Stati di alterazione antimafiosa

E’ veramente un peccato che l’Italia antimafiosa (quella che prima era, soprattutto, antifascista) non abbia apprezzato a dovere il funerale dell’ottavo Re di Roma Vittorio Casamonica. Quel magnifico tiro di cavalli in ghingheri; quella carrozza barocca fino alla nausea; quella banda musicale che piangeva sulle note del Padrino con molto sentimento ma con evidente soddisfazione, quasi sorridendo tra le lacrime; quella marea di corone; quell’elicottero che lanciava petali di rosa, straordinario aggiornamento tecnologico di ancestrali e sempre vive pratiche indiane; e per ultimo quell’aristocratico pezzo di automobile chiamato Rolls Royce; tutti questi elementi andavano a rappresentare una versione magniloquente e un po’ megalomane di una liturgia funebre zingaresca: un pezzo di cultura, secondo la cultura dominante. E allora perché disprezzarlo? Forse per ignoranza? Ma ciò sarebbe comprensibile in un berlusconiano o in un leghista, non in chi fa parte dell’Italia plurale ed inclusiva, esperta ed appassionata di ethnos e di gender. Ci è parso inoltre scarsamente elegante e pochissimo democratico scagliare con leggerezza l’anatema antimafioso contro questa famiglia potente e facoltosa di etnia Sinti, sospettata di malaffare di piccolo cabotaggio su vasta scala più che di attività criminale in grande scala, quasi che, come per un Salvini qualsiasi, zingaro fosse sinonimo di poco di buono.

Insomma, anche il politicamente corretto è andato a farsi friggere di fronte alla priorità delle priorità: rafforzare quella narrazione dell’Italia antropologicamente mafiosa e corrotta da ripulire dalla testa ai piedi che si sta sostituendo a quella un po’ ammuffita dell’Italia antropologicamente sempre corrotta ma in primo luogo fascista. Facendo leva sulla carica intimidatoria di quest’ultima la sinistra ha costruito le sue fortune, occupando passo dopo passo tutto l’occupabile durante i regimi democristiani, pentapartitici e berlusconiani. Facendo leva sulla prima la sinistra della sinistra spera ora di riuscire a replicare il misfatto. E così oggi tutto è mafia, perfino il bullismo a scuola, vedrete, grazie soprattutto all’indefessa predicazione dei sacerdoti dell’antimafia.

Pure il Vaticano, dopo qualche titubanza, si è adeguato allo spirito dei tempi e così l’Osservatore Romano ha tuonato fuori tempo massimo contro lo scandalo delle sontuose e pacchiane esequie del boss Sinti. D’altro canto una parte influente più che consistente del cattolicesimo italiano fa da tempo l’occhiolino al populismo giustizialista, giungendo ad usare perfino la figura di De Gasperi per servirne gli scopi, come ha fatto nei giorni scorsi l’ineffabile monsignor Galantino, contrapponendo la figura integerrima (fino alla caricatura, a dire il vero) dello statista trentino all’odierno serraglio di cooptati e furbi che popolerebbe il nostro parlamento, finendo però per incappare in una significativa contraddizione. Infatti, rievocando le vicende della legge truffa, il disinvolto Galantino scrive: «Quando nel 1953, preoccupato degli scricchiolii della propria maggioranza, propose una nuova legge elettorale maggioritaria, contro cui si scatenò una pesante campagna denigratoria, il suo premio di maggioranza sarebbe comunque scattato solo se la coalizione avesse raggiunto la maggioranza dei voti, il 50%!» Ma Galantino omette di dire che la campagna denigratoria che affondò la benedetta legge truffa fu portata avanti soprattutto da quel Pci che di De Gasperi e della Dc pensava esattamente quello che oggi il sedicente neo-degasperiano Galantino pensa dei politici attuali. Durante la campagna elettorale del 1953, per esempio, sui manifesti elettorali comunisti si potevano leggere slogan di questo tenore: «Allontaniamo dalla greppia profittatori democristiani e gerarchi fascisti»; «La Forchettoni Associated Films presenta: “L’ultima truffa”, distribuito dalla Premiocrazia Grattiana, diretto da Aspide de Capperi»; oppure, con l’originalità dei falsi moralizzatori di sempre, «Per l’onestà contro la corruzione vota comunista», in un manifesto raffigurante i forchettoni De Gasperi, Gonella e Scelba, tovagliolo al collo, rispettivamente con una forchetta, un cucchiaio e un coltello in spalla, in trepida attesa del magna-magna.

Ho sempre pensato che il soffocante antifascismo militante che avvelena l’Italia da 70 anni non sia dovuto solo a ragioni di opportunismo, ma serva anche a tacitare sensi di colpa e a mimetizzare una segreta fascinazione per il fascismo. Lo stesso fenomeno avviene ora con l’antimafia militante. La compulsiva, traboccante ed infine mortalmente noiosa mediatizzazione (anche artistica) di fascismo e mafia è sostanzialmente figlia della stessa ambigua pseudo-cultura che nutre l’antifascismo e l’antimafia militante: fascismo e mafia vengono sottratti alla storia per venire imposti come eterne categorie dello spirito, sennò il baraccone s’affloscia, e le carriere si bloccano. E grazie a questi incoscienti, intanto, ci facciamo disprezzare dagli stranieri. Per due motivi: perché ci dipingiamo come una stirpe antropologicamente fascista e mafiosa; e per la ridicola e servile mancanza di amor proprio che dimostriamo.

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Ombre siciliane

Sembrerebbe quasi che la mafia siciliana sia andata in coma. Non se ne sente più parlare, l’avete notato? Parlo di mafia in senso stretto, s’intende, non del barocco corollario dell’antimafia, perché quest’ultima ha ormai da qualche anno letteralmente soppiantata la cara e vecchia mafia d’un tempo nell’accaparrarsi l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica. Sembrerebbe anche che nel rubare la scena alla mafia l’antimafia ne abbia acquisito certi spiacevoli tratti distintivi. Questo suo straripare, infatti, è stato dal punto di vista dell’affabulazione giornalistica fecondo come quello del Nilo per le aride distese del basso Egitto: oscuri intrighi, misteri, derivazioni, deviazioni, diramazioni, avvertimenti, gerghi stravaganti, parole d’ordine ossessive, gustosi personaggi in cerca d’autore, lotte sotterranee fra cosche antimafiose, mappe occulte del potere, rapporti col terzo livello, regolamenti di conti. Insomma, tutto quello sfondo pittoresco che la mafia non sembrava più in grado di offrirci a parziale risarcimento delle proprie scelleratezze, adesso ce lo regala lo spettacolo spassoso dell’antimafia. In un certo senso, almeno quello estetico, si può dire che l’antimafia è diventata la nuova frontiera della mafia, un po’ come l’antifascismo lo è stato per il fascismo.

Questo quadro paradossale potrebbe replicarsi nella parte continentale dello Stivale nella sciagurata eventualità che la cosiddetta cultura della legalità dovesse trionfare definitivamente in Italia. Tre decenni e mezzo di questione morale, che fu la maniera cinica e immorale con la quale il marxismo sconfitto avvelenò i pozzi della politica italiana, hanno distrutto perfino il concetto stesso di una ben circoscritta autonomia della politica. Spaventa pensare che un’intera generazione di italiani sia stata costretta a vivere la politica se non come lotta tra onesti e disonesti, e forse ora non sappia nemmeno immaginare qualcosa di diverso da questo squallido schema.

