Articoli Giornalettismo

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (45)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

MUSTAFA ABDEL JALIL 24/10/2011 Festa a Bengasi, dove è stata proclamata la liberazione del paese dopo quattro decenni di Jamāhīriyya. L’allegria ha raggiunto il culmine quando il numero uno del Consiglio di Transizione Libico ha detto alla folla, papale papale, che “Come nazione musulmana la Sharia è alla base della nostra legislazione, pertanto ogni legge che contraddica i principi dell’Islam non avrà valore”. I presenti si son dati di gomito, guardandosi l’un l’altro con la coda dell’occhio, e tra loro è corso, come un fulmine, un solo pensiero: questo qui è anche più mattacchione di Gheddafi, ci sarà da divertirsi un mondo.

MICHELE SANTORO 25/10/2011 L’Italia è quel paese anormale che ha già partorito una Magistratura Democratica, ossia quella veramente democratica, un Partito Democratico, ossia quello veramente democratico, una Medicina Democratica, ossia quella veramente democratica, e tutto il resto della compagnia antifascista delle cricche veramente migliori. Adesso di veramente pubblico avremo finalmente anche un Servizio Pubblico: è il titolo, sembra non vi siano più dubbi, della nuova trasmissione di Santoro. Lo ha scelto dopo molte incertezze, senza sapere neanche lui perché. Così gliel’ho spiegato io perché. Perché veramente.

FILIPPO PONGILUPPI 26/10/2011 E’ un “noto” playboy trentenne. Di professione, infatti, fa – anche – il PR: non strombazza in giro le sue conquiste; ma neanche le nega. Lascia crescere i rumori, accortamente. E’ così che arriva la fama. Sembra che all’inizio della sua carriera di sciupafemmine, al tempo del liceo, si sia gingillato per anni con Nicole Minetti. Dico “gingillato” perché, a detta di questo infaticabile chiavatore, “Pongi” non si è mai innamorato e nel suo vocabolario “la parola fedeltà non esiste”. E tuttavia ha capito che “le donne appariscenti non hanno tempo di occuparsi di cose più serie”, e che ora invece “ha bisogno di una donna con idee e valori”. Giunto felicemente a questo grado di maturazione, è stato subito spedito al Grande Fratello, dove da lui si attendono sfracelli.

ROBERTO NAPOLETANO & FERRUCCIO DE BORTOLI 27/10/2011 “No, presidente Berlusconi, l’Italia viene prima di tutto.” Scrive il primo sul Sole24Ore. “Ma prima ancora viene il paese. Una volta tanto.”  Scrive il secondo sul Corrierone, rivolgendosi al Cavaliere, in un articolo intitolato, tanto per essere chiari, “Mettere il paese davanti a tutto.” Il moralismo farlocco e pomposo non ha mai un tocco d’originalità. Scivola sul piano inclinato del conformismo perfino nelle scelte lessicali, e – miracolo – anche in quelle temporali, quando a convergere sono menti eccezionalmente dotate. Ma il direttore del Corriere della Sera si fa preferire: quando ci si mette sa essere anche un insospettabilissimo buontempone. Ferruccio spende due terzi dell’articolo nell’invitare vigorosamente il Cavaliere a dimettersi. E’ un crescendo irresistibile. E comincia il terzo e conclusivo, dedicato al dopo-Berlusconi, quando ormai siamo tutti alle soglie dell’orgasmo, con questa fulminante osservazione: “E la soluzione quale potrebbe essere? Non è semplice.”

