Chi di Costituzione ferisce di Costituzione perisce

Insieme alla «questione morale», sulla genesi della quale non torno (anche perché ho scritte parole definitive in merito), il «patriottismo costituzionale» è l’espressione più popolare del bigottismo di sinistra in Italia, e come quella è un frutto del crollo del comunismo; crollo che per il nostro paese significò la fine della glaciazione politica imposta dalla Guerra Fredda. Sintomi politici di questo disgelo furono negli ottanta non solo l’affermarsi del socialismo craxiano a sinistra e del fenomeno leghista a destra, che interpretava in modo confuso la protesta dell’elettorato conservatore nelle roccaforti democristiane del Lombardo-Veneto, ma anche il protagonismo, per esempio, di un democristiano sui generis come Cossiga, il presidente delle «esternazioni». Il feticismo costituzionale della sinistra, prima di esplodere strumentalmente nel «ventennio» berlusconiano, cominciò a mettere radici proprio negli anni ottanta, insieme ad un inedito amore per il tricolore, che il «garibaldino» Craxi per primo aveva rispolverato a sinistra. Infatti si può dire che fino a tutti gli anni settanta per la nostra straordinaria Costituzione il popolo di sinistra non mostrò alcun segno di affetto particolare; e che al tricolore nazionale guardò perfino con sospetto. Alla sinistra post-comunista il «patriottismo costituzionale» servì per una battaglia di retroguardia, per combattere il nuovo, per agitare l’arma della Costituzione contro il «decisionista» Craxi e il «picconatore» Cossiga, e per rivendicare la propria italianità nella lotta contro il «secessionismo» leghista. Il «patriottismo costituzionale», perciò, è figlio di un conformismo settario, che ha avuto in tutti questi anni anche i suoi cantori di regime. Il più illustre dei quali è Roberto Benigni, il celebrato autore ed interprete de “La più bella del mondo”. Glielo ricordano ora i nuovi campioni di questo conformismo, i settari puri e duri di Grillo, impegnati nella lotta ad oltranza contro le riforme renziane, riuscendo in un colpo solo ad essere dei babbei e ad aver ragione.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Livornissima

Livorno la rossa ha un neo-sindaco pentastellato, Filippo Nogarin, toscanissimo ingegnere dal venetissimo cognome. Si parla di fine di un’era, di svolta clamorosa, di rivoluzione. Invece a ben guardare è sempre la stessa Livorno, la capitale degli esaltati: in Italia sicuro, nel mondo forse. Tanto è vero che io ne sono certissimo senza averla mai visitata: la fama e la storia parlano da sole. E io non voglio mettere in discussione certe gloriose conquiste. Piccola capitale della massoneria, piccola capitale del comunismo, piccola capitale del fascismo, sempre compulsivamente all’avanguardia, Livorno è un posto dove si scherza un sacco, ma dove ci si prende anche tragicamente sul serio, con esiti disastrosi, per gli altri soprattutto. A Livorno nacque il partito comunista italiano, con la scissione dal movimento socialista dell’ala massimalista. Fu poi città fascistissima sotto la dinastia dei Ciano. E quindi antifascistissima per settant’anni, di cui cinquanta ostentantamente comunisti. Adesso, con logica ferrea, è caduta senza ritegno in mano all’ultimo manipolo della serie: quello pentastellato, arditissimo, spalleggiato al ballottaggio dalle schegge destrorse dei leghisti e dei fratelloni d’Italia. Il neo-sindaco, comunque, ha subito chiarito che il “suo” M5S sta nettamente alla sinistra del Pd, ed ha mille volte ragione. Per farlo capire ai duri di testa ha colpito alla pancia molle della città confessando che il suo primo voto da elettore fu per i “trotzkisti” di Democrazia Proletaria, la qual cosa ha commosso anche me. Insomma, cari amici, stiamo sereni: a Livorno l’Italia Migliore folleggia come sempre.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Brutto, sporco, cattivo, ma berlingueriano

