Il miope Salvini e l’irresponsabile Mattarella

Mattarella SalviniForse a causa dell’abitudine degli abitanti della penisola di fottersi a vicenda, una delle caratteristiche peggiori dello spirito italico è l’incapacità di pensare politicamente in maniera lineare; cosicché la barbara e stolida sensatezza dello straniero ha avuta spessissimo la meglio sul nostro genio contorto: è per questo che nel mondo si ride molto di noi. Salvini ha in mano la possibilità di diventare premier ma si sta facendo sfuggire l’occasione con scelte cervellotiche e contronatura, dettate in parte dall’impazienza e in parte dalla convinzione tutta italiota di essere il più furbo di tutti o dalla preoccupazione di non volerlo essere meno degli altri: chiare manifestazioni della sindrome tipica degli imbecilli nostrani di qualche ambizione.

Tutti i sondaggi, compresa l’aria che tira, danno il centrodestra in netta ascesa da quel già buon 37% (inimmaginabile solo qualche tempo fa, quando lo stesso centrodestra era dato per morto dai gazzettieri di regime) che gli ha permesso di ottenere la maggioranza relativa alle recenti elezioni. Ma lui niente. La tentazione dell’inciucio coi neo-giacobini grillini pur di metter mano sulla torta del potere e inconfessabilmente di liberarsi dei suoi alleati, o di fagocitarli, è troppo forte, anche a costo di fare il socio di minoranza della nuova compagine governativa, nella prospettiva di giocarsi poi coi grillini l’intera posta alla prossima tornata elettorale.

Alla via maestra suggerita dal buon senso e dalla correttezza istituzionale di chiedere l’incarico per formare un governo di centrodestra che andasse poi alla ricerca di una maggioranza in parlamento, via promossa da Berlusconi fin dall’inizio delle consultazioni, Salvini si è acconciato di mala voglia solo dopo che le altre vie esplorate erano fallite. Il tentativo era assai difficile ma la richiesta era assolutamente legittima e doveva essere esaudita. Mattarella, irresponsabilmente ma non del tutto sorprendentemente, vi si è opposto. Mattarella è un personaggio che brilla per una sua speciale non aurea mediocrità che gli mette in bocca stupefacenti banalità tratte dal bignamino del pensiero laico & repubblicano dell’Italia nata dalla Resistenza, biascicate con lo stile sommesso del democristiano di sinistra perfettamente irregimentato. Per queste rare qualità gli si tessono naturalmente molti elogi. Ricordate quella macchietta seriosa chiamata Monti? Arrivò fra di noi mortali salutato come l’Angelo della Sobrietà e della Competenza, ma quale uomo di governo si rivelò una schiappa memorabile. Mattarella per mediocrità e inadeguatezza invece si è già montato la testa, come provano i suoi recenti spropositi su Einaudi.

Del rifiuto di Mattarella Salvini non si è doluto più di tanto, al contrario di una Meloni che avrebbe dato furente un bel calcio sulle palle al presidente della repubblica, come ogni spirito fine e maschile può cogliere leggendo fra le righe di una lettera indirizzata dalla prima Sorella d’Italia al direttore del Giornale. Anzi, ringalluzzito dalla scorrettezza di Mattarella, si è rituffato nel tentativo di portare a compimento il malsano connubio contronatura leghista-pentastellato fallito in prima istanza, contando sul fragile collante sentimentale della comune credenza nei poteri taumaturgici della superstizione sovranista. Chi si mette in bocca espressioni come establishment globalista dovrebbe capire che in realtà parla di una forma di sovranismo di respiro internazionale, che conculca le libertà particolari e individuali. Credere di combattere questo sovranismo con forme nazionali di sovranismo è un errore che cambia solo le forme esteriori della malattia. Inoltre, sia i fautori del tanto odiato partito tecnocratico globalista sia i grillini, nonché certi nostrani tracotanti sostenitori del sovranismo, si servono abbondantemente della retorica qualunquista della fine della contrapposizione fra destra e sinistra, cioè alimentano quel caos e quella mancanza di chiarezza che sono funzionali ai disegni di chi vuole manovrare sudditi ed elettorato.

Un Salvini uscito dallo stato di ebbrezza dovrebbe invece capire che le strade da battere sono solo due: riformulare la richiesta dell’incarico per formare un governo di centrodestra; in caso di probabilissimo diniego chiedere nuove elezioni. Salvini, insieme al M5S e FdI, ha tutti i mezzi per sfiduciare l’ennesimo governo del presidente, tanto più che anche la FI del riabilitato Berlusconi avrebbe tutte le ragioni per vedere di buon occhio nuove elezioni. In ogni caso, per quanto volesse tirarla per le lunghe, anche un governo del presidente di scopo non potrebbe durare più di una manciata di mesi, utili solo, probabilmente, a rinforzare il sentimento anti-elitista e a cementare l’ipotesi di un nuovo bipolarismo M5S (ed eventuali satelliti) – Cdx.

Un Salvini sobrio e che pensi sanamente in grande dovrebbe capire che un Berlusconi vivo e vegeto con una FI in salute gli potrebbero fare da utile copertura in Europa e nella politica estera in generale. Si ricordi che il suo amico Orbán è a capo di un partito che fa nominalmente parte della famiglia popolare europea; che l’Ungheria anti-Soros fa parte dell’Unione Europea e della Nato; che i suoi amici liberal-nazionali austriaci hanno fatto un governo coi popolari del neo-cancelliere Kurz; che la battaglia contro questa Europa e questo Occidente anticristiani e neo-giacobini, rinnegatori di se stessi, e contro il sovranismo globalista che passa per liberale, va fatta attraverso una fronda intelligente, che sappia tessere alleanze e creare massa critica, in nome della stessa Europa e dello stesso Occidente, non attraverso le rodomontate del sovranismo nazionalista tutto chiacchiera e distintivo che risponde alla malattia con la malattia; che l’Italia per il suo peso economico e demografico potrebbe diventare leader di fatto di questa fronda intelligente fondamentalmente cattolica che metterebbe insieme il nostro paese, l’Austria, l’Ungheria, la Cechia, la Slovacchia, la Polonia, con una testa di ponte germanica in Baviera; che l’europeista Berlusconi è un amico di Putin e uno dei pochi politici europei veramente amati in Russia, il che potrebbe regalare all’Italia un ruolo di mediazione fra Russia e Occidente. E lasci stare i pasticci col M5S che forse non sarà comunista ma che comunque rimane un partito statalista, giacobino, antimafioso di professione, pro gender, pro centri sociali, anticristiano, eco-pauperista; il che costituisce oggi il massimo del comunismo possibile senza essere marxisti.

 

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Il connubio contronatura e il patto del Nazareno.

Di-Maio-Salvini-960x576Il cosiddetto patto del Nazareno fu un accordo stretto alla luce del sole nel 2014 tra Renzi e Berlusconi al fine di portare a termine alcune riforme costituzionali. Non costituiva in alcun modo un’alleanza politica. La collaborazione in materia finì un anno dopo, ai tempi dell’elezione di Mattarella a presidente della repubblica, a causa della ben collaudata natura fedifraga e manipolatrice del politico Renzi. Su questo accordo ebbe occasione di esercitare la sua arte contorta e sospetta la mentalità complottistica propria delle sette e delle famiglie politiche ideologizzate. In primis, la legione grillina. Ma anche certi settori della destra più ottusa, la quale è notoriamente e tristemente adusa a credere, per affinità antropologiche, a metà dei miti della narrazione politica della sinistra giacobina. Si favoleggiò perciò di clausole segrete e di altre perle di paccottiglia complottistica.

Il patto del Nazareno conobbe una seconda vita, senza aver dismesso la prima, ai tempi del Rosatellum, la legge elettorale promulgata alla fine del 2017. La legge e la realtà tripolare illustrata dai sondaggi politici rendevano però quasi certo un esito elettorale senza vincitori assoluti. E allora si ricominciò a favoleggiare su un tacito accordo tra PD e FI per convolare a nozze dopo il voto al fine di costituire una maggioranza di governo. Tale ipotesi, però, a dispetto del bombardamento propagandistico dello svariato fronte anti-berlusconiano, non aveva nessun fondamento reale. Questo nuovo patto del Nazareno fatto alle spalle degli elettori, che s’imputava in via preventiva al Cavaliere, mancava di presupposti perché implicava grosso modo, per quanto aleatori possano essere certi calcoli,  un PD (più forse qualche satellite) al 30% e una FI al 20% dei suffragi, essendo liste aderenti a coalizioni diverse. Era una balla spaziale propagandata da forze politiche e giornali per i propri interessi di bottega o per cattiva coscienza. I sondaggi davano allora il PD al 25% e FI al 15% circa. Se anche l’ipotesi del PD al 30% e di FI al 20% si fosse miracolosamente realizzata, nessun patto del Nazareno si sarebbe concretizzato lo stesso, perché con FI al 20% il centrodestra avrebbe conquistato con ogni probabilità la maggioranza assoluta dei seggi. Il patto del Nazareno post-elezioni poggiava su un’impossibilità insieme numerica e logica.

Ma chi lo denunciava con cattiva coscienza adesso tenta di farlo: chi ha cattiva coscienza accusa sempre gli altri dei crimini che gli sono connaturati. Il leghismo professato dall’ala militante del partito – quello che oggi ha sposato per esempio i dogmi caricaturali del sovranismo alle vongole – ha sempre avuto la tentazione di scrollarsi di dosso Berlusconi e i forzisti. Ma mettendo – di fatto – in pratica ciò alla prima occasione tale leghismo dimostra la sua inadeguatezza a svolgere un ruolo di leadership capace di vedere le cose in prospettiva, e in sostanza, arrivato al crocevia decisivo della sua storia, sceglie di disertare, per mancanza di spessore culturale e politico, da quel ruolo di erede e definitivo artefice del conservatorismo politico italiano che il destino gli aveva offerto, finendo anzi nel suo miope e opportunistico settarismo per rinforzare le fondamenta della favolosa narrazione sinistrorsa della storia dell’Italia repubblicana.

Sull’opportunità sciaguarata di un connubio contronatura con una forza politica statalista, giacobina, anticristiana, la più vicina alle ideologie gender del progressismo liberal e cimiteriale allo stesso tempo, la più vicina alle ragioni dei teppisti dei centri sociali, e la più lontana dal popolo leghista meno politicizzato, Salvini dovrebbe riflettere bene. Tenga in conto quanto segue:

1) FdI pare si sfili dall’accordo. Se sarà così mezzo centrodestra non parteciperà al nuovo eventuale governo. 2) Con l’accordo che si profila si ritorna allo schema iniziale proposto dal M5S: grillini+leghisti. 3) Quindi è Salvini che si adegua nella sostanza a Di Maio. Chi glielo fa fare? 4) Con un rapporto di forze 2:1 a favore dei grillini come può Salvini pretendere di avere un leghista come presidente del consiglio? 5) Come può Di Maio, visto che di fatto il suo piano ha funzionato, concedere a un leghista la presidenza senza scatenare una rivolta fra i grillini? E una figura terza cosa sarebbe se non una specie di tecnico? 6) Il centrodestra ha vinto le elezioni, sia pure conquistando solo la maggioranza relativa, col 37% dei voti. I sondaggi lo danno oggi al 40% o quasi: Salvini vuole rischiare tutto questo ben di Dio del quale sarebbe leader per infognarsi in una dubbia avventura che fatalmente demoralizzerà l’elettorato di centrodestra preso nel suo complesso? 7) Vuole provare a fare una legge elettorale a doppio turno per scrollarsi di dosso gli alleati? Pensa forse che poi li riconquisterà tutti facilmente, visto che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare? Le manovre machiavelliche sono tali appunto perché di rado hanno successo. I rischi si addicono ai disperati, non a chi ha il vento in poppa e le circostanze a suo favore. 8) Salvini è pazzo o è solo un mediocre inebriato dai suoi successi e dalla volontà di potere? 9) Si ricordi di Bitonci, la presunta nuova stella della galassia leghista, che grazie al suo stile «Io so’ io e voi non siete un cazzo», si è ridotto a fare opposizione nella città che aveva in mano, Padova. 10) La sola logica che può spiegare questo connubio contronatura è quella del patto Molotov-Ribbentrop, che com’è noto non portò bene a nessuno.

