Una settimana di “Vergognamoci per lui” (120)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

MARCO TRAVAGLIO 01/04/2013 Il fustigatore del Fatto Quotidiano rimprovera al M5S di aver perso un’occasione storica per liquidare il berlusconismo, per cambiare le sorti di questo paese e incamminarlo finalmente sulla via gloriosa della «democrazia compiuta», la «società perfetta» che è nei cuori di legioni di democratici antidemocratici. Una sciocca paura essere di accomunati alla corrotta partitocrazia, una malintesa caparbietà ha confuso la menti degli inesperti grillini. Costoro sono saliti al Quirinale per pretendere un impossibile incarico senza fare peraltro alcun nome: in breve per fare gli sbruffoni con l’ostentazione di tutta la loro purezza. Se invece di questa alzata d’ingegno da dilettanti si fossero presentati «con una proposta chiara e netta: un paio di nomi autorevoli per un governo politico guidato e composto da personalità estranee ai partiti», nomi come Zagrebelsky e Settis, e di altri campioni indiscussi della «società civile» nel cui fanatismo il M5S poteva riconoscersi almeno in parte, il Pd e Bersani, e qualsivoglia parlamentare immune da berlusconismo, nel senso più largo del termine, non avrebbero mai potuto dire no senza cadere nell’infamia. Questo è un classico, intimidatorio ricatto giacobino. Bersani usò una variante buonista dello stesso metodo quando propose Grasso e la Boldrini per la presidenza delle Camere. Il suo era un tentativo di sedurre o quantomeno di spaccare il M5S con i nomi di due altri campioni indiscussi della «società civile». Travaglio fece fuoco e fiamme e nella sua stolida purezza ridusse Grasso in pochi giorni al rango di lacchè di Berlusconi. Se non l’avesse fatto, magari i grillini avrebbero avuto la lucidità necessaria per accogliere astutamente la mossa di Bersani come prologo necessario alla geniale contromossa oggi auspicata dallo stratega del manipulitismo italico. L’ennesima dimostrazione, comunque, che in assenza di una vera trasformazione, anzi, di una «conversione» socialdemocratica, la sinistra resta divisa tra il giacobinismo dalle buone maniere e quello dalle cattive maniere.

GUIDO ROSSI 02/04/2013 A me sembra che i suoi articoli da vecchio saggio su “Il Sole 24 Ore” non abbiano né capo né coda, e si limitino a spolverare un sempre aggiornato conformismo con un moralismo compunto scortato sui due lati da una stuola di nomi illustri, seguendo in quest’ultimo aspetto l’esempio dell’imbattibile Barbara Spinelli. Per metter fine allo stallo politico italiano, condizionato da una democrazia malata che ha dato due terzi dei voti a due forze politiche irresponsabili, nel suo ultimo articolo ha riproposto il teorema di Cuccia: le azioni si pesano e non si contano. Naturalmente nel nome della democrazia. Questo è il succo dei suoi paludati ragionamenti. Non voglio dire che voi non lo possiate cogliere. Ho solo il timore che i nomi di Benedetto Croce, di Nicolò Cusano, di Papa Francesco, di Alexis de Tocqueville e di Nicolò Machiavelli, e che ridicole parolette d’ordine dell’antiberlusconismo, come “egolatria” e “egoarca”, vi possano accecare. Anche perché non è affatto detto che dei grandi di cui si fa scudo capisca veramente molto. Per esempio, secondo Rossi, per Tocqueville il «fine ultimo della democrazia» è «una maggior eguaglianza di condizioni economiche dei cittadini». Ma Tocqueville non diceva affatto questo. Diceva che i «tempi di democrazia» erano caratterizzati dalla «uguaglianza delle condizioni», e non si riferiva affatto in primo luogo alle condizioni economiche. Tocqueville riteneva inevitabile l’avvento di questi tempi, e riteneva che in se stesso ciò fosse una cosa buona. Ma solo come il frutto di un lungo processo storico naturale. Tocqueville non santificava la democrazia – tanto che previde le forme terribili che il «dispotismo» avrebbe potuto assumere in «tempi di democrazia» – né condannava i regimi aristocratici. Anzi, dimostrava come proprio là dove l’aristocrazia era veramente viva, ed aveva un ruolo attivo nell’economia e nel governo del paese, come in Inghilterra, essa tendesse sempre più ad unire i suoi destini a quelli della borghesia, in modo tale che dai «tempi di aristocrazia» si passasse senza cesura evidente ai «tempi di democrazia». Per Tocqueville la democrazia non aveva alcun «fine ultimo». I «fini ultimi» della democrazia stanno nell’armamentario dei demagoghi, cui piace la piatta uguaglianza di una massa di schiavi. Ne “L’Antico Regime e la Rivoluzione” Tocqueville cita Mirabeau: “Meno di un anno dopo l’inizio della Rivoluzione, Mirabeau scriveva segretamente al Re: «Confrontate il nuovo stato di cose con l’Antico regime (…) L’idea di formare una sola classe di cittadini sarebbe piaciuta a Richelieu: questa superficie tutta uguale facilita l’esercizio del potere. Parecchi periodi di governo assoluto non avrebbero fatto per l’autorità regia quanto questo solo anno di rivoluzione». Era questo un capire la Rivoluzione da uomo capace di guidarla.”