Scrivevo l’altro giorno a proposito di Berlinguer: «Quei grillini che lo venerano, e sono legione, hanno tutte le ragioni di farlo. Non vorrai rimproverare loro, cara sinistra democratica, di essersi bevuta tutta, fino alla feccia, con la massima coerenza, la vulgata che tu hai propagandata?» E guarda caso ieri al comizio in Piazza Santissima Annunziata a Firenze Beppe Grillo è salito sul palco in braccio a Di Battista – lui novello Berlinguer e il giovanotto novello Benigni – arruffianandosi i novelli montagnardi con un «Vi ricordo qualcuno?» che verosimilmente avrà colpito al cuore con (inaudita) crudeltà lo sbalordito Veltroni. E poi, proprio nel cuore dell’Italia rossa, e proprio per espugnarlo, quel cuore, ha finalmente pronunciato le ferali parole: «Il Movimento 5 Stelle è l’unico partito che porta avanti la questione morale di Berlinguer, siamo gli unici a portare avanti la sua eredità.» Il guaio per la sinistra girondina è che Beppe mente solo quando dice che il suo movimento è l’unico a professare la retta fede berlingueriana, ma per il resto dice la verità. La sinistra comme-il-faut, per sfuggire alla verità, continua ad ingannarsi cullandosi in una concezione caricaturale e tutta di superficie del populismo, come se forme becere, pacchiane, eclatanti o rumorose di azione politica siano sempre e necessariamente forme distruttive di azione politica, e per converso forme seriose non lo siano. E’ per questo che le viene comodo descrivere il grillismo come una specie di degenerazione “antagonista” del berlusconismo, senza rendersi conto che la “questione morale”, dietro la maschera compunta, è la politica ridotta allo stato belluino, è la negazione della politica, è populismo puro, è Grillo.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (175)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

LA CHIRURGIA ESTETICA SUDCOREANA 22/04/2014 Dei problemi d’immagine dei nordcoreani, o meglio, dell’unica signorina nordcoreana che se li possa permettere, Kim Jong-un, sapevamo. Dobbiamo però riconoscere, per amor di giustizia, che anche i confratelli sudcoreani non scherzano. Sembra infatti che i chirurghi estetici sudcoreani siano dei veri e propri maghi. Alla loro maestria ricorrono non solo le compatriote, ma anche le signore e signorine giapponesi e cinesi. E bisogna ammettere che i risultati sono spettacolari, qualunque sia il giudizio propriamente estetico che se ne possa dare. Occhi così ridicolmente a mandorla da essere ridotti a fessure? Zigomi sporgenti come bastioni di fortezze? Volti larghi da contadinotte dei bei tempi antichi? Mascelle volitive come quelle di un macho? Guance troppo paffute o troppo incavate? Menti troppo deboli o troppo pronunciati? I chirurghi sudcoreani non si fermano davanti a nulla: spianano, piallano, levigano, gonfiano, sgonfiano, ingrandiscono, riducono, ridisegnano. Il risultato è assicurato: ne uscirete fuori, care e temerarie signorine asiatiche, con una faccia che non riconoscerete, una faccia da bambolina sexy in 3D, con gli occhi un po’ troppo tondi, ed un viso un po’ troppo a forma di arco acuto rovesciato, di una dolcezza priva di carattere, gracile, da bestiolina remissiva. Per quel che mi riguarda, è un trattamento che perdonerei solo a donne con le quali la natura è stata talmente matrigna da aver avuto la meglio su una commovente fede nella cecità dell’amore e su un’eroica mancanza di suscettibilità: ci vuole una bella faccia tosta anche solo per andare in giro con una faccia da replicante; per farlo poi con la consapevolezza che il modello è unico e senza optional, ci vuole davvero un coraggio leonino.