Il nuovo governo e il pericolo dell’utile-idiotismo sovranista

salvini_fondogrigio_1_fgSe l’analisi della situazione politica risulta tutto sommato piuttosto semplice, la soluzione per la formazione di un nuovo governo si presenta oltre modo difficile. Il M5S è il nuovo partitone egemone della sinistra senza se e senza ma; dall’altra parte c’è il centrodestra, che è una creatura berlusconiana, e che solo Berlusconi ha tenuto insieme per un quarto di secolo, con Salvini in pole position; in mezzo c’è il Pd che fondamentalmente paga la sua mancanza di identità politica. Un governo che abbia qualche sensatezza (politica, s’intende) si fa solo con le spoglie del Pd. Il M5S ha recitato la commedia per un po’, ma poi il veto, mai esplicitato, verso il Pd è caduto. Salvini invece si è fatto prendere dalla fretta di scomunicare il Pd, piuttosto di lavorare alla sua rottura stando semplicemente alla finestra senza esporsi. Il problema del M5S è che gli mancano molti seggi, e oltre a LeU (il partito che gli è più vicino spiritualmente e che non aspetta altro che un fischio) dovrebbe imbarcare almeno 3/4 del Pd (e satelliti): cosa ardua. Il problema del centrodestra è l’inverso: gli mancano molti meno seggi ma la differenza politica coi piddini è molto più grande. Renzi non c’entra. Lui, per sopravvivere, non può arrendersi né a sinistra né a destra. I fissati col nefando patto del Nazareno (creatura della mitologia antiberlusconiana di sinistra passato pari pari nella destra più ottusa) possono dormire sonni tranquilli. Salvini prenda nota, e invece di emettere imprudentemente veti sui piddini all’ingrosso, li metta di fronte all’incubo di un governo monopolizzato da giacobini puri e duri (M5S-LeU) e giacobini dalle buone maniere che tornano alla barbarie (i reduci dal Pd). Non si faccia intimidire dal bigottismo antiberlusconiano e si serva intelligentemente di Silvio, che gli può essere utile per agganciare la divisione dei responsabili anticomunisti e come copertura sul piano internazionale: impresa quasi impossibile, quasi.

Ci sono dei bei tomi a destra i quali affermano che un governo M5S-Lega non costituirebbe un tradimento degli alleati e degli elettori e che in ogni caso Berlusconi avrebbe tradito la Lega in passato appoggiando il governo Monti e il primo governo Letta, senza neanche parlare dei successivi inciuci col Pd. Sulla prima affermazione non mi soffermo tanto è peregrina: faccio solo notare che l’unico sicuro tradimento dentro il centrodestra fu quello perpetrato alla fine del 1994 dalla Lega ai danni del governo di centrodestra dopo otto mesi scarsi di legislatura, quando Berlusconi veniva colpito dalla raffica degli avvisi a scomparire ed era alle prese con la riforma delle pensioni, sulla quale fu lasciato solo per opportunismo anche dall’establishment economico (e dai giornali di riferimento) che la ritenevano necessaria: volevano incassarla senza pagare il dazio dell’impopolarità, come dimostrò l’appello di Agnelli e De Benedetti, fatto quando ormai la situazione stava precipitando. Sulla seconda dimostrano una certa smemoratezza degli avvenimenti. Per cui procedo ad una succinta ricapitolazione degli stessi.

Berlusconi soccombette al golpe Napolitano nel novembre 2011, dopo aver resistito praticamente da solo per mesi e mesi. Lo fece in modo intelligente, senza farsi travolgere dall’ira. Resistette fino all’ultimo, cioè fino a quando capì che non c’erano più margini ragionevoli per poter superare senza rischi una mozione di sfiducia. Ricordiamoci che la grande campagna di sputtanamento ad personam del 2010 aveva già causati smottamenti nella maggioranza berlusconiana, e che essa veniva già data per morta e sepolta verso la fine di quello stesso anno. Berlusconi diede le dimissioni senza farsi sfiduciare: l’assenza di una formale delegittimazione era un modo per restare legittimamente nel gioco politico. Molti cretinetti isterici di destra, invece, compresi quelli dei giornali che appoggiavano il centrodestra, avrebbero voluto che rovesciasse il tavolo per andare a nuove elezioni. Ipotesi assolutamente scervellata: primo, l’Italia era sotto ricatto finanziario e non era il caso di rispondere con atteggiamenti autodistruttivi; secondo, le elezioni sarebbero state disastrose per il centrodestra e di fatto lo avrebbero fatto scomparire politicamente. Quando non si può vincere, quando si è sotto il tallone di forze nazionali ed internazionali più forti è saggio piegarsi e prendere tempo, almeno fin quando è possibile farlo senza perdere la dignità, e non andare in cerca della bella e stupida morte.

Quanto alla divisione del centrodestra riguardo al governo Monti, essa non era altro, in sostanza, che una tacita divisione tattica. Il Pdl dava l’appoggio esterno al governo, mentre la Lega, che nella coalizione ha sempre svolto il ruolo di succhiaruote, mai volendo pagare dazio con scelte impopolari, stava all’opposizione: il centrodestra veniva a configurarsi più per necessità che per scelta come una coalizione di lotta e di governo. Ciò serviva a tenerlo in vita e a farlo uscire col tempo dalla sala di rianimazione. L’inettitudine del governo Monti lo agevolò e Berlusconi tolse per tempo l’appoggio a Monti poco prima della scadenza naturale della legislatura, e in vista delle elezioni del 2013 il centrodestra, a dispetto dei ferrei propositi  leghisti di segno contrario espressi in precedenza, si ricompose con tutta naturalezza. Il Berlusca fece una campagna elettorale da leone che trasformò quasi miracolosamente, grazie anche al boom grillino, in sconfitta la vittoria sul filo di lana di Bersani, predestinato trionfatore. Col Letta I fece lo stesso che con Monti.

Quanto al Letta 2, al governo Renzi e al governo Gentiloni parlare di sostegno di FI è una scemenza e una menzogna. Curioso: quando qualcuno da sinistra passa a destra è pagato dal Berlusconi; quando invece i traditori di Berlusconi passano a sinistra diventano agenti di Berlusconi. Anche in queste corbellerie certi sovranisti di destra dimostrano di essere succubi della propaganda di sinistra. Una delle cose più divertenti dei destrorsi sovranisti, spezzatori di reni, tutta chiacchiera e distintivo, è che almeno metà del loro cervello è stata colonizzata dal luogocomunismo sinistrorso, che essi nella loro debolezza intellettuale ripetono come pappagalli. Il senso storico-culturale dell’aut-aut di Di Maio a Salvini concernente gli impresentabili italoforzuti sfugge loro completamente. I giornaloni vogliono far fuori Berlusconi, i grillini vogliono fare fuori Berlusconi, e loro pure vogliono farlo, senza che la bella compagnia non li induca a pensare che forse c’è qualcosa non va nelle loro elucubrazioni. La Lega sola egemone nel centrodestra è il sogno dei giornaloni, della sinistra e anche di Bruxelles: è la forte ridotta lepenista, eternamente minoritaria ed eternamente sconfitta. E’ per questo che se l’alleanza di governo tra M5S e Pd non dovesse concretarsi, ai nemici di Berlusconi e di un centrodestra potenzialmente vincitore anche un governo di scopo M5S-Lega, in sottordine, potrebbe andare bene.

Ma forse costoro ambiscono ad impersonare la nuova frontiera dell’utile idiotismo: l’antiberlusconismo acceca. Solo chi si tappa gli occhi non può non vedere la vicinanza politico-culturale tra grillini e piddini. Non parlo di chi ha votato M5S – per buona parte un esercito di fessi o utili idioti – ma dei suoi militanti e del suo – chiamiamolo così – gruppo dirigente. I grillini sono i figli di Berlinguer e dell’immorale questione morale e quindi polli di allevamento del regime culturale sinistrorso: giacobinismo, statalismo, ecologismo cripto-religioso e insieme laicismo sfrenato anticristiano, gay pride ed economia a km zero, antifascismo resistenziale, manipulitismo rosso e antimafiosità di regime. Sono il precipitato del vecchio, altro che il nuovo. Sono il vecchio rimesso a nuovo, e stanno al Pd come i montagnardi stavano ai girondini. Per parte del Pd e del suo elettorato costituiscono tuttavia un richiamo della foresta fortissimo, giacché il Pd non è mai diventato socialdemocratico nel senso culturale del termine, non avendo mai fatta mea culpa, mai fatti i conti con la storia, e mai riabilitato la storia dei socialisti italiani. No, è diventato liberal cambiando etichetta ma senza rinnegare né Togliatti né Berlinguer. Per cui può sempre tornare indietro. Se Renzi oggi viene demonizzato come Berlusconi, non è perché Renzi somigli a Berlusconi, come vuole la nuova vulgata che trova anche tanti sprovveduti discepoli a destra, ma perché, molto più semplicemente, chi di anti-berlusconismo ferisce di anti-berlusconismo perisce. E’ la vecchia fenomenologia delle epurazioni comuniste.

E in conclusione: un M5S di governo può sempre riposizionarsi; abbandonare un po’ del suo estremismo chavista, e diventare un partito radicale di massa ultra-liberal e così unirsi in coito coi resti del Pd, alla stregua di un Podemos normalizzato. Ma i sovranisti alle vongole nel loro accecamento anti-berlusconiano (mutuato dal pensiero dominante, altro che dimostrazione d’indipendenza) non hanno voluto vedere nulla di questo; si sono incartati nella loro ideologica, caricaturale contrapposizione senza sbocchi tra sovranisti e globalisti, fino a diventare più putiniani di Putin, l’amico del loro odiato Berlusca: il quale Vladimir, al contrario di loro, il buon senso l’ha ancora sicuramente conservato, per quante sfumature russe si porti dietro.

P.S. Naturalmente qualcuno potrà pensare che Salvini voglia accordarsi col M5S al solo scopo di fare una nuova legge elettorale che preveda un sistema a doppio turno alla francese. Soluzione buona solo sulla carta. Tra alcuni mesi o tra un anno quale sarà il sentimento di un corpo elettorale alquanto ballerino, tanto più che sia quest’ultimo sia le formazioni politiche si adeguano sempre ai nuovi sistemi elettorali?

Il vero senso dell’aut-aut del M5S alla Lega

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MANIFESTO ELETTORALE 1953

Il Movimento 5 Stelle ha posto come pregiudiziale per un accordo di governo la Lega l’emarginazione, o meglio, la messa al bando degli impresentabili di Forza Italia e del loro impresentabilissimo leader Silvio Berlusconi. Lasciando da parte per il momento ogni considerazione politica in senso stretto, faccio notare che ciò che viene richiesto alla destra di Salvini è nient’altro che una scelta di campo antropologica,  una specie confessione di fede, consistente nel riconoscersi nei dogmi della vulgata di sinistra della storia dell’Italia repubblicana, al fine di farsi legittimare politicamente, ma solo al prezzo di entrare pure lui, buon ultimo, nell’area della dhimmitudine culturale che la sinistra ha sempre riservato a chi voleva sottrarsi a quella più dura della demonizzazione e della criminalizzazione.

E’ per questo l’Italia politica sembra perennemente sull’orlo di una guerra civile. Ma se una guerra civile scoppia non è certo a causa della mancanza di bon ton o dell’innalzamento dei toni. Quello è solo il fuoco accidentale che fa esplodere la polveriera che qualcuno ha ammassato con solerzia e sistematicità, spesso nel rispetto formale delle regole, nei seminterrati della società. In Italia ciò è avvenuto attraverso la sedimentazione di un’epica politica di massa che ha trasformato i settant’anni della nostra storia democratica e repubblicana in un lungo romanzo criminale, coi furfanti sempre accampati dalla stessa parte. (Per inciso: si capisce bene quale considerazione di sé possa aver sviluppato il popolo italiano in tutti questi anni di morboso contro-nazionalismo, di auto-denigrazione istituzionale e quasi istituzionalizzata, e come ne abbia guadagnato l’infingardaggine a tutti livelli.) Un signore critico con la sinistra ma lontanissimo dal berlusconismo come Luca Ricolfi scrisse:

«…è venuto il momento di separare le critiche che stanno in piedi (e che sono tante) dal quadro apocalittico che le incornicia e che alimenta un clima da ultima spiaggia, da resa dei conti finale. Se non lo faremo, anche le critiche più serie finiranno per apparire sterili e preconcette. E gli appelli ad “abbassare i toni”, a tornare a un confronto civile, non sortiranno alcun effetto: perché è vero che alla fine del suo lungo percorso l’antiberlusconismo si è raggrumato in un sentimento viscerale, ma all’origine è stato soprattutto un’idea, una costruzione intellettuale, una descrizione dell’Italia lungamente coltivata e ribadita. E’ con questa ricostruzione che è arrivato il momento di fare i conti, con pacatezza e amore per la verità.»

Ma come nacque quest’idea, questa costruzione intellettuale, questa descrizione dell’Italia lungamente coltivata e ribadita? Il giorno di nascita preciso non è conosciuto, ma quello del concepimento sì: l’otto settembre del 1943. Col senno di poi si può dire che l’armistizio privò l’Italia di una salutare sconfitta. L’anno e mezzo che vide la risalita su per lo Stivale degli Alleati permise infatti a mezza Italia, quella più compromessa col regime fascista, di rifarsi una verginità, e di trasformare una cocente sconfitta in una mezza vittoria: la fascistissima Italia, anche nella sua configurazione territoriale, divenne l’Italia comunistissima del dopoguerra. Così, grazie ad un fenomeno militarmente secondario come la Resistenza la sconfitta dei tedeschi divenne la vittoria dell’Italia antifascista. E da allora, senza che nessuno si metta a ridere, con la giornata della Liberazione l’Italia può festeggiare vittoriosa una guerra strapersa.