CASAPOUND 03/04/2013 Per giungere a una sua compiuta sgangheratezza alla vicenda dei marò mancava solo il tocco esilarante. Ora l’abbiamo, grazie allo smagliante contributo degli italiani tutti d’un pezzo, riunitisi davanti a Montecitorio per protestare contro un governo imbelle al motto di “Riprendiamoci i nostri soldati”. Magari con un blitz. Una pensata davvero magnifica. Dovete capirli: questi tromboni fanno parte integrante, pure loro, di quell’eterna Italietta che mostrano di disprezzare; la stessa che ha riservato loro una parte in commedia alla quale non vogliono assolutamente rinunciare. Tanto è comoda.

BARBARA SPINELLI 04/04/2013 Anche se è una democratica notoriamente molto schizzinosa, a Barbara Spinelli Grillo in fondo non dispiace. Peccato solo che il vaffanculista abbia la testa oltremodo dura, e diffidi di tutti, anche delle forze politiche con le quali potrebbe lavorare per il bene dell’Italia. S’intende che di questa diffidenza è colpevole Berlusconi, sempre lui poveraccio, colui che ha sputtanato definitivamente la classe politica italiana. Della commissione dei dieci saggi nominata da Napolitano Barbara pensa il tutto il male possibile. Vede in essa il segno di una chiusura partitocratica della classe politica nei confronti delle istanze che la società civile ha espresso col voto. Questa pericolosa «oligarchia di sapienti» vuole solo «escludere l’alieno Grillo», quando l’alieno vero è Berlusconi, sempre lui poveraccio. E questo vuol dire ferire la democrazia. Così scrive su “La Repubblica”: “È con la forza dell’inerzia che quest’ordine fa oggi quadrato contro Grillo, per neutralizzarlo e spegnerlo. Sbigottito dalla democrazia partecipata e dalle azioni popolari, il vecchio sistema si cura coi veleni che ha prodotto, indifferente alla vera nostra anomalia che è Berlusconi: anomalia che spiega Grillo e le sue rigidità. I veleni sono le cerchie di potenti, legati ai partiti e non all’elettore, e si sa che la democrazia, quando si moltiplicano le domande cittadine, secerne le sue ferree leggi delle oligarchie. «I grandi numeri producono il potere di piccoli numeri», disse tempo fa Gustavo Zagrebelsky: «L’oligarchia è l’élite che si fa corpo separato ed espropria i grandi numeri a proprio vantaggio. Trasforma la res publica in res privata.» Anche tre anni fa bisognava far fuori Berlusconi, sempre lui poveraccio. Ma allora il Caimano era al governo. Il problema non era quello delle «oligarchie di sapienti” ma quello di una debordante democrazia che solo i cafoni possono apprezzare. Così scriveva su “La Stampa”: “Contrariamente a quello che si tende a credere, non è il suffragio universale a sparire per primo, quando la democrazia si spezza. Per primi sono azzoppati i suoi guardiani, che non mutano col cambio delle maggioranze e che sono le leggi, i magistrati, le forze dell’ordine, la stampa che tiene sveglio il cittadino tra un voto e l’altro. Anche le costituzioni esistono per creare attorno alla democrazia un muro, che la protegge dalla degenerazione, dal discredito, soprattutto dal dominio assoluto del popolo elettore. Quando quest’ultimo regna senza contrappesi, infatti, le virtù della democrazia diventano vizi mortiferi.” Niente di nuovo. E’ un giochetto vecchio come il cucco. Sanno sempre tutto loro. Loro chi? Ma loro, la vera Oligarchia dei Sapienti, le Spinelli e gli Zagrebelsky, il Comitato di Salute Pubblica Ombra in seduta permanente. A voi, babbei della società civile, non resta che obbedire.

