Articoli Giornalettismo, Esteri

Libia stuprata e abbandonata

Il fallimento lo avevo messo in conto: tre anni fa, agli inizi del conflitto, quando ancora Al Jazeera e la diplomazia occidentale parlavano la stessa lingua, io avevo parlato, invece, de «l’intervento militare più cretino di questo secolo» e di «una storiaccia che non può finir bene»; ma certo un esito così disastroso, o per meglio dire, un esito così ignominiosamente disastroso, andava al di là di ogni possibile immaginazione. Non essendovi stata alcuna «primavera libica», tranne che nella testa del vanesio Bernard-Henry Lévy e del vasto popolo dei rivoluzionari da salotto, oggi non è neanche possibile intravvedere dietro la cortina della guerra per bande e del caos totale una qualche «società civile» sulla quale in un futuro più o meno prossimo rifondare una nuova Libia. Sarkozy, Cameron e Obama agirono per semplice opportunismo: scelsero di voltare le spalle al loro amico Gheddafi – amico da almeno più di un lustro – pensando di portarsi a casa facilmente un bel trofeo, di compiacere parte del mondo arabo, di estendere la propria influenza nella regione, il tutto a prezzo scontatissimo, impegnandosi quel tanto che bastava per portare a termine con successo la caccia grossa al Raìs. Il falso umanitarismo democratico che li aveva spinti ad intervenire senza costrutto, ora, quando un intervento «umanitario» assai muscolare e deciso sarebbe più che mai necessario, li spinge a mollare l’osso e ad abbandonare a se stesso un paese in macerie ed in mano non a uno, ma a orde di banditi che ammazzano con allegra ferocia «il loro stesso popolo».

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Advertisements
Articoli Giornalettismo

I trionfi della campagna di Libia

Che si stia ripetendo in Libia la tristissima parabola della primavera egiziana?

Ricorderete certo che in Egitto governò per trent’anni un grande amico dell’Occidente, l’uomo forte Hosni Mubarak, vaso di saggezza celebrato, sempre per trent’anni, dalle nostre gazzette per la sua temperata laicità e per la sua moderazione politica, oltre che per essere lo zio di Ruby. Poi tre anni fa scoppiò la primavera egiziana e nel giro di una settimana per le stesse gazzette lo zio Hosni diventò un dittatore fatto e finito. Fu una pagina vergognosa. Poi ci fu il colpetto di stato, in nome della democrazia. Poi le elezioni vinte, inevitabilmente, dai Fratelli Musulmani. Poi il governo muscoloso di questi ultimi. E poi il nuovo colpetto di stato, in nome della democrazia. Col ritorno della quale centinaia di Fratelli Musulmani sono stati condannati a morte (anche se probabilmente in appello le condanne saranno modificate, se non altro per motivi di opportunità). Il tribunale degli “Affari Urgenti” del Cairo ha intanto dichiarato fuorilegge il “Movimento 6 Aprile”, protagonista della cacciata del “dittatore” Mubarak. E ora è tutto pronto per il ritorno del Faraone, del Rais, del Boss, insomma dell’uomo fortissimo Al-Sisi, al quale le folle già tributano onori quasi divini, e al quale le nostre gazzette riconosceranno, subito dopo l’intronizzazione, un profilo di temperata laicità e di moderazione politica.

Ricorderete, invece, che in Libia per decenni governò un grande nemico dell’Occidente, il terrorista su scala industriale Muammar Gheddafi. A dire il vero per le nostre gazzette progressiste Muammar non era poi tanto malaccio: aveva il merito di essere la bestia nera di Reagan. Poi Muammar, a modo suo laicissimo e nemico degli islamisti, negoziò la sua resa all’Occidente in cambio del mantenimento del potere nel suo paese. Il patto era vergognoso ma fu siglato. I rapporti tra Libia e Occidente (e quindi Italia, soprattutto) divennero intensi e anche proficui dal punto di vista economico. Muammar divenne più strambo di Lady Gaga ma chissà perché non venne apprezzato da un mondo che è riuscito di recente ad incapricciarsi di una Conchita Wurst con la quale avrebbe potuto formare per davvero la coppia del secolo. Poi venne la primavera libica, cioè la sceneggiata degli islamisti di Bengasi capitanati dal filosofo e raffinato donnaiolo Bernard-Henri Lévy, ribelli in nome della democrazia. In loro soccorso corse l’Occidente. L’intervento fu una canagliata e una follia, certificata scientificamente dalla mancanza di qualsiasi protesta pacifista e dall’approvazione di una sinistra finalmente guerrafondaia. Muammar venne cacciato come una fiera della foresta, ucciso e la sua carcassa esposta come un trofeo. Poi furono due anni di caos e anarchia. Adesso la situazione sembra chiarirsi. Un vecchio generale ex gheddafiano, Khalifa Haftar, per vent’anni in asilo politico negli Stati Uniti, ha riunito attorno a sé le milizie laiche anti-islamiche, ed è ad un passo dal solito colpetto di stato, che se avrà successo a naso sarà benedetto dall’Occidente, in nome della democrazia, s’intende, specie se Haftar saprà tenere unita la Libia col pugno di ferro alla stregua di Gheddafi.

Quello che scoccia è che dopo tutto il casino combinato Sarkozy, Cameron e Obama non abbiano ancora detto una parolina di scusa. Del tipo: siamo stati fessi. Almeno quello. Quanto a Bernard-Henri Lévy le scuse non basterebbero. Io lo prenderei per un orecchio, lo denuderei, gli taglierei i capelli a spazzola, lo costringerei con l’aiuto di qualche aguzzino, e dopo qualche ragionevole e meritata tortura, a mettersi un paio di jeans larghi col risvolto, una felpa, un paio di sneakers fosforescenti ai piedi e un cappellino da baseball in testa. Certo l’uomo in bianco e nero soffrirebbe enormemente. Ma per lo shock potrebbe anche guarire e tornare ad essere un uomo normale.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Articoli Giornalettismo

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (20)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

LUCA BARBAROSSA 02/05/2011 Prototipo del sanremese impegnato – musica bolsa + testo seriosetto + sorriso stampato in faccia – è il più melenso cantautore italiano degli ultimi trent’anni: questo doppio conformismo lo portò negli anni ottanta a satireggiare con molta urbanità sulla Milano da bere e sui socialisti. A dimostrazione che anche la mediocrità ha la sua costanza, ieri era sul palco del concertone del primo maggio ad intonare “L’immunità”, parodia del famigerato capolavoro di Albano & Romina Power, di cui ha cambiato solo le parole, lasciando la musica intatta, tanto la sente sua.

AHMED OMAR BANI 03/05/2011 Che i ribelli di Bengasi avessero bisogno di addestramento l’avevamo capito dopo la prima schioppettata. Ma forse nemmeno Cameron e Sarkozy sospettavano che avrebbero dovuto cominciare con l’abc: l’uso del cervello e della favella. Ahmed Omar Bani, il giorno dopo la morte di Bin Laden, ha detto che loro, i più casalinghi ribelli che l’Africa abbia mai conosciuto, beniamini dell’ONU e della NATO, e virgulti della nuova democrazia libica, stanno aspettando il prossimo passo: “vogliamo che gli americani facciano lo stesso con Gheddafi”. E costui è il loro portavoce, quello più furbo ed esperto di tutti, il grande Ahmed, la volpe del deserto che nessuno mai infinocchiò.

NICOLAS SARKOZY 04/05/2011 La blitzkrieg che doveva incenerire nel giro di una settimana il beduino tripolitano ha avuto lo stesso strabiliante successo delle rodomontate mussoliniane, ma è noto come l’arma più potente in mano ai francesi sia l’amor proprio. Quindi Nicolas non demorde. “La Francia” ha detto fierissimo “assumerà l’iniziativa nelle prossime settimane di una grande conferenza degli amici della Libia per costruire il futuro del Paese, con tutte le sue componenti politiche, incluso – se serve – esponenti del regime di Gheddafi, a condizione che abbiano rotto con lui e non abbiano le mani sporche di sangue”. Grande, grande, grande, la Francia, anche quando il trombettiere suona una mezza ritirata. Ancor più grande sarà quando, buttando il suo grande cuore oltre l’ostacolo, e per il bene dell’umanità, e in particolare di quella italica, si assumerà la responsabilità di parlare a quattr’occhi col dittatore. Non lo potremo mai ringraziare abbastanza.

