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L’Islam alle strette

Ma insomma: può esistere un Islam “moderato”, compatibile con la “modernità”, o l’Islam è costituzionalmente condannato al fanatismo integralista? Lo stesso fatto che ci poniamo questa domanda dimostra che involontariamente noi tutti, in Occidente, abbiamo assimilato un concetto di “religione” mutuato dalla natura del Cristianesimo, e che la nostra, nel più largo senso del termine, è una civiltà cristiana. Direi che i caratteri salienti di questa civiltà sono due: l’universalismo e la distinzione tra l’ambito pubblico e quello religioso, ambedue conseguenze del fatto che l’individuo, riconosciuto come figlio di Dio, viene dogmaticamente, per così dire, sottratto alla completa sottomissione a qualsiasi tipo di comunità o autorità terrena: egli non rinnega il suo clan, la sua tribù, la sua polis, il suo popolo, la sua “cultura”, ma non vi si identifica più. Ciò significa, inoltre, che l’uomo non può più trovare sulla terra la sua “compiutezza”, il suo “Essere”, per usare il linguaggio dei filosofi, ma deve necessariamente sperare in un destino ultraterreno, sperare di trovare la sua compiutezza in una comunità divina che nella Chiesa ha la sua ombra nel “Divenire” di questo mondo. L’Occidente non ancora cristiano aveva già conosciuto questo dialettica nella “profetica” figura di Socrate, esemplarmente ubbidiente alle leggi ed esemplarmente ubbidiente al suo “demone”. E non è un caso che il sogno impossibile (o l’incubo) della Repubblica di Platone trovi sfogo alla fine in una grandiosa visione escatologica. Ma alle indagini di Socrate e Platone mancava ancora la risposta della Rivelazione, la conferma divina.

Già nell’Antico Testamento, invece, troviamo i semi della civiltà cristiana propriamente detta. Il Decalogo già si distingue dalle “leggi di giustizia”, e ne costituisce una specie di prologo morale, scritto nella pietra dallo stesso “dito di Dio”, a differenza della Legge Mosaica vera e propria, che viene dettata. E’ Aronne, e non Mosè, a divenire sommo sacerdote d’Israele. E’ solo alla “stirpe di Aronne” che viene riservato l’officio sacerdotale. E la tribù dei Leviti, alla quale Aronne appartiene e che si occupa della gestione del culto religioso, è l’unica tra le dodici d’Israele alla quale non vengano assegnati territori. E’ poi a Mosè stesso che Dio annuncia che non metterà piede nella Terra Promessa: a significare che essa è solo il pegno di quella vera Terra Promessa cui non si accede coi piedi ma attraverso la morte. Ed è così che appena un secolo dopo la morte di Gesù, Giustino Martire può scrivere, in una “Apologia per i cristiani” indirizzata all’imperatore Antonino il Pio, parole di una chiarezza sorprendente: «Ci sforziamo di pagare ovunque, prima di tutti gli altri, le tasse e i tributi ai vostri preposti, come abbiamo imparato da Lui. In quel tempo, si avvicinarono a Lui alcuni che chiedevano se bisognasse pagare le tasse a Cesare. E Lui rispose: “Ditemi, questa moneta chi raffigura?”. Quelli, a loro volta, risposero: “Cesare”. E Lui, ancora, rivolto a loro: “Date, quindi, a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio”. Quindi noi adoriamo soltanto Dio, ma per tutto il resto obbediamo a voi di buon grado, riconoscendovi come legittimi imperatori e sovrani degli uomini, e pregando che in voi, insieme al potere imperiale, si trovi anche la retta ragione.»

Ma nell’Islam non c’è niente di tutto questo. Maometto fu per certi versi più un rivoluzionario che un profeta. Nel secolo scorso i vari Lenin, Mao, o Pol Pot, si servirono dell’idea di uguaglianza, figlia dell’universalismo cristiano, per conquistare il potere. E per certi versi il comunismo è stata una specie di eresia millenaristica. Il Corano di Maometto, non per caso sentito nel Medioevo come eretico, fu una confusa sistemazione di materiali letterari tratti dal Vecchio e Nuovo Testamento. Anche il mercante Maometto, come i rivoluzionari dei tempi moderni, fece, per così dire, le sue scuole in Occidente. Gli Arabi apparivano allora come l’etnia culturalmente meno indicata all’impiantarsi del monoteismo. Fra loro dominava il vincolo tribale. L’arabista Francesco Gabrieli descrive così la loro religione: «La religione della maggior parte di questi Arabi […] è un elementare polidemonismo, con elementi di feticismo e animismo. Gli Arabi adoravano uno svariato pantheon di divinità, nessuna delle quali ha però mai assunto forme sviluppate e personali, né è mai arrivata a sormontare decisamente sulle altre dando luogo a un enoteismo.» Maometto ebbe il genio di capire che appropriandosi dell’irresistibile ideale dell’universalismo cristiano e facendo leva sugli scontenti (e sugli ambiziosi), poteva rompere il vincolo tribale e assicurarsi il potere in una società così frazionata: l’unico profeta dell’unico Dio diventava l’unico capo …della tribù universale. Non bisogna perciò stupirsi che l’Islam abbia attecchito in tanti parti del mondo: esso porta con sé, seppur distorta da un afflato millenaristisco e settario, un’idea di uguaglianza e fratellanza.

