Una settimana di “Vergognamoci per lui” (129)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

NICHI VENDOLA 03/06/2013 Manifestazione a Bologna in difesa della Costituzione nel giorno della Festa della Repubblica. Iniziativa promossa dal club montagnardo “Libertà e giustizia”. Nome: “Non è cosa vostra”. (Che fosse cosa loro l’avevamo capito da tempo: perché strillano ancora? Ma lasciamo stare.) A parlare le solite icone; i discorsi e le parole quelle di sempre; il tedio mortale. L’unico interessante è stato l’affabulatore più famoso di Puglia dopo Checco Zalone. Nichi non ha la lingua biforcuta. In Nichi c’è ancora qualcosa di fanciullesco ed ingenuo. Nichi dice sferiche corbellerie con commossa partecipazione, laddove i suoi compagni sono più accorti e velenosi. Nichi perciò lo ha detto papale papale: «La Costituzione è la nostra religione civile». Esattamente ciò che noi controrivoluzionari abbiano sempre denunciato suscitando scandalo: la Costituzione è il Corano di questi talebani di casa nostra. Ma i nostri avversari ce li immaginavamo gelidi e assatanati allo stesso tempo. Questo sentimentalismo disarmante non l’avevamo previsto. Tanto più è necessario, allora, svergognare Nichi.

RECEP TAYYIP ERDOGAN 04/06/2013 A tutta prima prudente, il premier turco aveva però ben presto fatto gli occhi dolci alle cosiddette primavere arabe, fino a perdere ogni ritegno e ad atteggiarsi a magnanimo patrono ottomano dei movimenti di liberazione scoppiati negli ex possedimenti del Sultano. Che queste insurrezioni fossero appoggiate e monopolizzate dagli amici della legge del taglione non gl’importava un piffero. Ora la primavera se la ritrova in casa. Ma a differenza delle altre è molto più vera, molto più consapevole, molto più “occidentale”, soprattutto per la birra, il che è dire tutto. Ma Erdogan non ci sta. «Chi parla di primavera non conosce la Turchia. Nelle urne l’Akp ha l’appoggio del 50% della popolazione. Dietro la protesta ci sono gruppi estremisti, con collegamenti esteri», così ha detto, copiando pari pari dal suo grande nemico, il «criminale contro l’umanità» Bashar al-Assad, che almeno mentiva a metà. Lui non ci arriva neanche.

ARTICOLO21 05/06/2013 L’associazione che si fa promotrice «del principio della libertà di manifestazione del pensiero» assegna ogni anno premi a quelle personalità «che si sono distinte per la loro sensibilità civile e per la loro scelta di battersi per l’inclusione sociale e di contrastare sempre e comunque bavagli, censure, oscurità ed oscurantismi». Quest’anno i premi andranno a Laura Boldrini, presidente della Camera dei Deputati, a Cecile Kyenge, ministra dell’integrazione, a Riccardo Iacone e alla redazione di “Presa Diretta” (Rai3), al giornalista Giovanni Tizian. Se è vero che ognuno può manifestare il proprio pensiero, è anche vero che ognuno può premiare chi cavolo gli pare. Però questa lista mi pare, come dire, segnata da una mentalità piuttosto angusta, da una certa ideologia identitaria che al di là del proprio recinto non vede proprio nulla, da una certa censura verso il pensiero non allineato, da un certo oscurantismo settario, da un certo spirito di confraternita, e infine da un certo esclusivismo prettamente politico. Eppure basterebbe poco, basterebbe alzare appena appena lo sguardo per scoprire nuovi orizzonti, nuovi messaggi, nuove sensibilità, e un mucchio di brillanti e sorridenti intelligenze aperte sul vasto mondo: pensate, che so, al sottoscritto.

L’UNIVERSITA’ DI LIPSIA 06/06/2013 L’epopea “gender” sta diventando maledettamente complicata. Ci toccherà andare a scuola. Ai bei tempi antichi, a parte la categoria etero, lesbiche e gay bastavano alla classificazione dell’umanità. Vi si aggiunsero poi, con ridondanza burocratica, i bisessuali. Poi arrivarono i trans, e la circumnavigazione dell’orbe sessuale parve completa, con soddisfazione di tutti. Niente affatto: avevamo lasciato per strada i queer, la vasta truppa degli inclassificabili, categoria suscettibile di innumerevoli sub-categorie, in quanto nessuno ha mai ben capito chi siano i queer. Ma son robe terribilmente noiose, da veri eruditi. E comunque non è finita. L’altro giorno la giustizia australiana ha riconosciuto ad un esemplare della specie umana il diritto di essere ufficialmente né uomo né donna, e non perché ci si trovi davanti a un delicato caso di ermafroditismo o intersessualità, ma perché costui/costei dopo esser diventato donna, da uomo che era, col passare del tempo ha scoperto di non sentirsi perfettamente donna. La cosa straordinaria è che questo androgino per vocazione ha costretto i giornalisti di lingua inglese più devoti al politicamente corretto ad inventarsi dei nuovi pronomi personali e possessivi: “zie” al posto di “he” o “she”; “hir” al posto di “his” o “her”, con grande gioia di tutte le case editrici specializzate in libri per la scuola. Ma questo non è niente in confronto alle notizie che arrivano dalla terra dei crucchi. Io non ce l’ho coi tedeschi. Ogni popolo ha il suo genio. Ed ogni genio si corrompe alla propria maniera. Quello tedesco ha la spiacevole tendenza di applicarsi nelle sue cose fino all’ottusità conclamata. Ed è così che non mi sorprende affatto che sia stata proprio l’illustre Università di Lipsia a siglare il capitolo più esilarante, fin qui, dell’epopea “gender”. D’ora in poi, infatti, tutti i titoli accademici saranno espressi solo al femminile, anche per i docenti maschi. L’Università di Lipsia sarà popolata unicamente da professoresse, assistenti, ricercatrici, rettrici. Almeno fino all’anno prossimo, quando si scoprirà che questa pervasiva femminizzazione dei titoli è l’espressione del più completo maschilismo. Si deciderà allora che tutti i titoli accademici dovranno essere declinati al maschile, anche per le docenti femmine.

LA REPUBBLICA DELLE IDEE 07/06/2013 Doveva partire da Firenze la rinascita culturale di questo nostro benedetto paese, involgarito e pressoché tramortito, si dice, da vent’anni di becero berlusconismo. E partenza col botto è stata, effettivamente, quella della festa della Repubblica delle Idee: non è arrivato Platone in persona, che sarebbe stato troppo (c’era comunque Scalfari), ma Dan Brown c’era, in carne e ossa, il grande maestro del thriller esoterico alle vongole, autore di libroni elettrizzanti senza capo né coda, perfetti però per titillare le vanità salottiere del pubblico più volgare, quello finto-colto della società civile. La domanda che pongo è questa: è questo il segno che il berlusconismo ha berlusconizzato anche l’antiberlusconismo, e sta vincendo su tutta la linea? Oppure è il segno che la sinistra vuole provare la più ineffabile delle trasgressioni, il brivido di sentirsi, cioè, una volta tanto, antropologicamente inferiore alla destra?

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (100)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

MICHAELA BIANCOFIORE 12/11/2012 Dopo tanti anni di pericolo populista inconsistente ma ossessivamente propagandato dai media, è arrivato, nel silenzio dei media e con la complicità dei media, il populismo vero, quello della retorica anti-casta, sottoprodotto della questione morale. Gli ha fatto compagnia un linguaggio greve, cupo e monotono, fatto di azzeramenti, repulisti, rottamazioni, bonifiche, purificazioni, disinfestazioni, et similia, cui pochi hanno avuto la forza morale di sottrarsi. Per ogni genere di problemi l’unica soluzione accettabile è ormai la «soluzione finale». Cambia solo il nome. Oggi è il turno della «deforestazione». L’ha gettato nell’arena politica l’esaltata Michaela Biancofiore, in nome di un ossimoro: il berlusconismo duro e puro.