WALTER VELTRONI 05/05/2001 Spesso certe verità si fanno strada lentamente, non perché siano nascoste, ma perché vi si oppongono legioni di cretini disposti a credere a tutto, fuorché ai propri occhi e alla logica elementare: per esempio, al Berlusca bombarolo. Sicché potete affannarvi anche per tre lustri di seguito a ribattere che uno più uno fa due e non tre, ma non caverete un ragno dal buco: è solo in vista del fatidico e fisiologico ventesimo anno che la Grande Loggia detta Società Civile si accorge di aver preso un granchio. Quando Falcone saltò per aria era considerato un venduto dagli Ayatollah della sopramenzionata società; poi gli stessi lo onorarono; con Falcone e Borsellino saltarono in aria definitivamente anche la prima repubblica, il pentapartito che aveva ottenuto la maggioranza dei voti alle elezioni ancora un mese e mezzo prima della strage di Capaci, e Craxi, il “protettore” del Berlusca; volendo fare dietrologia da strapazzo, ma almeno logica, la morte di Falcone segnò l’arrivo di Scalfaro al Quirinale nel giro di qualche giorno, e di Violante e Caselli rispettivamente alla presidenza dell’Antimafia e a capo della Procura di Palermo nel volgere di qualche mese; e segnò anche l’inizio della famigerata “trattativa”, se ce ne fu una; nel 1993, l’anno dei bombaroli, fu il probo Conso – detto senza ironia – regnanti Ciampi e Scalfaro, a non firmare il 41bis per 140 mafiosi. Ora perfino un fior di galantuomo come Giovanni Brusca c’è arrivato: Berlusconi non c’entra niente con le stragi. Avendo però capacità divinatorie i mafiosi lo avvertirono, ancor prima della fondazione di Forza Italia, affinché una volta premier il Berlusca si mettesse di buzzo buono a lavorare per la revisione del maxiprocesso e dell’articolo in questione. Sennò bombe. Cose che puntualmente non si verificarono. Ed è logico: le farse vogliono muovere al sorriso. Impermeabile alle barzellette, l’unico che non ha capito una mazza è Walter, per il quale la Commissione Antimafia dovrà sentire il Berlusca in merito. Svegliatelo. Fra vent’anni.

ELISABETTA CANALIS 06/05/2011 Si è spogliata. Per solidarietà con tutte le bestiole maltrattate nel mondo. Per denunciare i gironi infernali in cui sono costretti a sopravvivere contro natura milioni di animali da allevamento, solo per morire al momento giusto per i nostri gusti e le nostre tasche. Per aiutare la campagna Peta “No pellicce”. Qui siamo ben lontani dalla solita volgarità gridata ed esibizionista del mondo dello spettacolo. Qui trionfa finalmente l’umanità, l’intelligenza, la sensibilità: insomma, l’impegno nel senso più nobile del termine. Ma allora perché anche qui la femmina la vogliono nuda?

Articoli Giornalettismo, Esteri

Crisi libica: l’isolamento di Obama, Cameron e Sarkozy

La crisi libica rischia di avere un significato molto più importante di quanto la modesta portata del conflitto potrebbe far pensare. Era stato il vostro tuttologo di sfiducia ad anticiparlo tre settimane fa. Son cose che riescono più spesso ai dilettanti che godono il privilegio di spararle grosse in perfetta libertà, che alle ammosciate penne dei grandi giornali, le quali, si sa, hanno una reputazione da difendere. Ecco qua comunque la profezia:

Sarkozy e Cameron non si rendono conto che il loro maldestro intervento nel sanguinoso pasticcio libico consentirà non solo alla vecchia Russia, ma anche ai nuovi giganti che si stanno affermando nel mondo, alla Cina, all’India, al Brasile, di testare sulla scena internazionale il peso politico della loro influenza. Potranno farlo con più forza assieme, e faranno proseliti, perché titilleranno i sogni di revanscismo anti-occidentale sempre latenti a livello globale. E purtroppo questa volta avranno anche le loro buone ragioni.

Un intervento sconclusionato, non di rilievo veramente strategico, giacché Gheddafi si era già “arreso” all’Occidente, nel quale la manifesta pretestuosità dei motivi umanitari e “democratici” (su questo non mi ripeterò) si sposava alla mancanza di perentorietà e di forza nell’azione militare. Il velleitario Sarkozy ha sbagliato, anche se per motivi opposti, dove sbagliò pure il velleitario Chirac ai tempi della seconda guerra del golfo: nella sopravvalutazione del peso della Francia nel contesto internazionale dopo il crollo del blocco sovietico e nella sottovalutazione di quello dei paesi emergenti. Allora fu De Villepin a cercare d’ingraziarseli e di cooptarli in funzione antistatunitense con un famoso discorso all’ONU che ebbe molti applausi, ma che certo non diede alla Francia la leadership sperata. Questa volta Sarkozy, nonostante la cortissima coperta della risoluzione ONU, sperava nella regola del silenzio/assenso. Il guaio è che ha trascinato nell’errore i due bambolotti che guidano gli Stati Uniti e il Regno Unito.

E così l’altro giorno, dopo che già l’Unione Africana aveva sostenuto la necessità di un dialogo fra il governo libico e gli insorti, al vertice di Sanya (Cina) i BRICS – Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa, un imponentissimo pezzo di demografia, territorio ed economia mondiale – si sono dichiarati contrari all’uso della forza per risolvere la crisi in Libia e hanno criticato i bombardamenti della Nato. Posizione che ha incassato subito l’approvazione del vicario apostolico di Tripoli, Giovanni Innocenzo Martinelli, il quale, dopo aver ribadito all’agenzia vaticana Fides la necessità di una forma di diplomazia “che rispetti la realtà libica” – parole misurate ma già assai significative – ha detto: “In questo senso ho apprezzato la posizione dei BRICS. Mi sembra molto saggia perché privilegia l’azione diplomatica sull’uso della forza”. Subito dopo Obama, Cameron e Sarkozy hanno replicato congiuntamente in un articolo pubblicato su quattro quotidiani – Le Figaro, The Times, The International Herald Tribune e Al-Hayat – con quella che sembra insieme una dichiarazione d’impotenza, una richiesta di comprensione all’opinione pubblica mondiale e una excusatio non petita: “Non si tratta di spodestarlo con la forza”, si legge nell’articolo, “ma è impossibile immaginare che la Libia abbia un avvenire con Gheddafi”, e “che qualcuno che ha voluto massacrare il proprio popolo giochi un ruolo nel futuro governo libico”.

La realtà che invece nessuno poteva immaginare fino a qualche mese fa è che i tre moschettieri si sarebbero cacciati in un cul-de-sac dal quale molto difficilmente usciranno vincenti. Di volenterosi entusiasti non se ne vedono all’orizzonte, a parte il Qatar, nota potenza in grado di spezzare le reni ai castelli di sabbia del deserto arabico, mentre i paesi europei si sono tutti imboscati. Questa operazione “troppo facile” all’inizio per essere non tanto disinteressata, che sarebbe stato chiedere davvero troppo, ma almeno inquadrabile in un giustificato, responsabile, condiviso disegno strategico occidentale; quest’impresa guerresca troppo facilmente trascurata dalle orde dei pacifisti; questa missione civilizzatrice troppo facilmente benedetta dai media nel nome di una insostenibilmente facile retorica democratica; insomma, questa cavolata bella e buona non trova solidarietà in Occidente perché puzza di falso lontano un miglio. Ma intanto è andata avanti, senza che si veda la minima luce in fondo al tunnel. Operazioni di terra senza l’appoggio di una nuova (e impossibile nel senso auspicato dai tre) risoluzione ONU, oltre che difficilmente accettabili dalle opinioni pubbliche europee ed americane, apparirebbero come una prova della protervia dell’Occidente: e nella storia, si sa, quanto più un re per il resto debole, “illuminato” e conciliante s’impunta, tanto più facilmente si manifesta l’odio contro di lui. Perfino una riuscita operazione d’intelligence volta all’eliminazione fisica di Gheddafi appare a questo punto come un grande azzardo: la vicenda è oramai di tale chiara lettura che nessun velo d’ambiguità potrebbe metterla al riparo dalle reazioni di mezzo mondo.