Oggi sono proprio gli eredi del partito della questione morale a sentire sul collo il fiato dei fanatici che hanno tirati su nel culto caricaturale della legalità. Questi ultimi giustificano l’incontrollato protagonismo della magistratura col fatto che essa sarebbe stata costretta ad un ruolo di supplenza democratica a causa delle deficienze della politica. Ma se la politica si riduce a lotta fra onesti e disonesti, così come vuole la rozza filosofia giacobina che si è cercato d’imporre agli italiani con la complicità vile e colpevole della grande stampa, semplicemente annulla se stessa annullando il suo campo d’azione. E se per converso la politica cercasse di riprendersi le proprie prerogative sarebbe immediatamente accusata di autoritarismo e complicità col malaffare. Oggi che la sinistra è al governo, in quella grande sinistra che oltre ai democratici comprende idealmente grillini, vendoliani e altra minutaglia, la questione morale viene agitata periodicamente come un manganello sopra la testa di chi vorrebbe uscire da questa logica imbecille. Ma lo scontro tra questione morale e politica è nelle cose. E non potrà essere rimandato all’infinito. Altrimenti gli scenari siciliani di lotta per bande tra i trionfanti campioni della legalità diventeranno sempre più plausibili.

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Il paese mafioso della legalità

Strano fenomeno: in nessun paese del mondo la retorica della legalità – da decenni ormai – ha tanto successo come in Italia, e viene fatta propria da istituzioni, partiti, associazioni, enti, media, da tutti gli strati della società; allo stesso tempo, però, in nessun paese del mondo è tanto diffusa la sensazione che le mafie – suggestivamente al plurale – si stiano infiltrando sempre più estesamente dentro gli strati tutti di questa società. Altro strano fenomeno, ma parallelo: sono più di vent’anni che la nostra magistratura continua «a rivoltare l’Italia come un calzino per sradicare la corruzione dalla pubblica amministrazione»; eppure le radici della corruzione sembrano ricrescere più forti e tenaci che mai ogniqualvolta vengano strappate. Ci si aggira in una cacofonia plumbea; la mole immensa e farraginosa dei materiali processuali più che avvicinarci alla verità sembra addensare ogni giorno nuove ombre anche su quello che pareva accertato; e si ha come l’impressione di vivere in un paese di invasati, incapace di guardare con equilibrio dentro se stesso.

Ciò è dovuto a due ragioni, strettamente collegate fra loro. La prima è che il partito della legalità è tutt’altro che innocente; non nasce da disinteressato civismo, ma da interessi politici, o da motivazioni ideologiche. La seconda è che proprio quella magistratura che ostenta maggior protagonismo nella lotta ai fenomeni corruttivi, non solo non costituisce un esempio d’indipendenza, ma al contrario si muove su solchi già tracciati da qualcun altro. Dagli anni settanta in poi tutte le grandi inchieste giudiziarie sulla corruzione sono state precedute dall’attività febbrile della propaganda politica e delle inchieste giornalistiche, e dalla pubblicazione di libri. Tutto questo incessante lavorio, basato in genere su mezze verità, cioè su mezze menzogne, arbitrariamente messe insieme, è servito per scrivere in anticipo i vari capitoletti della storia dell’Italia repubblicana secondo il verbo dei seguaci della questione morale; sorta di messianismo politico la cui tesi di fondo è che l’Italia è un paese antropologicamente criminale e cripto-fascista fatto salvo un resto di buoni, di onesti e di democratici, destinato un giorno a guidare un paese purificato e rigenerato.

La magistratura entra sempre in azione dopo che ogni capitoletto di questa storia di regime sotto false spoglie democratiche si sedimenta per benino, ancorché infarcito di bubbole spaziali o di galattiche esagerazioni, nel cervello del popolo: non prima, perché sennò il rischio di cadere nel ridicolo agli occhi dell’opinione pubblica è troppo forte. Il compito della magistratura ha perciò qualcosa di sacerdotale, come ben si addice allo spirito settario: è quello di sacralizzare con le sentenze le superstizioni dogmatiche dei cultori della legalità.

Dove possono finire la misura, il discernimento, l’esatta valutazione della natura, della gravità e della vastità dei fenomeni corruttivi in tale contesto, se non nel novero delle cose inutili e fors’anche sospettabili di connivenza? E come può un paese fare un vero esame di coscienza, capire con chiarezza quali sono i suoi problemi, il suo posto e i suoi interessi nel mondo, se è costretto da queste legioni di guardiani della rivoluzione ad essere continuamente sospeso tra l’autoflagellazione e la voglia di ghigliottina?

Ecco perché, allora, la vera battaglia che attende chi ha ancora la testa sulle spalle, chi ha ancora conservati intatti la propria indipendenza di giudizio e perfino il proprio senso dell’umorismo, è quella contro l’isteria generalizzata di un paese che in questa agitazione farsesca e cieca sta perdendo ormai anche il puro e semplice istinto di autoconservazione.

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La mafia non c’è più

La mafia, al singolare, è sparita dai nostri discorsi. Oggi in pubblico tutti parlano di mafia rigorosamente al plurale: di mafie, cioè. Questo vezzo fino a qualche tempo fa era prerogativa di giornalisti, intellettuali e politici. Ora è pressoché d’obbligo nei discorsi ufficiali. Lo strano fenomeno lessicale merita un approfondimento. E’ ben vero che di manifestazioni di tipo mafioso ce ne sono varie, ciascuna ben caratterizzata e storicamente individuata. E’ anche vero, però, che gli italiani l’hanno sempre saputo senza sentirsi per questo in dovere di fare i pedanti. Infatti la plebe – gente è un termine abusato, dolciastro e anche ruffiano, che cerco di evitare col massimo scrupolo – la plebe, dicevo, nel linguaggio di tutti i giorni tende sempre a preferire le denominazioni semplici piuttosto che quelle articolate, quelle generiche (purché non astratte) piuttosto che quelle specifiche.

Il fenomeno è quindi indotto, non naturale. Le mafie cominciarono ad abbondare in maniera sospetta nella bocca dei fanatici della grande setta dell’Antimafia lustri or sono. Suonava artificioso anche allora, ma al poco malizioso gonzo poteva sembrare ancora il frutto genuino di una maggiore consapevolezza in chi da mane a sera si confrontava, in un modo o nell’altro, colla piovra dai mille tentacoli. Poi però divenne un segno distintivo di tutti gli antimafiosi doc, specialmente di quelli più chiacchieroni e piazzaioli. E allora l’umanità non affetta da gonzaggine capì che si voleva inoculare nel corpo dell’opinione pubblica una nuova parola d’ordine. Dietro la sua aria innocente l’espressione le mafie nasconde infatti un micidiale potere allusivo. Il messaggio subliminale che tale paroletta veicola al gonzo e al militante è pressappoco questo:

«Di mafie ce ne sono molte, e non ci riferiamo solamente alle caratterizzazioni regionali del crimine organizzato; ma anche alle consorterie che si annidano nel tessuto economico della società e nei gangli del potere politico, le quali, a loro volta, con le mafie vere e proprie sono spesso in rapporti più o meno sotterranei; e ci riferiamo, infine, anche a tutta quella realtà liquida di fiancheggiatori, faccendieri e clientes che in qualche modo partecipano, volenti o nolenti, all’attività corruttiva delle cricche piccole e grandi, del primo, secondo, terzo, quarto, quinto, sesto e settimo livello. In generale possiamo perciò dire che la mafiosità non denota solo la partecipazione a una qualche attività mafiosa o para-mafiosa, ma anche una condizione antropologica o categoria dello spirito che caratterizza il singolo cittadino, e divide la società civile dalla società incivile. Ne consegue che chi parla di mafia al singolare già dimostra una preoccupante predisposizione al delitto contro lo spirito repubblicano.»