LA QUESTIONE SHAKESPEARIANA 23/04/2014 Nasceva il 23 aprile di 450 anni fa William Shakespeare. Vogliamo anche noi ricordarlo al nostro modo usuale, cioè vergognandoci per qualcuno o qualcosa. E cosa c’è di più vergognoso nella storia della letteratura della cosiddetta «questione shakespeariana»? Forse solo l’altra grande fregnaccia: «la questione omerica». Date pure a questo punto un calcio nel sedere ai dotti invidiosi. Queste questioni nascono infatti da insana passione, non dallo studio: o meglio, dallo studio asservito all’insana passione. E specificamente quella che agli spiriti meschini al cospetto della più naturale grandezza ha sempre messo in bocca queste fatali parole: «Ma chi è questo? Non è forse il figlio di quel bifolco?» Questo bel tipo sbucato fuori dal nulla – Will – già in vita dovette subire una sorda ostilità, una sorta d’incredulità, alla quale – questo lo dico io, naturalmente, e naturalmente mi basta – rispose indirettamente anche attraverso le opere. Mi spiego. All’inizio dell’“Enrico V” assistiamo ad una conversazione tra l’Arcivescovo di Canterbury e il Vescovo di Ely. Il primo si dilunga sulla repentina trasformazione dello scapestrato principe Harry in un re di meravigliosa saggezza: «è una meraviglia come possa averla raggranellata, data la sua precedente dedizione ad abitudini oziose, fra compagni incolti, villani e superficiali, le sue giornate tutte piene di bagordi, baldoria e sollazzi, senza che mai si notasse in lui alcuno studio, raccoglimento in sé o appartarsi dai pubblici ritrovi frequentati dalla plebe.» Il secondo spiega: «La fragola cresce sotto l’ortica e bacche salutari prosperano e maturano meglio a contatto con frutta di qualità inferiore, e così il principe occulto la sua giudiziosità sotto il velo della sregolatezza; ed essa, senza dubbio, crebbe, come l’erba d’estate, più rapida di notte, non vista eppur rigogliosa per naturale impulso.» Io sono convintissimo che con queste parole Will (lo chiamo così perché dei grandi – ci capiamo – mi sento sempre naturalmente amico) alludesse polemicamente alla sua vicenda personale. Lo sentii «per naturale impulso», la prima volta che le lessi. Ma come fai ad esserne così sicuro? Direte voi. E che ne so? E che m’importa? Anch’io mi sento grande, grandissimo.

SERENA PELLEGRINO 24/04/2014 Ci chiediamo ancora come quell’ingenuo del prefetto di Pordenone potesse pensare di passarla liscia. Ecco il misfatto: aver autorizzato l’esecuzione di “Bella Ciao” durante il corteo cittadino, ma non durante la cerimonia commemorativa ufficiale del 25 aprile, una manifestazione che, come tutti sappiamo, già da sola fa venire il latte alle ginocchia in qualsiasi paesello d’Italia. Pare, d’altra parte, che questa sia sempre stata la prassi a Pordenone, anche senza ingiunzioni prefettizie. Motivi di ordine pubblico, aveva addotto il prefetto, legati a gruppetti di anarchici che da qualche tempo si sono specializzati in azioni di disturbo contro i politici locali in occasione di manifestazioni ufficiali. Come motivazione mi sembra una stupidata: peggio, una vigliaccata. Se avesse detto – in burocratese, s’intende – che “Bella Ciao” è una canzonaccia grossolana, settaria, grondante voltagabbanismo, tutta permeata da quello spirito del branco vanaglorioso che fu fascista; e che per tale plateale mancanza di nobiltà morale ed artistica offende il decoro delle istituzioni e il buon gusto dei cittadini; se avesse detto questo sarebbe stato un cannone di prefetto. Fatto sta, invece, che si è messo in un guaio per dabbenaggine invece che per eroismo. La confraternita rumorosa e potente della società civile ha fatto ovviamente fuoco e fiamme, e il poveretto è tornato sui propri passi. Cosicché adesso, naturalmente, poveri pordenonesi, cantare “Bella Ciao” durante la cerimonia ufficiale diventerà un obbligo. La deputata friulana di Sel Serena Pellegrino ha addirittura proposto al prefetto di redimersi cantando “Bella Ciao” in pubblico proprio il 25 aprile. Mi sembra giusto: chi non canta in compagnia o è un ladro o è una spia. Io non lo farei mai. O meglio, potrei anche farlo: canterei “Bella Ciao” con molto, ma molto sentimento, tra il furore e le lacrime, da vero fanatico, solo per vedere se questi stupidotti capiscono che mi sto divertendo moltissimo.

[RISPOSTA AD UN “INDIGNADO”] “Ora e sempre, resistenza!” ah ah ah… che motto imperioso! Stilisticamente sembra molto fascista, vero? E’ quel tipo di stentoreo trombonismo che mi fa sempre rotolare dal ridere. Proprio del fanatismo totalitario, sia esso fascista, comunista, ed ora, furbescamente, opportunisticamente, patriottico-costituzionale-giacobino: proprio di quelli (io me li ricordo, sa) per i quali qualche decennio perfino la bandiera italica e l’inno nazionale erano sospettabili di cripto-fascismo (per qual motivo crede che ALLORA nessuno OSASSE cantare l’inno? Se non per obbedire ai taciti ordini della Migliore Italia d’allora?) mentre ora l’hanno sequestrata per sbatterla in testa a chi non si piega all’idea – meschinissima e ridicola – dell’Italia nata dalla Resistenza. Piccola gente zelante, erede di quella del Ventennio.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (173)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