MICHELE PLACIDO 13/11/2012 Forse è una malattia professionale, ma se vuoi trovare un campione di conformismo comico-demenziale cerca fra attori e registi e ne troverai a dozzine. Michele, ad esempio, vorrebbe fare un film Dell’Utri. Alt, calma, lo so che per il soverchio entusiasmo già vi cascano gli zebedei, ma abbiate pazienza. Sentite come spiega questo suo malsano interesse artistico per tale personaggio: «In Italia progetti che mi interessano ce ne sono moltissimi, penso ai misteri del patto tra la mafia e lo stato, non è stato raccontato nulla, sarebbe quasi un dovere farlo, se si potesse io sarei pronto. Da parte degli autori c’è, salvo qualche rara eccezione, molta autocensura, invece bisogna essere più dentro la storia del nostro paese. (…) Forse ci penseranno i talenti giovani, che sono molto più incazzati di noi, ad avere meno paura ad entrare nel vivo della nostra storia. Penso però che ci vorrebbe più coraggio da parte dei produttori e anche delle istituzioni che potrebbero finanziare dei film che raccontino chi siamo, sarebbe un bel segnale di cambiamento». Ora, questa sbobba tediosa – stato e mafia, stato e corruzione, stato e stragi di stato, stato e terrorismo, stato e misteri di stato (coi servizi segreti, deviati, che stanno immancabilmente laggiù, sullo sfondo nebbioso del marciume italico) – è ormai un cliché cinematografico tipicamente nostro che coniuga il genere fantasy con l’antifascismo più lugubre, e che lungi dall’essere ostacolato, è vezzeggiato, foraggiato e premiato. E’ un cinema di anti-stato di stato. E’ un cinema di denuncia promosso dalla nomenklatura. Questo spiega la «passione civile» di molti eroi del palcoscenico, e la forsennata produzione. E questo forse riesce anche a spiegare perché dopo la montagna di film sul Berlusca, ora ci sia qualche originale, ben presto seguito da un gregge di originali, ansioso di cimentarsi – roba da matti – cogli amici del Berlusca.

LA SINISTRA E LE SUE ICONE 14/11/2012 Il momento cruciale del dibattito fra i fantastici cinque candidati alle primarie della sinistra è stato quando è stato chiesto loro di indicare alcuni dei loro personali modelli di riferimento. Così abbiamo scoperto che se Bersani s’ispira ad un papa, Vendola s’ispira ad un cardinale, Tabacci a due democristiani, la Puppato ad una democristiana e ad una comunista, Renzi a un sudafricano e a una nordafricana. Il conto totale delle icone è presto fatto: due preti, tre democristiani, una comunista, e due personaggi esotici. Il giorno dopo anche il non candidato D’Alema ha fatto sapere alla nazione che nel suo Pantheon personale oltre a un comunista c’è anche un altro democristiano. Secondo me le cose sono due: 1) o l’Italia clerico-democristiana era il migliore dei mondi possibili; 2) o i bolscevichi sono ancora tra noi, con la loro leggendaria improntitudine.

IL PD DI LOTTA E DI GOVERNO 15/11/2012 Per un disperato bisogno di trovare una qualche gratificazione, al demagogo caduto nella polvere, o all’epuratore epurato, capita spesso di dire un’amara verità, come ha fatto ieri Di Pietro alla manifestazione della Fiom a Pomigliano. Ad essere colpiti dagli slogan dei lavoratori – tra i quali un gregge di militanti che come da stanco copione belava indignato “Bella ciao”, perché a certi fessacchiotti un padrone solo non basta – il ministro Fornero, il premier Monti e il boss della Fiat Marchionne. Ma parolette non proprio carine sono state indirizzate anche a Vendola, ormai in odore di “collaborazionismo”, e a Di Pietro, da poco iscritto dai giornali che contano nella lista ufficiale dei “mariuoli”, tutti e due presenti al corteo; dove trovavano posto, fra gli altri, anche De Magistris, forse ancora troppo fresco per diventare pure lui un “mariuolo”, e Fassina, responsabile economico del Pd, ma soprattutto plenipotenziario del partito presso la vasta area degli esaltati sinistrorsi, con i quali peraltro si trova a meraviglia. «Qui vedo tanta ipocrisia», ha detto Di Pietro, «i partiti che votano le leggi di Monti sono qui a manifestare contro le leggi di Monti.» So già che alcuni diranno che dall’altra parte succede lo stesso. Succede molto ma molto di meno. E men che mai con la sussiegosa professionalità dei post-comunisti. Loro possono. I signorini.

BONO VOX 16/11/2012 Francamente non credo che noi come italiani dobbiamo preoccuparci. Sul trono sta sempre saldo il nostro inarrivabile Adriano Celentano. Però bisogna ammettere con sportività che Bono ne ha fatta di strada, e che ormai merita un posticino di tutto rispetto nel ranking dei più squinternati tromboni dell’umanitarismo planetario. Con l’esperienza ha imparato a non pensarci su troppo e a sparare cannonate con la felice naturalezza di chi è amico fraterno dell’alcool. E’ vero che in questo modo escono spesso di bocca minchiate terrificanti, ma è anche vero che chi è in pace con se stesso, dopato o no che sia, trasmette benessere e ha un grande potere di seduzione: un uomo perfettamente sereno sembra sempre un po’ brillo. (Potete applicare questa teoria a chiunque: tanto io me ne faccio un baffo, naturalmente.) Ma dicevo di Bono, che a Washington, nel corso di un summit sulla povertà con il presidente della Banca Mondiale Jim Yong Kim, si è lasciato definitivamente guidare dall’estro del momento: «Tutti sanno che il più grande killer, più dell’Aids, della tubercolosi, della malaria, è la corruzione. E non esiste solo a Sud dell’equatore ma anche a Nord. C’è così tanto dolore provocato dalla crisi economica, dalla recessione, dal fiscal cliff. Per questo sono in città.» E per fortuna che si sono i mercati emergenti: «Senza tutto quello che sta succedendo in Sud America, in America Latina, noi saremmo fottuti.» Certo, senza un talento innato non ci si può bere il cervello con tanta arte. Però pensavo: non sarà anche l’effetto di guardare il mondo solo ed esclusivamente con gli occhiali da sole, da mane a sera, trecentosessantacinque giorni all’anno?

E allora ricapitoliamo

RENZI E LA SINISTRA Il problema di Renzi è che il suo non è un progetto di sinistra. Non lo è in Italia. E neanche in Europa. Quando si fa politica non ci si può scegliere un paese d’elezione nel quale le nostre idee trovano magicamente una collocazione politica ideale. Se lo si fa, o s’imbroglia o ci si condanna al velleitarismo. Se invece ci si cala nella realtà italiana, di oggi e non di domani, un rinnovatore di sinistra per essere utile alla sinistra e al paese può fare una cosa sola: riunire e pacificare gran parte della sinistra dentro un partito schiettamente socialdemocratico. Per farlo davvero però deve ritrattare almeno tutta la storia dell’Italia repubblicana della vulgata sinistrorsa e mandare al macero il mito fondante e velenoso della diversità. Questa è stata finora la vera pietra d’inciampo nell’evoluzione della sinistra. L’equivoco renziano richiama quello del Pd. Nel primo caso si naviga nelle acque del centrismo democratico e si vuol parlare nel nome della sinistra. Nel secondo caso si naviga nelle acque della sinistra ma ci si fa chiamare «democratici». Naturalmente «democratico» va qui inteso nel senso ristretto di etichetta politica, parente di quella che s’attacca al rachitico centrismo liberal-democratico europeo. In entrambe le posizioni, di Renzi e del Pd, manca una verità i fondo, resta per aria un «non detto»: e ciò rende velleitario il progetto politico di Renzi e mistificatorio quello del Pd.

BERSANI E MONTI Per capire il rapporto tra Bersani (e il Pd) e Monti bisogna ricordare che Berlusconi diede le dimissioni senza essere stato sfiduciato in parlamento. Lo smottamento – lentissimo, almeno rispetto alle previsioni che si facevano all’inizio della fronda finiana – fu possibile solo perché all’orizzonte si profilò per i transfughi la garanzia del governo tecnico. L’appoggio del Pd a questa soluzione fu strumentale, stando la priorità della sinistra nella cacciata del Caimano, e non potendo il Pd opporsi al commissariamento europeo dopo averlo invocato pur di riuscire nel primo intento. La politica del Pd verso il governo di Monti è stata contraddistinta per molti mesi da parole di miele e da una sorda resistenza di fondo, condotta in asse con la Cgil e in consonanza profonda con l’elettore medio di sinistra. Non solo per questo, ma anche per questo, il governo Monti ha ben presto mandato in soffitta le grandi velleità riformistiche arrendendosi a forza di balzelli a una politica di galleggiamento economico-finanziario in scia col governo precedente. Ma a un certo punto Bersani ha dovuto scegliere pubblicamente: e ha scelto Vendola, e con Vendola una sinistra incompatibile con ogni forma immaginabile di «montismo». Le parole si sono fatte allora più franche e Bersani ha infine escluso apertamente ogni possibilità di Monti-bis. Le parole di miele sono state riservate ad assicurazioni di sostegno a Monti fino al termine della legislatura, pronunciate col tono tartufesco di chi dimostra grandissima, sofferta responsabilità. Questo è stato il modo scelto da Bersani per spegnere il disegno di una galassia politica montiana, ancorata al centro e tributaria del meglio della destra e della sinistra.

