Una settimana di “Vergognamoci per lui” (172)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

LA DEMOCRAZIA DI TWITTER 31/03/2014 Speriamo che qualcuno cominci a capire. Anche perché era facilissimo capirlo senza dover per forza sorbirsi le dure smentite della storia. Ma niente, leggere la realtà di un paese scosso da fremiti confusi di libertà attraverso i social networks, megafoni di un giovane ceto urbano spesso benestante e distante mille miglia dalle plebi dei villaggi, e partecipare da lontano all’atmosfera eccitante della rivoluzione in diretta era troppo seducente per gli accidiosi democratici occidentali. Era un miraggio, ma perfino la politica estera da questo miraggio si è fatta rapire. E così, mentre in Egitto un «laico» dal pugno di ferro come al-Sisi, già oggetto di manifestazioni di “culto della personalità” che avrebbero fatto morire d’invidia il pacioso Mubarak, si prepara con tutta calma ad essere regolarmente eletto Faraone, dalla Turchia giungono notizie che il «Sultano» Erdogan, promosso piuttosto repentinamente negli ultimi tempi dai nostri media a sanguinoso autocrate dopo anni di benevola attenzione verso un fenomeno politico dipinto come un esempio di riuscito compromesso fra islamismo e modernità, ha vinto nettamente le elezioni amministrative che dovevano sancirne la fine. Degli scandali e delle repressioni il popolo turco non sembra aver tenuto gran conto, quello verace dell’Anatolia se ne è anzi infischiato alla grande.

IL CONSIGLIO COMUNALE DI TORINO 01/04/2014 Il Consiglio comunale della prima capitale del Regno D’Italia ha revocato la cittadinanza onoraria al Duce Benito Mussolini. Il fatto è di tale momento che l’animo mio è stato subito lacerato da dubbi atroci, mai prima provati: può un uomo restare veramente cittadino onorario per sempre, anche dopo aver esalato l’ultimo respiro ed essere stato inumato con tutti i crismi? E a coloro che mi rispondessero che la cittadinanza onoraria è solo un’onorificenza, e che quindi il dubbio non è pertinente, porrei allora un altro possente quesito: è possibile strappare una medaglietta dal petto di un morto? Son certo di non essere il solo a porsi queste domande: di persone responsabili è ancora piena la nostra povera Italia, nonostante tutto. Pare invece che il capogruppo del Pd in consiglio comunale Michele Paolino preferisca riflessioni di cortissimo respiro come questa: «la Città sana un vulnus che durava da 90 anni, dimostrando quanto Torino sia legata profondamente alla sua storia e alla sua identità antifascista». Di cortissimo respiro perché son sicurissimo che anche novant’anni fa non mancò in quel di Torino qualche maggiorente spinto da un nobile zelo a vantare la profondissima e naturale affinità della città con la nuova identità fascista.

MATTEO SALVINI 02/04/2014 E’ noto come il segretario della Lega si compiaccia di non mostrarsi mai particolarmente elegante nei suoi ragionamenti. Spesso è brutale, ma è la brutalità – si lascia intendere – di chi va dritto al sodo con terragna intelligenza ed è pieno di sollecitudine per il popolo. «C’ho il popolo che mi aspetta e scusate vado di fretta», cantava il terrone Pino Daniele qualche decennio fa, e vide nel futuro, sbagliando solo l’accento. Possiamo perciò immaginare con quale piacere l’altro ieri a “Radio Capital” Matteo abbia annunciato una sua nuova luminosa idea: «Si deve controllare e tassare la prostituzione; porterebbe 4 miliardi di euro con i quali potremmo pagare le rette degli asili nido». Con questa alzata d’ingegno vecchia come il cucco – tassare il vizio per finanziare le buone opere – Matteo è convinto di sedurre una bella fetta di popolo laborioso e tartassato. Io però non sarei così fiducioso. Perché, al netto dello stile, l’idea è in fondo politicamente correttissima. Da anni i politici stanno raschiando il fondo del barile con tasse ad alto valore etico aggiunto pur di infinocchiare una ciurma sull’orlo dell’ammutinamento e pronta ormai a fiutare l’imbroglio anche quando magari non c’è.

LA PROCURA DI BRESCIA 03/04/2014 Farebbero ridere anche se fossero veri. Cosa? I terroristi e i carri armati, i terroristi coi carri armati. Non si potrebbe immaginare un mezzo più stupido per portare a termine imprese caratterizzate necessariamente da segretezza, rapidità, dissimulazione, tempismo. Certo, potrebbe restare in piedi l’ipotesi dell’attacco suicida contro un’inespugnabile fortezza dell’oppressore: ma prima bisognerebbe caricare il bestione cingolato su un camion di non piccola stazza, trasportarlo sul luogo del delitto e farlo scendere a terra facendo finta di niente, così, fischiettando, tra il divertito stupore del popolo, e non la vedo niente affatto facile. Oppure tutto si potrebbe spiegare, per l’appunto, per dirla con la procura, con il gusto per «un’azione eclatante», come quelle delle Femen, ad esempio, che tanto piacciono alle gazzette democratiche. Ma per gesta del genere il carro armato non va affatto bene. Ci vuole una pala meccanica blindata: in una parola il Tanko, il mitico crossover veneto lanciato nel 1997 a Venezia, in Piazza San Marco. Il Tanko 2 è stato completato un anno e mezzo fa ma non è mai entrato in produzione. Lo sappiamo perché sono anni che i Serenissimi sono spiati ed intercettati dagli agenti della controrivoluzione, che finora si sono divertiti assai. Poi è arrivato il «plebiscito» e questi ultimi si sono sentiti in dovere, con un po’ di rimpianto, di vedere il lato oscuro, inquietante e sicuramente deviato dell’epopea del Tanko.

MASSIMO CACCIARI 04/04/2014 «Di indipendentismo veneto parliamo da vent’anni e sinceramente ne avrei piene le tasche. Riemerge ora? Ma riemerge come farsa, in mano a un gruppo di malati mentali». Non dovete pensare che il famoso filosofo della laguna veneta volesse offendere più del dovuto gli incolti tankisti dell’entroterra con questi termini grevi tratti da un’intervista all’Huffington Post. Per lui dare del «malato mentale» a qualcuno significa semplicemente dargli del «citrullo» o dell’«ignorante», ma con la paterna comprensione che si usa coi bambini o coi villici, magari accompagnando l’apprezzamento con un pizzicotto sulla guancia. Mi sovviene or ora che anch’io ho usato qualche volta le stesse simpatiche parole in questa rubrica, e non parliamo poi di come mi piaccia riciclare in continuazione epiteti come «deficiente», «ebete» o «babbeo», autentiche colonne dell’estetica del sottoscritto. No, il problema …è un altro. Eh sì! Il problema è che Massimo (Cacciari) quando parla di politica usa da decenni, invariabilmente, un registro tutto suo, che ormai potremmo a buon diritto definire cacciariano, a metà tra l’annoiato e l’apocalittico. Massimo non parla, sbuffa, e sbuffando come un dandy adombra scenari da tregenda. Perciò nell’intervista dice ancora: «L’Italia era malata vent’anni fa, e invece di curarla hanno deciso di aggravare la sua condizione. Ora le sue condizioni sono gravissime e la situazione intollerabile.» E se non bastasse continua: «Per loro [i veneti], che hanno conosciuto il vero benessere, è come cadere dal quinto piano. Questo malessere può prendere derive folli ma non è, ripeto, colpa degli indipendentisti se coloro che tentano di fare un discorso federalista vengono puntualmente presi a calci nel sedere. Per forza di cose poi il sentimento antistatalista e secessionista prende piede.» Suvvia Cacciari, non sia sempre così scoglionato e tragico. Cambi canzone. Vedrà che cominceranno ad ascoltarla. Certo, poi le sarà più difficile sbuffare. Ma non si può avere tutto nella vita.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (135)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

