Una settimana di “Vergognamoci per lui” (122)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

PAOLO FLORES D’ARCAIS 15/04/2013 Per il teorico dell’homo democraticus contrapposto all’homo caimanicus, i dieci candidati al Quirinale scelti dal M5S sono «in schiacciante maggioranza adamantini nel loro essersi costantemente opposti al regime di Berlusconi che calpestava la Costituzione repubblicana». Lasciamo da parte il capo della tribù vaffanculista e mettiamo in fila gli altri nomi di questa lista: Romano Prodi, Emma Bonino, Gustavo Zagrebelsky, Gian Carlo Caselli, Ferdinando Imposimato, Stefano Rodotà, Milena Gabanelli, Gino Strada e Dario Fo. Non sembra che abbiano patito molto durante la ventennale opposizione al regime. Non si direbbe che siano vissuti nelle catacombe. Non si direbbe che non abbiano fatto carriera. Sono riveriti, spesso osannati e premiati. Alcuni, misteriosamente, passano per geni, o eroi. E se li discutete correte il rischio di essere incasellati nella sottospecie caimanica. La comica ortodossia di questa lista in fondo ci dice tre cose: che un regime in effetti forse c’è; che la sua propaganda c’è di sicuro; e che i militanti grillini sono tra le truppe più fedeli al verbo.

MATTEO RENZI 16/04/2013 La popolarità del sindaco di Firenze finora è stata l’espressione di un’energica e giovanilistica somma di incongruenze rimaste a mezz’aria, vaporose ma accattivanti. Ma quanto potrà durare ancora l’incantesimo? Per la realtà italiana, e anche per molta di quella europea, Matteo il liberal non è di sinistra ma si è messo in testa di farla sua. Allo stesso tempo, nel suo tentativo di scalata ai vertici del suo partito, Matteo il rottamatore usa l’arma della retorica anti-casta come il più forsennato dei grillini. Il primo Matteo non ha mai superato la diffidenza del popolo di sinistra; il secondo Matteo non supererà mai la diffidenza del popolo non di sinistra, nel caso dovesse mettersi in proprio. Non vorrei che Renzi finisse per ricalcare le orme ingloriose di quei centristi famosi in vita come maestri di tattica, ma morti politicamente col cappello da somaro in testa. Quelli restavano in mezzo non dicendo un bel nulla, lui fa lo stesso sparandole grosse.

L’UTILE IDIOTA LIBERTARIO 17/04/2013 Fra tutti i libertari-liberisti che l’orbe terraqueo conosca quello italiano è il più compreso dei suoi sacri doveri. Non ci sono limiti alla sua furiosa intransigenza. Anche se non lo sa, questo fanatico della libertà non si è mai liberato dei suoi geni giacobini. Perciò crede ancora nella rivoluzione e nella palingenesi, nonostante abbia letto Hayek, e nonostante la rivoluzione e i rivoluzionari amino alla follia lo stato, lo statalismo e, quando sono al potere, anche lo stato di polizia. Ciò lo predispone a diventare un utile idiota. C’è sempre infatti qualche sottile parentela intellettuale tra l’utile idiota e il suo padrone. Anche se noi per comodità diciamo che è solo un cretino. Ergo, in un momento di profondo sconforto, nella folle speranza che da un azzeramento totale possa germogliare il bene, il libertario italiano è capace di votare anche per il Movimento Cinque Stelle. Qualcuno l’ha fatto. Dovete capirlo, era ormai fuori di testa. Il colpo decisivo glielo aveva dato Milena Gabanelli, con la sua proposta orwelliana di abolire il contante. Da un annetto l’esaltata ficcanaso di Report era per lui l’icona del Male Totalitario. Il Maligno nella sua spietata impudenza ha voluto ora che i militanti grillini scegliessero proprio la Diavolessa come primo candidato alla Presidenza della Repubblica. Così sembra agli stolti, almeno. Perché in realtà a volerlo è stato un Dio con questo babbeo perfino troppo misericordioso, un Dio che punisce chi vuole correggere e salvare dalla definitiva perdizione.

IL CONTROCONCERTONE DEL PRIMO MAGGIO 18/04/2013 Quando una setta diventa troppo potente entrarci non è più un affare, anche se a volte diventa un obbligo. In una setta si entra per distinguersi, per fare massa critica insieme ad altri compagni di avventura al fine di intimidire la società e scalarne i vertici. Ma quando il potere di questa setta si ramifica troppo, prima cominciano a scarseggiare i posti di primo piano a disposizione, e poi, via via, quelli di secondo, di terzo e di quarto. Insomma, per molti di questi settari il destino è di ritornare nella società dalla quale sono venuti, almeno dal punto di vista del posto in classifica, nonostante il distintivo. Ciò genera un plebe di settari scontenti che porta alla formazione di una setta all’interno di una setta: ne sono protagonisti loro stessi, e coloro che già molto in alto in classifica si servono di questa nuova massa critica di settari interni alla grande setta per scalzarne dal podio i capi. Questo è un discorso serio. Ma vale anche per le stronzate. Pensate alla sinistra e alla musica in Italia. La sinistra dopo decenni è riuscita a conquistare quella micidiale mattonata del Festival di Sanremo, che di colpo ha acquistato agli occhi dei media compiacenti una dignità culturale prima sconosciuta. La sinistra è da sempre padrona anche di quella micidiale mattonata del Concertone del Primo Maggio, il festival della musica responsabile, consapevole e socialmente utile, che da sempre ha avuto agli occhi dei media compiacenti una dignità culturale inversamente proporzionale alla sua tediosa pochezza. Tutta questa abbondanza è problematica per quegli artisti che vogliono restare, o diventare, delle vere icone della società civile, ossia della sinistra. E’ per questo che è nato il ControConcertone del Primo Maggio da tenersi nella città martire di Taranto. Quello sarà il Vero Festival della musica responsabile, consapevole e socialmente utile. Chi l’ha organizzato, l’attore Michele Riondino, figlio della città martire, del Concertone ha detto velenoso: «E’ un Sanremo di sinistra». Luca Barbarossa e Fiorella Mannoia, veterani dei festival, hanno già aderito dall’alto della loro esperienza. Comunque, una cosa è sicura: sarà la solita sbobba.

IL POPOLO DEMOCRATICO 19/04/2013 Può anche darsi che il Partito Democratico faccia ridere, ma siamo proprio lontano dalla verità se diciamo che è lo specchio di un Popolo Democratico alquanto fantozziano? Converrete che vedere ieri davanti a Montecitorio una signora bruciare la propria tessera del Pd per protestare contro la scelta del Pd di votare un esponente del Pd alla presidenza della repubblica è stato piuttosto spassoso. Si tratta pur sempre di un compagno democratico, mica di un impresentabile o di un lestofante. Ma agli occhi della scalpitante base democratica l’ottantenne democratico Franco Marini ha due grandi colpe: 1) essere un vecchio arnese democristiano; 2) avere avuto il placet del Caimano. L’onesto popolo democratico gli preferisce invece un fanciullo ottantenne di nome Stefano Rodotà, i cui meriti sono due: 1) essere un vecchio arnese radicale, indipendente di sinistra (ossia comunista senza etichetta), comunista, pidiessino, oggi molto vicino agli esaltati patrioti costituzionali di Libertà e Giustizia, il tempio dell’antiberlusconismo più puro; 2) avere avuto il placet di Grillo. Con questo pedigree Rodotà è per definizione un personaggio di indiscutibile caratura morale e intellettuale, e come tale è naturalmente un simbolo di indipendenza. E’ per questo che in Italia tutte le personalità capaci ed indipendenti sono di sinistra. Il popolo democratico, compreso quello ultra-democratico alla sua sinistra, se le canta e se le suona da decenni: oggi è talmente suonato che non riesce a vedere al di là del proprio naso.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (121)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

L’OMICIDIO DI STATO 08/04/2013 Italiani, fratelli e sorelle, non sarebbe ora di finirla con le recite? Anche sulla scena tristissima del triplo suicidio di Civitanova Marche non avete fatto mancare le sguaiate parole che sempre accompagnano, profanandoli, i lutti che da noi, per un motivo o per l’altro, pertinente o no che sia, acquistano rilevanza pubblica. Non sapete che buona parte di quella «casta» sulla quale puntate il dito è venuta su succhiando il latte dallo stesso epos deficiente sullo stato malfattore che ora vi detta parole d’odio, e sul quale essa ha costruito una carriera? Non capite che essa guardando la vostra indignazione da operetta scopre se stessa? Tanto che qualcuno dei più imbecilli della «casta», pur di trovare un colpevole qualsiasi, ha già organizzato una protesta fantozziana «contro la povertà», poveretta di una povertà? Non capite che tutti insieme siete come un cane che continua a mangiarsi la coda senza venire a capo di nulla? Ma quanto avete rotto.