Incaponirsi in questo imbroglio come per adesso mostrano di voler fare, a parole, i tre vanagloriosi moschettieri – e il Consiglio Nazionale di Transizione Libico, il cui jusqu’au-boutisme, per dirla alla francese, così anche BHL capisce, non sembra molto più sensibile di quello dei fedeli del Raiss alle sofferenze del “popolo libico” – rischia di fare solo danni. Berlusconi finalmente si è mosso, dicendo chiaro e tondo che l’Italia non parteciperà ai bombardamenti, mettendo così fine ai tentennamenti del ministro degli esteri e all’inopportuno attivismo pro-ribelli dell’assai garrulo portavoce della Farnesina Maurizio Massari. Sullo sfondo, per l’Italia (e per la Turchia) un non impossibile ruolo di mediazione se saprà farsi avanti al momento giusto, da capitalizzare, come indennizzo, nel dopoguerra.

Questa contenuta ma ferma alzata di scudi dei BRICS è solo la prima manifestazione di quello che sarà uno scontro/confronto ineludibile nel XXI secolo. Conosciamo benissimo l’enormità dei danni collaterali che l’avvento dei tempi di democrazia ha causato in Europa nell’ultimo quarto di millennio: i totalitarismi, per esempio, versione illiberale dell’universalismo che è proprio della democrazia, o i nazionalismi aggressivi che scaricano all’esterno la pressione derivante dalla difficile gestione delle istanze democratiche di massa al proprio interno. L’Occidente ricco e maturo si confronterà e si scontrerà a lungo con un mondo in tumultuoso sviluppo economico ma democraticamente ancora immaturo, prima che quest’ultimo diventi, anch’esso, “Occidente”. Dispiace che l’esordio veda l’Occidente dalla parte del torto. Ma a parte questo piccolo dispiacere, sicuro che agli spiriti più perspicaci il succo nobile ed elegante di tutta la faccenda non sia sfuggito fin dall’inizio dell’articolo, son pronto tuttavia a ribadirlo ai più tardi di comprendonio. Ed è questo: IO L’AVEVO DETTO.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Articoli Giornalettismo, Esteri

Crisi libica: Silvio, è ora di muoversi

Avete notato? I bollettini di guerra che arrivano dalla sponda sud del Mare Nostrum oramai sono stati derubricati a notizie di seconda e terza fila. Leggo per esempio sul sito internet del Sole24Ore: “La tensione resta altissima in Libia”. Tensione? Che razza di titolo è per una guerra? La ragione di questa retrocessione è semplice: ci si annoia. Infatti, a parte qualche sfortunato che ci rimette ogni tanto la pelle, e che anche dopo morto si chiede perché cavolo è toccato proprio a lui di dire addio alla parabola terrena in una farsa di guerra e non in una guerra vera; a parte le continue lagne dei partigiani bengasini che ancora si chiedono perché i loro liberatori occidentali avessero promesso che, niente paura, ci capiamo, siamo fra uomini, voi ci mettete la faccetta olivastra e i moschetti dell’era giolittiana, anche per la gioia dei nostri pubblicitari, e al resto pensiamo noi, e ora invece non si fidano neanche di mettere la loro faccetta bianca fuori della carlinga degli aerei; a parte questo, non succede un bel niente: le sabbie mobili e infuocate del deserto hanno inghiottito tutto, compreso l’imbarazzo di chi ha promosso questa mattana, e di chi l’ha applaudita.

L’Italia ha cercato di resistere ai diktat franco-britannici-americani, ma non ha resistito abbastanza. Riconoscere ufficialmente il gruppetto bengasino come “unico” rappresentante della nuova Libia ed accettare la pregiudiziale della dipartita di Gheddafi sono state due sciocchezze che ci hanno tolto importanti munizioni diplomatiche da gestire in proprio, tanto più che la risoluzione ONU non le contempla affatto, tanto più che fin dall’inizio hanno sbattuto contro la realtà dei fatti, e tanto più, infine, che vanno con ogni probabilità contro i nostri interessi. Domani (martedì) il capo del Consiglio nazionale di Transizione di Bengasi, Mustafa Abdul Jalil, sarà a Roma dove incontrerà Frattini, Napolitano e in serata Berlusconi. E’ meglio che il presidente del consiglio metta la museruola a Frattini e non prometta un bel nulla. Il 14 aprile al Cairo ci sarà poi una conferenza internazionale sulla Libia con la partecipazione dell’ONU, la Lega Araba, l’Unione Africana e l’Organizzazione della Conferenza Islamica. Nel frattempo è sempre più chiaro che i giovanotti che hanno combinato la frittata, Sarkozy, Cameron & Obama, non hanno la più pallida idea di come venirne fuori. Soprattutto il primo, che ha scommesso sulla “virtù” di un machiavellismo a costo zero, tanto pensava facile la partita, e invece si ritrova con un’altra rogna dopo quella in Costa D’Avorio, dove l’unilateralismo “democratico e umanitario” francese ha aggravato più che composto gli odi fra le fazioni in quella che è ormai una guerra civile.

La verità è che giorno dopo giorno il colonnello sta ridiventando un “interlocutore”. Dirlo non si può. Ma tenerlo a mente è un dovere. La posizione dei paesi occidentali si sta indebolendo a vista d’occhio. E questo non può sfuggire all’attenzione delle potenze emergenti. Prima o dopo, se non sarà l’Occidente a prendere atto della situazione di stallo, saranno esse, incoraggiate, a farsene interpreti. Le prime avvisaglie ci sono già: mentre l’Unione Africana chiede l’immediata cessazione delle ostilità allo scopo di promuovere un dialogo tra il Consiglio di Transizione e il governo di Gheddafi, la Lega Araba, per colpire al fianco l’Occidente, e per saggiarne la “correttezza democratica”, ossia per rispondere alla demagogia con la demagogia, chiederà all’ONU di imporre una no-fly zone su Gaza per l’aviazione israeliana.

Se il regime change non si vede neanche col binocolo, l’Italia ha tutto l’interesse di anticipare con una propria iniziativa questo change of strategy. Nonostante le posizioni fin qui a malavoglia assunte, ne ha il diritto. In forza dei danni che il nostro paese continua a subire nell’indifferenza ostentata dall’Europa, e in forza dell’impotenza di chi questa guerra ha voluto. Sarebbe il colmo doversi adeguare ad un change of strategy che silenziosamente incombe – dopo aver avuto ragione, aver obbedito per causa di forza maggiore alle ragioni dell’alleanza, essersi letteralmente imbarcati in un mare di guai – senza coglierne i frutti.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Articoli Giornalettismo, Esteri

Gli inutili idioti dell’internazionale democratica

Ai tempi della guerra fredda, quando, col mondo diviso in blocchi, ogni conflitto locale aveva valenza strategica, i progressisti – senza neanche parlare dei rossi di qua della cortina di ferro – erano fautori di una politica di delicatissima circospezione nei confronti dell’orbe comunista. Caduto il muro, sono divenuti in tempo relativamente breve i più pedanti censori delle insufficienze delle nuove democrazie dell’ex blocco sovietico. Abbastanza concilianti e comprensivi ai tempi del Moloch comunista, non riescono a perdonare ai nuovi arrivati neanche il minimo difettuccio. Il punto comune fra i due contraddittori atteggiamenti è questo: il rischio è nullo, e vi s’intravede la possibilità di guadagno. La Russia, per quanto brutta per i nostri schizzinosi standard liberal-democratici – e tuttavia in armonia coi suoi precedenti storici, il cui rispetto è imprescindibile se non si vuole costruire uno stato “liberale” sulla sabbia dell’astrattezza dei principi – è mille volte più libera e florida e meno minacciosa di quella brezneviana, per non parlare di quella staliniana, ma a costoro non importa un piffero: denunciare l’autocrazia putiniana come il peggiore dei mondi possibili è lo sport preferito dalle solite e abbastanza mafiose compagnie di giro politicamente corrette.