Se il monoteismo fu la scala che portò Maometto al potere, il suo successivo consolidamento ebbe bisogno di una legge contenente una vasta quantità di precetti sufficiente a plasmare in profondità la nuova società; il Corano riflette la storia di questo consolidamento. Non avendo mai distinto Dio da Cesare, l’Islam è una “religione” senza una Chiesa, una religione fatta molto più di precetti che di dogmi. Precetti che si confondono con la legge. Dalla Sunna agli Hadith questa precettistica si è andata ampliando fino all’abuso, comprese le provvidenziali scappatoie che l’incontrollata legiferazione introduce allo scopo di annullare se stessa. Per cui non è del tutto sorprendente che nell’Europa di qualche secolo fa, specie nelle lettere e nelle arti, si potesse affermare l’immagine di un Islam accomodante e sensuale. Ma coi trucchi non si avanza all’infinito.

Il Cristianesimo si stende invece sul corso della storia e sul corpo del mondo modellandolo con dolcezza e costanza. Le accelerazioni provocano disastri e costituiscono delle perversioni terrene del suo spirito universalistico. Il Cristianesimo riconosce la relatività di questo mondo, la sua insufficienza, la sua soggezione alle leggi del tempo e dello spazio. Riconosce, ad esempio, la realtà delle nazioni, concetto alieno allo spirito dell’Islam. Accetta le imperfezioni del mondo, e predica pazienza. Al contrario dei millenarismi. E dei totalitarismi moderni. E un po’ alla volta forma la civiltà cristiana, anche se non bisogna confondere la civiltà cristiana col Cristianesimo o col numero dei cristiani. La civiltà cristiana rivela se stessa anche quando assume caratteri anti-cristiani. Di essa si può dire ciò che Tocqueville scrisse a proposto della democrazia: «Ovunque i vari incidenti di un popolo tornarono a vantaggio della democrazia; tutti gli uomini l’hanno aiutata con i loro sforzi: quelli che ebbero come scopo di concorrere al suo successo e quelli che non ebbero alcuna intenzione di servirla; quelli che combatterono per essa e quelli che le si dichiararono nemici; tutti insieme furono spinti sulla stessa via e lavorarono in comune, gli uni contro se stessi, gli altri a loro insaputa: ciechi strumenti nella mano di Dio.»

Nonostante l’Occidente prenda insulti da tutte le parti, noi osserviamo che in realtà il mondo si sta sempre più occidentalizzando. Anche il riposto revanscismo dei nuovi giganti del globo assume spesso, a ben vedere, forme occidentali. Ciò significa che il mondo, volente o nolente, in senso lato, culturale, non religioso, si sta sempre più cristianizzando. Anche se non lo dirà mai. E l’Islam sente questa enorme pressione, tanto più che il suo irrisolto monoteismo aspetta da un millennio e mezzo il suo inevitabile destino: dissolversi e risolversi nel Cristianesimo. E sente che l’ora si avvicina: il furore perfino caricaturale di certe sue manifestazioni si spiega così.

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La Repubblica Islamica in un vicolo cieco

Che in questi giorni proprio la nazione simbolo del radicalismo islamico sia in preda a convulsioni così gravi da far sperare in una caduta del regime degli ayatollah non è affatto strano. Esistono anzi i presupposti per vedere nell’Iran l’anello debole – il grosso anello debole – dell’Islam. Per una serie di ragioni che si riassumono fondamentalmente in una: l’Iran è già un paese – relativamente al contesto islamico – molto occidentalizzato. Vediamo perché.