ANTONIO INGROIA 09/03/2013 Non so se avete presente le vite agre dei magistrati, dei giornalisti e degli intellettuali in lotta contro le autocrazie corrotte dei loro sciagurati paesi: vi domina l’isolamento, la solitudine, la precarietà e spesso sono più conosciute all’estero che in patria. Da noi invece costoro straripano. Antonio Ingroia da magistrato sgobbava di più e dormiva meno di Berlusconi, il suo grande avversario, cosa quasi impossibile per un comune mortale. Infatti non si limitava solo a fare il suo mestiere. Era anche perennemente in giro per convegni, parlava coi giornalisti, scriveva sui giornali ed era ormai una faccia famigliare sul piccolo schermo. Non contento, trovava inoltre il tempo di scrivere libri: cinque o sei almeno sono usciti dalla sua penna, tutti inesplicabilmente pubblicati. Un cannone. Il «prestigioso» incarico in Guatemala per conto dell’ONU dovette sembrargli una specie di consacrazione definitiva. Con tutte queste medaglie al petto pensò fosse giunto il momento di buttarsi in politica per condurre, crediamo, la battaglia finale. Si buttò. E si sfracellò pure. Ma non fece tragedie. Aspettò paziente. Di andare a fare il giudice ad Aosta, come gli aveva proposto il Csm, non aveva nessuna voglia, nonostante il luogo ameno e tranquillissimo, ideale per scrivere almeno un paio di libri all’anno. In Guatemala è probabile che non lo volessero più vedere, specie i suoi antichi fans nel paese degli Aztechi. Alla fine è arrivata una proposta accettabilissima dal governatore siciliano Crocetta: fare il presidente della “Riscossioni Sicilia Spa”. In pratica Ingroia sarà il Befera della Trinacria. E non si dimetterà dalla magistratura. Sul suo nuovo compito ha le idee chiarissime. Sono quelle di sempre. «C’è chi teme sempre Ingroia» ha detto infatti, rispondendo alle battute sarcastiche di quel bravo figliolo di Gasparri, «lo temeva come magistrato, lo temeva come politico e adesso ovviamente lo teme alla guida di una società pubblica che in Sicilia è snodo di certi interessi. Non mi sorprende che io faccia paura a certi grumi di potere, ma vado avanti». “Snodo di certi interessi”, “certi grumi di potere”: è sempre lui, il nostro Ingroia. Vada, vada avanti. E chi lo ha mai fermato?

ROMANO PRODI 10/03/2013 A sentire l’ineffabile Romano sembrerebbe quasi che col decennio thatcheriano, finito più di vent’anni fa, lo stato in Occidente sia stato cacciato nelle catacombe; che i carichi fiscali si siano ridotti al lumicino; che il welfare system sia stato pressoché smantellato; e che lo stato abbia smesso di fare il ficcanaso. Naturalmente non è successo niente di tutto questo. Anzi, è molto più vero il contrario. In realtà, sul piano pratico, il cambio di rotta epocale non è mai avvenuto, e non poteva avvenire. Lo statalismo è un treno che corre su un piano inclinato da più di un secolo. Il merito principale della Iron Lady fu quello di ridare dignità politica al liberalismo economico, e con quello ad un semplice buon senso intriso, a differenza di quanto si favoleggia, di valori etici. Fu solo l’inizio di una Reconquista che durerà ancora per decenni e decenni. Per Prodi invece tale sdoganamento fu una specie di atto blasfemo. Sentitelo: «Margaret Thatcher ha cambiato più di tutti il suo paese e ha cambiato l’idea stessa dello stato che fino ad allora era prevalente nel mondo occidentale. Diciamolo come va detto: la Thatcher ha ridotto lo stato a niente. Come nessun altro ha inteso modificare alla radice il patto fiscale tra cittadini e ha dato forma politica e dignità istituzionale alla ribellione anti-tasse trasformandola in una vera e propria dottrina economica diventata addirittura senso comune.» Per Prodi anche la crisi attuale è figlia delle idee della Iron Lady, e ancor di più degli atti dei suoi stupidi epigoni: «Oggi non si può non notare come la matrice innovativa delle idee thatcheriane si sia poi scontrata con fasi applicativi a dir poco drastiche che hanno finito con lo svuotare la carica di innovazione di quelle stesse politiche e hanno anzi creato le condizioni per l’esplosione della più drammatica crisi finanziaria (e ormai anche economica) del dopoguerra. Oggi però diventa legittimo domandarsi se questi disastrosi risultati siano stati prodotti da lei e dalle sue idee o dai suoi interpreti un po’ fessi.» Prodi dimentica che oggi viviamo una crisi debitoria; debiti pubblici e privati; che un’economia libera di «mercato», quella che piaceva a Maggie, la figlia del droghiere, raramente conosce spirali debitorie; che i debiti, pubblici e privati, crescono quando qualcuno li incoraggia e se ne fa garante, contro ogni logica di «mercato», sia esso lo stato o la banca centrale; e che quindi anche il «turbo-capitalismo finanziario» è figlio, in ultima analisi, dell’interventismo statale: quello classico rapina il reddito, quello «derivato», possiamo ben dirlo, rapina il risparmio.

IL REGIME DI PYONGYANG 11/03/2013 La Corea del Nord è alla canna del gas, e il regime dà ormai segni di squilibrio. Qualche settimana fa le forze armate fecero sapere di aspettare solo «l’ordine finale» del Leader Supremo per «trasformare in un batter d’occhio i regimi marionetta degli Stati Uniti e della Corea del Sud in un mare di fuoco». Oggi la Corea del Nord minaccia le basi militari americane in Giappone e le stesse città giapponesi. Di queste mirabolanti spacconate – quelle del sottoscritto, al confronto, sono perle di ragionevolezza – ride ormai anche qualche cazzuto nord-coreano, ben nascosto nella sua tana, s’intende. Il Leader Supremo – è quello cicciotello che spicca nella marea di morti fame, non potete sbagliare – teme una congiura di palazzo, è evidente. Manifestazioni di fedeltà così tafazziane da parte delle forze armate suonano strane anche in un paese fuori di testa come il suo. Quindi c’è da sperare. E tuttavia il cazzuto nord-coreano è preoccupato. Vedi mai che in questo clima un po’ isterico un super-missile nord-coreano di ultimissima generazione parta davvero: per essere sicuri di schivarlo bisognerà quantomeno espatriare.

IL PARTITO LIBERALE ITALIANO 12/03/2013 Metterei l’accento in particolar modo su “italiano”. Perché in altre lande europee, da soli o intruppati nei grossi partiti, i liberali qualcosa riescono pur a combinare. Da noi, niente. Uno zero tondo tondo, senza neanche una virgola. Una spiegazione c’è: i liberali italiani non hanno mai amato la democrazia. I liberali italiani sono rimasti a Cavour, quando a votare erano pochini. Al progressivo allargamento del suffragio elettorale non si sono mai abituati. Alla volgare pratica della ricerca del consenso, che non significa necessariamente demagogia, non si sono mai abbassati. Al volgo non hanno mai parlato. E il volgo ha sempre visto in loro, nel migliore dei casi, e con un certo intuito, una curiosa cricca libresca, e nel peggiore dei casi i chierici dei padroni. Giunge ora notizia che il Partito Liberale Italiano, il partito che fu di Malagodi, ha candidato Ilona Staller, in arte Cicciolina, alle prossime elezioni amministrative della capitale. Vi sembra strano dopo quanto detto prima? Sbagliate. E’ la tragicomica conferma di come i liberali italiani dimostrino una scarsissima considerazione per l’uomo della strada anche quando, per disperazione, scendono dal piedistallo e gli parlano.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (115)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

GIAN PIERO GASPERINI 25/02/2013 «Gasperini esonerato. Il nuovo allenatore è Malesani.» No, scusate, questa è la notizia di tre settimane fa. «Malesani esonerato. Gasperini è il nuovo allenatore.» Questa è la notizia del giorno in casa Palermo. Chi ci guadagna? Male che vada, il sommo Zamparini. L’ho già scritto da questa tribuna: Zamparini, diventando il più grande mangia-allenatori della storia del calcio mondiale, cerca ormai la fama imperitura. Molti nomi passeranno, il suo non passerà. L’unico suo problema sarà trovare allenatori disposti a fare da comparsa in cambio di un contratto o illusi di farla franca a suon di successi. E’ per questo che spesso richiama allenatori che già avevano ceduto alle sue lusinghe. Quando ha ricevuto la fatale telefonata dal club, Gian Piero, che già aveva sostituito Sannino, non credeva alle proprie orecchie. Per salvare le apparenze ha chiesto di poter riflettere per qualche ora. Poi ha detto sì. Adesso si aprono due scenari, ambedue esaltanti per il presidente del Palermo: 1) la squadra si riprende miracolosamente e si salva, e a Zamparini tifosi e giornalisti riconosceranno del genio nella sua follia; 2) la squadra continua a non combinare un tubo, e allora Zamparini potrà meditare il colpo del secolo: richiamare Malesani e convincerlo con le sue arti malefiche ad accettare. E allora sarà la Storia a riconoscergli del genio nella sua follia.