LA LEGA NORD 15/07/2013 In prospettiva l’unica opzione politicamente seria, costruttiva e vincente per il partito nordista era quella di diventare il braccio “bavarese” del PDL, una sorta di CSU italiana, limitata sostanzialmente al lombardo-veneto. I leghisti hanno avuto vent’anni di tempo per capirlo, ma non ce l’hanno fatta. Invece, da somarelli, e in fin dei conti anche da pecore, hanno passato il tempo a coltivare la loro “diversità” dal Berlusca, salvo fare comunella con lui quando le vacanze finivano, ossia in occasione delle elezioni politiche; e a coltivare la loro organizzazione sul mitico territorio del piffero, animati da una specie di eco-statalismo su scala regionale, neanche fossero il PCI delle regioni bianche e “conservatrici”; organizzazione che fino a due anni fa strappava qualche sommesso gridolino d’ammirazione perfino a sinistra, dove si vedeva volentieri in essa una specie di premonizione del crollo del partito di plastica berlusconiano, che naturalmente è rimasto bellamente in piedi, nonostante i bombardamenti, a differenza della Lega, che è crollata, nonostante le lusinghe. In preda ad una micidiale crisi d’identità, i leghisti superstiti ora sbandano paurosamente a sinistra e a destra, dividendosi tra gli opportunisti che flirtano timidamente col politicamente corretto, e quelli che sguazzano per disperazione in un reducismo da ubriachi o, se volete, da cavernicoli.

L’ITALIETTA ANTI-REVISIONISTA 16/07/2013 A Ferrara il Comune – a guida PD, naturalmente – l’Università e l’Istituto di storia contemporanea hanno istituito un premio per opere inedite di giovani studiosi dedicate alla “storia del giornalismo e della comunicazione pubblica”. Premio intitolato a Nello Quilici, “rilevante figura di intellettuale e giornalista, direttore a Ferrara del Corriere Padano”, nonché rilevante figura del fascismo locale, il quale negli anni dell’avvitamento razzista del fascismo fece in tempo a dare il suo virulento contributo scritto alla nobilissima causa antisemita. Come altri padreterni del futuro giornalismo repubblicano e democratico, peraltro. A strappare il velo della reticenza istituzionale sul passato di questa rilevante figura di intellettuale ha pensato Ranieri Varese, professore del Dipartimento di Scienze Storiche dell’Università di Ferrara, scrivendo al sindaco e al rettore dell’Università «per dichiarare, da cittadino, tutto il mio sconcerto e amarezza per una riproposizione che non poteva e non può, in questi termini, essere assunta». Non avendo ricevuto risposta, dopo un mese il docente si è rivolto ai giornali. Solo allora l’assessore alla Cultura del Comune ha spiegato che è in fase di preparazione una risposta ufficiale a Varese, nella quale sarà chiarita la genesi particolare del premio, cui diede impulso una donazione della famiglia Quilici, ribadendo in ogni caso che «il giudizio di Ranieri Varese è assolutamente condiviso e che non c’è nessuno tentativo revisionista o di attenuare le colpe storiche di Nello Quilici». Della figura dell’ex direttore del Corriere Padano non so assolutamente nulla. Magari in realtà era un galantuomo. Magari un fanatico della peggior risma. Il punto veramente interessante della vicenda è un altro: è l’universale rifiuto della politica e della cultura italiana di prendere atto di come i fantasmi fascisti del passato abbiano una netta tendenza a frequentare gli album di famiglia dell’Italia rossa, e di come siano proprio le roccaforti dell’antifascismo tutto d’un pezzo ad essere travagliate continuamente da questi piccoli drammi generazionali di massa, dopo aver rotto non poco i marroni, traendone profitto, all’Italia meno inquadrata e zelante, oggi come allora.

GLI AMICI DELL’AMICO DI SILVIO 17/07/2013  PROBLEMI DI DIRITTI UMANI? QUALI PROBLEMI? I POLITICI EUROPEI CHE FANNO DA SPALLA ALL’AUTOCRATE KAZAKO di Walter Mayr (da Spiegel On line International, 13 marzo 2013) 

Ci sono socialdemocratici europei che si lasciano manipolare dall’autocratico leader del Kazakistan. Non solo patrocinano la causa del regime all’estero, ma lo sostengono in una disputa di famiglia con il suo genero. E cospicue somme di denaro stanno a quanto pare passando di mano.

Per gli attivisti dei diritti umani, il presidente kazako Nursultan Nazarbayev è un despota fatto e finito. Ha costruito una “dittatura postmoderna”, dice la Human Rights Foundation con base a New York, “svaligiando le casse del paese di decine di miliardi di dollari per arricchirsi personalmente”. E secondo l’ultimo bollettino annuale di Amnesty International, Nazarbayev controlla un sistema nel quale la tortura è ancora impiegata. Per essere un tiranno, tuttavia, il signore del Kazakistan ha a sua disposizione alcuni insoliti avvocati: gli ex cancellieri tedesco e austriaco Gerhard Schröder e Alfred Gusenbauer, gli ex primi ministri britannico e italiano Tony Blair e Romano Prodi, così come l’ex presidente polacco Aleksander Kwaniewski e l’ex ministro degli interni tedesco Otto Schily. Tutti costoro sono membri nei loro paesi di partiti socialdemocratici. [L’Italia è sempre un caso specialissimo, naturalmente… NdZ] Gusenbauer, Kwaniewski e Prodi sono ufficialmente membri dell’International Advisory Board di Nazarbayev. S’incontrano spesso ogni anno – nella più recente occasione due settimane fa nella capitale kazaka Astana – e ciascuno di loro percepisce onorari annuali che raggiungono le sette cifre. Secondo la stampa britannica, l’ex primo ministro britannico Blair, pure lui advisor, riceve ogni anno compensi che possono arrivare a 9 milioni di euro (11,7 milioni di dollari). Schröder, per quanto lo riguarda, nega di essere membro dell’Advisory Board. Ciononostante, s’incontra di quando in quando faccia a faccia con l’autocrate venuto dalle steppe asiatiche, ed elogia il Kazakistan come un “paese internazionalmente riconosciuto e aperto”. Nel novembre del 2012, Schröder si congratulò col Kazakistan in quanto paese scelto per ospitare l’Expo 2017, che descrisse come il “prossimo passo verso la modernizzazione”. Nazarbayev, ex capo del Partito Comunista in Kazakistan, aveva già governato la repubblica durante l’era sovietica. Nel 2010 fece passare una legge che lo nominava “Leader della nazione”, che lo rendeva immune da qualsiasi procedimento giudiziario e dal sequestro dei suoi beni per il resto della sua vita. Ciononostante l’Occidente continua a corteggiare Nazarbayev. “I partners internazionali più importanti del Kazakistan non hanno saputo reagire a serie violazioni dei diritti umani”, dice Human Rights Watch. Il paese ha enormi risorse minerarie, inclusi petrolio, gas naturale, oro ed uranio, che lo rendono un assai appetito fornitore d’energia e il suo presidente un attore importante nel teatro internazionale.