MAX PAPESCHI 05/04/2013 Mostra monografica a Torino, al Castello del Valentino, dedicata all’artista Max Papeschi. Non ci crederete, ma anche questa cima ha un debole per i colpi ad effetto, ossia per trovatine del kaiser perfettamente prevedibili, di quelle fatte apposta per titillare servilmente la curiosità ebete di gente annoiata ma felice di gratificare il proprio ego intellettuale gustandosi in santa pace boiate autentiche ma autenticate. Sul sito blog del Sommo leggiamo che «Il suo lavoro Politically-Scorrect, mostra una società globalizzata e consumista rivelandone i suoi orrori in maniera ironicamente realistica. Dal Topolino Nazista al Ronald McDonald Macellaio le icone cult perdono il loro effetto tranquillizzante per trasformarsi in un incubo collettivo.» Questo sorprendente cumulo di banalità illustra alla perfezione la missione dell’artista beatamente integrato nella società globalizzata e consumista. Dico sorprendente perché tanta piattezza adolescenziale fa persino pensare al dolo. Che sia davvero un genio, allora?

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (78)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

PETER GOMEZ & MARCO TRAVAGLIO 11/06/2012 Dal palco della festa del Fatto Quotidiano questi due infaticabili missionari della lotta contro la corruzione, puntualmente pochissimo perseguitati dal regime, lamentano il fatto che l’Italia non è cambiata per niente a vent’anni di distanza da Mani Pulite: è sempre la stessa nazione in putrefazione. Per Marco Travaglio, anzi, gli economisti più «decenti» (quelli che non nascondono le carte nei cassetti, suppongo) sanno benissimo che anche la crescita zero è dovuta alla corruzione, all’evasione fiscale, alla mafia, alla criminalità finanziaria in generale. Pure Peter & Marco, dunque, non hanno cambiato di una virgola il loro approccio legalistico alla questione, nonostante le dure repliche della storia alle morbose attenzioni della magistratura. E infatti anche qui è ben percepibile un certo qual penetrante, famigliare odor di stantio, di puzza quasi.

LE IENE 12/06/2012 Ma non si chiamano “iene”? Ragazzotti dalla pellaccia dura, pronti ad azzannare la preda, rompicoglioni di professione in difesa della patria e dei diritti umani? E allora perché ogniqualvolta la vittima designata scalcia scompostamente, va fuori di testa, magari spacca la telecamera, oppure, chessò, ti sgraffigna l’iPhone, e se lo tiene pure, questi qui chiamano i carabinieri, e piagnucolano come bambinetti davanti ai loro colleghi dei media come se fossero stati stuprati, invece di incassare virilmente il cazzotto in silenzio, leccarsi le ferite, e prepararsi ad un nuovo assalto? Siamo iene o caporali?