Analogamente, al tempo degli interventi in Iraq e Afghanistan, i quali, al netto degli orpelli retorici tirati fuori per giustificare la scelta di dirigere l’azione militare proprio contro questi due paesi, preservavano tuttavia il significato “morale” di un’accettazione globale, e quindi strategica, della sfida con l’estremismo islamico da parte del mondo libero, i progressisti si distinsero soprattutto per i distinguo, nel migliore dei casi, giacché in tutti gli altri casi andarono ad ingrossare le fiumane dei pacifisti. Ora che il braccio di ferro con l’Occidente sta producendo vaste crepe all’interno del mondo islamico, perché il tempo lavora contro le sue strutture sociali, così come lavorava contro quelle del mondo comunista, e la minaccia sembra svaporare, i progressisti sono stati i primi ad abbracciare acriticamente i protagonisti delle insorgenze “democratiche” nel mondo arabo, e ad incitare al tirannicidio.

A dar loro man forte, disgraziatamente, certo mondo conservatore che si distingue per l’intransigente occidentalismo, ma che spesso, guarda caso, è di provenienza radicaleggiante se non marxista. E purtroppo alla ristrettezza di visione degli ideologi della democrazia si è aggiunta quella degli assertori, altrettanto ciechi, della politica degli interessi. La “politica degli interessi” gabba le menti degli ingenui meno frequentemente di quella intrisa di sfatto umanitarismo. Ma le gabba. L’egoismo è un disordine morale che annebbia la mente. Vale anche per gli stati. Più una politica degli interessi è lungimirante e meno è immotivatamente conflittuale. La storia ha dimostrato che queste due ristrettezze di visione convolano a nozze spessissimo.

I cattivi risultati di una politica spregiudicata rivestita di umanitarismo li abbiamo già visti sul fronte ex comunista, in Ucraina e in Georgia. Della prima, invece di tutelarne con fermezza e discrezione un autonomo sviluppo democratico, forzando la storia si è tentato di farne una nazione più “europea” che “russa” – il che è una barzelletta – col contorno di inutili e provocatori, al momento, progetti di adesione alla NATO. L’esito è stato quello che di aver diviso ancor di più un paese storicamente irrisolto, e di aver reso manifesta la debolezza europea e americana in loco nei confronti di Mosca, che solo un sognatore poteva immaginare restasse passiva. Stesso errore in Georgia dove l’incondizionato ed acritico appoggio anglosassone ha spinto Saakashvili alle guasconate delle sue iniziative politico-militari contro le repubbliche secessioniste di Abkhazia e Ossezia del Sud, schiacciate da Mosca – che non attendeva altro – con irrisoria facilità, alla faccia dei potenti ed inerti alleati del presidente georgiano.

La crisi libica è la più ambigua di tutte quelle che stanno mettendo sottosopra il mondo arabo. Quella in cui la piazza pubblica ha avuto il ruolo minore. Quella in cui il carattere tribale e bellico si è manifestato fin dall’inizio. Enorme “scatolone di sabbia” abitato da qualche milione di abitanti lungo la costa mediterranea, la Libia è un paese relativamente prospero. “Stato canaglia” per decenni, e con merito indubbio, il paese da una decina d’anni stava uscendo dall’isolamento, con la fine del periodo delle sanzioni, con la ripresa delle relazioni diplomatiche col Satana Americano, con una fitta rete di accordi siglati coi paesi europei allo scopo di potenziare le infrastrutture del paese e diversificare la propria economia. Mai la Libia era apparsa così “vicina” all’Occidente come nei giorni precedenti la rivolta. Eppure proprio contro il regime libico ad un certo punto l’anatema è scattato compatto e potente. Quasi a freddo. La strumentalità della retorica democratica e umanitaria è parsa pacchiana fin dall’inizio, troppo, e troppe le pianificate esagerazioni per non nascondere il fatto che la Libia era diventata l’oggetto di appetiti differenti ma unidirezionali. Che sia così lo dimostrano infallibilmente i babbei della sinistra di casa nostra, nota in tutto il mondo per non indovinarne una da sessantacinque anni, che hanno sposato diligenti la causa dell’intervento franco-britannico. Che non è né umanitario, né lucidamente machiavellico. E’ solo il frutto di una visione ristretta e perciò non avrà successo. Sarkozy e Cameron non si rendono conto che il loro maldestro intervento nel sanguinoso pasticcio libico consentirà non solo alla vecchia Russia, ma anche ai nuovi giganti che si stanno affermando nel mondo, alla Cina, all’India, al Brasile, di testare sulla scena internazionale il peso politico della loro influenza. Potranno farlo con più forza assieme, e faranno proseliti, perché titilleranno i sogni di revanscismo anti-occidentale sempre latenti a livello globale. E purtroppo questa volta avranno anche le loro buone ragioni. Intanto il Vaticano ha cominciato a far sentire la sua voce. Berlusconi ha rimesso in riga Frattini, troppo acquiescente inizialmente verso le posizioni franco-britanniche, e cerca sponde con Germania e Turchia, e ciancia vagamente di ecumenismo tribale. Ma sta solo aspettando il momento giusto, l’intervallo di tempo tra l’arenamento dell’offensiva dei “ribelli” e l’irrompere nella scena diplomatica dei nuovi colossi, per una non impossibile zampata che riporti l’Italia ad avere un ruolo di protagonista attivo nella crisi libica.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Articoli Giornalettismo

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (14)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

GIULIO TREMONTI 21/03/2011 Essendosi dato da lunga pezza alle profezie, scruta infaticabile i segni dei tempi. Ne ha scoperto uno, finalmente, nel (mancato) disastro nucleare di Fukushima. E’ un ammonimento divino. Che lo sia ne è pegno l’idea divinamente balzana che gli ha folgorata una mente già abbondantemente provvista di una sua allarmante luminosità: il debito nucleare, ossia il prezzo da pagare per lo smantellamento degli attuali impianti. Non avendone manco uno straccio, e sommandosi al debito privato relativamente modesto dei suoi cittadini, l’Italia passerebbe automaticamente al numero uno nella classifica dei paesi con le finanze più virtuose. Nonostante il debito pubblico da incubo. Certo che è forte, il nostro Giulio. Una cannonata. E chissà cosa combinerà quando si dedicherà con più convinzione all’interpretazione del volo degli uccelli o all’aruspicina, che da noi ha nobilissime tradizioni etrusche.

IL CORRIERE DELLA SERA & C. 22/03/2011 Apocalisse doveva essere e Apocalisse non è stata. Con grande scorno dei media di casa nostra, che ora, indispettiti dal coitus interruptus nucleare, si attaccano oscenamente al fumetto del reattorino, che chissà, qualche bello scoppietto potrebbe pur annunciare; alle irrilevanti tracce di iodio 131 trovate nei fuggitivi dal paese del Sol Levante, convocati a forza negli ospedali di casa nostra al solo scopo di dare corpo alle ombre, o per giustificare burocraticamente l’imbecillità; al nuovo allarme, provvidenziale, quello sul cibo, lanciato a causa dell’insalatina un po’ radioattiva – almeno quella, per fortuna – raccolta, guarda un po’, non lontano dalla centrale di Fukushima; agli scaffali vuoti dei supermercati, che invece sono pieni; alla Tokyo spettrale e vuota che invece è solo lo spettro di un delirio collettivo; alle “grandi fughe” verso il sud del Giappone che stanno solo nell’immaginazione di reporter dediti alla causa, pronti a fare di uno cento, anzi, un milione, pur di solleticare le paure e il voyeurismo macabro del volgo della penisola. Una farsa, vile, recitata al cospetto di ventimila silenziosi cadaveri, e mezzo milione di sfollati da sfamare e mettere al riparo.