UNA FAIDA FAMIGLIARE. IL 18 febbraio il nome di Otto Schily venne alla ribalta in un caso concernente il Kazakistan. Nella sua qualità di procuratore, Schily chiese l’emissione di un mandato d’arresto per l’autoproclamatosi nemico pubblico N° 1 del paese, Rakhat Aliyev, [non c’entra nulla col “dissidente” Ablyazov, ora agli onori delle cronache in Italia, NdZ] l’ex genero del presidente, che era scomparso scappando a Malta. Nel suo nuovo libro “Tatort Österreich”, o “Luogo del crimine: Austria”, Aliyev critica il tentativo, attuato con l’aiuto di Schily, di propagandare il suo caso issandolo sul palcoscenico europeo. Per anni Aliyev e Nazarbayev sono stati coinvolti in una faida nella quale è arduo tracciare una linea netta tra bene e male, anche se i lobbisti della causa kazaka provenienti dagli ex alti ranghi dei partiti socialdemocratici europei potrebbero permettersi di non essere d’accordo. Aliyev è stato un intimo consigliere del presidente kazako. Ha servito come vicecapo dei servizi segreti, alto funzionario del fisco e ambasciatore in Austria. Ma soprattutto è stato il genero di Nazarbayev. Nel 2007 è caduto in disgrazia ed è stato condannato in contumacia a 40 anni di prigione per sequestro di persona e per tentativo di colpo di stato. E’ anche accusato di omicidio, tortura e riciclaggio. E’ al momento sotto inchiesta a Vienna e nella città di Krefeld, nella Germania settentrionale. Aliyev non solo nega ogni accusa, ma di fatto accusa a sua volta il presidente di crimini gravissimi. Secondo Aliyev, Nazarbayev è colpevole dell’assassinio e della tortura di membri dell’opposizione, del furto di miliardi di dollari e del trasferimento di fondi in conti segreti all’estero. Fonti russe stimano gli asset della famiglia al potere sui 7 miliardi di dollari (5,4 miliardi di euro). Ambedue le parti della faida famigliare stanno cercando di manipolare l’opinione pubblica. Da una parte il presidente, coi suoi illustri avvocati occidentali; dall’altra Aliyev, che segue il procedimento istruito contro di lui in Austria dal suo nascondiglio maltese. Allo SPIEGEL Aliyev dice di essere disponibile a presentarsi nei tribunali austriaci. Ma dice anche e prima di tutto della sua paura di essere oggetto di un sequestro di persona. Ogni volta che ha la sensazione di essere seguito da qualcuno, egli lo fotografa e scarica le immagini su un dispositivo rigido. In una conferenza stampa a Vienna in febbraio, l’ex ministro dell’interno tedesco Otto Schily disse che il fatto che Aliyev “potesse girare liberamente in Europa” era qualcosa di “macabro”, prima di fare una severa ramanzina, con uno stile tedesco assai imperiale, a quelle cui implicitamente si riferì come le deboli autorità austriache. Seduto accanto a Schily stava Gabriel Lansky, visibilmente compiaciuto.

IN GINOCCHIO DAI KAZAKI. L’avvocato viennese è un mediatore politico in un gioco miliardario di Monopoli che ora si sta manifestando sulla scena europea. Sta facendo tutto quello che è in suo potere tutto per portare in tribunale Aliyev. Con le sue eccellente entrature nei partiti socialdemocratici e non solo, egli contribuì a garantire che il caso Aliyev fosse assegnato a Schily, in modo tale che esso fosse pure al centro dell’attenzione in Germania. Ma ciò che fu forse ancora più d’aiuto è il fatto che l’ex cancelliere austriaco Gusenbauer, un membro dell’Advisory Board di Nazarbayev, fu testimone di nozze al matrimonio di Lansky. In risposta alle accuse di essere pagato per i suoi servizi direttamente col denaro dei forzieri dell’autocrate kazako, Lansky elogia l’affidabilità dei suoi collaboratori. Per esempio, c’è un direttore in pensione della Europol law enforcement agency che gli fornisce a pagamento dei preziosi rapporti. Ha perfettamente senso che sia proprio Gabriel Lansky ad opporglisi con ogni trucco legale a suo disposizione, dice Aliyev ironicamente da Malta, spiegando che all’inizio degli anni novanta lo studio legale di Lansky rappresentava parecchie compagnie registrate in Austria strumentali nel gettare le fondamenta della fortuna di Nazarbayev. Il complesso della disputa dinastica è difficile da sbrogliare, per i tedeschi non meno che per gli altri. Non desta sorpresa che il governo della cancelliera Angela Merkel stia tenendo un profilo basso sul caso, specialmente dopo la firma apposta, durante la visita di Nazarbayev a Berlino lo scorso anno, su contratti del valore di qualcosa come 3 miliardi di euro. Le relazioni tra i due paesi sono “così buone che difficilmente io le potrei migliorare”, disse l’ambasciatore tedesco a Astana in novembre. Il Kazakistan, aggiunse, rifulge in conseguenza della sua “saggia guida politica” e della sua determinazione a non farsi suggestionare dal “problema artificiale” dei diritti umani. Il fatto che un diplomatico tedesco si pieghi davanti ai kazaki fino a tale punto è già abbastanza brutto, dice la deputata dei Verdi Viola von Cramon. Ma peggio ancora, sottolinea, è il fatto che politici come Schröder, Schily, Prodi e Blair si lascino coinvolgere nei giochetti di Nazarbayev. “Specialmente perché ora il suo regime è impegnato in un giro di vite. Ma grazie all’influenza dei lobbisti occidentali, poco di quello che succede oltrepassa i confini”, dice.

[Tradotto volenterosamente in italiano – dalla versione inglese di Christopher Sultan dell’originale tedesco – dal tenutario di questa rubrica.]

I KAZAKOFOBI 18/07/2013 Ecco, non vorrei che dopo quer pasticciaccio brutto de Casal Palocco, finissimo come al solito cornuti e mazziati, disprezzati da tutti i kazaki, dai kazaki del Kazakistan, dai russi del Kazakistan, dal regime, dagli aspiranti golpisti, dai dissidenti veri e persino dalla sottospecie kazakistana, recentissimamente venuta alla luce. Vedo gente a destra e a manca, tutta infervorata nella polemica politica, che parla a ruota libera dei kazaki come fossero una razza mezza selvatica, che si muove per branchi, e come se il Kazakistan da oggi fosse stato espulso dal campo di gioco internazionale. Non vorrei insomma che andasse distrutto, a causa del nostro atavico e garrulo provincialismo, tutto il lavoro fatto in questi ultimi anni dal nostro più rinomato ambasciatore nel vastissimo paese centro-asiatico, Toto Cutugno: meglio il suo italiano “vero”, fiero, con la chitarra in mano, con la 600 giù in carrozzeria, meglio quel mandolinista farfallone e sentimentale che l’isterico di questi giorni.

NINO DI MATTEO 19/07/2013 Il Tribunale di Palermo ha assolto il generale Mori e il colonnello Obinu dall’accusa di favoreggiamento aggravato per la mancata cattura di Provenzano nel 1995, perché «il fatto non costituisce reato». La vaporosità dei reati contestati è una costante nei processi che mirano a scrivere pagine decisive della storia d’Italia. Barocchi impianti accusatori poggiano spesso su avvilenti giochi degli equivoci. E’ ovvio, ad esempio, che anche l’azione dei corpi di polizia, così come ad un livello più alto quella dei ministeri dai quali dipendono, si svolge dentro una sua legittima e limitata sfera di discrezionalità; è ovvio che anche i poliziotti hanno una loro politica operativa, duttile e sempre aggiornabile, nei confronti del piccolo e grande crimine, che detta i modi e i tempi del loro agire; è perfettamente comprensibile che nella sua guerra alla criminalità organizzata la polizia usi anche l’arma informale degli abboccamenti, delle lusinghe, dei messaggi in codice; ed è di tutta evidenza che quand’anche queste strategie investigative si rivelassero disastrose, ammesso e non concesso che questo sia il caso di Mori, rimarrebbero pur sempre nell’alveo della legalità. Incurante di tutto questo, ieri il pm Nino Di Matteo, durante un sit-in davanti al Tribunale di Palermo organizzato dalle Agende Rosse, ha detto: «La nostra è una lotta continua, lo dobbiamo a chi crede alla democrazia. Una lotta quotidiana per conoscere la verità di quegli anni. Guai se la ricerca della verità si fermasse. In questi vent’anni si sono scoperti tanti elementi concreti. Ma ancora dobbiamo scoprire tanto dei mandanti e dei moventi delle stragi.» Qualcuno troverà questo discorsetto inopportuno, incendiario, smaccatamente politico, e anche populista, e tuttavia lecito. Ma mettiamo che ci sia qualche esaltato con strane teorie in teste, che pensi male, ma veramente male, tanto da vedere in questo proclama la prova di un concorso esterno in associazione politica dai fini oltremodo loschi: non sarebbe correre un po’ troppo?