Il militante capisce tutto questo al volo e si adegua con entusiasmo alla nuova parola d’ordine; al contrario il gonzo nella sua stranita perplessità si limita ad avvertire oscuramente una vaga minaccia: nulla comprende tranne il fatto che è meglio allinearsi. Ma intanto un linguaggio nuovo s’impone ed imporre un linguaggio significa già imporre una verità ed esercitare un potere, come ben sanno gli artefici del politicamente corretto. Solo che qui l’atmosfera è oltremodo plumbea e i metodi sono un po’ quelli mafiosi del figlio prediletto del Fascismo, l’Antifascismo, di cui l’Antimafia in fondo è un aggiornamento. Non c’è alcun dubbio, infatti, che i seguaci dell’Antimafia si sentano come dei nuovi partigiani; per i quali partigiani il fascismo, inteso come manifestazione morale, è per sua natura eterno: ne deriva così che anche la mafiosità è eterna. Tutto ciò dà al fenomeno dell’Antimafia una connotazione messianica.

Non stupisce allora che l’Antimafia a volte assuma le caratteristiche di quel fanatismo religioso-politico che fu proprio dei movimenti ereticali medioevali. E’ una mobilitazione permanente contro un Male che tutto compenetra. E’ una carovana di puri che gira in lungo e in largo per lo Stivale ad ammonire e a pronosticare flagelli inenarrabili se gli italiani non estirperanno la mafiosità dal loro cuore. E’ un’armata di associazioni che si batte contro un esercito di diavoli: le mafie, appunto. In una parola, è il donciottismo.

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Totò ‘u juke-box

Continua l’ignobile sceneggiata che vede protagonisti Totò Riina e il suo compagno d’ora d’aria nel carcere di Opera, che gli fa egregiamente da spalla. Sarebbero addirittura 1.300 le pagine riempite dalle trascrizioni delle confidenze del boss al suo collega di galera, frutto di intercettazioni eseguite dalla Direzione investigativa antimafia tra agosto e novembre 2013. Sapendo benissimo di essere intercettato, il boss dimostra una gran voglia di parlare e di tornare protagonista. Trovo però che sarebbe stato più corretto dargli direttamente in mano un microfono, invece che allestire questa ridicola messinscena. Una parte sceltissima di queste chiacchierate viene adesso pubblicata – a quasi un anno di distanza e a cadenza quasi quotidiana – da “La Repubblica”. Bastano e avanzano questi particolari per qualificare la serietà di tutta l’operazione. Ogni giorno porta la sua “rivelazione”: qualche giorno fa erano i 250 milioni (di lire, spero…) che Berlusconi versava negli anni ottanta alla mafia; l’altro giorno le minacce a Don Ciotti; ieri la cassaforte di Dalla Chiesa svuotata; oggi chissà… La verità è, invece, che Riina non ha più nulla da dire; e che anche se con le sue “rivelazioni” non può negoziare alcun sostanziale miglioramento della sua sorte carceraria, tuttavia avere un pubblico gli dà la possibilità di sentirsi ancora qualcuno, di sentirsi ancora vivo. Ed è per questo che, come spesso succede anche ai pentiti, spara senza troppo discernimento e con qualche goffaggine paroline e allusioni che possano titillare gli orecchi giusti, che possano avere la giusta risonanza là dove conta: nelle casematte dell’Italia della legalità, anch’esse affamate di protagonismo.

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La mafia ci ha annoiato a morte

Il primo film italiano proiettato qualche giorno fa alla Mostra di Venezia parlava di mafia (che palle…). Si trattava di “Anime nere”, film in concorso di Francesco Munzi. Le cronache parlano di una standing ovation e di tredici minuti di applausi. Dieci minuti di applausi hanno invece nel frattempo accolta la proiezione di un secondo film italiano, non in concorso; o forse in concorso in una sezione minore (controllate voi, se v’interessa). E’ l’opera, dalla lunghissima gestazione, di Franco Maresco intitolata “Belluscone. Una storia siciliana”: Belluscone sta per Berlusconi (ovvio, ma che palle), e una storia siciliana è sempre un po’ una pallosa storia mafiosa, anche perché sembra che proprio ai siciliani piaccia così: e se tale storia è mostruosamente caricaturale, la qual cosa puzza sempre di morte, sembra che piaccia loro ancor di più. Non ci resta dunque che vedere quanti minuti di applausi accoglieranno tra qualche giorno a Venezia “Latrattativa” (tutto attaccato), il film di Sabina Guzzanti su quella trattativa stato-mafia (dio santo che palle!) sulla quale si scrive da lustri per la delizia del popolo della legalità (il più tetragono del mondo).

Intanto in Sicilia infuria una polemica a riguardo del premio letterario “Leonardo Sciascia – Racalmare”. Tre libri che parlano di mafia (aiuto!) sono stati selezionati per la finale. Ma uno di questi tre libri non è altro che l’autobiografia, scritta in collaborazione con un giornalista, di un mafioso condannato per diversi omicidi. La cosa ha fatto scandalo e un giurato si è già dimesso per protesta. Forse però il fatto che la mafia abbia scoperto il business dell’antimafia è di buon augurio: forse è una chiusura del cerchio, forse è un segno fatale, forse è il preannuncio della fine, come lo fu la nomina al soglio imperiale di Romolo Augustulo per la storia di Roma, milleduecento anni dopo che Romolo ne tracciò il pomerio. Non ne possiamo più, infatti, non solo della Mafia, della ‘Ndrangheta, della Camorra, della Sacra Corona Unita; ma anche dell’Antimafia; dei gomorristi; dei libri sulla mafia; dei film sulla mafia; delle fiction sulla mafia; e di tutta questa strana e sospetta fascinazione per un mondo di deficienti la cui ultima colpa è di averci pure annoiato a morte.

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La “trattativa”: ecco il film (di regime)

Il fenomeno “trattativa” ha trovato finalmente la sua giusta destinazione: il cinema. Due anni e mezzo fa scrivevo: «Alzi la mano chi ci ha capito qualcosa. Certi nostri magistrati antimafia sono come le Sibille Cumane e le Pizie del mondo antico: alludono, adombrano, suggeriscono, insinuano, evocano con ieratica gravità. E’ tutto fumo, ma col peso specifico delle certezze metafisiche. Essi infatti officiano un culto misterico sui misteri di stato che è la seconda religione del nostro paese dopo il cristianesimo di confessione cattolica. Essendo misteriosa è una fede che non ha paura di contraddirsi, perché sotto un mistero c’è sempre un altro provvidenziale mistero.» Mi chiedo come mai si sia lasciato passare tanto tempo: non è forse questa sbobba materia eccellente per un certo tipo di creazione artistica tutta italiana e di nessuna vera ambizione che coniuga il genere fantasy e l’impegno civile? che è perfettamente e noiosamente allineata alla cultura dominante e che tuttavia passa per rivoluzionaria e coraggiosa? che vuole essere di denuncia e che tuttavia trova tutte le porte aperte? E infatti “La trattativa”, il nuovo (prevedibilissimo) film di Sabina Guzzanti sarà presentato fuori concorso alla prossima mostra del Cinema di Venezia. Il film naturalmente sarà come un rito per i babbei della società civile: ne verranno fuori riconfermati nella loro superstizione, tanto più facilmente in quanto avranno la netta sensazione di non disturbare nessuno e anzi di compiacere i potenti guru dell’opinione pubblica.

