Articoli Giornalettismo

I trionfi della campagna di Libia

Che si stia ripetendo in Libia la tristissima parabola della primavera egiziana?

Ricorderete certo che in Egitto governò per trent’anni un grande amico dell’Occidente, l’uomo forte Hosni Mubarak, vaso di saggezza celebrato, sempre per trent’anni, dalle nostre gazzette per la sua temperata laicità e per la sua moderazione politica, oltre che per essere lo zio di Ruby. Poi tre anni fa scoppiò la primavera egiziana e nel giro di una settimana per le stesse gazzette lo zio Hosni diventò un dittatore fatto e finito. Fu una pagina vergognosa. Poi ci fu il colpetto di stato, in nome della democrazia. Poi le elezioni vinte, inevitabilmente, dai Fratelli Musulmani. Poi il governo muscoloso di questi ultimi. E poi il nuovo colpetto di stato, in nome della democrazia. Col ritorno della quale centinaia di Fratelli Musulmani sono stati condannati a morte (anche se probabilmente in appello le condanne saranno modificate, se non altro per motivi di opportunità). Il tribunale degli “Affari Urgenti” del Cairo ha intanto dichiarato fuorilegge il “Movimento 6 Aprile”, protagonista della cacciata del “dittatore” Mubarak. E ora è tutto pronto per il ritorno del Faraone, del Rais, del Boss, insomma dell’uomo fortissimo Al-Sisi, al quale le folle già tributano onori quasi divini, e al quale le nostre gazzette riconosceranno, subito dopo l’intronizzazione, un profilo di temperata laicità e di moderazione politica.

Ricorderete, invece, che in Libia per decenni governò un grande nemico dell’Occidente, il terrorista su scala industriale Muammar Gheddafi. A dire il vero per le nostre gazzette progressiste Muammar non era poi tanto malaccio: aveva il merito di essere la bestia nera di Reagan. Poi Muammar, a modo suo laicissimo e nemico degli islamisti, negoziò la sua resa all’Occidente in cambio del mantenimento del potere nel suo paese. Il patto era vergognoso ma fu siglato. I rapporti tra Libia e Occidente (e quindi Italia, soprattutto) divennero intensi e anche proficui dal punto di vista economico. Muammar divenne più strambo di Lady Gaga ma chissà perché non venne apprezzato da un mondo che è riuscito di recente ad incapricciarsi di una Conchita Wurst con la quale avrebbe potuto formare per davvero la coppia del secolo. Poi venne la primavera libica, cioè la sceneggiata degli islamisti di Bengasi capitanati dal filosofo e raffinato donnaiolo Bernard-Henri Lévy, ribelli in nome della democrazia. In loro soccorso corse l’Occidente. L’intervento fu una canagliata e una follia, certificata scientificamente dalla mancanza di qualsiasi protesta pacifista e dall’approvazione di una sinistra finalmente guerrafondaia. Muammar venne cacciato come una fiera della foresta, ucciso e la sua carcassa esposta come un trofeo. Poi furono due anni di caos e anarchia. Adesso la situazione sembra chiarirsi. Un vecchio generale ex gheddafiano, Khalifa Haftar, per vent’anni in asilo politico negli Stati Uniti, ha riunito attorno a sé le milizie laiche anti-islamiche, ed è ad un passo dal solito colpetto di stato, che se avrà successo a naso sarà benedetto dall’Occidente, in nome della democrazia, s’intende, specie se Haftar saprà tenere unita la Libia col pugno di ferro alla stregua di Gheddafi.

Quello che scoccia è che dopo tutto il casino combinato Sarkozy, Cameron e Obama non abbiano ancora detto una parolina di scusa. Del tipo: siamo stati fessi. Almeno quello. Quanto a Bernard-Henri Lévy le scuse non basterebbero. Io lo prenderei per un orecchio, lo denuderei, gli taglierei i capelli a spazzola, lo costringerei con l’aiuto di qualche aguzzino, e dopo qualche ragionevole e meritata tortura, a mettersi un paio di jeans larghi col risvolto, una felpa, un paio di sneakers fosforescenti ai piedi e un cappellino da baseball in testa. Certo l’uomo in bianco e nero soffrirebbe enormemente. Ma per lo shock potrebbe anche guarire e tornare ad essere un uomo normale.

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Libia: una vittoria di Pirro

Chi abbia tempo da perdere provi a cercare quante volte negli ultimi tre decenni, prima dell’anno fatidico 2011, Ben Ali di Tunisia o Mubarak d’Egitto siano stati omaggiati dalle nostre più illustri gazzette democratiche del titolo poco onorifico di “dittatore”: che io ricordi, mai. E’ soltanto dopo le rivoluzioni della primavera araba che a questi affidabili leader, per gli interessi dell’Occidente, e a questi moderati autocrati, per gli standard arabo-mediorientali, le penne dei nostri più venerabili e compassati commentatori hanno riservato con la tranquillità di sempre tale prestigiosa nomea. E’ perciò normale che in un simile contesto morale la guerra di Libia abbia consentito al vizio dell’oblio e della mistificazione di raggiungere traguardi impensati, tanto che adesso, da più parti, non ci si vergogna punto di dare una patente di legittimità alle aborrite “guerre per il petrolio” e di rimproverare al governo Berlusconi, gran prodigio delle guerre umanitarie, una condotta insufficientemente cinica nella difesa dei nostri interessi.

Fino al 2000 Gheddafi è stato per più di un quarto di secolo insieme un dittatore sanguinario, un laico (per i canoni islamici) e stravagante rivoluzionario con qualche idea di grandezza e di riscatto per il suo paese, un fomentatore del terrorismo internazionale, un nemico giurato ma non isolato dell’Occidente. Dopodiché, ammaestrato dalle vicende irachene, ha cominciato, passo dopo passo, a negoziare con europei ed americani una resa profittevole per tutti gli interlocutori, trovando in fin dei conti assai piacevole dedicare la vecchiaia in via esclusiva allo sviluppo del suo poco abitato ma potenzialmente ricco paese, riservandosi solo di tanto in tanto il diritto d’intrattenere il mondo con le sue innocue pagliacciate pubbliche. Gli Occidentali, piaccia o non piaccia, e a noi anti-gheddafiani della prima ora la cosa non è mai piaciuta, hanno accettato, fino alla progressiva e pressoché completa normalizzazione dei rapporti diplomatici. Ma una ragione c’era ed era solidissima: siglata la pace, Gheddafi, isolato nel mondo arabo ed islamico “moderato” a causa del suo passato estremista ed in quello “estremista” a causa del suo presente “moderatismo”, sarebbe stato legato mani e piedi all’Occidente. Questa mancanza di appoggi internazionali spiega perché la macchina della propaganda abbia potuto girare a pieno regime; perché un lupo spelacchiato ed in pensione sia diventato finalmente agli occhi di coloro che negli anni ruggenti derisero le “ossessioni” dei falchi anti-gheddafiani il mostro di cui non riconobbero mai in precedenza i connotati; e perché, sotto le false sembianze della primavera araba, l’attacco al regime sia stato pianificato con tanta sbrigativa mancanza di scrupoli.