CHANNEL 4 07/04/2014 Per Mark Evans, moderatore del programma “The dead famous DNA” di Channel 4 «si tratta di una scoperta sconcertante; non avrei mai osato immaginare che si potesse arrivare a un risultato così straordinario». La sconcertante scoperta consisterebbe nel fatto che Eva Braun sarebbe stata «ebrea». L’analisi del DNA di alcuni presunti capelli della consorte di Adolf Hitler presenterebbero una sequenza del DNA «fortemente associata» agli ebrei askenaziti, che oggi rappresentano circa l’80% della popolazione ebraica. Anche se fosse vero, non vedo che cosa ci sarebbe di sconcertante. Gli ebrei sono uomini, mica una «razza». Gli askenaziti sono, grosso modo, i discendenti delle comunità ebraiche dell’Europa centro-orientale. Queste comunità si formarono in Germania già mille anni fa, tanto per usare cifre belle rotonde o bibliche, e sembra che una parte non irrilevante di esse provenisse dall’Italia. Ed erano ebrei che già da un millennio giravano il mondo. Già notevolmente imbastarditi, questi ebrei, volenti o nolenti – dove non ci fu la volontà arrivò, sono sicurissimo, la debolezza della carne – arricchirono il loro DNA col sangue tedesco, slavo e financo ugro-finnico per altri mille anni. Ma non è tutto. Se pensiamo a tutto il girovagare del caldeo Abramo dalla natia Mesopotamia fino alla terra promessa, all’esilio in Egitto e alla cattività babilonese (che era quasi un ritorno a casa), alla dominazione ellenistica, e soprattutto al fatto che gli ebrei avevano col tempo assorbito l’elemento filisteo (da cui il nome “Palestina”) di origine indoeuropea (forse micenea) arrivato dal mare nella terra di Canaan mille anni prima di Cristo (i soliti mille, non poteva essere altrimenti), è facile arguire come anche al tempo di Gesù l’ebreo di razza pura probabilmente non lo si vedeva neanche col binocolo. Se pensiamo poi che la famosa prostituta Raab, cananea di Gerico, dopo la presa della città ebbe in premio, per così dire, la «cittadinanza ebraica» per aver protette e salvate le spie di Giosuè, tanto da collocarsi successivamente, secondo il Vangelo di Matteo, nella linea di discendenza diretta del Messia, allora è propria finita. Abbiamo solo una domanda da porci: siamo tutti ebrei o siamo tutti bastardi?

DANIEL COHN-BENDIT 08/04/2014 Per il co-presidente dei Verdi al Parlamento europeo Grillo è un tipico qualunquista della tradizione autoritaria italiana, quella che va da Berlusconi a Mussolini. Anche se non è italiano, Cohn-Bendit sa benissimo che l’autoritarismo berlusconiano non è mai esistito, se non come un mostro generato dal sonno della ragione pur di giustificare il mostro vero dell’antiberlusconismo antropologico. Sentito come un corpo estraneo dai poteri consolidati di ogni risma in Italia, Silvio non è mai riuscito a farseli amici, né ha mai tentato di fare del popolo berlusconiano una plebe rivoluzionaria. Anzi, proprio questa sua mancata presa sulle élites è stata letta come un altro segno di un populismo, il suo, peraltro così straordinariamente refrattario alla piazza. Sul piano pratico il povero Silvio le ha sempre prese di santa ragione, anche quando sedeva sul trono. Per capirlo basta far un paragone con la situazione odierna: le smargiassate di Silvio erano occasione di scandalo non solo tra i fanatici della Costituzione più bella del mondo, ma anche in buona parte del mondo politico, intellettuale, giornalistico; quelle di Renzi, invece, fanno rabbrividire solo i fanatici. Per non parlare poi del destino di paria toccato invariabilmente ad ogni berlusconiano dichiarato che non fosse già un mezzo notabile, almeno, di questa nostra società civile. Da un punto di vista sociologico il berlusconismo è stato in realtà vissuto nella clandestinità da parte dei suoi sostenitori: la prima volta nella storia di un regime, o di un movimento politico autoritario.