IL PASSO INDIETRO 28/10/2011 Il Berlusca è tornato vivo e vegeto da Bruxelles, dove s’è tanto ringalluzzito da permettersi con simpatica nonchalance d’indugiare con la coda dell’occhio sull’elegante figura femminile del nuovo primo ministro danese. Facce da funerale, quindi, nelle redazioni dei grandi giornali della penisola. A rallegrarle un po’ ci hanno pensato gli “scontenti” – il che è tutto dire – un nuovo e misterioso gruppuscolo frondista all’interno della maggioranza, che avrebbe chiesto a Silvio di fare – indovinate un po’ – un “passo indietro”. Alt! Io dico basta. A nome dei miei orecchi, che non ne possono più, propongo una raccolta di firme per chiedere al “passo indietro” di fare un passo indietro, di rinchiudersi in un eremo e di restarci per almeno una generazione, il tempo minimo necessario per ritrovare la sua verginale purezza.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (28)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

LA PROCURA DI NAPOLI 27/06/2011 Cade nella rete dell’inchiesta P4 anche il generale Adinolfi, capo di stato maggiore della Guardia di Finanza: è indagato per rivelazione di segreto istruttorio e favoreggiamento per aver fatto arrivare a Bisignani notizie sull’inchiesta …P4. Dal che si arguisce: 1) che la P4 genera la P4bis, che l’inchiesta genera il reato, come la burocrazia genera burocrazia, o come l’equivoco ben coltivato genera la commedia degli equivoci; 2) che da Balzac siamo passati a Feydeau; 3) che come già detto, alla saga piduista manca solo l’alloro del cinepanettone per finire nella pattumiera della storia: il passaggio per Napoli è un segno divinatorio la cui lettura non si presta a dubbi.

DIETER HANITSCH 28/06/2011 E’ il capo della polizia di Dresda. Ne ha combinato una di veramente grossa: in febbraio ha fatto mettere sotto controllo i cellulari di 45 partecipanti ad una manifestazione anti-nazista, ossia alla solita, programmata, ed impunita scorribanda di teppisti rossi, finita coi soliti, programmati, ed impuniti scontri con la polizia. Scoperto, invece di resistere, resistere, resistere, ha dato subito le dimissioni. Ce le ha proprio sbattute in faccia, a noi italiani, queste dimissioni date per una marachella che nella sua innocenza continua a commuoverci dopo averla letta almeno una dozzina di volte.

DANIELE VICARI 29/06/2011 Il regista ha cominciato a Bucarest le riprese di “Diaz”, un film sui fatti di Genova del 2001. Come tutti sanno, e fanno finta di non sapere, il G8 di Genova fu un agguato premeditato al governo Berlusconi, una vera e propria spallata antidemocratica, come lo furono i fatti di Genova del 1960 contro il legittimo governo Tambroni. Invece di fare un film sull’arrosto, che è questo, il regista farà un film sul fumo, il “massacro della Diaz”, divertente definizione per quello che fu un miserabilissimo dettaglio della storia, un massacro che non lasciò sul campo né un morto, né un guercio, né uno storpio, ma tutta gente abile ed arruolabile.

PIETRO FORNO 30/06/2011 Secondo il procuratore aggiunto di Milano, nelle folli notti di Arcore tutto era pianificato con teutonica precisione. C’erano: “l’arruolatore, il fidelizzatore, l’organizzatore e il fruitore finale”. Un “sistema strutturale”, ma anche “strutturato”. E “menti raffinatissime”? Niente?

MICHELE SANTORO 01/07/2011 E’ da morir dal ridere. Quanto bella era la pacchia alla RAI del Padrone dove Lagna Continua ha fatto il bello e il cattivo tempo per trent’anni, regnando su un quartierino tutto suo! A Telecom Italia Media, dove non si perseguita nessuno per ostentato principio democratico, si sono rotti del bulletto ancor prima di cominciare. E già Lerner e Mentana chiedono “spiegazioni” ai vertici, sospettati di collaborazionismo col Berlusca, l’Alfa e l’Omega, sempre per principio, di ogni malefatta. Ma prendeteli, prendeteveli tutti, gli okkupazionisti della TV: così imparate, razza d’imbecilli, cosa vuol dire portarsi in casa la consorteria degli intoccabili.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (25)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