Prima del conflitto la Libia era un paese relativamente prospero per gli standard africani, ed in pieno sviluppo, grazie alla fitta rete di rapporti economico-commerciali intessuta con l’estero dopo la fine del periodo delle sanzioni; rapporti che si sarebbero sommati a quelli più specificatamente culturali dovuti alla rinnovata “amicizia” coi paesi occidentali, in primis l’Italia naturalmente, per favorire una maturazione senza strappi delle istanze democratiche in un regime che si stava già addolcendo; le quali istanze avrebbero potuto prender corpo quando si fosse presentata la questione della successione di una “Guida della Rivoluzione”, ricordiamolo, ormai settantenne. Oggi, dopo sei mesi di guerra e, forse, decine di migliaia di morti lasciati sul terreno per soddisfare la fama di gloria e gli appetiti di chi pensava ottimisticamente di spogliare un mezzo cadavere senza combattere per davvero, ci troviamo con un paese “liberato” in preda al caos e all’anarchia, un paese da “ricostruire” e dal futuro incertissimo.

Eppure queste sono quisquilie. Non è questo che rende la “liberazione” di Libia una vittoria di Pirro. Questa sconsiderata avventura in realtà non farà altro che solleticare, senza che ce ne fosse bisogno e per ragioni tutt’altro che virtuose, le voglie sempre latenti di revanscismo anti-occidentale delle potenze emergenti, che dall’irridente violazione della risoluzione ONU sulla Libia da parte della NATO si sono sentite prese in giro. I “ribelli” hanno già fatto sapere che per gli interessi economici e per gli investimenti già in essere nel paese nordafricano di Russia, Cina e Brasile la caduta di Gheddafi potrebbe essere fatale. Qualche cretino ha salutato questa minaccia ai tre giganti, e indirettamente a paesi come India e Sudafrica che si erano mostrati critici dell’intervento NATO, come un salutare avvertimento, senza rendersi conto che questi nuovi protagonisti della scena mondiale dalla vicenda usciranno certamente ammaestrati, ma non nel senso da lui auspicato.

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L’altro conflitto libico

Si parla relativamente poco del conflitto libico nel nostro paese – a parte quando arrivano i barconi carichi di disgraziati – se si pensa alla nostra vicinanza geografica, al nostro coinvolgimento nell’intervento militare, ai rilevanti interessi che ci legano al paese nordafricano. Si parla ancor meno, anzi non si parla proprio, del conflitto diplomatico internazionale che si sta sviluppando intorno alla crisi libica, un braccio di ferro silenzioso e sotterraneo che piano piano sta uscendo in superficie, e che noi avevamo previsto sin dall’inizio di questa sciagurata avventura. Avevamo detto che la debolezza degli argomenti degli interventisti, e la mezza guerra ottimisticamente intrapresa al solo scopo di portare a casa lo scalpo di un Gheddafi già dato per finito, avrebbero regalato alla potenze emergenti un pretesto per misurare i rapporti di forze con l’Occidente. Siccome pensiamo che questo altro conflitto sia in prospettiva più importante di quello bellico, e che in esso, inoltre, si potrà forse trovare forse la chiave per una soluzione della crisi, per noi purtroppo disonorevole quanto più ci limiteremo a subirla invece di anticiparla, eccoci qui ad aggiornarvi sugli sviluppi di una vicenda che avevamo lasciato alla vigilia del viaggio del presidente Hu Jintao in Russia.

Il 15 giugno l’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai, che conta come membri effettivi Cina, Russia, il Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan, e alle cui riunioni partecipano in qualità di paesi osservatori India, Iran, Mongolia e Pakistan, (con Bielorussia e Sri Lanka che per ora stanno alla finestra come “dialogue partners”) alla conclusione di un vertice tenuto ad Astana, capitale del Kazakistan, si è espressa a favore di un cessate il fuoco in Libia e ha esortato tutte le parti in conflitto a rimanere strettamente nei limiti delle risoluzioni ONU. Esprimendo il loro sostegno agli sviluppi democratici in Nord Africa e Medio Oriente

in armonia con la loro propria storia e le loro proprie tradizioni,

nella dichiarazione finale i paesi della SCO hanno rimarcato il concetto così:

Noi crediamo che crisi e conflitti domestici possano essere risolti pacificamente solo attraverso negoziati politici e che le azioni della comunità internazionale debbano conformarsi alle leggi internazionali e favorire la riconciliazione etnica.

Ed inoltre:

Tali azioni devono rispettare pienamente l’indipendenza, la sovranità e l’integrità territoriale della Libia, e rispettare il principio di non-interferenza nei suoi affari interni.

Il giorno dopo, 16 giugno, lo stesso concetto è stato ribadito da Cina e Russia in occasione della visita del presidente cinese Hu Jintao a Mosca. Nel comunicato congiunto siglato da Medvedev e Hu i due paesi hanno chiesto che

 i conflitti siano risolti con mezzi pacifici

mettendo in chiaro che

la comunità internazionale può apportare un aiuto costruttivo per non lasciare che la situazione si deteriori, ma nessuna forza straniera deve ingerirsi negli affari interni dei paesi della regione.

Il 26 giugno è stato il presidente sudafricano Jacob Zuma ad esporsi piuttosto ruvidamente sulla questione dichiarando che la risoluzione Onu

non autorizza un cambiamento di regime né l’assassinio politico di Muammar Gheddafi

e che

i continui bombardamenti sono una preoccupazione sollevata dal comitato e dall’assemblea dell’Unione Africana: la finalità della risoluzione 1973 era quella di proteggere il popolo libico.