L’UTILE IDIOTA 26/02/2013 «Utile idiota» non è una figura retorica molto apprezzata. A torto. Perché l’esistenza del tipo umano che essa sottende trova conferme ogni giorno, specie in contesti fertili come quello politico italiano. Da noi l’utile idiota va incontro al suo mesto destino con aria di superiorità, dimostrando da quelle altezze sublimi anche un composto disgusto per la pacchianeria delle famiglie politiche a lui più vicine. Lusingato dai media e dagli avversari politici di sempre, l’utile idiota nostrano è corazzato contro ogni ragionamento terra terra. E anche quando il ferale verdetto arriva, non piange, non si dispera, e men che mai si pente: rimane ibernato in una specie di compita stupidità. Perciò ieri sera Pier Ferdinando Casini, che non manca di esperienza, ha ammesso tranquillamente la sconfitta; ma era serenissimo, ancora convinto di aver fatto la cosa, anzi, la scelta giusta. Invece Mario Monti, che è ancora alle prime armi, non solo era serenissimo, ma pure soddisfattissimo.

GUIDO GENTILI 27/02/2013 Il giornale della Confindustria fu tra i grandi sponsor dell’operazione Monti. Ricorderete come rompeva i marroni col «fare presto!». Il suo era un disegno profondo e lungimirante: liquidare il berlusconismo, scassare il bipolarismo, succhiare il meglio, a sinistra e a destra, di un parlamento delegittimato e impaurito, e fare del centro illuminato ed europeo il dominus della politica italiana. Dopo qualche mese fu chiaro che la grande strategia scricchiolava paurosamente. Si ripiegò allora sull’idea di un centro-sinistra moderno, guidato da Monti, ma con la truppa fornita dal Pd. Idea bellissima che fece puntualmente naufragio dopo molto meno di qualche mese. Ci si acconciò allora, lì ai piani alti del giornale, alla prospettiva di un più modesto ma nobilissimo obbiettivo: un sinistra-centro guidato da quel brav’uomo di Bersani che avesse in Monti un prezioso collaboratore e un garante nei confronti del severo consesso europeo. Alla vigilia delle elezioni, quando era ormai chiaro che il centro montiano avrebbe fatto la stessa fine gloriosa del centro martinazzoliano di vent’anni fa, l’unica speranza era posta in una franca vittoria del Pd di Bersani, misteriosamente assurto a paladino dell’europeismo responsabile. Sensatissima ipotesi che il giorno dopo la realtà avrebbe spietatamente smentito. Ed ora l’Italia è sotto il tiro dei mercati. In attesa che la situazione politica trovi un auspicale sbocco, il nostro formidabile Sole 24 Ore è del parere che bisogna muoversi subito e bene. E attraverso Guido Gentili ha fatto un video appello a due possibili protagonisti di questa azione preventiva: Mario Draghi, presidente della Bce, e …Grillo. Sì, Grillo. Il Beppe. Lui in persona. Guido Gentili ha ricordato che Beppe una settimana fa, in un’intervista, avrebbe detto di non essere un anti-europeista, e che il problema vero non è l’euro ma la montagna del debito pubblico. Ecco, ha detto il giornalista, una pubblica dichiarazione di Grillo che vada in questo senso sarebbe una grande prova di responsabilità. Forse mi sbaglio – io sono berlusconiano – ma ho avuto l’impressione che stesse per piangere.

IL PARTITO DEMOCRATICO 28/02/2013 Fondamentalmente il M5S è un partito di estrema sinistra. L’urlo compatto della protesta a trecentosessanta gradi contro la politica ha agito come una spessa cortina fumogena sulla sua vera natura. Appena sarà costretto a fare politica, a fare scelte, a votare o non votare provvedimenti, ciò apparirà chiaro, e perderà di colpo l’appoggio di un terzo del suo elettorato, quello proveniente dalla destra arrabbiata. Ma rimarrà, per il momento, una forza possente, che sommata ai sostenitori del rivoluzionario Ingroia e a quelli di Vendola, rappresenterà metà della sinistra italiana. L’altra sarà rappresentata dal cosiddetto «Partito Democratico», sulla carta un’entità distante anni luce da quei facinorosi con la fisima dell’ostentata virtù, la cui base, però, dovendo scegliere tra baciare il rospo, andare a nuove elezioni, o cercare l’alleanza o almeno un’intesa informale con Grillo, ha già deciso in cuor suo per quest’ultima opzione. Da ciò si vede tutto il fallimento dell’operazione «democratica» e della pretesa di passare, dopo mezzo secolo di milizia marxista, e solo a parole, dal comunismo alla sinistra kennedyana. Espediente acrobatico e sfacciato, ma comodo, visto che dietro l’etichetta «democratico» si può nascondere chiunque, anche l’infervorato tagliatore di teste. E questo spiega perché a sinistra, nonostante di comunisti dichiarati non se ne trovi più quasi nessuno, di puri più puri di te pronti ad epurarti ne spuntino fuori a iosa ogni giorno. E adesso è arrivato anche per il Pd, il partito dell’onestà, della giustizia e della questione morale, il momento di avere veramente paura, paura di finire in bocca ad un pesce grosso che l’inghiottirà nel nome dell’onestà, della giustizia e della questione morale, e forse con l’applauso dall’oltretomba dello spirito di Berlinguer. Non sarà il giovanilismo centrista di Renzi a far uscire la sinistra dai suoi problemi strutturali. Ma una dichiarata scelta socialista o socialdemocratica, con tutte le dolorose conseguenze del caso, che la pacifichi, la riunisca e la fonda, in modo che essa possa trovare in se stessa, e non nell’odio per il Berlusconi di turno, le ragioni della sua esistenza. Il primo passo è sempre il più duro. Ma oggi se ne presenta un’occasione ghiottissima: baci il rospo.

IL LIBERALE IN POLITICA 01/03/2013 Liberale nel senso europeo, più precisamente continentale, e più precisamente ancora italiano che oggi si dà al termine. Al liberale generalmente la politica fa orrore, i politici fanno schifo, ed è quasi giunto alla conclusione che anche la democrazia faccia schifo. Mica che abbia torto del tutto. Solo che è curioso che proprio lui si allinei involontariamente al mito astratto e neo-giacobino della «buona politica». Perciò quando si butta in politica si rifiuta di ragionare da politico. Ragiona da missionario, ma senza l’umiltà e la tenacia dei missionari. Se parla al popolo, s’immagina un popolo tutto suo, capace di capire finalmente il suo illuminato e complicato decalogo, mentre quello non capisce assolutamente un kaiser. Quando poi se ne accorge, comincia a imprecare contro un popolo becero tenuto nell’ignoranza dalle «classi dirigenti», mentre è il popolo di tutti i tempi e di tutte le nazioni. Al liberale in politica tessere alleanze, costruire maggioranze politiche, parlare alla «pancia» del paese, metter su lobbies dentro uno schieramento di Razzi e Scilipoti non passa nemmeno per la testa, tanto «questa politica», che poi è la politica di tutti i tempi e di tutte le nazioni, è destinata ad essere spazzata via, con le sue destre e le sue sinistre. Al liberale in politica non piacciono gli ordinamenti spontanei, ma il «perfettismo» di un partitino di perfettini. Alla fine, per disperazione, dall’alto del suo inevitabile uno per cento, riesce a sperare pure nella palingenesi e nel Grillo di turno. Eppure anche un liberale «fanatico» come Ludwig von Mises nel 1961 scriveva al sottosegretario di stato tedesco Alfred Müller-Armack queste parole:  «Vorrei ritornare su una osservazione contenuta nella sua prima lettera. Lei parla dei compromessi che si è costretti a fare nella politica pratica, e lo fa con espressioni che porterebbero a concludere che io rifiuti fondamentalmente questa flessibilità. Credo di essere stato frainteso su questo punto. L’elaborazione teorica delle dottrine e dei programmi deve essere rigorosa, coerente ed esente da contraddizioni. Se però non si riesce a convincere la maggioranza a realizzare pienamente il proprio programma, bisogna accontentarsi di ciò che si può ottenere nelle condizioni oggettive in cui ci si muove. Ho sempre criticato la middle-of-the-road-policy di tutte le varianti dell’interventismo, e credo di aver mostrato che esse finiscono inevitabilmente per sfociare nel socialismo vero e proprio. Ma questo non mi ha impedito di capire benissimo che i rapporti di potere politici possono costringere anche un difensore del liberalismo (nel senso europeo del termine, non in quello americano) a venire a patti temporaneamente con certe misure interventistiche (per esempio, i dazi doganali). Nella politica pratica solo raramente si può raggiungere la perfezione. Di regola, bisogna accontentarsi di scegliere il male minore.» (Ludwig von Mises, “In nome dello Stato”, Rubbettino)

Di Monti in peggio

Ero contrario alla nascita del governo dei tecnici per due ragioni: la prima è che essa avrebbe di fatto indebolito la fiducia nelle istituzioni democratiche, nonostante tutte le correttezze procedurali possibili, in un momento in cui la democrazia non se la passa tanto bene nel mondo occidentale; la seconda, perché ero convinto che anche il governo dei tecnici si sarebbe impantanato nell’affrontare i nodi delle cosiddette riforme strutturali, dei tagli alla spesa pubblica, della vendita del patrimonio pubblico. Ero contrario alle elezioni perché per l’Italia ribellarsi al commissariamento “europeo” dopo averlo invocato pur di detronizzare Berlusconi avrebbe significato, in un momento di vuoto di potere, un massacro.