Trattandosi di una mezza vittoria, conseguita (si fa per dire) da una mezza Italia riscopertasi improvvisamente virtuosa, è chiaro che la mezza sconfitta era da imputare a quell’altra mezza Italia che restava. I due anni successivi al quarantatré, segnati dalla progressiva avanzata degli anglo-americani su per la penisola, fornirono alle vastissime schiere degli opportunisti il tempo necessario per prepararsi spiritualmente ad un prodigioso taroccamento della storia patria. I quattro gatti della Resistenza, dei quali due all’incirca erano spesso dei veri e propri banditi, divennero legione verso la fine della guerra, centinaia di migliaia nell’aprile del quarantacinque: il suo mito batté quindi nel cuore generoso di milioni di ominicchi e quaraquaquà nell’immediato dopoguerra. E la guerra? La guerra non l’avevamo più veramente persa. La guerra l’avevano persa loro, i fascisti. Senza questo imbroglio, i cui frutti velenosi stiamo cogliendo ancor oggi, l’Italia dell’immediato dopoguerra sarebbe stata un paese onestamente unito e in qualche modo pacificato nella vergogna e nella sconfitta, come accadde per la Germania e il Giappone. La setta dell’antifascismo, in parte per nascondere i propri sensi di colpa, in parte per accrescere il proprio potere, cominciò allora a tiranneggiare il resto del paese con l’arma del sospetto.

Le elezioni del 1948 dovevano siglare il trionfo della setta dell’antifascismo, cioè – sociologicamente parlando – degli opportunisti con la coscienza sporca. Ma così non fu. Vinse l’esercito delle beghine cattoliche (detto affettuosamente) inquadrate dal generale Gedda, soldato di Pio XII, per fortuna dell’Italia. La sinistra italiana elaborò la sconfitta in questo modo: la democrazia in Italia non si era ancora compiuta; la Democrazia Cristiana ed i suoi alleati costituivano una sopravvivenza del fascismo, almeno come fatto antropologico; l’Italia era un paese a sovranità limitata, clerico-fascista, governato da disonesti e corruttori; votare comunista, come diceva un manifesto elettorale del 1953, ossia 65 anni fa, significava votare per l’onestà contro la corruzione, e beninteso, per la vera democrazia. In sintesi il messaggio era questo: in Italia la democrazia è sospesa, in attesa della sua piena attuazione; il paese è in mano a un regime corrotto; la Resistenza è stata tradita.

L’Italia moderna dei buoni e dei cattivi nasce in questo momento, da questa menzogna. Nella disgrazia, e nella vergogna, di una guerra colpevolmente iniziata e ingloriosamente perduta, potevamo almeno uscire uniti. L’immorale mezza vittoria ci divise. Mezza Italia, la più compromessa, volle, fortissimamente volle sentirsi innocente. L’unica maniera per farlo era quella di colpevolizzare l’altra mezza, che purtroppo aveva anche la colpa di vincere regolari elezioni: colpevole di essere tiepida, di non aver rinnegato sufficientemente il passato, di essersi convertita solo pro forma, di lavorare segretamente per un nuovo fascismo sotto spoglie falsamente democratiche. Le imposture purtroppo camminano da sole, se ad esse non si schiaccia la testa con prontezza; crescono come un cancro fino a creare veri e propri mondi, miti fondativi, cosmogonie.

La mezza Italia dei buoni poteva quindi riconoscere all’Italia del dopoguerra il pieno status di repubblica democratica solo sul piano istituzionale (e a volte nemmeno quello, una volta, mentre ora i democratici nostrani adorano la Costituzione come un vitello d’oro), non certo sul piano culturale e politico. Certi partiti, certe mentalità, certa Chiesa, di quegli ideali repubblicani e democratici costituivano un tradimento. Bisognava allora che dietro allo Stato Formale agisse uno Stato Parallelo, una cupola reazionaria che agiva nell’ombra per impedire qualsiasi mutamento politico in senso veramente democratico. Ogni angoletto oscuro della nostra storia fu perciò riesplorato e reinterpretato nel tentativo di cavarne la trama unitaria di una Storia Parallela, che in omaggio al linguaggio ridicolo e ripetitivo di questa loggia PV (Propaganda Vera) chiamerei più propriamente la Storia Deviata. Essa per nostra fortuna non ha trovato ancora un Omero di genio che l’abbia imposta al pubblico fondendone artisticamente le più disparate cabale. E credo che sarà ben difficile che ciò avvenga in futuro, finché ci sarà il solito procuratore della repubblica affetto da megalomania che si sentirà in dovere di esercitare pubblicamente la propria dietrologia in una materia che non trova requie.

Tuttavia l’informe mole di questa Storia Deviata nella sua imponenza proietta un’ombra che intimidisce chi non abbia qualità morali sufficienti per resistere, resistere, resistere al vizio profittevole della smemoria. In qualche modo bisogna riverirla, questa storia, o almeno non infischiarsene apertamente, se non si vuole correre il rischio di vedere comparire il proprio nome, magari quale infima comparsa, nel suo dramatis personae. La grande stampa vi si è piegata. Oltre a qualche laico non so se più scemo, puritano, o fariseo, lo fece nel passato il tipo peggiore del democristiano, quello smidollato e ambizioso, che si crede furbo, porgendole con mezze parole, con qualche ammiccamento, un obliquo omaggio col quale comprava un gruzzolo di considerazione tra i comunisti e l’intellighenzia, un gruzzolo e un potere di mediazione che poi spendeva per scalare i vertici del proprio partito.

Questa lettura della storia repubblicana, ostinatamente propagandata e fatta propria da ampi settori della cultura, fu all’origine del fenomeno terroristico, o per meglio dire, della profondità e vastità del fenomeno terroristico di sinistra in Italia, almeno se confrontato con quello che colpì la Francia e l’ex Germania Ovest negli anni settanta e ottanta del secolo scorso. Nel 1977, in un discorso in Parlamento sull’affare Lockheed, Aldo Moro, ora beatificato e contrapposto al tipo uscito dalle fogne dagli ex-comunisti, mentre allora lo incalzavano senza pietà, col coraggio della disperazione fu costretto a negare che la storia della DC fosse un romanzo criminale. A tanto si era arrivati:

«Quello che non accettiamo è che la nostra esperienza complessiva sia bollata con un marchio di infamia in questa sorta di cattivo seguito di una campagna elettorale esasperata. Intorno al rifiuto dell’accusa che, in noi, tutti e tutto sia da condannare, noi facciamo quadrato davvero. Non so quanti siano a perseguire un tale disegno politico, ma è questa, bisogna dirlo francamente, una prospettiva contraddittoria con una linea di collaborazione democratica. A chiunque voglia travolgere globalmente la nostra esperienza; a chiunque voglia fare un processo, morale e politico, da celebrare, come si è detto cinicamente, nelle piazze, noi rispondiamo con la più ferma reazione e con l’appello all’opinione pubblica che non ha riconosciuto in noi una colpa storica e non ha voluto che la nostra forza fosse diminuita. Non accettiamo di essere considerati dei corrotti, perché non è vero.»

Ma nella Storia Deviata a farla da protagonisti, oltre alla corruzione, erano anche il nuovo fascismo, il golpe, i soliti disegni autoritari. Le Brigate Rosse la sposarono in pieno e ne trassero con coerenza le sciagurate conseguenze. Ecco alcuni stralci dei comunicati delle Brigate Rosse al tempo del sequestro Moro. Vi ritroverete, pari pari, a quarant’anni anni di distanza, i ragionamenti – purgati di quanto dovuto alla soteriologia marxista – il lessico, le parole d’ordine, gli epiteti usati ai nostri giorni dai pasdaran della giustizia democratica:

«Chi è Aldo Moro è presto detto: dopo il suo degno compare De Gasperi, è stato fino ad oggi il gerarca più autorevole, il “teorico” e lo “stratega” indiscusso di quel regime democristiano che da trent’anni opprime il popolo italiano (…) Lo spettacolo fornitoci dal regime in questi giorni ci porta ad una prima considerazione (…) A nessuno è sfuggito come il quarto governo Andreotti abbia segnato il definitivo esautoramento del parlamento da ogni potere, e come le leggi speciali appena varate siano il compimento della più completa acquiescenza dei partiti del cosiddetto “arco costituzionale” alla strategia imperialista, diretta esclusivamente dalla DC e dal suo governo (…) Non solo, ma Aldo Moro viene citato (anche dopo la sua cattura!) come il naturale designato alla presidenza della Repubblica. Il perché è evidente. Nel progetto di “concentrazione” del potere, il ruolo del Capo dello Stato Imperialista diventa determinante. Istituzionalmente il Presidente accentra già in sé, tra le altre, le funzioni di capo della Magistratura e delle Forze Armate; funzioni che sino ad ora sono state espletate in maniera più che altro simbolica e a volte persino da corrotti buffoni (vedasi Leone) (…) Ma Moro è anche consapevole di non essere il solo, di essere, appunto, il più alto esponente del regime; chiama quindi gli altri gerarchi a dividere con lui le responsabilità, e rivolge agli stessi un appello che suona come un’esplicita chiamata di “correità”. Ha chiesto di scrivere una lettera segreta (le manovre occulte sono la normalità per la mafia democristiana) al governo ed in particolare al capo degli sbirri Cossiga (…) il prigioniero Moro sta facendo, quella imparziale ed incompleta, che riguarda il teppista di Stato Emilio Taviani. Non vogliamo fare nessun commento a ciò che Moro scrive perché, pur nel contorto linguaggio moroteo che quando afferma delle certezze assume la forma di “velate allusioni”, esprime con chiarezza il suo punto di vista su ciò che riguarda Taviani, i suoi giochi di potere nella DC, e le trame in cui è implicato. (…) ricordiamo il teppista Taviani e la sua cricca genovese con in testa il “fu” Coco, Sossi, Castellano, Catalano montare pezzo per pezzo il processo di regime contro il gruppo rivoluzionario XXII Ottobre, (…) Nonostante questo attacco repressivo, al quale dobbiamo aggiungere l’opera sempre più scoperta di polizia antiproletaria, delatori e spie del regime da parte dei revisionisti del PCI, è cresciuta nelle fabbriche l’opposizione operaia allo SIM e alla politica collaborazionista dei berlingueriani (…) Certo, l’interrogatorio ad Aldo Moro ha rivelato le turpi complicità del regime, ha additato con fatti e nomi i veri e nascosti responsabili delle pagine più sanguinose della storia degli ultimi anni, ha messo a nudo gli intrighi di potere, le omertà che hanno coperto gli assassini di Stato, ha indicato l’intreccio degli interessi personali, delle corruzioni, delle clientele che lega in modo indissolubile i vari personaggi della putrida cosca democristiana e questi, (nessuno si stupirà), agli altri dei partiti loro complici . (…) Gli scandali, le corruttele, le complicità dei boss democristiani, se li rendono ancora più odiosi, non sono però l’aspetto principale; fanno parte certamente della logica con cui questo putrido partito ha sempre governato (…) La stampa di regime è sempre al servizio del nemico di classe; la menzogna, la mistificazione sono per essa la regola, ed in questi giorni ne ha dato una prova superlativa…»

La paranoia collettiva della Storia Deviata ebbe naturalmente come obbiettivi da colpire anche le istituzioni. Non erano le pistole a sparare, ma l’opera di killeraggio era altrettanto efficiente. Vien da ridere a pensare al rispetto formidabilmente selettivo per le istituzioni tenuto nel passato dalla meglio gente della nostra patria. Ce lo ricordava qualche anno fa Giuliano Cazzola:

«Vogliamo invece scrivere la storia dei rapporti tra il PCI, i suoi tanti corifei e il Quirinale? Antonio Segni [Presidente della Repubblica 1962-1964] fu accusato di preparare una svolta autoritaria. Giuseppe Saragat [Presidente della Repubblica 1964-1971, socialdemocratico, chiamato affettuosamente “socialfascista” e “socialtraditore” dai comunisti da quando, nel 1948, disertò il Fronte Popolare] era quotidianamente oggetto della satira pungente di Fortebraccio sulla prima pagina dell’Unità, con l’accusa esplicita di essere un ubriacone. Giovanni Leone [Presidente della Repubblica 1971-1978] fu costretto alle dimissioni e alla morte civile, benché fosse assolutamente estraneo ai traffici del caso Lockeed. Ma il PCI ne chiese la testa in cambio del suo sostegno ai governi di solidarietà nazionale. E la DC gliela consegnò su di un piatto d’argento nello stesso momento in cui Aldo Moro gridava in Parlamento che il suo partito “non si sarebbe fatto processare nelle piazze”. Infine, Francesco Cossiga rischiò l’impeachment soltanto perché – come si diceva allora – “picconava” le istituzioni (in verità, sollecitava le Camere ad attuare quelle riforme che oggi tutti riconoscono essere urgenti e necessarie). All’opposto, nessun ex-PCI invocò l’autonomia della magistratura quando un presidente della Repubblica in carica andò in TV ad auto-assolversi con il famoso “io non ci sto!”. La logica è sempre quella: per gli ex-comunisti e i loro “compagni di strada” occasionali gli avversari politici sono dei delinquenti comuni, mafiosi, camorristi, malfattori e quant’altro. E’ sempre stato così. E così sarà sempre.»

