società l’uno, la salvezza dell’anima l’altra. Così, nel corso dei secoli, si sono sviluppate le libertà civili dell’occidente, e fra queste sono comprese molte cose che il Cristianesimo moralmente condanna. La civiltà cristiana – sul piano sociale – non si contrappone alla libertà dei costumi in quanto tale, ma ad una libertà orgogliosa di sé, una libertà tesa ad emanciparsi dalla morale, e a negare la verità. E se è fatale che la secolarizzazione avanzi in genere attraverso la trasgressione e lo spirito anticristiano, è anche inevitabile che prima o dopo, pena l’autodistruzione della società, la civiltà al decalogo ritorni. Questo ritorno, che è un ritorno inconfessato al Cristianesimo, purifica, senza per questo necessariamente assolverle dal punto di vista morale, le libertà conquistate obbedendo a pulsioni trasgressive. E in realtà tanto maggiore sarà il grado di consapevolezza della civiltà cristiana – civiltà che non sarà mai, neanche imperfettamente, e spesso neanche prevalentemente, una società di cristiani – tanto maggiore sarà la sua capacità di tollerare la libertà dei costumi al suo interno, e allo stesso tempo di neutralizzarne la carica nichilistica.

Il tradizionalismo cattolico, qui inteso nella sua espressione ereticale, non ha mai voluto capire o accettare il fatto, indiscutibile, che la secolarizzazione – perimetro delle libertà civili – è figlia del Cristianesimo. Per la forma mentis tradizionalista la secolarizzazione è sempre un male; un male che la civiltà cristiana può sopportare, corrompendosi via via, fino ad un certo punto di rottura, oltre il quale essa non può più esistere. (Naturalmente il progressismo cattolico, sempre inteso nella sua espressione ereticale, fa il ragionamento inverso: l’accettazione della secolarizzazione implicherebbe una revisione dei dogmi, cioè la loro distruzione, cioè la distruzione della Chiesa). Curiosamente, anzi, significativamente, questa interpretazione si attaglia perfettamente alla crisi dell’Islam. L’Islam è una religione-società che si sostanzia nella precettistica, e che sa essere elastica non nella misericordia, ma solo attraverso un armamentario di scappatoie religiose-legali di stampo farisaico. Ma a lungo andare ciò non può bastare al sentimento di libertà (libertà anche di peccare, ossia di piegarsi al peccato) che è innato nell’uomo proprio perché prima di tutto figlio di Dio, e non di una tribù, di una razza, o di una società. La secolarizzazione cristiana offre la soluzione, non la scappatoia, che permette alla società di respirare, cioè di vivere, senza per questo rinnegare la religione: oggi essa, insensibilmente e senza premeditazione, ma per la forza ineluttabile delle cose, sta assediando un Islam che con essa può venire a patti solo riconoscendo la propria fine. E qui veniamo al secondo equivoco: il terrorismo islamico come espressione di un integralismo che tradisce i principi dell’Islam. La verità è che moderatismo o integralismo non intaccano la sostanza dell’Islam, né lo definiscono. E’ vano, infatti, chiedersi quale sia il vero Islam al riguardo di una religione-società che non conosce veri dogmi, ma che appunto si sostanzia in una precettistica variamente e limitatamente modulabile, ma non per nobili motivi. La ferocia quasi caricaturale di certe sue espressioni odierne è la forma parossistica di una vitalità che sta venendo meno.

E’ corretto dire, piuttosto, che questo Islam in fase violentemente agonica si trova di fronte ad un Occidente (inteso in senso lato come civiltà cristiana, non identificabile col Cristianesimo in quanto tale, dotata di una carica universalistica che la trascende e che ne esalta le capacità assimilatrici) che oggi vive una delle sue periodiche fasi d’indocilità nei confronti di Dio e della ragione, manifestantesi attraverso un assurdo e capriccioso universalismo dei diritti (scimmiottatura anticristiana dell’universalismo cristiano), protervo nelle sue stravaganze, comprese quelle linguistiche (tipiche dei fenomeni rivoluzionario-millenaristici tesi a ri-definire la verità), e che trova appoggio nell’opinione pubblica, oltre che per l’attivismo di minoranze militanti e dei media, anche per l’istinto alla ribellione sempre latente nell’uomo, ma non per un vero senso di solidarietà verso le categorie interessate da questi nuovi presunti diritti: è la secolarizzazione anticristiana, contraddizione vivente che può durare solo durante il caos della breve stagione rivoluzionaria, prima di venire piegata alle inflessibili esigenze del nuovo ordine, incardinato su un nuovo decalogo di principi laici (sempre aggiornabile) che però, disconoscendo quella morale che per natura non può che incardinarsi su principi di verità, non conosce distinzione fra legge e morale, e quindi non conosce la secolarizzazione, e quindi il perimetro delle libertà civili. Per ritrovarle la società dovrà per forza di cose – non fosse altro che per istinto di autoconservazione – tornare alla secolarizzazione cristiana, e ri-piegarsi al diritto naturale: lo farà nei fatti, anche se con la bocca e col cuore per una sua larga parte non si ri-piegherà a Dio. In questo quadro la malattia mortale dell’Islam ha di buono (e di provvidenziale) che agisce da pungolo sull’Occidente, costringendolo a ritrovare le sue veri radici.