IL GALLEGGIAMENTO Il galleggiamento economico-finanziario serve solo a prendere tempo e non risolve nulla, anzi peggiora le cose. E’ il prodotto della cosiddetta «austerità». L’austerità è un imbroglio lessicale. Per le famiglie l’austerità consiste ovviamente nel tagliare le spese. Per lo stato l’austerità significa coprire le spese fino all’ultimo: taglieggiare il cittadino, non tagliare le spese o vendere il patrimonio. Il cittadino peraltro non è innocente, e anzi partecipa nella grande maggioranza dei casi di questa contraddizione. Il governo Monti ha sostanzialmente continuato la politica di galleggiamento economico-finanziario dei predecessori. Vi ha aggiunto la credibilità. Ma la credibilità di Monti deriva dalla non credibilità di Berlusconi, ed entrambe sono frutto di propaganda. Tuttavia per l’Italia la politica di galleggiamento ha una sua importanza. Tener duro serve a dimostrare che l’Italia non è più un soggetto finanziariamente anomalo in Europa e che quindi non si giustifica il fatto che debba farsi strozzare da sola, o in ristretta compagnia, dagli interessi sul proprio debito pubblico. Nell’Eurozona il debito pubblico è oggi pari al 90% del Pil, ossia tre quarti circa di quello italiano. E’ un dato impressionante, se si pensa ai tempi del Patto di Stabilità. Di fatto è l’italianizzazione finanziaria dell’Eurozona. Nel resto del «vecchio Occidente» non va meglio. In Giappone molto peggio. Prima o poi se ne accorgeranno anche i mercati, a prescindere dalla presenza o meno del Prestatore in Ultima Istanza.

MONTI E IL CENTRODESTRA Il benservito «strutturale» al partito montiano lo ha dato Bersani, e non poteva essere diversamente. Con ciò è fallito qualsiasi tentativo di dare vita ad un centro egemone al centro della politica italiana. E questa è la rivincita «strutturale» del berlusconismo. Per capire la svolta basta leggere gli editoriali del Corrierone o de Il Sole 24 Ore, che adesso per dare una qualche continuità all’esperienza montiana guardano apertamente al «centrodestra», prima nemmeno nominato. Ciò significa che i montiani riconoscono in gran parte la bontà della piattaforma politica creata da Berlusconi e rinnegano, di fronte alla realtà dei fatti, tutte le mille cianfrusaglie centriste, terziste, futuriste di cui si erano fatti patrocinatori. L’obbiettivo non è più quello di impossessarsi delle truppe del liquefatto esercito berlusconiano e di farle marciare sotto la bandiera del «centro», ma di «deberlusconizzare» il «centrodestra». Di qui le recenti strizzatine d’occhio e le lusinghe di cui è stato fatto oggetto Alfano, che però non è un fesso.

BERLUSCONI E IL CENTRODESTRA L’idea di risucchiare il «montismo» dentro il centrodestra è di Berlusconi, era contestuale alle sue dimissioni, ed era frutto di osservazioni realistiche: la sinistra lo avrebbe rigettato, e il centro si sarebbe rivelato una chimera. Il tempo gli ha dato ragione. Ultimo a mollare in difesa del suo governo, il Caimano non si è fatto travolgere dall’amarezza e in un amen ha fatto di necessità virtù. Se qualcuno dei suoi ha letto questa disponibilità come una resa alle logiche centriste ha fatto male i suoi calcoli. Lo stato maggiore del Pdl, stretto intorno ad Alfano, ha tuttavia pienamente ragione nello stigmatizzare le teste calde di quei napoleoncini da burletta che vorrebbero spaccare il mondo in qualche battaglia eroica e risolutiva, senza rendersi conto di essere i pupazzi delle maggiori gazzette della penisola, che divertite e speranzose li aizzano come galli da combattimento dando per scontata la spaccatura nel partito. Ma «spaccare» è un verbo in profonda antitesi con la psiche berlusconiana. Anche nell’intemerata dell’altro giorno il Cavaliere Furioso ha racchiuso il suo vibrante cahier de doléances nel quadro della ribadita necessità dell’unità dei moderati, che conteneva però un avvertimento ai puristi che vivono su Marte: anche la Lega va recuperata. Gustose le reazioni al discorso di Berlusconi. A sinistra, dove si marcia in gruppo, la parola d’ordine è stata: sovversivismo. Ma anche i grandi giornali «borghesi» sono andati giù pesanti. Su Il Sole 24 Ore è spuntato il nome di Le Pen. Esagerati. Forse non è piaciuto lo stile? Sì, perché in realtà non si capisce lo scandalo. Il Berlusca ha detto un mucchio di cose condivisibili e ragionevoli, specie sull’architettura costituzionale della nostra bella Italia. Sulla megalomania della nostra magistratura, che ormai fa ridere il mondo, nient’altro che la verità. In economia, materia di cui capisce poco, a parte i fuochi d’artificio sull’IMU, ha espresso le solite bischerate simil-keynesiane, lamentando forte il limbo in cui ci troviamo in fatto di «sovranità monetaria», la nuova panacea di tutti i mali, da quando, persa quella nazionale, non abbiamo più trovato quella sovranazionale, e gridando forte contro il tallone di ferro germanico: insomma, ha ripetuto corbellerie condivise dal novanta per cento dei politici e dal novanta per cento dei giornali. Eppure gli hanno dato dell’irresponsabile. Sempre per lo stile, credo. Resta il fatto che lungi dall’essere stato eliminato dalla scena politica, il centrodestra è diventato terreno di contesa. Forte di questo, Berlusconi si è impegnato in un braccio di ferro coi montiani che a parole si traduce così: «Siete voi che dovete venire nel nostro campo; se non volete farlo, non vi resterà  altro da fare se non decidere di essere la ruota di scorta della sinistra.» S’intende che i montiani sperano esattamente l’opposto: «Berlusconi resterà solo», ha detto Casini, che intanto, però, mai avrebbe pensato che si sarebbe arrivati fin qui. Tanto che dopo il risultato delle elezioni siciliane – dove il candidato Pd-Udc ha vinto con meno di un terzo dei voti espressi da meno della metà del corpo elettorale, e dove il partito di Grillo, ottenendo in realtà un successo inferiore alle grandi attese, è risultato primo di un’incollatura su Pd e Pdl con il 15% dei voti, sfruttando il fatto che gli altri candidati erano sostenuti dalle solite liste pittoresche di stampo locale destinate a confluire nei partiti maggiori in caso di voto di valenza nazionale – Casini lo stratega, ossia il sognatore, ha subito riproposto tutto speranzoso a Bersani di rompere con Vendola e guardare di nuovo al centro nel nome della resistenza all’antipolitica.

GRILLO E IL RESTO Del risultato di Grillo in Trinacria abbiamo detto. Il Movimento Cinque Stelle è più che altro un movimento cataro di sinistra, a dimostrazione che il vero populismo sfonda a sinistra, là dove prospera il radicalismo di massa dalla fine della seconda guerra mondiale. In assenza di una piattaforma socialdemocratica, da Vendola a Di Pietro a Grillo la sinistra figlia continuamente degli esaltati. Più passa il tempo e meno sarà agevole per il movimento grillino attirare i voti dei destrorsi arrabbiati e confusi. E più passa il tempo e più si sta ricomponendo il quadro politico preesistente al governo Monti. Anche fra Lega e Pdl si sta ritessendo con molta discrezione la trama dell’alleanza. Può darsi che questo quadro vi faccia schifo. Ma è dentro di questo che si fa politica (caro Giannino).

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (95)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

MARCO FOLLINI 08/10/2012 Da quando è entrato nel Pd è come se fosse stato inghiottito dal Leviatano. Sparito. Eppure qualche anno fa era considerato una cima, una risorsa della repubblica. Si presentava come alfiere del moderatismo, nemico di ogni beceraggine e di ogni visione totalizzante della politica, ma era totalmente sprovvisto di vigore intellettuale: di palle, insomma, per dirla col popolo. Puntuto, ed impalpabile, il damerino vedeva il brutto solo dove era lecito e politicamente corretto, negli esaltati ed in Berlusconi. Fu così che lo spirito di adattamento che agiva dietro le bandiere del moderatismo lo condusse senza colpo ferire e con un’arietta di indipendenza dalla Dc all’Udc, dall’alleanza col Berlusca alla sua creatura, L’Italia di Mezzo, che infine lo ha traghettato tranquillo tranquillo nel Pd. Fedele alla sua filosofia di non prendere mai il toro per le corna, ma di discettare perentorio su questioni non propriamente all’ordine del giorno o marginali, l’altro ieri ha detto secco: «Agli atti c’è un voto della direzione del Pd che ha detto no al proseguimento dell’alleanza con Di Pietro. Nel 2008 presentai alla direzione del Pd un documento che diceva che l’alleanza con Di Pietro “si chiudeva lì”. Quel documento fu sotterrato, ma io lo votai. D’Alema con un gesto coraggioso e amichevole si astenne e Letta, che quel giorno non c’era, il giorno dopo mi disse che era d’accordo: agli atti quindi c’è un voto della direzione del Pd che ha detto no a Di Pietro». Parole che tradotte dal follinese significano: «Ok ragazzi, mi arrendo all’alleanza con Vendola. Vi ricorderò però il No ai Comunisti Italiani quando sarà in vista l’alleanza con Di Pietro».