Nei giorni a cavallo tra giugno e luglio l’Unione Africana si è riunita a Malabo, capitale della Guinea Equatoriale. E’ stato annunciato, non si sa su quale base, che il governo libico (non Gheddafi) e i ribelli a breve terranno negoziati in Etiopia, negoziati che non dovranno durare più di trenta giorni; ed è stata formulata la proposta alla comunità internazionale di inviare osservatori in Libia, di stabilire un organismo di supervisione efficace e credibile, e di fornire assistenza umanitaria al popolo libico colpito dalla guerra. Ma soprattutto L’Unione Africana ha chiesto ai 53 stati membri di ignorare il mandato d’arresto internazionale contro Muammar Gheddafi spiccato dal Tribunale Penale Internazionale ONU dell’Aja, spiegando che la richiesta del TPI

complica seriamente gli sforzi per trovare una soluzione alla crisi libica.

Negli stessi giorni la Russia, attraverso il suo coriaceo ministro degli esteri Lavrov, ha criticato duramente la Francia per la fornitura di armi ai ribelli rivelata da Le Figaro:

Abbiamo chiesto ai nostri colleghi francesi se fosse vero che le armi fossero state consegnate ai ribelli libici. Attendiamo una risposta. Se confermato, questo sarebbe una grave violazione della risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Un successivo incontro con la sua controparte francese Juppé a Mosca non ha diradato le nubi, nonostante le minimizzazioni di quest’ultimo. Lavrov ha parlato di una “situazione spiacevole”, aggiungendo che l’interpretazione francese delle risoluzioni ONU proposta nel loro incontro

consente a chiunque di fare qualsiasi cosa per qualsiasi motivo.

E per farlo capire a chi di dovere ha ribadito ancora una volta, in merito ad un altro punto caldo della primavera araba, che la Russia, che ha potere di veto, è contraria a qualsiasi risoluzione ONU che condanni il governo siriano. E per farlo capire ancora meglio si è spinto a considerare inaccettabile

il rifiuto da parte dell’opposizione siriana di mantenere il dialogo con le autorità di Damasco.

Intanto il solito presidente sudafricano Jacob Zuma, che a maggio si era recato a Tripoli in un tentativo di mediazione fra le parti, è atteso a Mosca per un incontro con Medvedev e per dei colloqui preliminari con il Gruppo di Contatto sulla Libia, la cui prossima riunione è stabilita per il 15 luglio a Istanbul.

La partecipazione del presidente Zuma a questa riunione fa seguito ad un invito della Federazione russa in quanto membro del comitato ad hoc sulla Libia dell’Unione Africana,

ha precisato il ministero degli esteri di Pretoria. Mentre da Bengasi giunge la notizia piuttosto sorprendente che il Consiglio Nazionale di Transizione sarebbe disposto a concedere a Gheddafi di poter continuare a vivere in Libia in cambio della resa.

E’ una soluzione pacifica. Se Gheddafi vorrà rimanere in Libia, saremo noi a decidere dove, mentre tutti i suoi movimenti saranno sottoposti a una supervisione internazionale.

Soluzione inapplicabile, ed inaccettabile da parte del Rais, ma sintomatica di propositi un giorno ardimentosi e oggi sempre più vacillanti.

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Guerra per futili motivi

Sui disordini in Bahrein è calato il silenzio: se si torna a parlare dell’arcipelago è solo a proposito di Formula Uno, o per il fatto che il principe ereditario Salman, molto afflitto, non ha potuto esibire la sua augusta presenza alle nozze dei suoi amici Kate e William. In fondo è comprensibile: il Bahrein è un castelletto in mezzo al petrolio dove tra famiglia regnante, famigli e sudditi si arriva appena ad un milione di abitanti; roccaforte islamico-tradizionalista, è però considerato un avamposto occidentale, vista la sua politica estera dominata dai timori nei confronti dell’ingombrante vicino iraniano, la cui influenza sulla maggioranza sciita in Bahrein non si sa bene ancora quale ruolo abbia giocato nelle insorgenze “democratiche” dei mesi scorsi; senza contare, infine, che il Bahrein ospita una base navale statunitense. Anche sui tumulti nello Yemen è calato il silenzio: le schermaglie sanguinose tra i filo-governativi e le opposizioni tuttavia proseguono senza che si arrivi ad un accordo per la gestione della transizione dal regime del presidente Saleh ad uno più “democratico”. Allo Yemen son rimaste solo le gocce di tutto il petrolio che ha inondato il sottosuolo dei paesi del golfo. Paese arcaico, ricco di pittoresche vestigia storiche, non è però né uno staterello né un deserto di sabbia: è grande come la Francia e conta la bellezza di una trentina di milioni di abitanti. Essendo poverissimi, infatti, gli yemeniti si moltiplicano come conigli, detto con tutto il rispetto dovuto ai popoli gagliardi. Ed il paese gode anche di una posizione geografica interessantissima, posto com’è all’imboccatura meridionale del Mar Rosso, là dove la penisola arabica quasi si tocca con il Corno d’Africa, e il golfo di Aden apre la via verso l’Asia profonda. Non è invece calato il silenzio sui fermenti democratici che stanno scuotendo la Siria, dove il numero delle vittime della repressione del regime di Bashar El Assad sta ormai avvinandosi al migliaio. In compenso, a parte le chiacchiere, nessuno si muove per fermare il bagno di sangue. Il tutto mentre in Egitto la rivoluzione “democratica” comincia davvero a mostrare il suo lato sinistro, se il ministro della giustizia apre alla possibilità di una condanna a morte per quel Hosni Mubarak che per gli standard medio-orientali è stato niente di più che un moderato autocrate, e per l’Occidente e Israele un interlocutore ragionevole, se non provvidenziale.