Passiamo ora al terzo equivoco: il fatto che spesso i terroristi islamici siano persone apparentemente ben integrate in Occidente, o apparentemente occidentalizzate, quantunque provenienti da paesi islamici, dimostrerebbe l’impermeabilità dell’uomo islamico alla cultura occidentale. Ma ciò non è esatto. Se è vero che l’Islam non può sopravvivere a lungo in tempi di democrazia (come scrisse Tocqueville 170 anni fa), non bisogna tuttavia sopravvalutare il significato di questi casi. L’uomo sente per natura il bisogno di assoluto, anche se molto spesso trasforma questo bisogno in una molto più meschina voglia di protagonismo, nella voglia di sentirsi in qualche modo qualcuno, o nella ricerca di gratificazione nella cieca obbedienza al branco o alla setta, in un annullamento di sé disumanizzante ma anche totalizzante e quindi, per un certo verso morboso, appagante. Oggi, per esempio, il giovanotto italiano ha a disposizione la No-Tav; il giovanotto islamico ha la Jihad: che sia un brillante studente universitario, o un deficiente modaiolo maniaco del rap (entrambi, a loro modo, esempi di conclamato occidentalismo), non fa alcuna differenza.

Il quarto equivoco è che l’instabilità del mondo islamico (a parte quello dell’estremo oriente) sarebbe in buona misura la conseguenza degli interventi militari occidentali in Afghanistan e in Iraq. Ma ciò non è vero. Essa dipende, come detto sopra, in primo luogo da un problema strutturale interno all’Islam, da un suo difetto costitutivo ed ineliminabile, che la modernità mette impietosamente a nudo.

Il quinto equivoco è che l’insipienza della politica americana di Obama sarebbe la continuazione di quella di Bush, lo stesso tipo di maldestro interventismo, ancorché molto meno massiccio e pianificato. Ma anche questo non è vero. L’interventismo obamiano è stato dominato dall’opportunismo, mentre quello di Bush, più che una risposta diretta al terrorismo globale, fu un progetto strategico di presenza militare a lungo termine che aveva un senso, se portato avanti con la necessaria determinazione, e rappresentò inoltre la volontà di rispondere alla passività occidentale. Ci ricordiamo bene, infatti, di come la guerra in Iraq fece scorrere fiumane di pacifisti in tutto il mondo occidentale, e di come l’intervento in Libia, o i minacciati interventi in Siria, non abbiano invece spinto in strada neanche i fanatici della pace. E questo perché in teoria si trattava di mettere il cappello sulle apparentemente trionfanti primavere arabe, senza correre molti rischi. Cosicché fu generale l’appoggio conformistico alla folle ed erratica politica occidentale verso il mondo islamico, della quale vogliamo elencare brevemente i misfatti: il tradimento dei propri amici Mubarak e Ben Alì (dittatori solo per gli standard occidentali, non certo per quelli mediorientali) quando invece sarebbe stato saggio esercitare un ruolo di mediazione fra i governi al potere e le istanze di primavere arabe che spesso erano solo figlie di microscopiche avanguardie liberali urbane pronte ad essere fagocitate da forze ben più grandi di loro; il tradimento di una canaglia, per lunghi anni terrorista su scala mondiale, come Gheddafi, dopo che questi si era di fatto arreso all’Occidente in cambio del mantenimento del potere nel suo proprio paese e dopo che l’Occidente aveva siglato – di fatto – la pace con lui, mostrando nello stesso tempo di voler credere ad una primavera araba che in Libia non è mai scoppiata; aver dato prova di mollezza per decenni nei confronti del regime di Assad e di aver aspettato a demonizzarlo solo nel momento in cui un’ambigua primavera araba siriana scoppiava, e poi di aver chiuso gli occhi dinanzi agli sviluppi di questa ambigua primavera araba, completamente in mano in brevissimo tempo a fanatici sunniti sponsorizzati dalle monarchie del Golfo (Assad è alawita, cioè scita, e il suo regime è alleato con l’Iran scita), e poi ancora di non aver avuto il coraggio di scegliere il male minore (cioè Assad); aver dimenticato altre primavere scomode della penisola arabica, pur di non disturbare le monarchie del Golfo, come quella in Bahrein; o come quella nello Yemen, che ora si è trasformata in una specie di guerra civile tra i ribelli sciti e i sunniti sostenuti da una coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita, che sta spingendo il conflitto verso esiti catastrofici.

E infine il sesto equivoco, che li riassume tutti: l’Islam starebbe vivendo uno dei suoi periodi di aggressiva espansione. L’Islam sta invece grandiosamente implodendo: gli attentati terroristici non sono altro che le schegge e i detriti che questa incontrollata implosione produce e in parte fa piovere sulle nostre teste.

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[1] Il concetto di separazione tra stato e chiesa viene spesso ipocritamente inteso come se si avesse a che fare con sfere appartenenti a mondi diversi, come se per l’appunto l’universo morale fosse diverso per le due sfere. Ma non è così. Se fosse così lo stato potrebbe assurdamente proporsi come entità a-morale. Ad un livello inferiore, per un fare un’analogia forse non del tutto pertinente ma abbastanza indicativa, lo stesso concetto di separazione dei poteri del costituzionalismo liberale non implica che questi poteri possano andare ciascuno per i cavoli propri. E’ una separazione che va intesa come distinzione delle funzioni, collegata ad una ben circoscritta autonomia, all’interno di uno stesso stato.

Con gli occhi dell’Islam

La pubblicazione su Charlie Hebdo di nuove vignette sul profeta Maometto ha provocata la prevedibile ondata di proteste nel mondo musulmano. Tra queste reazioni ne segnaliamo due, perché sono rivelatrici della natura dell’Islam e del travaglio (mortale) da cui è oggi è tormentato.