LUIGI DE MAGISTRIS 06/06/2011 Napoli sogna. Dopo il nuovo stadio due volte più capiente e dieci volte più bello del S. Paolo evocato nell’ebbrezza scusabile della vittoria, ecco che senza attingere questa volta alla coppa di Nestore il nuovo sindaco partenopeo ci partecipa finalmente del suo primo vero atto formale: un invito a Barack Obama, scritto di proprio pugno, come si conviene nei crocevia della storia, a venire in visita alla sua città. Perfettamente consapevole che negli States c’è molta attenzione per il fenomeno del movimento civico che lo sostiene, e dell’innamoramento dei napoletani verso di lui, Luigi, professandosi fin d’ora suo sostenitore, amico, compagno, così si rivolge al presidente americano: “Caro Barack, io vorrei che tu, e Roberto ed io ci ritrovassimo qui a Napoli. Dall’alto del Vesuvio e dalla distesa delle acque di quel golfo che fu greco ai tempi di Omero, trenta secoli di storia ci guarderanno: ne trarremo conforto ed ispirazione, per essere, son sicuro, all’altezza dei compiti che un destino preveggente ci ha assegnato.”

MICHELE SANTORO 07/06/2011 Sono più di vent’anni che non guardo le trasmissioni di Santoro. E’ una sbobba fatta per i gonzi senza spina dorsale e per i fanatici della sua setta, ed io mi lusingo – penso con qualche fondamento – di non appartenere a nessuna delle due categorie. Mi dicono che adesso divorzia dalla RAI, dove ha sempre fatto tutto quello che ha voluto, come mai nessun altro. Sentendosi colpevole di tale privilegio, ha strillato fin da giovanotto da martire in carriera, insopportabilmente. Avrebbe meritato un centinaio di robusti scappellotti per la sua improntitudine, ma l’ha fatta franca e così è arrivato ai sessant’anni sano, salvo, e capriccioso come un bambino che si crede un padreterno. Il divorzio è consensuale, anche se per la vulgata democratica è già l’Egira del Profeta Santoro. Infatti è già pronto il trasloco del suo circo a La7. E pure il contratto è quasi pronto, dicono. Un bel contrattino, scommetto. Si porterà dietro le star della sua consorteria, la sua consorteria, e con ogni probabilità tutti i fedeli della sua chiesa, qualche milioncino di persone, per quanto tempo ancora non so, perché la natura umana è capace di peccati enormi che non cessano di sorprendermi. Insomma non cambierà un bel nulla: il gattopardismo dei migliori, in salsa chiagnifottista.

GIAN ANTONIO STELLA 08/06/2011 Delle esortazioni di Napolitano, delle suppliche di Ciampi, degli inviti di Fini, dei buoni propositi della Marcegaglia non-ce-ne-importa-un-bel-piffero: se tifiamo e lottiamo per il NO ai referendum, mica significa che siamo fessi. A votar non andremo, manco dopo morti. Sia chiaro una volta per tutte: lo consideriamo un dovere civico. Alto. Siam gente seria, gente con la testa sulle spalle, per Dio. Tutt’altra pasta, ad esempio, del noto spulciatore di caste sponsorizzato dall’establishment. Costui la spara veramente grossa: andare a votare bisogna, per salvaguardare uno strumento di partecipazione che non possiamo far fallire definitivamente, per onorare la bella politica senza trucchi, per mettere un mattone sulla via della costruzione della democrazia compiuta. Ecco: la “democrazia compiuta”, per la milionesima volta evocata, la democrazia del sol dell’avvenire, la democrazia della città del sole, la democrazia della Nuova Gerusalemme, l’ossimoro preferito dai molti, troppi testoni che vanno in giro, come vedove inconsolabili, a magnificare un surrogato degli incubi novecenteschi. Comunque ripeto che non andremo a votare. Non-ci-andremo. Sarà una lotta non-violenta contro il quorum. E Gandhi, la grande anima, sarà spiritualmente al nostro fianco. Su questo non ci piove.

LA NATO 09/06/2011 Il regime che è al collasso; Gheddafi che ha le ore contate; il Raiss che se ne deve andare; il Raiss che spara contro il suo popolo; noi che proteggiamo il suo popolo; i ribelli da addestrare; i ribelli interlocutori legittimi; Misurata sotto assedio: sono ormai tre mesi che va avanti così. Di questa mascalzonata si vergognano tutti quanti come ladri, e i media fiutando l’aria hanno deciso di passare le notizie dalla Libia in secondo piano. La solita grandinata di bombe al giorno, la solita grandinata di parole al giorno, implacabilmente uguali a se stesse, come quelle di una preghiera. Ma insomma, se le prime volete proprio buttare, almeno risparmiateci le seconde.