Giustizialisti, con juicio

E’ molto spiaciuta alla nostra stampa sobriamente benpensante la Lega poco forcaiola che si è divisa sul voto sulla richiesta di arresto avanzata dalla procura di Napoli nei riguardi di Nicola Cosentino, contribuendo in modo decisivo alla «salvezza» del reprobo. Il quale reprobo, però, è indagato da una vita, e da una vita è sotto i riflettori. Cosa possa combinare in queste condizioni lo sa solo l’Onnipotente o la nostra onnisciente magistratura. La richiesta di arresto era palesemente pretestuosa, e il suo arresto avrebbe voluto solo un valore, o meglio, un disvalore «esemplare», perché così piace ai cultori della legalità del nostro paese, abituati a vivere di simboli positivi e negativi, ai quali stringersi attorno o sui quali lanciare l’anatema, obbligatoriamente. Si è così confermato che il «moderatismo» messo in pratica da queste penne guardinghe è un conformismo che con molta urbanità sa venire a patti anche con le pulsioni peggiori, quando siano abbastanza diffuse. Sono i casi in cui «ascoltare la pancia della gente» diventa una virtù. Qui la sobrietà, se vi interessa saperlo, sta nell’adeguarvisi giudiziosamente, senza sbracare.

C’è qualcosa di vile e di ostinatamente meschino nel non voler riconoscere che proprio in casi come questi si vedono i frutti positivi della lunga stagione berlusconiana. Evidentemente sul lento processo di maturazione leghista fa premio la necessità di sganciare la Lega dal PDL, sia che essa ritorni al celodurismo originario, sia che diventi una «costola» della sinistra a forza di lusinghe e legittimazioni verso i «maroniani» di turno, nella speranza di trovare un giorno un Fini leghista. Per i nordisti sono due opzioni suicide, e perciò incoraggiate. L’unico futuro per la Lega è un’alleanza sempre più organica col partito di Berlusconi: i dirigenti del partito e i suoi elettori in cuor loro lo sanno, anche se il concetto non è ancora entrato nella loro testa.

Il voto è anche un segno che col tempo, dopo il colpo di mano che ha messo Monti alla guida del governo, le forze politiche si stanno naturalmente riaggregando. E si è visto che il terzo polo, quello fieramente indipendente, alla prima conta un po’ delicata, senza aver alle spalle qualche diktat europeo, si è diligentemente piegato ai dettami della stagione giustizialista. Sua Vacuità Pier Ferdinando Casini, con la tipica voluttà dei democristiani convertiti alla vulgata sinistrorsa, ha parlato di eutanasia del Parlamento, di suicidio in diretta, solo perché i suoi alleati di un tempo hanno salutato con qualche applauso l’esito del voto, come se non avvenisse ogni volta che nell’attività parlamentare si esce dall’ordinaria amministrazione. Per quanto fragile questa rinnovata intesa tra Berlusconi e Bossi ha messo in allarme la vasta platea dei corifei del «governo del presidente», tanto più che il professor Monti, a parte le pose garbatamente efficientiste, fin qui non ha affatto dimostrato il nerbo necessario per farsi sentire in Europa e per mettere in cantiere le mitiche e sanguinose riforme di cui abbiamo tanto bisogno, i due fronti sui quali è stato chiamato a combattere, «facendo presto». Che dovesse fare presto non c’è dubbio, ma non per i ben martellati motivi di emergenza che gli hanno spianato la strada, ma per cogliere l’occasione offertagli da una classe politica in stato comatoso.

E così oggi con tutta naturalezza si biasima la debolezza della Lega nei confronti di Berlusconi come non tanto tempo fa si biasimava la debolezza di Berlusconi nei confronti della Lega, e l’immobilismo che ne derivava. Tali capriole si spiegano facilmente: virtù vere se ne vedono poche in giro. Chiarezza di idee e coerenza sono merce rara. E’ molto più facile illudersi che sia possibile vellicare gli istinti peggiori dell’opinione pubblica, purché rientrino nel catalogo aggiornato del politicamente corretto, e nello stesso tempo sfoggiare la retorica della ragionevolezza e della responsabilità; sciocchi esercizi impersonati in questi giorni dai due rumorosi impostori chiamati Equità e Rigore.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Da Tremonti a Monti: la discontinuità domata

Ricordate i colpi d’ariete della retorica del “fare presto” che si abbattevano sulle mura della nostra cittadella politica? Il sentimento d’urgenza sembrava possedere quella forza di propulsione che non solo fa crollare le mura del potere, ma sa anche fornire il nuovo governo “rivoluzionario” di energia sufficiente ad approfittare dello sbandamento iniziale della classe politica e dell’incertezza delle “parti sociali” per mettere tutti davanti ai “virtuosi” fatti compiuti, e per imporsi così nel paese. Il Governo Monti in realtà avrebbe dovuto agire con l’efficacia di un Gabinetto di Guerra, salvando appena appena le forme della correttezza istituzionale, se avesse voluto essere coerente con la sua natura. E questo perché era figlio non tanto di un disegno ma di una pulsione antidemocratica a lungo covata che solo circostanze eccezionali avevano fatto trionfare. Sennonché sono bastati pochi giorni per capire che la brutta pulsione non era affatto accompagnata dalla ferrea volontà del rivoluzionario pieno di buoni propositi. Rivoluzionari a metà, il governo e i suoi laudatores hanno cominciato a cincischiare e a temporeggiare. La paroletta magica del giorno, “equità”, una di quelle infatuazioni lessicali a comando cui l’Italia va periodicamente soggetta, è salita sempre più frequentemente alle labbra dei nuovi ministri. Il governo antipolitico è diventato politico in poche settimane. E la manovra che ne sta uscendo ha tutta l’aria di una stangatina meno attenta agli interessi del paese che agli equilibri parlamentari: non una manovra di “qualità”, ma una caricatura appesantita di quanto fatto dai governi tremontiani, con una accelerata sulle pensioni compensata, come fanno a volte gli arbitri di calcio per i rigori o le espulsioni, dall’inasprimento della pressione fiscale. Siamo ancora fermi ai saldi contabili, o giù di lì, in attesa che il sentiero stretto che stiamo percorrendo si allarghi grazie ad una congiuntura internazionale favorevole, di cui per ora non si vede neanche l’ombra, che ci permetta di affrontare con più agio le mitiche, incisive riforme.

Questo è un male, ma è anche un bene. 1) E’ un male perché dimostra come l’uomo della strada, e con lui la classe politica e le parti sociali che lo rappresentano abbastanza fedelmente, non sia ancora capace di uscire dalle sue contraddizioni, e tanto urla contro le ingiustizie quanto è chiuso nella difesa dei suoi interessi particolari. I momenti difficili sono quelli meno indicati per puntare il dito contro qualcuno o qualche gruppo sociale, ma succede il contrario quando regna la sfiducia, quando la diffidenza si nasconde dietro mielate parole come “equità” e simili, e quando, nel contempo, si spera nel “deux ex machina” della crescita economica progettata a tavolino, oltre che in quello del tesoretto recuperato agli evasori fiscali. Solo che il debito pubblico non ci permette alcuna manovra espansiva, tagli alla tassazione nel breve-medio termine lo aggraverebbero, una bella potatura alla pubblica amministrazione avrebbe anch’essa nell’immediato effetti recessivi: siamo alla dittatura dell’oggi e al primum vivere, sempre che una volta passata la buriana si abbiano idee chiare e volontà di rigare dritto. Realisticamente, possiamo solo sperare in una stagnazione virtuosa, non in una fantomatica crescita, i nudi numeri della quale nascondano un risanamento sostanziale della struttura sociale ed economica. 2) E’ un bene perché dimostra come le scorciatoie antipolitiche alla politica prima o poi siano ricondotte. Sarebbe una beffa, per Monti, se il suo governo dovesse trovare nel partito di Berlusconi la colonna portante in parlamento, ma l’ipotesi è del tutto realistica. Lo stesso Berlusconi potrebbe essere interessato ad una prova di forza indiretta col partito di Bersani, cosciente che, stando così le cose, se i malumori non saranno pochi nel Pdl, essi saranno molto maggiori in un Pd incapace di costruire una “ragionevole” unità socialdemocratica a sinistra, e perciò costretto a correr dietro da una parte all’ampia schiera della sinistra antagonista e dall’altra a cercare l’innaturale alleanza tattica col centro che gli ha fatto abbracciare l’ipotesi Monti. Al partito del Cavaliere questo ostentato “senso di responsabilità” risulterebbe vantaggioso per il futuro anche nel caso l’esperimento Monti dovesse fallire, in quanto dimostrerebbe l’impraticabilità di soluzioni moderate anti-berlusconiane. Inoltre, una Lega nuovamente secessionista sarebbe col tempo condannata all’emarginazione, e potrebbe spaccarsi: in ogni caso una grossa parte del suo elettorato sarebbe destinata a confluire in quello della creatura berlusconiana.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