La prima riguarda i tumulti scoppiati in Niger, dove un numero imprecisato di chiese cristiane sarebbe stato dato alle fiamme. Questo scoppio di violenza anti-cristiana può sembrare strano, o quantomeno esagerato, visto che i cristiani (e la Chiesa Cattolica in particolare) hanno preso chiaramente le distanze da una rivista nota per bastonare il cristianesimo con molta più virulenza (e frequenza) di quanta ne usi di solito con l’islamismo. Spiegarla con la semplice ignoranza o col fanatismo cieco non convince affatto: il mondo è ormai veramente un villaggio globale, ed inoltre il Niger non solo ha rapporti strettissimi con la Francia, ma è anche un paese ufficialmente francofono. E allora perché in Niger gruppi di scalmanati attaccano le chiese a causa delle vignette di Charlie Hebdo? Perché vedono, con tutta naturalezza, senz’alcuna elaborazione intellettuale, quello che noi, con gli occhi dell’Occidente, non vediamo: vedono, cioè, che anche Charlie Hebdo è un prodotto della civiltà cristiana; vedono che la civiltà cristiana attesta se stessa anche nelle manifestazioni anti-cristiane che le si sviluppano in seno; vedono che l’Occidente è la civiltà del libero arbitrio dove è “permesso” peccare, e ciò in piena consonanza con la natura del Cristianesimo. Agli occhi dell’islamista radicale il giacobinismo libertino e il cristianesimo misericordioso sono le due facce della stessa medaglia, dello stesso tradimento di Dio.

La seconda reazione rivelatrice è quella dei talebani afghani, i quali hanno avuta l’alzata d’ingegno di condannare la pubblicazione delle vignette come “crimine contro l’umanità”. Ora, la “pseudo-religione” dei diritti umani non è altro che una parodia messianica del cristianesimo: messianica perché è una religione senza trascendenza, destinata a realizzare le sue promesse su questa terra, che dal Cristianesimo ha mutuato l’universalismo e l’altissimo rispetto (almeno a parole) per la dignità di ogni singolo uomo, ma che al posto di Dio ha messo una cosa non ben definita chiamata “umanità”, specie di “quidditas” dell’uomo e comunità umana insieme. Ancorché nato e spesso usato in funzione anti-cristiana, il linguaggio dei diritti umani è un prodotto culturale della civiltà cristiana. Il fatto che i talebani nel condannare le vignette usino, senza avvedersene, un linguaggio in senso lato cristiano è sintomatico dell’enorme pressione che la cultura occidentale sta esercitando sul resto del mondo.

Ma la “dār al-Islām” è una parte del mondo non assimilabile al resto del mondo. All’universalismo cristiano dell’Occidente l’Islam oppone un proprio universalismo, che il Corano ha succhiato dalla Bibbia. Non vi può essere spazio al mondo per due tipi di universalismo. Lo scontro perciò è frontale. Ma mentre in Occidente l’universalismo si coniuga con la libertà, nell’Islam questo non succede. E questo spiega perché quando non conquista e non si espande l’Islam cada nell’apatia, e come l’uomo islamico sembri oscillare continuamente tra abulia e fanatismo. E’ come una persona che non avendo una vita interiore per sentirsi vivere abbia il bisogno d’invadere la vita degli altri. Per una società questo equivale a surrogare l’industriosità e la creatività con l’attività di conquista e l’assimilazione di saperi altrui.

Oggi, però, il fanatismo islamico non è attizzato da una guerra di conquista. Le imprese sanguinare del terrorismo globale e le spacconate dell’Isis sono falsi segnali. Anzi, sono segnali di disperazione. L’Islam ha una guerra in casa sua. E’ l’universalismo occidentale che ha messo alle corde l’universalismo islamico e lo sta costringendo a ridefinirsi, avendo però il primo dalla sua un vantaggio decisivo: di parlare alla natura più intima dell’uomo.

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L’equivoco del «vero Islam»

Partiamo però da un altro equivoco: la secolarizzazione, intesa solitamente come fenomeno contrario alla religione. La secolarizzazione, in realtà, è figlia del Cristianesimo. E’ stato il Cristianesimo a distinguere la religione dal secolo, la chiesa dallo stato, a dare a Cesare quel che è di Cesare: a dare, cioè, al secolo quel che è del secolo. Prima di Cristo (e anche dopo, al di fuori del mondo cristiano) questa distinzione poteva albergare incerta, proprio perché priva della risposta della Rivelazione, nella mente dei filosofi, ma era in genere inconcepibile. Ciò non significa che il connubio stato-religione avesse un’impronta totalitaria (ché anzi ciò può verificarsi solo in tempi post-cristiani) ma la sensibilità religiosa dell’individuo era come irretita in un cerchio chiuso, in un sistema di riti attraverso i quali una società o una tribù, onorando i propri dei, santificava se stessa. Un Dio universale che parlasse al singolo uomo (e quindi a tutti gli uomini di tutto il mondo) poteva stare, appunto, solo nella testa di qualche filosofo, magari sospettabile, proprio per questo, di empietà o ateismo.