FRANCESCO PROFUMO 09/10/2012 Edotto dall’esperienza – a scuola s’impara pur sempre qualcosa – ricordo che nei due ultimi anni di liceo feci un esperimento: non comprai alcuni libri di testo, due o tre. L’esperimento ebbe pieno successo: nessuno se ne accorse, ed io meno di tutti. Vedo che il problema dei libri scolastici è sempre lo stesso: costano l’iradiddio, sono troppi – come le materie – tanto che alcuni restano pressoché intonsi, e cambiano vorticosamente, quasi ogni anno. Compendio ragionato e scelto di migliaia di anni di scibile umano, loro caratteristica peculiare, e direi pure preziosa, dovrebbe essere invece una certa naturale, signorile, superiore, elegante e magnanima inattualità. Secondo me, un libro di testo scolastico cogli attributi dovrebbe restare uguale a se stesso per almeno trent’anni. Un ritocchino al massimo, o meglio, qualche foglietto volante integrativo ogni tanto, se tratta di materie scientifiche e se succede qualcosa di grosso, ma veramente grosso. Poi dovrebbe essere spartano, in bianco e nero preferibilmente, in edizione rigorosamente economica, un bel Mammuth Newton Compton di quelli di una volta, per far capire che è un “attrezzo”. Poi dovrebbe avere pochi compagni, sette-otto al massimo per la scuola media superiore, o come diavolo si chiama adesso, preferibilmente per tutto il ciclo. Alt! Sono più che sufficienti, sissignori. Questa attrezzatura secondo me avrebbe tre vantaggi: economicità, chiarezza – uno vede una volta per tutte a cosa va incontro e quale montagna deve con calma scalare – e un poetico e attraente carattere distintivo, dispregiatore delle mode, proprio delle istituzioni più solide. Il ministro dell’istruzione, invece, per rimediare ai costi e per stare al passo coi tempi, anno dopo anno, mese dopo mese, giorno dopo giorno – cosa indegna del vero Sapere – ha pensato ad un nuova diavoleria, un altro dei mille rivoli in cui si sta perdendo la scuola: il tablet, che noi (noi chi? noi contribuenti?) «daremo a tutte le classi e a tutti gli studenti». Ma li vogliamo uomini o consiglieri comunali, questi ragazzi?

ROCCO BUTTIGLIONE 10/10/2012 Era nella natura delle cose fin dal principio: la sinistra italiana – non è una colpa – non poteva convivere indefinitamente con l’esperimento Monti. E il Berlusca l’aveva capito fin dal giorno delle sue dimissioni. Ha solo aspettato che gli apprendisti stregoni – le penne dei giornaloni e la miriade dei «piccoli leader», come li ha chiamati rispondendo a Belpietro – avessero esaurito tutte le cartucce con la non-politica dell’ineffabile centro. L’esperienza montiana può trovare continuità politica solo se si innesta nel centrodestra. Niente di trascendentale, s’intende. Anzi, turiamoci pure il naso. Ma questa è la realtà della nostra storia contemporanea.

Al netto dell’aspetto circense, che interessa soprattutto gli allocchi, il berlusconismo si è assunto un compito storico che la Dc, per viltà, non ha mai voluto intraprendere: riunire i figli dispersi della destra per riportarli alla politica. Ciò significava riportare anche l’Italia nel solco delle esperienze politiche europee. Il berlusconismo non è stato un accidente della storia: è stato una risposta costruttiva ad un’esigenza reale del paese. Questo spiega perché nonostante il massacro mediatico e giudiziario e la qualità spesso infima della sua truppa a Berlusconi sempre si ritorni.

Una bella serie di pigmei che si illudeva di poter ereditarne l’elettorato senza accettare il berlusconismo, inteso come progetto politico anche «di destra», una destra che non fosse quella finta, addomesticata e legittimata da Repubblica, è rimasta con un pugno di mosche in mano. Con la peraltro prevedibile rinuncia a candidarsi alla guida del governo, Berlusconi ha voluto dimostrare che se il «montismo» vuole sopravvivere, dovrà accettare il «berlusconismo», e fare della creatura politica berlusconiana l’architrave della maggioranza che lo sosterrà. Non è la scommessa di un disperato. Era scritto fin dal principio. Questa sarà la sua incruenta e costruttiva rivincita. E noi, cioè io, lo scrivemmo fin dal giorno dopo le sue dimissioni. C’è anche la possibilità che questi imbecilli sopravvivere non vogliano. Mai sottovalutare la virulenza della Sindrome di Martinazzoli. Ma alle elezioni mancano ancora mesi, e c’è un elettorato in cerca di risposte, e la pressione monterà.

Poi ci sono anche i casi disperati. Tipo Buttiglione. Qualche mese fa, a proposito della mirabolante traiettoria politica di uno degli esemplari della sua schiatta, scrissi: «Il guaio, grosso, è che Bruno – e con lui tutti i Tabacci d’Italia – è sinceramente convinto che siano gli altri ad essere venuti a lui, e non lui ad aver cambiato campo. Chiedeteglielo: sarà lui stesso a confermarvelo, e vi guarderà con commiserazione, stupito dalla vostra scarsa intelligenza.» Rocco alla chiamata all’unione dei moderati di Berlusconi ha risposto così: «Se loro pensano che la nostra linea sia giusta, vengano con noi a fare la Lista per l’Italia.» E’ lo stesso Rocco che tre mesi fa – lo ripeto a distanza di pochi giorni – diceva che i centristi si sarebbero alleati col Pd «non per rappresentare la parte minoritaria della coalizione, ma con la fondata fiducia di poter essere i leader del processo.»

ALDO GRASSO 11/10/2012 Ci ho pensato, e secondo me è andata così. La prima parte di questa gran brutta storia ce la racconta Malvino, quasi in diretta:

A ‘Otto e mezzo’ (La7, 8.10.2012), per sostenere la liceità del cambiare idea, Pier Ferdinando Casini piglia a esempio san Paolo, il quale – dice – «prima era un libertino, poi sulla via di Damasco…». Saulo di Tarso, un libertino? Ma vogliamo scherzare? Prima della folgorazione era un ebreo tra i più zelanti, obbedientissimo alle leggi mosaiche, irreprensibile in quanto a costumi, tutto tranne un libertino. Avrà fatto confusione con sant’Agostino? Passi, ma come ce la infila nelle Confessioni dell’Ipponate, la via di Damasco, ‘sto politico cattolico dei miei stivali?

Per Pier Ferdinando ostentare l’infinita pazienza di colui al quale tocca dire e ridire continuamente le cose più scontate ed irrefutabili del mondo ad un manipolo di testoni è diventata una seconda natura. E’ uno spettacolo. Quando poi, come in questo caso, prende un granchio colossale, è davvero irresistibile. Ad Aldo Grasso non è parso vero. Segretamente ispiratosi non alle parole del Signore, ma a quelle di Malvino, ha messo in castigo non solo il politico cattolico dei miei stivali, ma pure la sua collega Lilli Gruber:

Passi l’idea che Casini faccia una crasi [“crasi”? non è che sia Grasso a fare “confusione”? N.d.Z.] fra Sant’Agostino, noto peccatore poi convertito, e San Paolo, anche se per uno come lui, insomma, che è cresciuto fra le fila della Democrazia Cristiana, sempre dietro alle tonache dei preti, insomma, un errore così grossolano è intollerabile. San Paolo prima della conversione era un bigotto, oggi diremmo un ebreo ortodosso, un leninista della religione. Come fa ad aver commesso peccati lussuriosi prima? Vabbe’, diciamo: passi Casini, è un politico. Ma la grande giornalista? Ma Lilli? Ma il ‘fact checking’? Cioè quella cosa per cui se uno parla, insomma, si controlla anche pescando nella propria cultura? Niente? Proprio niente?