IL MIUR 09/04/2014 Che sarebbe il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Ho scoperto solo ieri questo acronimo, nonostante la mia vastissima e generalissima cultura. In questo vaporosissimo campo sono un cannone fin dalla più tenera età – nacqui con la testa fra le nuvole e non ho mai toccato veramente terra – ed è quindi con qualche giustificato orgoglio che posso ben dire di non saper far niente. Questo auto-elogio era necessario perché il vasto pubblico dei lettori potesse capire a fondo lo sdegno che mi ha preso quando ho letto le domande di cultura generale dei test per l’ammissione alle facoltà di Medicina & C. svoltisi ieri. Un vero misfatto. Le domande erano quattro, di una meschinità infinita se viste sullo sfondo della storia e della geografia del mondo da quando Adamo ed Eva furono cacciati dall’Eden. La prima era semplicemente frivola: riguardava i premi Nobel italiani. I premi Nobel! La seconda riguardava l’i-ne-vi-ta-bi-le Costituzione Italiana, promossa da tempo nel cortiletto di casa nostra a pietra angolare per la costruzione dell’umanità futura. La terza tirava fuori dal cilindro il mitico linguista Noam Chomsky. Il quesito riguardante l’icona del liberal-radicalismo anti-capitalista ecc.ecc. era questo: «Quali tra le seguenti affermazioni riferite a Noam Chomsky NON è corretta?» La risposta esatta era la c): «ha ricoperto la carica di senatore nel governo statunitense»; cosa peraltro facilmente intuibile: è noto infatti che esiste solo la carica di senatore che si esercita nel CONGRESSO degli Stati Uniti. La quarta domanda era questa: «La definizione del XX secolo come “secolo breve” appartiene a?» Per rispondere esattamente si doveva scegliere da una lista di cinque nomi quello dello storico di formazione marxista Eric Hobsbawm (scritto erroneamente con una “n” finale al posto della “m”), quintessenza di quell’intellettuale di sinistra oggetto di venerazione che sui propri errori riesce a costruire un monumento più duraturo del bronzo. Insomma, era domande fatte apposta per il bambolotto della società civile, quel fenomeno ignorante in tutto ma uso ai percorsi taciti ma obbligati di educazione democratica permanente, coi loro album di figurine.

MICHELE GIARRUSSO 10/04/2014 I seguaci di Grillo di rivoluzionario hanno solo il furore e l’oltranzismo. Perché per quanto riguarda i contenuti sono campioni indiscussi di conformismo. Neanche con l’immaginazione avremmo potuto tratteggiare la figura di polli d’allevamento così straordinariamente riusciti. Eppure sono persone reali, pronte a snocciolarti tutte comprese di sé le quattro bubbole farneticanti e velenose che ogni zelante partigiano della legalità e della costituzione ha imparato a memoria e che ripete come un pappagallo da decenni. In fondo, sono i figli più ubbidienti al verbo di “Repubblica”, ma senza il distacco, l’accidia e l’arguzia degli uomini di mondo che sulla gazzetta dell’Italia laico-repubblicana scrivono. Così quando devono attaccare qualcuno il menù è quello fisso da una vita: il Berlusconi di turno è mafioso, corruttore, ed eversore. Prendete questo bel campione, Michele Giarrusso, senatore, pardon, cittadino della repubblica. Intervistato a “La Zanzara”, su Radio 24, ha preso a cannonate Renzi: un politico «privo di scrupoli», ha detto, un uomo che «sfascia la Costituzione, altera gli equilibri di potere, affossa la lotta alla mafia», un «figlio di Berlusconi», «molto peggio di Lucio Gelli, molto più spregiudicato». S’intende che Giarrusso ha cercato di dissimulare il suo fanatismo facendo mostra di stare simpaticamente al gioco dell’intervistatore, parlando perciò di proposito al di sopra le righe. Un depistaggio, insomma. Un depistaggio inquietante, aggiungerei.

