Italia, Schei

La pecoraggine di oggi e quella di ieri

Gran turbamento nell’accampamento della sinistra liberal nostrana, messa in subbuglio dal podio inquietante dei premiati al concorso per l’uomo dell’anno nell’economia italiana, promosso, e velocemente sbrigato, come si fa con sapienza nelle stanze ovattate del potere, da Il Sole24Ore: 1) Giulio Tremonti, boss del governo 2) Sergio Marchionne, boss della Fiat 3) Emma Marcegaglia, boss di Confindustria. Ora, si può certamente ridere di questa armoniosa corresponsione d’amorosi sensi fra i reietti della nostra patria, e chi ha alle spalle un lunga storia di milizia al solo servizio delle proprie convinzioni, come Oscar Giannino, può certamente permettersi sul caso una virile ironia. Ma sugli altri, e sui loro schifati gridolini, stendiamo pure un velo pietoso.

Che c’è di nuovo, nell’anno in cui Time’s man of the year Ben Bernanke ha salvato l’America e l’abbronzato premio Nobel per la Pace Barack Obama ha salvato il mondo? Si è riscoperto, con raccapriccio, che il gotha confindustriale è tornato filogovernativo, come ai bei tempi, quando non ci si scandalizzava più di tanto? Non è permesso, al governo Berlusconi, come agli altri, di essere omaggiato dalle scappellate dei padroni del vapore? O non è piuttosto che questa avvilente quanto normale mediocrità faccia alzare il sopracciglio alla casta conformista degli indignati solo perché oggi sul trono d’Italia riposa le sue chiappe lo psiconano?

Ci fu un tempo, qualche anno fa, con la presidenza D’Amato, in cui anomalia corrispondeva ad anomalia, in cui l’usurpatore confindustriale corrispondeva all’usurpatore politico. Ma fu una breve stagione. La restaurazione Montezemoliana fu salutata dai ventriloqui della società civile come un parziale e promettente ritorno all’ordine civile, e il Berlusca tornò ad essere un’anomalia anche dalle parti di Viale dell’Astronomia. Tutto è finito del 2008, come avevo previsto, constatato e ribadito. I meglio capitalisti, tranne uno, si sono arresi: Berlusconi esiste. E ne hanno tratte le conseguenze. A modo loro. Il solito modo loro.

Cosa si vuol rimproverare a Gianni Riotta, direttore del Sole 24 Ore, ora e solo ora? Di aver fatto con oculata destrezza la strada percorsa da parecchi giovanotti ultracinquantenni di successo, che son subito partiti col piede giusto al Manifesto, il giornale dov’erano parcheggiati i figli di papà in attesa di far tappa poi con incarichi importanti in tutte le redazioni delle gazzette della grande borghesia italiana? Di essere stato nominato direttore del TG1, megafono governativo per eccellenza, su indicazione del governo Prodi? Non era “servo” allora? E ai signorini di lavoce.info che oggi fanno tanto le verginelle scandalizzate, vogliamo ricordare – massì, vogliamo proprio ricordare – quanto la fama del loro sito sia dovuta alle loro simpatie politiche, che ne hanno fatto in campo economico un oracolo privilegiato presso il Partito di Repubblica ed in tante trasmissioni televisive di ben determinato colore politico?