Su questi fronti, tutti delicati, l’Europa e gli Stati Uniti fondamentalmente sono stati a guardare, vuoi per prudenza, per saggezza, o per viltà. Mentre hanno finito per infognarsi in una guerricciola personale e poco decorosa contro Gheddafi. Il motivo non è difficile da individuare: il Raìs ha pagato i lunghi anni del suo progressivo – e fruttuoso, da ambo le parti – armistizio con l’Occidente con l’isolamento nel mondo arabo, in quello “moderato” a causa del passato, in quello “estremista” a causa del presente. Toccato in maniera non troppo profonda dalle rivendicazioni democratiche, il regime libico è stato considerato una preda facile – in parte per la sua forza intrinseca, in parte perché l’isolamento del regime limitava la potenzialità destabilizzante sullo scacchiere internazionale di un intervento militare occidentale – da chi voleva regolare qualche conto, sfoggiare un bel trofeo in casa propria ed estendere la sua influenza nella regione. Un peccato di gola, travestito da ragioni umanitarie. A mettere in risalto l’imprudenza e la faciloneria con sui ci si è imbarcati in quest’impresa basta pensare alle plateali contraddizioni della propaganda messa in atto per giustificare l’intervento: da una parte la retorica piagnona sullo “sterminatore del proprio popolo”, intonata senza che le piazze facessero in tempo a tingersi di sangue, e dall’altra l’immediato, simpatetico ma ingenuo utilizzo delle parole “insorti” e “ribelli”, mai usate nel caso delle altre insorgenze “democratiche”; parole che fanno parte della tipica terminologia bellica, alla quale non si vede perché il regime di Gheddafi non dovesse rispondere a tono.

Il colpaccio non è riuscito. Com’era prevedibile, neanche l’applicazione in termini super-estensivi della no-fly zone ha sbloccato la situazione dal punto di vista militare. La guerra di Libia si sta trasformando allora in una caccia all’uomo, nel nome dei diritti umani. E’ una verità che Vittorio Feltri ha sparato sulla prima pagina di Libero con un titolo ad effetto: “Uccidetelo e che sia finita”; che non si capisce dove sia scioccante visto che sintetizza in maniera brutale il non detto di certe surreali analisi, nel tono soprattutto, apparse ultimamente sui grandi quotidiani della penisola. Comunque vada a finire, sarà una pagina nera.

Anche perché non è affatto detto che vada a finire in “gloria”: l’insofferenza russa cresce ogni giorno di più. Il ministero degli esteri ha fatto sapere che gli attacchi della NATO costituiscono un uso della forza “sproporzionato”, eccedente il mandato dell’ONU, tanto da far nascere ragionevoli sospetti che essi siano mirati alla “distruzione” del leader libico e della sua famiglia; ed ha ripetuto che la Russia chiede un immediato cessate il fuoco in vista di una soluzione politica del conflitto. Qui sta l’inghippo non previsto: l’irrompere nella vicenda di potenti terzi incomodi.

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Esteri

Scommessa libica

Il mostriciattolo libico: ecco cosa nasce quando il machiavellismo da strapazzo si congiunge al cretinismo democratico.

Fa pena, sul versante del cretinismo democratico, di solito così suscettibile anche quando si tratta di prendere a schiaffoni un gaglioffo, vedere un Presidente della Repubblica considerare un logico sviluppo della risoluzione ONU e del nostro impegno il coinvolgimento italiano nei bombardamenti “mirati”: sarà l’insostenibile leggerezza dell’essere o essere stati comunisti.

Fa pena, sullo stesso versante, veder surrogare un popolo che in piazza non s’è visto con una fazione: sarà un riflesso della gloriosa forma mentis dei partigiani.

Fa pena, sul versante del machiavellismo da strapazzo, pensare di profittare dell’infame reputazione di un ex-nemico con cui da anni si facevano affari per fare l’affare del secolo.

Fa pena, sullo stesso versante, veder tirar sospiri di sollievo dalle nostre parti perché grazie ai bombardamenti non saremo esclusi dal dividendo della vittoria, anche se questo dividendo sarà con tutta probabilità un piatto di cous cous, vista la mole dei partners.

Fa pena soprattutto, su tutti e due i versanti, vedere che non ci si rende conto che questo dividendo e questa vittoria sono tutt’altro che scontati; che contro la riuscita di questo colpo mancino si stanno coagulando silenziosamente forze colossali, all’inizio interdette, poi sempre più ostili; che la Russia comincia a flettere i muscoli sulla scena diplomatica; che non si può pensare di buttar fuori dallo scatolone di sabbia la Cina, affamata di energia, con una bischerata troppo furba per essere intelligente; che l’Africa è più dalla parte di Gheddafi che dei ribelli di Bengasi; che l’India ha già detto no ai bombardamenti; che il Brasile ha detto lo stesso; che la Chiesa nel suo piccolo s’incazza e ha un popolo dietro.

E impressiona leggere i “grandi” giornali italiani, già dimentichi del vasto e nuovo mondo emergente, dopo averne salutato l’avvento fino all’altro giorno. Scommettono che se ne starà zitto e buono. Buona fortuna.

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Crisi libica: l’isolamento di Obama, Cameron e Sarkozy

La crisi libica rischia di avere un significato molto più importante di quanto la modesta portata del conflitto potrebbe far pensare. Era stato il vostro tuttologo di sfiducia ad anticiparlo tre settimane fa. Son cose che riescono più spesso ai dilettanti che godono il privilegio di spararle grosse in perfetta libertà, che alle ammosciate penne dei grandi giornali, le quali, si sa, hanno una reputazione da difendere. Ecco qua comunque la profezia:

Sarkozy e Cameron non si rendono conto che il loro maldestro intervento nel sanguinoso pasticcio libico consentirà non solo alla vecchia Russia, ma anche ai nuovi giganti che si stanno affermando nel mondo, alla Cina, all’India, al Brasile, di testare sulla scena internazionale il peso politico della loro influenza. Potranno farlo con più forza assieme, e faranno proseliti, perché titilleranno i sogni di revanscismo anti-occidentale sempre latenti a livello globale. E purtroppo questa volta avranno anche le loro buone ragioni.

Un intervento sconclusionato, non di rilievo veramente strategico, giacché Gheddafi si era già “arreso” all’Occidente, nel quale la manifesta pretestuosità dei motivi umanitari e “democratici” (su questo non mi ripeterò) si sposava alla mancanza di perentorietà e di forza nell’azione militare. Il velleitario Sarkozy ha sbagliato, anche se per motivi opposti, dove sbagliò pure il velleitario Chirac ai tempi della seconda guerra del golfo: nella sopravvalutazione del peso della Francia nel contesto internazionale dopo il crollo del blocco sovietico e nella sottovalutazione di quello dei paesi emergenti. Allora fu De Villepin a cercare d’ingraziarseli e di cooptarli in funzione antistatunitense con un famoso discorso all’ONU che ebbe molti applausi, ma che certo non diede alla Francia la leadership sperata. Questa volta Sarkozy, nonostante la cortissima coperta della risoluzione ONU, sperava nella regola del silenzio/assenso. Il guaio è che ha trascinato nell’errore i due bambolotti che guidano gli Stati Uniti e il Regno Unito.