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La pochade mediatico-giudiziaria

Dovrebbe essere una cosa tremendamente seria, ma dopo tanti anni di stato di polizia a bassa intensità si ha quasi l’impressione che il circuito mediatico-giudiziario cominci a far ridere. Come una pochade, appunto. Gli schemi sono saltati tutti, quasi fossimo alla fine di una partita di calcio spossante e decisiva, e di salvare le apparenze ormai non si preoccupa più nessuno. Così ieri, puntuali come il sole all’alba, dopo la notte rappresentata dalla disfatta del processo Ruby, sono spuntate nuove eclatanti rivelazioni riguardanti il Mistero Occulto della Trattativa Stato-Mafia. Prima la registrazione di una conversazione tra Emilio Fede e il suo “personal trainer”, carpita di nascosto da quest’ultimo: un coacervo di frasi smozzicate di difficile comprensione, ma perfetto per lo stile allusivo dei professionisti della possente macchina del fango dei fanatici della Costituzione. E poi una nuova puntata dei “Dialoghi dal carcere” di Totò Riina, una soap-opera che va avanti da anni e che ha per protagonisti l’ex boss mafioso e un collega galeotto. I casi sono due: o Totò Riina è così rimbambito da non sospettare nemmeno di essere intercettato; oppure lo sa benissimo e in preda a manie di protagonismo chiacchiera a vanvera dicendo quello che sa e quello che non sa. Le puntate di questa soap-opera escono irregolarmente sui giornali, e sono per lo più dei brani scelti, un florilegio di solenni smargiassate (o minchiate, per dirla con Totò) sempre in straordinaria sintonia coi momenti caldi dell’attualità politico-giudiziaria. L’ultimo capitolo pubblicato è di ieri: Riina racconta con le sue parole di come Borsellino fosse intercettato dalla mafia e di come fosse stato lo stesso magistrato ad azionare inconsapevolmente il congegno esplosivo che l’avrebbe ucciso. Ed è uscito ieri anche perché l’altro ieri (o quasi) era l’anniversario della morte di Borsellino, quest’anno valorosamente animato dalla piazzata sanculotto-cospirazionista del pm antimafia Di Matteo, nuovo grande sacerdote del Culto fondato sul dogma della Trattativa.

Ridere di tutto questo è ormai un dovere civico.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (152)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

GUGLIELMO EPIFANI & GIUSEPPE FIORONI 11/11/2013 Annuncia, il segretario dei democratici, che «tra febbraio e marzo avremo l’onore di organizzare a Roma, per la prima volta, il congresso del Pse». Rimarca, il democratico Guglielmo, che ciò costituisce «un segno di appartenenza che dice quali sono le nostre radici e i nostri legami». Non chiarisce affatto, però, il leader pro-tempore del Partito Democratico, perché faccia tanto bene al cuore rivendicare certe radici e certi legami col glorioso socialismo, se poi ci si vergogna di inserirlo nella denominazione ufficiale del partito. Il suo compagno di partito, il democratico Giuseppe Fioroni, giudica invece l’organizzazione del congresso «un blitz pericoloso e grave», «un atto grave che muta geneticamente il Pd». Sottolinea, il democratico Giuseppe, che con ciò non soltanto «viene meno l’atto fondativo del Pd» che escludeva l’adesione al Pse, ma anche «lo scioglimento della Margherita è annullato di fatto». Non spiega, però, questo ex-democristiano di lungo corso, come mai un bel giorno quelli come lui si siano messi in testa d’intrupparsi nel partitone degli ex-comunisti, se poi in cuor loro non volevano seguirne la naturale evoluzione. In fondo questa bella coppia di reticenti rappresenta il nodo irrisolto della tragicomica politica italiana: gente incapace di essere politicamente progressista senza piegarsi al giacobinismo, e gente incapace di essere politicamente conservatrice per paura di passare per fascista.

FLAVIO TOSI 12/11/2013 Non si sa quando esattamente il sindaco di Verona cominciò a pensare in grande. Fatto sta che da quel momento non perse occasione di distinguersi per compitezza dai vecchi commilitoni leghisti. La grande stampa, che prima lo considerava non molto più civile dell’abominevole uomo delle nevi, prese allora a lusingarlo spietatamente. E Tosi credette ancor di più ad un grande destino, il suo, che si profilava in lontananza, circonfuso di luce, sulle ceneri del berlusconismo. Di questa avanzata trionfale la conquista del trono della Lega Nord, universalmente vaticinato, era solo un dettaglio. Ieri Tosi ha comunicato ufficialmente la sua decisione di non candidarsi alla segretaria del partito. Aveva capito da tempo che non era il caso. Perciò nei giorni scorsi si era detto magnanimamente disponibile a correre per la segreteria per favorire una «candidatura unitaria», dal cui venir meno si sentirà perfettamente legittimato a mettersi in proprio e tentare l’impresa gloriosa di diventare il primo leghista a fare la fine di Fini.

EMANUELA CORDA 13/11/2013 No, non la bastono per aver richiamato alla memoria la figura di quel «giovane marocchino che si suicidò per portare a termine quella strage» di cui «fu vittima, oltre che carnefice». In fondo ce lo meritiamo, col nostro eterno malvezzo di non chiamare le cose col loro nome. L’Operazione Antica Babilonia non fu una filantropica e caramellosa «missione di pace», ma un rischioso intervento di «peacekeeping» in un teatro di guerra ancora fumigante. I militari che persero la vita nella strage di Nassiriya non furono «eroi», ma soldati vittime di un attacco terroristico, proditorio ma non del tutto imprevedibile. Se non avessimo adulterato, imbellettato, il significato dell’operazione, quasi ce ne vergognassimo, avremmo anche accettato la tragedia con più serietà e meno teatro. Invece questa colpevole reticenza serve solo a spianare la strada alla mistificazione, che nel caso dell’intervento alla Camera della deputata Corda ha toccato il suo vero vertice in queste altre parole: «Da una parte e dall’altra, infatti, vi erano delle vittime, e i responsabili politici e morali, i mandanti di quella strage non sono mai stati puniti». Ho sempre pensato che il grillino tipo fosse la caricatura oltranzista del babbeo della società civile più conformista e meglio indottrinata. Tra i punti fermi della sua esistenza la mistica dei mandanti, rigorosamente occulti: «Nassiriya strage di stato», è solo dietro l’angolo.

NICOLA GRATTERI 14/11/2013 Il procuratore aggiunto di Reggio Calabria è uno dei tanti fenomeni che la nostra magistratura offre senza soluzione di continuità al nostro disastrato paese. Uomo di punta della Direzione Distrettuale Antimafia, evangelizzatore instancabile del verbo antimafioso presso le scuole, in pubblici convegni e in televisione, pluripremiato, componente della Task Force contro la criminalità istituita dal governo Letta, Gratteri è già autore o coautore di una decina di libri: tutti sulla mafia, l’Alfa e l’Omega, ancorché in negativo, della sua concezione del mondo. L’ultima sua opera, “Acqua santissima”, scritta ancora una volta insieme ad Antonio Nicaso, è incentrata sul malsano rapporto tra la Chiesa e i devotissimi, a loro modo, mafiosi. Ma per fortuna qualcosa sta cambiando. Il Papa Poverello sta rivoluzionando la Chiesa. «Papa Bergoglio», dice Gratteri, «sta smontando centri di potere economico in Vaticano. Se i boss potessero fargli uno sgambetto non esiterebbero.» «Non so se la criminalità organizzata sia nella condizione di fare qualcosa», conclude Gratteri, «ma di certo ci sta riflettendo.» La mia schietta opinione è questa: i casi sono due: 1) o il procuratore ha bisogno di una vacanza; 2) oppure nella prodigiosa grandiosità attribuita al sistema mafioso il suo ego di riflesso trova una profonda soddisfazione.

IL CREDIT SUISSE 15/11/2013 La banca svizzera corre dietro alle mode e crea il Lgbt Equality Index, un indice borsistico composto di sole società «altamente performanti» e di specchiata reputazione in materia di diritti Lgbt. Gestori patrimoniali, anch’essi al passo coi tempi, saranno a disposizione del pubblico socialmente consapevole che abbia voglia d’investire denari in prodotti finanziari all’avanguardia e ad alto valore etico aggiunto. Per la banca si tratta di una «recentissima conquista verso l’uguaglianza delle persone LGBT». Io aggiungerei: se avrà successo. Se sarà un fiasco prevedo che l’illustre istituto di credito perverrà alla sofferta conclusione che «l’iniziativa, come sottolineato da più parti, pur nelle buone intenzioni sconta un vizio di fondo, dovuto alla sua natura intrinsecamente discriminatoria, non inclusiva, non universalista, tale da ingenerare l’idea nefasta di una riserva indiana finanziaria, e perciò deve ritenersi conclusa».