  1. L’Iran è un paese indoeuropeo. Ancor oggi i tratti somatici della maggior parte degli iraniani sono ben poco dissimili da quelli di molti europei meridionali. Nell’Antichità e nell’Alto Medioevo l’impero persiano è stato il grande dirimpettaio asiatico dell’Europa greca, romana e bizantina. L’espansione araba dal sud dell’omonima penisola nel VII secolo dopo Cristo e poi quella turco-mongola dal nord-est asiatico hanno tagliato fuori il mondo persiano dal contatto diretto con l’Europa, ma non hanno distrutto del tutto un retroterra culturale per quanto remoto che lega in parte la Persia attuale alla storia dell’Occidente. Inoltre, anche se questo è un tratto comune a molti altri paesi islamici, non vi è quel legame “carnale” col Corano costituito dalla lingua araba.
  2. L’Iran è un paese sciita. Lo Sciismo ha delle coloriture messianiche, specie nella figura di un “ultimo Imam” artefice di un regno di giustizia finale, che, pur nell’incertezza dottrinaria caratteristica della religione islamica, lo avvicina per certi versi alle sette ereticali del mondo cristiano più ancora che al Cristianesimo in sé.
  3. Nel secolo scorso la cinquantennale dinastia Pahlavi ha proceduto ad una profonda laicizzazione dello stato. Per quanto autoritaria, essa è stata un’occidentalizzazione indiretta del paese, come lo sono state, ad esempio, le dittature comuniste nei paesi asiatici, in quanto inconsapevoli messaggere di quel messaggio universalistico, ancorché pervertito, peculiare della civiltà cristiano-occidentale.
  4. Tutti i fenomeni ereticali in senso lato, ivi compresi i totalitarismi moderni, sono distorsioni “mondane” dell’universalismo cristiano, il quale, in mancanza di quella cassa di compensazione spietatamente dogmatica costituita dalla speranza in una Gerusalemme Celeste, che comporta necessariamente la rinuncia al sogno di una giustizia messianica in terra, invece di liberare l’individuo, elevandone senza preclusioni la dignità, tende a uniformare tutti nell’uguaglianza della schiavitù; perché questo è il risultato inevitabile dell’imposizione di una libertà civile perfetta e generalizzata, quando l’unica libertà possibile è quella che si declina nel tempo e nello spazio della nostra condizione, ed è perciò sempre imperfetta. Quando Gesù dice “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” egli stabilisce, indirettamente, due cose: attesta che vi è un Dio superiore e distinto da Cesare e che nessuna autorità terrena può essere divinizzata. Stabilisce la relatività di qualsiasi autorità terrena e che essa non può sostituirsi a Dio. La norma emanata dall’autorità terrena rimane valida, ma dentro un cerchio delimitato. Essa ha valore temporaneo in quanto mortale l’autorità che l’ha emanata e, in senso lato, valore contrattuale, in quanto non si contratta con un’Autorità Suprema, Immortale e Onnipotente. L’adunanza dei fedeli, la Chiesa, vive nella società, ne riconosce le regole di convivenza, ma non trae da essa, ovvero dagli uomini, il magistero etico. Tutto ciò determina un nuovo rapporto del singolo con la società alla quale egli ora concede un’adesione condizionata. Non vi è più spazio per un’etica derivata dal gruppo, che sia a livello tribale o statale. In verità non poteva esservi completamente neanche prima, ai livelli pervasivi e totalitari che avremmo conosciuto successivamente a Cristo. La situazione era ambigua per l’uomo inteso come animale sociale; egli era ancora parzialmente in catene. A livello di comunità la venuta di Gesù significò una grande “chiarificazione”. Ma proprio in seguito a questa chiarificazione, la perversione di questo nuovo rapporto poteva portare a risultati opposti. E il primo grande caso fu l’Islam. Nella sua formula di fede Maometto/Cesare costituisce Dio mallevadore della propria autorità. Maometto/Cesare e Dio legiferano insieme. Il Dio di Maometto parla agli uomini, non all’Uomo. La legge della comunità è l’unica direzione morale della coscienza individuale. Non vi è spazio per l’interiorità. Non vi è una Chiesa e non vi è posto per un Clero nella società/religione islamica; quando invece già nell’Antico Testamento – ombra e promessa della chiarificazione cristiana – vi era la tribù dei Leviti, ai quali non era destinata nessuna parte della terra d’Israele, e dai quali uscì la stirpe di Aronne, la classe sacerdotale; quando invece nell’Antico Testamento “le leggi di giustizia” furono solo dettate da Dio a Mosè, mentre il Decalogo fu scritto nella pietra dal dito di Dio stesso. Se nella cristianità medievale Maometto era sentito confusamente più come una specie di “eretico” che come il fondatore di una nuova religione, la cosa aveva un suo fondamento profondo, sottovalutato dalla dotta e informata superficialità di certi studiosi moderni.
  5. La radicalizzazione dell’Islam deriva dal suo contatto con l’Occidente, ossia con la civiltà cristiana. Ora non ci si scontra più ai confini, fisicamente, come nel passato. Le comunicazioni di massa fanno sì che l’incontro-scontro si svolga nella quotidianità della vita sociale e domestica, e non vi si possa sottrarre. La radicalizzazione deriva dalla necessità da parte dell’Islam di chiarire – definitivamente – il suo universalismo. Ma se lo fa, muore confluendo direttamente nel Cristianesimo, o indirettamente nella civiltà cristiana. Nell’Occidente. Oppure, opta per il messianismo. E quindi in questo secondo caso tende a somigliare sempre più ad un totalitarismo moderno, “occidentale”. Una perversione dell’Occidente. Come si vede proprio nella “Repubblica islamica dell’Iran”, con la grigia uniformità dei suoi quadri religiosi e politici, così lontani dai colori e dagli arabeschi dell’Islam storico, con la sua scimmiottatura di una repubblica parlamentare, monitorata da una Guida Suprema e da un Consiglio dei Guardiani della Costituzione, tanto somiglianti ad un Segretario Generale e ad un Comitato Centrale di qualche dittatura marxista; con la mistica tanto moderna di una “Rivoluzione” – parola occidentale come poche altre – che ebbe nel “parigino” Khomeini il suo demiurgo. Solo che la radicalizzazione implica una fragilizzazione che non può protrarsi in eterno.

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Maometto il rivoluzionario e la fine dell’Islam

Tutti i fenomeni religiosi o parareligiosi postcristiani – in senso culturale, non cronologico – le eresie cristiane propriamente dette, i vecchi e moderni millenarismi, compresi i totalitarismi di destra e sinistra, hanno questo in irriducibile antitesi col Cristianesimo: la pretesa di creare il Regno di Dio su questa terra e quindi un proprio ordine sociale; piccolo, autonomo e isolato dal resto della società – tendenza presente già nella chiesa primitiva e condannata da S. Paolo che prescriveva di ubbidire ai magistrati – oppure grande e universalistico, la si chiami Città del Sole, Soluzione Definitiva o Comunismo. La caratteristica mancanza di libertà viene psicologicamente compensata sia dall’autoattribuzione della virtù (puri si definivano i Catari, dal greco khataròs) e/o dalla designazione di un Satana in carne e ossa sul quale sfogare le energie represse. L’annientamento o la conquista è la grande valvola di sfogo. L’Islam è il primo grande e confuso fenomeno di questo tipo e vi è un sottile legame tra il rovesciarsi post-rivoluzionario dei suoi eserciti di sudditi-fedeli in Asia, Africa e Europa nel VII secolo dopo Cristo e quello post-rivoluzionario degli eserciti napoleonici di sudditi-cittadini in Europa più di mille anni dopo.