E così l’altro giorno, dopo che già l’Unione Africana aveva sostenuto la necessità di un dialogo fra il governo libico e gli insorti, al vertice di Sanya (Cina) i BRICS – Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa, un imponentissimo pezzo di demografia, territorio ed economia mondiale – si sono dichiarati contrari all’uso della forza per risolvere la crisi in Libia e hanno criticato i bombardamenti della Nato. Posizione che ha incassato subito l’approvazione del vicario apostolico di Tripoli, Giovanni Innocenzo Martinelli, il quale, dopo aver ribadito all’agenzia vaticana Fides la necessità di una forma di diplomazia “che rispetti la realtà libica” – parole misurate ma già assai significative – ha detto: “In questo senso ho apprezzato la posizione dei BRICS. Mi sembra molto saggia perché privilegia l’azione diplomatica sull’uso della forza”. Subito dopo Obama, Cameron e Sarkozy hanno replicato congiuntamente in un articolo pubblicato su quattro quotidiani – Le Figaro, The Times, The International Herald Tribune e Al-Hayat – con quella che sembra insieme una dichiarazione d’impotenza, una richiesta di comprensione all’opinione pubblica mondiale e una excusatio non petita: “Non si tratta di spodestarlo con la forza”, si legge nell’articolo, “ma è impossibile immaginare che la Libia abbia un avvenire con Gheddafi”, e “che qualcuno che ha voluto massacrare il proprio popolo giochi un ruolo nel futuro governo libico”.

La realtà che invece nessuno poteva immaginare fino a qualche mese fa è che i tre moschettieri si sarebbero cacciati in un cul-de-sac dal quale molto difficilmente usciranno vincenti. Di volenterosi entusiasti non se ne vedono all’orizzonte, a parte il Qatar, nota potenza in grado di spezzare le reni ai castelli di sabbia del deserto arabico, mentre i paesi europei si sono tutti imboscati. Questa operazione “troppo facile” all’inizio per essere non tanto disinteressata, che sarebbe stato chiedere davvero troppo, ma almeno inquadrabile in un giustificato, responsabile, condiviso disegno strategico occidentale; quest’impresa guerresca troppo facilmente trascurata dalle orde dei pacifisti; questa missione civilizzatrice troppo facilmente benedetta dai media nel nome di una insostenibilmente facile retorica democratica; insomma, questa cavolata bella e buona non trova solidarietà in Occidente perché puzza di falso lontano un miglio. Ma intanto è andata avanti, senza che si veda la minima luce in fondo al tunnel. Operazioni di terra senza l’appoggio di una nuova (e impossibile nel senso auspicato dai tre) risoluzione ONU, oltre che difficilmente accettabili dalle opinioni pubbliche europee ed americane, apparirebbero come una prova della protervia dell’Occidente: e nella storia, si sa, quanto più un re per il resto debole, “illuminato” e conciliante s’impunta, tanto più facilmente si manifesta l’odio contro di lui. Perfino una riuscita operazione d’intelligence volta all’eliminazione fisica di Gheddafi appare a questo punto come un grande azzardo: la vicenda è oramai di tale chiara lettura che nessun velo d’ambiguità potrebbe metterla al riparo dalle reazioni di mezzo mondo.

Incaponirsi in questo imbroglio come per adesso mostrano di voler fare, a parole, i tre vanagloriosi moschettieri – e il Consiglio Nazionale di Transizione Libico, il cui jusqu’au-boutisme, per dirla alla francese, così anche BHL capisce, non sembra molto più sensibile di quello dei fedeli del Raiss alle sofferenze del “popolo libico” – rischia di fare solo danni. Berlusconi finalmente si è mosso, dicendo chiaro e tondo che l’Italia non parteciperà ai bombardamenti, mettendo così fine ai tentennamenti del ministro degli esteri e all’inopportuno attivismo pro-ribelli dell’assai garrulo portavoce della Farnesina Maurizio Massari. Sullo sfondo, per l’Italia (e per la Turchia) un non impossibile ruolo di mediazione se saprà farsi avanti al momento giusto, da capitalizzare, come indennizzo, nel dopoguerra.

Questa contenuta ma ferma alzata di scudi dei BRICS è solo la prima manifestazione di quello che sarà uno scontro/confronto ineludibile nel XXI secolo. Conosciamo benissimo l’enormità dei danni collaterali che l’avvento dei tempi di democrazia ha causato in Europa nell’ultimo quarto di millennio: i totalitarismi, per esempio, versione illiberale dell’universalismo che è proprio della democrazia, o i nazionalismi aggressivi che scaricano all’esterno la pressione derivante dalla difficile gestione delle istanze democratiche di massa al proprio interno. L’Occidente ricco e maturo si confronterà e si scontrerà a lungo con un mondo in tumultuoso sviluppo economico ma democraticamente ancora immaturo, prima che quest’ultimo diventi, anch’esso, “Occidente”. Dispiace che l’esordio veda l’Occidente dalla parte del torto. Ma a parte questo piccolo dispiacere, sicuro che agli spiriti più perspicaci il succo nobile ed elegante di tutta la faccenda non sia sfuggito fin dall’inizio dell’articolo, son pronto tuttavia a ribadirlo ai più tardi di comprendonio. Ed è questo: IO L’AVEVO DETTO.

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Crisi libica: Silvio, è ora di muoversi

Avete notato? I bollettini di guerra che arrivano dalla sponda sud del Mare Nostrum oramai sono stati derubricati a notizie di seconda e terza fila. Leggo per esempio sul sito internet del Sole24Ore: “La tensione resta altissima in Libia”. Tensione? Che razza di titolo è per una guerra? La ragione di questa retrocessione è semplice: ci si annoia. Infatti, a parte qualche sfortunato che ci rimette ogni tanto la pelle, e che anche dopo morto si chiede perché cavolo è toccato proprio a lui di dire addio alla parabola terrena in una farsa di guerra e non in una guerra vera; a parte le continue lagne dei partigiani bengasini che ancora si chiedono perché i loro liberatori occidentali avessero promesso che, niente paura, ci capiamo, siamo fra uomini, voi ci mettete la faccetta olivastra e i moschetti dell’era giolittiana, anche per la gioia dei nostri pubblicitari, e al resto pensiamo noi, e ora invece non si fidano neanche di mettere la loro faccetta bianca fuori della carlinga degli aerei; a parte questo, non succede un bel niente: le sabbie mobili e infuocate del deserto hanno inghiottito tutto, compreso l’imbarazzo di chi ha promosso questa mattana, e di chi l’ha applaudita.