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (151)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

IL CALCIOMERCATO 04/11/2013 Vanno male i rossoneri e i tifosi rossoneri non sanno fare altro che biasimare la dirigenza rossonera per il cattivo mercato estivo. Con ciò dimostrano di non essere migliori dei bersagli delle loro critiche. Il calciomercato rompe i coglioni tutto l’anno annoiando a morte chi ha ancora, come me, la testa sulle spalle e ogni tanto parlerebbe volentieri anche di «calcio». Il calciomercato è diventato da qualche tempo la spiegazione – a posteriori, s’intende – di tutto, dei successi e delle sconfitte, delle annate buone e di quelle cattive. Al trionfo di questa sorta di disturbo mentale di massa hanno contribuito tutti: le società fissate coi top player, i giornali sportivi gossippari, le tifoserie viziate. A dispetto del nome le presunte proprietà taumaturgiche del calciomercato stanno al calcio come quelle dell’interventismo statale stanno alla politica economica. I pezzi grossi le promettono, il popolo le invoca, i giornali le celebrano. E le dure repliche della storia non riescono a scuotere minimamente questa fede. Solo il calciomercato può riparare ai guasti del calciomercato. Teste di rapa.

ROMANO PRODI 05/11/2013 «Non è stupido che ci siano i parametri come punto di riferimento. È stupido che si lascino immutati 20 anni. Il 3% di deficit/Pil ha senso in certi momenti, in altri sarebbe giusto lo zero, in altri il 4 o il 5%. Un accordo presuppone una politica che lo gestisca e la politica non si fa con le tabelline.» In una cosa Romano non è mai cambiato: il suo modo felpato di accodarsi alle stupidate alla moda con l’aria sofferta ma composta dello stoico che le dice da una vita nell’indifferenza generale. Che abbia detto una stupidata non ci piove: un parametro in continua oscillazione da gestire con accortezza è un non senso. Nel caso in questione è come dire che non si tratta di un parametro sul quale si possa incardinare una politica economica, ma di una grandezza variabile giudicabile solo alla luce di altre variabili grandezze, e tuttavia di voler considerarlo ancora un parametro; è come confessare di avere fatto una scelta arbitraria e di volerci rimediare con delle scelte dettate da un arbitrio più duttile; è come continuare a pretendere con protervia di essere in grado di dirigere con successo l’economia determinandone preventivamente i numeri.

IVANO DIONIGI 06/11/2013 Profondamente indignato dalla politica di tagli alle università che anche questo governo dimostra di voler attuare, e soprattutto dalla bocciatura dell’emendamento alla manovra che prevedeva uno stanziamento di 41 milioni di euro per gli atenei virtuosi, il rettore dell’Università di Bologna lunedì ha fatto recapitare una letterina a tutti i docenti dell’ateneo. Scrive l’augusto rettore: «Vi invito domani [ieri, martedì 5 novembre, NdZ] a dedicare cinque minuti della vostra lezione (eventualmente dando lettura anche di questo messaggio), nei quali condividere con gli studenti e stigmatizzare sia il sottofinanziamento cronico degli atenei, sia in particolare questo ennesimo affossamento del principio del merito.» Frase che si potrebbe più schiettamente riformulare così: «Vi invito domani a condividere tutti, docenti e studenti, questa mia riflessione che certo non potete non condividere.» I moltissimi – non dubito – docenti “condividenti” si saranno scocciati tuttavia non poco di mettersi sull’attenti e trasmettere alla truppa il pensiero del magnifico rettore. I pochi in cuor loro dissenzienti, invece, hanno meritato tutta la nostra compassione.

BUITONI 07/11/2013 Quando Guido Barilla – allora era ancora un uomo – rivendicando con fanciullesca fierezza l’immagine tradizionalista di un’azienda famigliare ben decisa a tenere qualsiasi coppia gay a distanza di sicurezza da Casa Barilla, si offrì al plotone d’esecuzione della fanatica marmaglia progressista, la Buitoni ne approfittò per lanciare su Facebook il proprio inclusivo messaggio: “A casa Buitoni c’è posto per tutti”. Sappiamo tutti che da allora, quaranta giorni fa, Guido ha intrapreso un folgorante percorso spirituale che l’ha portato a penetrare tutti i misteri della religione gender. Mi pare al contrario che alla Buitoni abbiano fatto un passo indietro. Vedo infatti su internet un banner che recita: “Pasta Ripiena Buitoni – Carne bovina 100% italiana – La tradizione è servita, pronta da gustare”. Ciò si spiega col fatto che il gruppo Nestlé (proprietario del marchio Buitoni) recentemente è stato al centro di uno scandaletto provocato dalla scoperta di carne equina in alcuni prodotti di pasta fresca. E’ bastato questo per riportare in auge il tradizionalismo, ancorché nelle vesti dello sciovinismo culinario e del patriottismo economico: a Casa Buitoni, adesso, c’è posto solo per la carne italiana.

IL NUOVO PENTITO DELLA MINCHIA 08/11/2013 Anche se non sono ancora in grado di mettere insieme un solidissimo impianto accusatorio fatto di suggestive mezze verità, meglio ancora se depistanti, il mio personalissimo teorema sulla “trattativa” è questo: l’industria del pentitismo deviato ha lo scopo preciso di non venire a capo di nulla, ma di adombrare e di sottendere, di inquinare con le sue emissioni nocive la storia recente dell’Italia repubblicana, di tenere il paese sotto lo scacco della Strategia della Confusione. E’ per questo che ai pentiti di mafia, anche gli ex picciotti di quartiere, piace moltissimo contraddirsi fra di loro e dialogare con la giustizia sopra i massimi sistemi del mondo mafioso e politico. L’ultimo della serie è un tale Francesco Onorato che ci ha rivelato finalmente i nomi dei mandanti dell’assassinio del generale Dalla Chiesa nella tarda estate del 1982: Andreotti e Craxi, il Divo e il Cinghialone. Queste le sue parole: «I politici a Riina prima gli hanno fatto fare le cose, poi l’hanno mollato. Prima ci hanno fatto ammazzare Dalla Chiesa i signori Craxi e Andreotti che si sentivano il fiato addosso. Poi nel momento in cui l’opinione pubblica è scesa in piazza i politici si sono andati a nascondere.» Resta da capire perché i malfattori si sentissero il fiato addosso. Craxi nel 1982 era ancora un uomo abbastanza nuovo della politica. Da qualche anno era il leader di un Partito Socialista che si era scrollato di dosso ogni senso d’inferiorità nei confronti del Pci. Divenne Presidente del Consiglio nel 1983 dopo un buon successo elettorale del Psi, ma tra i laici alla guida del governo lo aveva preceduto perfino Spadolini del piccolo Partito Repubblicano. Non mi pare fosse mai stato ministro in precedenza. E con la Sicilia i suoi legami politici erano pressoché nulli. Ma ci sarebbe il caso Moro. Secondo altri bei tomi del pentitismo, infatti, Dalla Chiesa sarebbe stato a conoscenza di segreti inerenti al sequestro Moro molto pregiudizievoli per il buon nome del Divo, che avrebbe perciò spedito il generale a Palermo al solo scopo di sbarazzarsene. Si dà il caso però che durante il sequestro Moro Craxi fu uno dei pochi, causando anche qualche clamore, a non conformarsi alla linea della fermezza propugnata dalla Dc e dal Pci. E quindi in quel caso certo non agì in combutta con Belzebù. Debbo perciò pensare che anche Craxi fosse mafioso, se solo ne fossi in grado: non sono Superman.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (135)

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LA LEGA NORD 15/07/2013 In prospettiva l’unica opzione politicamente seria, costruttiva e vincente per il partito nordista era quella di diventare il braccio “bavarese” del PDL, una sorta di CSU italiana, limitata sostanzialmente al lombardo-veneto. I leghisti hanno avuto vent’anni di tempo per capirlo, ma non ce l’hanno fatta. Invece, da somarelli, e in fin dei conti anche da pecore, hanno passato il tempo a coltivare la loro “diversità” dal Berlusca, salvo fare comunella con lui quando le vacanze finivano, ossia in occasione delle elezioni politiche; e a coltivare la loro organizzazione sul mitico territorio del piffero, animati da una specie di eco-statalismo su scala regionale, neanche fossero il PCI delle regioni bianche e “conservatrici”; organizzazione che fino a due anni fa strappava qualche sommesso gridolino d’ammirazione perfino a sinistra, dove si vedeva volentieri in essa una specie di premonizione del crollo del partito di plastica berlusconiano, che naturalmente è rimasto bellamente in piedi, nonostante i bombardamenti, a differenza della Lega, che è crollata, nonostante le lusinghe. In preda ad una micidiale crisi d’identità, i leghisti superstiti ora sbandano paurosamente a sinistra e a destra, dividendosi tra gli opportunisti che flirtano timidamente col politicamente corretto, e quelli che sguazzano per disperazione in un reducismo da ubriachi o, se volete, da cavernicoli.