La Lega al bivio

Non sono passati poi molti mesi da quando la quasi totalità dei commentatori politici profetizzava un avvenire roseo per il partito di Umberto Bossi. Un partito che in un futuro non lontano sarebbe stato destinato addirittura a mangiarsi il PDL e a scendere vittorioso giù per l’Appennino. Tra questi, molti che oggi motteggiano con aria di superiorità sulle castronerie dialettiche del Senatur. Si argomentava che in fondo la Lega Nord era un partito “vero”, con una sua giovane classe dirigente formatasi sul “territorio”, nel bene e nel male vicino alla gente, e questa terragna realtà veniva contrapposta alla (supposta) gassosa inconsistenza del partito berlusconiano. A chi oggi cerca disperatamente statisti, e che ieri magari ammirava questo fattivo attivismo, facciamo notare che esso era inversamente proporzionale all’angustia del messaggio leghista, cui sopperiva appunto presidiando gelosamente territori, tematiche, parole d’ordine. Erano le due facce della stessa medaglia. Lo zenit del consenso era stato invece raggiunto: si fa prima a massimizzare l’efficacia di un messaggio politico dal potenziale limitato, anche perché nell’arte assai prosaica di amministrare un comune raramente ci si trova a dover pagar dazio per aver espresso la propria stravagante opinione sui destini della nazione o dell’umanità.

A dare il primo scossone a questa beata rendita di posizione è stata la scissione finiana. In quel momento la Lega avrebbe potuto abbandonare Berlusconi al suo destino, ma poi, per avere qualche prospettiva concreta, o avrebbe dovuto ridefinirsi come “partito nazionale”, oppure avrebbe dovuto accentuare la sua natura identitaria e “rivoluzionaria”. La prima ipotesi avrebbe sottoposto il partito ad un vero travaglio e in ogni caso non c’erano i tempi per affrontare la questione, la seconda era semplicemente irrealistica: ammesso, e non concesso, che avremmo assistito a livello popolare ad un ritorno di fiamma del secessionismo, si sarebbe trattato in ogni caso di un fuoco di paglia, destinato a spegnersi pian piano, ma ineluttabilmente, nel folklore. Questa seconda opzione fu già esplorata dalla Lega dopo che essa ruppe con Berlusconi nel 1994 principalmente sul tema – guarda caso – delle pensioni. Alle elezioni politiche del 1996 ottenne il 10 e rotti per cento, per piombare però – almeno fino al franco successo del 2008 – ad un regolare 4-5% nelle successive elezioni politiche, regionali ed europee. Ragion per cui la Lega nei mesi scorsi, volente o nolente, è rimasta a fianco del Cavaliere.

La manovra finanziaria di questi giorni è per la Lega l’ennesimo banco di prova. Il nervosismo all’interno del partito è ancor più accentuato di quello che attraversa il PDL. La sensazione è quella di essere in trappola, senza che ci sia nessun agente esterno cui dare la colpa. Un partito non può essere “di lotta e di governo”. Ci provò anche il PCI. E pagò l’ambiguità, anche dopo il cambio di ragione sociale, abbonandosi al ruolo di minoranza. Se Bossi è tornato ad agitare lo spadone della Padania come negli anni ruggenti, significa che le pressioni degli alleati sul tema delle pensioni si stanno facendo sentire, e che la Lega, finito il teatrino, si acconcerà a cedere in cambio di un alleggerimento dei tagli agli enti locali: si acconcerà, insomma, a diventare ancora di più “partito di governo”, e ad essere sempre più inglobata nel blocco “conservatore”. Mentre nel PDL i mali di fondo che la crisi politica ed economica dell’Occidente ci costringe ad affrontare sono diventati un’occasione per un vivace dibattito interno sulla natura “liberale” del partito. La scarsa consapevolezza di molti dei protagonisti, le contraddizioni, la goffa cacofonia del dibattito non devono ingannare. Questo è tipico della politica, non solo in Italia. Ma significa anche che l’idea berlusconiana continua ad essere feconda, e che è più grande, in generale, dei suoi interpreti. Ed è questo che conta alla fine: e qui parlo di politica, di partiti, non di finti-partiti, non di consorterie montezemoliane, o di parrocchiette liberal-radicaleggianti, che pontificano su questa merda di paese grazie al privilegio di non dover costruire politicamente nulla.

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Terremoti immaginari

Lungi dall’aver dato il segnale di una rivoluzione e di un crollo, il primo turno delle amministrative ha confermato ancora una volta il modo in cui si è strutturato il consenso elettorale nella penisola dopo i fuochi d’artificio di Mani Pulite. Questa struttura è il risultato di una politica e di una non-politica. Non sarà certo il risultato finale della competizione meneghina a ribaltare questo fatto: Milano non rappresenta né la Lombardia, né il nord. E il comune di Milano, una piccola realtà territoriale abitata da un milione e trecentomila abitanti circa, meno di un settimo di quelli della regione – in questo molto diversa da Roma il cui grande comune ingloba tutta la città, e ospita pressoché metà degli abitanti del Lazio – non rappresenta nemmeno l’intera Milano, esempio in grande di tutte quelle città del nord i cui confini sfumano insensibilmente nell’immenso quartiere residenziale chiamato pianura padana. Varrebbe il caso di ricordare che cinque anni fa, in questa “Milano”, Letizia Moratti fu eletta sindaco con appena il 52% dei voti, a fronte del 47% dello sfidante Ferrante, che partiva strabattuto. E varrebbe anche il caso di ricordare, per trovare un’analogia con una realtà demograficamente non dissimile da quella lombarda appena al di là delle Alpi, che la Monaco di Baviera testardamente socialdemocratica è la capitale del Land storicamente più conservatore di Germania.

In caso di sconfitta della candidata del centrodestra l’unico rischio per il governo verrà dall’isterismo che da sempre accompagna la politica italiana, giornali compresi. Rischio molto, ma molto teorico, in quanto sono proprio gli scossoni a dimostrare che l’alleanza tra il PDL e la Lega è più forte dei malumori della parte più vociante della base e della statura non sempre all’altezza, a dir poco, dei protagonisti. E questo sta a dimostrare inoltre la lungimiranza e la validità del progetto politico berlusconiano del 1993-1994, l’unico serio dal tramonto della prima repubblica, al netto di quel folklore – compreso quello “televisivo” – su cui si attardano ciecamente i critici del berlusconismo. E’ un errore pensare che la battuta d’arresto leghista sia dovuta all’alleanza col PDL: una Lega isolata potrebbe bruciare tutto il suo consenso in una o due tornate elettorali percentualmente gratificanti, ma poi andrebbe incontro ad un declino ineluttabile. I leghisti lo sanno, anche quando non se lo dicono. Il messaggio politico leghista è limitato, ed ha una funzione importante ma in ultima analisi ancillare rispetto al progetto del grande partito conservatore che fu nella mente di Berlusconi sin dall’inizio della sua avventura politica. L’apogeo del consenso elettorale la Lega lo ha già raggiunto. Quel radicamento territoriale che, nel bene e nel male, si riconosce con ammirazione alla Lega diventa una palla al piede quando la politica deve per forza abbracciare orizzonti più vasti: dice niente la storia del PCI, un partito organizzatissimo e fortissimo in molti settori della società italiana, e perenne espressione di una minoranza? La marea leghista che doveva egemonizzare l’elettorato conservatore nordista non c’è stata, e noi, nel nostro piccolo, l’avevamo previsto. Non sempre il partito “leggero” è una maledizione. E così succede che malgrado tutto – le defezioni, i movimentini, i mal di pancia, e i molti cretini – le varie forze del centrodestra continuino progressivamente a convergere verso un baricentro che è figlio di un’intuizione esatta.