Sono anni che critiche sempre meno pudiche ai difetti del sistema democratico vengono mosse da sinistra, almeno da quando è venuto di moda spiegare le sue sconfitte colle derive “populistiche” della democrazia. Sono anni che “valori democratici”, sempre nuovi e sempre più numerosi, vengono capziosamente anteposti all’espressione delle maggioranze degli elettori. Questo lavoro ai fianchi, “antipolitico” nella sostanza, anche se mascherato nei toni, ha trovato alleati in quella stanca aristocrazia industrial-finanziaria che parla attraverso i grandi quotidiani del nord, e che col governo Monti pensava di aver trionfato. Furono in pochi a mettere in guardia contro i pericoli “culturali” di questo felpato colpo di mano, anche tra i “liberal-conservatori”.

Ora a lamentarsi, con molta più veemenza e brutalità di quei pochi, del vulnus democratico costituito dal governo emergenziale-tecnocratico è proprio quella sinistra che molto dibatteva sul “che fare” di fronte ai guasti democratici di un nuovo “populismo” disgraziatamente certificato da regolari elezioni. La retorica della legalità democratica, infatti, è un’arma assai maneggevole in dote a chi vuole distruggere una democrazia: si cavilla sulla forma di questa, pur di negarne la sostanza; se ne nega la sostanza, pur di passare sopra alle forme. Dipende dalla situazione. Mentre gli apprendisti stregoni dei quartieri alti e delle sale ovattate ora temono di dover pagare il prezzo dell’avvitamento rivoluzionario da loro stessi creato: hanno ceduto un pochettino alla piazza, pensando al proprio interesse, pensando di tenerla a bada con un primo tributo. E invece hanno creato un precedente, hanno indicato una via. Di fatto, i partiti umiliati dal commissariamento sono diventati ancor meno popolari di prima, e il governo Monti rischia di affondare con loro. E’ il loro indebolimento che attizza l’odio, non la forza. Che la politica abbia le sue enormi colpe non c’è dubbio. Ma non è stato saggio assecondare le pulsioni antisistema, facendone un capro espiatorio.

A lamentarsi delle malefatte del governo Monti, a denunciarne il vampirismo fiscale, e la deriva verso uno stato di polizia, sono anche molti “liberali” che pure avevano salutato come necessarie le dimissioni di Berlusconi e avevano guardato al governo dei tecnici con qualche speranza. E adesso, accecati dalla delusione, fanno lo stesso errore di prima: sperano che rimuovendo la compagine governativa, azzerando la classe politica, si possa aprire la via ad una nuova era nella quale la laboriosa società civile che tiene in piedi il nostro paese troverà finalmente un’adeguata espressione politica, magari maggioritaria. E’ una patetica illusione: a passeggiare vittoriosa sulle rovine sarebbe invece quella società incivile che da tempo cerca colpevoli, e celebra le sue cacce grosse nei media, e vuole dei repulisti perché quelli del passato non erano veri repulisti. Mentre il presupposto culturale per liberare lo stato dallo statalismo è la guarigione da quest’ansia maligna di rigenerazione, che c’incattivisce.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Rifondazione immorale

La moralità di una società non si crea con le norme. Alla base di ogni società naturale c’è una solidarietà che si è sviluppata col tempo seguendo le vie della storia, che sono sempre storte, impervie, ma che tendono a fondersi, ad intrecciarsi fino a costituire una rete robusta, atta a sostenere i traffici della civiltà. Se questo sentimento sociale è sviluppato esso costituisce un freno naturale alla corruzione dei costumi perché anche chi vi è inclinato si rende conto dell’interdipendenza dei destini individuali in una società siffatta, e partecipa dell’istinto di conservazione generale. Quando viene meno, ed ognuno trova naturale pensare unicamente per sé, a surrogarlo interviene il cancro legislativo, che peggiora le cose, aumenta il senso di sfiducia, gonfia le prerogative dello stato, e divide gli uomini. Le società più immorali e corrotte sono spesso quelle più burocratizzate.

L’Italia deve fuggire quest’ansia farisaica di rifondazione morale, che è un sentimento distruttivo. E’ esso che ci condanna all’immobilismo, alla paura, alla diffidenza, ad invocare messianicamente l’intervento della legge per risolvere problemi culturali. Chi l’ha alimentato stoltamente ora comincia ad averne paura. A cinque anni di distanza dal lancio de “La Casta”, l’articolo di qualche giorno fa di De Bortoli sul Corriere della Sera suona come un‘excusatio non petita. Scrive De Bortoli:

L’antipolitica è una pratica deteriore che mina le fondamenta delle istituzioni. L’idea che una democrazia possa fare a meno dei partiti è terreno fertile per svolte autoritarie. Le inchieste di Rizzo e Stella, pubblicate dal Corriere , sui costi (scandalosi) della politica sono state lette da più parti con fastidio e disprezzo. Eppure non erano e non sono animate da un pernicioso qualunquismo, ma da una seria preoccupazione per l’immagine pubblica degli organi dello Stato e per la dignità dei rappresentanti della volontà popolare.

Invece “La Casta” fu proprio un libro pernicioso, che io, al contrario degli ingenui, mandai di cuore a quel paese senza mai aprirne una pagina perché, con la scusa dei “fatti”, troppo scoperta era la volontà di far gli occhi dolci all’antipolitica nella speranza di poterla poi controllare a proprio vantaggio. Con “La Casta” la classe soi-disant dirigente sdoganava un populismo vero, dopo anni di chiacchiere su un populismo inesistente, il berlusconismo. Lo dico a quelli che cercano il populismo nello stile dimenticando la sostanza, e specialmente a Galli della Loggia, il quale – manco per caso che ne imbrocchi una – nelle “cadute” di Berlusconi e Bossi vede la fine del ruolo centrale nella politica italiana del “Nord ideologico”, senza rendersi conto che si può dividere il paese orizzontalmente, geograficamente, ma lo si può dividere anche verticalmente, al suo interno, attraverso la lotta di classe, versione marxista di quel puritanesimo giacobino – il democraticismo settario dei “migliori” e dei fedeli alla “Costituzione” – che dai post-comunisti è stato ripreso dopo la caduta del muro. Il vero populismo e le forze della disgregazione sociale stavano per vincere dopo Mani pulite. Fu Berlusconi ad opporvisi. Fu quella di Berlusconi l’unica proposta “nazionale”. Egli imbragò il secessionismo leghista, tirò fuori dall’apartheid la destra missina, mise insieme i pezzi della destra, guardando al futuro. Non per niente chiamò il suo partito “Forza Italia”. La sinistra è ancora ferma alla “questione morale”, che è la negazione della politica, ed è populismo allo stato puro. In questo quadro anche la nascita del governo dei tecnici è stato un sostanziale cedimento all’antipolitica. Lo prova il fatto che l’unica cosa fin qui combinata dal governo Monti è la riforma delle pensioni, fatta appunto in un momento di debolezza o sospensione democratica, allorché partiti e parti sociali erano troppo deboli, e l’opinione pubblica muta, di fronte all’abbrivio rivoluzionario che accompagnava la compagine governativa. Ma i suoi grandi elettori della grande stampa “liberale”, che ora si spaventano del deserto della politica italiana, non se ne avvedono. Forse, tra cinque anni, faranno obliquamente mea culpa. Nel frattempo continueranno a vezzeggiare chi vaneggia di pulizia, pulizia, pulizia…

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Fumo

La politica italiana è strutturata male. Anzi, manca proprio di una struttura. Non starò qui a spiegarne le cause, perché l’ho fatto troppe volte. Voglio solo gettare luce sul campionario di reticenti corbellerie che i politici, gli aspiranti politici e gli opinion makers sono costretti a dire ogni giorno pur di girare intorno alla questione principale. Che è questa: l’Italia, per ritrovare un equilibrio politico funzionale, e quindi calato nella storia, ha bisogno di un forte partito conservatore e di un forte partito socialdemocratico. Se ancora disturba la franca parola “conservatore” chiamiamolo pure partito “popolare”, quello che d’altra parte in Europa oppone resistenza al liberalismo economico ed è “liberal” in tutto il resto quasi come il confratello socialista. D’altronde non si capisce come l’esecrazione, più o meno scoperta ma generalizzata, di cui è oggetto il popolo italiano, possa accompagnarsi alla speranza di una stagione nuova, nella quale le plebi si ritroveranno di colpo illuminate. No, queste due schifezze, il partito socialdemocratico e quello conservatore, di cui Berlusconi ha gettate le fondamenta, vanno benone. Se vanno bene nell’Europa civilizzata perché non dovrebbero andare bene da noi? Una politica fattiva deve partire dalla realtà. Sennò è un imbroglio.