(P.S. Ricordate la storiaccia dell’ambasciatore italiano che telefona “all’ultimo italiano rimasto a Tokyo”, pregandolo di “scappare”, che mi ha fatto imbestialire qualche giorno fa? A quanto pare è una bufala. L’articolo apparso nel sito internet del Corriere è stato modificato, probabilmente in seguito alle rimostranze di qualche italiano residente a Tokyo: Peppe il pizzaiolo non è più “l’ultimo”, ma “uno degli ultimi” e si menziona “una smentita delle fonti consolari di Tokyo”. E allora mi scuso con l’ambasciatore e mando, se ce ne fosse ancora bisogno, ancor più volentieri il Corriere a quel paese.)

GIOVANNI VERONESI & PAOLA CORTELLESI 23/03/2011 Stufo di manuali d’amore, il regista si butta sul sociale. Non sul sociale triste, abbacchiato e grigio del missionario della settima arte. Ma sul sociale che tira, quello che titilla il pubblico: per esempio il fenomeno delle aspiranti veline. Mica scemo il ragazzo. E mica scema la ragazza, la Cortellesi, che per sfondare al botteghino si è trasformata in escort: per disperazione, ma in escort, mica in ladra. Il che dimostra che si può benissimo parlare alla pancia del paese: basta essere furbi, ed ammanicati con la società civile.

NICOLAS SARKOZY & DAVID CAMERON 24/03/2011 Esiste una virtù, sempre trascurata, che si chiama temperanza. Vale per gli uomini. Vale pure per le nazioni. E’ una virtù, perché è figlia di una visione complessiva delle cose. Senza quella, la logica degli interessi diventa ottusa. Il realismo si muta in furbizia ed opportunismo. Senza quella, la retorica democratica e umanitaria suona come una moneta falsa. La morale si degrada a farisaica self-righteousness. Visioni parziali conducono a vicoli cechi. Dio ci conservi i vecchietti, se i “giovanotti” son questi.

SABINA GUZZANTI 25/03/2011 Vogliono un’Italia diversa da quella gretta e cafona che pende dalle labbra dell’imbonitore di Arcore. Poi si fanno infinocchiare come babbei accecati da una volgarissima sete di denaro dagli imbonitori di finanziarie che promettono lautissimi guadagni investendo in obbligazioni di una società con sede nello Stato Libero di Eldorado, ossia il Lussemburgo. Il che dimostra che per fortuna agli italiani, quando tocca loro di scegliere, un certo sesto senso non manca.

Articoli Giornalettismo, Esteri

Quelle irresistibili spoglie libiche

E’ onesto Gheddafi quando dice di sentirsi tradito dall’Occidente. Sì, sì, sì: la verità a volte viene fuori anche da bocche che di norma non la rispettano mai. Curiosissima parabola la sua: quand’era foraggiatore del terrorismo internazionale, se non terrorista in proprio; quando la sua politica era strategicamente avversa all’Occidente; quando aspirava ad un ruolo di leader di un panarabismo alleato alla galassia sovietica; quando il Re dei Re dell’era moderna (quello dell’antichità classica era il Re di Persia degli storici greci) faceva, armi in pugno, il mestatore nelle cose africane; quando era non meno follemente stravagante di adesso; insomma, quando faceva sul serio, per buona parte dell’opinione pubblica, per la cultura e la politica progressista tutta, e per gran parte dei media, il Rais era principalmente “l’ossessione” dei “fanatici” atlantisti. E spesso “impresentabili” erano proprio questi ultimi. E’ da un pezzo che il leone libico si è ammansito, fino a ridursi alla figura di uno di quei re clientes che l’Impero Romano addomesticava sulle linee di frontiera. Le bombe di Reagan, le vicende irakene, il monitoraggio continuo delle sue attività da parte dei servizi segreti americani, europei, ed israeliani, le bacchettate sulle mani che gli arrivavano puntualmente ogni volta che cercava di fare il furbo, lo hanno convinto un po’ alla volta a dedicarsi al suo ricco cortile di casa. Malgrado il Libro Verde e la retorica rivoluzionaria Gheddafi ha sempre conservato l’elastica mentalità del predone o del bandito. Ha mandato messaggi, ha ricevuto messaggi. Si è arreso, mascherando la sconfitta con la scimmiottatura della vittoria, con le panoplie, i pennacchi, le smargiassate oratorie, il circo che ben conosciamo. Un capotribù non poteva accettare di essere umiliato davanti al suo popolo. E l’Occidente ha accettato di pagare questo piccolo prezzo. Sono venuti poi gli affari e le strette di mano. Può darsi che il modo ancor offenda molti, ma i patti ormai erano chiari. Curiosamente, o meglio, significativamente, per i belli spiriti sopramenzionati il leone è diventato “impresentabile” da quando ha perso le unghie.

Nei suoi rapporti col Rais Berlusconi non ha rotto nessuna solidarietà occidentale; si è mosso al suo interno; la geografia ne ha fatto il principale protagonista di questo nuovo assetto di pace col potere libico. Che non è affatto un appeasement. Ha preso un grosso abbaglio chi in questi giorni ha parlato di “spirito di Monaco”, di liquefazione dell’Occidente. Lo “spirito di Monaco” necessita di un avversario di rilievo strategico, o di un avversario inquadrato in un’alleanza di rilievo strategico: Gheddafi non era né il Filippo di Macedonia contro la cui minaccia Demostene metteva in guardia indefessamente gli accidiosi ateniesi, né Hitler, né l’Unione Sovietica, né la punta di diamante di un Islam in rotta di collisione con l’Occidente. Non era nemmeno un avversario. Non più. Un avversario vero, in proprio o per le reazioni a catena che uno scontro con esso può innescare, fa marciare gli eserciti dei pacifisti, di cui oggi non si vede l’ombra. Sbagliatissimi – quanto è facile incorrere in errore quando l’errore è così comodo ed indolore! – sono i paragoni con Saddam Hussein e con Slobodan Milošević. Il primo si alienò l’appoggio dell’Occidente, goduto durante la guerra con l’Iran, e parte di quello del mondo arabo, col suo attacco al Kuwait, una prova di forza, una “volontà di potenza” che non escludeva mire destabilizzanti sull’Arabia Saudita; i massacri domestici lo resero moralmente indifendibile ed insieme alla debolezza seguita alla prima guerra del golfo, ne fecero, insieme coi talebani, un bersaglio abbordabile sia militarmente sia dal punto di vista dell’opinione pubblica quando gli americani decisero di prendere per le corna il problema del terrorismo islamico. La decisione di farla finita con Slobodan Milošević, invece, arrivò solo dopo un quinquennio di carneficine nella ex Jugoslavia – imputabili in buona parte, ma non solo, al nazionalismo serbo – anche perché Belgrado aveva un potente avvocato nella Russia.

I sommovimenti che stanno scuotendo il mondo arabo hanno colto di sorpresa il mondo occidentale. Prevederne la tempistica era assai arduo, e la simultaneità di tante insorgenze può far nascere qualche sospetto. Ma si possono spiegare, in gran parte, anche senza ricorrere a teorie complottiste. La crisi strutturale, alla lunga irreversibile, di una società islamica messa sotto pressione dal trionfante universalismo democratico figlio della civiltà cristiana; combinata con la demografia; combinata con l’aumento dei prezzi delle materie prime e dei cibi, gravoso per noi ma letale in paesi dove la maggior parte del reddito se ne va per i beni di prima necessità; tutto ciò può aver acceso il fuoco della rivolta, anche se poi a soffiarci sopra si è fiondato chi poteva trarne vantaggio. Forse perché del disastroso aumento dei prezzi lo stesso Occidente è stato in parte la causa, non mediante la “speculazione” e l’ingegneria finanziaria, che sono agenti secondari, ma mediante le politiche di quantitative easing che hanno già creato la famosa bolla, una specie di tacito statalismo in forma “privatistica” appaltato alle banche centrali, che alla fine della fiera si è trasformato in debito pubblico, e che tutti hanno benedetto, perché era un sogno comodissimo pensare ad un’economia senza risparmi e feconde privazioni; forse per questo oscuro senso di colpa, giustificato una volta tanto, l’Occidente con lestissima sfacciataggine ha sposato la causa delle piazze e dei ribelli, ribattezzando “dittatori”, nel momento della loro caduta nella polvere, personaggi come Ben Ali o Mubarak, normali, anzi “ragionevoli” autocrati nordafricani con i quali aveva tenuto ottimi rapporti per decenni senza che l’infame nomea li avesse mai sfiorati.