Ma proseguiamo il racconto. L’abbandono del cadavere di Aldo Moro in Via Caetani, a metà strada tra la sede di Via delle Botteghe Oscure del Partito Comunista e quella di Piazza del Gesù della Democrazia Cristiana, era una simbolica accusa al PCI di mancanza di coerenza: come poteva il Partito Comunista cercare un compromesso storico con dei partiti infettati dal fascismo antropologico e dalla corruzione? Il PCI, perciò, pagava, o meglio, faceva pagare al paese il prezzo della sua doppiezza: per decenni aveva usata quella propaganda intimidatoria come un ricatto per allargare il suo potere reale in un paese sempre più sfiancato dal radicalismo politico, ed ora, quando il compromesso storico pareva coronare questa ascesa, il gioco gli era sfuggito di mano.

L’opzione del compromesso storico era dovuta alla necessità di fronteggiare tempi nuovi: il mito della società comunista si stava sgretolando in tutto il mondo. Era successo che negli anni settanta in un mondo nel quale si celebravano quotidianamente ma con troppa fretta i funerali all’orbe capitalista, in realtà era l’appeal del comunismo che stava crollando sotto i colpi dei Pol Pot, degli Arcipelaghi Gulag, della Rivoluzione Culturale di Mao. La sinistra italiana dovette pianificare una tacita uscita dal marxismo. Tre furono le vie esplorate, una onesta e due disoneste. La prima fu la fragile patacca dell’Eurocomunismo, di cui oggi nessuno quasi si ricorda, forse vergognandosene, ma della quale allora si raccontavano con fastidiosa assiduità mirabilie, degne del parto delle menti più illuminate del continente. La seconda fu il putsch di Craxi, che liberò il partito socialista dalla cattività in terra comunista, guardando senza se e senza ma alla tradizione socialdemocratica europea. Questa fu l’unica opzione onesta e foriera di prospettive future. La terza conobbe due sviluppi, paralleli, i cui protagonisti furono solo all’inizio in lotta fra di loro per la leadership della sinistra: il lancio della questione morale da parte di Enrico Berlinguer e la fondazione del quotidiano La Repubblica di Eugenio Scalfari. Caduto l’idolo del comunismo era infatti difficile farsene scudo come garante della propria democraticità per dare compulsivamente del fascista al prossimo. Al millenarismo comunista (che succedeva al millenarismo nazionalista dei fascisti), alla giustizia di una società comunista senza classi, si sostituì il messianismo democratico, la democrazia compiuta che abbonda nella bocca degli stolti e dei cattivi maestri, il regno della legge e della probità, tipico incubo giacobino, col corollario dei suoi provvidenziali nemici, evidentemente: non più intralciato dal marxismo, il giacobinismo ex-comunista poteva convolare a nozze col giacobinismo ex-azionista, e reimpostare la politica supremamente anti-politica del buono contro il cattivo.

Intanto in Italia il nuovo, in un panorama politico nel quale l’influenza del più grosso partito comunista d’occidente aveva avuti effetti raggelanti sull’evoluzione della Democrazia Cristiana, si fece finalmente sentire: a sinistra con il successo del socialismo craxiano; a destra, più confusamente, con il fenomeno leghista, che fondamentalmente incarnava una forma di protesta dell’elettorato conservatore nei confronti della Democrazia Cristiana. Era un’Italia che voleva diventare politicamente europea, normale, socialdemocratica da una parte e conservatrice dall’altra.

Fu il turno di Craxi allora di divenire un mostro. Ricordiamolo ai nostri virtuosi smemorati, che fanno finta di credere che Berlusconi sia un caso a sé, e non invece l’ultimo della serie storica delle mostrificazioni. Nel 1984, 25 anni fa, ossia un quarto di secolo fa, ragazzi miei, Berlinguer parlò di Craxi come di “un pericolo per la democrazia”. Il bastian contrario Giampaolo Pansa ci scrisse su un pezzo controcorrente, proprio su Repubblica, dal titolo “Un solo nemico: Craxi Bettino”, che sarebbe da citare tutto, tanto è eloquente sulla mentalità di queste teste quadre, facilmente inquadrabili e inquadrate; ma mi limito a questi tre brani:

«Craxi come Tambroni. Craxi come Crispi. Craxi come Mussolini o quasi. Del resto, Craxi è o non è decisionista? Certo che lo è. Ed è anche tante altre brutte cose. Autoritario. Nemico del Parlamento. Forte con i deboli e debole con i forti. Thatcheriano. Reaganista. Non più socialista. Geneticamente mutato. Avventurista. Incognita torbida del sistema… Quando l’Elefante Rosso incontra un socialista non subalterno, lo trasforma subito nell’Uomo Nero. Se poi quel socialista rifiuta d’andare a rimorchio dell’Elefante e tira diritto per la sua strada, l’Uomo Nero diventa l’Uomo da Bruciare. Per questo, come se non bastassero gli slogan del 24 marzo a Roma, anche la lettura dell’Unità ci fa sentire un brutto suono di campana a morto. E i rintocchi dicono almeno tre cose sgradevoli. Primo: l’alternativa (democratica o di sinistra) possiamo scordarcela per un bel po’ di anni. Secondo: la guerra fra comunisti e socialisti ormai è totale. Terzo: la “marcia indietro” sarà soltanto una delle tendenze che si agitano nel PCI, come sostiene il riformista Terzi, ma di certo oggi è la spinta prevalente, in base alla regola nefasta che ad ogni estremismo corrisponde un estremismo uguale ed opposto. Super-estremista, spiace dirlo, ci appare quel leader freddo, in apparenza alieno da furori, che si chiama Berlinguer. Un anno fa aveva gridato “al lupo!”, lanciando l’allarme per il “golpe bianco”. Allora il golpista in potenza era Ciriaco l’Avellinese con il suo “blocco d’ordine”. Oggi è Bettino da Milano. (…) Dice Berlinguer il 20 febbraio al Comitato centrale del PCI: Craxi “ha più volte manifestato la sua intolleranza verso il Parlamento”, pratica “metodi governativi di tipo autoritario”, il suo decreto sulla scala mobile “è un attentato a una delle libertà irrinunciabili dell’ordinamento democratico della Repubblica”. Morale: Craxi “logora il paese” e sembra avviato a determinare “una crisi politico-istituzionale che potrebbe essere di proporzioni imprevedibili”. Dunque, si gridi di nuovo “al lupo!”, incita Berlinguer. E l’allarme lui lo ripete il 4 marzo alle donne comuniste. Parla dei “rischi che corrono oggi la democrazia e la Repubblica”. Dice: “Non siamo noi soltanto che cominciamo ad avvertire il significato di episodi e di velleità che esprimono una mentalità di regime”. Come può l’Unità non esser d’ accordo col segretario del partito? Il 7 marzo scrive di Craxi: “Ci troviamo al cospetto di un’inclinazione autoritaria, colorita certo di toni grotteschi, ma per questo non meno preoccupante”. (…) Per Macaluso, comunque, gli uomini del Garofano fanno pensare a ben di peggio. Un giorno, il Martelli osa dire: “Anche se il PCI portasse a Roma a spese della CGIL tutti i suoi iscritti che sono assai più di un milione, la prova di forza la vincerebbero i venti milioni di lavoratori e di produttori che sabato 24 marzo resteranno a casa”. Il direttore dell’Unità insorge al grido: “Ormai siamo alle maggioranze silenziose!”. Poi continua: “In tutti i tempi, lontani e vicini, questi richiami alle maggioranze silenziose hanno preannunciato intendimenti autoritari. Silenziosi o rumorosi. Dopo gli anni ’68-’70 (anni della riscossa operaia), dopo le manifestazioni delle maggioranze silenziose, giunsero i rumori delle bombe, con il loro seguito di stragi… Attenti, dunque, a risfoderare certi argomenti”. Un PSI stragista oltre che craxista?»

E volete sentire la risposta di Martelli su l’Avanti? Poi ditemi se non vi ricorda qualcosa:

«Berlinguer aggredisce Craxi, lo rappresenta come un mostro, un tiranno, una minaccia e lo fa per giustificare la più ingiusta, la più insensata, la più settaria battaglia contro il PSI. (…) Solo un misto di gesuitismo e maccartismo può stravolgere una critica anche radicale al funzionamento delle istituzioni facendola diventare un reato d’opinione, addirittura una tentazione autoritaria.»

Ma andiamo avanti. Nel 1990, dopo la caduta del Muro, i valorosi comunisti italiani erano mezzi morti di paura all’idea di dover puramente e semplicemente scomparire dalla faccia politica del paese. Per loro fortuna i criminali che stavano dall’altra parte li trattarono coi guanti bianchi. Il cinghialone anzi si fece interessato ma necessario patrocinatore della loro causa quando chiesero di entrare nella casa dei socialisti europei. Quando, all’inizio degli anni ’90, Bettino Craxi presentò agli sbandati del novello PDS il progetto dell’Unità Socialista, e diede disco verde all’ingresso degli orfani comunisti nell’Internazionale Socialista, si aprì teoricamente per l’Italia una fase di nuova maturità politica, e il rientro da un’anomalia comunista che condizionava il nostro paese in modo unico all’interno del mondo occidentale. Per i profughi marxisti il prezzo da pagare, ovviamente, sarebbe stata la leadership dell’odiato cinghialone. L’odio, appunto, fu il sentimento che non seppero superare. Rinfrancatisi, ricominciarono in un amen a praticare il loro sport preferito: istruire pratiche d’infamia. Vinsero l’opzione giudiziaria, l’omicida istinto comunista e il freddo giacobinismo dell’oggi apparentemente pentito Violante. Nei primissimi giorni dell’inchiesta di Mani Pulite ed in vista delle elezioni dell’aprile 1992, poi vinte dal pentapartito, Achille Occhetto, chiudendo i lavori del Consiglio nazionale del PDS, parlò come un volantino stampato, valido per tutte le stagioni. Sentite che sbobba:

«Se alle prossime elezioni il PDS dovesse perdere, verrebbe meno un baluardo di garanzia della democrazia. (…) Ci troviamo di fronte alla fine di un ciclo, di una fase intera della storia della Repubblica. (…) In questa delicata fase di passaggio le classi dirigenti si sono limitate a guardare al tentativo di Cossiga di imporre, attraverso una evidente usurpazione di potere, un cambiamento nella forma di governo e della funzione della presidenza, all’emergere di razzismi e localismo, all’attacco alla Resistenza e alla magistratura, e al formarsi attorno alla massima autorità dello Stato di un partito del presidente che va dai socialisti al MSI, fino alle Leghe. (…) Si tratta di scegliere tra due ipotesi di uscita dalla fase di centralità DC, quella di una ricomposizione populista peronista e plebiscitaria attorno a un nuovo centro, oppure quella della costruzione della prospettiva delle alternative programmatiche, insomma tra due forme di cambiamento opposte, una neoautoritaria, l’altra democratica.»

Capito? Del Cavaliere non si vedeva ancora l’ombra, ma i cervelloni democratico-comunisti avevano già disegnato lui e la sua banda nella loro bella e sgombra mente di polli d’allevamento.

La pulsione modernizzatrice, soffocata a sinistra dalla Reazione Comunista, come un fiume carsico, portandosi dietro un bel pezzo dello stato maggiore e dell’elettorato della diaspora socialista, spuntò fuori a destra dove trovò terreno più fertile e la più lungimirante strategia del parvenu Berlusconi. Mani Pulite nacque nel cuore dell’Italia conservatrice, nel Lombardo-Veneto, non perché il quel pezzo d’Italia il sistema delle tangenti fosse più diffuso che altrove, ma perché lì erano più forti le istanze di modernizzazione. Mani Pulite, politicamente, nacque a destra. I magistrati si sentirono di passare all’azione in Lombardia e poi in Veneto perché proprio lì sentivano di avere l’appoggio dell’opinione pubblica. Nei primissimi tempi, quasi carnevaleschi, di Mani Pulite la sinistra fu molto guardinga: la gazzetta delle procure non era La Repubblica ma L’Indipendente di Vittorio Feltri, lo stesso che fu poi il direttore, dal 1994, del Il Giornale berlusconiano. Ma ben presto la sinistra post-comunista, in gravissima crisi dopo il crollo del Muro di Berlino, con la complicità della magistratura democratica s’impadronì di Mani Pulite per trasformarla nella camera a gas della DC e dei suoi alleati. Perciò lo stesso popolo conservatore che l’aveva resa possibile fu il primo a sconfessare Mani Pulite: lo si vide nelle elezioni del 1994.

Le quali per la sinistra italiana (il socialismo-democratico craxiano era stato liquidato) furono un nuovo 1948. Vinsero i berlusconiani, per fortuna dell’Italia. La sinistra italiana elaborò la sconfitta come aveva fatto nel 1948: la democrazia in Italia non si era ancora compiuta; Berlusconi era stato lo scaltro profittatore dello sconquasso di Tangentopoli e allo stesso tempo lo scaltro restauratore della democrazia incompiuta e, va da sé, corrotta; Berlusconi e i suoi alleati costituivano, almeno come fatto antropologico, una sopravvivenza della DC e dei suoi alleati, i quali, sempre come fatto antropologico, avevano costituito, come si ricorderà, una sopravvivenza del fascismo; l’Italia era ancora un paese governato da disonesti e corruttori, più che mai compromessi con la mafia; votare a sinistra, come nel 1953, significava ancora votare “per l’onestà contro la corruzione”, e beninteso, per la vera democrazia, la quale era ancora in attesa della sua piena attuazione, se non si voleva tradire la Resistenza: roba da deficienti.