Il capitolo della non-politica riguarda la sinistra, che di questo baricentro ideale, e tanto meno di quello reale, è priva. Il progetto democratico è stato un progetto fuori della storia, proprio perché non ha fatto i conti con la storia. Invece di fondare una sinistra solidamente e pacificamente socialdemocratica, dentro se stessa e nei confronti degli avversari politici, il grande balzo in avanti democratico ha fatto crescere a dismisura un’area antagonista frastagliata ma che ormai contende al PD la leadership dell’opposizione alla creatura berlusconiana. Il Partito Democratico ha continuato ad allevare in seno il serpente della diversità, camminando sul sentiero tracciato da Berlinguer con quella “questione morale” che fu lanciata in grande stile per poter uscire vergini ed ancor migliori dal marxismo: il giacobinismo debole del PD ha alimentato quello forte ed intransigente cresciuto alla sua sinistra. Ed è per questo che il PD ha cercato spesso una via d’uscita alla sua destra. Ma un centrosinistra moderno si fonda su una svolta che coinvolga la sinistra nella sua globalità e nella sua identità, non allungando il vino della sinistra con l’acqua del centrismo. Operazione, quest’ultima, che d’altra parte non funziona neanche come politique politicienne, vista l’ostilità dell’elettorato centrista a far massa critica in quei fronti popolari che poi si rivelano necessari ad abbattere il “regime”. E così succede che la sinistra riesce ad riunirsi solo in nome dell’emergenza antiberlusconiana, in cui l’opposizione è costretta a piegarsi alle ragioni della “vera opposizione”, ossia coi più coerenti seguaci della vulgata che la prima ha creato: triste scenario, vecchissimo, e fallimentare.

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Non disturbate il manovratore

Peccato che l’Italia resista. Peccato che questo popolo maledetto, ignorante e cialtrone non si adegui al verbo dei dottori della legge. Non ci si raccapezzano più: com’è possibile che dopo quasi vent’anni di demonizzazione sistematica il consenso per il Caimano sia ancora così saldo?

Il fatto è, cari i miei polli, che er popolo, la ggente, e la plebe tutta non si fanno più infinocchiare tanto facilmente; che in Italia, grazie alla Resistenza Berlusconiana, non la democrazia libresca che piace a voi perché potete egemonizzarla e volgerla a piacimento ai vostri fini, ma – aprite bene le orecchie, beghine che non siete altro – la democrazia reale si è irrobustita; è maturata; e non bastano le scene madri di ordinaria nomenklatura a farla crollare sotto i colpi della solita marmaglia fasciocomunistoide che come ultimo crimine prima di tirare le cuoia ha deciso di tentare l’assalto al Palazzo d’Inverno in nome, udite udite, della liberaldemocrazia e delle istituzioni.

E sapete perché non lo capite, o meglio ancora, perché non lo sentite? Perché non credete né nell’individuo, né nella libertà, e quindi, in ultima analisi, non credete neanche nella società. Nel bel mezzo del vostro cervello c’è sempre il Leviatano, lo Stato senz’Anima, che una volta era quello marxista, ed oggi è quello imperniato sulla Costituzione: ma sempre e solo di un sistema di regole si tratta. Un Sistema di Regole delle quali voi siete gli unici interpreti. E’ per questo che senza un Comitato di Salute Pubblica, un Comitato Centrale di Partito, o una più informe Casta Sacerdotale che forte del suo privilegio ermeneutico costituzionale emani il quotidiano pacchetto di ordini alle plebi, insomma, senza un Grande Manovratore, voi questa società non sapete immaginarla. Ed è per questo che nella vostra testa il nemico ha le sembianze del Grande Vecchio, dello Stato Deviato, della Cricca, della Casta, del Palazzo, del Satrapo: sono le vostre caricature.

Per quanto ammantata di dottrina, questa rimane la filosofia del branco, e dello stato di polizia. Qualsiasi società è un sistema fiduciario: le regole e le istituzioni vengono dopo. Senza la fiducia la società è un branco. Senza la fiducia una società istituzionalizzata è uno stato di polizia. In Italia esiste una grande setta che lavora da decenni per distruggere qualsiasi fiducia, che è quasi riuscita a criminalizzare mezzo secolo di storia democratica del paese, avendone criminalizzati sistematicamente protagonisti e partiti politici. Ha messo le mani su tutto, ha messo sotto processo presidenti della repubblica, presidenti del consiglio, partiti, – quelle “istituzioni” perennemente nella bocca degli smemorati e delicatissimi tartufi della retorica costituzionale – ha tagliato teste importanti, ma fallisce sistematicamente in ciò che è più sovranamente democratico: il voto. E’ una società nella società, che pretende che la società nel suo complesso rinneghi sistematicamente una parte di se stessa, corrompendo così le fondamenta morali di una democrazia liberale.

Ma la consapevolezza è cresciuta nel paese durante il periodo berlusconiano; è cresciuta la resistenza a difesa della memoria e di queste fondamenta morali. Sono cresciuti gli anticorpi democratici. Lo vediamo proprio in questi giorni da sorprendenti episodi. E notate, là dove trovate la resistenza trovate anche i bravacci che si muovono spontaneamente in branco, in obbedienza alla loro natura servile: dai cinquanta firmaioli del Corriere della Sera che hanno messo nel mirino Ostellino, colpevole di aver scritto un eroico articolo “oggettivamente” berlusconiano contro il Grande Orecchio Giacobino, e di essere un liberale di lunga e onesta carriera in un giornale che ormai si nota solo per la sua viltà, e che ormai è colonizzato da gente che ha fatto le scuole nella sinistra radicaleggiante; agli squallidi lanciatori di monetine – devoti alla Costituzione, mica populisti loro – che a Lissone si sono rifatti vedere per l’inaugurazione di una piazza intitolata a Bettino Craxi. A Lissone c’è un sindaco leghista, come leghista è il sindaco di Verona, Tosi, la cui amministrazione ha appena intitolato un nuovo ponte sull’Adige alla memoria di Mariano Rumor, che fu segretario della Democrazia Cristiana: che pena vedere gli “zotici” della Lega arrendersi col tempo ad un minimo di decenza e verità, senza per questo santificare nessuno, e le penne dei grandi giornali scantonare ancora dopo vent’anni da Mani Pulite. La vediamo, questa resistenza, nella risposta di una femmina cazzutissima come Marina Berlusconi al teatrino di Genova, una delle scene madri di ordinaria nomenklatura di cui parlavo all’inizio, perché il premiarsi a vicenda è caratteristica dei protagonisti di tutte le nomenklature. Ecco allora che alla voce di chi “disturba” il manovratore, si vuole sovrapporre il coro ufficiale del paese “turbato”. Ma non funziona.

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Berlusconi conserva la maglia rosa

A dimostrazione che le care vecchie passioni dominano nel mondo moderno come dominavano ai tempi di Achille ed Ulisse, non solo gli scalmanati predicatori delle gazzette di sinistra ma pure gli augusti opinionisti dei noiosi e tremebondi fogli della borghesia illuminata si sono ora ridotti a sperare nei leghisti pur di non vedere il Caimano trionfare beffardamente su tutta la linea. Oggi, poveretti, scommettono sulle elezioni, come prima, poveretti, scommettevano sul naufragio del berlusconismo. Quelle stesse elezioni considerate l’ultima, dubbia, e “irresponsabile” ancora di salvezza per la barchetta pidiellina si è trasformata ora nella “loro” ancora di salvezza. Tranne qualche voce isolata, il sentimento di fondo che tiranneggia questi fatui apostoli della ragione, sempre pronti a prendersela col populismo degli altri, è quello della rivalsa, del desiderio irrazionale di aver ragione a tutti i costi.