Così succede che Bersani vada a Parigi per sostenere Hollande nella corsa all’Eliseo e si scopra socialista, con gran disappunto di certi ex democristiani del suo partito, che tifano per il “democratico” Bayrou e chiedono chiarimenti. Sempre a sinistra succede che Eugenio Scalfari ormai ce l’abbia a morte coi sanculotti delle piazze pulite, cogli estremisti dell’antipolitica e dell’anticasta, ignorando bel bello che quel popolo si è abbeverato alla fonte del suo giornale per decenni. Ma allo stesso tempo non vuol sentir parlare di partito socialdemocratico: per il fondatore di Repubblica la sinistra si divide tra i giacobini ragionevoli e quelli irragionevoli, come un giorno i comunisti si dividevano tra i fedeli al partito e i trozkisti, e come oggi l’oltranzismo divide Gian Carlo Caselli dai No-Tav, per dire della modernità della nostra intellighenzia progressista.

Sulla natura e gli scopi del governo tecnico segnaliamo il bisticcio bocconiano tra Giavazzi e il presidente del consiglio. L’editorialista del Corriere, con qualche allarme del giornale per cui scrive, scopre che Monti al governo cammina lento come una lumaca sulla via delle para/mezze/finte liberalizzazioni e delle riformicchie, e Monti scopre che la politica è tutt’altra cosa che i ferrei propositi da salotto, e poi lo spiega con piccato riguardo al suo ex collega.

Mentre Fini scopre che con l’avvento del governo Monti il Pdl non è morto e non si è neanche deberlusconizzato del tutto; per cui dopo aver tagliato i ponti con Silvio, ora vuol tagliare definitivamente i ponti anche con la sua creatura. Dadaista più che futurista, il leader del Fli immagina che il Terzo Polo dovrà andare oltre se stesso, ed essere centrale ma non centrista, un’orchestra – un quartetto d’archi, al massimo, dico io – nazionale, liberale, socialista, cattolica. Sembra il club dell’Italia di Mezzo di folliniana memoria: le acrobazie lessicali hanno il timbro del democristiano fatto e soprattutto finito. Un altro futurista, un altro “liberale”, Montezemolo, scopre che la sinistra è ancora radicale, che i compagni sono passati troppo repentinamente dal comunismo al liberalismo, e solo ora stanno scoprendo “con qualche decennio di ritardo un’adolescenza socialdemocratica mai vissuta”. Nel campo opposto (che sarebbe la “destra”, ma Luca cuor di leone non osa nominare una cosa così immonda) si guarda al passato. Cosicché serve di nuovo un forte segnale di “discontinuità”, un’offerta politica che sappia vincere il cuore dell’Italia liberale, e lui si propone come il Principe Azzurro. Infatti è una favola: lui non è la signora Thatcher e quell’Italia non esiste. Sic et simpliciter. In quella stessa destra, la Lega, dopo le rodomontate delle settimane scorse, è tornata a più miti consigli e non chiude più le porte ad una nuova alleanza col Pdl se le elezioni amministrative dovessero risolversi in una mezza batosta. Sullo sfondo l’impotente gruppettarismo libertario, che vede i mali ma spera in una rivoluzione dalla quale sarebbe spazzato via del tutto da quella società di cui ora è ai margini.

Insomma, tutto un festival di velleitarismo rivoluzionario, cui la realtà fa schifo, e che consegna la politica all’immobilismo. Ossia al presidio accidioso delle proprie prebende. Fumo. Fumo, fumo, fumo!, per dirla col protagonista dell’omonimo romanzo di Turgenev, disgustato dalle vane chiacchiere sui destini della Russia dei suoi compatrioti del secolo XIX, tutti animati da uno spirito messianico, fossero essi radicali, occidentalisti, o slavofili.

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Il populismo, le voilà

Per Eugenio Scalfari, l’Italia, che fino ad un mese fa era sull’orlo del baratro, ora “guida la battaglia salva-Europa”. Mentre non passa giorno che il Presidente della Repubblica non saluti l’orgoglio nazionale ritrovato, e che la stampa in coro non biascichi stancamente, a mo’ di prologo, il dogma recentissimo della credibilità anch’essa ritrovata, prima d’imbarcarsi in auspici nebulosi sul destino delle riforme. Il Presidente del Consiglio riesce a fare ancor peggio, e da uomo di stato qual è, afferma che sono gli evasori a mettere mano nelle tasche degli italiani. Per chi va in cerca di applausi a buonissimo mercato, è una battuta facilissima. Da politicante senza tanti scrupoli di coscienza. Volevate il populismo? Eccolo qua. Se non sentite come puzza, è evidente che vi ci trovate benissimo. D’altronde siete stati abituati a chiamare populismo l’ottimismo facile e lo stile poco ortodosso di Berlusconi: accecati dalla forma, avete perso di vista la sostanza. Non per niente la nuova era è improntata alla “sobrietà”, che è lo stile preferito dai Tartufi e dagli Ayatollah di tutti i tempi. Con la resa del governo Berlusconi il populismo, se per esso si intende la demagogia di massa, invece di scomparire, è tracimato. Nell’arena propriamente politica, le attuali opposizioni al governo Monti, di destra e di sinistra, hanno sentito potente il richiamo della foresta e vi si sono tuffate con voluttà. Tuttavia il loro becero massimalismo non è il frutto di un rigetto fisiologico di una nascente area di ragionevolezza o consapevolezza, ma è il sintomo di una patologia che ha investito tutto il corpo della nazione. Ad esso, infatti, si contrappone, e ne è il riflesso, il massimalismo educato della nuova compagine governativa e dei suoi cantori. Ad ormai due mesi dall’inizio della svolta che doveva raddrizzare la torre pendente chiamata Italia e dare aria ai suoi irrespirabili locali con due o tre colpi decisi da maestro, l’atmosfera è talmente pesante che, per placare l’isterismo, il Prestatore di Ultima Istanza di vittime sacrificali ha inondato di questa moneta svilita il mercato dei media e della politica. Casta ed evasori, evasori e casta, come e più di prima: che noia mortale! Il governo degli esperti si è adeguato servilmente a questo vento fetido con tutta una serie di misure non tanto da stato di polizia ma da stato sull’orlo di una crisi di nervi. Forse adesso qualcuno che si professa “liberale”, ma vive questa suo liberalismo come una religione fuori dal tempo e dallo spazio, comincerà a rendersi conto che la vera missione storica, al di là della reclamizzata rivoluzione liberale, dell’incompiuta stagione berlusconiana, che non è finita e non è stata senza frutto, era di irregimentare e di riportare nel recinto della politica, almeno per quanto riguarda la sua metà del cielo, tutto questo radicalismo di massa che perseguita l’Italia dalla fine della prima guerra mondiale. Pagare dazio era inevitabile. Non c’era alternativa. E il suo successo avrebbe costretto anche l’altra metà alla ristrutturazione, nel corpo e soprattutto nell’anima. L’intuizione berlusconiana era feconda e costruttiva. Io, nel mio piccolo, ho sempre sostenuto che la vera grande riforma di cui necessitava l’Italia, la solida piattaforma per tutte le altre riforme, era di arrivare ad un sistema politico fondato su un onesto partito conservatore ed un onesto partito socialdemocratico: dico “onesto”, perché una politica fattiva deve sempre coniugarsi con la temperie culturale del paese, senza fuggire nel passato o nel futuro. E’ un fatto che tutti i protagonisti di politiche “inclusive” e lungimiranti, ma nient’affatto “consociative”, si siano attirati odi profondi e criminalizzazioni da chi ha vissuto la politica in modo cupamente messianico, ivi compreso qualche sedicente e zelante liberale: da Giolitti, “ministro della malavita”, pur essendo persona integerrima, a Craxi, ed ora a Berlusconi. Nel passato, la loro dipartita ha significato l’imporsi, prolungato o temporaneo, di forze distruttive. La storia che vi raccontano è diversa; molti lo fanno per semplice viltà; in ogni caso, non me ne importa un piffero.

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P.S. Veniamo ora a sapere che per il sottosegretario alla presidenza del consiglio, Antonio Catricalà, un altro noto discepolo della religione della misura e della sobrietà, “chi evade in un momento come questo tradisce la Patria”. Come volevasi dimostrare.