Si tratta di una malattia antica, già presente ai tempi dell’Italia liberale pre-fascista. Per tutto il novecento gli uomini politici che più si sono distinti nello sforzo d’ingabbiare il radicalismo di destra e di sinistra dentro il sistema democratico borghese sono stati odiati e additati al pubblico ludibrio da chi aveva interesse nel mantenere lo spirito di fazione: dal ministro della malavita Giolitti, a Craxi, a Berlusconi. Abbiamo sotto gli occhi l’ultimo risultato di questo spirito distruttivo, rottamatore, ripulitore e azzeratore: una destra in cui ognuno sembra andare per la sua strada e tornare agli antichi vizi (salvo accorgersi che da solo non va da nessuna parte e quindi fare marcia indietro), e una sinistra composta da giacobini esaltati e freddi, da giacobini esaltati e scalmanati, e da giacobini dalle buone maniere.

La spaziale fake news per cui il M5S degli ammiratori del pessimo Enrico Berlunguer, colui che avvelenò i pozzi della politica italiana col lancio dell’immorale questione morale, pur di non far i conti con la propria storia comunista, non sarebbe né di destra né di sinistra, e non invece quello che è, il nuovo partito di massa liberal-progressista-statalista-giacobino-anticristiano, è incredibilmente ancora in vita per due ragioni: 1) Grillo è stato bravo a imbrogliare le carte col suo vaffanculismo generalizzato per prendere voti a destra e a manca; 2) la sinistra italiana sostiene questa balla perché non vuole riconoscere nei grillini quei purissimi giustizialisti più puri degli altri che stanno epurando i post-comunisti piddini: chi di antiberlusconismo ferisce di antiberlusconismo perisce, e ciò è troppo doloroso ammetterlo. Salvini deve scegliere da quale parte della storia stare: quella della verità (e del vero cambiamento) o quella della menzogna?

[questo post è in buona parte il frutto della rielaborazione di vecchi materiali]

Bestiario politico delle elezioni

Bestiary

Movimento 5 Stelle

Il destino del M5S è quello di diventare – per quanto tempo non si sa – il nuovo partito radicale di massa della sinistra statalista e giacobina erede del PCI: il nuovo fattore K, come ha per tempo intuito il vecchietto spelacchiato ma ancora in gamba di Arcore. Il vaffanculismo universale di Grillo è servito sia per nascondere questa sua intima identità sia per raccattare voti un po’ dappertutto fra gli scontenti, ma la sedimentazione a sinistra del movimento si fa sempre più evidente. I grillini sono i polli allevati in batteria nella stagione demagogica della questione morale, la quale incarna il populismo più velenoso, pericoloso e meno riconosciuto che l’Italia repubblicana abbia mai visto sorgere. I loro veri padri spirituali sono Berlinguer e Scalfari. Il primo vide nel giacobinismo puro e duro l’unica possibilità per il PCI di arginare la possibile disgregazione causata dall’uscita dal marxismo, grazie al potenziamento fino alla sublimazione della solidarietà settaria creata dal mito della diversità comunista: la politica, negando la sua ragione d’essere, doveva così ridursi alla pura contrapposizione belluina tra buono e cattivo, onesto e disonesto, incorrotto e corrotto. Il secondo aveva già anticipato questo compiuto fariseismo di massa con la nascita de La Repubblica. Sgombrato il campo dal marxismo, nulla più impedì ad azionisti e post-comunisti di unire i loro destini. E infatti col tempo, insensibilmente, la sinistra si è vieppiù identificata col Partito di Repubblica. I pentastellati rappresentano l’evoluzione montagnarda, ultra-laicista e perciò morbosamente pseudo-religiosa di questo avvitamento rivoluzionario, come attestano la malcelata attrazione per un certo esoterismo da Essere Supremo e paccottiglia varia e per la pratica del culto della madre terra.

Partito Democratico

La storia del PD si specchia in quella del M5S e il suo destino è quello di essere liquidato dai montagnardi pentastellati. Il Partito Democratico si chiama così, e non invece Partito Socialdemocratico, come vorrebbe l’evoluzione naturale di un partito post-comunista, perché non nasce da una Bad Godesberg italiana, ma dalla liquidazione e damnatio memoriae del Partito Socialista di Craxi e dall’oblio della storia del socialismo italiano dopo la scissione di Livorno. Non avendo mai fatti i conti con la storia, i post-comunisti hanno potuto continuare a dipingersi come i rappresentanti dell’Italia Migliore, a cominciare dalla sua gioventù, nonché i soli dignitari di quella Corte di Cassazione dell’Opinione Pubblica di vago sentore mafioso che si fa chiamare Società Civile; il tutto grazie anche ad una presa sulla cultura sempre più egemonica che ha di fatto imposto al volgo col tempo una narrazione favolosa e falsa della storia dell’Italia repubblicana nata dalla mirabolante e santissima Resistenza. Per quest’Italia il 1945 doveva essere l’Anno I dell’Era Antifascista così come il 1922 lo fu per quella Fascista, sennonché la democrazia rimase incompiuta a causa della vittoriosa anti-resistenza di una classe politica corrotta, mafiosa e antropologicamente ancora fascista. Gli insulsi concetti della Resistenza tradita, della democrazia incompiuta e della costituzione da applicare sono i capisaldi di questo strampalato millenarismo pseudo-religioso, fondato su una sorta di fake news all’ennesima potenza, che è persino sfociato nel terrorismo diffuso degli anni settanta. Svuotato del marxismo, ma provvisto ancora del certificato di superiorità antropologica, il contenitore post-comunista ha potuto così riempirsi di tutto senza mai diventare un qualcosa. L’insostenibile frivolezza salottiera del veltronismo lo ha infine trasformato in una specie di partito liberal scimmiottante l’America kennediana ma purtroppo per esso nato in Italì. Il trionfo strepitoso alle elezioni europee 2014 del PD guidato da Renzi il Rottamatore (cioè l’Epuratore scelto dagli ottimati dei salotti buoni, politicamente corretto e dalle buone maniere) aveva illuso molti che questo vuoto pneumatico potesse vivere di vita propria, ma un’analisi corretta del voto avrebbe visto invece in quel trionfo la resa solo momentanea di un paese disilluso e sfiancato «dal mobbing della società civile», come scrissi a botta calda dopo le elezioni, agli influenti sponsor italiani ed esteri del Partito della Nazione. Un po’ alla volta il PD si è afflosciato come un gommone di naufraghi alla deriva sul mare mosso della politica, anche perché il monopolio dell’identitarismo giacobino-giustizialista, che è l’unica e sciagurata ancora di salvezza a cui la sinistra italiana si aggrappa quando è in ambasce, gli è stato definitivamente sottratto dalla Montagna Grillina.

Forza Italia

Il vero motivo dell’ostilità verso Berlusconi, quello più profondamente culturale, indipendente dal giudizio sulla sua persona, è che il berlusconismo rappresenta di fatto un tentativo di sana normalizzazione della politica italiana (come lo fu a sinistra il socialismo craxiano, su cui è calata naturalmente, quasi per un istinto bestiale, la damnatio memoriae) che in caso di successo costringerebbe il paese ad una rilettura complessiva della storia politica e morale dell’Italia repubblicana. Il berlusconismo politico s’identifica sostanzialmente in un progetto (ed è proprio sul presupposto della sua intrinseca impoliticità che gli analisti si sono negati ogni possibilità di comprensione corretta del fenomeno Berlusconi): la riunione di tutto il centrodestra italiano dopo il lungo periodo della progressiva diserzione democristiana dall’elettorato conservatore (che la storia nei fatti le aveva consegnato in custodia) e dopo che la Balena Bianca era stata arpionata a morte dai giustizieri di Mani Pulite senza manco combattere; riunione senza preclusioni di sorta, perché è sensato farlo e perché non c’è alcuna alternativa. Nel centrodestra italiano confluiscono grosso modo tre filoni politici: quello cattolico non adulto, quello che potremmo definire liberale ma non liberal, quello identitario venato di statalismo, in versione nazionalista o regionalista. Sono tre tendenze che negli elettori in carne e ossa quasi sempre si mescolano con mille gradazioni diverse, e che tanto più tendono a coesistere (senza mai fondersi perfettamente, ovviamente, soprattutto a livello collettivo) quanto più se ne dia un’interpretazione alta e nobile. Nessuno di questi filoni politici ha la forza d’imporsi da solo sulla scena italiana. Forza Italia non è tanto un partito ma piuttosto l’indispensabile architrave di un progetto politico che risponde a bisogni profondi e direi quasi organici della società italiana, per quanto sgangherata e poco consapevole possa poi apparire la sua realizzazione, giacché l’idea berlusconiana continua ad essere feconda e più grande, in generale, della marmaglia vacua che l’interpreta. Ciò spiega due cose: da una parte la demonizzazione e il cannoneggiamento persecutorio cui FI è sottoposta da un quarto di secolo; dall’altra l’altrimenti inesplicabile resilienza di un partito di plastica che nel momento topico sembra sempre miracolosamente rinascere a dispetto della grande setta che gli si oppone e anche a dispetto di alleati più strutturati che lo tiranneggiano spesso e volentieri a livello locale. Il fatto che FI sia il partito più sbertucciato dell’Orbe Terraqueo e quello preferito dalle casalinghe di Voghera è la dimostrazione scientifica della sua indispensabilità.

Lega

In prospettiva l’unica opzione politicamente seria, costruttiva e vincente per il partito ex-nordista era quella di diventare il braccio bavarese dell’ex PDL, una sorta di CSU italiana, limitata sostanzialmente a quel quarto d’Italia che è demograficamente il lombardo-veneto. I leghisti hanno avuto vent’anni di tempo per capirlo, ma non ce l’hanno fatta. Invece, da somarelli, hanno passato il tempo a coltivare la loro diversità dal Berlusca, salvo fare comunella con lui quando le vacanze finivano, ossia in occasione delle elezioni politiche; e a coltivare la loro organizzazione sul mitico territorio del piffero, animati da una specie di eco-statalismo su scala regionale, neanche fossero il PD delle regioni bianche e conservatrici. Eppure il boom leghista degli anni ottanta rintronò negli orecchi dei democristiani padani quale ferale avvertimento quando il boss varesino della Lega Lombarda, Umberto Bossi, assai più politico, assai meno educato e morigerato dei confratelli veneti di allora, cominciò a martellare su un tema che fino ad allora era rimasto tabù in Italia, ma che in effetti faceva e fa parte della normale artiglieria propagandistica delle destre liberali in qualsiasi paese occidentale, e che doveva riunificare e qualificare (assai più del tema dell’immigrazione clandestina) il fronte della protesta sopra la linea gotica: le tasse. Oggi la situazione si è capovolta con la lega nazionale di Salvini, il quale ha sollevate le sorti del partito sposando il sovranismo alle vongole che lo sciagurato Zeitgeist  dei giorni nostri ammannisce alle plebi: vedi sotto alla voce fratelloni d’Italia.

Liberi e uguali

La ragione sociale della truppa capitanata dall’ex magistrato Grasso sembra suggerire propositi ferrei e rivoluzionari. In realtà è il prodotto della classica Sindrome di Stoccolma. LeU si definisce con due proporzioni matematiche: 1) LeU : PD = sxDC : DC; 2) LeU : M5S = sxDC : PCI; ovvero i liberal-egalitari stanno al PD come la sinistra DC stava alla DC; e stanno al M5S come la sinistra DC stava al PCI. In breve hanno una voglia matta di farsi cooptare dai sanculotti del M5S, nella folle speranza di riuscire ad entrare un po’ alla volta nella loro stanza dei bottoni, ma per decenza non possono impersonare il soggetto passivo di questo coito nefando prima delle elezioni.

Fratelli d’Italia

I fratelloni d’Italia sono i più coerenti alfieri della causa sovranista. Quindi sono anche i più confusi. E tale è la confusione in giro pel vasto mondo che da qualche tempo cinesi e francesi – proprio loro!!! – hanno il fegato di presentarsi come difensori del libero scambio e di bastonare il protezionismo altrui. La sensazionale faccia di tolla di questi signori si spiega col fatto che i primi sono ancora comunisti e i secondi sono figli di una nazione che ha mille anni e che fin dai tempi di Ugo Capeto ha avuto una straordinaria considerazione di sé: per questi ultimi, quindi, dire in nome della Francia tutto e il contrario di tutto è diventata una seconda e persino elegante natura. Nella lotta tra globalisti e sovranisti non dovrebbe essere difficile vedere, invece, come spesso queste due visioni del mondo abbiano molto in comune: quella globalista, che per passa per liberale, è in realtà l’espressione di un sovranismo internazionale, globale appunto, che cerca di accentrare su di sé il potere politico e finanziario, lo stato e la moneta; ma è esattamente quello che i sovranisti vogliono fare, nella loro confusione mentale, su scala nazionale, nell’illusione di poter dirigere e far rifiorire l’economia pigiando i bottoni dal quartier generale. A rimetterci sarà sempre la gente comune. Il globalismo e il sovranismo nazionale sono due facce della stessa medaglia: è la lotta fra il sovranismo internazionale e i sovranismi nazionali; è cioè la versione del XXI secolo del confronto fra il socialismo internazionale e i socialismi nazionali del XX secolo. Alati discorsi che l’elettore dei fratelloni degnerebbe di attenzione, senza capirci nulla, solo se a pronunciarli fosse un marziano in persona. Per cui la Meloni fa bene ad infischiarsene ed andare dritta per la sua confusa strada.