Per parlare della logica rivoluzionaria dell’impresa di Maometto occorre fare una premessa concernente la fisiologia dell’espansione democratica moderna. Possiano chiamare democrazia la forma statuale della libertà individuale nell’era moderna. I suoi liberali difensori però sbagliano, facendo il gioco dei giacobini, nell’investire il concetto di democrazia di un valore morale. Errore che Tocqueville si guardò bene dal fare. Egli chiama genericamente uguaglianza delle condizioni il risultato inevitabile di questo travaglio storico che stava prendendo forma sotto i suoi occhi, al di qua e al di là dell’Oceano, e avvisò (e fu profeta dei totalitarismi) che in tempi di democrazia il dispotismo avrebbe potuto assumere forme oppressive quali mai si erano viste in precedenza.  Il trapianto della forma democratica, in altre parole, laddove i tempi non fossero maturi e non fosse in armonia con i costumi poteva portare al collasso delle istituzioni di un paese e alla presa del potere di minoranze settarie organizzate. Quando Metternich affermava di temere i liberali, perché dietro i liberali vedeva i democratici, e dietro i democratici i repubblicani, e dietro questi i socialisti e i rivoluzionari con la ghigliottina, era più un profondo conoscitore della realtà dei suoi tempi che un acido conservatore. Va sottolineato con forza che nella sua Democrazia in America Tocqueville ritornava insistentemente sull’importanza  dei costumi di una nazione, ovvero su quanto in una realtà democratica lo spirito di libertà e di responsabilità individuale (le due cose vanno di pari passo e sono inseparabili) fosse radicato in un popolo, perché naturalmente un sistema democratico vivo non è un congegno ad orologeria, un alambicco costituzionale la cui bella architettura e le parti ben distribuite ne garantiscano indefinitamente il funzionamento, ma in ultima analisi è un sistema fondato sulla fiducia o, per dirla con gli anglosassoni, sul consensus. Nell’era moderna il primo grande esempio di questo trapianto è stato il rapporto Francia-Gran Bretagna nel ‘700. L’illuminismo inglese (e possiamo fare i nomi di Locke, di Hume, di Gibbon, di Smith) non fu la causa delle libertà inglesi, ma l’effetto di queste ultime nel campo culturale. Viceversa l’illuminismo francese fu un fenomeno riflesso, di importazione. L’intellighenzia francese in generale ammirava, apprezzava queste libertà ma non riusciva a coglierne il nesso coi profondi meccanismi sotterranei della società inglese, ad accettarne la volgarità e causava soprattutto, in quella di matrice aristocratica, il disgusto per lo spirito affaristico e borghese dell’aristocrazia isolana. Voltaire stesso che beneficiò di questa libertà, confessava di sentirsi in un paese a lui estraneo, completamente differente da quelli del continente. Priva del suo retroterra, del suo indispensabile humus, in terra francese la democrazia, o meglio la libertà, divenne un fatto ideologico. L’ateismo serafico e tranquillo di Hume divenne odio contro la religione, la libertà dei costumi divenne un libertinismo dai tratti a volte criminali (Sade), la pratica democratica nelle mani di minoranze settarie  di novelli professionisti della politica, che si servivano di un popolo passivo per mettere le istituzioni di fronte al fatto compiuto (che è il tradimento principe dello spirito democratico), servì per coprire formalmente la violenza, l’assassinio e le epurazioni: la Francia cadde come un gigante senza anticorpi. Quando alla democrazia non si arriva naturalmente per lunghi passaggi intermedi, la sua anima universalistica schiaccia impietosamente tutte le differenze in un dispotismo illiberale. In questo senso il Comunismo in Russia e poi nel resto del mondo extra euro-americano non è che una prima forma brutale e criminale di secolarizzazione democratica. Fatalmente il fascino democratico agisce profondamente nella mente di un popolo diviso in caste senza immaginare che i rivoluzionari non gli prospettano altro che un’uguaglianza da schiavi.

Un’altra necessaria premessa è che il Cristianesimo nel mondo greco-romano trionfò perché molte cose ormai vi si predisponevano. Prima con l’Ellenismo seguito alle conquiste di Alessandro Magno, e poi con l’Impero Romano, le conquiste civico-filosofico-culturali delle democrazie cittadine greche e della repubblica romana avevano elevato prepotentemente il concetto della dignità individuale, mentre d’altra parte proprio il collasso delle libertà greche, a processo culturale però ormai maturato, e quello delle libertà repubblicane romane, avevano tolto ogni illusione, perlomeno nel campo filosofico, nella possibilità di una piena realizzazione dell’uomo nelle sole istituzioni terrene. Di qui la nascita e l’affermarsi delle due grandi scuole filosofiche stoica ed epicurea, vere eredi del lascito socratico-platonico, che ricercavano nell’armonia interiore la perfezione di sé e la propria serenità. In un mondo siffatto le singole figure della vasta moltitudine degli dei, da quelli originati da retaggi animistici ancestrali, a quelli della famiglia, della tribù, della città, insomma la pittoresca compagine mitologica di superuomini che replica, eternandoli, i pregi e i difetti degli uomini in un loro mondo senza morte, per di più in un pantheon continuamente arricchito dalla conquista militare romana, si vanno sempre più sbiadendo e di pari passo col crescere della dignità individuale e del valore autonomo della sua interiorità si va disegnando la figura purificata di un Dio universale e personale. Fuori da questo sviluppo naturale, il monoteismo può essere espressione di una casta regnante, la quale eleva a religione di stato un culto per scopi politici, riunendo trono e popolo nella venerazione di un Dio unico e universale, ma nello stesso tempo simbolo di dominio e ammonimento ai sudditi, come sembra essere stato il caso dello Zoroastrismo in Persia, prima con gli Achemenidi e poi con i Sassanidi.