Meno chiara è stata l’origine del malcontento libico, che sicuramente, però, ha avuto anche origini tribali. Fatto sta che anche per Gheddafi sembrava scoccata l’ora della fine. Il mondo pareva popolato da stati-avvoltoi in attesa di buttarsi sulla preda. Così si spiegano l’universale condanna del Rais, le balle spaziali di Al Jazeera sui “massacri” del colonnello e sulle fosse comuni, l’adozione degli insorti di Bengasi quali ventriloqui della volontà popolare, la retorica “democratica” sui crimini contro l’umanità di chi spara contro il proprio popolo, come se una guerra civile potesse avere caratteristiche differenti, e come se i metodi sbrigativi del leader libico li avessimo scoperti oggi. Il tutto mentre in Bahrein e nello Yemen la polizia sparava sui dimostranti senza che la grancassa mediatica si mettesse mai veramente in moto. La resistenza di Gheddafi ha sorpreso chi si era ormai troppo esposto. Il vecchio nemico e il recente “buon vicino” è diventato definitivamente scomodo e andava eliminato. In questo schema obbligato, e con il timore di essere tagliati fuori dai dividendi del dopoguerra, s’inseriscono le astensioni di paesi come Cina e Russia sulla risoluzione ONU che ha dato il via libera alla no-fly zone. In questo schema l’Italia è rimasta intrappolata, senza averne troppe colpe. La prudenza iniziale sul caos libico era saggia e, come si è visto, giustificata. Ed inevitabile il riallineamento attuale. Non si può parlare di doppiezza.

Sennonché ancora una volta tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. La mossa franco-britannica ha più l’impronta dell’estemporaneità che della chiarezza d’intenti. Il pericolo che il passo si riveli più lungo della gamba è concreto. E’ assai improbabile che, da sola, la no-fly zone possa far cadere il Rais, vista la mancanza di significative forze di terra ostili al regime all’interno della Libia. E d’altra parte se la no-fly zone dovesse trasformarsi troppo scopertamente in un’azione militare volta all’eliminazione di Gheddafi, un’azione che di no-fly zone avesse soltanto il nome, e che facesse troppe vittime fra la popolazione, essa potrebbe avere effetti controproducenti nel mondo arabo; effetti che si stanno già manifestando, e che il Rais sfrutta a suo favore giocando al martire dei crociati. Se poi l’intervento si prolungasse senza frutto e tanto sangue, potrebbe consentire ai colossi che per il momento stanno alla finestra, come Russia e Cina, di giocare la parte trionfante del deus ex machina. Per salvare capra e cavoli, all’Italia non rimarrebbe allora che una carta, da giocare con molta decisione e presenza di spirito: anticiparli, facendosi patrocinatrice di una soluzione inter-libica. Cosa impossibile in apparenza, e probabilmente anche in realtà, ma Gheddafi ha un fiuto animalesco e di giravolte ne ha già fatte di incredibili. Berlusconi si è lasciato sfuggire una frase, all’apparenza assurda, ma che segnala, se capisco l’uomo, come credo di capirlo, che questo scenario il presidente del consiglio se l’abbia già prefigurato: “Spero che Gheddafi ci ripensi…”

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Articoli Giornalettismo, Esteri, Italia

Lumi da Parigi?

Chissà se il risultato delle elezioni regionali francesi riuscirà a svegliare dall’eterno letargo i cervelloni della sinistra italiana. Ne dubito. Se non fossero così zavorrati dalla mitologia antifascista, oggi nella versione antiberlusconiana, forse potrebbero anche coglierne il dato che più dovrebbe balzare all’occhio italico non foderato di spessa mortadella emiliana: non la vittoria, ma la vittoria del partito “socialista”.

Diciamo subito in primo luogo che il dato delle elezioni regionali in Francia ha un significato politico più importante di quanto accada per quelle italiane, e minori conseguenze pratiche. Sebbene anche in Francia, patria della centralizzazione e di una burocrazia tanto grandiosa quanto miracolosamente ancora funzionante, le piccole capitali come Lione, Nantes, Bordeaux, Tolosa o Marsiglia si stiano pian piano affrancando dal complesso d’inferiorità nei confronti della Ville Lumière, nella testa del francese medio l’Esagono continua ancora grosso modo a comporsi di due entità: Parigi e “la provincia”, ossia tutto il resto. Per cui il Presidente di Regione rimane ancora una figura non molto lontana da quella di un importante ma grigio funzionario, il cui nome viene spesso dimenticato perfino dai suoi amministrati. Cosicché per i francesi queste elezioni rappresentano soprattutto l’occasione per sfogarsi e mandare avvertimenti alla classe politica, senza incorrere, per così dire, in alcun “pericolo”. Tuttavia, l’indicazione uscita dal voto delle regionali è forte: al secondo turno il partito di Sarkozy ha preso appena il 36% dei voti, mentre la sinistra organizzata intorno al PS – con una forte presenza dei Verdi e qualche rimasuglio comunista – è stata premiata col 54% dei voti, senza avere avuto e soprattutto sentito il bisogno di contrarre alleanze spurie con centristi ed altra strana fauna.

Diciamo in secondo luogo che questo scenario si replica più o meno uguale in tutti i piccoli e grandi paesi europei quando la sinistra vince incardinandosi su di un forte partito socialista, socialdemocratico o laburista. Ciò significa che dalla maggioranza degli elettori di quei paesi il partito socialista, nonostante la ragione sociale e la netta coloritura politica, laica e magari anche radicaleggiante, che vinca o che perda viene sentito come una forza “nazionale”, responsabile e non partigiana. Ma questo non accade in Italia, la grande anomalia. E questo è il grande problema che la nostra sinistra evita ancora di affrontare a viso aperto, preferendo cavalcare il mito comodo dell’anomalia altrui. E in questo si distingue particolarmente quell’umanità superiore che, sonnecchiando nello spirito, motteggiando schifata e non capendo una mazza, vivacchia in maniera sopraffina sulle rive della Senna. Come fa a diventare una forza politica “nazionale”, come fa ad essere sentita come una forza “nazionale”, una sinistra che in obbedienza al retaggio comunista – ma se ne rendono conto sì o no? – mentre predica l’amore universale per i diversi di tutte le specie, per sentirsi viva continua a coltivare il mito della propria diversità, aggiornandolo di decennio in decennio secondo le mode più accattivanti e più opportune – noi comunisti, noi antifascisti, noi onesti – e scavandosi così la fossa giorno dopo giorno? Ci provò il “socialista” Craxi a farla uscire da questa maledizione, e lo si volle archiviare come un criminale. Ancor oggi ogni timido passetto in avanti in quella direzione viene bollato come collaborazionismo, revisionismo, tradimento. Ci pensano come anticorpi maligni gli scemi+scemi della purezza democratica a rimettere in riga il reprobo colpevole di tale misfatto: i siamo-tutti-Saviano, i vaffanculisti, gli adoratori della legge. E’ una corrente irrazionale, isterica, nel fondo violenta, che la nazione, più che riconoscere e decifrare, sente al livello più elementare, avendone paura. Berlusconi se ne fa interprete e le contrappone con gusto blasfemo perché inconcepibilmente casalingo il Partito dell’Amore. E a sinistra ridono, esattamente come i folli.