La Casta: il mito e la storia

Non ne usciremo mai se invece di fare uno sforzo di verità continueremo a ripetere come pappagalli le comode bubbole tratte dal mito della casta. Quel mito parziale che serve solo alle fazioni, ai partiti, alle caste. Andiamo indietro di vent’anni. L’operazione Mani Pulite non fu un complotto. Ma non fu neanche il prodotto benefico del berlinguerismo. Prodotto malefico del berlinguerismo fu invece quello che la guastò. Agli smemorati ricordiamo che la sinistra nel suo insieme – la politica e i media di riferimento – fu presa alla sprovvista dall’esplodere di tangentopoli. E per qualche tempo il suo atteggiamento nei confronti della caccia ai marioli presi col sorcio in bocca rimase cauto e diffidente. Il motivo, ricordiamolo ancora agli smemorati, è che la protesta popolare e in parte certamente populista contro l’invadenza dei partiti, che diede ai magistrati la sensazione di non sentirsi soli e quindi la forza di procedere, era localizzata in quel lombardo-veneto “conservatore” dove la DC regnava incontrastata dalla fine della guerra. Proprio là, con la crisi del comunismo, a cavallo tra gli anni settanta e gli anni ottanta, si erano aperte le prime fenditure sulla calotta polare che l’equilibrio della guerra fredda aveva creata nel nostro mondo politico: la sfida craxiana all’egemonia del PCI a sinistra, la sfida leghista alla balena bianca a destra. A scendere in piazza contro la “partitocrazia” non erano i popoli viola o i girotondini di allora, ma i leghisti e i missini, i “fuori casta” di destra. Il megafono di questa protesta non era il “Fatto Quotidiano” di allora, ma “L’Indipendente” diretto da un tale Vittorio Feltri, ex del Corrierone. Era un sisma dentro l’elettorato e la politica di destra. Non è un caso che insieme a Feltri tutti questi protagonisti, leghisti, missini, democristiani (l’elettorato tutto, ma anche parte della classe politica sopravvissuta alla bufera), li ritroveremo poco tempo dopo dentro e dietro la coalizione berlusconiana. La metamorfosi destrorsa era compiuta, anche se il mostriciattolo doveva ancora crescere. Incompiuta rimase quella di sinistra. E infatti i craxiani in rotta andarono ad ingrossare le fila berlusconiane.

Ci sono due domande alle quali rispondere: perché il malcontento scoppiò nel lombardo-veneto e perché la metamorfosi politica a sinistra non riuscì? Per rispondere alla prima domanda bisogna fare una premessa: non sempre la presenza massiccia negli affari economici della mano politica, e di conseguenza della corruzione, è segno di una particolare tara morale in questo o quel popolo. In un paese di non solidissime tradizioni democratiche e liberali, almeno all’inizio, è la regola, perché mancano quella fiducia e quel reale senso civico che solo l’esperienza possono irrobustire, mentre lo statalismo si nutre di paura e diffidenza. In un paese in via di sviluppo, come fu l’Italia per decenni di vita repubblicana, il sistema della raccomandazione, della tangente, dei finanziamenti illeciti ai partiti, dell’osmosi tra politica ed economia, poteva non essere sentito come un grande problema, anche là dove il tessuto socio-economico era sano, finché la crescita economica dava i suoi dividendi a tutti. Ma in un paese ad economia matura, stagnante, appesantito dal costo sempre più insostenibile del welfare, quest’andazzo si stava rivelando semplicemente “antieconomico” per troppi attori, molti dei quali fino ad allora spesso complici del sistema. E’ per questo che il malessere si fece sentire, confusamente, giudicando con l’occhio del cronista, ma piuttosto chiaramente, all’occhio dello storico, in quella parte d’Italia che da una parte era meno legata alle sicurezze economiche del settore pubblico, e dove, dall’altra, l’osmosi politico-economica non aveva i ferrei caratteri spudoratamente professionali di quella su cui regnava il PCI.

La metamorfosi a sinistra non riuscì perché con istinto “rivoluzionario” ancora vivo e vegeto, nonostante il cambio di ragione sociale, i post-comunisti – e con loro chi voleva prendersi le spoglie di un paese allo sbando – videro nel caos di tangentopoli il classico e delicato periodo in cui un paese cambia pelle e il “nuovo” succede al “vecchio”: è quello il momento migliore per impadronirsi delle leve del potere. Non ci fu bisogno di uno squillo di tromba, di un ordine: fu il militantismo e lo spirito gregario a spingere a politici, giornalisti, intellettuali, magistrati a cavalcare compatti Mani Pulite, a dirottarla, e a farla propria. Invece di una “grande confessione”, di un bagno di verità nazionale, di un salto di qualità, ci fu un inutile “bagno di sangue” e l’epurazione di una parte della classe politica. E’ stata la “rivoluzione” di Mani Pulite a tenere in vita ciò che era vecchio: la politica dei buoni e dei cattivi e quella dei maneggioni, due facce dello stesso immobilismo. A rendere infinita, conflittuale, incompiuta una fase di transizione cui l’opposizione oggi spera di porre termine – follia all’ultimo stadio – con la fine dell’avventura politica di Berlusconi: semmai è il contrario. E non finirà di certo se l’ultimo vezzo di questo fariseismo duro a morire sarà quello di addossare alla politica tutte o quasi le colpe della “pozzanghera del malaffare”, come fa nel suo ultimo articolo Galli della Loggia, prendendo le parti di una grande stampa d’informazione che “non può né deve avere indulgenza per nessuno”. Siamo sempre al gioco dei buoni e dei cattivi. Fatto sul Corrierone, poi, che in questo ventennio ne ha combinate di cotte e di crude, fa ridere.

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La pericolosa illusione del governo tecnico

C’è modo e modo di perdere la testa. C’è quello ovvio di chi dà in escandescenze o è preso da una crisi di panico, c’è quello meno ovvio di chi nasconde il fuori di testa dietro affabili ragionamenti. Quando questi affabili e pazzi ragionamenti si moltiplicano nei media è d’uopo che qualcuno faccia scattare la sirena d’allarme col lampeggiante rosso. Nei giorni scorsi a favore di un governo tecnico che raddrizzi le sorti italiche si sono pronunciati economisti come Nouriel Roubini, intervistato da Repubblica, Luigi Guiso e Luigi Zingales in un articolo apparso sul Sole24Ore, e visto che ormai siamo alla frutta, persino il presidente del liberalissimo Istituto Bruno Leoni, Nicola Rossi. Il succo dell’articolo del Sole24Ore è questo: questa classe politica è impotente e lo sa; i politici guardano ai loro interessi e quindi sono legati a tattichette di cortissimo respiro, mentre gli statisti dovrebbero guardare agli interessi del paese nel lungo termine, ed essere disposti a sfidare l’impopolarità dando il via libera a necessarie e radicali riforme strutturali; consapevole di tutto ciò, e come suo ultimo atto di responsabilità – quasi una forma di riscatto fuori tempo massimo – la nostra classe politica dovrebbe garantire in anticipo una fiducia di durata biennale ad un nuovo governo tecnico, ossia dare carta bianca ad una specie di dittatura a tempo determinato guidata da personaggi autorevoli e disinteressati.

Basta poco per capire che questa è una favoletta ingenua. O reticente. 1) Non si vede perché una classe politica che trovi la forza e il senso di responsabilità di sacrificarsi in faccia alla necessità, ammutolendosi di fronte ad un comitato di salute pubblica incaricato di fare la cosa giusta, non faccia invece di necessità virtù, sobbarcandosi essa stessa il compito di fare la cosa giusta, sacrificandosi lo stesso ma portandosi a casa almeno la gloria postuma. 2) L’impotenza, gli interessi miopi e meschini, la generale assenza di visione a lungo termine, sono fenomeni connaturati alla vita parlamentare democratica di un paese “libero”. E’ una delle facce quotidiane e prosaiche del progresso. Così è, e così sempre sarà. Scriveva Tocqueville a proposito di quella inglese successiva alla rivoluzione del 1688:

Spesso riteniamo caratteristici di noi e della nostra epoca le storture, le debolezze e i vizi che invece sono inerenti alla forma stessa delle nostre istituzioni e alla loro particolare azione sulla parte corrotta del cuore umano. Il ruolo che giocano le passioni egoistiche, la venalità, l’assenza di principi, la versatilità delle opinioni, la demoralizzazione e la corruzione quasi costante degli uomini politici in questa storia costituzionale d’Inghilterra è immenso. La potenza degli intrighi individuali, la piccolezza e particolare meschinità delle passioni creano infinite possibilità, in un’epoca di calma in cui gli eventi sono incapaci di produrre grandi sforzi e di mettere in luce grandi personalità. Se si penetra in questi dettagli, è difficile poi credere che, nel mezzo di queste miserie e di tutti questi vizi in qualche modo incoraggiati dal meccanismo delle libere istituzioni, la nazione possa intraprendere e realizzare le cose prodigiose che ha fatto nel mondo nel corso di questo secolo.