Nel secolo di Maometto, gli Arabi apparivano come l’etnia culturalmente meno indicata all’impiantarsi del monoteismo. Nel corso della loro antichissima storia erano rimasti refrattari a qualsiasi influenza civilizzatrice; l’espansione indoeuropea, sia che venisse dall’Europa, sia che venisse dal continente indiano, si era arrestata ai limiti del deserto. Solo nel sud della penisola arabica, nell’attuale Yemen, si era sviluppata una discreta civiltà sedentaria – vari regni, come quello mitico di Saba, tutti allora in completa decandenza – ma nel centro e nel nord dell’immenso e arido paese, anche nelle zone a contatto con i regni ellenistici succeduti alla conquista di Alessandro Magno, poi con le province asiatiche dell’Impero Romano e quindi con quelle dell’Impero Bizantino, oltre che con l’eterno Impero Persiano, la civiltà araba rimaneva quella di sempre, nomade e tribale.

“Componenti essenziali nella caratteristica del più antico e autentico arabismo sono il deserto, il nomadismo e il vincolo tribale. […] Il nomadismo, fondato su un’economia pastorale, e la necessità di periodici spostamenti per sfruttare i magri pascoli, restano i tratti fondamentali del modo di vita di questi antichi Arabi, e una radice schiettamente araba (badw, aggettivo bàdawi con plurale badawiyyìn) ha fornito il termine per designare il fenomeno anche fuori del mondo arabo in senso stretto. Gli Arabi sono stati e sono i beduini per eccellenza. […] Essenza e quasi simbolo di queste elementari condizioni di vita dell’arabismo nei secoli immediatamente precedenti a Maometto è il vincolo tribalizio, l’unica salda e riconosciuta struttura sociale per quell’ambiente e quell’età. […] …la società beduina si regge tutta sul principio della solidarietà ed autorità tribale, in gruppi genealogici variamente articolati che la posteriore antiquaria araba ci presenta in rigida e ingannevole schematizzazione. […] Fuori della tribù, cui si appartiene o per diretto vincolo di sangue o per affiliazione (walà, tahaluf), non vi è vita possibile, se non nella precaria esistenza del disperato e del bandito, come è cantata dal poeta Shànfara. La religione della maggior parte di questi Arabi […] è un elementare polidemonismo, con elementi di feticismo e animismo. Gli Arabi adoravano uno svariato pantheon di divinità, nessuna delle quali ha però mai assunto forme sviluppate e personali, nè è mai arrivata a sormontare decisamente sulle altre dando luogo a un enoteismo.[…] Tutte queste figure divine erano dagli arabi adorate in semplici forme idolatriche: pietre e rocce sacre, alberi, rozzi idoli antropomorfici o teriomorfici, taluni di importanza e culto strettamente locale, altri di più larga diffusione intertribale.” (Francesco Gabrieli, Maometto e le grandi conquiste arabe)

In quell’Arabia v’erano però piccole colonie giudaiche e cristiane con le quali Maometto venne a contatto e non è da escludere che alla sua conoscenza del monoteismo giudaico e cristiano abbia contribuito la sua attività di agente carovaniere. Il genio rivoluzionario di Maometto sta nell’aver capito che, in una società divisa in tribù e le cui svariate divinità erano in parte anche espressione di questo frazionamento, il monoteismo, espressione di una civiltà superiore (come i principi democratici di uguaglianza per i rivoluzionari dei tempi moderni) poteva essere la strada che lo avrebbe portato al potere. La formula di fede dell’Islam “Non v’è altro dio che Allàh e Muhammad è il suo profeta” è la parola d’ordine di un nucleo rivoluzionario. Il monoteismo, la religione dell’unico Dio per sua natura parla all’individuo; Maometto se ne fece portavoce ed unico interprete, e funzionò come esca per gli scontenti e gli ambiziosi. Maometto infine si fece Re, laddove Cristo si comportò assai diversamente:

“Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, cominciò a dire: ‘Questi è davvero il profeta che deve venire nel mondo!’. Ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo Re, si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo.” (Giovanni, 6, 14-15)

E se il monoteismo fu la scala che portò Maometto al potere, il suo successivo consolidamento ebbe bisogno di una legge contenente una vasta quantità di precetti sufficiente a plasmare in profondità la nuova società; la confusa sistemazione Coranica di materiali letterari tratti dal Vecchio e Nuovo Testamento non è altro che il disegno e la storia di questo consolidamento. Il monoteismo di Cristo significò liberazione, il monoteismo di Maometto significò sottomissione. Maometto ha legato la religione al suo potere e ha radicato il suo potere con la creazione di istituzioni terrene; laddove Cristo le ha definitivamente sciolte, Maometto ha legato la Gerusalemme terrena alla Gerusalemme celeste: morta l’una, morirà anche l’altra.