Diciamo allora in terzo luogo che in realtà in Italia l’unico partito “italiano”, e il meno settario, è proprio il partito ad personam di Berlusconi. In questo sta la sua razionalità; ed è per questo che vive nel “popolo” nonostante goffaggini catastrofiche e nonostante l’umana carne già debole di per se stessa dalle sue parti sia ancora più debole; è per questo che la più disorganizzata delle forze politiche tanto più vince quanto più la posta è alta e meno legata a interessi particolari o locali; ed è per questo che sopravvivrà a Berlusconi. Le altre forze politiche italiane, parrocchie, parrocchiette, tribù, clan e club, non so.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Esteri

E adesso Sarko dovrà ri-fare i francesi

Sarkozy ha vinto. La grande partecipazione al voto lo ha favorito. Gli elettori centristi e dell’estrema destra lo hanno sostanzialmente premiato e non hanno ascoltato i loro leader, Bayrou e Le Pen. Ciò significa anche la vittoria dell’approccio politico del nuovo presidente francese, ostentatamente estranea alla logica dei partiti e alle tattichette delle transazioni di piccolo cabotaggio (capito Casini?),  quella forma che è già sostanza in quanto nello sclerotizzato panorama transalpino è una relativa novità. Diciamolo: è una riedizione berlusconizzata, quindi modernizzata, del gollismo. Secondo i primi sondaggi nel campo di Bayrou (che aveva detto democristianamente – ma che brutta malattia! – che non avrebbe votato Sarkozy) il 40% dei suoi sostenitori ha votato Sarkozy contro il 38% per la Royal, e il resto si è astenuto. Nel campo di Le Pen (che aveva invitato all’astensione) invece ben il 63% degli elettori ha votato per Sarkozy e solo il 12% per la Royal. E’ un fatto importante culturalmente, e che mi sembra invece  sottovalutato, che d’ora in poi anche la figura del brillante e sulfureo leader della Francia ultranazionalista avrà qualcosa di démodé. Gli roderà molto, al vecchio leone, che i suoi siano stati sedotti dal messaggio ragionevolmente nazionalista, ragionevolmente identitario, ragionevolmente sécuritaire (e quindi con qualche possibilità di applicazione concreta)  dell’aggiornato semipopulista di purissima origine …ungherese, per di più screziata d’ebraismo.

Nell’attesa dell’arrivo del nuovo presidente, favoleggiato in Italia come cattolico e liberale, dentro e fuori la Sala Gaveau, la folla di migliaia di simpatizzanti ha intonato spontaneamente la Marsigliese, il canto giacobino della repubblica nata dalla Rivoluzione francese. Nessuno avvertiva l’intima contraddizione di un tale atteggiamento e se qualcuno avesse fatto delle osservazioni al riguardo, sarebbe stato giudicato stravagante o peggio. Ciò dice molto della temperie culturale dentro l’esagono: i conti con l’eredità culturale della Rivoluzione Francese si faranno, e si stanno facendo, ma con calma. E Sarkozy, animale politico, queste cose le sa benissimo. Per cui nel suo sentito ed ecumenico discorso di ringraziamento al popolo francese, ha alternato la solita insolita franchezza su alcuni temi, soprattutto l’identità culturale francese:

Le peuple français s’est exprimé. Il a choisi de rompre avec les idées, les habitudes et les comportements du passé. Je veux réhabiliter le travail, l’autorité, la morale, le respect, le mérite. Je veux remettre à l’honneur la nation et l’identité nationale. Je veux rendre aux Français la fierté d’être Français. Je veux en finir avec la repentance qui est une forme de haine de soi, et la concurrence des mémoires qui nourrit la haine des autres.

ma anche occidentale, con un non troppo velato accenno alla condizione femminile nei paesi mussulmani:

Je veux lancer un appel à tous ceux qui dans le monde croient aux valeurs de tolérance, de liberté, de démocratie et d’humanisme, à tous ceux qui sont persécutés par les tyrannies et par les dictatures, à tous les enfants et à toutes les femmes martyrisés dans le monde pour leur dire que la France sera à leurs côtés, qu’ils peuvent compter sur elle.

La France sera au côté des infirmières libyennes (bulgares) enfermées depuis huit ans, la France n’abandonnera pas Ingrid Betancourt, la France n’abandonnera pas les femmes qu’on condamne à la burqa, la France n’abandonnera pas les femmes qui n’ont pas la liberté. La France sera du côté des opprimés du monde. C’est le message de la France, c’est l’identité de la France, c’est l’histoire de la France.

ad un vago cerchiobottismo su tutto il resto. Bocca chiusa, anzi sigillata, sul terreno economico, invero poco adatto alla liturgia del trionfo. Beneaugurante un accenno, applaudito, agli Stati Uniti:

Je veux lancer un appel à nos amis Américains pour leur dire qu’ils peuvent compter sur notre amitié qui s’est forgée dans les tragédies de l’Histoire que nous avons affrontées ensemble. Je veux leur dire que la France sera toujours à leurs côtés quand ils auront besoin d’elle.

Mais:

Mais je veux leur dire aussi que l’amitié c’est accepter que ses amis puissent penser différemment, et qu’une grande nation comme les Etats-Unis a le devoir de ne pas faire obstacle à la lutte contre le réchauffement climatique, mais au contraire d’en prendre la tête parce que ce qui est en jeu c’est le sort de l’humanité tout entière.

E’ finita com’è incominciata. Con la folla che intonava l’inno nazionale:
Marchons, marchons!

E questa è la nazione con cui Sarko dovrà fare i conti. Bonne chance!

Esteri, Italia

L’Italia e Sarkozy

Gli italiani, sempre alla ricerca del Santo Graal del perfetto sistema elettorale, o dell’uomo della provvidenza, che possa riportare il nostro paese alla normalità, o alla maturità, con lo spirito caratteristico con cui s’incapricciano, per poi dimenticarsene in un batter d’occhio, di questo o quel nuovo campione, o presunto tale, che calpesti l’erba dei campi di calcio, sembrano ora aver scoperto il modello al quale ispirarsi per trovare il leader della futura e moderna destra italiana: Nicolas Sarkozy. Ma il novello entusiasmo, che ha travolto un po’ troppo anche le pensose pagine dei commenti dei pochi giornali non mancini della penisola, ha finito per dipingere, more italico, un santino più che il ritratto di un personaggio politico.

Ognuno, seguendo la propria sensibilità, vi ritrova quello che gli è più caro: chi l’uomo d’ordine, chi l’uomo della riscossa cattolica, chi al contrario l’alfiere della destra laica, chi addirittura il liberista. Insomma, Sarkozy è divenuto la proiezione di tutte le insicurezze, o meglio di tutte le sperate sicurezze, del popolo dell’opposizione al governo Prodi. E’ l’eterno vezzo degli italiani di guardare fuori del proprio recinto, cercando di carpire il riposto segreto – che per forza deve esserci – che fa funzionare con una certa linearità e razionalità le cose all’estero. E invece Sarkozy ha dimostrato finora di essere soprattutto un uomo politico di notevole statura, ma non tanto per le cose che ha fatte o per le idee che ha espresse, ma per come le ha fatte e come le ha espresse. Ossia: ha osato e rischiato. Si è proposto di diventare, senza infingimenti, presidente della repubblica francese già da qualche anno. Alla bisogna ha lavorato, ma alla luce del sole, dentro il suo partito creandosi  un nucleo coeso di fidi compagni di cordata, tra i quali anche ex ministri, e nel contempo ha offerto all’opinione pubblica, specie nella sua qualità di ministro degli interni e con l’aiuto di una moderna macchina propagandistica, un’immagine coerente di sé. La sua maggiore qualità è stata quindi il coraggio. Senza questa dote umana, che non si può costruire a tavolino, tutto il resto sarebbe stato inutile.

Adesso, date un’occhiata al panorama dei funzionari della politica italiana e provate a cercare una figura che si stacchi dal grigio e mediocre tatticismo, che in Italia procura frequentemente a chi l’applica la bizzarra nomea di politico di razza, e che susciti una qualche speranza di rinnovamento. O meglio, un nome ci sarebbe, ma corrisponde a quello dell’impenitente satiro settantenne Silvio Berlusconi, l’unico che ha rischiato e l’unica grande figura politica italiana degli ultimi vent’anni. E’ così, piaccia o non piaccia. In questo non ci sono segreti. Ed è questo che i professionisti della politica, compresa l’intendenza giornalistica, non hanno ancora perdonato all’outsider italoforzuto. Cosicché, anche se in verità la posizione del nuovo leader gollista è sfuggente su molti temi della politica, soprattutto in economia, egli è stato, almeno per il momento, giustamente premiato per la chiarezza con cui ha manifestato la sua ambizione: esporsi al giudizio altrui è un atto di fiducia, e la fiducia genera fiducia. Ragionamento troppo poco sottile per il sottobosco tanto fitto quanto mediocre dei furbetti della politica italiana.