3) Quello che non si ha la forza di dire, o di confessare a se stessi, è che in realtà l’abdicazione temporanea della classe politica non sarebbe frutto di resipiscenza, ma della semplice paura di fronte all’aggressività della magistratura e di una pubblica opinione aizzata dalla grancassa dei media. Di fatto commissariata, al governo tecnico o “istituzionale” si aprirebbe la via per mettere in opera tutti i suoi virtuosi propositi. Hayek, ne “La Via della schiavitù”, a proposito dei compiti vasti e minuziosi – chimerici – che la filosofia statalista affida ai parlamenti delle democrazie novecentesche, scriveva che

L’incapacità delle assemblee democratiche nel realizzare quanto sembra un esplicito mandato del popolo produrrà un’inevitabile insoddisfazione nei confronti delle istituzioni democratiche. I parlamenti verranno considerati come «lavatoi» dove si fanno chiacchiere inutili, istituzioni incompetenti o incapaci di realizzare i compiti per i quali sono stati eletti. E così prende corpo la convinzione per cui, se dev’essere attuata una pianificazione efficace, la direzione dev’essere «tolta ai politici» e posta nelle mani di esperti funzionari stabili o autonomi organismi indipendenti.

Nell’articolo in questione non si fa cenno ad “esperti funzionari stabili” ma si parla pudicamente, mettendo le mani avanti, di “persone che senza autoproporsi siano disposte a dedicarsi temporaneamente alla vita politica e che non intendano restarvi.” Insomma, si spera nei Cincinnato, senza che peraltro si sia in guerra e col nemico alle porte. Beata ingenuità. Le soluzioni emergenziali che manomettono il normale funzionamento delle istituzioni tendono ad avere sempre riflessi duraturi. Culturali più ancora che politici in senso stretto. 4) Perché, per essere veramente efficiente, questo nobile consesso sarà costretto accentrare sempre più poteri. Infatti, ammesso, e non concesso, che i salvatori della patria (di conserva col presidente della repubblica Napolitano: questa la voglio proprio vedere!) trovino l’armonia necessaria per partorire epocali, impopolari e dolorose riforme, le dovrebbero poi far accettare non solo ad un parlamento spaurito, esautorato e controfirmaiolo, ma anche alla schiera innumerevole delle “parti sociali” (questa pure la voglio vedere!) e a quella piazza che li ha portati più o meno indirettamente al potere. E allora con tutta probabilità alla necessità di un “governo tecnico” verrebbe ad aggiungersi la necessità, nobilmente spiegata, di provvedimenti emergenziali per far fronte a problemi di ordine pubblico. 5) I risultati del risanamento economico avrebbero bisogno di ben più di due anni per farsi sentire tangibilmente nelle tasche di un popolo impaziente, impaziente perché non ha mai sentite “sue” queste riforme, nemmeno attraverso il filtro del parlamento. Un parlamento nuovo di zecca rischierebbe di mandare tutto a monte nel bel mezzo del cammino. E allora “nell’interesse del paese” ci sarebbe bisogno di una “proroga” di questa sorta di stato di eccezione. 6) La fiducia nella democrazia parlamentare crollerebbe ancora di più.

Inutile andare avanti a descrivere questo compunto avvitamento liberticida che tanto sembra piacere ai giornali dell’establishment nostrano. Le possibilità di un governo tecnico-istituzionale in carne ed ossa che faccia “riforme strutturali” sono pari a zero. Quelli che ora lo invocano al centro e alla sinistra dell’arco parlamentare sarebbero i primi a soffocare il raggio d’azione della nuova creatura. Il governo tecnico-istituzionale ideale è invece solo un sogno. Il brutto sogno di una notte di mezza estate. Una sconfitta etica prima ancora che intellettuale, come sempre succede quando i tempi si fanno duri.

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Quei poveri liberali tra sfascismo e tecnocrazia

L’articolo uscito qualche giorno fa sul Financial Times auspicante un governo di tecnocrati dimostra che non solo non c’è alcuna alternativa reale al governo Berlusconi, ma non c’è neanche quella ideale, se chi si picca di liberalismo in Europa ed in Italia può venire a patti con un disegno che mina alla base ogni fiducia popolare nella democrazia liberale. “Un governo tecnocratico di ampio respiro” è poi una contraddizione in termini, se fosse democratico: sorretto da un’ampia maggioranza, e da esso dipendente, sarebbe tre volte più immobilizzato di quello attuale da veti e corporativismi vari. Per essere efficiente, dovrebbe avere poteri eccezionali. Per averli, il parlamento dovrebbe abdicare ai suoi, sotto la spinta della piazza. Anche se poi per qualche strano miracolo questo comitato di salute pubblica si rivelasse efficiente ed “illuminato”, i risultati poggerebbero sulla sabbia. Resi possibili dal populismo, quello vero, ossia da un sentimento popolare esacerbato o esaltato fino all’irrazionalità da minoranze di militanti, dal populismo sarebbero spazzati via, quando al direttorio illuminato facesse seguito, lasciandoci in eredità l’onere dell’ennesima ricostruzione, un direttorio più in sintonia con gli umori di un popolo non più avvezzo alle pratiche della libertà. Sorprende, ma non troppo, che chi rimprovera al ministro dell’economia Tremonti la filosofia aridamente contabile che ispira una manovra senza qualità, si faccia poi sedurre da un’idea che a un livello più alto ma ben più pericoloso è anch’essa miope, riduttiva e utilitaristica: fascino fatale delle scorciatoie.

Se l’Italia vorrà uscire rinvigorita e rinsaldata dai suoi problemi di fondo, che non sono solo suoi ma in misura diversa di tutti i “vecchi” paesi occidentali, lo dovrà fare attraverso il corretto e normale funzionamento delle istituzioni, in primis del parlamento, altrimenti sarà solo un vittoria di Pirro, o una fatica di Sisifo. Se la classe politica è meschina non è solo perché non viene selezionata con metodi plausibili, o perché la politica attira fatalmente l’umanità peggiore, ma anche perché riflette la nostra mentalità, anche perché siamo stati abituati a chiedere meschinamente alla politica di occuparsi di tutto, di legiferare su tutto fin nei minimi particolari, e di farsi carico degli interessi particolari di tutti. Alla politica, invece di un quadro legislativo parco, chiaro, stabile, abbiamo chiesto anche noi, nel nostro piccolo, garanzie e sicurezze ad personam, dal posto di lavoro agli incentivi per il fotovoltaico. L’abbiamo fatto, magari, nel nome della società civile, nel momento stesso in cui la stavamo distruggendo, giacché ogni società veramente civile si fonda sulla fiducia, non su una diffidenza che porta infine alla presunzione di colpevolezza universale. E ai giudici. Abbiamo voluto dare tutto allo stato e alla sua “giustizia distributiva”: invece che quella venisse a noi, abbiamo dovuto anche noi, nel nostro piccolo, impegnarci in una corsa all’accaparramento, all’assalto alla diligenza, e abbiamo scoperto che la lotta per la vita in una società statalista è altrettanto dura che in una società liberale, con la differenza che è molto più degradante. E’ essa che crea le caste, e con le caste, alla fine della filiera, quando finiscono i denari, i fuori casta, i suoi “intoccabili”: i precari. Quando invece solo in una società dove, in umile conformità alla nostra condizione esistenziale, tutti sono precari, e dove lo stato si preoccupa solo di fare lo stato, ossia di costituire una rete di salvataggio per chi cade, nessuno si sente veramente precario, ed in ogni caso chi è in difficoltà prova un sentimento di emarginazione meno umiliante.

La medicina amara delle mitiche riforme si applica a questa ipertrofia e a questo spirito. Le altre “riforme”, quelle invocate dagli ostinati retori della macelleria sociale, al massimo potrebbero ambire ad una fragilissima spalmatura dei privilegi. Ma i conti non tornerebbero. Urlare in coro contro la “casta” vuol dire ubbidire ad un impulso cieco e autodistruttivo, non allo spirito critico. Che lo faccia pure il Corriere della Sera, senza vergognarsene, è un segno che la malattia è profonda e che c’è una fazione, un partito, un’altra casta bella buona, che si prepara a raccogliere le spoglie dopo il macello. Solo nei miserabili uomini politici del centrodestra resiste confusamente la coscienza di tutto questo. Solo nel centrodestra berlusconiano si sono alzate critiche pertinenti, alcune schiette, alcune fin troppo riguardose, sull’insufficienza della manovra. E’ un piccolo patrimonio che non va disperso e sul quale bisogna costruire, ben sapendo che i nodi sono arrivati al pettine. Non c’è, razionalmente, altra possibilità. La barchetta berlusconiana è passata di tempesta in tempesta, resistendo allo sfascismo e alle pulsioni antidemocratiche dei cultori della legalità. Mandarla a fondo significa andare a fondo con essa. In questo quadro l’aventino “liberale” di questi giorni è una solenne sciocchezza, ma è anche un segno dell’elitismo congenito, insofferente, intemperante, impaziente, senza umiltà, residualmente “giacobino”, del liberalismo italiano, incapace di provare un po’ di comprensione per le paure e l’imbecillità dell’uomo della strada. Che in politica abbia sempre preso zero è matematico.