Noi con l’Italia

Questa allegra combriccola si riassume antropologicamente nella figura di Raffaele Fitto. Quando Alfano e i ministri pidiellini del governo Letta maturarono lo strappo con Berlusconi che avrebbe portato alla nascita del Nuovo Centrodestra, Raffaele Fitto volle interpretare, con l’ottusa musoneria che gli è caratteristica, la figura del capo dei lealisti, nonostante Silvio lo scongiurasse di non favorire la rottura. Col paventato Patto del Nazareno fece lo stesso, blaterando di confluenza di FI nel Partito della Nazione. Alla rottura del Patto mentre Berlusconi cominciava a riannodare i fili dell’alleanza con Salvini, Fitto si metteva a denunciare la subalternità di Forza Italia alla Lega, come prima aveva denunciato quella nei confronti di Renzi. Al quale ultimo però s’ispirò reinventandosi in seguito Ricostruttore e fondando la sua creatura politica, Conservatori e Riformisti, la quale aderì all’omonimo gruppo al parlamento europeo che riunisce forze conservatrici ed euroscettiche: fu una di quelle stravaganti idee che solo può concepire un democristiano della sua razza, incapace di concepire una sola idea. Alla fine della giostra si ritrova oggi figura forte dell’ennesimo partitino centrista, alleato del Berlusca, insieme a coloro che trattava da traditori quando cominciò a fare i capricci. Gente di questa pasta se la conosci la eviti; ma se non la puoi evitare e impari a conoscerla tanto bene da prevederne le giravolte, può anche diventare una certezza.

+ Europa

Rappresentando l’avanguardia dell’alta borghesia decadente, e quindi della nomenklatura, e quindi nulla in realtà rischiando, l’aureola del martirio posta idealmente sulla testa degli storici leader radicali, a coronamento di una civettuola commedia durata mezzo secolo, è stata conquistata da questi eroi a costo zero. La creatura della grande italiana Emma Bonino è perciò l’incarnazione politica di quel liberalismo senza Dio che andando a male si trasforma in un rancido libertinismo in tutto lo splendore del suo mortifero corollario nichilista. Nella realtà delle cose, però, lo spirito del libertinismo si è sempre sposato con lo spirito dello statalismo proprio delle classi agiate e pantafolaie che usano lo stato contro la gente nova che vorrebbe far loro le scarpe. I sovranisti in buona fede non hanno mai capito che l’ultra-liberalismo che nella loro sprovvedutezza credono di combattere non è altro che un dirigismo su più larga scala, un sovranismo molto più sveglio del loro, che di liberale per l’uomo della strada non ha un bel nulla.

Popolo della Famiglia

La ragione remota della nascita del personalissimo partitino del popolo al 100% cattolico è che a Mario Adinolfi non riuscì di diventare un cattolico adulto di successo: non per mancanza di talento, ma per troppa ambizione. Ritenendosi in gambissima e più sveglio del 99,99% del genere umano, l’ex democristiano di sinistra e co-fondatore del Partito Democratico non ha mai sopportato di essere il N° 2 di qualcosa o qualcuno, figuriamoci il N° 78 o 84. Dopo essersi guardato un po’ attorno (alle elezioni 2013 votò Scelta Civica alla Camera e M5S al Senato), da giocatore di poker qual è decise allora di buttarsi con determinazione dalla parte del cattolicesimo non adulto: all’uopo scrisse un libro/manifesto dal titolo appropriato, Voglio la mamma, per poi iniziare la crociata vera e propria con il lancio del quotidiano La Croce, e per finire in bellezza fondando il partito con la tecnica del colpo di stato, cioè trafficando nell’ombra e mettendo i suoi amici dell’organizzazione dei Family Day di fronte allo scippo compiuto. Il tutto messo in opera con la giovialità fredda e manipolatrice di un uomo che – lo credo fermamente – non crede assolutamente a nulla. L’ipocrisia del cattolico adulto sta nel giustificarsi a posteriori con la teoria del male minore facendo di proposito a monte il male maggiore con scelte politiche assurde che lo condannano all’irrilevanza; Adinolfi, che di quella scuola di potere è figlio, fa di proposito lo stesso in nome del bene maggiore: il primo resta un membro della nomenklatura, il secondo resta a capo della sua setta.

Chi di Costituzione ferisce di Costituzione perisce

Insieme alla «questione morale», sulla genesi della quale non torno (anche perché ho scritte parole definitive in merito), il «patriottismo costituzionale» è l’espressione più popolare del bigottismo di sinistra in Italia, e come quella è un frutto del crollo del comunismo; crollo che per il nostro paese significò la fine della glaciazione politica imposta dalla Guerra Fredda. Sintomi politici di questo disgelo furono negli ottanta non solo l’affermarsi del socialismo craxiano a sinistra e del fenomeno leghista a destra, che interpretava in modo confuso la protesta dell’elettorato conservatore nelle roccaforti democristiane del Lombardo-Veneto, ma anche il protagonismo, per esempio, di un democristiano sui generis come Cossiga, il presidente delle «esternazioni». Il feticismo costituzionale della sinistra, prima di esplodere strumentalmente nel «ventennio» berlusconiano, cominciò a mettere radici proprio negli anni ottanta, insieme ad un inedito amore per il tricolore, che il «garibaldino» Craxi per primo aveva rispolverato a sinistra. Infatti si può dire che fino a tutti gli anni settanta per la nostra straordinaria Costituzione il popolo di sinistra non mostrò alcun segno di affetto particolare; e che al tricolore nazionale guardò perfino con sospetto. Alla sinistra post-comunista il «patriottismo costituzionale» servì per una battaglia di retroguardia, per combattere il nuovo, per agitare l’arma della Costituzione contro il «decisionista» Craxi e il «picconatore» Cossiga, e per rivendicare la propria italianità nella lotta contro il «secessionismo» leghista. Il «patriottismo costituzionale», perciò, è figlio di un conformismo settario, che ha avuto in tutti questi anni anche i suoi cantori di regime. Il più illustre dei quali è Roberto Benigni, il celebrato autore ed interprete de “La più bella del mondo”. Glielo ricordano ora i nuovi campioni di questo conformismo, i settari puri e duri di Grillo, impegnati nella lotta ad oltranza contro le riforme renziane, riuscendo in un colpo solo ad essere dei babbei e ad aver ragione.

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Livornissima

Livorno la rossa ha un neo-sindaco pentastellato, Filippo Nogarin, toscanissimo ingegnere dal venetissimo cognome. Si parla di fine di un’era, di svolta clamorosa, di rivoluzione. Invece a ben guardare è sempre la stessa Livorno, la capitale degli esaltati: in Italia sicuro, nel mondo forse. Tanto è vero che io ne sono certissimo senza averla mai visitata: la fama e la storia parlano da sole. E io non voglio mettere in discussione certe gloriose conquiste. Piccola capitale della massoneria, piccola capitale del comunismo, piccola capitale del fascismo, sempre compulsivamente all’avanguardia, Livorno è un posto dove si scherza un sacco, ma dove ci si prende anche tragicamente sul serio, con esiti disastrosi, per gli altri soprattutto. A Livorno nacque il partito comunista italiano, con la scissione dal movimento socialista dell’ala massimalista. Fu poi città fascistissima sotto la dinastia dei Ciano. E quindi antifascistissima per settant’anni, di cui cinquanta ostentantamente comunisti. Adesso, con logica ferrea, è caduta senza ritegno in mano all’ultimo manipolo della serie: quello pentastellato, arditissimo, spalleggiato al ballottaggio dalle schegge destrorse dei leghisti e dei fratelloni d’Italia. Il neo-sindaco, comunque, ha subito chiarito che il “suo” M5S sta nettamente alla sinistra del Pd, ed ha mille volte ragione. Per farlo capire ai duri di testa ha colpito alla pancia molle della città confessando che il suo primo voto da elettore fu per i “trotzkisti” di Democrazia Proletaria, la qual cosa ha commosso anche me. Insomma, cari amici, stiamo sereni: a Livorno l’Italia Migliore folleggia come sempre.

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Brutto, sporco, cattivo, ma berlingueriano

Scrivevo l’altro giorno a proposito di Berlinguer: «Quei grillini che lo venerano, e sono legione, hanno tutte le ragioni di farlo. Non vorrai rimproverare loro, cara sinistra democratica, di essersi bevuta tutta, fino alla feccia, con la massima coerenza, la vulgata che tu hai propagandata?» E guarda caso ieri al comizio in Piazza Santissima Annunziata a Firenze Beppe Grillo è salito sul palco in braccio a Di Battista – lui novello Berlinguer e il giovanotto novello Benigni – arruffianandosi i novelli montagnardi con un «Vi ricordo qualcuno?» che verosimilmente avrà colpito al cuore con (inaudita) crudeltà lo sbalordito Veltroni. E poi, proprio nel cuore dell’Italia rossa, e proprio per espugnarlo, quel cuore, ha finalmente pronunciato le ferali parole: «Il Movimento 5 Stelle è l’unico partito che porta avanti la questione morale di Berlinguer, siamo gli unici a portare avanti la sua eredità.» Il guaio per la sinistra girondina è che Beppe mente solo quando dice che il suo movimento è l’unico a professare la retta fede berlingueriana, ma per il resto dice la verità. La sinistra comme-il-faut, per sfuggire alla verità, continua ad ingannarsi cullandosi in una concezione caricaturale e tutta di superficie del populismo, come se forme becere, pacchiane, eclatanti o rumorose di azione politica siano sempre e necessariamente forme distruttive di azione politica, e per converso forme seriose non lo siano. E’ per questo che le viene comodo descrivere il grillismo come una specie di degenerazione “antagonista” del berlusconismo, senza rendersi conto che la “questione morale”, dietro la maschera compunta, è la politica ridotta allo stato belluino, è la negazione della politica, è populismo puro, è Grillo.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (175)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

LA CHIRURGIA ESTETICA SUDCOREANA 22/04/2014 Dei problemi d’immagine dei nordcoreani, o meglio, dell’unica signorina nordcoreana che se li possa permettere, Kim Jong-un, sapevamo. Dobbiamo però riconoscere, per amor di giustizia, che anche i confratelli sudcoreani non scherzano. Sembra infatti che i chirurghi estetici sudcoreani siano dei veri e propri maghi. Alla loro maestria ricorrono non solo le compatriote, ma anche le signore e signorine giapponesi e cinesi. E bisogna ammettere che i risultati sono spettacolari, qualunque sia il giudizio propriamente estetico che se ne possa dare. Occhi così ridicolmente a mandorla da essere ridotti a fessure? Zigomi sporgenti come bastioni di fortezze? Volti larghi da contadinotte dei bei tempi antichi? Mascelle volitive come quelle di un macho? Guance troppo paffute o troppo incavate? Menti troppo deboli o troppo pronunciati? I chirurghi sudcoreani non si fermano davanti a nulla: spianano, piallano, levigano, gonfiano, sgonfiano, ingrandiscono, riducono, ridisegnano. Il risultato è assicurato: ne uscirete fuori, care e temerarie signorine asiatiche, con una faccia che non riconoscerete, una faccia da bambolina sexy in 3D, con gli occhi un po’ troppo tondi, ed un viso un po’ troppo a forma di arco acuto rovesciato, di una dolcezza priva di carattere, gracile, da bestiolina remissiva. Per quel che mi riguarda, è un trattamento che perdonerei solo a donne con le quali la natura è stata talmente matrigna da aver avuto la meglio su una commovente fede nella cecità dell’amore e su un’eroica mancanza di suscettibilità: ci vuole una bella faccia tosta anche solo per andare in giro con una faccia da replicante; per farlo poi con la consapevolezza che il modello è unico e senza optional, ci vuole davvero un coraggio leonino.