L’ITALIETTA ANTI-REVISIONISTA 16/07/2013 A Ferrara il Comune – a guida PD, naturalmente – l’Università e l’Istituto di storia contemporanea hanno istituito un premio per opere inedite di giovani studiosi dedicate alla “storia del giornalismo e della comunicazione pubblica”. Premio intitolato a Nello Quilici, “rilevante figura di intellettuale e giornalista, direttore a Ferrara del Corriere Padano”, nonché rilevante figura del fascismo locale, il quale negli anni dell’avvitamento razzista del fascismo fece in tempo a dare il suo virulento contributo scritto alla nobilissima causa antisemita. Come altri padreterni del futuro giornalismo repubblicano e democratico, peraltro. A strappare il velo della reticenza istituzionale sul passato di questa rilevante figura di intellettuale ha pensato Ranieri Varese, professore del Dipartimento di Scienze Storiche dell’Università di Ferrara, scrivendo al sindaco e al rettore dell’Università «per dichiarare, da cittadino, tutto il mio sconcerto e amarezza per una riproposizione che non poteva e non può, in questi termini, essere assunta». Non avendo ricevuto risposta, dopo un mese il docente si è rivolto ai giornali. Solo allora l’assessore alla Cultura del Comune ha spiegato che è in fase di preparazione una risposta ufficiale a Varese, nella quale sarà chiarita la genesi particolare del premio, cui diede impulso una donazione della famiglia Quilici, ribadendo in ogni caso che «il giudizio di Ranieri Varese è assolutamente condiviso e che non c’è nessuno tentativo revisionista o di attenuare le colpe storiche di Nello Quilici». Della figura dell’ex direttore del Corriere Padano non so assolutamente nulla. Magari in realtà era un galantuomo. Magari un fanatico della peggior risma. Il punto veramente interessante della vicenda è un altro: è l’universale rifiuto della politica e della cultura italiana di prendere atto di come i fantasmi fascisti del passato abbiano una netta tendenza a frequentare gli album di famiglia dell’Italia rossa, e di come siano proprio le roccaforti dell’antifascismo tutto d’un pezzo ad essere travagliate continuamente da questi piccoli drammi generazionali di massa, dopo aver rotto non poco i marroni, traendone profitto, all’Italia meno inquadrata e zelante, oggi come allora.

GLI AMICI DELL’AMICO DI SILVIO 17/07/2013  PROBLEMI DI DIRITTI UMANI? QUALI PROBLEMI? I POLITICI EUROPEI CHE FANNO DA SPALLA ALL’AUTOCRATE KAZAKO di Walter Mayr (da Spiegel On line International, 13 marzo 2013) 

Ci sono socialdemocratici europei che si lasciano manipolare dall’autocratico leader del Kazakistan. Non solo patrocinano la causa del regime all’estero, ma lo sostengono in una disputa di famiglia con il suo genero. E cospicue somme di denaro stanno a quanto pare passando di mano.

Per gli attivisti dei diritti umani, il presidente kazako Nursultan Nazarbayev è un despota fatto e finito. Ha costruito una “dittatura postmoderna”, dice la Human Rights Foundation con base a New York, “svaligiando le casse del paese di decine di miliardi di dollari per arricchirsi personalmente”. E secondo l’ultimo bollettino annuale di Amnesty International, Nazarbayev controlla un sistema nel quale la tortura è ancora impiegata. Per essere un tiranno, tuttavia, il signore del Kazakistan ha a sua disposizione alcuni insoliti avvocati: gli ex cancellieri tedesco e austriaco Gerhard Schröder e Alfred Gusenbauer, gli ex primi ministri britannico e italiano Tony Blair e Romano Prodi, così come l’ex presidente polacco Aleksander Kwaniewski e l’ex ministro degli interni tedesco Otto Schily. Tutti costoro sono membri nei loro paesi di partiti socialdemocratici. [L’Italia è sempre un caso specialissimo, naturalmente… NdZ] Gusenbauer, Kwaniewski e Prodi sono ufficialmente membri dell’International Advisory Board di Nazarbayev. S’incontrano spesso ogni anno – nella più recente occasione due settimane fa nella capitale kazaka Astana – e ciascuno di loro percepisce onorari annuali che raggiungono le sette cifre. Secondo la stampa britannica, l’ex primo ministro britannico Blair, pure lui advisor, riceve ogni anno compensi che possono arrivare a 9 milioni di euro (11,7 milioni di dollari). Schröder, per quanto lo riguarda, nega di essere membro dell’Advisory Board. Ciononostante, s’incontra di quando in quando faccia a faccia con l’autocrate venuto dalle steppe asiatiche, ed elogia il Kazakistan come un “paese internazionalmente riconosciuto e aperto”. Nel novembre del 2012, Schröder si congratulò col Kazakistan in quanto paese scelto per ospitare l’Expo 2017, che descrisse come il “prossimo passo verso la modernizzazione”. Nazarbayev, ex capo del Partito Comunista in Kazakistan, aveva già governato la repubblica durante l’era sovietica. Nel 2010 fece passare una legge che lo nominava “Leader della nazione”, che lo rendeva immune da qualsiasi procedimento giudiziario e dal sequestro dei suoi beni per il resto della sua vita. Ciononostante l’Occidente continua a corteggiare Nazarbayev. “I partners internazionali più importanti del Kazakistan non hanno saputo reagire a serie violazioni dei diritti umani”, dice Human Rights Watch. Il paese ha enormi risorse minerarie, inclusi petrolio, gas naturale, oro ed uranio, che lo rendono un assai appetito fornitore d’energia e il suo presidente un attore importante nel teatro internazionale.