Una verità che abbia coerenti ed universali implicazioni etiche non può che trovare fondamento nella metafisica. Altrimenti essa può essere solo la sempre mutevole figlia di un mondo – il nostro – fatto di tempo e di spazio e in continua mutazione; una precaria «verità» funzionale alla sopravvivenza di una determinata società. Con la Rivelazione questa verità metafisica si manifesta, «si fa carne», risponde alle domande che «sono iscritte nel cuore dell’uomo», e s’impone come dogma. E’ appunto il dogma che adesso marchia la natura della religione e la distingue da quella dello stato. Lo stato viene riconsegnato interamente al secolo e l’uomo acquisisce una doppia cittadinanza: una terrena dallo stato, una eterna dalla chiesa. Benché correlati, in quanto una società a-morale non può sostenersi, i fini dello stato e della chiesa sono diversi; così come l’organizzazione, sempre figlia dei tempi nell’uno, sempre piramidale, essenzialmente, nell’altra. E benché derivanti da un’unica fonte, legge positiva e legge morale cominciano a divergere, in quanto allo stato bastano norme che, pur senza andare contro la legge morale, siano sufficienti ad assicurare la sua esistenza: lo spazio disegnato da questa diramazione, tendenzialmente sempre più vasto, è il campo della secolarizzazione e delle libertà civili. L’avvento del Cristianesimo fu la grande chiarificazione che impostò la civiltà occidentale.

Se questa chiarificazione pone le libertà civili su un terreno più saldo e definito, e quindi, nel lungo termine, in una prospettiva di espansione ininterrotta, è anche vero che il suo venir meno porta in tempi post-cristiani a conseguenze catastrofiche, visto che non si può più tornare indietro all’irrisolta situazione precedente. Solo in un’epoca post-cristiana si possono avere fenomeni di totalitarismo. Le libertà civili scompaiono di conserva col restringimento del campo della secolarizzazione, e scompaiono del tutto quando la legge morale viene a coincidere con la legge positiva. Ciò può portare a due esiti, entrambi, a ben vedere, di tipo messianico: una teocrazia, o uno stato etico.

In questo quadro la Chiesa, il Cristianesimo sono presìdi della legge morale e dei diritti naturali, che nel dogma trovano un suggello divino. Naturalmente i diritti naturali non stanno nella coscienza viva solo dei cristiani, ma la storia dimostra che senza il Cristianesimo essi sembrano privi di difese naturali, perché anche chi si rende conto che la licenza e la trasgressione portano la società all’autodistruzione, ed invoca il ritorno al decalogo, spesso non chiude il cerchio della sua riflessione ammettendo la realtà di una verità trascendente. Chi vuole democratizzare la Chiesa, chi vuole una Chiesa senza dogmi, chi vuole conformare la Chiesa al secolo, chi vuole secolarizzare la Chiesa, in realtà distrugge la Chiesa, e distrugge anche la secolarizzazione, perché distrugge uno dei suoi baluardi: la legge dello stato diventa la sola fonte dell’etica; nessuno può più sindacare liberamente sui comportamenti altrui; la società viene privata della sua coscienza, e diventa un corpo senza anima.

Nell’Islam, che culturalmente è un figlio assai rozzo sia dell’Ebraismo che del Cristianesimo, Dio non si fa carne, non si fa uomo. Non è un Dio che si limita a confermare l’uomo nelle verità ultime, e ad invitarlo a custodirle, ad indagarle, a chiarirle, a definirle: «lo Spirito vi insegnerà ogni cosa», dice, invece, Gesù ai suoi discepoli. Non è un Dio che distingue i dogmi dai precetti e dalle leggi. E’ un Dio che detta tutto. E’ un Dio che nega la storia. E’, ancora una volta, un messianismo. Ed è vero che non c’è niente di più contraddittorio dell’interpretazione letterale di un testo. Ed è per questo che i musulmani non sono mai riusciti a mettere insieme un corpo dottrinario coerente ed uniforme e non hanno una Chiesa. Ma in tutte le sue versioni, moderate o integraliste che siano, l’Islam come religione rimane prigioniero della sua natura precettistica, fideistica e legalistica insieme. Non vi è distinzione tra legge morale e legge positiva, e quindi non vi è alcun spazio per la secolarizzazione e per le libertà civili. L’Islam può vivere solo nel suo tempo, mentre il Cristianesimo può vivere in tutti i tempi. Oggi viviamo in un mondo profondamente secolarizzato, perciò culturalmente cristiano, nonostante le apparenze, e nonostante sia scosso da profonde pulsioni anticristiane. E perciò è l’Islam ad essere sotto una pressione terribile, mortale, nonostante le apparenze: di qui le sue convulsioni.

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[RISPOSTA AI COMMENTI – Definire quella di Teodosio una teocrazia non ha alcun senso. Teodosio mica era papa! Al contrario nell’Impero Bizantino successivamente si rafforzò la tendenza contraria: quella al cesaropapismo, debolezza storica di tutte le religioni ortodosse. La “secolarizzazione” è un processo. E’ una chiarificazione che si chiarifica sempre più. Faccio presente che questa distinzione fra stato e chiesa era già in embrione nell’Antico Testamento: lì troviamo i semi della civiltà cristiana propriamente detta. Il Decalogo già si distingue dalle “leggi di giustizia”, e ne costituisce una specie di prologo morale, scritto nella pietra dallo stesso “dito di Dio”, a differenza della Legge Mosaica vera e propria, che viene dettata. E’ Aronne, e non Mosè, a divenire sommo sacerdote d’Israele. E’ solo alla “stirpe di Aronne” che viene riservato l’officio sacerdotale. E la tribù dei Leviti, alla quale Aronne appartiene e che si occupa della gestione del culto religioso, è l’unica tra le dodici d’Israele alla quale non vengano assegnati territori. E’ poi a Mosè stesso che Dio annuncia che non metterà piede nella Terra Promessa: a significare che essa è solo il pegno di quella vera Terra Promessa cui non si accede coi piedi ma attraverso la morte. Preferisco però parlare di “distinzione” tra stato e chiesa, piuttosto che “separazione”, non perché contesti quest’ultima, ma perché “separazione” fa pensare a due cose avulse una dall’altra, quasi che l’una e l’altra non partecipassero dello stesso universo morale. Sono la natura, e quindi i fini, che le distinguono.]