Oggi in Occidente molti parlano, più spesso con accenti di orrore ma non di rado con una sorta di morbosa, malcelata ammirazione, della vitalità dell’Islam, che è del tutto apparente. L’Islam fin dalla sua nascita, è una società che vive solo se cresce e conquista. Quando si ferma rinsecchisce. Avendo Maometto non solo creato una religione, ma anche disegnato un modello di società terrena sostanzialmente immodificabile, egli con questo ha paralizzato in tutti i campi le capacità creative dell’individuo – come nelle società totalitarie -, per cui tutte queste energie individuali represse vengono canalizzate per una sorta di primordiale principio organico nella loro unica possibilità di espressione: l’aggressività verso gli infedeli e la conquista. Nell’arte, nella scienza, nella letteratura l’Islam è stata essenzialmente una civiltà assimilatrice, non creatrice. Creare vuol dire speculare e quindi necessita di spazi di libertà. Grandi creatori furono i Greci, nelle loro microscopiche realtà democratiche ante litteram. Ma ecco allora che quando la conquista viene meno e rifluisce come una marea, ecco che l’Islam si trova piegato su se stesso e niente ha da offrire alla creatività e all’attività individuale. Così è successo per l’ondata araba e poi per quella turca. Mentre l’Occidente cristiano progrediva, nel mondo islamico era come se il tempo si fosse fermato. E’ vero che l’Islam non è quel moloch che si potrebbe supporre, così come non è mai esistito un Islam puro. Nella sua storia ha saputo dimostrare, differenziandosi localmente nella vasta area geografica della sua espansione, anche una notevole elasticità. Ma questa elasticità ha in ogni caso un suo limite invalicabile, oltre il quale l’Islam non esiste più. L’Islam, si irrigidisca o si addolcisca, non riesce ad uscire dalla sua sfera. Se l’Islam si è separato dalla modernità è perché più in là non poteva andare, pena l’autodissoluzione. E’ sbagliato pensare che all’interno dell’Islam vi siano degli elementi che adeguatamente sviluppati possano portare alla democrazia. O per meglio dire l’Islam non può convivere indefinitamente con la democrazia, cioè con lo sviluppo delle libertà individuali. Come già scrisse Alexis de Tocqueville ormai 170 anni fa, in tempi quindi non sospetti:

“Maometto ha fatto discendere dal cielo e ha messo nel Corano non solo dottrine religiose, ma anche massime politiche, leggi civili e criminali e teorie scientifiche. Il Vangelo, invece, parla solo dei rapporti generali degli uomini con Dio e fra di loro. Al di fuori di questo non insegna nulla e non obbliga a credere nulla. Questo soltanto, fra mille altre ragioni, basta a mostrare che la prima di quelle due religioni non può dominare a lungo in tempi di civiltà e democrazia, mentre la seconda è destinata a regnare anche in questi secoli come in tutti gli altri.” (Alexis de Tocqueville, La Democrazia in America, Libro Terzo, Parte Prima, Capitolo Quinto)

Si può piuttosto dire che nella natura totalitaria dell’odierno radicalismo islamico, vi è qualcosa che è dovuta al suo contatto con l’Occidente, così come nel secolo scorso il nazionalismo arabo, che parve una sorta di rivitalizzazione di un mondo islamico sempre più alla deriva, nacque sotto lo stimolo culturale dell’Europa. L’Occidente infatti da sempre esporta i veleni che inevitabilmente la libertà produce. Solo che dove vengono prodotti coesistono con gli anticorpi che li combattono, mentre laddove vengono inoculati piegano anche i giganti. Anche i Bin Laden e i Khomeini, come prima di loro i Lenin e i Pol Pot, hanno fatto, per così dire, sulle orme di Maometto le scuole rivoluzionarie in Occidente. Oggi l’apparente vitalità islamica ha due concause fondamentali. La prima strutturale: l’espandersi irresistibile delle libertà individuali, in un mondo indirettamente ma già pervasivamente occidentalizzato; fenomeno che si può, anzi si deve, cercare di governare, ma che combattere significa andare contro natura: da ciò l’irresistibile naturale pressione alla quale è sottoposto l’Islam, impegnato nei giorni nostri in una vera e propria lotta per la vita, e alla quale non sopravvivrà. La seconda causa, accidentale, è l’aiuto che gli è venuto in questa lotta illusoria proprio dal nemico che vuole combattere: la tecnologia occidentale. Stiamo assistendo ad un grandioso colpo di coda della Jihad, cui seguirà il collasso. Di questo presentimento di morte si fece interprete l’Ayatollah Khomeini quando disse “o saremo felici conquistando il mondo oppure guadagnandoci il paradiso morendo tutti come martiri”. Gli odierni martiri dell’Islam sono veramente dei kamikaze e assomigliano nella loro cupio dissolvi ai suicidi di massa degli adepti  di qualche setta. L’Islam sta morendo, in una grande esplosione ingannatrice come la luce di quelle stelle morenti che gli astronomi chiamano Supernove. Nel lungo termine perciò non vi è un pericolo di colonizzazione islamica dell’Occidente, ma piuttosto quello di restare sotto il cumulo di macerie provocato da questa esplosione. Dopo di che l’Islam si spegnerà lentamente, bruciando a lungo nelle proprie ceneri.

Non per questo gli sforzi dell’Occidente sono vani, al contrario: innanzitutto per parare questo colpo di coda, e poi per arare con costanza il campo mediorientale, perché le piantine delicate hanno bisogno di più cure. I frutti già si vedono, anche e proprio in Irak. Assisteremo a un lungo interregno nel quale ambiguamente istituzioni quasi democratiche e precetti islamici convivranno. Poi questi ultimi scompariranno. In un discorso precedente a quello di Ratisbona Papa Benedetto XVI aveva detto:

“Le popolazioni dell’Africa e dell’Asia ammirano, sì, le prestazioni tecniche dell’Occidente e la nostra scienza, ma si spaventano di fronte ad un tipo di ragione che esclude totalmente Dio dalla visione dell’uomo, ritenendo questa la forma più sublime della ragione, da insegnare anche alle loro culture. La vera minaccia per la loro identità non la vedono nella fede cristiana, ma invece nel disprezzo di Dio e nel cinismo che considera il dileggio del sacro un diritto di libertà ed eleva l’utilità a supremo criterio per i futuri successi della ricerca. Cari amici, questo cinismo non è il tipo di tolleranza e di apertura culturale che i popoli aspettano e che tutti noi desideriamo! La tolleranza di cui abbiamo urgente bisogno comprende il timor di Dio – il rispetto di ciò che per l’altro è cosa sacra. Ma questo rispetto per ciò che gli altri ritengono sacro presuppone che noi stessi impariamo nuovamente il timor di Dio.”