L’Italia ha cercato di resistere ai diktat franco-britannici-americani, ma non ha resistito abbastanza. Riconoscere ufficialmente il gruppetto bengasino come “unico” rappresentante della nuova Libia ed accettare la pregiudiziale della dipartita di Gheddafi sono state due sciocchezze che ci hanno tolto importanti munizioni diplomatiche da gestire in proprio, tanto più che la risoluzione ONU non le contempla affatto, tanto più che fin dall’inizio hanno sbattuto contro la realtà dei fatti, e tanto più, infine, che vanno con ogni probabilità contro i nostri interessi. Domani (martedì) il capo del Consiglio nazionale di Transizione di Bengasi, Mustafa Abdul Jalil, sarà a Roma dove incontrerà Frattini, Napolitano e in serata Berlusconi. E’ meglio che il presidente del consiglio metta la museruola a Frattini e non prometta un bel nulla. Il 14 aprile al Cairo ci sarà poi una conferenza internazionale sulla Libia con la partecipazione dell’ONU, la Lega Araba, l’Unione Africana e l’Organizzazione della Conferenza Islamica. Nel frattempo è sempre più chiaro che i giovanotti che hanno combinato la frittata, Sarkozy, Cameron & Obama, non hanno la più pallida idea di come venirne fuori. Soprattutto il primo, che ha scommesso sulla “virtù” di un machiavellismo a costo zero, tanto pensava facile la partita, e invece si ritrova con un’altra rogna dopo quella in Costa D’Avorio, dove l’unilateralismo “democratico e umanitario” francese ha aggravato più che composto gli odi fra le fazioni in quella che è ormai una guerra civile.

La verità è che giorno dopo giorno il colonnello sta ridiventando un “interlocutore”. Dirlo non si può. Ma tenerlo a mente è un dovere. La posizione dei paesi occidentali si sta indebolendo a vista d’occhio. E questo non può sfuggire all’attenzione delle potenze emergenti. Prima o dopo, se non sarà l’Occidente a prendere atto della situazione di stallo, saranno esse, incoraggiate, a farsene interpreti. Le prime avvisaglie ci sono già: mentre l’Unione Africana chiede l’immediata cessazione delle ostilità allo scopo di promuovere un dialogo tra il Consiglio di Transizione e il governo di Gheddafi, la Lega Araba, per colpire al fianco l’Occidente, e per saggiarne la “correttezza democratica”, ossia per rispondere alla demagogia con la demagogia, chiederà all’ONU di imporre una no-fly zone su Gaza per l’aviazione israeliana.

Se il regime change non si vede neanche col binocolo, l’Italia ha tutto l’interesse di anticipare con una propria iniziativa questo change of strategy. Nonostante le posizioni fin qui a malavoglia assunte, ne ha il diritto. In forza dei danni che il nostro paese continua a subire nell’indifferenza ostentata dall’Europa, e in forza dell’impotenza di chi questa guerra ha voluto. Sarebbe il colmo doversi adeguare ad un change of strategy che silenziosamente incombe – dopo aver avuto ragione, aver obbedito per causa di forza maggiore alle ragioni dell’alleanza, essersi letteralmente imbarcati in un mare di guai – senza coglierne i frutti.

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Gli inutili idioti dell’internazionale democratica

Ai tempi della guerra fredda, quando, col mondo diviso in blocchi, ogni conflitto locale aveva valenza strategica, i progressisti – senza neanche parlare dei rossi di qua della cortina di ferro – erano fautori di una politica di delicatissima circospezione nei confronti dell’orbe comunista. Caduto il muro, sono divenuti in tempo relativamente breve i più pedanti censori delle insufficienze delle nuove democrazie dell’ex blocco sovietico. Abbastanza concilianti e comprensivi ai tempi del Moloch comunista, non riescono a perdonare ai nuovi arrivati neanche il minimo difettuccio. Il punto comune fra i due contraddittori atteggiamenti è questo: il rischio è nullo, e vi s’intravede la possibilità di guadagno. La Russia, per quanto brutta per i nostri schizzinosi standard liberal-democratici – e tuttavia in armonia coi suoi precedenti storici, il cui rispetto è imprescindibile se non si vuole costruire uno stato “liberale” sulla sabbia dell’astrattezza dei principi – è mille volte più libera e florida e meno minacciosa di quella brezneviana, per non parlare di quella staliniana, ma a costoro non importa un piffero: denunciare l’autocrazia putiniana come il peggiore dei mondi possibili è lo sport preferito dalle solite e abbastanza mafiose compagnie di giro politicamente corrette.

Analogamente, al tempo degli interventi in Iraq e Afghanistan, i quali, al netto degli orpelli retorici tirati fuori per giustificare la scelta di dirigere l’azione militare proprio contro questi due paesi, preservavano tuttavia il significato “morale” di un’accettazione globale, e quindi strategica, della sfida con l’estremismo islamico da parte del mondo libero, i progressisti si distinsero soprattutto per i distinguo, nel migliore dei casi, giacché in tutti gli altri casi andarono ad ingrossare le fiumane dei pacifisti. Ora che il braccio di ferro con l’Occidente sta producendo vaste crepe all’interno del mondo islamico, perché il tempo lavora contro le sue strutture sociali, così come lavorava contro quelle del mondo comunista, e la minaccia sembra svaporare, i progressisti sono stati i primi ad abbracciare acriticamente i protagonisti delle insorgenze “democratiche” nel mondo arabo, e ad incitare al tirannicidio.

A dar loro man forte, disgraziatamente, certo mondo conservatore che si distingue per l’intransigente occidentalismo, ma che spesso, guarda caso, è di provenienza radicaleggiante se non marxista. E purtroppo alla ristrettezza di visione degli ideologi della democrazia si è aggiunta quella degli assertori, altrettanto ciechi, della politica degli interessi. La “politica degli interessi” gabba le menti degli ingenui meno frequentemente di quella intrisa di sfatto umanitarismo. Ma le gabba. L’egoismo è un disordine morale che annebbia la mente. Vale anche per gli stati. Più una politica degli interessi è lungimirante e meno è immotivatamente conflittuale. La storia ha dimostrato che queste due ristrettezze di visione convolano a nozze spessissimo.