AVVENIRE 11/04/2014 E’ una cacchiata. Lo so! Ma ormai – per continuare ad usare un linguaggio forbito – mi son rotto le palle. Sul sito internet del quotidiano di ispirazione cattolica ieri si poteva leggere questo: «Nel mondo ci sono 1,2 miliardi di poveri, concentrati in pochi Paesi: i cinque Paesi con più poveri sono l’India (33% dei poveri del mondo), Cina (13%), Nigeria (7%), Bangladesh (6%) e la Repubblica Democratica del Congo (5%). Se a questi si aggiungono Indonesia, Pakistan, Tanzania, Etiopia e Kenya si arriva quasi all’80% degli estremamente poveri al mondo.» Notate bene: è scritto «concentrati». Ora seguitemi in un semplice ragionamento, il solito «semplice ragionamento» alla portata di qualsiasi deficiente. La Cina ha circa 1.350 milioni di abitanti, l’India 1.250, la Nigeria 170, il Bangladesh 155, il Congo (ex Zaire) 75: totale 3.000 milioni tondi, pari al 43% della popolazione mondiale stimata a circa 7 miliardi di persone. In questi cinque paesi si conta il 64% (13+33+7+6+5) dei poveri del mondo. Si arriva all’80% dei poveri del mondo se in lista mettiamo anche l’Indonesia, che ha circa 250 milioni di abitanti, il Pakistan che ne ha 180, la Tanzania 50, l’Etiopia 90, il Kenya 50: totale 620 milioni di abitanti, che sommati ai 3 miliardi tondi dei cinque paesi sopramenzionati fanno un totale complessivo di 3.620 milioni, pari al 52% della popolazione mondiale. Il tutto si riassume in queste tre proposizioni: 1) i «poveri» nel mondo (1,2 miliardi) sono il 17% della popolazione mondiale; 2) il 64% dei poveri del mondo vive in zone abitate dal 43% della popolazione mondiale; 3) l’80% dei poveri del mondo vive in zone abitante dal 52% della popolazione mondiale. Se queste cifre fossero vere – e io ho molte riserve su questo tipo di statistiche – esse ci direbbero che meno di un quinto della popolazione mondiale è veramente povero, e che la povertà è sparsa per il pianeta molto meno disomogeneamente di quanto si generalmente si pensi. Di «concentrato» non c’è un bel nulla. A parte il numero spaventoso di persone allergiche all’interpretazione delle più banali statistiche inesplicabilmente «concentrato» in Italia.

[RISPOSTA AD UN COMMENTO – I poveri sono 1.200 milioni, pari al 17% della della popolazione mondiale. L’80% del 17% = 13,6% dei poveri risiede perciò nel 52% del mondo abitato, considerato demograficamente. Il 20% del 17% = 3,4% dei poveri risiede perciò nel 48% del mondo abitato, considerato demograficamente. Significa che nel 52% del mondo circa un quarto della popolazione è povera (13,6% del 52% = 26%). Nel restante 48% meno di un decimo (3,4% del 48% = 7%). Riassumendo, le cifre dicono che, parlando a spanne, in una metà del mondo l’incidenza dei poveri è circa tre volte e mezza di quella dell’altra metà. Non dieci o cento. Non sono in fondo numeri consolanti, visto che con la scelta delle parole ci si compiace di adombrare scenari catastrofici? E la metà del mondo (e più) non è quel piccolo spicchio del mondo dove si concentrerebbe la povertà. Questo alla luce del buon senso e del senso comune. E’ poi ovvio che in quella metà del mondo dove i poveri sarebbero il 20% ci sia una parte (una metà della metà, diciamo) dove la povertà da un punto di vista statistico è praticamente inesistente. Ma il quadro generale che ne esce non è quello apocalittico che spesso si tratteggia. Questo per quanto riguarda la “disomogeneità”. Resta comunque il fatto che “i pochi paesi” evocati costituiscono la metà del mondo.]

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (117)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

LUIGI ZINGALES 11/03/2013 Su quello strano tipo del liberale italico in politica che alla fine, per disperazione, «riesce a sperare pure nella palingenesi e nel Grillo di turno», avevo scritto appena dieci giorni fa. Be’, eccolo che si fa avanti in carne e ossa. Su Il Sole 24 Ore, il giornale che da quando è sceso dall’Olimpo montiano non si vergogna più di niente, l’economista che fu tra i fondatori di Fare per fermare il declino sfida Grillo a non rincorrere unicamente il successo politico, a dimostrarsi statista, «a lanciare al Pd la possibilità della fiducia ad un governo», lasciando a una personalità del Pd, che abbia la fiducia della gente, la guida del governo, senza cercare poltrone per i suoi. Ciò attraverso un programma «fortemente grillino» articolato su tre temi: proposte anti-casta politica, proposte anti-casta economica e proposte istituzionali, tra le quali ci dovrebbero essere l’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti, il dimezzamento dei parlamentari con adeguamento degli stipendi e delle indennità alla media europea, e l’eliminazione di tutte le province. Non stupisce la cecità del professore sulla vera natura dei rivoluzionari: la storia offre a profusione esempi di questo specifico tipo di gonzaggine. Non stupisce più di tanto il cedimento su tutta la linea alla retorica del populismo anti-casta. Stupisce piuttosto la modestissima portata “liberale” delle proposte, con tutto quello che invece c’è da fare, e presto!, per fermare, adesso!, il declino.

