Il vero senso dell’aut-aut del M5S alla Lega

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MANIFESTO ELETTORALE 1953

Il Movimento 5 Stelle ha posto come pregiudiziale per un accordo di governo la Lega l’emarginazione, o meglio, la messa al bando degli impresentabili di Forza Italia e del loro impresentabilissimo leader Silvio Berlusconi. Lasciando da parte per il momento ogni considerazione politica in senso stretto, faccio notare che ciò che viene richiesto alla destra di Salvini è nient’altro che una scelta di campo antropologica,  una specie confessione di fede, consistente nel riconoscersi nei dogmi della vulgata di sinistra della storia dell’Italia repubblicana, al fine di farsi legittimare politicamente, ma solo al prezzo di entrare pure lui, buon ultimo, nell’area della dhimmitudine culturale che la sinistra ha sempre riservato a chi voleva sottrarsi a quella più dura della demonizzazione e della criminalizzazione.

E’ per questo l’Italia politica sembra perennemente sull’orlo di una guerra civile. Ma se una guerra civile scoppia non è certo a causa della mancanza di bon ton o dell’innalzamento dei toni. Quello è solo il fuoco accidentale che fa esplodere la polveriera che qualcuno ha ammassato con solerzia e sistematicità, spesso nel rispetto formale delle regole, nei seminterrati della società. In Italia ciò è avvenuto attraverso la sedimentazione di un’epica politica di massa che ha trasformato i settant’anni della nostra storia democratica e repubblicana in un lungo romanzo criminale, coi furfanti sempre accampati dalla stessa parte. (Per inciso: si capisce bene quale considerazione di sé possa aver sviluppato il popolo italiano in tutti questi anni di morboso contro-nazionalismo, di auto-denigrazione istituzionale e quasi istituzionalizzata, e come ne abbia guadagnato l’infingardaggine a tutti livelli.) Un signore critico con la sinistra ma lontanissimo dal berlusconismo come Luca Ricolfi scrisse:

«…è venuto il momento di separare le critiche che stanno in piedi (e che sono tante) dal quadro apocalittico che le incornicia e che alimenta un clima da ultima spiaggia, da resa dei conti finale. Se non lo faremo, anche le critiche più serie finiranno per apparire sterili e preconcette. E gli appelli ad “abbassare i toni”, a tornare a un confronto civile, non sortiranno alcun effetto: perché è vero che alla fine del suo lungo percorso l’antiberlusconismo si è raggrumato in un sentimento viscerale, ma all’origine è stato soprattutto un’idea, una costruzione intellettuale, una descrizione dell’Italia lungamente coltivata e ribadita. E’ con questa ricostruzione che è arrivato il momento di fare i conti, con pacatezza e amore per la verità.»

Ma come nacque quest’idea, questa costruzione intellettuale, questa descrizione dell’Italia lungamente coltivata e ribadita? Il giorno di nascita preciso non è conosciuto, ma quello del concepimento sì: l’otto settembre del 1943. Col senno di poi si può dire che l’armistizio privò l’Italia di una salutare sconfitta. L’anno e mezzo che vide la risalita su per lo Stivale degli Alleati permise infatti a mezza Italia, quella più compromessa col regime fascista, di rifarsi una verginità, e di trasformare una cocente sconfitta in una mezza vittoria: la fascistissima Italia, anche nella sua configurazione territoriale, divenne l’Italia comunistissima del dopoguerra. Così, grazie ad un fenomeno militarmente secondario come la Resistenza la sconfitta dei tedeschi divenne la vittoria dell’Italia antifascista. E da allora, senza che nessuno si metta a ridere, con la giornata della Liberazione l’Italia può festeggiare vittoriosa una guerra strapersa.

Trattandosi di una mezza vittoria, conseguita (si fa per dire) da una mezza Italia riscopertasi improvvisamente virtuosa, è chiaro che la mezza sconfitta era da imputare a quell’altra mezza Italia che restava. I due anni successivi al quarantatré, segnati dalla progressiva avanzata degli anglo-americani su per la penisola, fornirono alle vastissime schiere degli opportunisti il tempo necessario per prepararsi spiritualmente ad un prodigioso taroccamento della storia patria. I quattro gatti della Resistenza, dei quali due all’incirca erano spesso dei veri e propri banditi, divennero legione verso la fine della guerra, centinaia di migliaia nell’aprile del quarantacinque: il suo mito batté quindi nel cuore generoso di milioni di ominicchi e quaraquaquà nell’immediato dopoguerra. E la guerra? La guerra non l’avevamo più veramente persa. La guerra l’avevano persa loro, i fascisti. Senza questo imbroglio, i cui frutti velenosi stiamo cogliendo ancor oggi, l’Italia dell’immediato dopoguerra sarebbe stata un paese onestamente unito e in qualche modo pacificato nella vergogna e nella sconfitta, come accadde per la Germania e il Giappone. La setta dell’antifascismo, in parte per nascondere i propri sensi di colpa, in parte per accrescere il proprio potere, cominciò allora a tiranneggiare il resto del paese con l’arma del sospetto.

Le elezioni del 1948 dovevano siglare il trionfo della setta dell’antifascismo, cioè – sociologicamente parlando – degli opportunisti con la coscienza sporca. Ma così non fu. Vinse l’esercito delle beghine cattoliche (detto affettuosamente) inquadrate dal generale Gedda, soldato di Pio XII, per fortuna dell’Italia. La sinistra italiana elaborò la sconfitta in questo modo: la democrazia in Italia non si era ancora compiuta; la Democrazia Cristiana ed i suoi alleati costituivano una sopravvivenza del fascismo, almeno come fatto antropologico; l’Italia era un paese a sovranità limitata, clerico-fascista, governato da disonesti e corruttori; votare comunista, come diceva un manifesto elettorale del 1953, ossia 65 anni fa, significava votare per l’onestà contro la corruzione, e beninteso, per la vera democrazia. In sintesi il messaggio era questo: in Italia la democrazia è sospesa, in attesa della sua piena attuazione; il paese è in mano a un regime corrotto; la Resistenza è stata tradita.

L’Italia moderna dei buoni e dei cattivi nasce in questo momento, da questa menzogna. Nella disgrazia, e nella vergogna, di una guerra colpevolmente iniziata e ingloriosamente perduta, potevamo almeno uscire uniti. L’immorale mezza vittoria ci divise. Mezza Italia, la più compromessa, volle, fortissimamente volle sentirsi innocente. L’unica maniera per farlo era quella di colpevolizzare l’altra mezza, che purtroppo aveva anche la colpa di vincere regolari elezioni: colpevole di essere tiepida, di non aver rinnegato sufficientemente il passato, di essersi convertita solo pro forma, di lavorare segretamente per un nuovo fascismo sotto spoglie falsamente democratiche. Le imposture purtroppo camminano da sole, se ad esse non si schiaccia la testa con prontezza; crescono come un cancro fino a creare veri e propri mondi, miti fondativi, cosmogonie.

La mezza Italia dei buoni poteva quindi riconoscere all’Italia del dopoguerra il pieno status di repubblica democratica solo sul piano istituzionale (e a volte nemmeno quello, una volta, mentre ora i democratici nostrani adorano la Costituzione come un vitello d’oro), non certo sul piano culturale e politico. Certi partiti, certe mentalità, certa Chiesa, di quegli ideali repubblicani e democratici costituivano un tradimento. Bisognava allora che dietro allo Stato Formale agisse uno Stato Parallelo, una cupola reazionaria che agiva nell’ombra per impedire qualsiasi mutamento politico in senso veramente democratico. Ogni angoletto oscuro della nostra storia fu perciò riesplorato e reinterpretato nel tentativo di cavarne la trama unitaria di una Storia Parallela, che in omaggio al linguaggio ridicolo e ripetitivo di questa loggia PV (Propaganda Vera) chiamerei più propriamente la Storia Deviata. Essa per nostra fortuna non ha trovato ancora un Omero di genio che l’abbia imposta al pubblico fondendone artisticamente le più disparate cabale. E credo che sarà ben difficile che ciò avvenga in futuro, finché ci sarà il solito procuratore della repubblica affetto da megalomania che si sentirà in dovere di esercitare pubblicamente la propria dietrologia in una materia che non trova requie.

Tuttavia l’informe mole di questa Storia Deviata nella sua imponenza proietta un’ombra che intimidisce chi non abbia qualità morali sufficienti per resistere, resistere, resistere al vizio profittevole della smemoria. In qualche modo bisogna riverirla, questa storia, o almeno non infischiarsene apertamente, se non si vuole correre il rischio di vedere comparire il proprio nome, magari quale infima comparsa, nel suo dramatis personae. La grande stampa vi si è piegata. Oltre a qualche laico non so se più scemo, puritano, o fariseo, lo fece nel passato il tipo peggiore del democristiano, quello smidollato e ambizioso, che si crede furbo, porgendole con mezze parole, con qualche ammiccamento, un obliquo omaggio col quale comprava un gruzzolo di considerazione tra i comunisti e l’intellighenzia, un gruzzolo e un potere di mediazione che poi spendeva per scalare i vertici del proprio partito.

Questa lettura della storia repubblicana, ostinatamente propagandata e fatta propria da ampi settori della cultura, fu all’origine del fenomeno terroristico, o per meglio dire, della profondità e vastità del fenomeno terroristico di sinistra in Italia, almeno se confrontato con quello che colpì la Francia e l’ex Germania Ovest negli anni settanta e ottanta del secolo scorso. Nel 1977, in un discorso in Parlamento sull’affare Lockheed, Aldo Moro, ora beatificato e contrapposto al tipo uscito dalle fogne dagli ex-comunisti, mentre allora lo incalzavano senza pietà, col coraggio della disperazione fu costretto a negare che la storia della DC fosse un romanzo criminale. A tanto si era arrivati:

«Quello che non accettiamo è che la nostra esperienza complessiva sia bollata con un marchio di infamia in questa sorta di cattivo seguito di una campagna elettorale esasperata. Intorno al rifiuto dell’accusa che, in noi, tutti e tutto sia da condannare, noi facciamo quadrato davvero. Non so quanti siano a perseguire un tale disegno politico, ma è questa, bisogna dirlo francamente, una prospettiva contraddittoria con una linea di collaborazione democratica. A chiunque voglia travolgere globalmente la nostra esperienza; a chiunque voglia fare un processo, morale e politico, da celebrare, come si è detto cinicamente, nelle piazze, noi rispondiamo con la più ferma reazione e con l’appello all’opinione pubblica che non ha riconosciuto in noi una colpa storica e non ha voluto che la nostra forza fosse diminuita. Non accettiamo di essere considerati dei corrotti, perché non è vero.»