LA QUESTIONE SHAKESPEARIANA 23/04/2014 Nasceva il 23 aprile di 450 anni fa William Shakespeare. Vogliamo anche noi ricordarlo al nostro modo usuale, cioè vergognandoci per qualcuno o qualcosa. E cosa c’è di più vergognoso nella storia della letteratura della cosiddetta «questione shakespeariana»? Forse solo l’altra grande fregnaccia: «la questione omerica». Date pure a questo punto un calcio nel sedere ai dotti invidiosi. Queste questioni nascono infatti da insana passione, non dallo studio: o meglio, dallo studio asservito all’insana passione. E specificamente quella che agli spiriti meschini al cospetto della più naturale grandezza ha sempre messo in bocca queste fatali parole: «Ma chi è questo? Non è forse il figlio di quel bifolco?» Questo bel tipo sbucato fuori dal nulla – Will – già in vita dovette subire una sorda ostilità, una sorta d’incredulità, alla quale – questo lo dico io, naturalmente, e naturalmente mi basta – rispose indirettamente anche attraverso le opere. Mi spiego. All’inizio dell’“Enrico V” assistiamo ad una conversazione tra l’Arcivescovo di Canterbury e il Vescovo di Ely. Il primo si dilunga sulla repentina trasformazione dello scapestrato principe Harry in un re di meravigliosa saggezza: «è una meraviglia come possa averla raggranellata, data la sua precedente dedizione ad abitudini oziose, fra compagni incolti, villani e superficiali, le sue giornate tutte piene di bagordi, baldoria e sollazzi, senza che mai si notasse in lui alcuno studio, raccoglimento in sé o appartarsi dai pubblici ritrovi frequentati dalla plebe.» Il secondo spiega: «La fragola cresce sotto l’ortica e bacche salutari prosperano e maturano meglio a contatto con frutta di qualità inferiore, e così il principe occulto la sua giudiziosità sotto il velo della sregolatezza; ed essa, senza dubbio, crebbe, come l’erba d’estate, più rapida di notte, non vista eppur rigogliosa per naturale impulso.» Io sono convintissimo che con queste parole Will (lo chiamo così perché dei grandi – ci capiamo – mi sento sempre naturalmente amico) alludesse polemicamente alla sua vicenda personale. Lo sentii «per naturale impulso», la prima volta che le lessi. Ma come fai ad esserne così sicuro? Direte voi. E che ne so? E che m’importa? Anch’io mi sento grande, grandissimo.

SERENA PELLEGRINO 24/04/2014 Ci chiediamo ancora come quell’ingenuo del prefetto di Pordenone potesse pensare di passarla liscia. Ecco il misfatto: aver autorizzato l’esecuzione di “Bella Ciao” durante il corteo cittadino, ma non durante la cerimonia commemorativa ufficiale del 25 aprile, una manifestazione che, come tutti sappiamo, già da sola fa venire il latte alle ginocchia in qualsiasi paesello d’Italia. Pare, d’altra parte, che questa sia sempre stata la prassi a Pordenone, anche senza ingiunzioni prefettizie. Motivi di ordine pubblico, aveva addotto il prefetto, legati a gruppetti di anarchici che da qualche tempo si sono specializzati in azioni di disturbo contro i politici locali in occasione di manifestazioni ufficiali. Come motivazione mi sembra una stupidata: peggio, una vigliaccata. Se avesse detto – in burocratese, s’intende – che “Bella Ciao” è una canzonaccia grossolana, settaria, grondante voltagabbanismo, tutta permeata da quello spirito del branco vanaglorioso che fu fascista; e che per tale plateale mancanza di nobiltà morale ed artistica offende il decoro delle istituzioni e il buon gusto dei cittadini; se avesse detto questo sarebbe stato un cannone di prefetto. Fatto sta, invece, che si è messo in un guaio per dabbenaggine invece che per eroismo. La confraternita rumorosa e potente della società civile ha fatto ovviamente fuoco e fiamme, e il poveretto è tornato sui propri passi. Cosicché adesso, naturalmente, poveri pordenonesi, cantare “Bella Ciao” durante la cerimonia ufficiale diventerà un obbligo. La deputata friulana di Sel Serena Pellegrino ha addirittura proposto al prefetto di redimersi cantando “Bella Ciao” in pubblico proprio il 25 aprile. Mi sembra giusto: chi non canta in compagnia o è un ladro o è una spia. Io non lo farei mai. O meglio, potrei anche farlo: canterei “Bella Ciao” con molto, ma molto sentimento, tra il furore e le lacrime, da vero fanatico, solo per vedere se questi stupidotti capiscono che mi sto divertendo moltissimo.

[RISPOSTA AD UN “INDIGNADO”] “Ora e sempre, resistenza!” ah ah ah… che motto imperioso! Stilisticamente sembra molto fascista, vero? E’ quel tipo di stentoreo trombonismo che mi fa sempre rotolare dal ridere. Proprio del fanatismo totalitario, sia esso fascista, comunista, ed ora, furbescamente, opportunisticamente, patriottico-costituzionale-giacobino: proprio di quelli (io me li ricordo, sa) per i quali qualche decennio perfino la bandiera italica e l’inno nazionale erano sospettabili di cripto-fascismo (per qual motivo crede che ALLORA nessuno OSASSE cantare l’inno? Se non per obbedire ai taciti ordini della Migliore Italia d’allora?) mentre ora l’hanno sequestrata per sbatterla in testa a chi non si piega all’idea – meschinissima e ridicola – dell’Italia nata dalla Resistenza. Piccola gente zelante, erede di quella del Ventennio.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (173)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

CHANNEL 4 07/04/2014 Per Mark Evans, moderatore del programma “The dead famous DNA” di Channel 4 «si tratta di una scoperta sconcertante; non avrei mai osato immaginare che si potesse arrivare a un risultato così straordinario». La sconcertante scoperta consisterebbe nel fatto che Eva Braun sarebbe stata «ebrea». L’analisi del DNA di alcuni presunti capelli della consorte di Adolf Hitler presenterebbero una sequenza del DNA «fortemente associata» agli ebrei askenaziti, che oggi rappresentano circa l’80% della popolazione ebraica. Anche se fosse vero, non vedo che cosa ci sarebbe di sconcertante. Gli ebrei sono uomini, mica una «razza». Gli askenaziti sono, grosso modo, i discendenti delle comunità ebraiche dell’Europa centro-orientale. Queste comunità si formarono in Germania già mille anni fa, tanto per usare cifre belle rotonde o bibliche, e sembra che una parte non irrilevante di esse provenisse dall’Italia. Ed erano ebrei che già da un millennio giravano il mondo. Già notevolmente imbastarditi, questi ebrei, volenti o nolenti – dove non ci fu la volontà arrivò, sono sicurissimo, la debolezza della carne – arricchirono il loro DNA col sangue tedesco, slavo e financo ugro-finnico per altri mille anni. Ma non è tutto. Se pensiamo a tutto il girovagare del caldeo Abramo dalla natia Mesopotamia fino alla terra promessa, all’esilio in Egitto e alla cattività babilonese (che era quasi un ritorno a casa), alla dominazione ellenistica, e soprattutto al fatto che gli ebrei avevano col tempo assorbito l’elemento filisteo (da cui il nome “Palestina”) di origine indoeuropea (forse micenea) arrivato dal mare nella terra di Canaan mille anni prima di Cristo (i soliti mille, non poteva essere altrimenti), è facile arguire come anche al tempo di Gesù l’ebreo di razza pura probabilmente non lo si vedeva neanche col binocolo. Se pensiamo poi che la famosa prostituta Raab, cananea di Gerico, dopo la presa della città ebbe in premio, per così dire, la «cittadinanza ebraica» per aver protette e salvate le spie di Giosuè, tanto da collocarsi successivamente, secondo il Vangelo di Matteo, nella linea di discendenza diretta del Messia, allora è propria finita. Abbiamo solo una domanda da porci: siamo tutti ebrei o siamo tutti bastardi?

DANIEL COHN-BENDIT 08/04/2014 Per il co-presidente dei Verdi al Parlamento europeo Grillo è un tipico qualunquista della tradizione autoritaria italiana, quella che va da Berlusconi a Mussolini. Anche se non è italiano, Cohn-Bendit sa benissimo che l’autoritarismo berlusconiano non è mai esistito, se non come un mostro generato dal sonno della ragione pur di giustificare il mostro vero dell’antiberlusconismo antropologico. Sentito come un corpo estraneo dai poteri consolidati di ogni risma in Italia, Silvio non è mai riuscito a farseli amici, né ha mai tentato di fare del popolo berlusconiano una plebe rivoluzionaria. Anzi, proprio questa sua mancata presa sulle élites è stata letta come un altro segno di un populismo, il suo, peraltro così straordinariamente refrattario alla piazza. Sul piano pratico il povero Silvio le ha sempre prese di santa ragione, anche quando sedeva sul trono. Per capirlo basta far un paragone con la situazione odierna: le smargiassate di Silvio erano occasione di scandalo non solo tra i fanatici della Costituzione più bella del mondo, ma anche in buona parte del mondo politico, intellettuale, giornalistico; quelle di Renzi, invece, fanno rabbrividire solo i fanatici. Per non parlare poi del destino di paria toccato invariabilmente ad ogni berlusconiano dichiarato che non fosse già un mezzo notabile, almeno, di questa nostra società civile. Da un punto di vista sociologico il berlusconismo è stato in realtà vissuto nella clandestinità da parte dei suoi sostenitori: la prima volta nella storia di un regime, o di un movimento politico autoritario.

IL MIUR 09/04/2014 Che sarebbe il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Ho scoperto solo ieri questo acronimo, nonostante la mia vastissima e generalissima cultura. In questo vaporosissimo campo sono un cannone fin dalla più tenera età – nacqui con la testa fra le nuvole e non ho mai toccato veramente terra – ed è quindi con qualche giustificato orgoglio che posso ben dire di non saper far niente. Questo auto-elogio era necessario perché il vasto pubblico dei lettori potesse capire a fondo lo sdegno che mi ha preso quando ho letto le domande di cultura generale dei test per l’ammissione alle facoltà di Medicina & C. svoltisi ieri. Un vero misfatto. Le domande erano quattro, di una meschinità infinita se viste sullo sfondo della storia e della geografia del mondo da quando Adamo ed Eva furono cacciati dall’Eden. La prima era semplicemente frivola: riguardava i premi Nobel italiani. I premi Nobel! La seconda riguardava l’i-ne-vi-ta-bi-le Costituzione Italiana, promossa da tempo nel cortiletto di casa nostra a pietra angolare per la costruzione dell’umanità futura. La terza tirava fuori dal cilindro il mitico linguista Noam Chomsky. Il quesito riguardante l’icona del liberal-radicalismo anti-capitalista ecc.ecc. era questo: «Quali tra le seguenti affermazioni riferite a Noam Chomsky NON è corretta?» La risposta esatta era la c): «ha ricoperto la carica di senatore nel governo statunitense»; cosa peraltro facilmente intuibile: è noto infatti che esiste solo la carica di senatore che si esercita nel CONGRESSO degli Stati Uniti. La quarta domanda era questa: «La definizione del XX secolo come “secolo breve” appartiene a?» Per rispondere esattamente si doveva scegliere da una lista di cinque nomi quello dello storico di formazione marxista Eric Hobsbawm (scritto erroneamente con una “n” finale al posto della “m”), quintessenza di quell’intellettuale di sinistra oggetto di venerazione che sui propri errori riesce a costruire un monumento più duraturo del bronzo. Insomma, era domande fatte apposta per il bambolotto della società civile, quel fenomeno ignorante in tutto ma uso ai percorsi taciti ma obbligati di educazione democratica permanente, coi loro album di figurine.

MICHELE GIARRUSSO 10/04/2014 I seguaci di Grillo di rivoluzionario hanno solo il furore e l’oltranzismo. Perché per quanto riguarda i contenuti sono campioni indiscussi di conformismo. Neanche con l’immaginazione avremmo potuto tratteggiare la figura di polli d’allevamento così straordinariamente riusciti. Eppure sono persone reali, pronte a snocciolarti tutte comprese di sé le quattro bubbole farneticanti e velenose che ogni zelante partigiano della legalità e della costituzione ha imparato a memoria e che ripete come un pappagallo da decenni. In fondo, sono i figli più ubbidienti al verbo di “Repubblica”, ma senza il distacco, l’accidia e l’arguzia degli uomini di mondo che sulla gazzetta dell’Italia laico-repubblicana scrivono. Così quando devono attaccare qualcuno il menù è quello fisso da una vita: il Berlusconi di turno è mafioso, corruttore, ed eversore. Prendete questo bel campione, Michele Giarrusso, senatore, pardon, cittadino della repubblica. Intervistato a “La Zanzara”, su Radio 24, ha preso a cannonate Renzi: un politico «privo di scrupoli», ha detto, un uomo che «sfascia la Costituzione, altera gli equilibri di potere, affossa la lotta alla mafia», un «figlio di Berlusconi», «molto peggio di Lucio Gelli, molto più spregiudicato». S’intende che Giarrusso ha cercato di dissimulare il suo fanatismo facendo mostra di stare simpaticamente al gioco dell’intervistatore, parlando perciò di proposito al di sopra le righe. Un depistaggio, insomma. Un depistaggio inquietante, aggiungerei.

