Giornalettismo, Italia

Fumo

La politica italiana è strutturata male. Anzi, manca proprio di una struttura. Non starò qui a spiegarne le cause, perché l’ho fatto troppe volte. Voglio solo gettare luce sul campionario di reticenti corbellerie che i politici, gli aspiranti politici e gli opinion makers sono costretti a dire ogni giorno pur di girare intorno alla questione principale. Che è questa: l’Italia, per ritrovare un equilibrio politico funzionale, e quindi calato nella storia, ha bisogno di un forte partito conservatore e di un forte partito socialdemocratico. Se ancora disturba la franca parola “conservatore” chiamiamolo pure partito “popolare”, quello che d’altra parte in Europa oppone resistenza al liberalismo economico ed è “liberal” in tutto il resto quasi come il confratello socialista. D’altronde non si capisce come l’esecrazione, più o meno scoperta ma generalizzata, di cui è oggetto il popolo italiano, possa accompagnarsi alla speranza di una stagione nuova, nella quale le plebi si ritroveranno di colpo illuminate. No, queste due schifezze, il partito socialdemocratico e quello conservatore, di cui Berlusconi ha gettate le fondamenta, vanno benone. Se vanno bene nell’Europa civilizzata perché non dovrebbero andare bene da noi? Una politica fattiva deve partire dalla realtà. Sennò è un imbroglio.

Così succede che Bersani vada a Parigi per sostenere Hollande nella corsa all’Eliseo e si scopra socialista, con gran disappunto di certi ex democristiani del suo partito, che tifano per il “democratico” Bayrou e chiedono chiarimenti. Sempre a sinistra succede che Eugenio Scalfari ormai ce l’abbia a morte coi sanculotti delle piazze pulite, cogli estremisti dell’antipolitica e dell’anticasta, ignorando bel bello che quel popolo si è abbeverato alla fonte del suo giornale per decenni. Ma allo stesso tempo non vuol sentir parlare di partito socialdemocratico: per il fondatore di Repubblica la sinistra si divide tra i giacobini ragionevoli e quelli irragionevoli, come un giorno i comunisti si dividevano tra i fedeli al partito e i trozkisti, e come oggi l’oltranzismo divide Gian Carlo Caselli dai No-Tav, per dire della modernità della nostra intellighenzia progressista.

Sulla natura e gli scopi del governo tecnico segnaliamo il bisticcio bocconiano tra Giavazzi e il presidente del consiglio. L’editorialista del Corriere, con qualche allarme del giornale per cui scrive, scopre che Monti al governo cammina lento come una lumaca sulla via delle para/mezze/finte liberalizzazioni e delle riformicchie, e Monti scopre che la politica è tutt’altra cosa che i ferrei propositi da salotto, e poi lo spiega con piccato riguardo al suo ex collega.

Mentre Fini scopre che con l’avvento del governo Monti il Pdl non è morto e non si è neanche deberlusconizzato del tutto; per cui dopo aver tagliato i ponti con Silvio, ora vuol tagliare definitivamente i ponti anche con la sua creatura. Dadaista più che futurista, il leader del Fli immagina che il Terzo Polo dovrà andare oltre se stesso, ed essere centrale ma non centrista, un’orchestra – un quartetto d’archi, al massimo, dico io – nazionale, liberale, socialista, cattolica. Sembra il club dell’Italia di Mezzo di folliniana memoria: le acrobazie lessicali hanno il timbro del democristiano fatto e soprattutto finito. Un altro futurista, un altro “liberale”, Montezemolo, scopre che la sinistra è ancora radicale, che i compagni sono passati troppo repentinamente dal comunismo al liberalismo, e solo ora stanno scoprendo “con qualche decennio di ritardo un’adolescenza socialdemocratica mai vissuta”. Nel campo opposto (che sarebbe la “destra”, ma Luca cuor di leone non osa nominare una cosa così immonda) si guarda al passato. Cosicché serve di nuovo un forte segnale di “discontinuità”, un’offerta politica che sappia vincere il cuore dell’Italia liberale, e lui si propone come il Principe Azzurro. Infatti è una favola: lui non è la signora Thatcher e quell’Italia non esiste. Sic et simpliciter. In quella stessa destra, la Lega, dopo le rodomontate delle settimane scorse, è tornata a più miti consigli e non chiude più le porte ad una nuova alleanza col Pdl se le elezioni amministrative dovessero risolversi in una mezza batosta. Sullo sfondo l’impotente gruppettarismo libertario, che vede i mali ma spera in una rivoluzione dalla quale sarebbe spazzato via del tutto da quella società di cui ora è ai margini.

Insomma, tutto un festival di velleitarismo rivoluzionario, cui la realtà fa schifo, e che consegna la politica all’immobilismo. Ossia al presidio accidioso delle proprie prebende. Fumo. Fumo, fumo, fumo!, per dirla col protagonista dell’omonimo romanzo di Turgenev, disgustato dalle vane chiacchiere sui destini della Russia dei suoi compatrioti del secolo XIX, tutti animati da uno spirito messianico, fossero essi radicali, occidentalisti, o slavofili.

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