Ma nella Storia Deviata a farla da protagonisti, oltre alla corruzione, erano anche il nuovo fascismo, il golpe, i soliti disegni autoritari. Le Brigate Rosse la sposarono in pieno e ne trassero con coerenza le sciagurate conseguenze. Ecco alcuni stralci dei comunicati delle Brigate Rosse al tempo del sequestro Moro. Vi ritroverete, pari pari, a quarant’anni anni di distanza, i ragionamenti – purgati di quanto dovuto alla soteriologia marxista – il lessico, le parole d’ordine, gli epiteti usati ai nostri giorni dai pasdaran della giustizia democratica:

«Chi è Aldo Moro è presto detto: dopo il suo degno compare De Gasperi, è stato fino ad oggi il gerarca più autorevole, il “teorico” e lo “stratega” indiscusso di quel regime democristiano che da trent’anni opprime il popolo italiano (…) Lo spettacolo fornitoci dal regime in questi giorni ci porta ad una prima considerazione (…) A nessuno è sfuggito come il quarto governo Andreotti abbia segnato il definitivo esautoramento del parlamento da ogni potere, e come le leggi speciali appena varate siano il compimento della più completa acquiescenza dei partiti del cosiddetto “arco costituzionale” alla strategia imperialista, diretta esclusivamente dalla DC e dal suo governo (…) Non solo, ma Aldo Moro viene citato (anche dopo la sua cattura!) come il naturale designato alla presidenza della Repubblica. Il perché è evidente. Nel progetto di “concentrazione” del potere, il ruolo del Capo dello Stato Imperialista diventa determinante. Istituzionalmente il Presidente accentra già in sé, tra le altre, le funzioni di capo della Magistratura e delle Forze Armate; funzioni che sino ad ora sono state espletate in maniera più che altro simbolica e a volte persino da corrotti buffoni (vedasi Leone) (…) Ma Moro è anche consapevole di non essere il solo, di essere, appunto, il più alto esponente del regime; chiama quindi gli altri gerarchi a dividere con lui le responsabilità, e rivolge agli stessi un appello che suona come un’esplicita chiamata di “correità”. Ha chiesto di scrivere una lettera segreta (le manovre occulte sono la normalità per la mafia democristiana) al governo ed in particolare al capo degli sbirri Cossiga (…) il prigioniero Moro sta facendo, quella imparziale ed incompleta, che riguarda il teppista di Stato Emilio Taviani. Non vogliamo fare nessun commento a ciò che Moro scrive perché, pur nel contorto linguaggio moroteo che quando afferma delle certezze assume la forma di “velate allusioni”, esprime con chiarezza il suo punto di vista su ciò che riguarda Taviani, i suoi giochi di potere nella DC, e le trame in cui è implicato. (…) ricordiamo il teppista Taviani e la sua cricca genovese con in testa il “fu” Coco, Sossi, Castellano, Catalano montare pezzo per pezzo il processo di regime contro il gruppo rivoluzionario XXII Ottobre, (…) Nonostante questo attacco repressivo, al quale dobbiamo aggiungere l’opera sempre più scoperta di polizia antiproletaria, delatori e spie del regime da parte dei revisionisti del PCI, è cresciuta nelle fabbriche l’opposizione operaia allo SIM e alla politica collaborazionista dei berlingueriani (…) Certo, l’interrogatorio ad Aldo Moro ha rivelato le turpi complicità del regime, ha additato con fatti e nomi i veri e nascosti responsabili delle pagine più sanguinose della storia degli ultimi anni, ha messo a nudo gli intrighi di potere, le omertà che hanno coperto gli assassini di Stato, ha indicato l’intreccio degli interessi personali, delle corruzioni, delle clientele che lega in modo indissolubile i vari personaggi della putrida cosca democristiana e questi, (nessuno si stupirà), agli altri dei partiti loro complici . (…) Gli scandali, le corruttele, le complicità dei boss democristiani, se li rendono ancora più odiosi, non sono però l’aspetto principale; fanno parte certamente della logica con cui questo putrido partito ha sempre governato (…) La stampa di regime è sempre al servizio del nemico di classe; la menzogna, la mistificazione sono per essa la regola, ed in questi giorni ne ha dato una prova superlativa…»

La paranoia collettiva della Storia Deviata ebbe naturalmente come obbiettivi da colpire anche le istituzioni. Non erano le pistole a sparare, ma l’opera di killeraggio era altrettanto efficiente. Vien da ridere a pensare al rispetto formidabilmente selettivo per le istituzioni tenuto nel passato dalla meglio gente della nostra patria. Ce lo ricordava qualche anno fa Giuliano Cazzola:

«Vogliamo invece scrivere la storia dei rapporti tra il PCI, i suoi tanti corifei e il Quirinale? Antonio Segni [Presidente della Repubblica 1962-1964] fu accusato di preparare una svolta autoritaria. Giuseppe Saragat [Presidente della Repubblica 1964-1971, socialdemocratico, chiamato affettuosamente “socialfascista” e “socialtraditore” dai comunisti da quando, nel 1948, disertò il Fronte Popolare] era quotidianamente oggetto della satira pungente di Fortebraccio sulla prima pagina dell’Unità, con l’accusa esplicita di essere un ubriacone. Giovanni Leone [Presidente della Repubblica 1971-1978] fu costretto alle dimissioni e alla morte civile, benché fosse assolutamente estraneo ai traffici del caso Lockeed. Ma il PCI ne chiese la testa in cambio del suo sostegno ai governi di solidarietà nazionale. E la DC gliela consegnò su di un piatto d’argento nello stesso momento in cui Aldo Moro gridava in Parlamento che il suo partito “non si sarebbe fatto processare nelle piazze”. Infine, Francesco Cossiga rischiò l’impeachment soltanto perché – come si diceva allora – “picconava” le istituzioni (in verità, sollecitava le Camere ad attuare quelle riforme che oggi tutti riconoscono essere urgenti e necessarie). All’opposto, nessun ex-PCI invocò l’autonomia della magistratura quando un presidente della Repubblica in carica andò in TV ad auto-assolversi con il famoso “io non ci sto!”. La logica è sempre quella: per gli ex-comunisti e i loro “compagni di strada” occasionali gli avversari politici sono dei delinquenti comuni, mafiosi, camorristi, malfattori e quant’altro. E’ sempre stato così. E così sarà sempre.»

Ma proseguiamo il racconto. L’abbandono del cadavere di Aldo Moro in Via Caetani, a metà strada tra la sede di Via delle Botteghe Oscure del Partito Comunista e quella di Piazza del Gesù della Democrazia Cristiana, era una simbolica accusa al PCI di mancanza di coerenza: come poteva il Partito Comunista cercare un compromesso storico con dei partiti infettati dal fascismo antropologico e dalla corruzione? Il PCI, perciò, pagava, o meglio, faceva pagare al paese il prezzo della sua doppiezza: per decenni aveva usata quella propaganda intimidatoria come un ricatto per allargare il suo potere reale in un paese sempre più sfiancato dal radicalismo politico, ed ora, quando il compromesso storico pareva coronare questa ascesa, il gioco gli era sfuggito di mano.

L’opzione del compromesso storico era dovuta alla necessità di fronteggiare tempi nuovi: il mito della società comunista si stava sgretolando in tutto il mondo. Era successo che negli anni settanta in un mondo nel quale si celebravano quotidianamente ma con troppa fretta i funerali all’orbe capitalista, in realtà era l’appeal del comunismo che stava crollando sotto i colpi dei Pol Pot, degli Arcipelaghi Gulag, della Rivoluzione Culturale di Mao. La sinistra italiana dovette pianificare una tacita uscita dal marxismo. Tre furono le vie esplorate, una onesta e due disoneste. La prima fu la fragile patacca dell’Eurocomunismo, di cui oggi nessuno quasi si ricorda, forse vergognandosene, ma della quale allora si raccontavano con fastidiosa assiduità mirabilie, degne del parto delle menti più illuminate del continente. La seconda fu il putsch di Craxi, che liberò il partito socialista dalla cattività in terra comunista, guardando senza se e senza ma alla tradizione socialdemocratica europea. Questa fu l’unica opzione onesta e foriera di prospettive future. La terza conobbe due sviluppi, paralleli, i cui protagonisti furono solo all’inizio in lotta fra di loro per la leadership della sinistra: il lancio della questione morale da parte di Enrico Berlinguer e la fondazione del quotidiano La Repubblica di Eugenio Scalfari. Caduto l’idolo del comunismo era infatti difficile farsene scudo come garante della propria democraticità per dare compulsivamente del fascista al prossimo. Al millenarismo comunista (che succedeva al millenarismo nazionalista dei fascisti), alla giustizia di una società comunista senza classi, si sostituì il messianismo democratico, la democrazia compiuta che abbonda nella bocca degli stolti e dei cattivi maestri, il regno della legge e della probità, tipico incubo giacobino, col corollario dei suoi provvidenziali nemici, evidentemente: non più intralciato dal marxismo, il giacobinismo ex-comunista poteva convolare a nozze col giacobinismo ex-azionista, e reimpostare la politica supremamente anti-politica del buono contro il cattivo.

Intanto in Italia il nuovo, in un panorama politico nel quale l’influenza del più grosso partito comunista d’occidente aveva avuti effetti raggelanti sull’evoluzione della Democrazia Cristiana, si fece finalmente sentire: a sinistra con il successo del socialismo craxiano; a destra, più confusamente, con il fenomeno leghista, che fondamentalmente incarnava una forma di protesta dell’elettorato conservatore nei confronti della Democrazia Cristiana. Era un’Italia che voleva diventare politicamente europea, normale, socialdemocratica da una parte e conservatrice dall’altra.

Fu il turno di Craxi allora di divenire un mostro. Ricordiamolo ai nostri virtuosi smemorati, che fanno finta di credere che Berlusconi sia un caso a sé, e non invece l’ultimo della serie storica delle mostrificazioni. Nel 1984, 25 anni fa, ossia un quarto di secolo fa, ragazzi miei, Berlinguer parlò di Craxi come di “un pericolo per la democrazia”. Il bastian contrario Giampaolo Pansa ci scrisse su un pezzo controcorrente, proprio su Repubblica, dal titolo “Un solo nemico: Craxi Bettino”, che sarebbe da citare tutto, tanto è eloquente sulla mentalità di queste teste quadre, facilmente inquadrabili e inquadrate; ma mi limito a questi tre brani:

«Craxi come Tambroni. Craxi come Crispi. Craxi come Mussolini o quasi. Del resto, Craxi è o non è decisionista? Certo che lo è. Ed è anche tante altre brutte cose. Autoritario. Nemico del Parlamento. Forte con i deboli e debole con i forti. Thatcheriano. Reaganista. Non più socialista. Geneticamente mutato. Avventurista. Incognita torbida del sistema… Quando l’Elefante Rosso incontra un socialista non subalterno, lo trasforma subito nell’Uomo Nero. Se poi quel socialista rifiuta d’andare a rimorchio dell’Elefante e tira diritto per la sua strada, l’Uomo Nero diventa l’Uomo da Bruciare. Per questo, come se non bastassero gli slogan del 24 marzo a Roma, anche la lettura dell’Unità ci fa sentire un brutto suono di campana a morto. E i rintocchi dicono almeno tre cose sgradevoli. Primo: l’alternativa (democratica o di sinistra) possiamo scordarcela per un bel po’ di anni. Secondo: la guerra fra comunisti e socialisti ormai è totale. Terzo: la “marcia indietro” sarà soltanto una delle tendenze che si agitano nel PCI, come sostiene il riformista Terzi, ma di certo oggi è la spinta prevalente, in base alla regola nefasta che ad ogni estremismo corrisponde un estremismo uguale ed opposto. Super-estremista, spiace dirlo, ci appare quel leader freddo, in apparenza alieno da furori, che si chiama Berlinguer. Un anno fa aveva gridato “al lupo!”, lanciando l’allarme per il “golpe bianco”. Allora il golpista in potenza era Ciriaco l’Avellinese con il suo “blocco d’ordine”. Oggi è Bettino da Milano. (…) Dice Berlinguer il 20 febbraio al Comitato centrale del PCI: Craxi “ha più volte manifestato la sua intolleranza verso il Parlamento”, pratica “metodi governativi di tipo autoritario”, il suo decreto sulla scala mobile “è un attentato a una delle libertà irrinunciabili dell’ordinamento democratico della Repubblica”. Morale: Craxi “logora il paese” e sembra avviato a determinare “una crisi politico-istituzionale che potrebbe essere di proporzioni imprevedibili”. Dunque, si gridi di nuovo “al lupo!”, incita Berlinguer. E l’allarme lui lo ripete il 4 marzo alle donne comuniste. Parla dei “rischi che corrono oggi la democrazia e la Repubblica”. Dice: “Non siamo noi soltanto che cominciamo ad avvertire il significato di episodi e di velleità che esprimono una mentalità di regime”. Come può l’Unità non esser d’ accordo col segretario del partito? Il 7 marzo scrive di Craxi: “Ci troviamo al cospetto di un’inclinazione autoritaria, colorita certo di toni grotteschi, ma per questo non meno preoccupante”. (…) Per Macaluso, comunque, gli uomini del Garofano fanno pensare a ben di peggio. Un giorno, il Martelli osa dire: “Anche se il PCI portasse a Roma a spese della CGIL tutti i suoi iscritti che sono assai più di un milione, la prova di forza la vincerebbero i venti milioni di lavoratori e di produttori che sabato 24 marzo resteranno a casa”. Il direttore dell’Unità insorge al grido: “Ormai siamo alle maggioranze silenziose!”. Poi continua: “In tutti i tempi, lontani e vicini, questi richiami alle maggioranze silenziose hanno preannunciato intendimenti autoritari. Silenziosi o rumorosi. Dopo gli anni ’68-’70 (anni della riscossa operaia), dopo le manifestazioni delle maggioranze silenziose, giunsero i rumori delle bombe, con il loro seguito di stragi… Attenti, dunque, a risfoderare certi argomenti”. Un PSI stragista oltre che craxista?»