ROBERTO NAPOLETANO 13/06/2012 Beatamente incurante degli esiti semifallimentari ai quali ha condotto la vittoriosa campagna d’inverno, il direttore del Sole24Ore rimette in azione l’artiglieria del «fare presto»: è la campagna d’estate, su scala europea. Sette mesi fa cosa precisamente si dovesse fare, a parte dare il benservito al Berlusca, non si capiva affatto. Il tono, però, era imperioso. Il risultato algebrico di tale manovra, un logico zero: infatti, una volta arrivata imperiosamente in sala comandi, la banda dei tecnici ha cominciato a grattarsi la testa e da allora non ha più smesso. Questa volta i termini della questione sono capovolti. Il direttore sembra avere le idee chiarissime. Tre sono le cose da fare, che in pratica si condensano in una, ineffabile, altissima: gli Stati Uniti d’Europa. Però, vista la modestia dell’obbiettivo, il tono è quello del profeta inascoltato. Il risultato algebrico di tale manovra sarà un logico zero: davanti ad un tale programma la Merkel non solo se la prenderà comoda, ma si farà pure una risatina. E così i retori del «fare presto» potranno tirare un bel sospiro di sollievo. Tutto resterà nel solco di un sentenzioso, rassicurante velleitarismo. E’ il loro marchio di fabbrica. Anzi, la loro «mission».

ALESSANDRO CECCHI PAONE 14/06/2012 Un bel giorno fece coming out. Essendo un buonissimo partito e la personcina più ordinaria ed in ordine del mondo, dalla giacca alla pettinatura, pensò che il suo esempio avrebbe trascinato dietro di sé tutta l’umanità gay d’Italia. Invece riuscì solo a spezzare il cuore alle più pie fra le casalinghe di Voghera, che ancor oggi non ci credono. Da allora cominciò a rompere, dando la caccia ai gay non dichiarati, come neanche Befera agli evasori fiscali, e raccontando in giro impudico le sue avventure amorose. Nel suo catalogo, madamine e signorini, si viene or ora a sapere, c’è un azzurro, inteso come calciatore. Dubito fortissimamente che sia vero. Cosa ci possa trovare un giovanotto atletico e svelto in quel pacioccone di Cecchi Paone è un mistero. L’amore tuttavia è cieco. Forse si tratta molto più prosaicamente di un attempato italoforzuto, inteso come politico, poeticamente trasfigurato, sempre dall’amore, s’intende, e dalla sua temibile cecità. Ma queste son quisquilie. Perché parlando di azzurri Alessandro ha rivelato una cosa sensazionale: tre calciatori della nazionale sarebbero «metrosexual». E ne ha fatto pure i nomi, che io non ripeto, per ritegno e per rispetto verso Giovinco, Montolivo e Abate. Ahihiaihiaihiaihiai… metrosexual! Metrosexual? E che roba è? Sono andato a vedere su Wikipedia. Ho chiuso gli occhi e stretto i denti. Cautamente, paventando efferatezze turco-mongoliche, ho aperto un occhio. E poi anche l’altro. Be’, il metrosexual non è un mostro. Ma quasi. E’ proprio il tipo di uomo che mi sta sulle palle: «curatissimo nell’aspetto», fissato con la fitness, con l’abbronzatura, con la depilazione, «consumatore di cosmetica avanzata» (arghhhh!), «appassionato di shopping e tendenzialmente salutista». Insomma, una Cleopatra metropolitana di sesso maschile. Pur partendo col vantaggio di essere poco più peloso di una femmina, io non ce la farei mai ad essere metrosexual: è troppo faticoso. E pensare che Dio, nella sua infinita bontà, ha concesso un grande privilegio al maschio: restare tale anche dopo essersi vestito alla cacchio di cane e ripulito alla meno peggio. Un maschio è sempre l’abbozzo di un uomo e quella è la sua aurea condizione terrestre. La perfezione appartiene alla donna. Quando ella vi guarda scuotendo la testa; quando ella contempla, disperata, col viso stretto tra le mani, un orso, uno zotico da rifare da capo a piedi; in quel preciso momento, se siete un uomo, voi celebrate il vostro trionfo. E vi viene una voglia irresistibile di mettere qualcosa di tenero sotto i denti, o meglio, sotto le zanne.