Discorso accolto malissimo dai liberal di casa nostra, che se invece fossero meno prevenuti avrebbero potuto aver l’intelligenza di capire che il discorso era rivolto soprattutto a quella parte del mondo islamico che con la Jihad non ha niente a che fare; a quegli uomini che professano, sì, e in buona fede, una religione sbagliata, ma che nel loro cuore albergano quei sentimenti di giustizia che, per usare un linguaggio biblico, saranno computati a loro giustificazione. La Chiesa Cattolica, che è sempre sottovalutata e che invece vede sempre lontanissimo, già si prepara a raccogliere questi orfani religiosi.

Bene & Male

Il laico Dio 1: premessa

Il nostro concetto di religione è mutuato dal carattere rivoluzionario del Cristianesimo, quello di religione rivelata frutto dell’intervento diretto di Dio. In verità esiste una sola religione rivelata: per il cristiano, l’Ebraismo è il prologo, il Cristianesimo il completamento, l’Islamismo la deviazione. Se non ci fosse stato Cristo, non solo non avremmo avuto il monoteismo distorto,  spietato, disumano – Fede senza Carità, il Padre senza il Figlio –  di Maometto, ma forse Stoicismo e Epicureismo, come Buddismo e Confucianesimo, sarebbero in qualche misura ancora al giorno d’oggi delle filosofie-religioni. Degnissime, umane e utili indagini non necessariamente in contrasto con la verità, ma indagini, mentre il Cristianesimo è una risposta, la buona novella. Per il Cristianesimo la radice della Libertà (in senso assoluto) si incontra nel nostro essere figli di Dio (prima anche dei nostri genitori naturali), cioè di qualcosa più grande di qualsiasi altra cosa nella terra. Da questo deriva, nei riguardi del mondo, il sentimento della propria individualità e libertà; nei riguardi di Dio, il sentimento dell’ubbidienza. Come già disse Seneca: libertà è ubbidire a Dio.

La laicità è la forma cristiana della società. Avendo il Dio cristiano avocato esplicitamente e irrevocabilmente a sé il giudizio finale, egli ha con ciò ingiunto agli uomini una tregua nella quale nessuno gli si potrà sostituire. Né una nazione, né un popolo, né una razza, né un uomo. Né nelle vesti della Religione, né in quelle della Ragione. Questo è il significato evangelico del “Non giudicare!” Dio è stato il primo relativista e il suo relativismo è stato fecondo: egli ha distinto il diritto degli uomini da quello di Dio, quello imperfetto da quello perfetto,  quello temporaneo da quello eterno, la legge positiva da quella morale, la terra dal Regno di Dio.  Tuttavia il primo non può sottrarsi al cono d’ombra del secondo, perché rimarrebbe privo di radici e diventerebbe un diritto di morte. Il relativismo degli uomini conduce fuori da questo cono d’ombra vivificatore. Tanto il relativismo di Dio è sapienza, tanto quello degli uomini è follia. Ne deriva che il diritto positivo è frutto della misericordia e della sapienza di Dio che, conoscendo la nostra imperfezione, stabilisce un grado inferiore di giustizia. Perciò la legge di Dio, giustamente, non cambia mai. La legge degli uomini, giustamente, e in accordo col disegno di un Dio misericordioso cambia in continuazione: nel senso della tolleranza, non del riconoscimento legale dell’immoralità o non-moralità.

Il Decalogo, il tanto incompreso Decalogo,  non doveva cambiare. La legge Mosaica, sulla quale incancrenirono i Farisei, doveva cambiare. Fin dall’Antico Testamento, al contrario di quanto comunemente si pensa, furono gettati i semi della distinzione tra legge positiva e legge morale. Nel testo biblico alla distinzione tra Gerusalemme terrena (la terra promessa di Canaan)  e Gerusalemme celeste corrispondono una legge positiva, la legge propriamente Mosaica e una legge morale, i Dieci Comandamenti. Queste due ultime sono spesso in contraddizione tra loro come  l’insegnamento di Gesù più volte  mette in evidenza.  Ad esempio (Matteo 19) a chi gli chiede: “Perché allora Mosè ha ordinato di darle l’atto di ripudio e di mandarla via?” Gesù risponde: “Per la durezza del vostro cuore  Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli…” Che è come dire: la legge teneva conto della vostra natura imperfetta, ve lo permetteva, ma voi avete fatto male a farlo. Questa logica binaria veterotestamentaria,  è simbolicamente dimostrata dal fatto che Dio non permise a Mosè, dopo aver guidato per tanti anni il suo popolo,  di mettere piede nella terra promessa di Canaan, quella terra – ricordiamolo – sulla quale pesava la maledizione di Noè:

Sia maledetto Canaan! Sia schiavo infimo dei fratelli suoi. […] Benedetto sia il Signore, Dio di Sem! Ma sia Canaan suo schiavo! Dio dilati Iafet e dimori nelle tende di Sem! Ma sia Canaan suo schiavo!

Se Mosè avesse messo il piede in Canaan ciò avrebbe significato l’adempimento della Promessa. Mosè è figura di Cristo: come a Mosè non fu permesso di entrare in Canaan e morì aprendoci la porta ad una speranza più grande, ad un’altra più grande Promessa, similmente Gesù non volle essere Re d’Israele su questa terra ma morì per attendere al suo posto di Re d’Israele – il popolo salvato – nella casa celeste. Maometto cedette alla logica del potere e volle farsi Re: la parola di Dio, espressione di un confuso monoteismo d’importazione, divenne la parola di Maometto, e la parola di Maometto divenne la Legge, con ciò condannando la religione islamica alla schiavitù del tempo e quindi, a tempo debito  ma certissimamente, alla morte,  e per contro la società islamica ad una religiosa mummificazione.