Notate che Malvino ha fatto solo un’ipotesi. Sant’Agostino nelle “Confessioni” ha raccontato la storia della sua vita, senza perdersi troppo in particolari, dalla prima giovinezza fino alla maturità della fede, la storia del suo progressivo distacco dalla «carnalità» del mondo, carnalità che significava anche e soprattutto ansia di primeggiare, brama di successo nel mondo della cultura e in società. Ma non fu affatto un libertino. Forse fece un po’ di baldoria da studente, tra i sedici e i diciotto anni: ma per lui le passioni sensuali includevano anche il teatro, o «l’atteggiarsi a persona elegante e raffinata». A diciotto anni o poco più ebbe un figlio dalla donna con la quale visse in concubinato – in un mondo in cui non si poteva ancora parlare di società cristiana – per qualche lustro. «In quegli anni tenevo presso di me una donna che però non mi era unita in matrimonio, come si dice, legittimo», scrive Agostino nelle “Confessioni”, «l’avevo presa nel mio vagabondare in mezzo a quelle passioni prive di senso. Tuttavia avevo presa lei sola. E le fui anche fedele.» Aldo Grasso invece, guarda troppa cattiva televisione, non pesca dalla propria cultura e rimanda il “fact checking” a qualche altra occasione. Niente, proprio niente. Parte in quarta col “noto peccatore” Sant’Agostino, quel noto puttaniere, insomma, che si faceva tutte le Ruby Rubacuori della Numidia.

P.S. To’, ne spunta un altro con la fola del “libertino” Agostino. 

NICHI VENDOLA 12/10/2012 Ospite di RepubblicaTv, il presidente della regione Puglia ha messo in chiaro che se diventasse presidente del Consiglio nella scelta dei ministri guarderebbe soprattutto alle competenze e alla parità di genere. «Formerò una squadra di governo fatta per metà di donne e per metà di uomini, così emenderemo il maschilismo di stato», ha aggiunto. Insomma, il Manuale Cencelli, che resterà in voga fra i partiti, sarà pure applicato ai sessi. Dopo dei generi toccherà alle generazioni, così che al governo ci saranno in egual misura ragazzotti e ragazzotte, uomini e donne di mezza età, vecchietti e vecchiette. Mi pare giusto. Poi l’equa partizione coinvolgerà le persone abbienti, quelle che arrivano alla fine del mese, e i morti di fame. Poi toccherà ai bianchi, agli abbronzati e ai neri. Poi il pluralismo, quello sì «di stato», imporrà, nella maturità dei tempi, la presenza fissa di un ministro transgender e di un ministro diversamente abile. Dopo di che sarà creato un software apposito per trovare la squadra giusta in parlamento e, in caso di necessità, anche nella società civile: e già, vi eravate dimenticati nel frattempo delle «competenze», vero?

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (85)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

PIPPO BAUDO 30/07/2012 A mio avviso quella volta Sharon Stone era completamente sbronza, e lo avrebbe fatto anche col primo cameriere, ma che dico?, anche con la prima cameriera dell’albergo che avesse messo piede nella sua stanza, non solo con un irresistibile ancorché stagionato fustacchione come Pippo. «Guardami!» gli disse – a sentire Pippo, disse «Look me!», locuzione tipicamente inglesiana, segno che era proprio andata – «Guardami!» gli disse, gli occhi fiammeggianti, nuda distesa sul letto: la Maya Desnuda sputata, a parte gli slip. «Guardami di nuovo!» gli ingiunse ancora – a sentire Pippo, s’intende, disse «Look me again!» – dopo avergli tolto gli occhiali facendo atto di ripulirli o forse ripulendoli davvero, magari sugli slip, magari strofinandone le lenti con calcolata, torrida indolenza proprio …là, oh mio Dio! Pippo, sbalordito, ebbe la forza di fare finta di nulla. Accennò al programma dell’indomani. Ma l’indomani, prima della trasmissione, la diabolica, ebbra ed infoiata Sharon lo mise nell’angolo, gli ritolse gli occhiali, li ripulì di nuovo, e inchiodò il povero Pippo alle sue responsabilità con un «Guardami!», che ella, perché non restasse dubbio alcuno, volle ancora proferire in inglesiano! Be’, secondo me è una bella storia. Melville scrisse – più o meno, da qualche parte e non ricordo più dove – che grandi tragedie si dipanano in umilissimi palcoscenici: il mondo dimenticherà questi e quelle. Così, dico io, un grande romanzo d’amore può vibrare cosmico al suono di poche parole, anche in inglesiano, e durare lo spazio di poche ore. Solo che un gentiluomo, un vero discepolo del culto di Afrodite, certe cose le tiene per sé, per rispetto di se stesso e di Afrodite. L’oro di una fuggevolissima, casta e un po’ demenziale relazione non lo dà ai porci. A dieci anni di distanza Pippo invece ha capito solo una cosa: che ha «perso un’occasione». Perché si capisce: il vero ominicchio le donne le spupazza, una botta e via! Comunque stia tranquillo: l’occasione non la perse affatto. Glielo dica lei, Sharon.

VICTOR PONTA 31/07/2012 Il referendum che in Romania doveva confermare la rimozione dal suo ufficio del presidente della repubblica, il conservatore Traian Băsescu, non ha raggiunto il quorum. E’ la seconda volta che Băsescu si salva dall’impeachment col voto referendario. Alle urne si è recato circa il 46% degli elettori. Di questi l’87% (ossia il 41% circa del corpo elettorale) ha votato a favore della rimozione. Băsescu era stato sospeso dal suo incarico il 6 luglio scorso da una maggioranza di 256 parlamentari di centro-sinistra guidati dal premier Victor Ponta con l’accusa di aver violato la costituzione e di essere andato al di là delle sue prerogative istituzionali. La procedura di impeachment era stata parecchio muscolosa e disinvolta, suscitando dubbi in ambito internazionale. Per Băsescu, che aveva invitato all’astensionismo, i romeni hanno respinto un «tentativo di colpo di stato». Ponta, il difensore della costituzione, ha fatto spallucce: «il presidente potrà bensì rimanere a Palazzo Cotroceni» ha detto serafico, «ma senza più alcuna legittimità. Qualsiasi politico che ignora la volontà di milioni di elettori è tagliato fuori dalla realtà.» Io l’ho sempre pensato: gratta gratta, sotto il patriottismo costituzionale trovi sempre il populismo costituzionale.

L’INDIA MISTERIOSA 01/08/2012 Nei bei tempi andati accadeva spesso che dall’India misteriosa arrivassero notizie che nella loro tragicità conservavano qualcosa di esotico, curioso, pittoresco. Notizie del tipo: «scontro tra due treni nell’Uttar Pradesh, quattrocento morti»; «piogge torrenziali nell’Assam, il monsone causa diecimila morti»; «esonda un torrentello nel Gujarat, mille morti»; «crolla il tetto di una scuola nel Maharashtra, trecento morti»; «elefante impazzito tra la folla nel Bengala Occidentale, centocinquanta morti»; «vacca impazzita tra la folla nel Bihar, trenta morti»; «scontro frontale tra due automobili nell’Andhra Pradesh, venti morti»; «scontro frontale tra due biciclette nel Kerala, quattro morti»; e via di seguito con questi fantasmagorici tassi di fatalità. Che però in fondo, a pensarci bene, si potevano spiegare coi spaventosi tassi di densità demografica di molte aree dell’immenso formicaio indiano, anche se qualcosa di arcano continuava ad aleggiare sulla strabiliante contabilità di questi sinistri. Ma poi l’India cominciò pian piano a fare notizia per i suoi successi economici. E oggi l’India è ormai una delle grandi potenze del mondo, anche nell’inconscio collettivo dei figli di coloro che un tempo leggevano Kipling, e comincia a fare persino un po’ paura. Tuttavia ogni nazione conserva il suo genio particolare, che è tirannico e ogni tanto rivendica il suo tributo, restituendoci un popolo in tutta la sua irripetibile umanità. Capita agli italiani, capita agli indiani, capiterebbe pure ai marziani. Prendete la notizia di questi giorni, per esempio: «Blackout elettrico in India, seicento milioni di persone al buio.» Seicento milioni. E’ inutile, in certe cose non li potrai mai battere.

NICHI VENDOLA 02/08/2012 Non si sa quando voteremo, ma una cosa sappiamo già: vincerà chi saprà conquistare il voto della massa degli indecisi. Con l’estro poetico che gli è proprio, il subcomandate Vendola ha avuto in merito una formidabile idea: conquistare il voto dei decisi, quelli disposti a tutto, anche a correre sotto la bandiera del «Polo della Speranza». Il nome di un partito o di una coalizione politica dovrebbe trasmettere fiducia: magari perché serioso e tradizionale; magari perché è nuovo ma veicola un’idea di efficienza o di dinamismo; o magari perché è un nome da operetta, ma è una barzelletta che le spara grosse, con convinzione e ottimismo, com’è il caso dei parti immaginifici del berlusconismo. Concettualmente ed esteticamente parlando, il «Polo della Speranza» è un berlusconismo da ammosciati, una cosa contro natura, raccapricciante. Io pensavo che certe croci le dovessimo portare solo noi, «intellettuali» di destra. Vorrà dire che quel giorno voteremo «Grande Italia» con sollievo. Be’, quasi, diciamo.