L’aria fritta, però solenne, di Andrea Riccardi

Sull’efferata uccisione di 28 non musulmani in Kenya da parte dei miliziani islamisti di al-Shabaab è stato pubblicato sul Corriere della Sera uno spassoso articolo a firma di Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di S. Egidio. Ne parlo perché rappresenta un esempio perfetto dello stile del nostro campione, e perché il nostro campione è un esempio perfetto di un certo cattolicesimo che ciurla nel manico con impeccabile urbanità: il tono è ispirato, solenne e ammonitore; ma serve a dar corpo all’aria fritta. Che ha da dirci il fondatore? Qualche proposta operativa? Oppure una parola decisiva sui nodi religiosi della questione? Nulla. Tutto affonda in una vaghezza attentissima a non turbare qualsivoglia suscettibilità, benché sussiegosamente espressa. Ma intanto lo sciocco resta come ipnotizzato davanti a tanta gravità, mentre al saggio non resta che controllare il proprio dispetto, cioè la voglia impellente di scoreggiare o spernacchiare.

La maggiore preoccupazione ostentata da Riccardi è di evitare che si faccia di ogni erba un fascio, che si mettano tutti i musulmani nello stesso calderone. Questo nobile sentimento è però alquanto sospetto perché va al di là di ogni ragionevolezza. Tale è infatti la delicatezza d’animo dell’operatore di pace più indaffarato d’Italia e forse del mondo, da spingerlo a farsi forte dell’autorità del Corano nel condannare il misfatto: «Questa vicenda», scrive Riccardi, «offenderà nel profondo – credo – i veri fedeli musulmani. Gli assassini hanno dimenticato la parola ammonitrice del Corano per cui “chi uccide un uomo è come se uccidesse il mondo intero”». Notate che in questo caso Riccardi si comporta esattamente come certi crociati da lui – potete esserne certi – profondamente detestati: ci sbatte in faccia la frasetta del Corano che fa al caso suo, come se essa ne riassumesse lo spirito. I crociati, com’è loro consuetudine, e con qualche argomento in più, potrebbero sventolargli sotto il naso un robustissimo elenco di frasette truculente di una concretezza singolarmente esplicita di segno opposto.

Io, che ho espresso idee chiarissime e negative sulla fede di Maometto, non sono mai ricorso a questo metodo. La natura del linguaggio è convenzionale. Nessun linguaggio è di per se stesso talmente eloquente da non poter essere travisato. Il problema è, però, che tutti i tesori di spiritualità che Riccardi  – anche di ciò potete essere certi – vorrà riconoscere al Corano, sono stati presi letteralmente di peso dal Vecchio e Nuovo Testamento, e confusamente sistemati tra la precettistica dell’Islam. Non vi è affatto un’unità spirituale nel Corano. Il problema fondamentale del Libro Sacro dei musulmani non è tanto la sua interpretazione letterale, perché anche quella risulterebbe contraddittoria, ma il fatto che non si presta ad alcuna interpretazione unitaria e superiore. Di fatto l’Islam è una religione che vive di precetti, strumenti di un disegno terreno. Senza di quelli evapora.

Il problema fondamentale di Riccardi è invece la sua passione per i salamelecchi, tanto per rimanere in campo islamico, cioè quella caricatura del dialogo religioso che oggi va per la maggiore e il cui presupposto sembra essere che tutte le verità di cui le religioni si fanno portatrici assurdamente si equivalgano, e che in fondo tutti conflitti di stampo religioso siano un gigantesco equivoco. E’ ben vero che persone di buona volontà e in buona fede albergano in ogni campo, ed è anche probabilissimo (io ne sono certo) che la cialtroneria sia diffusa in maniera simile tra cristiani e musulmani: lo dicono la ragione e la carità, per dirla cristianamente. Ed è proprio questo che dovrebbe far pensare il cattolicissimo Riccardi.

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Una “Forte” ambiguità

Monsignor Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto, si arrende all’evidenza dei fatti e tuona contro il nuovo Califfato. Le sue parole, però, sono avvolte nella solita irritante ambiguità. Dice monsignor Forte : «La verità è che il nuovo nemico dell’umanità è più che mai il fondamentalismo, che non va assolutamente confuso con le forme dell’Islam autentico e con le aspirazioni alla pace e alla giustizia che pervadono il cuore e l’impegno di tanti musulmani.» A me sembra, in realtà, una frase infelicissima che nasconde sotto l’enfasi la scarsa convinzione e la confusione di chi sente tirato per i capelli dentro la questione.

Solo la parte finale, a riguardo delle «aspirazioni alla pace e alla giustizia che pervadono il cuore e l’impegno di tanti musulmani» è giusta: sia il buon senso, sia la ragione, sia la carità cristiana ci assicurano di questo. Sarebbe irragionevole pensare che presi individualmente i musulmani siano peggiori degli altri, cristiani compresi: ci sono uomini, infatti, che professano, sì, e in buona fede, una religione sbagliata, ma che nel loro cuore albergano quei sentimenti di giustizia che saranno computati a loro giustificazione. Anche per loro parlò Gesù quando disse: «Chiunque parlerà male del Figlio dell’uomo sarà perdonato; ma la bestemmia contro lo Spirito non gli sarà perdonata né in questo secolo, né in quello futuro.» Naturalmente la frase è anche un ammonimento per i cristiani: si può, cioè, parlar bene del Figlio dell’uomo e bestemmiare contro lo Spirito.