GIULIO TERZI 12/03/2013 Ce la dovremmo prendere col governo, ma siccome il ministro degli esteri è una delle nostre vittime preferite, proseguiamo volentieri con la meritoria opera di persecuzione nei confronti della Farnesina, che sulla faccenda dei marò in attesa di processo in India sta collezionando una serie impressionante di topiche. Dopo aver combinato il disastro cedendo all’inizio, dopo aver ostentato stupido ottimismo, dopo aver belato e brancolato nel buio per mesi, adesso si è risolta per una mossa molto avventata, da disperati, che rischia di trascinarci dalla parte del torto, almeno agli occhi di quel mezzo mondo emergente di cui l’India è tanta parte. I marò in «permesso voto» in Italia restano dunque nel nostro paese. Quand’anche la cosa fosse stata contrattata sotto banco con le autorità indiane, è una soluzione che rischiamo di pagare salatissimo in termini d’immagine. Perché in questo momento ci sono centinaia di milioni di indiani che se sospettano e brontolano contro un governo, il loro, che su questo caso si è dimostrato inetto, debole e forse corrotto, non hanno invece il minimo dubbio, e lo gridano, che l’Italia si è confermata se stessa in tutto il suo splendore: il paese dei mafiosi e dei mancatori di parola. Lo dico ai cretini che oggi hanno ritrovato l’orgoglio nazionale.

BEPPE GRILLO 13/03/2013 Il tesoretto di Craxi non fu mai trovato, neanche a Hong Kong, perché non c’era. Bettino non si arricchì con la politica. Ma a Beppe piace lo stesso chiamarlo Bottino. Ed evocare per la milionesima volta il sogno di una generazione di esaltati: il Berlusca ad Hammamet. E chiamare «questuanti» i soliti noti del Pdl. Ed esprimere tutta la sua solidarietà ai magistrati di Milano. Quando vuole Beppe è ortodosso come il girotondino di qualche anno fa: un babbeo fatto e finito, ricorderete, in quanto a conformismo. D’altronde, tolte le pose futuristiche, in cosa si distinguono i militanti del M5S – non parlo di chi li ha votati – dai bigotti di sinistra? Nell’impegno un po’ scomposto con cui indulgono nei sogni bucolico-giustizialisti dell’Italia sedicente onesta. Insomma, gridano più forte. La sinistra «istituzionale» li ha combattuti soprattutto in quanto irregolari e potenziali competitori, non certo per le idee. Ed infatti, in men che non si dica, dopo l’esito del voto ha riscoperto, senza vergognarsene, tutte le affinità elettive che la legano agli ex facinorosi.

L’APPELLO DEGLI INTELLETTUALI 14/03/2013 Dove non arriva, per pudore, il partito, arrivano loro, gli intellettuali. Non hanno bisogno di ordini. A loro basta l’istinto. Costituiscono una forza di complemento che spiana la strada, che parla forbito alla pancia del paese, nobilitandone le peggiori pulsioni. In breve, sono gli artefici del populismo politicamente corretto. Dopo di loro, e a dar loro man forte, arrivano le icone della società civile, tutti quei personaggi da operetta che la grande cricca progressista ha proclamati i migliori nei loro rispettivi campi. E dopo di questi, eccoti l’esercito dei centomila che non si stanca mai di firmare appelli, di sottoscrivere petizioni o dichiarazioni di solidarietà. Non poteva andare in maniera diversa con la preghierina indirizzata ai cari amici del Movimento 5 Stelle. E’ chiarissimo che si tratta di un fenomeno patologico. Abbiamo il dovere di aiutare queste persone. Di illuminarle, di aprir loro gli occhi, usando il loro stesso linguaggio, l’unico che capiscano nella loro semplicità: chiamiamoli nani, ballerine, lobotomizzati, così, in ordine strettamente gerarchico. E’ un atto d’amore.