STEFANO FOLLI 03/08/2012 Stringendo un patto alla sua sinistra con Vendola, Bersani ha dato il benservito a Monti. E in ogni caso ciò significa che alle prossime elezioni la premiership montiana non si potrà più proporre come forza autonoma in grado di coagulare attorno a sé il consenso dei partiti che oggi la sostengono, con la speranza segreta di fonderli al fuoco dell’emergenza, facendosi essa stessa forza politica. Questo era il disegno dei retori del «fare presto», meglio conosciuti nel passato col nome più calzante di «utili idioti». Con questi chiari di luna è chiaro come il sole che al massimo Monti potrà aspirare al ruolo non del tutto onorevole di premier fantoccio del centrosinistra de sinistra. Dite che in quel caso rifiuterà? Io non ci metterei la mano sul fuoco: un grand commis è naturaliter più un caporale che un uomo. Che la situazione sia da allarme rosso, lo dimostra uno degli uomini di punta della squadra del «fare presto», il caporalmaggiore Folli – una delle mie vittime preferite, ormai l’avete capito – il quale scopre improvvisamente che il centro di Casini è una barzelletta come contrappeso alla forza della sinistra, e riscopre l’importanza dei berlusconiani; purché costoro, naturalmente, abbandonino definitivamente una certa sguaiata demagogia anti-europea che ha ancora, decisamente, troppa cittadinanza fra di loro. Questo comunque è solo il primo passo della ritirata strategica. Cosa credete? Un passetto alla volta si può arrivare molto lontano, ve lo dico io, ordinatamente e in tutta naturalezza, finanche al ticket Monti-Caimano.

Grillo e Berlusconi

Se per attaccare Grillo il non poco antipolitico Vendola l’ha accostato a Berlusconi, ciò significa che per la sinistra “politica” e “ragionevole” l’anatema contro il Caimano è ancora ben vivo. In realtà anche l’antiberlusconismo rientra nel cerchio magico dell’antipolitica. E il piccolo Grillo è solo un prodotto di questa più grande antipolitica. Scrissi qualche anno fa che per antipolitica intendevo “forme distruttive – anche se non necessariamente becere, eclatanti o rumorose – di azione e lotta politica.” Per essere ancor più concisi si potrebbe dire che l’antipolitica è messianismo politico, una non-politica. L’Italia repubblicana la vive e la respira da quando è nata. Andate in giro e fate una domanda semplice semplice alla gente che incontrate: l’Italia è o è mai stata una “vera” democrazia? La domanda è assurda, dal punto di vista del buon senso, ma anche da quello più propriamente intellettuale, perché la democrazia, come la politica, vive nel tempo e nello spazio, e non ha mai un approdo definitivo che ne suggelli definitivamente la bontà o la maturità.

E tuttavia, c’è un gran pezzo del paese, e un grossissimo pezzo di quello più acculturato, che in tutta serietà pensa che l’Italia non abbia mai conosciuto una “vera” democrazia. E che cerca nelle Diaz e nelle Bolzaneto, nei misteri di stato, nelle “trattative”, la conferma di queste verità. Quest’Italia vive nell’attesa e si sottrae al confronto con l’avversario politico. Si sottrae alla politica, che è confronto con chiunque abbia una presenza reale nella società, e che spesso invece viene da essa dipinto come straniero, come non-cittadino del paese nato dalla Resistenza, e che quando è troppo forte viene solo “sopportato” come parentesi storica, alla stregua di un usurpatore, sia esso la DC, Craxi, o Berlusconi. Questa riserva mentale ha avvelenato la vita politica italiana, ed ha impedito una vera dialettica fra i partiti. In un sistema così asfittico la politica oscilla continuamente tra pura gestione e rivoluzione, tra partitocrazia e antipolitica, senza trovare un equilibrio funzionale. Ed è inutile sperare in soluzioni tecniche ad un problema culturale. Anche il continuo appellarsi a riforme istituzionali, a riforme elettorali, ed in generale tutta la retorica riformistica ubbidiscono in parte all’impulso irrazionale o alla speranza di voler mettere a posto le cose tutte in una volta con un colpo di bacchetta magica o con un colpo di mano.

Con buona pace del governatore della Puglia nel 1994 Berlusconi non vinse in nome dell’antipolitica. Non si può dire sempre tutto e il contrario di tutto, secondo le convenienze: dipingere un giorno la creatura berlusconiana come il rifugio dei gattopardi che permise alla vecchia politica di sopravvivere, perché questo schema va a pennello all’antipolitica profonda e classica della sinistra italiana, ed un giorno dipingerla come una forza rivoluzionaria e populista, perché quest’altro schema serve a squalificare gli ultimi e più esagitati prodotti della stessa antipolitica. Berlusconi cercò, con molto pragmatismo, di conciliare il vecchio col nuovo. Fu disinvolto. Non opportunista. Fu coraggioso. E per questo fu attaccato dagli anticorpi maligni che in Italia hanno sempre preso di mira chi ha cercato di ingabbiare il radicalismo di molta parte della società italiana dentro la dialettica politica, chi ha cercato di essere moderato ma allo stesso “popolare” e ha mostrato di rifuggire da quell’aristocraticismo di stampo azionista che è l’altra faccia della medaglia, anch’essa nel fondo antiliberale e antidemocratica, del radicalismo di massa. Di quest’ultimo il movimento di Grillo, mezzo Eremita Pietro mezzo Savonarola, è una specie di manifestazione ereticale, tipica dei periodi torbidi.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (63)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

LE FARC 27/02/2012 I terroristi marxisti delle Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane si sono stufati: dopo trent’anni dicono basta ai rapimenti. Non ne possono più neanche loro. Che barba. Al più presto libereranno i loro ultimi dieci ostaggi. Basta con le tragedie. E’ tempo di divertirsi e divertire. La loro carriera nel campo della commedia ha avuto un inizio folgorante, non prevedibile: un comunicato nel quale esprimono ammirazione “nei confronti dei familiari dei soldati e dei poliziotti. Non hanno mai perso la fede sul fatto che i loro cari avrebbero recuperato la libertà, anche in presenza del disprezzo e l’indifferenza dei diversi governi.” Sempre marxisti, i satanassi, ma tendenza Groucho.

GLI UMILIATI ED OFFESI DA BUFFON 28/12/2012 Sono milanista, oltre che berlusconiano. Ma non capisco affatto tutta la cagnara scoppiata per le parole dette dal portierone juventino nel bel mezzo della già rovente polemica sul gol clamorosamente annullato [non convalidato, N.d.Z.] a Muntari; gol che, detto per inciso, avrebbe senza dubbio incanalato la partita verso un tranquillo dieci a zero per noi, come minimo. “Se me ne fossi accorto non lo avrei detto all’arbitro”, ha detto Gianluigi, che infatti se n’era accorto benissimo e all’arbitro non l’ha detto: lode alla coerenza, alla sincerità dei proponimenti e cartellino giallo per la bugia pacchiana che apre il periodo ipotetico. Non ho mai visto d’altra parte un portiere o un giocatore correre disperato dietro all’arbitro per dirgli “Era goal! Era goal!”, dopo aver con la forza della disperazione respinto una palla che aveva appena oltrepassata la linea di porta. Certo, se l’arbitro glielo avesse chiesto, Buffon avrebbe avuto il dovere di confessare il misfatto. Ma diversamente anche una disciplinata faccia da schiaffi fa parte del gioco di squadra nel gioco di squadra più gaglioffo del mondo. E anche il fair play si deve contenere entro una certa misura: quando va oltre, puzza di esibizionismo, magari interessato. Per certe grosse imprese cavalleresche, perché non suonino come moneta falsa, ci vuole molta, ma molta classe. Allora m’inchino.

[E’ vero, il goal non è stato “annullato”. Mi sono espresso male. Ma è proprio quello il punto. L’arbitro non ha fermato il gioco. Se lo avesse fatto, per una qualche ragione, e avesse poi interpellato Buffon, la cosa sarebbe stata diversa. Bisogna poi dire che Buffon non ha commesso una marachella intenzionale, come fare goal con la mano. Semplicemente non ci è arrivato. L’arbitro non ha visto ed il gioco è continuato. Poi Buffon ha detto una frase a caldo che lascia qualche margine d’ambiguità, ma che non mi pare il caso d’interpretare con troppa malignità. Voglio dire: cerchiamo di essere uomini…]

NICHI VENDOLA 29/12/2012 Lietissimo di aver potuto iscrivere Veltroni nelle liste della «destra in loden», dopo la cautissima e già rimangiata apertura di Walter sulla questione dell’art. 18, il nostro Nichi si è rituffato nel suo ruolo istituzionale di presidente della regione Puglia con un incontro con una delegazione cinese guidata da un ex ambasciatore in Italia del paese leader del comunismo capitalista, ossia del capitalismo di stato tagliato con l’accetta, al termine del quale ha detto: «Nell’epoca in cui molti evocano la paura della Cina, noi lavoriamo per abbattere qualunque muro di pregiudizio e per intensificare questi rapporti. Il futuro della Cina è il nostro futuro così come il nostro futuro è anche il futuro della Cina.» Ma i lavoratori italiani non devono mica preoccuparsi: Nichi, in fondo, è un gran mattacchione, oltre che squisito uomo di mondo prontissimo al confronto senza «pregiudiziali».