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Bassezza e miseria della «cultura della legalità»

Che la nostra magistratura sia la più ambiziosa del mondo è cosa ormai di cui nessun essere ragionevole può dubitare. Di un colpo di classe come quello dell’altro ieri, per esempio, non si trova traccia nella storia, almeno dai tempi della repubblica romana, quella prima di Cristo, quando ogni tanto arrivava la resa dei conti per gli aruspici etruschi: i componenti della Commissione Grandi Rischi sono stati infatti rinviati a giudizio con l’accusa di omicidio plurimo colposo per non aver dato, due anni fa, l’allarme sull’incombente sisma che stava minacciando L’Aquila. In pratica per non aver previsto con precisione il dove, il come, il quando il terremoto avrebbe colpito: sennò come avrebbero potuto dire ad un ben determinato spicchio di popolazione quand’era il momento esatto di andar via? Giacché non sarebbe stato affatto democratico tener fuori di casa un mucchio di gente per mesi e mesi, e magari anni, in attesa di Godot; il quale prolungato procurato allarme, d’altra parte, sconvolgendo la vita di tante persone, non avrebbe potuto configurarsi col senno di poi che come un crimine contro l’umanità, nell’opinione della nostra stessa democraticissima e consapevole magistratura. Ma intanto consoliamoci col fatto che l’esecutore materiale di questo misfatto, il terremoto, ed i suoi complici, gli esperti sopramenzionati, sono stati inchiodati alle loro responsabilità. Per il terzo livello e il mandante, Dio, si vedranno i tempi e i modi, ma non pensino quei furfantelli di farla franca.

Questa farsa sta sullo sfondo di due tragedie: la prima, il terremoto; la seconda, quell’Italia che di questa farsa non ride, e anche quell’Italia che ne ride, ma ne spiega il motivo, con un riflesso illuministico da astratti educatori del popolo che di liberale non ha proprio un bel nulla, con la “mancanza di cultura scientifica” che ci flagella, come se il semplice buon senso dell’uomo che ragiona orgogliosamente con la propria testa non fosse sufficiente per orientarsi nella vicenda. L’Italia che oggi non ride ritiene naturale che la magistratura intervenga su tutto, che non lasci spazio all’imponderabile e all’errore. La “cultura della legalità”, fonte alla quale si abbevera, non è altro che il prodotto di un messianismo che nel novecento, in obbedienza ai tempi, fu soprattutto fascio-comunista. Il messianismo non dà luogo a nessuna politica, se con politica intendiamo “l’arte” per natura imperfetta “di governare la città”, dai livelli più alti a quelli più bassi della sua organizzazione, fino ai più elementari doveri del semplice cittadino, perché esso prevede solo l’intronizzazione delle perfette guide di una società perfetta: passati a miglior vita i paradisi fascio-comunisti, in questa sua ultima versione “legalitaria” solo ciò che è “giusto” può essere tollerato. E’ normale allora che la democrazia e la legge vengano a coincidere; e che ogni atto debba passare lo scrutinio dei giudici; e che ogni atto di ogni attività, anche lecita, debba venir classificato come giusto o ingiusto; e quindi dal punto di vista della legge positiva come lecito o illecito. Come può la “democrazia compiuta” permettere che vi siano dei buchi o delle falle in questo schema? Ma come può una “democrazia reale” anche solo vivere, e quale spazio ci può essere per le libertà civiche, se non c’è spazio per l’errore, l’imperfezione o la semplice impotenza?

E se anche sfuggiste al giudizio sulla bontà dei vostri atti, non potreste sfuggire al groviglio tropicale di regole che vi cresce attorno. I sofisti che adorano la democrazia e la giustizia saranno pronti a dirvi che loro non conculcano alcuna libertà e non impongono alcun credo, perché loro li rispettano tutti: ma state tranquilli, ai loro occhi penetranti prima o dopo peccherete nelle procedure, perché il loro catechismo è sterminato e sempre aggiornabile, e sarà come se aveste violato uno dei dieci comandamenti del loro Credo, il cui Dio però ha la brutta abitudine di giudicare hic et nunc. Il “populismo democratico” del quale vi accusano è propriamente il loro, visto che la “giustizia” è sempre stata la bandiera sventolata dai demagoghi, prima di metter mano alla mannaia. Per ora siete accusati solo di essere dei spregiatori delle regole, per quanta attenzione facciate a dove mettete i piedi. Perché per ora la “cultura della legalità” è solo un profilattico antidemocratico. Per questo trova tanti appoggi nei vecchi arnesi insulsi dell’establishment. Dovesse trionfare, farebbe piazza pulita, senza tante cerimonie, pure di loro.

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L’Italia come isterismo e rappresentazione

L’Italia è uno stagionatissimo paese di merda, governato da stagionatissimi pezzi di merda, in piena bancarotta morale: l’olezzo è ormai intollerabile. Non se ne può più. E perché allora quest’Italia non va in pensione? Questo è il tormentone che ci ronza negli orecchi al tempo di Berlusconi, dalla levataccia all’ora del bunga bunga. La cosa mi fa schiattare dal ridere. Mettetevi i tappi agli orecchi e capirete tutto. Ci vuole però una schiena diritta, una ben temprata forza morale: sono quelli i tappi.

Lo strano mostro è figlio dell’impotenza e della mancanza di politica, che è l’arte di governare la polis, di assicurare una convivenza pacifica all’umanità spesso debole, mediocre, e meschina che la compone. La polis, come la più primitiva delle società, nasce per l’individuo, non contro. L’individualista perfetto, su questa terra, non sarebbe padrone di se stesso; sarebbe schiavo della natura, quasi come un bestia ma senza la tranquillità di una bestia. Unirsi in clan per l’uomo è prima ancora una vitale necessità che una scelta. Ma poi, in obbedienza alla sua natura, l’uomo vuole vivere più comodo e più liberamente. Spezza le catene del clan, salta il fosso o il bosco che delimita un confine, si unisce ad altri uomini, a “stranieri”, la divisione del lavoro si fa più vasta ed efficace: l’uomo vive più comodo e più libero. Si formano la società, il diritto, la polis, lo stato, che dall’individuo e per l’individuo sono nate, prima che questo rapporto potesse pervertirsi. Ma restano realtà figlie della storia, contingenti, anche quanto durano secoli. Non sono chiese. Non predicano la virtù. E’ un comun sentire che non arriva alla fratellanza spirituale.

L’Italia che oggi si definisce democratica e repubblicana fu quella che accettò con riserva la realtà democratica e repubblicana uscita dal secondo conflitto mondiale. Come poteva quella grande fazione che si alimentava del sogno della perfetta società comunista, radicatissima là dove più radicato fu nel ventennio il regime fascista, accettare il paese e la sua umanità per quello che era, presupposto di ogni attività politica, e non di aspettative messianiche? Il veleno di questa riserva mentale fece sì che l’Italia venisse rappresentata come un paese mezzo sovrano, mezzo democratico, mezzo civile, mezzo criminale, ed insomma, in barba alla forma istituzionale democratica e liberale, un paese mezzo fascista. In attesa di una sua “compiutezza”. Un paese da defascistizzare. Fateci caso: oggi, dopo aver data per scontata la caduta di Berlusconi, i profeti dell’odio e gli ingenui già parlano di un paese da deberlusconizzare. Questa forma mentis ha lavorato sistematicamente alla demolizione di ogni comun sentire. E’ stata una lotta di classe di tipo culturale, che dopo il crollo del comunismo ha svelato ancor più chiaramente la sua natura. Che permane anche nelle teste di quei zelantissimi liberali che col marxismo flirtarono in lungo ed in largo da giovanotti e che continuano ad impastare le loro pur giuste critiche con sentimenti autodistruttivi e con speranze, nel miglior caso ingenue, di palingenesi.

Tuttavia il paese ha resistito. Perfino quell’ostentata italianità, che qualche decennio fa sarebbe stata bollata come fascismo, oggi a sinistra, camuffando un cedimento, si alimenta di antiberlusconismo. Proprio perché è all’ultimo stadio questa rappresentazione ha oggi raggiunto lo stato visionario. L’Italia sembra un grandioso e grottesco capriccio goyesco, un mostro prodotto dal sonno della ragione e dall’isterismo, che proietta un’ombra tanto più grande e minacciosa quanto più gassosa è la sua consistenza. Questa rappresentazione non sta per imporsi definitivamente. Sta evaporando. Coi suoi lati comici: dal direttore dell’Avvenire che non va in piazza con le meglio femmine, ma idealmente ci va, al catastrofico esibizionismo kantiano di Eco al Palasharp, che rischia davvero di passare alla storia come l’ultima gag di questa tragicommedia.

La domanda fatta all’inizio va dunque riformulata: quand’è che, non questa Italia, ma questa sua rappresentazione va in pensione?

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