EMMA MARCEGAGLIA 10/06/2011 Per la presidentessa di Confindustria la vittoria del “sì” ai referendum sull’acqua farebbe fare all’Italia un balzo di vent’anni indietro. Non fossi un inossidabile berlusconiano, ma un ligio copincollatore di geremiadi confindustriali ringalluzzito da un bicchierino di troppo, direi: e allora? L’Italia non è forse ferma da vent’anni? Ah ah ah… Fatto sta che Emma la mette sul tragico: per dirla in celentanese è una questione di vita o di morte. Più pacato Massimo Mucchetti, editorialista del Corrierone, per il quale, comunque, sull’acqua i referendum fanno solo demagogia. Dannosa demagogia. Così faranno il loro dovere, per il bene del loro paese, delle future generazioni, dell’umanità tutta, pienamente consapevoli della posta in gioco: andranno a votare “no” per sventare questa tragedia. Andranno a votare: è tutto vero.

Italia

L’editto sovietico

La cricca, o meglio, la legione degli okkupazionisti della RAI è ormai in preda a un tale delirio d’onnipotenza, che quella schiappa di Berlusconi se lo sogna finché campa. Il loro capo, il bulletto Santoro, l’aveva detto: o io o Masi. Questo era l’avvertimento. Poi la macchina degli amici degli amici si è messa puntualmente in moto. Giovedì il Cda RAI doveva dare il la a un bel giro di poltrone, la più importante delle quali era quella che da quattro anni sta sotto il sedere di Corradino Mineo, da destinarsi alle chiappe di un tale Ferraro, ora a Sky, e, dicono, amico della Lega. Era, ma naturalmente “è” ancora la più importante. Che credevate? Mineo – ex del Manifesto, ex del TG3 fin dai tempi di Telekabul, poi inviato di qua e di là in sedi prestigiose, infine, da quattro anni appunto, direttore di Rainews, poveretto – è di sinistra, di quella purissima. Ossia: una colonna della democrazia, mentre gli altri son servi e lecchini.  Ossia: inamovibile. Se non lo vuole lui. O il partito. I consiglieri di area PD, il giornalista di sinistra Rizzo Nervo, e lo scrittore di sinistra – lo dice lui – Van Stratten, più il solito pollo democristiano che guarda tremebondo a sinistra, De Laurentiis, hanno fatto una scenata e si sono rifiutati in anticipo di partecipare al voto, rovesciando il tavolo come dei bambini. Un bello sciopero democratico. Il presidente della RAI, Paolo Garimberti, ex vicedirettore di Repubblica, ex conduttore di Repubblica TV, di sinistra – posso dire di sinistra? – di sinistra, è entrato allora come da copione nella farsa e ha minacciato le dimissioni, “non sentendosi più presidente di garanzia”. Risultato: Cda sospeso. Poi i 2+1 consiglieri di sinistra, non contenti della loro miserabile furbata, hanno scritto una lettera al presidente della Commissione Parlamentare di Vigilanza, Sergio Zavoli, giornalista con una storia così, roba da museo delle cere, senatore del PD da un bel po’, di sinistra – posso dire di sinistra? – di sinistra, dal 1943 per essere esatti:

Siamo molto preoccupati per lo stato di salute della Rai e la situazione è arrivata a un punto tale che non possiamo limitare solo alla nostra attività in consiglio di amministrazione l’azione di controllo, vigilanza e di denunci. Il servizio pubblico è un patrimonio dell’intero paese e per difenderlo è venuto il tempo di rendere tutti consapevoli che rischia una crisi irreversibile. Se da un lato assistiamo a un’invadenza impropria per condizionare i contenuti della programmazione che non ha precedenti, dall’altro gli indicatori economici mettono a forte rischio la stessa continuità aziendale, mentre sul tema delle nomine confusione e dilettantismo regnano sovrani determinando a tutti i livelli aziendali incertezza e sconcerto.