E volete sentire la risposta di Martelli su l’Avanti? Poi ditemi se non vi ricorda qualcosa:

«Berlinguer aggredisce Craxi, lo rappresenta come un mostro, un tiranno, una minaccia e lo fa per giustificare la più ingiusta, la più insensata, la più settaria battaglia contro il PSI. (…) Solo un misto di gesuitismo e maccartismo può stravolgere una critica anche radicale al funzionamento delle istituzioni facendola diventare un reato d’opinione, addirittura una tentazione autoritaria.»

Ma andiamo avanti. Nel 1990, dopo la caduta del Muro, i valorosi comunisti italiani erano mezzi morti di paura all’idea di dover puramente e semplicemente scomparire dalla faccia politica del paese. Per loro fortuna i criminali che stavano dall’altra parte li trattarono coi guanti bianchi. Il cinghialone anzi si fece interessato ma necessario patrocinatore della loro causa quando chiesero di entrare nella casa dei socialisti europei. Quando, all’inizio degli anni ’90, Bettino Craxi presentò agli sbandati del novello PDS il progetto dell’Unità Socialista, e diede disco verde all’ingresso degli orfani comunisti nell’Internazionale Socialista, si aprì teoricamente per l’Italia una fase di nuova maturità politica, e il rientro da un’anomalia comunista che condizionava il nostro paese in modo unico all’interno del mondo occidentale. Per i profughi marxisti il prezzo da pagare, ovviamente, sarebbe stata la leadership dell’odiato cinghialone. L’odio, appunto, fu il sentimento che non seppero superare. Rinfrancatisi, ricominciarono in un amen a praticare il loro sport preferito: istruire pratiche d’infamia. Vinsero l’opzione giudiziaria, l’omicida istinto comunista e il freddo giacobinismo dell’oggi apparentemente pentito Violante. Nei primissimi giorni dell’inchiesta di Mani Pulite ed in vista delle elezioni dell’aprile 1992, poi vinte dal pentapartito, Achille Occhetto, chiudendo i lavori del Consiglio nazionale del PDS, parlò come un volantino stampato, valido per tutte le stagioni. Sentite che sbobba:

«Se alle prossime elezioni il PDS dovesse perdere, verrebbe meno un baluardo di garanzia della democrazia. (…) Ci troviamo di fronte alla fine di un ciclo, di una fase intera della storia della Repubblica. (…) In questa delicata fase di passaggio le classi dirigenti si sono limitate a guardare al tentativo di Cossiga di imporre, attraverso una evidente usurpazione di potere, un cambiamento nella forma di governo e della funzione della presidenza, all’emergere di razzismi e localismo, all’attacco alla Resistenza e alla magistratura, e al formarsi attorno alla massima autorità dello Stato di un partito del presidente che va dai socialisti al MSI, fino alle Leghe. (…) Si tratta di scegliere tra due ipotesi di uscita dalla fase di centralità DC, quella di una ricomposizione populista peronista e plebiscitaria attorno a un nuovo centro, oppure quella della costruzione della prospettiva delle alternative programmatiche, insomma tra due forme di cambiamento opposte, una neoautoritaria, l’altra democratica.»

Capito? Del Cavaliere non si vedeva ancora l’ombra, ma i cervelloni democratico-comunisti avevano già disegnato lui e la sua banda nella loro bella e sgombra mente di polli d’allevamento.

La pulsione modernizzatrice, soffocata a sinistra dalla Reazione Comunista, come un fiume carsico, portandosi dietro un bel pezzo dello stato maggiore e dell’elettorato della diaspora socialista, spuntò fuori a destra dove trovò terreno più fertile e la più lungimirante strategia del parvenu Berlusconi. Mani Pulite nacque nel cuore dell’Italia conservatrice, nel Lombardo-Veneto, non perché il quel pezzo d’Italia il sistema delle tangenti fosse più diffuso che altrove, ma perché lì erano più forti le istanze di modernizzazione. Mani Pulite, politicamente, nacque a destra. I magistrati si sentirono di passare all’azione in Lombardia e poi in Veneto perché proprio lì sentivano di avere l’appoggio dell’opinione pubblica. Nei primissimi tempi, quasi carnevaleschi, di Mani Pulite la sinistra fu molto guardinga: la gazzetta delle procure non era La Repubblica ma L’Indipendente di Vittorio Feltri, lo stesso che fu poi il direttore, dal 1994, del Il Giornale berlusconiano. Ma ben presto la sinistra post-comunista, in gravissima crisi dopo il crollo del Muro di Berlino, con la complicità della magistratura democratica s’impadronì di Mani Pulite per trasformarla nella camera a gas della DC e dei suoi alleati. Perciò lo stesso popolo conservatore che l’aveva resa possibile fu il primo a sconfessare Mani Pulite: lo si vide nelle elezioni del 1994.

Le quali per la sinistra italiana (il socialismo-democratico craxiano era stato liquidato) furono un nuovo 1948. Vinsero i berlusconiani, per fortuna dell’Italia. La sinistra italiana elaborò la sconfitta come aveva fatto nel 1948: la democrazia in Italia non si era ancora compiuta; Berlusconi era stato lo scaltro profittatore dello sconquasso di Tangentopoli e allo stesso tempo lo scaltro restauratore della democrazia incompiuta e, va da sé, corrotta; Berlusconi e i suoi alleati costituivano, almeno come fatto antropologico, una sopravvivenza della DC e dei suoi alleati, i quali, sempre come fatto antropologico, avevano costituito, come si ricorderà, una sopravvivenza del fascismo; l’Italia era ancora un paese governato da disonesti e corruttori, più che mai compromessi con la mafia; votare a sinistra, come nel 1953, significava ancora votare “per l’onestà contro la corruzione”, e beninteso, per la vera democrazia, la quale era ancora in attesa della sua piena attuazione, se non si voleva tradire la Resistenza: roba da deficienti.

Si tratta di una malattia antica, già presente ai tempi dell’Italia liberale pre-fascista. Per tutto il novecento gli uomini politici che più si sono distinti nello sforzo d’ingabbiare il radicalismo di destra e di sinistra dentro il sistema democratico borghese sono stati odiati e additati al pubblico ludibrio da chi aveva interesse nel mantenere lo spirito di fazione: dal ministro della malavita Giolitti, a Craxi, a Berlusconi. Abbiamo sotto gli occhi l’ultimo risultato di questo spirito distruttivo, rottamatore, ripulitore e azzeratore: una destra in cui ognuno sembra andare per la sua strada e tornare agli antichi vizi (salvo accorgersi che da solo non va da nessuna parte e quindi fare marcia indietro), e una sinistra composta da giacobini esaltati e freddi, da giacobini esaltati e scalmanati, e da giacobini dalle buone maniere.

La spaziale fake news per cui il M5S degli ammiratori del pessimo Enrico Berlunguer, colui che avvelenò i pozzi della politica italiana col lancio dell’immorale questione morale, pur di non far i conti con la propria storia comunista, non sarebbe né di destra né di sinistra, e non invece quello che è, il nuovo partito di massa liberal-progressista-statalista-giacobino-anticristiano, è incredibilmente ancora in vita per due ragioni: 1) Grillo è stato bravo a imbrogliare le carte col suo vaffanculismo generalizzato per prendere voti a destra e a manca; 2) la sinistra italiana sostiene questa balla perché non vuole riconoscere nei grillini quei purissimi giustizialisti più puri degli altri che stanno epurando i post-comunisti piddini: chi di antiberlusconismo ferisce di antiberlusconismo perisce, e ciò è troppo doloroso ammetterlo. Salvini deve scegliere da quale parte della storia stare: quella della verità (e del vero cambiamento) o quella della menzogna?

[questo post è in buona parte il frutto della rielaborazione di vecchi materiali]

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Piccolo mondo comunista

L’ultimissimo capitolo delle avventure del Compagno G ci ha regalato una perla: il mitico Primo, nonostante tutti i pasticci combinati nel passato, era da anni iscritto al Pd. Quando Primo cadde nella rete di Mani Pulite (fu arrestato due volte nel 1993) si capì subito che era di una pasta diversa da quella delle signorine socialiste o democristiane: un professionista in mezzo a tanti piagnucolosi dilettanti, un comunista solido, tarchiato, tranquillo e perfino simpatico, che di fronte alle accuse dei magistrati e a quelle ancora più velenose del suo partito, il Pci-Pds occhettiano, che lo incolpava di millantato credito, cioè di aver usato la sua militanza e le sue note entrature nei quartieri altissimi del partito per farsi i suoi affarucci personali, rispondeva serafico: niet, niet, niet e ancora niet. Uno spettacolo. Fu condannato per finanziamento illecito al partito; il quale partito naturalmente si salvò dall’infamia, oltre che per lo stoicismo del Compagno G, anche per due altri motivi: la tenaglia mediatico-giudiziaria, come sempre accade quando il malaffare spurga dai tombini della sinistra, non si chiude mai perfettamente; e per il fatto che noti sillogismi accusatori si applicano solo ai nemici dell’Italia per definizione onesta e democratica. Una parte non trascurabile del popolo di sinistra, e forse la maggioranza silenziosa, vide in Primo l’eroismo e la saldezza dell’apostolo, ed una conferma della superiorità antropologica e perfino morale del comunista. E tuttavia, ufficialmente, agli occhi dell’elettore post-comunista e democratico, col suo culto feticistico e un po’ bambinesco della legalità, Greganti non poteva essere che due cose: o un corrotto semplice o, peggio ancora, un corrotto-diffamatore, cioè, ripetiamo, uno che aveva scientemente infamato il nome del Pci-Pds per intascare cospicue mazzette. Ciononostante, il Compagno C, sempre ufficialmente, è tornato a casa e a partecipare alla vita di partito nella sua Torino: sono dell’avviso che anche questo “premio” dovrebbe essere oggetto di un’indagine approfondita. Psichiatrica s’intende.

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La lezione di Moro e quella di Scalfari

Nel suo ultimo articolo su Repubblica Eugenio Scalfari racconta di un colloquio avuto con Aldo Moro il 18 febbraio 1978, quindi poco prima che quest’ultimo fosse rapito ed ucciso dalle Brigate Rosse. In quell’occasione il presidente della Democrazia Cristiana avrebbe detto:

Molti si chiedono nel mio partito e fuori di esso se sia necessario un accordo con i comunisti. Quando si esaminano i comportamenti altrui bisogna domandarsi anzitutto quale è l’interesse che li motiva. Se l’interesse egoistico c’è, quella è la garanzia migliore di sincerità. E qual è l’interesse egoistico della Dc a non essere più il pilastro essenziale di sostegno della democrazia italiana? Io lo vedo con chiarezza: se continua così, questa società si sfascerà, le tensioni sociali non risolte politicamente prendono la strada della rivolta anarchica e della disgregazione. Se questo avviene noi continueremo a governare da soli, ma governeremo lo sfascio del Paese e affonderemo con esso. Noi non siamo in grado di “tenere” da soli un Paese in queste condizioni. Occorre una grande solidarietà nazionale. So che Berlinguer pensa e dice che in questa fase della vita italiana è impossibile che una delle maggiori forze politiche stia all’opposizione. Su questo punto il mio e il suo pensiero sono assolutamente identici. Dopo la fase dell’emergenza si aprirà quella dell’alternanza e la Dc sarà liberata dalla necessità di governare a tutti i costi.