Il flottante nel bel mezzo della Camera dei Deputati era abbondante fin dall’inizio della crisi, tant’è che i più entusiasti fra gli agit-prop del terzo polo hanno sempre parlato di un potenziale di un centinaio di deputati. Uomini insomma, sensibili a ragioni nobili e meno nobili. Lo hanno visto loro, questo potenziale, perché non poteva vederlo fin dall’inizio quella volpe del Berlusca? Frignare oggi di “compravendite” è solo un esercizio autoconsolatorio, oltre che un riflesso pavloviano, utile per condire le stracche epopee giustizialiste dei media, non certo un contributo ad un’analisi seria della situazione. In realtà solo una crisi di panico, che non c’è stata, poteva affondare il PDL. Respinta la mozione di sfiducia, il Caimano in cuor suo è convinto di aver scavallato in testa sullo Stelvio e si appresta a caracollare comodo in discesa. Pure lui scommette, ma con qualche ragione in più dei suoi avversari. Scommette sull’effetto psicologico della “sorprendente” vittoria nella mozione di sfiducia, sommato a quello derivante dalla delicata situazione economica europea e italiana. Messo in soffitta l’imbroglio del governo tecnico, o di responsabilità nazionale, o di quel che volete, il mantra dell’irresponsabilità di nuove elezioni si sta rivoltando come un boomerang contro le opposizioni. E il furbacchione, con i più amabili e sorridenti dei modi, lo sta volteggiando come una clava sopra la testa degli oppositori e dei più nervosi fra gli alleati. Pure la Chiesa, che nei momenti topici sa essere più realista del re, si sta muovendo adesso in questo senso, con tanti saluti a Gianni e Pinotto, alias Casini e Buttiglione. Occorre sottolineare, inoltre, che Bunga Bunga Berlusconi, spalleggiato dal Vaticano, parla alla nuora Casini perché i suoceri suoi deputati intendano? Spero di no. In quanto alla Lega, le insistenze, peraltro intermittenti, di Bossi e di qualche suo colonnello sul voto a marzo si spiegano con la volontà di tener buoni gli spiriti bollenti del partito e della base; e con la consapevolezza, però, che gli obbiettivi politici dei leghisti sono legati a doppio filo alla salute politica di Berlusconi: senza di quella qualche decina di parlamentari in più – allo stato attuale del tutto teorici, non abbiamo imparato nulla dal recentissimo passato? – non servirebbe ad un fico secco. Ragion per cui in caso di allargamento al centro della maggioranza la Lega si piegherà, tanto più che questo allargamento avverrà con tutta probabilità con la cooptazione di singoli individui, non di sigle politiche, almeno non di quelle esistenti.

Intanto la sinistra, incapace di guardare in fondo a se stessa, continua a sbattere la testa contro il muro. La furia cieca e sempre più scopertamente insensata della piazza è figlia soprattutto della propria frustrazione. Darle il nome di Berlusconi oramai comincia a far ridere anche chi scrive sui giornali, notoriamente simpatetico coi facinorosi democratici, figuriamoci la maggioranza silenziosa che al massimo guarda i telegiornali. E se Gasparri parla di azione preventiva, diciamo una bella azione di bonifica all’interno dei centri sociali, l’uomo nuovo Vendola, nel 2010, altro non sa che scomodare il fascismo, immaginandosi che qualcuno, a parte la sua numerosa setta, lo prenda sul serio. Ad esser cresciuto in questi anni è proprio questo senso di frustrazione, rottamatori compresi, e proprio perché ad egemonizzare le teste poco pensanti dei militanti sono sempre le due non-soluzioni a questa annosa impasse: quella tutta tattica dell’alleanza col centro, quella ideologica e identitaria veterosinistrorsa. Sono due forme di nichilismo politico. Di che sorprendersi se la questione rimane disperatamente irrisolta? E la cosa è talmente chiara che pur di non vederla l’ossessione antiberlusconiana ha assunto forme grottesche. Una volta c’era l’anomalia “comunista”, oggi c’è quella “democratica”, la quale, nella fuga in avanti e nel non detto, della prima è figlia. Cosa ci sia in mezzo non lo spiego, perché mi sono stufato. Dico solo che di lì prima o dopo si dovrà passare. E che è meglio prepararsi.

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Elezioni anticipate? Improbabili, anche in primavera

Perfino qualcuno che normalmente fatica ad uscire dal repertorio di frasi fatte in uso al gregge di sinistra se n’è finalmente accorto: sul come risolvere il caso FLI e sull’eventualità di elezioni anticipate i servi e i pennivendoli di Berlusconi tirano da una parte, il capo tira dall’altra. Quasi tutti, tranne pochi coraggiosi fedelissimi alla linea occulta: tra i quali io. Ai primi, specie agli spiriti bollenti come Sallusti, braccio destro di Feltri, che tanto ha lavorato per il redde rationem tra il fondatore di fatto e il cofondatore per grazia ricevuta, non è affatto andato giù il Silvio democristiano di questi ultimi giorni, e vorrebbero senz’altro spacciare gli avversari una volta per tutte alla giostra cavalleresca delle elezioni. Quella sarebbe di norma la “bella politica” della destra che non si è guastata il cervello coi ghirigori impalpabili ma velenosi della “bella politica” democratica. Che lasciamo volentieri ai Bocchino e ai Granata. Ma il Berlusca, se è spericolato come un fanciullo nel dire sciocchezze poco istituzionali, e nel dispensare sorridente e universale ottimismo, nella politica vera è diffidente come un gatto e furbo come un beduino, come ha intuito un esperto quale Gheddafi fin dal primo minuto del suo incontro col nostro capo. E, portando rispetto alla verità e mostrando un po’ di eretico coraggio, cerchiamo di non parlare sempre male in toto della democristianità: per esempio di quel misto di sangue freddo e prudenza che è frutto di una saggezza antica, seppure intrisa di pessimismo e senza prospettive, e quindi senza grandezza, ma che all’uomo politico non deve essere del tutto sconosciuta, quando si tratta di resistere agli assedi, confidando nella volubilità degli uomini e nell’opera del tempo. Ora come ora, in caso di elezioni anticipate, i rischi di trovarsi con un Senato azzoppato e senza una chiara maggioranza sono altissimi. I leghisti più irriflessivi scommettono con facile ottimismo in una facile vittoria solo perché per loro il premio sarebbe ultragratificante. O perché in caso di mezza vittoria o mezza sconfitta potrebbero consolarsi – forse, io non ci spererei troppo – con l’esclusiva del sentimento nordista. La differenza con la situazione attuale è che in quel caso l’instabilità avrebbe il crisma dell’ufficialità e per il Berlusca il passo d’addio sarebbe quasi inevitabile. I risultati del voto di fiducia – non leggete le solite gazzette italiche – lo hanno incoraggiato. Ed egli ne ha avuto conferma proprio dalla mal dissimulata delusione di un certo mondo leghista mosso da miopi appetiti, troppo scopertamente frettoloso nel condannare un risultato in realtà assai meno negativo di quanto si aspettassero i partigiani delle elezioni anticipate qui ed ora. Che i Bossi e i Maroni se ne facciano interpreti non deve ingannare: devono tener buona la ciurma, ma, volenti o nolenti, sanno benissimo di stare nella stessa barca del presidente del consiglio.