JEAN-CLAUDE JUNCKER 01/03/2012 Il presidente dell’Eurogruppo auspica un «commissario Ue delegato alla ricostruzione» della Grecia. Non dovete però pensare che la mossa miri a far entrare definitivamente nella zucca dei greci il concetto che noi europei abbiamo spezzato veramente le reni alla loro patria, e che la Grecia è veramente in stato d’occupazione, dopo essere stata veramente rasa al suolo: la burocrazia è imbecille anche quando è mossa da sincera sollecitudine.

TED TURNER 02/03/2012 Quando divorziò da Jane Fonda il magnate ebbe un periodo di crisi. Il povero Ted pensò persino al suicidio. Strano, perché il matrimonio finì a causa dei continui tradimenti di lui. Ma adesso abbiamo capito tutto: Jane era il perno rotante di una giostra di amanti che questo attempato fanciullino si divertiva un mondo a rincorrere. Senza la moglie il mondo fatato del piccolo Ted non stava in piedi: anche il peccato ha bisogno di ordine, per abbandonarvisi con più tranquillità. L’abbiamo capito perché Ted finalmente ha ritrovato il suo equilibrio. Ora ci sono quattro amiche che gli allietano la vita. Non tutte insieme allo stesso tempo, che sarebbe troppo liberal anche per un liberal come Ted, ma una per settimana, al fine di consentire ogni mese a Ted una piacevole rivista completa dell’harem: la funzione equilibratrice della moglie è stata surrogata da un sistema di fedeltà a tempo, una via decorosa al Bunga Bunga che gli restituisce appieno il gusto di una vita da pascià.

Berlusconi e i chiacchieroni

Per Confindustria la manovra è timida. Ma per l’immaginifico Vendola basta e avanza per descriverla come “una violenza, un vero e proprio colpo di stato sociale”. Figuriamoci se fosse stata “coraggiosa”. Per gli economisti che scrivono sui grandi giornali di centro che guardano a sinistra, come la DC di tendenze suicide, la manovra non ha niente di strutturale, essendo tutta impostata su nuove tasse e pochissimi tagli. Ma per comuni, provincie, regioni, sindacati, associazioni rosse e gialle, bocciofile padane e lucane, e tutte le altre tribù italiche, i tagli sono sanguinosi, e ormai manca loro anche l’aria per respirare. Le sopramenzionate gazzette amaramente deploranti il corto respiro di una manovra tappabuchi sono però le stesse che al governo non riconoscono nemmeno un micro-passettino nella giusta direzione, se quest’ultimo s’arrischia a dare una micro-ritoccatina alle pensioni e alle norme sui licenziamenti: l’importante è pontificare, ma ben allineati e coperti. Perché si sa bene che tali bagatelle bastano e avanzano all’immaginifica segretaria generale della CGIL per mettere un po’ di pepe alle motivazioni dell’immancabile sciopero generale, per parlare di manovra “ingiusta, repressiva e irresponsabile” e per minacciare di andare avanti con la protesta “fino alla Corte Costituzionale”. Per il presidente dell’Italia dei Valori, il sempre misurato Antonio di Pietro, questa manovra da tutti giudicata insufficiente costituisce però già un “omicidio politico ed economico” e chiede “alla collettività di organizzare una rivolta democratica”. E in caso di sufficienza cosa sarebbe stata? Un genocidio? Un crimine contro l’umanità?

Per Bersani la manovra “toglie i soldi a chi non li ha”: per il PD, infatti, una manovra qualificata e strutturale si concretizza nel ricavare “risorse da rendita e patrimoni”, nel dare la caccia con più efficacia agli evasori fiscali, in qualche dispendiosa ed economicamente distorsiva concessione ai diktat della lobby ambientalista, tutta roba che va benone anche nei comizi; oltre che nel riorganizzare e potare la pubblica amministrazione, nel varare liberalizzazioni e dismissioni non meglio specificate, che è roba buona solo per i comunicati stampa. Su pensioni e sanità silenzio religioso. Su questa base “riformista” annuncia di lavorare ad un nuovo Ulivo in coabitazione con gli esaltati di cui sopra, senza negarsi ad un’alleanza col centro, pur di riuscire a farla finita con l’era berlusconiana. Non contento di questa aria fritta, per scaldare il popolo dei migliori il segretario dei democratici si rifugia spudoratamente nel settarismo che ha fatto della sinistra italiana il più grande problema strutturale dell’era repubblicana del nostro paese. Dopo la scoperta e la conseguente appropriazione intellettuale del liberalismo di qualche anno fa, infatuazione oggi messa prudentemente in sordina, è ora la volta del patriottismo: “Siamo figli dell’unità del Paese e figli della sua costituzione che è la più bella del mondo. Con la coccarda tricolore ci siamo sentiti a nostro agio, la destra no. Noi siamo patrioti senza se e senza ma”. Lo stile è il solito: impadronirsi di un vessillo, magari a lungo tempo trascurato, per sequestrarlo ed esibirlo in odio agli altri, per alzare uno steccato, per definire dei confini. E per puntellare la propria cattiva coscienza. Non è vero che Bersani e i suoi siano figli dell’unità del paese: al contrario, sono figli dell’Italia più schizofrenica. Dell’Italia che s’inventò il tricolore per servaggio intellettuale alla Francia giacobina, dell’Italia più sensibile ai richiami del socialismo repubblicano e anticlericale nell’ottocento, dell’Italia più nazionalista a cavallo fra ottocento e novecento, dell’Italia più fascista durante il ventennio, di quella comunista del dopoguerra, di tutte queste Italie insieme, anche quando nel passaggio da un’era all’altra si sovrapponevano e combattevano. L’Italia dei diversi decaloghi cui via via uniformarsi, l’Italia unita piegando le plebi alle più capricciose ortodossie.

Per Casini, solidissimamente ancorato alla vacuità del suo equilibrismo tardo-democristiano, è il momento di scelte impopolari. Qui a parlare è Pier. Per non rischiare di doverle prendere arriva in soccorso Ferdinando, che si appella ad un governo di solidarietà nazionale, sostenuto dalle principali forze di maggioranza e di opposizione, e da quelle ausiliarie del terzo polo, a condizione che sappia cooptare figure di prestigio della società civile. Un governo prestigioso benedetto dal presidente della repubblica. Che funzionerà meravigliosamente. Nel mondo delle convergenze parallele, là dove ammucchiate e scelte impopolari vanno a braccetto.

Ecco perché non ci resta che Berlusconi, e la sua maggioranza.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Cara sinistra, uccidi Berlinguer

Anno quasi nuovo, e vita irrimediabilmente vecchia per la sinistra italiana. Di tutti i problemi “strutturali” del nostro paese questo è oggi senza alcun dubbio il più grande, perché sta alla base della piramide. Dietro la facciata della contabilità. E mai risolto, perché finora al suo nodo centrale si continua a girare intorno, facendo finta di non vederlo. Trova incredibile, ad esempio, Vendola, che Bersani possa allearsi con Fini. Ed ha perfettamente ragione, l’incredibile Vendola. Se la politica del Partito Democratico si riduce al più miserabile tatticismo, nel tentativo disperato di rimpolpare i numeri in qualsiasi modo, perfino con i “liberali” di Fini e con i “clericali” di Casini, cosa inconcepibile in qualsiasi paese di quella civile Europa sempre a sproposito evocata, significa che i Democratici di sinistra non hanno niente da dire alla sinistra. Ma se d’altra parte i Rottamatori si riducono a proporre il taglio lineare intergenerazionale della classe dirigente, nella disperata speranza che da teste meno canute e spelacchiate sorgano per incanto idee naturalmente nuove, significa che per il momento non hanno niente da dire alla sinistra. E se d’altra parte l’incredibile Vendola si riduce a sventolare davanti agli occhi degli orfani rossi il quadretto seducente del polo lottacontinuista, ecosolidale e porcellino con le ali, nel disperato tentativo di ridargli un po’ di colore, significa che il subcomandante Nichi non ha niente di nuovo di dire alla sinistra. Il tutto mentre nel partito della sola questione morale esplode la questione morale con De Magistris, Alfano e Cavalli che scrivono una pubblica lettera al duce dell’Italia dei Valori, Di Pietro, con tanto di citazione finale del pessimo Berlinguer, il disastroso padrino di tale questione. L’albero si giudica dai frutti, infatti, e i frutti non potevano essere che questi: il vuoto al proprio interno, il livore per gli avversari politici.