Io non credo affatto che queste fossero le esatte parole di Moro. Può darsi che rispecchino in parte il suo pensiero. Ma così schiette e ben allineate al pensiero scalfariano sembrano piuttosto le parole di un prigioniero che la Sindrome di Stoccolma ha ridotto al punto tale da servire da ventriloquo a chi lo tiranneggia. Inoltre esse in realtà costituiscono un mosaico di frasi estrapolate dalla lunga intervista che Repubblica pubblicò solo il 14 ottobre 1978, ossia cinque mesi dopo la morte di Moro, quando il presidente DC non poteva né smentire né confermare. Ed inoltre ancora, da quella intervista è chiaro come per Moro la necessità della “solidarietà nazionale” nascesse più dalle insufficienze democratiche del PCI che dai demeriti della DC: il PCI era un partito che le forze di maggioranza dovevano “adottare” per sottoporlo ad un tirocinio democratico, alla fine del quale a presidiare la sinistra italiana sarebbe stato un partito “costituzionale”; dopodiché, compatibilmente con la situazione internazionale (eravamo ancora al tempo della guerra fredda), anche in Italia avremmo potuto avere, finalmente, un quadro politico normale nel quale l’alternanza politica alla guida del governo sarebbe stata libera da ogni aspetto traumatico. L’anomalia comunista poteva portare invece il paese al disastro, e i governanti da questo disastro sarebbero stati inghiottiti: ecco dunque l’interesse “egoistico” della DC a far sì che si formasse in Italia un’opposizione, diremmo oggi, “non antagonista”. Era una specie di disegno giolittiano applicato ai comunisti di fine secolo e non più ai socialisti d’inizio secolo. Ma, per altri versi, anche così scalfarianamente confezionato è un discorsetto illuminante, perché fa vedere, a coloro che intonando le fruste litanie antiberlusconiane s’immaginano di dare voce alla dissidenza democratica in Italia, come il nostro paese, Berlusconi o non Berlusconi, sia sempre sull’orlo dello sfascio, che chi governa – e non è di sinistra – sia sempre posto davanti ad una scelta responsabile quanto obbligata, che è quella di non ignorare il malcontento, di non esercitare “unilateralmente” il proprio legittimo potere, pena la radicalizzazione dello scontro e la disgregazione del paese. Scalfari lo tira fuori per applicarlo alla situazione attuale, ma così facendo così contraddice uno dei dogmi capricciosi della propaganda progressista: la pretesa “anomalia” berlusconiana. E dimostra invece come la costante anomalia della nostra vita politica, ivi compreso l’immancabile appello alla parte “migliore e più consapevole” della classe politica a destra del partitone di sinistra, stia in una certa visione distorta, pervicacemente coltivata, della nostra storia neanche più tanto recente. La verità è che non usciremo mai dalla vera emergenza, che non arriveremo mai non tanto a quella baggianata insulsa della “democrazia compiuta”, ma piuttosto ad una prosaica normalità occidentale, fino a quando a sinistra la lotta politica si farà tirando il sasso e nascondendo la mano, nel modo già descritto due anni fa dal sottoscritto:

… se una guerra civile scoppia non è certo a causa della mancanza di bon ton o dell’innalzamento dei toni. Quello è solo il fuoco accidentale che fa esplodere la polveriera che qualcuno ha ammassato con solerzia e sistematicità, spesso nel rispetto formale delle regole, nei seminterrati della società. In Italia ciò è avvenuto attraverso la sedimentazione di un’epica politica di massa che ha trasformato i più di sessant’anni della nostra storia democratica e repubblicana in un lungo romanzo criminale, coi furfanti sempre accampati dalla stessa parte. (…) Qualche giorno fa Di Pietro, con l’evocazione maramaldesca di scontri nelle piazze a causa della sordità del governo per “le richieste dei cittadini”, non ha fatto altro che replicare la doppiezza del vecchio PCI, specie all’epoca degli anni di piombo, quando ammassava dinamite in cantina attraverso la sua propaganda, per poi salire al piano nobile del condominio democratico ad ammonire con stile mafioso gli amministratori a comportarsi “coscienziosamente”, perché qualche pazzo esasperato avrebbe potuto far saltare tutto.

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Nulla nasce dal nulla

Fa abbastanza spavento rendersi conto che ormai in Italia c’è una generazione che ha conosciuto solo la politica “sub judice”, nel più piano senso del termine. Lo era anche in passato, naturalmente, perché nulla nasce dal nulla; e riguardava una ben definita parte dello spettro politico, naturalmente. Ma non si passava continuamente per le aule dei tribunali: il tribunale era quello del popolo, anche allora quello che invadeva le piazze, non certo il corpo elettorale; e le scomuniche che venivano lanciate dal mondo della stessa politica, della cultura e dei media erano condanne di tipo politico, filosofico, culturale: l’aggettivo “fascista” ne riassumeva l’intima rozzezza. In questo, apparentemente, l’Italia si differenziava dagli altri paesi europeo-occidentali solo per il radicalismo, perché né il sessantotto né gli anni di piombo furono sconosciuti oltralpe. Paradossalmente, è proprio con il crollo del comunismo, già a cominciare dagli anni settanta, che l’anomalia tutta italiana del “fattore K” si è fatta riconoscere in tutta la sua profondità.

Il mondo della politica, se non può essere, ovviamente, sordo ad un senso di giustizia, non è però il campo dove “di regola” si battono il giusto e l’ingiusto. Al contrario, di norma è un’arena recintata dove legalmente si compongono interessi divergenti, o dove legalmente certi interessi trionfano sugli altri, o dove legalmente certi poteri di indirizzo di governo vengono esercitati. Lo è sempre stata, anche quando i regimi erano assoluti, o quando l’aristocrazia formava un corpo intermedio tra il re e la plebe. Con la democrazia la sua natura non è mutata. Non erano “ingiusti” i regimi del tempo che fu, non è “giusta” la democrazia dei tempi moderni. Laddove l’evoluzione democratica si è potuta sviluppare, più o meno, senza soluzione di continuità, il trapasso dal regime aristocratico a quello democratico non è stato registrato con nessun atto di nascita. Non a caso il Regno Unito ancor oggi è un “regno”, è il paese della Camera dei Pari ed è senza Costituzione.

Alla base del suo funzionamento vi è il riconoscimento dell’avversario politico. Come avversario e non come nemico. Il concetto è estraneo alla tradizione marxista. In questi giorni si è aperta la mostra “Avanti popolo” su settant’anni di storia del PCI. Ha detto Alfredo Reichlin: “Sappiamo benissimo che quella del PCI è storia conclusa e irripetibile. Ma è una storia non separabile dalla storia nazionale e che quindi – nel bene o nel male – pesa sulla storia del Paese”. Intanto non è una storia, ma è un tragedia: bene o male, si potrebbe dire lo stesso del fascismo. Ma soprattutto, ahinoi, non è conclusa. Negli anni venti del secolo scorso, con la fine della prima guerra mondiale, non collassò solo l’Italia “liberale”. Con essa, parallelamente, crollò anche quel movimento socialista che faticosamente si stava arrendendo alla logica della democrazia parlamentare. Molti suoi figli abbandonarono la fiducia in questa pratica “borghese” e “decadente” e optarono per soluzioni extraparlamentari “nazionali” o “internazionali”: il fascismo e il comunismo.

Nel dopoguerra il PCI fece propria un’idea messianica di democrazia, dove la fede nel sol dell’avvenire veniva riadattata al giogo imposto dalla guerra fredda. Ma continuò a non riconoscere l’avversario politico come avversario: era un usurpatore in una democrazia apparente, incompleta ed a sovranità limitata, cui i comunisti si “arrendevano” solo per senso di responsabilità. Quella “vera” era ancora da venire. Era appunto una democrazia “incompiuta”, come continuano a dire molti sciagurati che oggigiorno, vanità delle vanità, si dicono perfino liberali. Finita la copertura culturale e filosofica del marxismo, che la legittimava, ne costituiva il prestigio, e teneva vivo un senso d’appartenenza fra i suoi, la sinistra italiana si ritrovò nuda. Per non soccombere, fece di necessita virtù, e nel giro di un decennio i “fascisti” di prima divennero tutti furfantelli, codice penale alla mano: alle scomuniche e alle condanne politiche dovevano succedere le scomuniche e le condanne dei tribunali veri e propri. E così è stato. L’invasività della magistratura italiana non è solo un problema tecnico: se le riformicchie timide e concertate, o peggio ancora quelle “ad personam”, non risolveranno niente, è però illusorio pensare che una riforma profonda da sola basterebbe ad arginare il male. La magistratura è anch’essa un pezzo d’Italia. Anche per certi magistrati oggi la politica è solo giustizia e l’esercizio della giustizia è diventata l’unica politica. Per questo intervengono su tutto. Invocare ogni santo giorno e su qualsiasi questione la Costituzione, oggi, equivale a togliere alla politica tutte le sue prerogative, e arrogarsi il potere di decidere su tutto.

La caccia grossa al Berlusca è figlia di questa storia. Attraversate varie fasi, e raschiato ormai tutto il fondo del barile, da due anni a questa parte s’incentra sulle vicende d’alcova, vere e presunte. Non c’è niente di nuovo. Anzi, segnala che la parabola giustizialista ha compiuto tutto il suo corso, ed è ritornata alle origini, quando l’apparizione delle rivendicazioni “democratiche” nel continente dopo la lenta maturazione anglosassone, in una politica non ancora strutturata in partiti, coincise con l’esplosione della produzione di libelli, spesso a sfondo sessuale. Ammesso e non concesso che i cacciatori riescano finalmente a tagliare la testa al Berlusca, alla fine si ritroveranno in mano la testa e niente altro. Anche in politica nulla nasce dal nulla e il nulla genera il nulla. Una setta può solo distruggere, ma non può mai strappare il consenso di un corpo elettorale non del tutto intimidito. A Berlusconi succederebbe un altro Berlusconi, diversissimo dal primo, con altre “tare” ben presto messe nel mirino dagli eterni sconfitti.

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La tribù dei Nasi Turati e la leggenda di Mani Pulite

A sinistra c’è ancora un bel po’ di gente che guarda a Mani Pulite come ad una nuova Resistenza, e che vorrebbe eternarla, come quella, nella coscienza della nazione: la Rifondazione della Repubblica, dopo le “deviazioni” del pentapartito. Ma una Rifondazione tradita, come la Resistenza fu tradita. Insomma, i soliti miti, durissimi a morire, della cosmogonia comunista e post-comunista, che incantano solo quelli che vogliono farsi incantare. Ma non noi, che stiamo ai fatti e agli antefatti.

I luoghi. Non è possibile capire Mani Pulite se non si considera il suo retroterra politico e geografico. Mani Pulite scoppiò nelle roccaforti democristiane del Nord, nel Lombardo-Veneto, dove da decenni ormai la tribù sempre più scontenta dei Nasi Turati votava DC quasi unicamente, ma assai saggiamente, in funzione anticomunista. Paralizzata intellettualmente dall’aggressività della piazza e della propaganda comunista, ma incollata saldamente al potere dalla Guerra Fredda, per la DC il governo era diventato una sinecura con un unico minaccioso interlocutore, più che un competitore. Ciò ne aveva impedito ogni evoluzione, e aveva significato un graduale scollamento dal proprio elettorato ed una lenta ma costante deriva verso sinistra. Inoltre, in un paese in crescita – parlando in termini epocali – accade sempre che ad un certo punto il malcostume nella vita pubblica, fin lì tollerato, ed in parte inevitabile, venga sempre più chiaramente sentito, magari confusamente, non solo come un vago impedimento al bene comune; ma anche come un impedimento a quegli stessi meccanismi di sviluppo economico che un livello, per così dire, “fisiologico” di corruzione fino ad allora poteva perfino oliare. Insomma la corruzione, favorita dal grado relativamente modesto di libertà economica e dalla burocrazia, e diffuso a tutti livelli della società, non solo nel ceto politico, diventa un problema quando si rivela manifestatamene antieconomica per troppi attori della società. Non si tratta certamente di un fenomeno morale in senso stretto; si tratta piuttosto dell’istinto di conservazione proprio di una consorzio civile ancora vivo, che assume in superficie i caratteri della moralità pubblica, spesso e volentieri con qualche traccia di fariseismo. Sennò dovremmo pensare che le nazioni progredite siano costituite da persone oneste, mentre quelle all’ultimo gradino della scala siano popolate da farabutti. E’ più il Nuovo che si scontra col Vecchio, che non il Bene col Male. E’ un fenomeno tipico dei paesi di nuova o ritrovata democrazia, che segue gli anni del boom economico, come si può constatare in questi anni nell’Europa orientale. La nascita e la crescita del movimento leghista in queste zone del paese fu il risultato congiunto della diserzione DC e della sempre più evidente crisi del comunismo mondiale, che incoraggiava i colpi di piccone allo status quo, e che d’altra parte stava alla base anche dell’espansione craxiana a sinistra. Nonostante il linguaggio elementare, condito da un bel tasso di demagogia, della Lega, i Nasi Turati cominciarono, votandola, a mandare segnali sempre più espliciti alla Balena Bianca: meno tasse e meno corruzione erano messaggi che suonavano benissimo ai loro orecchi destrorsi. Ricordiamoci, a questo riguardo, che fin che la Lega negli anni ’80 si limitò ad usare la sua retorica anti-immigrati e identitaria su scala regionale, le sue fortune politiche restarono molto limitate. Il boom fu quando la Lega Lombarda cominciò ad agitare la clava della protesta fiscale. Il crollo del Muro di Berlino e la crisi del PCI-PDS fecero cadere le ultime paure ed accelerarono la fragilizzazione della classe politica al Nord e soprattutto nel Lombardo-Veneto. Se nel 1992 la magistratura si sentì finalmente abbastanza forte per procedere alla “bonifica” fu perché sentiva di avere l’appoggio di una grossa parte dell’opinione pubblica, ossia della tribù dei Nasi Turati. Il Moniteur Padano di questa Rivoluzione, almeno nelle sue fasi iniziali, fu infatti L’Indipendente diretto da Vittorio Feltri. Mani Pulite, quindi, da un punto di vista sociologico, nacque a destra, non a sinistra.