UNA FAIDA FAMIGLIARE. IL 18 febbraio il nome di Otto Schily venne alla ribalta in un caso concernente il Kazakistan. Nella sua qualità di procuratore, Schily chiese l’emissione di un mandato d’arresto per l’autoproclamatosi nemico pubblico N° 1 del paese, Rakhat Aliyev, [non c’entra nulla col “dissidente” Ablyazov, ora agli onori delle cronache in Italia, NdZ] l’ex genero del presidente, che era scomparso scappando a Malta. Nel suo nuovo libro “Tatort Österreich”, o “Luogo del crimine: Austria”, Aliyev critica il tentativo, attuato con l’aiuto di Schily, di propagandare il suo caso issandolo sul palcoscenico europeo. Per anni Aliyev e Nazarbayev sono stati coinvolti in una faida nella quale è arduo tracciare una linea netta tra bene e male, anche se i lobbisti della causa kazaka provenienti dagli ex alti ranghi dei partiti socialdemocratici europei potrebbero permettersi di non essere d’accordo. Aliyev è stato un intimo consigliere del presidente kazako. Ha servito come vicecapo dei servizi segreti, alto funzionario del fisco e ambasciatore in Austria. Ma soprattutto è stato il genero di Nazarbayev. Nel 2007 è caduto in disgrazia ed è stato condannato in contumacia a 40 anni di prigione per sequestro di persona e per tentativo di colpo di stato. E’ anche accusato di omicidio, tortura e riciclaggio. E’ al momento sotto inchiesta a Vienna e nella città di Krefeld, nella Germania settentrionale. Aliyev non solo nega ogni accusa, ma di fatto accusa a sua volta il presidente di crimini gravissimi. Secondo Aliyev, Nazarbayev è colpevole dell’assassinio e della tortura di membri dell’opposizione, del furto di miliardi di dollari e del trasferimento di fondi in conti segreti all’estero. Fonti russe stimano gli asset della famiglia al potere sui 7 miliardi di dollari (5,4 miliardi di euro). Ambedue le parti della faida famigliare stanno cercando di manipolare l’opinione pubblica. Da una parte il presidente, coi suoi illustri avvocati occidentali; dall’altra Aliyev, che segue il procedimento istruito contro di lui in Austria dal suo nascondiglio maltese. Allo SPIEGEL Aliyev dice di essere disponibile a presentarsi nei tribunali austriaci. Ma dice anche e prima di tutto della sua paura di essere oggetto di un sequestro di persona. Ogni volta che ha la sensazione di essere seguito da qualcuno, egli lo fotografa e scarica le immagini su un dispositivo rigido. In una conferenza stampa a Vienna in febbraio, l’ex ministro dell’interno tedesco Otto Schily disse che il fatto che Aliyev “potesse girare liberamente in Europa” era qualcosa di “macabro”, prima di fare una severa ramanzina, con uno stile tedesco assai imperiale, a quelle cui implicitamente si riferì come le deboli autorità austriache. Seduto accanto a Schily stava Gabriel Lansky, visibilmente compiaciuto.

IN GINOCCHIO DAI KAZAKI. L’avvocato viennese è un mediatore politico in un gioco miliardario di Monopoli che ora si sta manifestando sulla scena europea. Sta facendo tutto quello che è in suo potere tutto per portare in tribunale Aliyev. Con le sue eccellente entrature nei partiti socialdemocratici e non solo, egli contribuì a garantire che il caso Aliyev fosse assegnato a Schily, in modo tale che esso fosse pure al centro dell’attenzione in Germania. Ma ciò che fu forse ancora più d’aiuto è il fatto che l’ex cancelliere austriaco Gusenbauer, un membro dell’Advisory Board di Nazarbayev, fu testimone di nozze al matrimonio di Lansky. In risposta alle accuse di essere pagato per i suoi servizi direttamente col denaro dei forzieri dell’autocrate kazako, Lansky elogia l’affidabilità dei suoi collaboratori. Per esempio, c’è un direttore in pensione della Europol law enforcement agency che gli fornisce a pagamento dei preziosi rapporti. Ha perfettamente senso che sia proprio Gabriel Lansky ad opporglisi con ogni trucco legale a suo disposizione, dice Aliyev ironicamente da Malta, spiegando che all’inizio degli anni novanta lo studio legale di Lansky rappresentava parecchie compagnie registrate in Austria strumentali nel gettare le fondamenta della fortuna di Nazarbayev. Il complesso della disputa dinastica è difficile da sbrogliare, per i tedeschi non meno che per gli altri. Non desta sorpresa che il governo della cancelliera Angela Merkel stia tenendo un profilo basso sul caso, specialmente dopo la firma apposta, durante la visita di Nazarbayev a Berlino lo scorso anno, su contratti del valore di qualcosa come 3 miliardi di euro. Le relazioni tra i due paesi sono “così buone che difficilmente io le potrei migliorare”, disse l’ambasciatore tedesco a Astana in novembre. Il Kazakistan, aggiunse, rifulge in conseguenza della sua “saggia guida politica” e della sua determinazione a non farsi suggestionare dal “problema artificiale” dei diritti umani. Il fatto che un diplomatico tedesco si pieghi davanti ai kazaki fino a tale punto è già abbastanza brutto, dice la deputata dei Verdi Viola von Cramon. Ma peggio ancora, sottolinea, è il fatto che politici come Schröder, Schily, Prodi e Blair si lascino coinvolgere nei giochetti di Nazarbayev. “Specialmente perché ora il suo regime è impegnato in un giro di vite. Ma grazie all’influenza dei lobbisti occidentali, poco di quello che succede oltrepassa i confini”, dice.

[Tradotto volenterosamente in italiano – dalla versione inglese di Christopher Sultan dell’originale tedesco – dal tenutario di questa rubrica.]

I KAZAKOFOBI 18/07/2013 Ecco, non vorrei che dopo quer pasticciaccio brutto de Casal Palocco, finissimo come al solito cornuti e mazziati, disprezzati da tutti i kazaki, dai kazaki del Kazakistan, dai russi del Kazakistan, dal regime, dagli aspiranti golpisti, dai dissidenti veri e persino dalla sottospecie kazakistana, recentissimamente venuta alla luce. Vedo gente a destra e a manca, tutta infervorata nella polemica politica, che parla a ruota libera dei kazaki come fossero una razza mezza selvatica, che si muove per branchi, e come se il Kazakistan da oggi fosse stato espulso dal campo di gioco internazionale. Non vorrei insomma che andasse distrutto, a causa del nostro atavico e garrulo provincialismo, tutto il lavoro fatto in questi ultimi anni dal nostro più rinomato ambasciatore nel vastissimo paese centro-asiatico, Toto Cutugno: meglio il suo italiano “vero”, fiero, con la chitarra in mano, con la 600 giù in carrozzeria, meglio quel mandolinista farfallone e sentimentale che l’isterico di questi giorni.

NINO DI MATTEO 19/07/2013 Il Tribunale di Palermo ha assolto il generale Mori e il colonnello Obinu dall’accusa di favoreggiamento aggravato per la mancata cattura di Provenzano nel 1995, perché «il fatto non costituisce reato». La vaporosità dei reati contestati è una costante nei processi che mirano a scrivere pagine decisive della storia d’Italia. Barocchi impianti accusatori poggiano spesso su avvilenti giochi degli equivoci. E’ ovvio, ad esempio, che anche l’azione dei corpi di polizia, così come ad un livello più alto quella dei ministeri dai quali dipendono, si svolge dentro una sua legittima e limitata sfera di discrezionalità; è ovvio che anche i poliziotti hanno una loro politica operativa, duttile e sempre aggiornabile, nei confronti del piccolo e grande crimine, che detta i modi e i tempi del loro agire; è perfettamente comprensibile che nella sua guerra alla criminalità organizzata la polizia usi anche l’arma informale degli abboccamenti, delle lusinghe, dei messaggi in codice; ed è di tutta evidenza che quand’anche queste strategie investigative si rivelassero disastrose, ammesso e non concesso che questo sia il caso di Mori, rimarrebbero pur sempre nell’alveo della legalità. Incurante di tutto questo, ieri il pm Nino Di Matteo, durante un sit-in davanti al Tribunale di Palermo organizzato dalle Agende Rosse, ha detto: «La nostra è una lotta continua, lo dobbiamo a chi crede alla democrazia. Una lotta quotidiana per conoscere la verità di quegli anni. Guai se la ricerca della verità si fermasse. In questi vent’anni si sono scoperti tanti elementi concreti. Ma ancora dobbiamo scoprire tanto dei mandanti e dei moventi delle stragi.» Qualcuno troverà questo discorsetto inopportuno, incendiario, smaccatamente politico, e anche populista, e tuttavia lecito. Ma mettiamo che ci sia qualche esaltato con strane teorie in teste, che pensi male, ma veramente male, tanto da vedere in questo proclama la prova di un concorso esterno in associazione politica dai fini oltremodo loschi: non sarebbe correre un po’ troppo?