Da ogni parte la si guardi, la sinistra sbanda. Le soluzioni proposte, in un senso o nell’altro, sono draconiane e disperate. Con l’acrobatica invenzione del “Partito Democratico” la sinistra credette di superare il radicalismo di massa del PCI, mentre lo fuggiva, lasciando inevase tutte le domande sulla sua storia. Svuotata dell’ideologia, che implicava una rottura con l’ordine esistente ed un approdo finale, alla sinistra restò in corpo un bisogno insoddisfatto che fu surrogato dalla questione morale, peraltro già presente nell’armamentario propagandistico comunista anche se mai diventata egemone. Per inciso, e viene perfino da sorridere nel notarlo, lo stesso giustizialismo debole incarnato dalla rottamazione giovanilistica proposta dai vari Renzi e Civati dimostra quanto sia difficile uscire da questa prigione intellettuale. L’operazione PD costituiva però anche l’azzeramento di una tradizione e di una storia che affondava le radici nel secondo ottocento. Di quella storia la liquidazione dei socialisti ai tempi di Mani Pulite non sarà l’ultimo capitolo. Non può esserlo.

Scegliendo il PD, ma istigando la damnatio memoriae del socialismo democratico italiano, sola architrave possibile per strutturare la sinistra italiana dopo il crollo del Muro, i post-comunisti si sono negati la possibilità di governare e di far maturare quella tradizione, con cui bisogna fare i conti. Perché esiste, non perché è bella. E questo vale anche per voi, cari liberali testoni che vivete sulla luna. Cosicché si sono permessi di civettare con Montezemolo, coi grandi banchieri, di fare belle serate al Lingotto, fino al momento in cui il vento gelido della crisi economica in Occidente ha messo fine ai bei sogni della crescita costruita sui debiti pubblici e privati e sul denaro a costo zero. Davanti ai Marchionne si sono trovati spiazzati. Incapaci di qualsiasi costruttiva mediazione. A farla ci pensavano gli Angeletti e i Bonanni, o gli ex socialisti del governo Berlusconi, i Tremonti e i Sacconi. Mentre a sinistra la CGIL si isolava sempre di più e la fronda identitaria ma infeconda di Vendola s’ingrossava di conserva. Hanno buttato giù dalla torre Craxi, invece di Berlinguer: ora si trovano in mano un nulla che vaga rabbioso senza pace, senza idee, senza meta, senza padre né madre nelle piazze.

In quanto ai liberali che vivono sulla Luna, e guardano con gran disgusto e disappunto a questi discorsi, visto che loro stanno ben oltre questa disperante mediocrità, sappiano che un sano liberalismo ha un fondamento morale: si basa sulla fiducia e si consolida là dove è meno diffusa la mala pianta del settarismo. Oh sì sì, avete mille volta ragione, fatte pure delle belle leggi, imponete pure quelle poche e belle leggi che ci vogliono, commissariate pure la patria e governatela con la vostra intelligenza, e con le vostre classi dirigenti illuminate, ed istruite pure il volgo, ma nel giro di qualche anno vi accorgerete che avrete costruito sulle sabbia.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Berlusconi conserva la maglia rosa

A dimostrazione che le care vecchie passioni dominano nel mondo moderno come dominavano ai tempi di Achille ed Ulisse, non solo gli scalmanati predicatori delle gazzette di sinistra ma pure gli augusti opinionisti dei noiosi e tremebondi fogli della borghesia illuminata si sono ora ridotti a sperare nei leghisti pur di non vedere il Caimano trionfare beffardamente su tutta la linea. Oggi, poveretti, scommettono sulle elezioni, come prima, poveretti, scommettevano sul naufragio del berlusconismo. Quelle stesse elezioni considerate l’ultima, dubbia, e “irresponsabile” ancora di salvezza per la barchetta pidiellina si è trasformata ora nella “loro” ancora di salvezza. Tranne qualche voce isolata, il sentimento di fondo che tiranneggia questi fatui apostoli della ragione, sempre pronti a prendersela col populismo degli altri, è quello della rivalsa, del desiderio irrazionale di aver ragione a tutti i costi.

Il flottante nel bel mezzo della Camera dei Deputati era abbondante fin dall’inizio della crisi, tant’è che i più entusiasti fra gli agit-prop del terzo polo hanno sempre parlato di un potenziale di un centinaio di deputati. Uomini insomma, sensibili a ragioni nobili e meno nobili. Lo hanno visto loro, questo potenziale, perché non poteva vederlo fin dall’inizio quella volpe del Berlusca? Frignare oggi di “compravendite” è solo un esercizio autoconsolatorio, oltre che un riflesso pavloviano, utile per condire le stracche epopee giustizialiste dei media, non certo un contributo ad un’analisi seria della situazione. In realtà solo una crisi di panico, che non c’è stata, poteva affondare il PDL. Respinta la mozione di sfiducia, il Caimano in cuor suo è convinto di aver scavallato in testa sullo Stelvio e si appresta a caracollare comodo in discesa. Pure lui scommette, ma con qualche ragione in più dei suoi avversari. Scommette sull’effetto psicologico della “sorprendente” vittoria nella mozione di sfiducia, sommato a quello derivante dalla delicata situazione economica europea e italiana. Messo in soffitta l’imbroglio del governo tecnico, o di responsabilità nazionale, o di quel che volete, il mantra dell’irresponsabilità di nuove elezioni si sta rivoltando come un boomerang contro le opposizioni. E il furbacchione, con i più amabili e sorridenti dei modi, lo sta volteggiando come una clava sopra la testa degli oppositori e dei più nervosi fra gli alleati. Pure la Chiesa, che nei momenti topici sa essere più realista del re, si sta muovendo adesso in questo senso, con tanti saluti a Gianni e Pinotto, alias Casini e Buttiglione. Occorre sottolineare, inoltre, che Bunga Bunga Berlusconi, spalleggiato dal Vaticano, parla alla nuora Casini perché i suoceri suoi deputati intendano? Spero di no. In quanto alla Lega, le insistenze, peraltro intermittenti, di Bossi e di qualche suo colonnello sul voto a marzo si spiegano con la volontà di tener buoni gli spiriti bollenti del partito e della base; e con la consapevolezza, però, che gli obbiettivi politici dei leghisti sono legati a doppio filo alla salute politica di Berlusconi: senza di quella qualche decina di parlamentari in più – allo stato attuale del tutto teorici, non abbiamo imparato nulla dal recentissimo passato? – non servirebbe ad un fico secco. Ragion per cui in caso di allargamento al centro della maggioranza la Lega si piegherà, tanto più che questo allargamento avverrà con tutta probabilità con la cooptazione di singoli individui, non di sigle politiche, almeno non di quelle esistenti.

Intanto la sinistra, incapace di guardare in fondo a se stessa, continua a sbattere la testa contro il muro. La furia cieca e sempre più scopertamente insensata della piazza è figlia soprattutto della propria frustrazione. Darle il nome di Berlusconi oramai comincia a far ridere anche chi scrive sui giornali, notoriamente simpatetico coi facinorosi democratici, figuriamoci la maggioranza silenziosa che al massimo guarda i telegiornali. E se Gasparri parla di azione preventiva, diciamo una bella azione di bonifica all’interno dei centri sociali, l’uomo nuovo Vendola, nel 2010, altro non sa che scomodare il fascismo, immaginandosi che qualcuno, a parte la sua numerosa setta, lo prenda sul serio. Ad esser cresciuto in questi anni è proprio questo senso di frustrazione, rottamatori compresi, e proprio perché ad egemonizzare le teste poco pensanti dei militanti sono sempre le due non-soluzioni a questa annosa impasse: quella tutta tattica dell’alleanza col centro, quella ideologica e identitaria veterosinistrorsa. Sono due forme di nichilismo politico. Di che sorprendersi se la questione rimane disperatamente irrisolta? E la cosa è talmente chiara che pur di non vederla l’ossessione antiberlusconiana ha assunto forme grottesche. Una volta c’era l’anomalia “comunista”, oggi c’è quella “democratica”, la quale, nella fuga in avanti e nel non detto, della prima è figlia. Cosa ci sia in mezzo non lo spiego, perché mi sono stufato. Dico solo che di lì prima o dopo si dovrà passare. E che è meglio prepararsi.

[pubblicato su Giornalettismo.com]