Il golpe (sventato). Hanno torto coloro che oggi parlano di complotto; ma non hanno torto quelli che parlano di golpe. Proprio la vicenda di Mani Pulite dimostrò quanto fosse stata giustificata fino ad allora la diffidenza della tribù dei Nasi Turati per quella dei Trinariciuti. I golpisti rivoluzionari, la storia insegna, non fanno complotti, ma aspettano l’occasione per agire, con la solidarietà spontanea delle sette e delle minoranze organizzate, sul corpo di quelle società impegnate ed indebolite dal passaggio sempre delicato dal Vecchio al Nuovo. E’ l’istinto del predatore che acutizza la loro vista e promuove una tacita comunità d’intenti, trasversale alla società ma unita da un’ideologia che fa premio anche sul rispetto dei propri ruoli all’interno di quest’ultima. Si videro cose meravigliose: magistrati orbi di mattina, e con l’occhio di falco il pomeriggio; e la storia patria si arricchì, inaspettatamente, di gesta eroiche: compagni G., presi col sorcio in bocca, che, fra l’ammirazione tacita del popolo rosso, si autoaccusavano di millantato credito. Se quella farsesca combriccola di faccendieri di terz’ordine che fu la P2 divenne un mostro marino dalle cento teste sempre pronto ad emergere dalle acque, fu in realtà perché in essa la sinistra, inconfessabilmente, si specchiava. E se la sinistra trovò un alleato in un certo gotha industrial-finanziario, e nei suoi giornali, fu perché un corpo indebolito attira sempre le fauci di tutti i predatori. E così la rivoluzione di Mani Pulite non fu, come avrebbe potuto essere, un momento di verità; l’occasione per una grande confessione, come auspicato dal cinghialone; per uno svecchiamento della classe politica; per la presa di coscienza di un intero paese e per un nuovo inizio. Prevalse l’istinto settario che la dirottò verso altri lidi. Onde per cui quella stessa tribù dei Nasi Turati che l’aveva innescata, di lì a poco, alla prima occasione, la disinnescò dandosi al salvatore Berlusconi. E il pericolo oggi è che una sinistra popolata da vecchiette virtuose e petulanti che vanno sinistramente in giro a ricordare al mondo le condanne passate in giudicato dei mariuoli, consegni comode ed irresponsabili maggioranze ai berlusconiani, e che all’immobilismo DC succeda l’immobilismo PDL.

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Deficit di memoria

Si sa come, purtroppo, a sinistra sia ancora vivo l’istinto del branco. O del gregge, a seconda delle circostanze. E così, al richiamo del muezzin dell’Islam democratico-postcomunista, nella blogosfera e sui giornali di riferimento è tutto un fiorire di grida di dolore nei confronti del nuovo grande crimine di Bettino Craxi: il debito pubblico. Dolore del tutto nuovo, perché non è che negli anni settanta e ottanta al popolo di sinistra e alla sua classe politica del debito pubblico importasse qualcosa: anzi, non importava proprio un kaiser. Non solo, ma a dispetto delle leggende metropolitane sul CAF, il PCI, pur essendo all’opposizione, partecipava attivamente alle decisioni concernenti la spesa pubblica. La Madre di tutti i Debiti Pubblici fu la Legge Finanziaria, istituita, guarda caso, nel 1978: l’esito molto terragno della breve stagione del Compromesso Storico tra DC e PCI, quello tutto spirito e moralità di Berlinguer. Per capire come andavano le cose, da questo punto di vista, negli anni del cinghialone, è tutto da leggere un divertente articolo di Repubblica del 1985, dal seguente ed eloquente titolo: Finanziaria, Fanfani mediatore tra pentapartito e comunisti.

Dovrebbe essere poi perfettamente inutile ricordare come il PCI riprendesse responsabilmente e meritoriamente a denunciare i pericoli del protofascismo craxiano non appena avesse finito di sbrigare in bella compagnia le pratiche dell’assalto alla diligenza. Superpartito di lotta e superpartito di governo, il PCI. Per tutti gli anni ’80 nella sua seconda veste tenterà di far parte a pieno titolo della maggioranza, quella orrida maggioranza che allo stesso tempo e nella sua prima veste dipingeva come un pericolo per le istituzioni democratiche. In un articolo sempre di Repubblica, e sempre del 1985, vengono riassunte le condizioni del PCI per un governo di “programma”, anche guidato, si badi bene, dallo stesso Craxi. Fra queste si chiede di far chiarezza sui “diritti” dell’opposizione:

Ruolo dell’ opposizione: il PCI chiede il pieno rispetto dei suoi diritti, a cominciare dalla Rai per finire agli istituti di Credito e agli Enti pubblici. Chiede cioè che l’apparato dello Stato non sia suddiviso e diretto esclusivamente dagli uomini dei partiti di governo.

Proprio così: un’equa spartizione nella RAI, negli Istituti di Credito, negli Enti Pubblici, negli apparati dello Stato. Papale papale.  Non sembra che il quotidiano della questione morale, all’epoca, si mostrasse scandalizzato.

L’incubo di una cosa

Nonostante la sua militanza a sinistra, Pier Paolo Pasolini fu uno di quegli inconsolabili conservatori che l’ala della morte sembra sempre accompagnare. Non era cristiano; era un pagano della cristianità, perché il paesaggio della civiltà cristiana costituiva il mondo nel quale la sublimata carnalità dell’uomo, e del suo lavoro, si faceva spiritualità d’artista, piuttosto che di filosofo: uno squarcio intatto di civiltà contadina; la pietra di un’architettura anche umilissima, purché ben stagionata; una suburra cenciosa, ma nobile se nei secoli fedele a se stessa; un vernacolo antico ed incorrotto, odoroso d’erbe e di sudori. Egli cercava una tangibile e quindi impossibile verità: cercava la vita cercando la morte, perché la vita è cambiamento e corruzione. E vita era anche quella “civiltà borghese” che tutto corrodeva e falsificava, e che egli non accettava. Solo così si può capire la sua contraddittoria adesione al partito della secolarizzazione brutale, il PCI: anch’esso ambiva ad una cristallizzazione finale della società, anche se nella direzione opposta a quell’impossibile cristallizzazione terrestre della vita che doveva dar forma al “sogno di una cosa” dello scrittore. Pasolini lo sapeva, ma non riusciva a preferire all’afflato parareligioso del Partito Comunista la mediocrità “borghese” dei partiti democratici. Vi si affiliò idealmente con l’animo di chi accetta o cerca un padrone, o un padre incapace di comprenderlo, in espiazione di qualche colpa misteriosa; nonostante i partigiani rossi gli avessero ucciso il fratello, partigiano bianco; nonostante il partito lo avesse espulso a causa della sua omosessualità. Fu disperatamente irregolare e tragicamente organico. Fedele a se stesso, e alla sua sensibilità, nel ’68 parteggiò per i poliziotti, figli del popolo, contro i dimostranti, figli di papà. Fedele, a suo modo, alla carne, si pronunziò contro l’aborto. Sottomesso al padrone, con l’intuito dell’artista, e con la straordinaria, umiliante, ingenuità di uno studentello, tradusse per il popolo in parole semplici il mito della diversità comunista che una propaganda instancabile aveva costruito per decenni. Lo fece nel 1974, dalle colonne del giornale principe della borghesia, il Corriere della Sera, senza che gli passasse neanche lontanamente per la testa l’ironia della cosa:

Ma non esiste solo il potere: esiste anche un’opposizione al potere. In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente al Partito comunista italiano. È certo che in questo momento la presenza di un grande partito all’opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza dell’Italia e delle sue povere istituzioni democratiche. Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico. In questi ultimi anni tra il Partito comunista italiano, inteso in senso autenticamente unitario – in un compatto “insieme” di dirigenti, base e votanti – e il resto dell’Italia, si è aperto un baratto: per cui il Partito comunista italiano è divenuto appunto un “Paese separato”, un’isola. Ed è proprio per questo che esso può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo, corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità. È possibile, proprio su queste basi, prospettare quel “compromesso”, realistico, che forse salverebbe l’Italia dal completo sfacelo: “compromesso” che sarebbe però in realtà una “alleanza” tra due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati uno nell’altro.

Nessun dirigente di partito si sarebbe mai esposto così comicamente. Ci pensò l’uomo di cultura e compagno di strada a dire quello che il funzionario non poteva dire. Pasolini non ricevette ordini; si mosse con la perspicacia della vittima, e assolse benissimo il suo compito. Oggi lo possiamo dire, a quasi quarant’anni di distanza. Doveva essere chiara una cosa al popolo di sinistra, e soprattutto ai compagni che “sbagliavano”: la politica del “compromesso storico” lanciata un anno prima da Berlinguer non metteva in discussione la divisione antropologica degli italiani, non significava “legittimare” l’avversario politico. Qualche anno dopo, infatti, Berlinguer la esaltò di nuovo nella stagione funesta della “questione morale”. Ancor oggi, per un piccolo ma non trascurabile, e soprattutto influente, esercito di ultimi giapponesi composto da vecchi ipocriti, da fanatici, e da giovani ingenui, la questione italiana si ripropone nei medesimi termini. Non si lamentino allora coloro che, paventandola, rischiano di sorbirsi fra non molto, per la legge del contrappasso, la santificazione di Craxi.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Alcuni miei commenti sul sito di Giornalettismo.com