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (79)

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ROBERTO SAVIANO 18/06/2012 Ospite della «Repubblica delle idee», che è come dire il tempio della società civile, la massima icona della società civile ha confermato che di idee in testa ne ha una sola. In compenso quest’idea ha allargato i suoi orizzonti spaziali fino a comprendere tutto il pianeta terra. Per quelli temporali si è fermata, con verginale modestia, ma solo per il momento, al 1929, l’anno della grande crisi. E’ l’inizio del «grande romanzo», che certo non mi sono premurato di ascoltare – bastano e avanzano gli highlights che trovate nelle gazzette – né mi premuro di illustrarvi, tanto avete già capito tutto. Certe perle però non meritano l’oblio. Come questo suggerimento, su cui i nostri pm potrebbero lavorare con molta soddisfazione per almeno mezzo secolo: «Non si può dire che la crisi è colpa delle mafie. Non è così semplice. Però le mafie non hanno mai investito sui derivati e i titoli tossici. Come mai? Perché sapevano, sapevano prima». O come questa, d’ispirazione marzulliana: «E’ la mafia che si è capitalistizzata? No: è il capitalismo che si è mafiosizzato». Voi ridacchiate, lo so. Ma pensate invece allo scalcagnato camorrista o al povero mafioso tipo, un emerito coglione nel novantanove per cento dei casi: è con questa roba che si tira su quando, suo malgrado, cedendo ad un momento d’introspezione a lungo represso, si rende conto di essere un fallito. E’ allora che tira fuori i CD coi discorsi di Saviano e parte per l’iperspazio.

FABIO FAZIO 19/06/2012 E’ ufficiale: sarà il Pippo Baudo della società civile a presentare la prossima edizione del Festival della Canzone Italiana di Sanremo. E tornerà pure ogni lunedì sera su RaiTre a fianco di Roberto Saviano per il Festival dei Pipponi Edificanti con contorno di nani e ballerine responsabili e consapevoli. Ai tempi della partitocrazia qualche frattaglia restava sempre sul terreno. La Migliore Italia invece s’è mangiata tutto: neanche le canzonette ha lasciate ai buzzurri. Prossima tappa: culi e tette. Etichettati «burlesque», s’intende.

FRANCESCO COCO 20/06/2012 Francesco piaceva molto a Berlusconi. Era belloccio, moro, aitante. Silvio lo guardava invidioso e paterno. «Se avessi il tuo fisico, spaccherei il mondo», gli diceva. E non pensava solo al bel sesso. Pensava anche al rettangolo verde. Infatti per l’estetica berlusconiana, che ha una sua insospettabile finezza, calcio e donne sono enti che viaggiano di conserva, e si compenetrano quanto si tocca il sublime. E’ per questo che pur preferendo il Barcellona al Real Madrid, Silvio in cuor suo spasima più per l’armonico fustacchione Cristiano Ronaldo che per l’incredibile piccoletto Lionel Messi. Dovete capirlo, il Cavaliere è gentiluomo all’antica, romantico: nella sua immaginazione uno sterminatore di tori, un matador dell’area di rigore, un collezionista di femmine sono una cosa sola. E una cosa sola con lui, quando felicemente raggiunge l’estasi. Francesco, testa matta, lo deluse, perdendosi dietro alle bellone invece di tenerle per le briglie come una superba quadriglia di cavalli di razza. Oggi Francesco ha messo la testa a posto. Perfino troppo. «Sostenevano che fossi gay, ma io dico: e allora? Anzi, ben vengano gli omosessuali in Nazionale», ha detto, allineato e coperto, intervenendo sulla grande questione del giorno. Sarebbe stato perdonabile, se non avesse voluto strafare chiudendo con quel mai ben spiegato e zuccheroso «hanno una marcia in più», che ai gay non si fa mai mancare, quando li si vuole compiacere. Poveretti.

SILVIO BERLUSCONI 21/06/2012 Che un campione della pedata non capisca una mazza di calcio, inteso come gioco di squadra, è possibilissimo. Pensate a Maradona, che peraltro non ha mai brillato neanche in tutto il resto dello scibile. Quindi non sorprendetevi  che un imprenditore di successo di economia, intesa come massimo sistema, non capisca un tubo, e anche meno di me. E’ il caso dell’incompreso Berlusca, meritevole invece in quasi tutto quello che gli viene rimproverato. Anche Silvio, dunque, insiste sulla necessità di un ruolo semidivino da “prestatore in ultima istanza” per la Bce. Per poi mettere tutti quanti la testa a posto? Noooo… per continuare a percorrere la larga strada della perdizione. Sentitelo: «Si esce dalla crisi solo con una Banca centrale che assuma i debiti degli Stati che partecipano all’Eurogruppo e che paghi al momento opportuno i titoli pubblici in scadenza. Oggi paghiamo più del 6% gli investitori che impiegano il loro denaro in titoli di Stato mentre il Giappone, che ha un debito pubblico doppio del nostro, riesce a collocare i titoli di Stato di nuova emissione all’1% di interesse», in quanto, continua lo sciagurato «gli investitori che investono in titoli giapponesi hanno la garanzia che alla scadenza il Giappone paga stampando moneta, come fa la Fed.» Sugli aspetti puramente tecnici e sulla proprietà lessicale del discorso del grande Silvio non metto bocca, anche se ho il sospetto che i più pedanti fra gli economisti soffriranno atroci pene nel cuore. Formalismi, ai quali tempre napoleoniche come quelle di Silvio e del sottoscritto spezzano le reni con una scorreggia. Solo ti faccio notare, mon camarade, che il meccanismo infernale da te lodato è quello stesso che ha messo in ginocchio le economie dei paesi ricchi, che ha scoraggiato il non remunerato risparmio, che ha spinto ad indebitarsi anche i morti di fame, che ha creato le bolle, che ha italianizzato infine quasi tutto il mondo occidentale, dopo che i salvataggi delle banche hanno fatto esplodere i debiti pubblici. Quello non è mica liberalismo economico. E’ libertinismo economico. O bunga bunga economics, per farci capire dal popolo.

LA TRATTATIVA RITRATTATA 22/06/2012 La dietrologia sta dietro ai fumettoni della Storia Deviata. Essendo mobile, qual piuma al vento, non le si richiede grande scrupolo. E tuttavia, alla lunga, se proprio non vuole essere chiusa in un bordello, o in un monastero, una qualche coerenza la deve pur dimostrare. Ci sono voluti solo vent’anni alla nostra ottima magistratura per scoprire che al tempo della Trattativa non regnavano né Craxi né Berlusconi, ma Ciampi e Scalfaro; che il 41bis fu applicato per i mafiosi dopo la morte di Falcone, non prima; che a sospendere l’applicazione del 41bis per qualche centinaio di mafiosi fu la nobile figura del ministro Conso, non una canaglia, il quale fece anche in tempo ad essere candidato ufficiale del Pds alle elezioni presidenziali del 1992: il giorno della strage di Capaci, che catapultò Scalfaro alla presidenza, prese più voti di tutti. Beninteso, questa tardissima capitolazione di fronte alla realtà dei fatti doveva servire solo per tenere in vita con qualche elemento concreto, che non fossero i poemi ciancimiani, la mistica languente della Trattativa; per dire che anche poi, al tempo del Berlusca, la Trattativa sarebbe continuata, e tutte le altre scemenze spaziali. Uscita dalla metafisica, la Trattativa ha causato qualche fastidio all’ex democristiano di sinistra Mancino, antiberlusconiano della prima ora, con qualche spiacevole polemica che ha coinvolto anche il presidente Napolitano. E improvvisamente, la Trattativa – avete notato? – ha perso molto del suo sex-appeal nei corridoi della grande stampa. La storia dell’orso dovrà essere riformulata al più presto in qualche modo più o meno soddisfacente: per il momento adelante, con mucho juicio.