Insomma, avete capito: bla bla bla, emergenza democratica. Il solito ricatto per i molti minchioni che rappresentano noi – non di sinistra – in Parlamento. A questo punto, il segretario del PD, Bersani, di sinistra – è ovvio, ma posso ancora dire “di sinistra”? – di sinistra, ha rilasciato una nota ufficiale – eh eh, il tocco burocratico che s’accompagna sempre alle mascalzonate dei compagni!  – che dice, popporopò:

Con la lettera di tre consiglieri d’amministrazione della Rai al presidente della Vigilanza, Sergio Zavoli, “il caso Rai” è arrivato a un punto di una gravità inaudita. Siamo davvero al capolinea. Per ripartire è necessario che l’attuale direttore generale, Mauro Masi, prenda atto che la sua esperienza è finita.

Amen. Lo stile è quello di sempre. Da editto sovietico. Loro non esprimono un punto di vista: sentenziano. Fanno “buh” e noi dovremmo prendere paura. Perché siamo scemi. Beh, col piffero.

Articoli Giornalettismo, Italia

Lo schema di Zeman

La Gabanelli? La Gabanelli non sa mai se va in onda. Santoro? Santoro non sa mai se va in onda. Fazio? Anche Fazio e il suo amico Saviano cominciano ad avere qualche dubbio. E già si sentono molto, ma molto meglio. La Dandini? Con la Dandini si ritorna al classico e blindato tran-tran: la Dandini, felicissima, non sa assolutamente mai se va in onda.

Floris? Floris va sempre in onda senza fare tante storie, perché di Santoro ce ne vogliono almeno due: lui è quello dalle buone maniere. Augias? Augias con le sue Storie va sempre in onda e picchia durissimo, ma con una forbitezza così raggelante da scoraggiare anche la potenziale audience sanculotta, che qualcosa di umano ha pur conservato.

L’Annunziata? L’Annunziata va sempre in onda e ha la sua mezz’oretta di gloria ogni settimana. Lilli la Rossa ce l’ha ogni giorno ma è dovuta emigrare su La7 perché, dopo qualche anno in politica nel cuore della civile Europa, di ritorno nel nostro disgraziato paese ha scoperto che alla Rai i suoi ex compagni e le sue ex compagne non avevano lasciato libero neanche un cesso. Però alla Busi – Busi la Bionda – hanno trovato un buso per difendere i diritti e la Costituzione, e con tanto di cavalier servente al seguito, il maestro Gherardo Colombo: forse perché buca lo schermo con l’occhio metallico?

Sembra uno schema del Foggia di Casillo. Quello di una volta. Uno schema di Zeman. Non ci capisci assolutamente un cavolo. Tu pensi ad una partita normale, anzi facile, con quattro poveri diavoli che si son messi le magliette di Gullit e Van Basten, così, tanto per vivere un giorno da leoni prima di farsi sbranare, e invece te li ritrovi di colpo tutti in area, nella tua area, come le cavallette, o la cavalleria mongola.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Italia

E io che credevo di essere cattivo…

Le messe cantate di Santoro oramai attirano solo la truppa dei fedeli della palingenesi nazionale e del culto della legalità, che si beve avidamente liturgie, litanie e prediche tornite e lucidate da anni di pratica confessionale. (Zamax, 15 aprile 2009)

Qualcuno di questi programmi raggiunge un’audience di qualche milione di telespettatori, qualcuno è visto dai quattro gatti più devoti, ma grosso modo è sempre la stessa setta che fa le processioni in piazza, i processi sui giornali, va a messa da Santoro, a vespero da Floris… (Zamax, 17 marzo 2010)

Ti prego non ci abbandonare… per me AnnoZero è religione… dopo tutte le battaglie che hai combattuto in nome dell’informazione… mi chiedo cosa sarà il nostro futuro. ( Lucia, su Facebook)