  1. Ho parlato non a caso del PCI (ma intendendo in senso lato anche il comunismo) come partito della “brutale secolarizzazione” e non della “secolarizzazione” e basta, perché, ma qui sarebbe un discorso lungo, ritengo la secolarizzazione stessa figlia della civiltà cristiana, ossia, per me, della civiltà occidentale. Il Cristianesimo non è il Tradizionalismo, se si intende con questo termine ciò che è legato alla nazione, alla cultura, alla lingua, ai “costumi”, e anche alla “moralità” dei costumi, nel senso più superficiale del termine. Tradizione che il Cristianesimo rispetta, ma non mette al posto di “Dio”. Nell’antichità la carica “corrosiva” del Cristianesimo era bene avvertita. Ancor oggi il suo Universalismo gli impedisce di andare d’accordo con il conservatorismo duro di chi non accetta nessun cambiamento. Come vediamo bene sui temi della globalizzazione o dell’immigrazione. Detto questo, era contraddittorio per uno come Pasolini appoggiare – visto che “sposare” sarebbe un termine improprio per uno come lui – un’ideologia che delle tradizioni faceva tabula rasa. Ma evidentemente l’alone messianico e puro del comunismo agiva su di lui.
  2. La “grossolanità” politica di Pasolini sta nel fatto che proprio a lui è toccato di farsi interprete della “pancia” della sinistra, dei suoi impulsi più gretti e violenti e veri. Ancorché in superficie democratici e legalitari. E’ come se questo urlo avesse bisogno di una firma illustre che ne dasse lustro e dignità. Mi son chiesto perché è toccato proprio a lui. E perché ci si sia prestato. E ci vedo qualcosa di tragico.
  3. Sul ‘68. Pasolini nelle facce dei giovani che scendevano in piazza vedeva anche troppo bene i figli della “borghesia” con i loro capricci e le loro mediocrità. Solo che avviluppava il tutto nella sua mistica anti-borghese, che in realtà non voleva dire nulla, per cui lui ci vedeva solo decadimento morale, consumismo, e quindi un larvato “fascismo”. Una bella sensibilità, una bella sincerità, e una sociologia da quattro soldi. Mai e poi mai fatta propria dalla sociologia da quattro soldi del PCI, che per di più era menzognera.
  4. Sull’aborto. Pasolini scrisse: “Sono traumatizzato dalla legalizzazione dell’aborto, perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio. Nei sogni, e nel comportamento quotidiano – cosa comune a tutti gli uomini – io vivo la mia vita prenatale, la mia felice immersione nelle acque materne: so che là io ero esistente. Mi limito a dir questo, perché, a proposito dell’aborto, ho cose più urgenti da dire. Che la vita sia sacra è ovvio: è un principio forte ancora che ogni principio della democrazia, ed è inutile ripeterlo. (…) L’aborto legalizzato è – su questo non c’è dubbio – una enorme comodità per la maggioranza. Soprattutto perché renderebbe ancora più facile il coito, a cui non ci sarebbero più praticamente ostacoli. Ma questa libertà del coito della “coppia” così com’è concepita dalla maggioranza – questa meravigliosa permissività nei suoi riguardi – da chi è stata tacitamente voluta, tacitamente promulgata e tacitamente fatta entrare, in modo ormai irreversibile, nelle abitudini? Dal potere dei consumi, dal nuovo fascismo. Esso si è impadronito delle esigenze di libertà, diciamo così, liberali e progressiste e, facendole sue, le ha vanificate, ha cambiato la loro natura.” Gli accenni alla vita prenatale, alle “acque materne”: per questo parlavo della sua spiritualità come di una “sublimazione della carne”. La carne dell’uomo. E poi della sua opera e del suo lascito. E si veda come le sue successive considerazioni morali siano poi distorte da quella mistica anti-borghese di cui parlavo sopra. Che sempre al fascismo arriva. E che non fanno onore alla sua intelligenza e alla sua sensibilità.
  5. E nella sua tragica capacità d’ingannarsi, magari sperava che fossero proprio i progressisti, in quanto forza incorrotta, pura, moralmente sana, in quanto la sua Chiesa di questa Terra, ad opporsi all’aborto! Per lui, ma solo per lui, ciò avrebbe significato nient’altro che coerenza! Ma, appunto, era solo il “sogno di una cosa”.

Le polveri bagnate della guerra civile

Cari concittadini, italiane e italiani, non ci sarà nessuna guerra civile all’indomani del berlusconicidio sventato da la bela Madunina, che certo non poteva farsi complice degli istinti dello sciagurato Tartaglia. La guerra civile vera, tutto sommato “fredda”, nonostante il tributo di sangue pagato alle scariche rabbiose del terrorismo qualche decennio fa, è finita. Doveva finire già nel 1989: la protesi artificiale del manipulitismo l’ha fatta durare per un altro ventennio. E’ finita un anno e mezzo fa, quando con la vittoria berlusconiana alle elezioni politiche una parte importante dei poteri reali del paese coi loro giornali di riferimento si è definitivamente sottratta allo stato di soggezione nei confronti del Partito di Repubblica, ed ha stipulato idealmente col Cavaliere una pace separata. Ci sono battaglie che segnano in guerra un punto di non ritorno: la Beresina, o Midway, ad esempio, oppure quella ancora più epica combattuta il 13 aprile 2008 sul suolo italico. Prendere il monte Berlusconi, dopo la mattanza dello Scudo Crociato, e l’eccidio del Garofano, per poi ricaricare le pile in discesa e raggiungere la pianura della Terra Promessa, si è rivelata un prova troppo dura anche per un’armata formidabilmente dopata come la nostra sinistra, che dal radicalismo di massa, tanto comunista quanto democratico, non si è mai emancipata.

L’ultimissima versione di questa paranoia collettiva vede come principali protagonisti il feticismo costituzionale e la mistica delle “istituzioni”. Vien da ridere a pensare al “rispetto” formidabilmente selettivo per le istituzioni tenuto nel passato dalla meglio gente della nostra patria. Ce lo ricorda l’ottimo Giuliano Cazzola su l’Occidentale:

Vogliamo invece scrivere la storia dei rapporti tra il PCI, i suoi tanti corifei e il Quirinale? Antonio Segni [Presidente della Repubblica 1962-1964, N.d.Z.] fu accusato di preparare una svolta autoritaria. Giuseppe Saragat [Presidente della Repubblica 1964-1971, socialdemocratico, chiamato affettuosamente “socialfascista” e “socialtraditore” dai comunisti da quando, nel 1948, disertò il Fronte Popolare, N.d.Z.] era quotidianamente oggetto della satira pungente di Fortebraccio sulla prima pagina dell’Unità, con l’accusa esplicita di essere un ubriacone. Giovanni Leone [Presidente della Repubblica 1971-1978, N.d.Z.] fu costretto alle dimissioni e alla morte civile, benché fosse assolutamente estraneo ai traffici del caso Lockeed. Ma il PCI ne chiese la testa in cambio del suo sostegno ai governi di solidarietà nazionale. E la DC gliela consegnò su di un piatto d’argento nello stesso momento in cui Aldo Moro [Presidente della Democrazia Cristiana, spedito sotto terra dalle Brigate Rosse comuniste nel 1978, innalzato un po’ alla volta a santino democratico dai post-comunisti, N.d.Z.] gridava in Parlamento che il suo partito “non si sarebbe fatto processare nelle piazze” [peggio di Craxi e Berlusconi, N.d.Z.]. Infine, Francesco Cossiga rischiò l’impeachment soltanto perché – come si diceva allora – “picconava” le istituzioni (in verità, sollecitava le Camere ad attuare quelle riforme che oggi tutti riconoscono essere urgenti e necessarie). [Il mammasantissima Eugenio Scalfari, si dice, all’uopo auspicò una perizia psichiatrica, N.d.Z.] All’opposto, nessun ex-PCI invocò l’autonomia della magistratura quando un presidente della Repubblica in carica andò in TV ad auto-assolversi con il famoso “io non ci sto!”. La logica è sempre quella: per gli ex-comunisti e i loro “compagni di strada” occasionali gli avversari politici sono dei delinquenti comuni, mafiosi, camorristi, malfattori e quant’altro. E’ sempre stato così. E così sarà sempre.

Chi se lo ricorda? Chi glielo ricorda ai nostri virtuosi smemorati, che fanno finta di credere che Berlusconi sia un caso a sé, e non invece l’ultimo della serie storica delle demonizzazioni? Nel 1984, 25 anni fa, ossia un quarto di secolo fa, ragazzi miei, Berlinguer parlò di Craxi come di “un pericolo per la democrazia”. Giampaolo Pansa ci scrisse su un pezzo “controcorrente”, proprio su Repubblica, dal titolo “Un solo nemico: Craxi Bettino”, che sarebbe da citare tutto, tanto è eloquente sulla mentalità di queste teste quadre, facilmente inquadrabili e inquadrate; ma mi limito a questi tre brani:

Craxi come Tambroni. Craxi come Crispi. Craxi come Mussolini o quasi. Del resto, Craxi è o non è decisionista? Certo che lo è. Ed è anche tante altre brutte cose. Autoritario. Nemico del Parlamento. Forte con i deboli e debole con i forti. Thatcheriano. Reaganista. Non più socialista. Geneticamente mutato. Avventurista. Incognita torbida del sistema… Quando l’Elefante Rosso incontra un socialista non subalterno, lo trasforma subito nell’Uomo Nero. Se poi quel socialista rifiuta d’andare a rimorchio dell’Elefante e tira diritto per la sua strada, l’Uomo Nero diventa l’Uomo da Bruciare. Per questo, come se non bastassero gli slogan del 24 marzo a Roma, anche la lettura dell’Unità ci fa sentire un brutto suono di campana a morto. E i rintocchi dicono almeno tre cose sgradevoli. Primo: l’alternativa (democratica o di sinistra) possiamo scordarcela per un bel po’ di anni. Secondo: la guerra fra comunisti e socialisti ormai è totale. Terzo: la “marcia indietro” sarà soltanto una delle tendenze che si agitano nel PCI, come sostiene il riformista Terzi, ma di certo oggi è la spinta prevalente, in base alla regola nefasta che ad ogni estremismo corrisponde un estremismo uguale ed opposto. Super-estremista, spiace dirlo, ci appare quel leader freddo, in apparenza alieno da furori, che si chiama Berlinguer. Un anno fa aveva gridato “al lupo!”, lanciando l’allarme per il “golpe bianco”. Allora il golpista in potenza era Ciriaco l’Avellinese con il suo “blocco d’ordine”. Oggi è Bettino da Milano. (…) Dice Berlinguer il 20 febbraio al Comitato centrale del PCI: Craxi “ha più volte manifestato la sua intolleranza verso il Parlamento”, pratica “metodi governativi di tipo autoritario”, il suo decreto sulla scala mobile “è un attentato a una delle libertà irrinunciabili dell’ordinamento democratico della Repubblica”. Morale: Craxi “logora il paese” e sembra avviato a determinare “una crisi politico-istituzionale che potrebbe essere di proporzioni imprevedibili”. Dunque, si gridi di nuovo “al lupo!”, incita Berlinguer. E l’allarme lui lo ripete il 4 marzo alle donne comuniste. Parla dei “rischi che corrono oggi la democrazia e la Repubblica”. Dice: “Non siamo noi soltanto che cominciamo ad avvertire il significato di episodi e di velleità che esprimono una mentalità di regime”. Come può l’Unità non esser d’ accordo col segretario del partito? Il 7 marzo scrive di Craxi: “Ci troviamo al cospetto di un’inclinazione autoritaria, colorita certo di toni grotteschi, ma per questo non meno preoccupante”. (…) Per Macaluso, comunque, gli uomini del Garofano fanno pensare a ben di peggio. Un giorno, il Martelli osa dire: “Anche se il PCI portasse a Roma a spese della CGIL tutti i suoi iscritti che sono assai più di un milione, la prova di forza la vincerebbero i venti milioni di lavoratori e di produttori che sabato 24 marzo resteranno a casa”. Il direttore dell’Unità insorge al grido: “Ormai siamo alle maggioranze silenziose!”. Poi continua: “In tutti i tempi, lontani e vicini, questi richiami alle maggioranze silenziose hanno preannunciato intendimenti autoritari. Silenziosi o rumorosi. Dopo gli anni ’68-’70 (anni della riscossa operaia), dopo le manifestazioni delle maggioranze silenziose, giunsero i rumori delle bombe, con il loro seguito di stragi… Attenti, dunque, a risfoderare certi argomenti”. Un PSI stragista [fantastico! N.d.Z.] oltre che craxista?

E volete sentire la risposta di Martelli su l’Avanti? Poi ditemi se non vi ricorda qualcosa:

Berlinguer aggredisce Craxi, lo rappresenta come un mostro, un tiranno, una minaccia e lo fa per giustificare la più ingiusta, la più insensata, la più settaria battaglia contro il PSI. (…) Solo un misto di gesuitismo e maccartismo può stravolgere una critica anche radicale al funzionamento delle istituzioni facendola diventare un reato d’ opinione, addirittura una tentazione autoritaria.