I cattivi risultati di una politica spregiudicata rivestita di umanitarismo li abbiamo già visti sul fronte ex comunista, in Ucraina e in Georgia. Della prima, invece di tutelarne con fermezza e discrezione un autonomo sviluppo democratico, forzando la storia si è tentato di farne una nazione più “europea” che “russa” – il che è una barzelletta – col contorno di inutili e provocatori, al momento, progetti di adesione alla NATO. L’esito è stato quello che di aver diviso ancor di più un paese storicamente irrisolto, e di aver reso manifesta la debolezza europea e americana in loco nei confronti di Mosca, che solo un sognatore poteva immaginare restasse passiva. Stesso errore in Georgia dove l’incondizionato ed acritico appoggio anglosassone ha spinto Saakashvili alle guasconate delle sue iniziative politico-militari contro le repubbliche secessioniste di Abkhazia e Ossezia del Sud, schiacciate da Mosca – che non attendeva altro – con irrisoria facilità, alla faccia dei potenti ed inerti alleati del presidente georgiano.

La crisi libica è la più ambigua di tutte quelle che stanno mettendo sottosopra il mondo arabo. Quella in cui la piazza pubblica ha avuto il ruolo minore. Quella in cui il carattere tribale e bellico si è manifestato fin dall’inizio. Enorme “scatolone di sabbia” abitato da qualche milione di abitanti lungo la costa mediterranea, la Libia è un paese relativamente prospero. “Stato canaglia” per decenni, e con merito indubbio, il paese da una decina d’anni stava uscendo dall’isolamento, con la fine del periodo delle sanzioni, con la ripresa delle relazioni diplomatiche col Satana Americano, con una fitta rete di accordi siglati coi paesi europei allo scopo di potenziare le infrastrutture del paese e diversificare la propria economia. Mai la Libia era apparsa così “vicina” all’Occidente come nei giorni precedenti la rivolta. Eppure proprio contro il regime libico ad un certo punto l’anatema è scattato compatto e potente. Quasi a freddo. La strumentalità della retorica democratica e umanitaria è parsa pacchiana fin dall’inizio, troppo, e troppe le pianificate esagerazioni per non nascondere il fatto che la Libia era diventata l’oggetto di appetiti differenti ma unidirezionali. Che sia così lo dimostrano infallibilmente i babbei della sinistra di casa nostra, nota in tutto il mondo per non indovinarne una da sessantacinque anni, che hanno sposato diligenti la causa dell’intervento franco-britannico. Che non è né umanitario, né lucidamente machiavellico. E’ solo il frutto di una visione ristretta e perciò non avrà successo. Sarkozy e Cameron non si rendono conto che il loro maldestro intervento nel sanguinoso pasticcio libico consentirà non solo alla vecchia Russia, ma anche ai nuovi giganti che si stanno affermando nel mondo, alla Cina, all’India, al Brasile, di testare sulla scena internazionale il peso politico della loro influenza. Potranno farlo con più forza assieme, e faranno proseliti, perché titilleranno i sogni di revanscismo anti-occidentale sempre latenti a livello globale. E purtroppo questa volta avranno anche le loro buone ragioni. Intanto il Vaticano ha cominciato a far sentire la sua voce. Berlusconi ha rimesso in riga Frattini, troppo acquiescente inizialmente verso le posizioni franco-britanniche, e cerca sponde con Germania e Turchia, e ciancia vagamente di ecumenismo tribale. Ma sta solo aspettando il momento giusto, l’intervallo di tempo tra l’arenamento dell’offensiva dei “ribelli” e l’irrompere nella scena diplomatica dei nuovi colossi, per una non impossibile zampata che riporti l’Italia ad avere un ruolo di protagonista attivo nella crisi libica.

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Quelle irresistibili spoglie libiche

E’ onesto Gheddafi quando dice di sentirsi tradito dall’Occidente. Sì, sì, sì: la verità a volte viene fuori anche da bocche che di norma non la rispettano mai. Curiosissima parabola la sua: quand’era foraggiatore del terrorismo internazionale, se non terrorista in proprio; quando la sua politica era strategicamente avversa all’Occidente; quando aspirava ad un ruolo di leader di un panarabismo alleato alla galassia sovietica; quando il Re dei Re dell’era moderna (quello dell’antichità classica era il Re di Persia degli storici greci) faceva, armi in pugno, il mestatore nelle cose africane; quando era non meno follemente stravagante di adesso; insomma, quando faceva sul serio, per buona parte dell’opinione pubblica, per la cultura e la politica progressista tutta, e per gran parte dei media, il Rais era principalmente “l’ossessione” dei “fanatici” atlantisti. E spesso “impresentabili” erano proprio questi ultimi. E’ da un pezzo che il leone libico si è ammansito, fino a ridursi alla figura di uno di quei re clientes che l’Impero Romano addomesticava sulle linee di frontiera. Le bombe di Reagan, le vicende irakene, il monitoraggio continuo delle sue attività da parte dei servizi segreti americani, europei, ed israeliani, le bacchettate sulle mani che gli arrivavano puntualmente ogni volta che cercava di fare il furbo, lo hanno convinto un po’ alla volta a dedicarsi al suo ricco cortile di casa. Malgrado il Libro Verde e la retorica rivoluzionaria Gheddafi ha sempre conservato l’elastica mentalità del predone o del bandito. Ha mandato messaggi, ha ricevuto messaggi. Si è arreso, mascherando la sconfitta con la scimmiottatura della vittoria, con le panoplie, i pennacchi, le smargiassate oratorie, il circo che ben conosciamo. Un capotribù non poteva accettare di essere umiliato davanti al suo popolo. E l’Occidente ha accettato di pagare questo piccolo prezzo. Sono venuti poi gli affari e le strette di mano. Può darsi che il modo ancor offenda molti, ma i patti ormai erano chiari. Curiosamente, o meglio, significativamente, per i belli spiriti sopramenzionati il leone è diventato “impresentabile” da quando ha perso le unghie.