GIULIO TERZI 15/06/2012 Da quando è in carica non si ricorda una presa di posizione minimamente originale o cazzuta del nostro ministro degli esteri. Il peggio di sé lo dà quando il consenso attorno una questione internazionale è massimo, quando americani e onusiani si danno la mano. Allora sgomita, diventa frizzante, ciarliero, zelante, più americano degli americani, più onusiano degli onusiani. Poteva questa figurina restare insensibile al richiamo di Twitter? Non poteva. «La e-diplomacy, o “Twiplomacy” è una realtà» dice convinto Giulio, che al riguardo porta un esempio memorabile: «Il 9 febbraio ho twittato “Stop ai massacri di civili innocenti in Siria” e la risposta dei followers è stata straordinaria». Straordinario. Sono passati quattro mesi. La situazione in Siria è sempre quella. Ora aspettiamo solo la replica del twit e la risposta straordinaria dei followers.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (67)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

PIER FERDINANDO CASINI 26/03/2012 Per timore che si dubiti della vostra intelligenza, ci sono cose che voi mortali non direste mai, tanto sono scontate. E sbagliate. Poi arriva lui, Pierferdy, che le sa apprezzare e recitare con una convinzione che confonde i più scafati. E’ di ieri l’ultima, in tutto il suo nudo, inattaccabile splendore: «Se si continua così il governo prima o poi entra in crisi sul serio». Confessate: quantomeno vi chiedete se ci sia sotto qualcosa. E sbagliate di nuovo.

MARCO TRAVAGLIO 27/03/2012 Come sapete, è morto Tabucchi, lo scrittore, noto anche per indulgere in un giacobinismo la cui strepitante e comica intransigenza scimmiottò un indomabile spirito di verità. Molto gli piacque vivere la mistica del regime, della cui problematica esistenza il pathos sprigionato dal suo animo intrattabile doveva servire da dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà. In breve, fece l’offeso, non si sa da chi e da che cosa: per questo fu ancor più riverito, ancor più premiato, ancor più pubblicato. Per Marco, un martire. Ma soprattutto un uomo libero. Da contrapporre ai servi, tipo Ferrara, e idealmente, nel suo ambiziosetto piccolo, il sottoscritto: con la nostra simpatica e virile faccia da schiaffi siamo la sua magnifica ossessione, sempre e comunque, ogni occasione è buona.

L’UNITA’ 28/03/2012 Come sapete, è morto Tabucchi, lo scrittore, noto anche per indulgere in un giacobinismo la cui strepitante e comica intransigenza scimmiottò un indomabile spirito di verità. Molto gli piacque vivere la mistica del regime, della cui problematica esistenza il pathos sprigionato dal suo animo intrattabile doveva servire da dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà. In breve, fece l’offeso, non si sa da chi e da che cosa: per questo fu ancor più riverito, ancor più premiato, ancor più pubblicato. L’Unità.it vuole ricordarlo in modo speciale, offrendovi in allegato un suo racconto pubblicato dal quotidiano nel 2001. Titolo: «Incubo». Argomento: quello. La loro magnifica ossessione, sempre e comunque, anche nell’attimo dell’ultimo commosso saluto alla salma dello scrittore giunta alle porte dell’Ade. In caro estinto, già mezzo sintonizzato con la larghezza di spirito dell’Eterno, farà fatica a credere a tale ingiuriosa piccineria: ancora Lui! Qui! E’ un incubo!