«La verità è che il nuovo nemico dell’umanità è più che mai il fondamentalismo» è, invece, un’affermazione che, a parte la vaghezza, sembrerebbe star bene in bocca ad un ministro di quella Religione dei Diritti Umani che è sicuramente figlia della civiltà cristiana ma che ha anche l’ambizione di sostituirsi al Cristianesimo. Sappiamo bene come i nemici dell’umanità cominciassero a popolare la terra nel momento stesso in cui l’umanità cominciò a pensare di sostituirsi a Dio e a fare strage di ciò che essa riteneva umana zizzania.

Quanto alle «forme dell’Islam autentico», la verità è che, semplicemente, queste forme non esistono in quanto non esiste nessun Islam autentico. Alla base del Corano c’è un pasticciato, affastellato, contraddittorio assemblaggio di materiali biblici: la sua erratica spiritualità è solo il riflesso di questi materiali, ma non ne costituisce l’essenza, cioè lo spirito; mentre l’ossessiva precettistica riflette il consolidarsi di un disegno terreno. Se monsignor Forte ritiene che il fondamentalismo, come sembra di capire dall’accenno evangelico alla condanna di scribi e farisei, sia un disseccarsi della coscienza e della fede nell’obbedienza al precetto, ebbene l’Islam non può uscire dal fondamentalismo, perché fuori del precetto quell’Islam che non conosce clero e chiesa muore. Per cui in realtà l’Islam è fondamentalista per natura; è sempre rinchiuso nella sua gabbia, anche quando è moderato, anche quando è di manica larghissima: non è un caso che secoli addietro in Europa l’immagine dell’Islam trasudasse perfino lascivia e sensualità.

E’ sempre necessario dire tutto questo? No. «Siate candidi come le colombe e prudenti come i serpenti» ci è stato insegnato. Ciò significa – fra le altre cose – che bisogna sempre dire la verità, ma che non necessariamente bisogna sempre dir tutto. A volte esiste una buona reticenza che è segno di sensibilità cristiana. D’altronde anche Gesù cominciò a parlar per parabole. E S. Paolo ai Corinzi diede «da bere latte, non cibo solido» perché per quest’ultimo non erano ancora preparati. Però quel poco che si dice dovrebbe sempre essere vero.

Perché c’è inimicizia tra Cristianesimo e Islam

Il Cristianesimo vede se stesso (parlo ovviamente da un punto di vista cristiano) come il compimento dell’Ebraismo. Per il Cristianesimo l’uomo è prima di tutto – dogmaticamente – figlio di Dio. L’appartenenza alla propria famiglia, alla propria tribù, alla propria nazione viene dopo, ma attenzione, non viene rinnegata: Dio non annulla Cesare. Sul piano sociale le conseguenze fondamentali di tale concezione dell’uomo sono l’altissima dignità della persona, l’anelito alla libertà, lo spirito di fratellanza universale. Tale elemento universalistico era già presente nell’Antico Testamento: il Nuovo Testamento lo portò definitivamente alla luce. L’Occidente è così impregnato di Cristianesimo che tutte le ideologie o le filosofie anticristiane di portata politica che si sono succedute negli ultimi secoli hanno recato in sé il marchio dell’universalismo cristiano. L’illuminismo l’ha interpretato attraverso la “religione” dei liberi muratori o la “religione” dei diritti umani che oggi va per la maggiore; il socialismo ha pensato di realizzarlo. Sono tutte caricature del Cristianesimo di stampo millenaristico: il loro orizzonte è terreno. Persino i totalitarismi di destra, che pure rinnegano per principio l’universalismo, ne conservano traccia: dentro la razza o la nazione, infatti, regna l’egualitarismo socialista.

La civiltà cristiana si propaga indirettamente nel mondo non cristiano anche attraverso le ideologie anticristiane nate in occidente. Il comunismo, per esempio, benché violentemente antireligioso, reca in sé l’idea dell’uguaglianza di tutti gli uomini (ancorché, nei fatti, spesso, un’uguaglianza da schiavi): si pensi all’impatto di questa idea su una società tribale o da millenni divisa in caste. L’incontro del Cristianesimo col paganesimo o dell’Occidente col mondo non cristiano non è mai uno scontro antropologicamente frontale. Infatti, per così dire, solo in un mondo che ha conosciuto Cristo può spuntare l’Anticristo: solo lì lo scontro può essere frontale. Ma certo è traumatico: il Cristianesimo “desacralizza” ogni istituzione terrena. Ossia la consegna al secolo: la secolarizzazione è figlia del Cristianesimo. Mentre purifica l’idea di Dio. Nel mondo greco-romano, che pure era il terreno più favorevole all’impiantarsi del messaggio cristiano, i cristiani stessi furono spesso sentiti come “atei” e “dissacratori”.

In questo quadro l’Islam viene a trovarsi in una posizione unica nei confronti del Cristianesimo. Mentre infatti, come spiegato sopra, il problematico, conflittuale, ma anche fecondo incontro del Cristianesimo col mondo “pagano” – pagano ma pur sempre ammaestrato da quel Logos che fu fin da principio – non si risolve mai in uno scontro frontale; mentre l’Ebraismo, non avendo voluto, per così dire, “conoscere” Cristo, rimane in attesa e lo scontro viene evitato; l’Islam è l’unica grande religione monoteista post-cristiana. Dal Cristianesimo ha preso l’idea universalista e l’idea della Rivelazione definitiva. Ma nonostante ciò l’Islam – tanto è pasticciato, confuso, incompiuto – conserva uno spirito veterotestamentario, nel senso negativo del termine, che se lasciato a se stesso potrebbe anche condurre il musulmano a riposare – farisaicamente, per dirla con Vangelo – la propria coscienza nel solco della legge o del precetto, tranquillamente, a casa sua. Ma l’elemento universalista non glielo permette. Da questa contraddizione nascono le tensioni cicliche dell’Islam. Ora che l’universalismo proprio della civiltà cristiana – che distingue la prospettiva terrena da quella ultraterrena – si è propagato ai quattro angoli della terra, la tensione nell’Islam è al massimo. E’ il suo incompiuto universalismo che è messo alla prova: anzi, smascherato. Di qui la necessità dello sfogo millenarista, di realizzare perfettamente l’universalismo là dove ciò non è possibile: sulla terra. E’ per questo che il radicalismo islamico oggi somiglia per molti versi a quei totalitarismi che solo in una civiltà cristiana o occidentale sono concepibili.