AVVENIRE 11/04/2014 E’ una cacchiata. Lo so! Ma ormai – per continuare ad usare un linguaggio forbito – mi son rotto le palle. Sul sito internet del quotidiano di ispirazione cattolica ieri si poteva leggere questo: «Nel mondo ci sono 1,2 miliardi di poveri, concentrati in pochi Paesi: i cinque Paesi con più poveri sono l’India (33% dei poveri del mondo), Cina (13%), Nigeria (7%), Bangladesh (6%) e la Repubblica Democratica del Congo (5%). Se a questi si aggiungono Indonesia, Pakistan, Tanzania, Etiopia e Kenya si arriva quasi all’80% degli estremamente poveri al mondo.» Notate bene: è scritto «concentrati». Ora seguitemi in un semplice ragionamento, il solito «semplice ragionamento» alla portata di qualsiasi deficiente. La Cina ha circa 1.350 milioni di abitanti, l’India 1.250, la Nigeria 170, il Bangladesh 155, il Congo (ex Zaire) 75: totale 3.000 milioni tondi, pari al 43% della popolazione mondiale stimata a circa 7 miliardi di persone. In questi cinque paesi si conta il 64% (13+33+7+6+5) dei poveri del mondo. Si arriva all’80% dei poveri del mondo se in lista mettiamo anche l’Indonesia, che ha circa 250 milioni di abitanti, il Pakistan che ne ha 180, la Tanzania 50, l’Etiopia 90, il Kenya 50: totale 620 milioni di abitanti, che sommati ai 3 miliardi tondi dei cinque paesi sopramenzionati fanno un totale complessivo di 3.620 milioni, pari al 52% della popolazione mondiale. Il tutto si riassume in queste tre proposizioni: 1) i «poveri» nel mondo (1,2 miliardi) sono il 17% della popolazione mondiale; 2) il 64% dei poveri del mondo vive in zone abitate dal 43% della popolazione mondiale; 3) l’80% dei poveri del mondo vive in zone abitante dal 52% della popolazione mondiale. Se queste cifre fossero vere – e io ho molte riserve su questo tipo di statistiche – esse ci direbbero che meno di un quinto della popolazione mondiale è veramente povero, e che la povertà è sparsa per il pianeta molto meno disomogeneamente di quanto si generalmente si pensi. Di «concentrato» non c’è un bel nulla. A parte il numero spaventoso di persone allergiche all’interpretazione delle più banali statistiche inesplicabilmente «concentrato» in Italia.

[RISPOSTA AD UN COMMENTO – I poveri sono 1.200 milioni, pari al 17% della della popolazione mondiale. L’80% del 17% = 13,6% dei poveri risiede perciò nel 52% del mondo abitato, considerato demograficamente. Il 20% del 17% = 3,4% dei poveri risiede perciò nel 48% del mondo abitato, considerato demograficamente. Significa che nel 52% del mondo circa un quarto della popolazione è povera (13,6% del 52% = 26%). Nel restante 48% meno di un decimo (3,4% del 48% = 7%). Riassumendo, le cifre dicono che, parlando a spanne, in una metà del mondo l’incidenza dei poveri è circa tre volte e mezza di quella dell’altra metà. Non dieci o cento. Non sono in fondo numeri consolanti, visto che con la scelta delle parole ci si compiace di adombrare scenari catastrofici? E la metà del mondo (e più) non è quel piccolo spicchio del mondo dove si concentrerebbe la povertà. Questo alla luce del buon senso e del senso comune. E’ poi ovvio che in quella metà del mondo dove i poveri sarebbero il 20% ci sia una parte (una metà della metà, diciamo) dove la povertà da un punto di vista statistico è praticamente inesistente. Ma il quadro generale che ne esce non è quello apocalittico che spesso si tratteggia. Questo per quanto riguarda la “disomogeneità”. Resta comunque il fatto che “i pochi paesi” evocati costituiscono la metà del mondo.]

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (117)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

LUIGI ZINGALES 11/03/2013 Su quello strano tipo del liberale italico in politica che alla fine, per disperazione, «riesce a sperare pure nella palingenesi e nel Grillo di turno», avevo scritto appena dieci giorni fa. Be’, eccolo che si fa avanti in carne e ossa. Su Il Sole 24 Ore, il giornale che da quando è sceso dall’Olimpo montiano non si vergogna più di niente, l’economista che fu tra i fondatori di Fare per fermare il declino sfida Grillo a non rincorrere unicamente il successo politico, a dimostrarsi statista, «a lanciare al Pd la possibilità della fiducia ad un governo», lasciando a una personalità del Pd, che abbia la fiducia della gente, la guida del governo, senza cercare poltrone per i suoi. Ciò attraverso un programma «fortemente grillino» articolato su tre temi: proposte anti-casta politica, proposte anti-casta economica e proposte istituzionali, tra le quali ci dovrebbero essere l’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti, il dimezzamento dei parlamentari con adeguamento degli stipendi e delle indennità alla media europea, e l’eliminazione di tutte le province. Non stupisce la cecità del professore sulla vera natura dei rivoluzionari: la storia offre a profusione esempi di questo specifico tipo di gonzaggine. Non stupisce più di tanto il cedimento su tutta la linea alla retorica del populismo anti-casta. Stupisce piuttosto la modestissima portata “liberale” delle proposte, con tutto quello che invece c’è da fare, e presto!, per fermare, adesso!, il declino.

GIULIO TERZI 12/03/2013 Ce la dovremmo prendere col governo, ma siccome il ministro degli esteri è una delle nostre vittime preferite, proseguiamo volentieri con la meritoria opera di persecuzione nei confronti della Farnesina, che sulla faccenda dei marò in attesa di processo in India sta collezionando una serie impressionante di topiche. Dopo aver combinato il disastro cedendo all’inizio, dopo aver ostentato stupido ottimismo, dopo aver belato e brancolato nel buio per mesi, adesso si è risolta per una mossa molto avventata, da disperati, che rischia di trascinarci dalla parte del torto, almeno agli occhi di quel mezzo mondo emergente di cui l’India è tanta parte. I marò in «permesso voto» in Italia restano dunque nel nostro paese. Quand’anche la cosa fosse stata contrattata sotto banco con le autorità indiane, è una soluzione che rischiamo di pagare salatissimo in termini d’immagine. Perché in questo momento ci sono centinaia di milioni di indiani che se sospettano e brontolano contro un governo, il loro, che su questo caso si è dimostrato inetto, debole e forse corrotto, non hanno invece il minimo dubbio, e lo gridano, che l’Italia si è confermata se stessa in tutto il suo splendore: il paese dei mafiosi e dei mancatori di parola. Lo dico ai cretini che oggi hanno ritrovato l’orgoglio nazionale.

BEPPE GRILLO 13/03/2013 Il tesoretto di Craxi non fu mai trovato, neanche a Hong Kong, perché non c’era. Bettino non si arricchì con la politica. Ma a Beppe piace lo stesso chiamarlo Bottino. Ed evocare per la milionesima volta il sogno di una generazione di esaltati: il Berlusca ad Hammamet. E chiamare «questuanti» i soliti noti del Pdl. Ed esprimere tutta la sua solidarietà ai magistrati di Milano. Quando vuole Beppe è ortodosso come il girotondino di qualche anno fa: un babbeo fatto e finito, ricorderete, in quanto a conformismo. D’altronde, tolte le pose futuristiche, in cosa si distinguono i militanti del M5S – non parlo di chi li ha votati – dai bigotti di sinistra? Nell’impegno un po’ scomposto con cui indulgono nei sogni bucolico-giustizialisti dell’Italia sedicente onesta. Insomma, gridano più forte. La sinistra «istituzionale» li ha combattuti soprattutto in quanto irregolari e potenziali competitori, non certo per le idee. Ed infatti, in men che non si dica, dopo l’esito del voto ha riscoperto, senza vergognarsene, tutte le affinità elettive che la legano agli ex facinorosi.

L’APPELLO DEGLI INTELLETTUALI 14/03/2013 Dove non arriva, per pudore, il partito, arrivano loro, gli intellettuali. Non hanno bisogno di ordini. A loro basta l’istinto. Costituiscono una forza di complemento che spiana la strada, che parla forbito alla pancia del paese, nobilitandone le peggiori pulsioni. In breve, sono gli artefici del populismo politicamente corretto. Dopo di loro, e a dar loro man forte, arrivano le icone della società civile, tutti quei personaggi da operetta che la grande cricca progressista ha proclamati i migliori nei loro rispettivi campi. E dopo di questi, eccoti l’esercito dei centomila che non si stanca mai di firmare appelli, di sottoscrivere petizioni o dichiarazioni di solidarietà. Non poteva andare in maniera diversa con la preghierina indirizzata ai cari amici del Movimento 5 Stelle. E’ chiarissimo che si tratta di un fenomeno patologico. Abbiamo il dovere di aiutare queste persone. Di illuminarle, di aprir loro gli occhi, usando il loro stesso linguaggio, l’unico che capiscano nella loro semplicità: chiamiamoli nani, ballerine, lobotomizzati, così, in ordine strettamente gerarchico. E’ un atto d’amore.

ULDERICO PESCE 15/03/2013 Il 16 marzo nell’Aula Pacis dell’università di Cassino ci sarà la prima nazionale del nuovo spettacolo di Ulderico Pesce dedicato ad Aldo Moro. La morbosa fascinazione degli artisti civilmente impegnati per la morte di Moro ha una spiegazione facilissima: i sensi di colpa della sinistra, dal cui seno nacque il terrorismo rosso, e il tentativo inconscio di rimuoverli con un’ossessiva e sempre aggiornata opera di depistaggio. Ma uno così spassoso non l’avevo mai sentito: «…[Moro] doveva morire», dice, «a ucciderlo non sono state le Brigate Rosse, a uccidere Moro e la sua scorta è stato lo Stato. Ma prima ancora di questa domanda bisognerebbe farsene un’altra: perché non hanno fatto nulla per impedire il rapimento? (…) La cosa che mi fa più ribrezzo è vivere in un Paese dove gli assassini di Moro sono ancora liberi… Bisogna restituire luce alla nostra memoria». Sono passati 35 anni ma la superstizione è tutt’altro che estirpata. Caro Papa Francesco, se vuole bene all’Italia, cominci da qui la sua opera di evangelizzazione che le sta tanto a cuore, da questi pazzi furiosi.

[(Risposta ai commenti) Ah ah ah… la retorica della documentazione, dei dati e degli argomenti… Mi ascolti bene: io-me-ne-in-fi-schio. La vostra documentazione è come quelle ventimila pagine obbligatorie di allegati che di prammatica accompagnano le inchieste più sballate. Gigantesche costruzioni barocche fondate sulla capziosa interpretazione dei mille particolari secondari che sempre fanno da sfondo a un fatto, o che da quello riverberano, e che inevitabilmente portano in superficie miserie e insufficienze. Con tale metodo i dottori della disinformazione possono dimostrare qualsiasi cosa, e negare qualsiasi verità. Specie quelle che fanno male. E già, bigotti. Le Brigate Rosse nacquero all’interno del PCI. I giovanotti delle Brigate Rosse si erano nutriti della propaganda e della “narrazione” della storia repubblicana fatte dal PCI e dal culturame di scelbiana memoria. Essendo giovanotti furono conseguenti con le conclusioni a cui portava quella sbobba velenosa. Al PCI quella propaganda e quella “narrazione” servivano per sfiancare il paese e per acquistare sempre più potere reale. Il compromesso storico doveva esserne il risultato alla fine degli anni settanta, quando il comunismo mondiale stava mostrando le crepe che lo avrebbero portato alla fine. Per Moro, il vero Moro, non quello falsificato dall’agiografia progressista dopo morto, colui che qualche mese prima di essere ucciso dal terrorismo comunista disse alto e forte in Parlamento che “la Dc non si sarebbe fatta processare in piazza”, il compromesso storico non era affatto un riconoscimento di quella “narrazione”, ma un tentativo, che lui riteneva ineludibile, di “costituzionalizzare” il PCI e di riportarlo alla democrazia occidentale. Chi si opponeva da “destra” a questa politica era nel suo pieno diritto: lo faceva per varie ragioni, fra le quali quelle di politica estera, e quella, secondo me sacrosanta, che non era saggio cedere all’aggressività del PCI. Le Brigate Rosse che si opponevano da “sinistra” a questa politica lo facevano in modo criminale, e perché erano imbevute dei miti della democrazia incompiuta (la “democrazia compiuta” è un concetto antidemocratico) e della resistenza tradita che il PCI di lotta e di governo aveva propagandato e che ancora oggi la sinistra non ha abbandonato. Ma il mostro rivoluzionario, che il PCI aveva nutrito, era coerente con se stesso. Se si prescinde da questa verità di fondo, tutto quanto ci gira attorno viene mistificato.]

I MONTAGNARDI IN PARLAMENTO 16/03/2013 Sei mesi fa li avevo definiti «montagnardi», come gli esaltati del gruppo radicale che durante la Rivoluzione Francese si era appollaiato sui banchi più elevati dell’Assemblea. Oggi, in obbedienza al loro Codice di Comportamento, i grillini rifiutano di farsi chiamare «onorevoli» e «optano», obbligatoriamente, per i termini «cittadine» o «cittadini»; e all’apertura del Parlamento della XVII legislatura hanno scelto di occupare gli scranni della parte superiore dell’emiciclo di Montecitorio. Per distinguersi, dicono loro. No, per farsi riconoscere, dico io, in tutta la loro settaria minchioneria, sorpassata solo da quella della sinistra «democratica» che li ha ammaestrati.