STAFFAN DE MISTURA 29/03/2012 All’inizio della vicenda dei due marò arrestati dalle autorità indiane, la reazione del nostro governo fu timidissima, quasi silente. Con l’andar del tempo una certa impotenza ha trovato sfogo nell’innalzamento dei toni, ed ora non passa giorno che i rappresentanti delle nostre massime istituzioni non ripetano che “non lasceranno soli” i due militari, come ha fatto anche ieri il ministro della Difesa. Di grazia, perché dovrebbero? Anche se fossero colpevoli, e non solo innocenti o arrestati arbitrariamente, l’Italia avrebbe il dovere di patrocinare i loro diritti. Sentire invece il dovere di sottolinearlo, quantomeno rende plausibile ciò che plausibile non dovrebbe essere, ed ingenera sospetto. Il sospetto che il silenzio ed gli strilli siano figli dello stesso padre: il non saper che pesci pigliare. Prendete il sottosegretario agli Esteri Staffan de Mistura, sempre ieri: “Noi non molleremo mai i nostri marò”, premette, come da copione; e poi spiega quasi bellicoso che se l’Alta Corte del Kerala dovesse decidere che la giurisdizione è indiana “l’Italia, di conseguenza, continuerà ad alzare i toni sulla questione; impugnerà la decisione e si rivolgerà alla Corte suprema”. Nientepopodimeno.

CORRADO PASSERA 30/03/2012 Per il ministro dello sviluppo economico siamo nel pieno di una recessione che non passerà tanto presto. Bene. Voglio dire, dice la verità. Aggiunge che per uscirne bisogna accelerare su tutte le riforme strutturali in programma. Bene. E ribadisce che bisogna pensare ad una crescita sostenibile dal punto di vista finanziario e non fondata sul debito. Benissimo. Il problema più urgente da risolvere, però, è quello della stretta creditizia con la quale le aziende e le famiglie fanno oggi drammaticamente i conti. Malissimo. Sapevo che non durava. Non perché non siano vere, la stretta creditizia e l’urgenza di porvi mano. Ma perché il “credit crunch” viene vagamente presentato come una specie di accidente causato da una somma di imperizie. E non da quella economia fondata sui debiti, e quindi anche sull’espansione creditizia, evocata un secondo prima.

Le spallate antidemocratiche dei retori della Costituzione

Le bugie hanno le gambe corte. In questo caso si son rivelate cortissime. Ricordate i giorni nient’affatto lontani delle idi di dicembre quando Tiberio Cesare Bunga Bunga Berlusconi doveva cadere sotto i colpi di Bocchino & Granata? Credo di sì, nonostante l’oblio nel giro di una notte sia il marchio di fabbrica del cervellino degli uccelli da voliera della società civile. Esatto: quelli che svolazzano fin qua, o fin là, ben nutriti e canterini, senza mai dire una cosa che sia veramente fuori dal coro, specialmente quando sono caldamente indignati. E allora, grazie alla mia provvidenziale stampella, vi ricorderete sicuramente che, a parte l’esagitato Di Pietro e il rampante Vendola, in tutta la galassia sedicente democratica e responsabile, da Casini a Fini, dal Partito Democratico di Bersani a quello di Veltroni, dalla Stampa al Sole 24Ore, dalla Repubblica al Corriere, dai capitani d’industria ai marescialli della burocrazia, dai ventriloqui della Costituzione alle suffragette della Resistenza, la parola d’ordine era: niente elezioni, trauma lacerante in un paese già a brandelli, percorso da mille tensioni, per di più sballottato qua e là dagli spasmi della crisi finanziaria ed economica occidentale; in una parola, niente ancora di salvezza per il Caimano.

Ma la mozione di sfiducia promossa dalla gioiosa macchina da guerra bocchiniana venne beffardamente respinta, e il crollo berlusconiano non si riusciva a vederlo neanche col binocolo. Son bastate poche settimane, giusto il tempo di salvare le apparenze – e la decenza, carissima Barbara Spinelli – un altro opportuno giro di puttanate, e il comandamento anti-voto è già stato bellamente cassato. Dagli stessi giudiziosi protagonisti. Per le stesse giudiziose ragioni: così-non-si-può-andare-avanti!, in un paese già a brandelli, percorso da mille tensioni… Contrordine, compagni! Gli editoriali della Stampa e di Repubblica erano stati abbastanza chiari nei giorni scorsi. Oggi vengono allo scoperto il draconiano Massimo D’Alema, patrocinatore di una Union Sacrée antiberlusconiana, e il moscio Ferruccio De Bortoli, che con la congenita doppiezza del Corriere si fa scudo della necessità di un’impossibile tregua per dissimulare il suo voto per il voto. Il tutto mentre il Caimano ora dice: no, no, no, e poi no! Che la politica italiana somigli spesso a un vaudeville non è una novità, ma a fare bella figura in questa particolare commedia è stato proprio Silvio, l’unico attore che ha mostrato coerenza. E la vostra prontezza di spirito, son certo, non avrà mancato di cogliere il lato ridicolo dei suoi contegnosi avversari.