ULDERICO PESCE 15/03/2013 Il 16 marzo nell’Aula Pacis dell’università di Cassino ci sarà la prima nazionale del nuovo spettacolo di Ulderico Pesce dedicato ad Aldo Moro. La morbosa fascinazione degli artisti civilmente impegnati per la morte di Moro ha una spiegazione facilissima: i sensi di colpa della sinistra, dal cui seno nacque il terrorismo rosso, e il tentativo inconscio di rimuoverli con un’ossessiva e sempre aggiornata opera di depistaggio. Ma uno così spassoso non l’avevo mai sentito: «…[Moro] doveva morire», dice, «a ucciderlo non sono state le Brigate Rosse, a uccidere Moro e la sua scorta è stato lo Stato. Ma prima ancora di questa domanda bisognerebbe farsene un’altra: perché non hanno fatto nulla per impedire il rapimento? (…) La cosa che mi fa più ribrezzo è vivere in un Paese dove gli assassini di Moro sono ancora liberi… Bisogna restituire luce alla nostra memoria». Sono passati 35 anni ma la superstizione è tutt’altro che estirpata. Caro Papa Francesco, se vuole bene all’Italia, cominci da qui la sua opera di evangelizzazione che le sta tanto a cuore, da questi pazzi furiosi.

[(Risposta ai commenti) Ah ah ah… la retorica della documentazione, dei dati e degli argomenti… Mi ascolti bene: io-me-ne-in-fi-schio. La vostra documentazione è come quelle ventimila pagine obbligatorie di allegati che di prammatica accompagnano le inchieste più sballate. Gigantesche costruzioni barocche fondate sulla capziosa interpretazione dei mille particolari secondari che sempre fanno da sfondo a un fatto, o che da quello riverberano, e che inevitabilmente portano in superficie miserie e insufficienze. Con tale metodo i dottori della disinformazione possono dimostrare qualsiasi cosa, e negare qualsiasi verità. Specie quelle che fanno male. E già, bigotti. Le Brigate Rosse nacquero all’interno del PCI. I giovanotti delle Brigate Rosse si erano nutriti della propaganda e della “narrazione” della storia repubblicana fatte dal PCI e dal culturame di scelbiana memoria. Essendo giovanotti furono conseguenti con le conclusioni a cui portava quella sbobba velenosa. Al PCI quella propaganda e quella “narrazione” servivano per sfiancare il paese e per acquistare sempre più potere reale. Il compromesso storico doveva esserne il risultato alla fine degli anni settanta, quando il comunismo mondiale stava mostrando le crepe che lo avrebbero portato alla fine. Per Moro, il vero Moro, non quello falsificato dall’agiografia progressista dopo morto, colui che qualche mese prima di essere ucciso dal terrorismo comunista disse alto e forte in Parlamento che “la Dc non si sarebbe fatta processare in piazza”, il compromesso storico non era affatto un riconoscimento di quella “narrazione”, ma un tentativo, che lui riteneva ineludibile, di “costituzionalizzare” il PCI e di riportarlo alla democrazia occidentale. Chi si opponeva da “destra” a questa politica era nel suo pieno diritto: lo faceva per varie ragioni, fra le quali quelle di politica estera, e quella, secondo me sacrosanta, che non era saggio cedere all’aggressività del PCI. Le Brigate Rosse che si opponevano da “sinistra” a questa politica lo facevano in modo criminale, e perché erano imbevute dei miti della democrazia incompiuta (la “democrazia compiuta” è un concetto antidemocratico) e della resistenza tradita che il PCI di lotta e di governo aveva propagandato e che ancora oggi la sinistra non ha abbandonato. Ma il mostro rivoluzionario, che il PCI aveva nutrito, era coerente con se stesso. Se si prescinde da questa verità di fondo, tutto quanto ci gira attorno viene mistificato.]

I MONTAGNARDI IN PARLAMENTO 16/03/2013 Sei mesi fa li avevo definiti «montagnardi», come gli esaltati del gruppo radicale che durante la Rivoluzione Francese si era appollaiato sui banchi più elevati dell’Assemblea. Oggi, in obbedienza al loro Codice di Comportamento, i grillini rifiutano di farsi chiamare «onorevoli» e «optano», obbligatoriamente, per i termini «cittadine» o «cittadini»; e all’apertura del Parlamento della XVII legislatura hanno scelto di occupare gli scranni della parte superiore dell’emiciclo di Montecitorio. Per distinguersi, dicono loro. No, per farsi riconoscere, dico io, in tutta la loro settaria minchioneria, sorpassata solo da quella della sinistra «democratica» che li ha ammaestrati.