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Prudenti più dei serpenti

Non è detto che sia proprio impossibile conciliare la schiettezza con la diplomazia, la sincerità con la politica. Si può dire sempre la verità, ma non occorre sempre dirla tutta. Una ben ponderata reticenza può essere il segno di saggezza e responsabilità. Bisogna essere candidi come colombe e prudenti come serpenti, come disse una volta per tutte il mister: ecco un insegnamento valido anche in questo campo un po’ profano. E’ perciò comprensibile che da ampia parte del mondo cattolico si mostri cautela sulle iniziative da intraprendere per fermare i tagliagole del “Califfato”. E’ meno comprensibile, però, che in tanta parte di questa ampia parte l’approccio alla questione risulti così riguardoso da sconfinare nel ridicolo.

Monsignor Mario Toso, segretario del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace, ad esempio, correndo davvero un po’ troppo, arriva a dire che bisogna rinunciare «definitivamente all’idea di ricercare la giustizia mediante il ricorso alla guerra». Definitivamente? Ma caro monsignore, questo è un sogno messianico, simile a quello di abolire il male sulla terra! Tanto è vero che subito dopo lo stesso Toso si contraddice: «Occorre», dice, arzigogolando insopportabilmente, «imboccare vie alternative: va cioè coltivata la multilateralità come via che offre maggiori garanzie di giustizia, anche nel caso che si debba attuare il principio di responsabilità di proteggere etnie e gruppi che sono minacciati di morte, come sta avvenendo in Iraq, da gruppi terroristici». Anche nel caso, cioè, «che si debba usare la forza per proteggere etnie e gruppi ecc. ecc.»: espressione di evidente e colpevole brutalità.

E che dire del Segretario di Stato Pietro Parolin? Ad una domanda del vaticanista de “La Stampa” Andrea Tornielli, sul presunto scontro tra Cristianesimo e Islam, risponde: «Io credo che sia una semplificazione. Leggevo proprio in questi giorni alcuni rapporti del nunzio in Siria, nei quali raccontava quanti musulmani soffrono per questa situazione e sono solidali con i cristiani. Quindi non si tratta assolutamente di uno scontro tra islam e cristianesimo.» Come? Prima dice che è una semplificazione; e poi, forse sentendo di aver osato troppo, di essere stato, forse, troppo possibilista, diciamo – lo diciamo o non lo diciamo? diciamo che lo diciamo – e poi, dunque, afferma che «non si tratta assolutamente di uno scontro»? Quando in realtà lo scontro è latente da più di mille anni?

E che dire poi di certi editorialisti cattolici che più che con l’Isis sembrano avercela coi “crociati” nostrani neo o teocon (a loro volta spesso candidi più delle colombe: è la loro forma, contraria, di intemperanza) colpevoli di piegare il Cristianesimo alle ragioni dell’Occidente, e anzi di identificare l’Occidente col Cristianesimo? Ma nessuno, ovviamente, si sogna di «identificare» Cristianesimo ed Occidente! Io per esempio sostengo che l’Occidente, in senso lato, è la civiltà cristiana. Ma è evidente che la civiltà cristiana non s’identifica col Cristianesimo. E’ vero piuttosto che l’Occidente è stato marchiato dal Cristianesimo: anche quando si dimostra anticristiano l’Occidente tradisce questo marchio di fabbrica. Ma adesso questi signori, pur di dare addosso ai “crociati” nostrani e a Bush, giungono perfino a rivalutare la figura di Saddam Hussein, durante il regime del quale i cristiani erano rispettati. Vero. Ma perché? Perché Saddam Hussein era un dittatore “laico”; perché era un esponente di quel Partito Ba’ath che come linee direttive aveva panarabismo, socialismo e nazionalismo arabo; partito che era stato fondato da siriani che avevano studiato in Europa; perché insomma Saddam Hussein, a suo modo, era in parte figlio dell’Occidente.

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La storia bussa alla porta dell’Islam

L’Islam non rappresenta una minaccia reale – strutturale, potenzialmente vincente, per così dire – per l’Occidente. E’ destinato a soccombere. Voglio forse dire con questo che il fenomeno del radicalismo islamico è sopravvalutato? No, al contrario. E’ proprio la profondità e la vastità del fenomeno a dirci che non si tratta di una febbre passeggera sullo sfondo grandioso della storia, ma il sintomo di una malattia mortale. Malgrado le apparenze non è l’Islam a premere sul mondo, ma è il mondo a premere sull’Islam. E malgrado le apparenze è la civiltà occidentale, figlia dell’universalismo cristiano, che sta ormai facendo suo il mondo. E’ sbagliato dire che non esiste l’Islam moderato. Ma è anche sbagliato pensare che l’Islam moderato sia la soluzione. L’Islam è un fenomeno post-cristiano, e per questo è universalista. Ma mentre l’universalismo cristiano dà al secolo quel che è del secolo, e dà a Dio quel che è di Dio; mentre distingue fra la nazione e il popolo di Dio; e fra la società e la chiesa; e fra popolo ed individuo; e cioè fra una prospettiva terrena ed una ultraterrena; l’universalismo islamico non ha mai conosciuto questa distinzione di piani e con ciò ha sacralizzato il secolo, il popolo, la terra. In una parola, ha rifiutato quella storia che adesso bussa alla sua porta.