Esteri

Solo l’astensionismo può ora fermare Sarkozy

21h 30: Résultats du premier tour de l’élection présidentielle pour 63,52 % des inscrits, selon le ministère de l’intérieur :  84,77 % de votants, 15,23 % d’abstention, blancs et nuls 1,36 %. Nicolas Sarkozy est en tête avec 30,42 % des voix. Ségolène Royal est deuxième à 24,73 %. François Bayrou est à 18,33 % et Jean-Marie Le Pen, à 11,34 %. Olivier Besancenot (LCR) 4,38 % Philippe de Villiers (MPF) 2,55 % Marie-George Buffet (PC) 1,90 % Dominique Voynet (Verts) 1,56 % Frédéric Nihous (CPNT) 1,53 % Arlette Laguiller (LO) 1,48 % José Bové (Altermondialiste) 1,40 % Gérard Schivardi (PT) 0,38 %.

Ora Sarkozy deve temere solo l’astensionismo. Come succede quasi sempre nei paesi democratici, l’alto tasso di partecipazione ha favorito in questa prima tornata il candidato conservatore.  Se poi sommiamo i suoi voti (30% circa) con quelli dell’elettorato di Le Pen, (Fronte Nazionale) di de Villiers (Movimento per la Francia) e di Nihous (Caccia, Pesca, Natura e Tradizione) (totale 15% circa) – tutti voti destrorsi – abbiamo già un bacino di votanti del 45%. Anche nel caso di un’indicazione di Bayrou a favore della Royal è praticamente impossibile che l’elettorato centrista (ma di un centro che politicamente è storicamente una costola della destra liberale giscardiana) si sposti massicciamente a sinistra. I primi sondaggi sul secondo turno danno infatti Sarkozy vincitore col 54% dei voti. Ma si deve tener conto che se è certo che l’elettorato della gauche estrema non avrà problemi a mettersi sotto le bandiere della Royal, non è così sicuro che a destra accada altrettanto. Un Le Pen imbufalito,   nella logica del tanto peggio tanto meglio, potrebbe invitare i suoi elettori a disertare le urne, proclamando la sostanziale omogeneità dei due candidati al ballottaggio. Difficile che i suoi però stavolta l’ascoltino. Con ogni probabilità Nicolas Sarkozy eviterà con cura pubblici abboccamenti con i politici della destra estrema e del centro, preferendo, in una linea di continuità col suo messaggio ecumenico e modernamente populista, ribattere sui temi della campagna elettorale. Un primo segno di questo atteggiamento, finora vincente, sono alcuni passaggi del suo discorso pronunciato questa sera alla Salle Gaveau, a Parigi, davanti ai militanti:

“Je ne souhaite qu’une chose, rassembler le peuple français, autour d’un nouveau rêve, celui d’une République fraternelle. (…) La France qui m’a tout donné, je veux tout lui rendre. (…) Je ne changerais pas de ligne de conduite. (…) Je veux parler aux travailleurs, aux ouvriers, aux salariés, aux agriculteurs, à la France qui donne beaucoup et qui ne reçoit jamais rien. Je veux parler d’identité, d’autorité, de travail, de mérite. (…) Je veux dire à tous les Français qui ont peur que je veux les protéger.”

Esteri

La Francia al bivio

La Francia è al bivio: ma gli eventuali cambiamenti si vedranno solo col tempo, molto tempo. Da qualche parte Tocqueville scrisse che le nazioni conservano sempre un qualche inconfondibile tratto peculiare della loro origine, l’eco, per così dire, della loro nascita; cosicché in un certo senso ci dovremo sempre sorbire una Russia con qualche, ancorché larvato, tenebroso aspetto zarista, un’Italia inguaribilmente caotica e ciarlona, una Francia con l’enorme capoccione coronato a Parigi e dove tutto il resto si chiama province. Quando mai nel mondo occidentale si è potuto assistere recentemente a qualcosa di più simile allo sfarzo regale dell’Antico Regime, come nella corte Mitterandiana all’epoca della Repubblica laica e socialista? Questo per dire che anche l’auspicabile vittoria di Sarkozy non potrà certo rivoluzionare la tradizionale ma meritoriamente illustre (la nostra, per mancanza di pedigree, ha anche il difetto di essere sgangherata) mentalità statalista dei francesi. 

Parlando a spanne si potrebbe dire questo: che se la vittoria del candidato gollista rappresenterà un’evoluzione della società francese, un suo cauto ma necessario aprirsi al nuovo mondo globalizzato, la vittoria del candidato socialista non potrà essere che un’involuzione, un avvitarsi, di segno rosso stavolta, nella deriva antiliberale stoltamente sposata, nell’illusione di poterla controllare ai fini di una politica fondamentalmente nazionalista e franco-francese, dalla coppia Chirac–De Villepin. Di fronte alla platea dell’opinione pubblica mondiale Sarkozy si presenterà, e sarà, crediamo, garante di una politica estera di amicizia se non di organica alleanza con gli Stati Uniti, di un’idea di Europa sensata, nel rispetto delle entità nazionali e con un chiaro e tondo no alla entrata della Turchia; un invito, quindi, all’Europa a raccogliersi, ora, in se stessa, a rinforzarne le fondamenta, più che a avventurarsi in nuovi inglobamenti atti a costruire solo un bel colosso d’argilla.

Ma questo sarà anche un modo per dire ai partner europei ed atlantici di lasciarlo in pace sul fronte interno, dove, se avrà sufficiente forza, tenacia e costanza dovrà combattere una formidabile e quotidiana battaglia, non tanto, com’è invece il caso in Italia, con sedimentate burocrazie, o sorde ed inamovibili oligarchie di potere, ma contro una mentalità che in qualche modo traversa tutta la società francese, e che viene da lontanissimo, da quella centralizzazione che l’assolutismo regale costruì per secoli, e che la rivoluzione repubblicana solo purificò nelle forme. Tanto per chiarire, il federalismo straccione che stiamo sperimentando in Italia, soprattutto da parte di quell’Italia de sinistra che tanto lo aveva demonizzato e che ha trasformato caratteristicamente la figura del sindaco in un caudillo (ogni tanto atteggiato a messia e capopopolo) con corte acclusa, nel paese transalpino si è manifestato solo con una timidissima – e guidata dall’alto – decentralizzazione che proprio ai livelli periferici ha trovato la più sorda ostilità. La sua sarà dunque soprattutto una battaglia culturale. Con pragmatismo probabilmente dovrà per forza appoggiarsi alla retorica di una citoyenneté ritoccata in senso moderato, depurata almeno in parte dell’elemento laicista-giacobino che da sempre tinge i richiami alla solidarietà e all’unità nazionale dentro i confini dell’esagono, e volta al recupero di quel milieu tradizionalista che ancora esiste e che non trova sbocchi politici se non nell’autodistruttivo richiamo nazionalista del brillante ed impresentabile Le Pen (e comunque, sia qui detto a scanso di equivoci, molto più presentabile di certi vezzeggiati trotzkisti del XXI secolo) o del più grigio e meno sulfureo De Villiers. Si tenga conto, ad esempio, del fatto che stiamo parlando di un paese dove viene dato per favorito il candidato della destra quando le ultime tornate elettorali hanno premiato massicciamente la sinistra; ciò significa la forza ancora tutta intatta del sentimento socialisteggiante della società transalpina.

Se Sarkozy sarà il nuovo presidente non lo sarà certo per qualche improvvisa voglia di liberalismo; sarà piuttosto il risultato delle aspettative dei francesi sui temi della sicurezza e della identità culturale. Ma tout se tient: parete nord o parete sud, l’importante è cominciare la scalata della montagna; dove Sarko dovrà per forza affrontare quei temi di libertà economica sui quali lo schietto candidato gollista ha finora opportunamente molto menato il can per l’aia, come si dice en Italie.