Ma andiamo avanti. Nel 1990, dopo la caduta del Muro, i valorosi comunisti italiani erano mezzi morti di paura all’idea di dover puramente e semplicemente scomparire dalla faccia politica del paese. Per loro fortuna i criminali che stavano dall’altra parte li trattarono coi guanti bianchi. Il cinghialone anzi si fece interessato ma necessario patrocinatore della loro causa quando chiesero di entrare nella casa dei socialisti europei. Rinfrancatisi, ricominciarono in un amen a praticare il loro sport preferito: istruire pratiche d’infamia. Nei primissimi giorni dell’inchiesta di Mani Pulite ed in vista delle elezioni dell’aprile 1992, poi vinte dal pentapartito, Achille Occhetto, chiudendo i lavori del Consiglio nazionale del PDS, parlò come un volantino stampato, valido per tutte le stagioni. Sentite che sbobba:

Se alle prossime elezioni il PDS dovesse perdere, verrebbe meno un baluardo di garanzia della democrazia. (…) Ci troviamo di fronte alla fine di un ciclo, di una fase intera della storia della Repubblica. (…) In questa delicata fase di passaggio le classi dirigenti si sono limitate a guardare al tentativo di Cossiga di imporre, attraverso una evidente usurpazione di potere, un cambiamento nella forma di governo e della funzione della presidenza, all’emergere di razzismi e localismo, all’attacco alla Resistenza e alla magistratura, e al formarsi attorno alla massima autorità dello Stato di un partito del presidente che va dai socialisti al MSI, fino alle Leghe. (…) Si tratta di scegliere tra due ipotesi di uscita dalla fase di centralità DC, quella di una ricomposizione populista peronista e plebiscitaria attorno a un nuovo centro, oppure quella della costruzione della prospettiva delle alternative programmatiche, insomma tra due forme di cambiamento opposte, una neoautoritaria, l’altra democratica.”

Ah ah ah… capito? Del Cavaliere non si vedeva ancora l’ombra, ma i cervelloni democratico-comunisti avevano già disegnato lui e la sua banda nella loro bella e sgombra mente di polli d’allevamento.

Cari concittadini, italiane ed italiani, se una guerra civile scoppia non è certo a causa della mancanza di bon ton o dell’innalzamento dei toni. Quello è solo il fuoco accidentale che fa esplodere la polveriera che qualcuno ha ammassato con solerzia e sistematicità, spesso nel rispetto formale delle regole, nei seminterrati della società. In Italia ciò è avvenuto attraverso la sedimentazione di un’epica politica di massa che ha trasformato i più di sessant’anni della nostra storia democratica e repubblicana in un lungo romanzo criminale, coi furfanti sempre accampati dalla stessa parte. (Per inciso: si capisce bene quale considerazione di sé possa aver sviluppato il popolo italiano in tutti questi anni di morboso contro-nazionalismo, di auto-denigrazione istituzionale e quasi istituzionalizzata, e come ne abbia guadagnato l’infingardaggine a tutti livelli.) Qualche giorno fa Di Pietro, con l’evocazione maramaldesca di scontri nelle piazze a causa della sordità del governo per “le richieste dei cittadini”, non ha fatto altro che replicare la doppiezza del vecchio PCI, specie all’epoca degli anni di piombo, quando ammassava dinamite in cantina attraverso la sua propaganda, per poi salire al piano nobile del condominio democratico ad ammonire con stile mafioso gli amministratori a comportarsi “coscienziosamente”, perché qualche pazzo esasperato avrebbe potuto far saltare tutto. Gli è andato idealmente dietro, con lo zelo comico e ultraortodosso dell’ex democristiano inghiottito dal Leviatano post-comunista, Dario Franceschini, che ha auspicato, in caso di elezioni anticipate ed in nome dell’emergenza democratica, un Comitato di Liberazione Nazionale. Un altro impalpabile democristiano con già un piede nella tomba politica, o nella bocca del mostro, come Casini, gli ha fatto eco.

Cos’è cambiato, di fondamentale, da allora, ma anche da qualche anno fa? I toni? Non sembra proprio. Di cambiato c’è che le polveri sono bagnate; che l’immensa catasta d’esplosivo si è deteriorata; che il romanzo criminale perde ogni giorno la sua paginetta, così come la schiera dei suoi ammiratori perde ogni giorno qualche rappresentante, tanto da essere diventata, per quanto possente, una netta, visibile, e ben circoscritta minoranza. E soprattutto sempre più isolata. C’è nella società un istinto animalesco che annusa questi cambiamenti. Se da qualche tempo i berlusconiani sono all’attacco e parlano con una franchezza inedita nella storia repubblicana italiana è perché annusano la debolezza dell’avversario. L’attacco ai santuari giacobini delle pratiche d’infamia, eredi della propaganda comunista, è cominciato da tempo. Nelle parole “incendiarie” (ma va’…) pronunciate da Cicchitto in parlamento non c’è niente di nuovo:

A condurre questa campagna è un network composto dal gruppo editoriale Repubblica-L’Espresso, dal quel mattinale delle Procure che è il Fatto, da una trasmissione di Santoro e da un terrorista mediatico di nome Travaglio, oltre che da alcuni pubblici ministeri, che hanno nelle mani alcuni processi, tra i più delicati sul terreno del rapporto mafia politica e che vanno in TV a demonizzare Berlusconi. E da un partito come l’IDV, con il suo leader Di Pietro, che in questi giorni sta evocando la violenza, come se volesse trasformare lo scontro politico in atto in guerra civile fredda, che coinvolge anche settori più giustizialisti del suo partito, caro onorevole Bersani.

Niente di nuovo, tranne quel “caro onorevole Bersani” che ha il sapore di un ammonimento, di un invito, e di un incoraggiamento insieme, lanciato da posizioni di forza.

In Italia solo ora sta crollando il Muro di Berlino di una generalizzata menzogna storica. Berlusconi sta portando a termine questa demolizione, meritoriamente. Chi spera nella “sparizione” di Berlusconi si illude. Dissolto l’incubo del Cavaliere, ne spunterebbe subito un altro, per necessità storica, foss’anche lo psiconanerottolo Brunetta. E’ una lotta per la verità che sta arrivando al suo momento decisivo. Ciò sfugge ai quei sedicenti liberali di ineffabile astrattezza e inossidabile conformismo, che praticano la dottrina del giusto mezzo, dell’eterno giusto mezzo, fosse anche tra un bandito e il più onesto degli uomini, e che in realtà usano il loro corpo morto per puntellare quel che resta del Muro in Italia. E che la luce della verità storica si stia facendo strada lo dimostra la chiusa di un articolo sulla Stampa di un signore critico con la sinistra ma lontanissimo dal berlusconismo come Luca Ricolfi:

 …è venuto il momento di separare le critiche che stanno in piedi (e che sono tante) dal quadro apocalittico che le incornicia e che alimenta un clima da ultima spiaggia, da resa dei conti finale. Se non lo faremo, anche le critiche più serie finiranno per apparire sterili e preconcette. E gli appelli ad «abbassare i toni», a tornare a un confronto civile, non sortiranno alcun effetto: perché è vero che alla fine del suo lungo percorso l’antiberlusconismo si è raggrumato in un sentimento viscerale, ma all’origine è stato soprattutto un’idea, una costruzione intellettuale, una descrizione dell’Italia lungamente coltivata e ribadita. E’ con questa ricostruzione che è arrivato il momento di fare i conti, con pacatezza e amore per la verità.

“All’origine è stato soprattutto un’idea, una costruzione intellettuale, una descrizione dell’Italia lungamente coltivata e ribadita”: appunto; una ricostruzione con cui “fare i conti”: appunto.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

La lunga marcia berlusconiana (e i suoi effetti)

Continua, passo dopo passo, la lunga marcia della democratizzazione berlusconiana, non molto appariscente ma terribilmente reale per chi deve temerne gli effetti. Essa è così solidamente incardinata sul lato giusto della storia da proseguire il suo cammino senza trovare alcun serio ostacolo nonostante le bombe e bombette che ogni giorno le scoppiano intorno. Anzi, a ben vedere, è proprio il clima epocale di bonaccia, un senso generale d’ineluttabilità, a dare la stura a tante manifestazioni di nervosismo impotente, sia nel campo dei mori sia in quello dei cristiani. Tanto si strepita in un senso, tanto le cose marciano tranquillamente e impietosamente in direzione contraria. All’occhio superficiale può sembrare una cosa sorprendente che Berlusconi resti in sella in barba agli attacchi concentrici di cui è oggetto quotidianamente; che sopravviva baldanzosamente ad un’allure non propriamente presidenziale, e all’assedio oramai internazionale dei firmaioli democratici, sempre numerosi quando si tratta di sparare con frivolezza sulla Croce Rossa; che sia più forte delle proprie debolezze e stravaganze, del cerone e dei capelli tinti; più forte della crisi economica; più forte del neostatalismo municipale di certi legaioli dai denti robustissimi e di quello parafilosofico di certi guru del suo governo; ma questa blindatura è solo il meritato premio per l’uomo politico italiano che con più determinazione e coraggio ha imboccato la strada giusta.

Il muro di Berlino in Italia non è mai completamente crollato: ci è voluto l’impareggiabile o inqualificabile conquistatore di giovani e romantiche femmine che tutto il mondo c’invidia per finire degnamente il lavoro. La glaciazione della guerra fredda aveva questo di comodo per l’establishment: che, almeno a livello di pubblica opinione e di riflesso nell’arena politica, certe questioni culturali, il Risorgimento, la Resistenza, le contiguità tra fascismo e comunismo, ampiamente dibattute fra gli studiosi, erano relegate a mere questioni accademiche. Ma fatta la breccia nel muro di Berlino e culturalmente in quello della priorità anticomunista, l’opinione pubblica ebbe agio – pericolosamente – di vedere la significativa prospettiva storica di quell’ampio viale che al Muro aveva portato e che quel baluardo per tanto tempo aveva nascosto al pubblico. Vecchie verità potevano finalmente acquisire un inedito peso politico, scomode per tutte quelle rendite di posizione che il Muro indirettamente aveva puntellato. Nei libretti di storia del futuro – quelli più stringati – si troverà scritto che Mani Pulite fu un tentativo da parte dell’establishment peninsulare – culturale ed economico – di fermare la storia. Dopo averlo sventato, aver tenuto duro, rimesso in moto il processo naturale di unificazione del paese, ché questo significano i mal di pancia di questi anni, oggi, portata quasi di peso dalle onde lunghe della riconciliazione con la verità storica, la controffensiva della plebe berlusconiana si concentra sui personaggi emblematici della casta laico-repubblicana. E così ora che si rumoreggia di una ripresa possibile delle inchieste sulle stragi mafiose in chiave antiberlusconiana, in mezzo a tanto fumo e nella “maturità dei tempi”, per usare un’espressione biblica, il dato nuovo e saliente riguardo ai fatti del 1992 è però che a finire nel mirino delle artiglierie del Cavaliere con sempre più decisione è proprio l’ideologo principe dell’antimafia, l’eccellente dottor Violante: il che significa che l’opera meritoria di demolizione continua.

E’ spassoso veder lamentarsi di “dossieraggi”, di “killeraggi”, di “trame oscure”, insomma delle vecchie “pratiche d’infamia” di volterriana memoria, gente che di queste cose si è nutrita fin dalla pubertà, che vi è cresciuta dentro tanto da fare dell’allarmismo democratico più o meno intimidatorio una specie di seconda e pavloviana natura: per questo non se ne accorge nemmeno. A differenza della truppa berlusconiana, temprata dal manganello democratico, costoro sono abituati solo a darle, e con gran comodità, e rimangono sbalorditi se il bonaccione brianzolo per una volta si ricorda di essere un autocrate. E si sentono dolorosamente feriti se il piccolo energumeno Brunetta, come tutti i politici di questo mondo, si butta nella mischia armato di appena un po’ di sana e solida demagogia populista: sai che tradimento! che crimine contro l’umanità! E dall’altra parte i berlusconiani sono talmente poco abituati a darle, che al primo colpo hanno affondato naviglio amico, il Boffo. L’Avvenire del duo Boffo-Ruini è stato sostanzialmente un discreto compagno di strada – per così dire – del politico Berlusconi, tant’è che gli articoli critici delle ultime settimane erano più il risultato di un cedimento alle lamentele di parte del mondo cattolico, che il segno di un cambiamento della linea editoriale. Gli è che il Feltri Furioso, oltremodo assorbito dal suo ruolo di cannoniere principe dell’armata berlusconiana, appena ha visto un bersaglio scoperto – a mo’ d’ammonimento – ha fatto fuoco.