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Vitalità dell’Islam? No, convulsioni

Nel web gira una mappa che rivelerebbe i grandiosi progetti del nuovo Califfato che ha visto la luce recentemente tra Siria e Iraq. In essa è compresa buona parte dell’Africa (da quella mediterranea in giù fino all’altezza, circa, del Camerun sull’Oceano Atlantico e del nord della Tanzania su quello Indiano); la penisola arabica, la Mesopotamia, l’Iran, il Pakistan, l’Afghanistan, la Turchia, il Caucaso e parte della Russia fino al limite settentrionale del Mar Caspio, e tutta la vastissima regione turco-asiatica, fin dentro l’attuale territorio cinese; la penisola iberica; i Balcani e l’Austria. In sostanza, con l’eccezione dei paesi musulmani dell’Estremo Oriente, essa non è tanto la mappa dell’Islam al momento della sua massima espansione, ma piuttosto la somma virtuale di tutte le conquiste territoriali dell’Islam di tutti i tempi. Faremmo un errore perciò nel vedere in essa solo un folle progetto, o un sogno di Reconquista: per i fanatici dell’Isis, in profonda sintonia però con lo spirito islamico, questa mappa prima di tutto corrisponde già ora al Califfato. Se una zolla di terreno entra nel recinto dell’Islam non può più uscirne: è terra consacrata una volta per tutte. Dalla dār al-Islām non si torna indietro. Questo perché l’universalismo e il monoteismo cristiano non servirono a Maometto per distinguere la sfera civile da quella religiosa, come accadde nel pagano mondo greco-romano, ma per legarle definitivamente, per assolutizzare e rendere sacra la sfera civile, cioè la terra. Maometto ha legato i destini della Gerusalemme Terrena e di quella Celeste: morta l’una, morirà anche l’altra.

Invece il Cristianesimo, proprio perché ha purificato il concetto di sacro, ha una forte carica dissacratoria. Nell’antichità questa cosa era sentita istintivamente, e probabilmente anche oggi fuori del mondo cristiano-occidentale. Col Cristianesimo compare un Dio finalmente personale e perciò universale. Ciò implica la desacralizzazione di qualsiasi autorità terrena, e insieme di ciò che essa rappresenta, un popolo, una tribù, uno stato. Il politeismo e i sacrifici di animali (frutti di un oscuro senso di colpa) furono un percorso di avvicinamento a questa purificazione. Nello stesso tempo il monoteismo del popolo cui parlò il Dio della Rivelazione era ancora rinchiuso – come nel grembo di una madre, per così dire – nel pregiudizio etnico. La comparsa del Dio-Uomo non rinnega, ma perfeziona, completa, compie questo percorso e perciò ne abolisce i caratteri. L’uomo viene restituito alla divinità. Ancorché in esilio, egli si riconcilia con l’Essere, cui appartiene. Rimane soggetto al Divenire, alla dimensione del tempo e dello spazio, ma non ne è più schiavo. Da esso non è più assorbito. Non c’è più né Giudeo né Greco: ma questo, in senso lato, riguarda tutti i popoli, non solo Israele.

Questo non vuol dire che il Cristianesimo abbia abolito i popoli: semplicemente li ha consegnati al secolo. Il Cristianesimo non rifiuta la storia, ma dà al secolo ciò che è del secolo. La secolarizzazione (quella vera e buona) è figlia sua. E solo con la secolarizzazione si può parlare di una Legge Positiva vera e propria (anche se essa già veniva adombrata nella Legge Mosaica intesa in senso stretto, distinta dal Decalogo). L’elastico rapporto tra la Legge Morale e la Legge Positiva definisce il campo delle libertà civili della civiltà cristiana/occidentale. L’espandersi della libertà individuale, che è naturale, tende sempre ad accompagnarsi alla trasgressione e alla negazione della Legge Morale; ma lo spirito di autoconservazione della società ben presto ne frena la carica distruttiva (e in ultima analisi liberticida): non si torna indietro alla situazione precedente e il segmento di risulta di questo processo è in effetti una più grande e concreta libertà civile ma allo stesso tempo la società si trova costretta a ribadire – in coscienza – la supremazia e la necessità di un diritto naturale. E’ la sua forma di pentimento. E questo pentimento è il prezzo della sua libertà. Cosicché la società se vuole rimanere libera, volente o nolente, deve rimanere cristiana. Ma a pagare il prezzo dell’inutile trasgressione saranno sempre i cristiani; e questo è il paradosso cristiano: il mondo sarà necessariamente sempre più cristiano e i cristiani saranno sempre, in qualche modo, perseguitati.

Se vogliamo chiamare questo processo col vago nome di modernità, ebbene esso non potrà mai abbattere il Cristianesimo, perché è figlio suo, e perché solo il Cristianesimo lo può sostenere in prospettiva. Il popolo appartiene al secolo, l’individuo a Dio: essi camminano insieme nella storia. Ma l’Islam, come succede ai totalitarismi, terre promesse terrene, rifiuta la storia. La modernità lo sta piano piano uccidendo: quelle cui stiamo assistendo non sono manifestazioni di vitalità, ma le convulsioni di un mondo in agonia.

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