Articoli Giornalettismo, Italia

Diamo una medaglietta al bambino Michele

Mezzo domatore da circo e mezzo santone, Michele Santoro mise in piedi il suo spettacolo televisivo oramai un quarto di secolo fa. La formula che ne ha decretato il successo presso la plebe sanguinaria dei rossi è di una brutale semplicità: une affaire; un imputato; il tribuno del popolo, lui; i galoppini del tribuno del popolo; le tribune del popolo; gli ospiti di sinistra: s’intende, in veste di accusatori; e – democraticamente, per facilitare il compito di chi ha la spiacevole tendenza a bersi il cervello – un egual numero di ospiti di destra: s’intende, in veste di difensori. E’ un vecchissimo schema di cui gli sventurati si fanno prigionieri accettandone le premesse. Chi risponde è già mezzo condannato, e passa il suo tempo a cercare di divincolarsi dalle spire dell’idra di accuse e allusioni che gli piovono addosso.

Prendere le cose per questo verso inquisitorio è una monomania della sinistra. L’indice puntato verso l’uomo della strada, che in quel momento con grande probabilità sta solo pensando in santa pace alla fregna o al pallone, dovrebbe essere il vero simbolo dei democratici: il medio puntato valorosamente verso l’alto dovrebbe esserne la giusta risposta. Sempre che si trovi la lucidità e la forza di non confondersi, la qual cosa purtroppo necessita di allenamento. Già alle prime elezioni dell’epoca repubblicana – 62 anni fa – i democristiani, allora freschi freschi, ancor prima di mettersi a tavola, furono additati dai discepoli del Migliore come “forchettoni”. Ma queste erano cose serie. Sul versante cazzate, invece, trent’anni or sono la sinistra decise che era ora di occuparsi anche di calcio: fu così che l’umanità riconoscente alla superiore cultura e indipendenza della terza rete si arricchì del “Processo del lunedì”. Sì, proprio il processo biscardiano, di cui a sinistra as usual hanno cancellato il file dal disco fisso della memoria storica, e che ora magari qualcuno sarebbe capace di far passare come un’orripilante testimonianza del becerume dell’Italia berlusconiana.

Il sottoscritto, cui la salute mentale non difetta, e non accetta ricatti, non ha mai guardato in vita sua un’intera puntata del circo di Santoro. Istruitosi in fretta dopo qualche assaggio di trasmissione, l’ha respinto nell’unico modo saggio: in toto. Da vent’anni lo diserta con soddisfazione e profitto. Malauguratamente questa politica lungimirante non è stata adottata dai fessi del centrodestra, incapaci d’ignorare o di respingere al mittente inviti al suicidio. Pure Berlusconi, che spesso arriva con l’istinto là dove non l’aiuta l’intelligenza, l’ha capito solo qualche anno fa, ma troppo timidamente ha invitato i destrorsi a regolarsi di conseguenza. Che infatti hanno fatto orecchi da mercante ed irretiti dal fascino del male e dal gusto della sfida – l’esca ideale per gli ottimisti – hanno continuato a fornire di vittime sacrificali il tempio di Santoro. Senza di quelle, le messe democratiche sarebbero finite già da un bel po’. Non basta, a pareggiare i conti, qualche “incidente”, qualche battibecco più accalorato del solito che poi rispunta ostinatamente nelle piazze del web; come di recente, quando il vicedirettore del Giornale, Nicola Porro, ha fulminato in contropiede Marco Travaglio rammentandogli velenosamente in perfetto stile travagliesco certe sue certo fortuite e certo sfortunate frequentazioni siciliane. L’altezzoso campione della legalità è sembrato, per una volta, uno dei pesciolini impigliati nella rete santoriana; ma al contrario di molte delle sue vittime, ha avuto una reazione penosa: ha guardato Santoro come il primo della classe guarda la maestra che ha tradito il suo cocco, e gli si è raggelata in volto un’isteria da femmina violata, sempre assai sgradevole in un uomo, prima di esplodere una salva di aggettivi non proprio lusinghieri contro l’infame Franti della gazzetta berlusconiana. Poi, con più calma, ha lamentato di non avere in televisione il tempo per rispondere in modo articolato – lui, l’uomo dei fatti – alle insinuazioni: poveretto. Si rifarà, è ancor giovane.