Intanto, in un simulacro di rivoluzione, si muove anche la truppa movimentista. Gian Carlo Caselli, oracolo della magistratura, ha già detto che “la misura è colma”. Il cinque febbraio sarà la volta dei giacobini di Libertà e Giustizia. Gli ideatori dell’Appello Resignation si ritroveranno al Palasharp di Milano. Umberto Eco, Paul Ginsborg, Roberto Saviano, Gustavo Zagrebelsky, Sandra Bonsanti, Gad Lerner e molti altri tristissimi figuri saranno della partita. Poi il tredici febbraio il capopopolo Michele Santoro, previo appello alla mobilitazione già firmato da Marco Travaglio e da Barbara Spinelli, manifesterà davanti al Tribunale di Milano. Questi saranno rispettivamente il Sinedrio e la Piazza che dovranno condannare una volta per tutte Berlusconi agli occhi della pubblica opinione. Lo scopo è semplice e anticostituzionale: intimidire le istituzioni, il Presidente della Repubblica e il Parlamento. Se le minoranze organizzate a falange non riusciranno a gettare nel panico la maggioranza parlamentare, si prenderà allora per il bavero il vecchio compagno Napolitano. Vi ricordate? Vi ricordate la prima parte dell’articolo 88 della Costituzione? “Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse.” Zagrebelsky, illustrando col conforto della dottrina il pensiero della Meglio Italia, ci scrisse su la solita arringa sul quotidiano fondato da Scalfari, per dimostrare ai golpisti del tipo del Cavaliere, e ai deficienti che lo seguono, che se la mozione di sfiducia fosse passata alla Camera, la richiesta di elezioni per un solo ramo del parlamento sarebbe stata una forzatura eversiva. Ma ora invece, spinti dalla disperazione o dall’esaltazione, gli stessi zeloti della Costituzione non si faranno scrupoli di spingere il Presidente della Repubblica, sentiti naturalmente i Presidenti delle Camere, e in forza naturalmente dell’Art. 88, nonostante una maggioranza di governo fino a prova contraria ancora in sella, a sciogliere le Camere e ad indire elezioni anticipate. S’intende, sempre col conforto dei dottori della legge. Cose allucinanti. Golpiste.

Ma non avverrà. Ancor prima del Parlamento, sarà la pubblica opinione a mandare all’aria questo disegno. Già lo fece, disillusa, nell’immediato dopo-Mani Pulite. Questa volta lo farà prima, non lasciandosi impressionare. La spallata decisiva rischia di tramutarsi nel naufragio di “questa” sinistra. Sarà un bene. Ed allora nei libri di storia sarà scritto che il merito maggiore della lunga stagione berlusconiana sarà quello di avere, con la sua sorprendente resistenza, prima assorbito e poi neutralizzato definitivamente la forza propulsiva di quel radicalismo di massa che fu fascista, comunista e per ultimo giacobino: nella sua longevità la vera anomalia italiana.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Diamo una medaglietta al bambino Michele

Mezzo domatore da circo e mezzo santone, Michele Santoro mise in piedi il suo spettacolo televisivo oramai un quarto di secolo fa. La formula che ne ha decretato il successo presso la plebe sanguinaria dei rossi è di una brutale semplicità: une affaire; un imputato; il tribuno del popolo, lui; i galoppini del tribuno del popolo; le tribune del popolo; gli ospiti di sinistra: s’intende, in veste di accusatori; e – democraticamente, per facilitare il compito di chi ha la spiacevole tendenza a bersi il cervello – un egual numero di ospiti di destra: s’intende, in veste di difensori. E’ un vecchissimo schema di cui gli sventurati si fanno prigionieri accettandone le premesse. Chi risponde è già mezzo condannato, e passa il suo tempo a cercare di divincolarsi dalle spire dell’idra di accuse e allusioni che gli piovono addosso.