Il Cavaliere non ci pensa nemmeno dopo morto a recuperare i Fini e i Casini. Non ci crede e non lo vuole, dopo le torture che gli hanno inflitto. Casomai potrebbe accogliere nel suo accampamento il Rutelli, vista la sua promettente traiettoria politica, cui manca solo un passo per completare il percorso di tutto l’arco costituzionale: difficile, ma a caval donato non si guarda in bocca, figuriamoci al marito della Palombelli. Il Cavaliere sa che nel bel mezzo della Camera dei Deputati tra FLI, UDC, API, MPA e minutaglia varia c’è un tesorone di una novantina di parlamentari non proprio bolscevichi in cerca d’autore e di un futuro. Gliene servono una ventina per avere la maggioranza assoluta, e diciamo una trentina per veleggiare tranquillo tranquillo. Sette-otto gli si sono già affezionati parecchio in occasione del voto di fiducia. Il Cavaliere minaccia, pure lui, le elezioni, ma non le vuole affatto (se non come extrema ratio). Esattamente come Fini, che spera col ricatto dell’indispensabilità numerica di FLI d’inchiodare Berlusconi e il PDL ad un immobilismo autodistruttivo, in attesa magari dell’intervento della cavalleria giudiziaria. Il Cavaliere scommette invece che il tempo logorerà l’UDC e porterà alla luce nei momenti decisivi l’assoluta eterogeneità del gruppo finiano, come d’altronde si è già visto col voto negativo alla fiducia espresso dall’esaltato capo dell’ala giustizialista di FLI, il patriota repubblicano Fabio Granata. Fini pensa che le parole taglienti, calme e risolute che gli escono volentieri di bocca bastino a soggiogare il prossimo ma non è mai stato un cuor di leone; in questo assomiglia molto al comunista freddo D’Alema: non sono combattenti, nel fuoco dello scontro ravvicinato e risolutivo non li ritroverai mai. Nel frattempo il Cavaliere cercherà di coagulare intorno a sé, al di fuori dell’arena politica, un partito di responsabilità nazionale che farà il verso al nuovo CLN periodicamente evocato dalla sinistra, e che metterà idealmente insieme i Marchionne e i Bonanni. E’ una strategia che ha ragionevoli probabilità di riuscita. E’ la strategia studiata per sfuggire all’assedio dei nemici. E degli amici.

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La tribù dei Nasi Turati e la leggenda di Mani Pulite

A sinistra c’è ancora un bel po’ di gente che guarda a Mani Pulite come ad una nuova Resistenza, e che vorrebbe eternarla, come quella, nella coscienza della nazione: la Rifondazione della Repubblica, dopo le “deviazioni” del pentapartito. Ma una Rifondazione tradita, come la Resistenza fu tradita. Insomma, i soliti miti, durissimi a morire, della cosmogonia comunista e post-comunista, che incantano solo quelli che vogliono farsi incantare. Ma non noi, che stiamo ai fatti e agli antefatti.

I luoghi. Non è possibile capire Mani Pulite se non si considera il suo retroterra politico e geografico. Mani Pulite scoppiò nelle roccaforti democristiane del Nord, nel Lombardo-Veneto, dove da decenni ormai la tribù sempre più scontenta dei Nasi Turati votava DC quasi unicamente, ma assai saggiamente, in funzione anticomunista. Paralizzata intellettualmente dall’aggressività della piazza e della propaganda comunista, ma incollata saldamente al potere dalla Guerra Fredda, per la DC il governo era diventato una sinecura con un unico minaccioso interlocutore, più che un competitore. Ciò ne aveva impedito ogni evoluzione, e aveva significato un graduale scollamento dal proprio elettorato ed una lenta ma costante deriva verso sinistra. Inoltre, in un paese in crescita – parlando in termini epocali – accade sempre che ad un certo punto il malcostume nella vita pubblica, fin lì tollerato, ed in parte inevitabile, venga sempre più chiaramente sentito, magari confusamente, non solo come un vago impedimento al bene comune; ma anche come un impedimento a quegli stessi meccanismi di sviluppo economico che un livello, per così dire, “fisiologico” di corruzione fino ad allora poteva perfino oliare. Insomma la corruzione, favorita dal grado relativamente modesto di libertà economica e dalla burocrazia, e diffuso a tutti livelli della società, non solo nel ceto politico, diventa un problema quando si rivela manifestatamene antieconomica per troppi attori della società. Non si tratta certamente di un fenomeno morale in senso stretto; si tratta piuttosto dell’istinto di conservazione proprio di una consorzio civile ancora vivo, che assume in superficie i caratteri della moralità pubblica, spesso e volentieri con qualche traccia di fariseismo. Sennò dovremmo pensare che le nazioni progredite siano costituite da persone oneste, mentre quelle all’ultimo gradino della scala siano popolate da farabutti. E’ più il Nuovo che si scontra col Vecchio, che non il Bene col Male. E’ un fenomeno tipico dei paesi di nuova o ritrovata democrazia, che segue gli anni del boom economico, come si può constatare in questi anni nell’Europa orientale. La nascita e la crescita del movimento leghista in queste zone del paese fu il risultato congiunto della diserzione DC e della sempre più evidente crisi del comunismo mondiale, che incoraggiava i colpi di piccone allo status quo, e che d’altra parte stava alla base anche dell’espansione craxiana a sinistra. Nonostante il linguaggio elementare, condito da un bel tasso di demagogia, della Lega, i Nasi Turati cominciarono, votandola, a mandare segnali sempre più espliciti alla Balena Bianca: meno tasse e meno corruzione erano messaggi che suonavano benissimo ai loro orecchi destrorsi. Ricordiamoci, a questo riguardo, che fin che la Lega negli anni ’80 si limitò ad usare la sua retorica anti-immigrati e identitaria su scala regionale, le sue fortune politiche restarono molto limitate. Il boom fu quando la Lega Lombarda cominciò ad agitare la clava della protesta fiscale. Il crollo del Muro di Berlino e la crisi del PCI-PDS fecero cadere le ultime paure ed accelerarono la fragilizzazione della classe politica al Nord e soprattutto nel Lombardo-Veneto. Se nel 1992 la magistratura si sentì finalmente abbastanza forte per procedere alla “bonifica” fu perché sentiva di avere l’appoggio di una grossa parte dell’opinione pubblica, ossia della tribù dei Nasi Turati. Il Moniteur Padano di questa Rivoluzione, almeno nelle sue fasi iniziali, fu infatti L’Indipendente diretto da Vittorio Feltri. Mani Pulite, quindi, da un punto di vista sociologico, nacque a destra, non a sinistra.

Il golpe (sventato). Hanno torto coloro che oggi parlano di complotto; ma non hanno torto quelli che parlano di golpe. Proprio la vicenda di Mani Pulite dimostrò quanto fosse stata giustificata fino ad allora la diffidenza della tribù dei Nasi Turati per quella dei Trinariciuti. I golpisti rivoluzionari, la storia insegna, non fanno complotti, ma aspettano l’occasione per agire, con la solidarietà spontanea delle sette e delle minoranze organizzate, sul corpo di quelle società impegnate ed indebolite dal passaggio sempre delicato dal Vecchio al Nuovo. E’ l’istinto del predatore che acutizza la loro vista e promuove una tacita comunità d’intenti, trasversale alla società ma unita da un’ideologia che fa premio anche sul rispetto dei propri ruoli all’interno di quest’ultima. Si videro cose meravigliose: magistrati orbi di mattina, e con l’occhio di falco il pomeriggio; e la storia patria si arricchì, inaspettatamente, di gesta eroiche: compagni G., presi col sorcio in bocca, che, fra l’ammirazione tacita del popolo rosso, si autoaccusavano di millantato credito. Se quella farsesca combriccola di faccendieri di terz’ordine che fu la P2 divenne un mostro marino dalle cento teste sempre pronto ad emergere dalle acque, fu in realtà perché in essa la sinistra, inconfessabilmente, si specchiava. E se la sinistra trovò un alleato in un certo gotha industrial-finanziario, e nei suoi giornali, fu perché un corpo indebolito attira sempre le fauci di tutti i predatori. E così la rivoluzione di Mani Pulite non fu, come avrebbe potuto essere, un momento di verità; l’occasione per una grande confessione, come auspicato dal cinghialone; per uno svecchiamento della classe politica; per la presa di coscienza di un intero paese e per un nuovo inizio. Prevalse l’istinto settario che la dirottò verso altri lidi. Onde per cui quella stessa tribù dei Nasi Turati che l’aveva innescata, di lì a poco, alla prima occasione, la disinnescò dandosi al salvatore Berlusconi. E il pericolo oggi è che una sinistra popolata da vecchiette virtuose e petulanti che vanno sinistramente in giro a ricordare al mondo le condanne passate in giudicato dei mariuoli, consegni comode ed irresponsabili maggioranze ai berlusconiani, e che all’immobilismo DC succeda l’immobilismo PDL.

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