Mentre Santoro, che dalla televisione ha avuto tutto, ed è arrivato in tutta sicurezza, nonostante tutte le sue perigliose battaglie democratiche, ad una certa non più verde età, oramai mira solo a raggiungere l’agognato martirio; che nelle società bonaccione dell’Occidente – come l’Italia – è privilegio solo della supercasta dei bambini ultraviziati. E diamogliela, questa medaglietta.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Articoli Giornalettismo, Italia

Gli inamovibili della RAI

Uno dei grandi misteri irrisolti della rivoluzione berlusconiana, o per meglio dire, della catastrofica inefficienza del suo regime, è il continuo moltiplicarsi delle sinecure televisive dei soliti teleimbonitori di sinistra. “Moltiplicarsi” in effetti non è la parola giusta. Meglio sarebbe dire “sommarsi”. Infatti la caratteristica fondamentale di ogni programma di stampo sedicente democratico e progressista è che esso non soggiace ad alcuna politica editoriale o legge di mercato. Semplicemente non è più rimuovibile: a differenza di quanto capita ai comuni e mortali programmi, la sua rimozione non rappresenterebbe la presa d’atto che la trasmissione è arrivata in tutta naturalezza alla fine della sua lunga pista; nooo, sarebbe piuttosto una ferita nel corpo vivo della nostra democrazia, un danno esiziale al pluralismo della nostra informazione. Non vi ricordate come Floris fece il suo esordio alla RAI col suo Ballarò? Certo che no. Non volete. Doveva da una parte sostituire Santoro, colpito dall’editto bulgaro berlusconiano, e allora in procinto di partire per un esilio ottimamente stipendiato in un lussuoso resort strasburghese-lussemburghese-bruxellois; e dall’altra parare l’attacco del crociato Antonio Socci col suo Excalibur. Poi Santoro tornò in RAI, ma col cavolo che Floris smontò le tende del suo accampamento televisivo: da otto anni è lì, fermamente convinto, come i suoi colleghi di resistenza a Saxa Rubra, di essere una colonna della democrazia. Don Chisciotte Socci fu invece mandato a casa col suo ronzino e il suo spadone di latta dopo appena due anni, come un appestato, e senza che nessuno gridasse all’emergenza democratica. Quello che fa restare a bocca aperta è che queste balle risibili e ricattatorie facciano restare a bocca aperta quei poveri mentecatti che noi di destra abbiamo eletto in parlamento.

E così, con lo scopo per definizione irraggiungibile di pareggiare i conti con l’orrida e rassicurante melassa del tinello di Vespa (i “salotti” necessitano di un minimo di QI), un po’ alla volta la RAI è stata incredibilmente okkupata da tutta una serie di piccoli e grandi sultanati indipendenti, nessuno dei quali indispensabile al buon funzionamento della democrazia italiana: quello di Santoro, quello di Floris, dell’Annunziata, della Gabanelli, di Augias, di Fazio, della Dandini. Magari ce ne sarà qualcun altro, che ora non mi viene in mente: chi li conta più ormai? Qualcuno di questi programmi raggiunge un’audience di qualche milione di telespettatori, qualcuno è visto dai quattro gatti più devoti, ma grosso modo è sempre la stessa setta che fa le processioni in piazza, i processi sui giornali, va a messa da Santoro, a vespero da Floris, si confessa dall’Annunziata, sonda la profondità del male dalla Gabanelli, fa gli esercizi spirituali da Augias, si rinfranca l’animo da Fazio, e se la spassa infine dalla Dandini. Gli opposti salotti della contessa Serena Dandini da Sylva e di Corrado Augias danno veramente la misura del grado di perversione di questa religione civile. Le trasmissioni della Dandini sono infatti pietose, e dico pietose perché molti hanno già detto che sono penose, però vanno avanti misteriosamente da lustri. Funzionano così: chi vi entra, invece di farsi il segno della croce, si stampa in faccia un mezzo sorriso, che si riverbera nei mezzi sorrisi di tutti gli altri compagni di combriccola e nel sorrisone benedicente della profetessa. Il riflesso di questo piccolo esercito di dentature colpisce mortalmente al cervello il telespettatore politicamente simpatetico nella cui debole testolina s’insedia regalmente in trono il seguente messaggio: que-sto-è-un-pro-gram-ma-in-ten-zio-nal-men-te-co-mi-co. Altrimenti col piffero che qualcuno lo capisce. Mentre Corrado Augias conduce il suo programma Le Storie con aria da gelido censore in una sorta di Sinedrio, o di Lubianka, dove non vola una mosca, dove dopo un po’ viene meno perfino il respiro, e vi assale un bisogno insopprimibile di ruttare o scoreggiare, giusto per creare condizioni ambientali più favorevoli alla vita dell’uomo. Non vi corre un brivido giù per la schiena, quando costui e il suo inappuntabile ospite, in obbedienza alle convenienze, non certo alla natura, per combattere la temperatura polare emanata dai loro augusti discorsi, si schermiscono con qualche sorrisetto?