Prendere le cose per questo verso inquisitorio è una monomania della sinistra. L’indice puntato verso l’uomo della strada, che in quel momento con grande probabilità sta solo pensando in santa pace alla fregna o al pallone, dovrebbe essere il vero simbolo dei democratici: il medio puntato valorosamente verso l’alto dovrebbe esserne la giusta risposta. Sempre che si trovi la lucidità e la forza di non confondersi, la qual cosa purtroppo necessita di allenamento. Già alle prime elezioni dell’epoca repubblicana – 62 anni fa – i democristiani, allora freschi freschi, ancor prima di mettersi a tavola, furono additati dai discepoli del Migliore come “forchettoni”. Ma queste erano cose serie. Sul versante cazzate, invece, trent’anni or sono la sinistra decise che era ora di occuparsi anche di calcio: fu così che l’umanità riconoscente alla superiore cultura e indipendenza della terza rete si arricchì del “Processo del lunedì”. Sì, proprio il processo biscardiano, di cui a sinistra as usual hanno cancellato il file dal disco fisso della memoria storica, e che ora magari qualcuno sarebbe capace di far passare come un’orripilante testimonianza del becerume dell’Italia berlusconiana.

Il sottoscritto, cui la salute mentale non difetta, e non accetta ricatti, non ha mai guardato in vita sua un’intera puntata del circo di Santoro. Istruitosi in fretta dopo qualche assaggio di trasmissione, l’ha respinto nell’unico modo saggio: in toto. Da vent’anni lo diserta con soddisfazione e profitto. Malauguratamente questa politica lungimirante non è stata adottata dai fessi del centrodestra, incapaci d’ignorare o di respingere al mittente inviti al suicidio. Pure Berlusconi, che spesso arriva con l’istinto là dove non l’aiuta l’intelligenza, l’ha capito solo qualche anno fa, ma troppo timidamente ha invitato i destrorsi a regolarsi di conseguenza. Che infatti hanno fatto orecchi da mercante ed irretiti dal fascino del male e dal gusto della sfida – l’esca ideale per gli ottimisti – hanno continuato a fornire di vittime sacrificali il tempio di Santoro. Senza di quelle, le messe democratiche sarebbero finite già da un bel po’. Non basta, a pareggiare i conti, qualche “incidente”, qualche battibecco più accalorato del solito che poi rispunta ostinatamente nelle piazze del web; come di recente, quando il vicedirettore del Giornale, Nicola Porro, ha fulminato in contropiede Marco Travaglio rammentandogli velenosamente in perfetto stile travagliesco certe sue certo fortuite e certo sfortunate frequentazioni siciliane. L’altezzoso campione della legalità è sembrato, per una volta, uno dei pesciolini impigliati nella rete santoriana; ma al contrario di molte delle sue vittime, ha avuto una reazione penosa: ha guardato Santoro come il primo della classe guarda la maestra che ha tradito il suo cocco, e gli si è raggelata in volto un’isteria da femmina violata, sempre assai sgradevole in un uomo, prima di esplodere una salva di aggettivi non proprio lusinghieri contro l’infame Franti della gazzetta berlusconiana. Poi, con più calma, ha lamentato di non avere in televisione il tempo per rispondere in modo articolato – lui, l’uomo dei fatti – alle insinuazioni: poveretto. Si rifarà, è ancor giovane.

Mentre Santoro, che dalla televisione ha avuto tutto, ed è arrivato in tutta sicurezza, nonostante tutte le sue perigliose battaglie democratiche, ad una certa non più verde età, oramai mira solo a raggiungere l’agognato martirio; che nelle società bonaccione dell’Occidente – come l’Italia – è privilegio solo della supercasta dei bambini ultraviziati. E diamogliela, questa medaglietta.

[pubblicato su Giornalettismo.com]