Nei suoi rapporti col Rais Berlusconi non ha rotto nessuna solidarietà occidentale; si è mosso al suo interno; la geografia ne ha fatto il principale protagonista di questo nuovo assetto di pace col potere libico. Che non è affatto un appeasement. Ha preso un grosso abbaglio chi in questi giorni ha parlato di “spirito di Monaco”, di liquefazione dell’Occidente. Lo “spirito di Monaco” necessita di un avversario di rilievo strategico, o di un avversario inquadrato in un’alleanza di rilievo strategico: Gheddafi non era né il Filippo di Macedonia contro la cui minaccia Demostene metteva in guardia indefessamente gli accidiosi ateniesi, né Hitler, né l’Unione Sovietica, né la punta di diamante di un Islam in rotta di collisione con l’Occidente. Non era nemmeno un avversario. Non più. Un avversario vero, in proprio o per le reazioni a catena che uno scontro con esso può innescare, fa marciare gli eserciti dei pacifisti, di cui oggi non si vede l’ombra. Sbagliatissimi – quanto è facile incorrere in errore quando l’errore è così comodo ed indolore! – sono i paragoni con Saddam Hussein e con Slobodan Milošević. Il primo si alienò l’appoggio dell’Occidente, goduto durante la guerra con l’Iran, e parte di quello del mondo arabo, col suo attacco al Kuwait, una prova di forza, una “volontà di potenza” che non escludeva mire destabilizzanti sull’Arabia Saudita; i massacri domestici lo resero moralmente indifendibile ed insieme alla debolezza seguita alla prima guerra del golfo, ne fecero, insieme coi talebani, un bersaglio abbordabile sia militarmente sia dal punto di vista dell’opinione pubblica quando gli americani decisero di prendere per le corna il problema del terrorismo islamico. La decisione di farla finita con Slobodan Milošević, invece, arrivò solo dopo un quinquennio di carneficine nella ex Jugoslavia – imputabili in buona parte, ma non solo, al nazionalismo serbo – anche perché Belgrado aveva un potente avvocato nella Russia.

I sommovimenti che stanno scuotendo il mondo arabo hanno colto di sorpresa il mondo occidentale. Prevederne la tempistica era assai arduo, e la simultaneità di tante insorgenze può far nascere qualche sospetto. Ma si possono spiegare, in gran parte, anche senza ricorrere a teorie complottiste. La crisi strutturale, alla lunga irreversibile, di una società islamica messa sotto pressione dal trionfante universalismo democratico figlio della civiltà cristiana; combinata con la demografia; combinata con l’aumento dei prezzi delle materie prime e dei cibi, gravoso per noi ma letale in paesi dove la maggior parte del reddito se ne va per i beni di prima necessità; tutto ciò può aver acceso il fuoco della rivolta, anche se poi a soffiarci sopra si è fiondato chi poteva trarne vantaggio. Forse perché del disastroso aumento dei prezzi lo stesso Occidente è stato in parte la causa, non mediante la “speculazione” e l’ingegneria finanziaria, che sono agenti secondari, ma mediante le politiche di quantitative easing che hanno già creato la famosa bolla, una specie di tacito statalismo in forma “privatistica” appaltato alle banche centrali, che alla fine della fiera si è trasformato in debito pubblico, e che tutti hanno benedetto, perché era un sogno comodissimo pensare ad un’economia senza risparmi e feconde privazioni; forse per questo oscuro senso di colpa, giustificato una volta tanto, l’Occidente con lestissima sfacciataggine ha sposato la causa delle piazze e dei ribelli, ribattezzando “dittatori”, nel momento della loro caduta nella polvere, personaggi come Ben Ali o Mubarak, normali, anzi “ragionevoli” autocrati nordafricani con i quali aveva tenuto ottimi rapporti per decenni senza che l’infame nomea li avesse mai sfiorati.

Meno chiara è stata l’origine del malcontento libico, che sicuramente, però, ha avuto anche origini tribali. Fatto sta che anche per Gheddafi sembrava scoccata l’ora della fine. Il mondo pareva popolato da stati-avvoltoi in attesa di buttarsi sulla preda. Così si spiegano l’universale condanna del Rais, le balle spaziali di Al Jazeera sui “massacri” del colonnello e sulle fosse comuni, l’adozione degli insorti di Bengasi quali ventriloqui della volontà popolare, la retorica “democratica” sui crimini contro l’umanità di chi spara contro il proprio popolo, come se una guerra civile potesse avere caratteristiche differenti, e come se i metodi sbrigativi del leader libico li avessimo scoperti oggi. Il tutto mentre in Bahrein e nello Yemen la polizia sparava sui dimostranti senza che la grancassa mediatica si mettesse mai veramente in moto. La resistenza di Gheddafi ha sorpreso chi si era ormai troppo esposto. Il vecchio nemico e il recente “buon vicino” è diventato definitivamente scomodo e andava eliminato. In questo schema obbligato, e con il timore di essere tagliati fuori dai dividendi del dopoguerra, s’inseriscono le astensioni di paesi come Cina e Russia sulla risoluzione ONU che ha dato il via libera alla no-fly zone. In questo schema l’Italia è rimasta intrappolata, senza averne troppe colpe. La prudenza iniziale sul caos libico era saggia e, come si è visto, giustificata. Ed inevitabile il riallineamento attuale. Non si può parlare di doppiezza.

Sennonché ancora una volta tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. La mossa franco-britannica ha più l’impronta dell’estemporaneità che della chiarezza d’intenti. Il pericolo che il passo si riveli più lungo della gamba è concreto. E’ assai improbabile che, da sola, la no-fly zone possa far cadere il Rais, vista la mancanza di significative forze di terra ostili al regime all’interno della Libia. E d’altra parte se la no-fly zone dovesse trasformarsi troppo scopertamente in un’azione militare volta all’eliminazione di Gheddafi, un’azione che di no-fly zone avesse soltanto il nome, e che facesse troppe vittime fra la popolazione, essa potrebbe avere effetti controproducenti nel mondo arabo; effetti che si stanno già manifestando, e che il Rais sfrutta a suo favore giocando al martire dei crociati. Se poi l’intervento si prolungasse senza frutto e tanto sangue, potrebbe consentire ai colossi che per il momento stanno alla finestra, come Russia e Cina, di giocare la parte trionfante del deus ex machina. Per salvare capra e cavoli, all’Italia non rimarrebbe allora che una carta, da giocare con molta decisione e presenza di spirito: anticiparli, facendosi patrocinatrice di una soluzione inter-libica. Cosa impossibile in apparenza, e probabilmente anche in realtà, ma Gheddafi ha un fiuto animalesco e di giravolte ne ha già fatte di incredibili. Berlusconi si è lasciato sfuggire una frase, all’apparenza assurda, ma che segnala, se capisco l’uomo, come credo di capirlo, che questo scenario il presidente del consiglio se l’abbia già prefigurato: “Spero che Gheddafi ci ripensi…”

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