Ora io dico che alla RAI c’è veramente bisogno di aria fresca. Questa sbobba ammazza lo spirito e la morale più di dieci GF messi insieme. Auspico che si faccia piazza pulita di tutte queste rendite di posizione; e che una volta tanto trionfi davvero quello spirito riformista e liberale di cui il Cavaliere si era fatto, un tempo, paladino. Vai, Silvio!

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Fattore F, Italia

Non ci resta che la mula

Con l’implacabile regolarità delle piogge monsoniche, pure nell’Anno Domini MMIX si è abbattuta sullo stivale  l’ennesima tempesta mediatica attorno al circo di Michele Santoro. Io cerco disperatamente di fuggire, ma ovunque mi giri la peste sembra starmi alle calcagna. Perché Dio continua ad affliggere i nostri poveri orecchi con la stanca cacofonia mille volte recitata di ridicole trasgressioni e propositi di censura bellicosi come grida manzoniane? Ti abbiamo offeso, Onnipotente? Di Santoro, televisivamente parlando, ho perso le tracce da quando si fece la cresta rossa per fulminare la bionda pollastrella di cui anche quell’anno, come ogni anno, s’immaginò Pigmalione: un caso patetico, sul quale saggiamente i media chiusero pietosamente un occhio e mezzo. Non ricordo il nome della trasmissione – era già Anno Zero? – né della signorina. Quest’anno avevo una mezza idea di darci ogni tanto un’occhiata, perché al contrario delle stagioni passate ad illustrare la beltà femminile non era la solita ragazza seriosa con fisime intellettuali, ma un toco de mula (“un pezzo di ragazza”, dialetto veneto-triestino) come Margherita Granbassi, la classica ragazzona sana, sorridente e simpatica che ti accende una voglia irresistibile di mettere qualcosa sotto i denti. Poi per fortuna ho resistito alla tentazione, ché intristita non la volevo vedere. Ma, venendo a noi,  perché quegli incorreggibili testoni del centrodestra si preoccupano tanto di gente viziata cui manca solo la soddisfazione di provare l’orgasmo di una finta e applaudita esecuzione? Gliela vogliamo proprio concedere? Le messe cantate di Santoro oramai attirano solo la truppa dei fedeli della palingenesi nazionale e del culto della legalità, che si beve avidamente liturgie, litanie e prediche tornite e lucidate da anni di pratica confessionale. Siccome a parte la setta non lo prende sul serio più nessuno, nel momento topico di ogni puntata tira fuori il coniglio dal cappello, ossia richiama con un fischio dalla tana il suo rottwailer di nome Vauro, che gli è fedele da una vita, come e più di Argo ad Ulisse, e lo lascia abbaiare e ringhiare feroce per una trentina di secondi. Dopo di che si ritorna a cuccia e pure i devoti se ne vanno in pace. Lasciamoli divertire. Se dovesse sentirsi minacciata, prima o poi sarà la stessa sinistra democratica a procedere all’epurazione della torma giustizialista: in quel caso, sottobanco, per il bene della patria, potremmo anche dare una mano.