Con questa distinzione già veterotestamentaria  l’uomo acquista interiorità. Sarà chiarita e completata da Gesù. Sarà alla base della civiltà occidentale. Troverà terreno fertile nel  mondo greco-romano, dove il processo di emancipazione individuale era più progredito, parallelo a quello di gerarchizzazione degli Dei, evidente già nell’Odissea, e infine quasi monoteismo (Seneca parla, si può dire, solo di “Dio”), ma dove essa non poteva essere presente in quanto solo il carattere rivoluzionario di religione rivelata, frutto dell’intervento diretto di Dio, e quindi non filosofia, la rende concepibile. Nella visione cristiana, il Logos da solo non sbagliava, ma aveva i suoi limiti, e in un certo senso attendeva una risposta alle sue indagini e speranze.  Il Cristianesimo non è stato modificato nella sua essenza dal contatto col mondo greco-romano. Una religione rivelata non può modificarsi nella sua essenza, ma può trovare un ambiente adatto dove svilupparsi. La chiarezza dogmatica del Cristianesimo sola rende concepibile il concetto di laicità e la separazione tra Stato e Chiesa, in quanto nei dogmi essa dichiara la sua diversa natura.  Senza quelli in cosa si differenzierebbe da una associazione o un ente? E cosa impedirebbe a quest’ultima di diventare un giorno legittimamente un partito? Coloro che parlano di democratizzare la Chiesa minano alla base il concetto di divisione tra quella e lo Stato e paradossalmente, se non la distruggono, pongono le basi teoriche di una teocrazia.

Invece quanto più una società è sanamente libera, ovvero quanto più le sue solide fondamenta  progressivamente si irrobustiscono permettendo agli individui di ampliare il ventaglio dei loro comportamenti pubblici e privati,  tanto più, mantenendo però  l’autocontrollo,  secerne quei veleni (come il libertinismo) ai quali essa è ormai mitridatizzata. La tolleranza è figlia  di questo processo di maturazione  in cui le brusche accelerazioni hanno solo effetti controproducenti.  La legge positiva ne viene modificata, senza che  questo  significhi sanzionare favorevolmente da un punto di vista morale  tutto ciò che entra nel campo del lecito, come vorrebbe il laicismo estremo che contraddice e mina alla base il principio di distinzione tra Stato e Religione nel momento stesso in cui lo invoca. Non si può recidere quel vitale cordone ombelicale che  lega legge positiva e morale e si allunga progressivamente a perimetrare il sempre più vasto campo delle nostre libertà civili; che  non si restringe solamente se l’etica s’identifica nella legge, ma anche se all’opposto la legge diventa il presupposto dell’etica. L’autentica libertà civile implica che alla progressiva liceità dei comportamenti pubblici e privati si accompagni l’incondizionato diritto di critica morale pubblico e privato. Un diritto positivo an-etico o a-morale – neutro – è solo una una comoda chimera teorica che risolve la questione nel cerchio chiuso e perfetto della logica del discorso (se ci accontentiamo dell’inevitabile esito tautologico) non nella realtà. E’ un’astrazione che nella realtà genera un processo disgregativo al quale alla fine una società sfinita non saprà che contrapporre un puro e quasi bestiale istinto di autoconservazione che attribuirà ad una tirannica legge positiva anche il ruolo di supremo arbitraggio etico, come in un corto circuito:

Si tratta di un’atavica tentazione umana: prendersi una vacanza dalla vita, uscire dal tempo, dimenticare responsabilità, legami e doveri, nella smisurata presunzione di avere una “seconda patria” in cui tutto ciò che si fa deve essere gratuito e innocente a norma di legge positiva (equanime nel riconoscere “pari dignità”, cioè corso legale, a qualunque “visione etica della vita”). È la dittatura dell’Io, che scambia la coscienza per la sorgente della legge morale, mentre casomai è nella coscienza che avviene l’incontro tra l’Io e la legge morale.
Storicamente, tale “totalitarismo interiore” ha aperto la strada alle peggiori dittature: si pensi solo alle conseguenze di Weimar, repubblica ideale per ogni liberal che si rispetti. Il larvato utilitarismo in salsa radicale, quindi, lungi dal difendere la vera libertà, prepara un nugolo di piccole tirannidi individuali a cadere esauste ai piedi del monarca assoluto, al quale domandare in ginocchio la soddisfazione che giammai si ottiene nella mortale illusione di bastare totalmente a se stessi.

Emanciparsi da Dio e dalla morale è il sogno ricorrente e pericoloso delle epoche di crescente libertà. Nel passato la fine della lunga stagione medievale ha visto con l’Umanesimo  il trionfo del diritto romano (versione giustinianea) – diritto di servitù, lo chiama Alexis de Tocqueville – che servì da base giuridica alla nascita degli stati nazionali centralizzati e in, Italia, alle signorie; mentre l’Illuminismo partorì il primo stato totalitario moderno con la rivoluzione francese. Le idee umanistiche ebbero come sfondo le libertà comunali italiane e le idee illuministiche le libertà inglesi. Esse si portano dietro il riflesso di queste libertà, come un marchio di nascita, e insieme anche il veleno per distruggerle. Perciò la saggezza di quel “One Nation, under God” non sta nell’esortazione alla militanza cristiana, ma alla temperanza. Un monito allo Stato sovrano, Terra di mezzo tra lo Stato di Natura e il Regno di Dio, né Stato di Natura né Regno di Dio.