Berlusconi è forte perché si è fatto interprete della necessità di un epocale “resettamento” della vita democratica in Italia; per questo chi ha qualcosa da perdere da questo cambiamento evoca fantomatiche dittature e ciancia di popoli ipnotizzati; per questo le fantomatiche classi dirigenti dopo avergli fatto guerra con tutti i mezzi, e dopo aver chiesto l’armistizio, si illudono ancora di non dover pagarne il prezzo. Il berlusconismo è più forte di Berlusconi; il giorno della sua tanto auspicata eliminazione chi ne raccogliesse apertamente l’eredità, quasi un Antonio moderno col cadavere di Cesare tra le braccia, diverrebbe immediatamente l’uomo politico più forte del paese.

Ma se la marcia berlusconiana ha prodotto pure un generale e comprensibile risentimento tra i vinti, ne ha prodotto pure uno di più sottile e malsano nel campo teorico dei vincitori. Che la vittoria nelle elezioni del 1994 abbia avuto effetti devastanti sulla psiche dei sopravvissuti della Balena Bianca non credo vi siano ormai più dubbi. Quando nell’anno fatale l’elettorato bianco saggiamente decise di ridere in faccia all’offerta suicida del polo di centro, la grigia forma di resa firmata senza nemmeno l’ebbrezza estetica di un tragico e preventivo harakiri dal becchino Martinazzoli, degno epilogo a sua volta dell’estenuante eutanasia che l’egemone sinistra democristiana stava mettendo in atto da un ventennio e più, in quel solo momento rivelatore tastarono con mano la superiorità di un dilettante coraggioso fornito una visione strategica nei confronti di tutte le tattiche dei professionisti dell’agone politico, quali essi si credevano. Videro con sollievo – e umiliazione – che non era scontato l’atterraggio morbido in terra postcomunista del nostro paese; che esso dipendeva in gran parte invece dalla diserzione dalla lotta e dalla rappresentitività politica di un partito nominalmente moderato che non aveva saputo mettere argine all’aggressività della falange marxista che da decenni si stava mangiando il paese dal di dentro in virtù di quell’autentica solidarietà mafiosa o piduista tra compagni che caratteristicamente rinfacciava agli avversari politici. Non ebbero allora la necessaria tranquillità di scandagliare in profondità la misura del risentimento verso quel parvenu che pure li aveva raccolti naufraghi. E da allora, son passati ormai tre lustri, questo “post traumatic stress disorder” viene declinato in tutte le sue più diverse forme a seconda dell’individuo affetto dalla patologia. Ma nell’ex democristiano recuperato alla vita politica dal Cavaliere (direttamente o indirettamente, perché anche Andreotti – lodato dagli ipocriti per la “correttezza” dimostrata durante le lunghe vicende processuali che lo hanno coinvolto – sarebbe stato sbrigativamente consegnato al boia senza la creazione di una vera “opposizione” nel paese) esso assume soprattutto le forme del sogno di una grande, scintillante giocata in contropiede che faccia saltare il banco della politica e che mai non arriva, dall’ultima Thule dell’Italia di Mezzo, la nuvoletta di fumo che avvolgeva l’esoterico mistero del Genio Politico di Marco Follini, alle grosse puntate del funambolico pensionato Cossiga, agli Adepti della Setta del Grande Centro e i loro mai dissigillati Libri Sibillini. C’è poi chi, come Buttiglione, si consola non combinando nulla, sprofondandosi in poltrona, incrociando le gambe e gettando uno sguardo profetico nel futuro, vedendo cose negate a qualsiasi altro essere umano, e si crede pure molto in gamba. Poveretto.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

P.S. Che noia Berlusconi. Ossia l’antiberlusconismo. Ossia l’Italia. Sono annoiato a morte. Per riuscire a scrivere qualcosa devo recuperare vecchie cose, ché tanto ai testoni fanno sempre bene. Ecco le risposte ai commenti:

1) Come ho già scritto altrove Mani Pulite scoppiò proprio là dove i venti di novità erano più forti, nel Lombardo-Veneto. Il crollo del comunismo internazionale, prima con le crepe degli anni ’70 e ’80 e poi con la cadutra del Muro nell 1989, sbloccò la situazione italiana. Le novità negli anni ’80 furono Craxi e la Lega. Dove il panorama politico era più fragilizzato, insomma là dove DC e PCI erano o più in crisi o erano meno forti, nel Lombardo-Veneto scoppiò Mani Pulite, perché i magistrati si sentivano sufficientemente forti grazie al malumore generale. Fu una grande occasione per una “confessione generale” e per ripartire da nuove e più civili basi ma una magistratura politicizzata ed esemplarmente parziale, sostenuta dagli ex-comunisti e dall’oligarchia industrial-finanziaria, ne approfittò per fare un repulisti di tutti i possibili avversari della conservazione politica ed economica. Mani Pulite ebbe l’appoggio degli italiani per pochi mesi, finché si capì dove si voleva andare a parare.

2) Qualcuno si sorprende perché dico che la sinistra si stava mangiando dal di dentro il paese. Mi sorprendo io. Vogliamo tirar fuori un qualche segmento della società che progressivamente non fosse caduto in mano ad uomini di sinistra: sindacati, pubblica amministrazione, cultura, università, giornali ecc, e perfino in campo economico? La verità è che la DC garantiva solo per la posizione occidentale in politica estera; per il resto il PCI e i suoi satelliti cogestivano il paese insieme alla DC ma se ne impadronivano sempre di più perché assai più spregiudicato, e perché per la mentalità comunista la solidarietà politica (che io chiamo provocatoriamente “mafiosa” e “piduista”) faceva premio sul rispetto dei meriti professionali, e i compagnucci si sostenevano tutti in cordata, trasversalmente nella società, con la tattica delle minoranze militarizzate. Erano insomma gli imbroglioni della democrazia. (P.S. La mafia, i cui effetti sono tanto disastrosi per la società, non è però un “grande potere”; la P2 – non che non esistesse – ma fu una barzelletta)

3) Fa ridere sentire quelli di sinistra elogiare – ora – i De Gasperi e i Moro: a loro tempo per il verbo progressista non erano meno peggio di Berlusconi. Sissignori, anche Moro, di cui non ho affatto una grande opinione. Tanto per capire l’atmosfera di quei tempi un anno prima di morire o forse solo qualche mese prima, non ricordo bene, Moro, guarda un po’ investito dal solito “scandalo” – l’affare Lockeed – e dalla solita gragnuola antifascista, lui che era un uomo che non si sbilanciava mai, disse quelle parole famose che tanto dispiacerebbero ai Di Pietro, ai Zagrebelsky, alle anime democratiche d’oggigiorno: “la DC non si farà processare!”. Tutto dimenticato, tutto digerito, come al solito succede per il gregge di sinistra.

4) Dispiace vedere gente intelligente ripetere come un pappagallo i soliti refrain della vulgata della sinistra. Il CAF, i nani e ballerine, Craxi e il debito pubblico ecc.

“Nani e Ballerine” fu una battuta di Formica, uno dei colonnelli craxiani, segno che da quelle parti c’era almeno il senso dell’umorismo, cosa negata all’uomo democratico di razza purissima. I nani e le ballerine di Craxi erano quattro gatti, i nani e le ballerine della sinistra odierna sono un esercito, ma vanno rubricati sotto il nome di personalità significative della cultura e dello spettacolo. Del CAF faceva parte pure quell’Andreotti amico di tutti che durante i governi Craxi, nelle veci di ministro filoarabo degli esteri, per alcuni anni fu il beniamino del popolo di sinistra (“Lui è l’unico che si salva, l’unico decente! ecce. ecc): ma anche questo se lo sono dimenticato. Dimenticato e digerito, come al solito. Come al solito il gregge di sinistra. Del debito pubblico durante l’era Craxi la sinistra se ne infischiò in lungo e in largo. Era l’ultimo dei problemi. Per il resto Berlinguer e compagnia, che giammai ne combinarono una di giusta, promossero un referendum (che persero) luddista-reazionario-sfondacassedellostato contro il taglio della scala mobile voluto da Craxi.

4) I processi di democratizzazione non si misurano solo col successo delle riforme, ma anche, non mi stanco di ripetere, col riequilibrio dei poteri reali nel paese. Anche una lotta di potere, se combatte le oligarchie, e se fa sì che lo spettro politico del paese rispecchi quello economico-sociale del paese, è importante. E’ necessaria. E’ la base. E’ quello che sta succedendo. Mi compiaccio di una cosa: di capire bene il berlusconismo. Per coincidenza proprio in queste ore Brunetta – non il capo – sta sparando a palle incatenate contro le élites. Domani mi sa che sentiremo tuoni e fulmini, e lagne.

Sapete perché oggi Brunetta cannoneggia contro le élites ed evoca apertamente il “colpo di stato”? Sapete perché? Non certo perché lo tema veramente il colpo dello stato. Il “colpo di stato” le “élites” lo hanno sognato per quindici anni. Ma quando i “poteri forti” sono veramente forti, le parole si misurano, ci si muove con circospezione, nonostante la tensione latente, e si grida solo quando le cose precipitano. Mentre ora sono stati indeboliti, com’è stata indebolita la sinistra, e i berlusconiani hanno meno paura e sentono che è il momento di sfondare. Nel post ho scritto “per questo le fantomatiche classi dirigenti dopo avergli fatto guerra con tutti i mezzi, e dopo aver chiesto l’armistizio, si illudono ancora di non dover pagarne il prezzo”: questo intendevo. Ma è sempre stato così nella storia: quanto più un dittatore è debole, o quanto più un’oligarchia (quella vera, non Berlusconi & C.) è debole, tanto più il popolo (quello vero, non la setta dei firmaioli) rumoreggia. Quanto più il giogo è pesante, e quanto più le speranze di liberazione sono lontane, tanto più si rassegna. Umano, troppo umano. (P.S. ahò, so’ l’infame Franti, l’infame Franti, mica il secchione della classe…)

Esagerato. Moooolto esagerato. Consapevolmente esagerato. E’ vero che l’eliminazione dei corpi intermedi è sempre stato il modo per rinsaldare un potere centralizzato. Così con l’Assolutismo – specie nel caso francese, il più classico – il Re, così paterno col popolo, giorno dopo giorno indeboliva l’Aristocrazia corrompendola coi privilegi e sottraendole ogni potere politico. E i demagoghi vecchi e moderni si sono sempre appoggiati sulle masse dei diseredati – all’uopo ipnotizzati, ça va sans dire – per sciogliere i grumi duri della resistenza. Ma qui stiamo solo mettendo le cose in pari, per il bene dell’Italia. Come fece la gloriosa Serenissima quando conquistò i territori della terraferma. Sparse campagne e città di leoni alati, per far capire discretamente chi comandava, tagliò le unghie alla nobiltà della terraferma, che rosicò assai. Fu così che nel momento più critico della storia veneziana, all’epoca della Lega di Cambrai, Machiavelli, che pur odiando i veneziani rimaneva abbastanza sveglio, si accorse – cosa rarissima per uno stato italiano a quei tempi – che i contadini erano tutti “marcheschi”, ossia tifavano per S. Marco. Oggi c’intronano gli orecchi da mane a sera con le tirate contro il dittatore, con l’evocazione di scenari disastrosi, e vorrebbero far credere, tutti in coro, non una nota stonata, che la libertà è in pericolo: cerchiamo di non essere ridicoli. Un po’ di populismo è inevitabile. Ma quello ce lo mettevano perfino De Gaulle o Reagan. (P.S. Sarei curioso di conoscere Silvietto. Siccome mi conosco fin troppo bene, so che comincerei a prenderlo simpaticamente per il culo per tutte le sue manie, così, per tastare il suo grado di suscettibilità, che è una caratteristica ben poco virile…)

MANI PULITE in pillole disposte con ordine

Anni ’70: segni di crisi del comunismo internazionale. In Italia le due balene, l’una rossa e l’altra bianca. Per riciclarsi a sinistra qualcuno inventa “l’eurocomunismo”; poi Berlinguer, siccome il bel sol dell’avvenire rosso non incanta più, lancia la “questione morale”: i cattivi non sono più i “non rossi” ma “i corrotti”, all’uopo sempre “fascisti”.

Anni ’80: il comunismo piano piano crolla. Lo scioglimento dei ghiacci fa sì le pulsioni modernizzatici, per quanto confusamente espresse e costrette al mutismo da troppo tempo, vengano a galla. A sinistra si afferma il socialismo di Craxi. Naturalmente per la gazzette antifasciste – ossia sovietiche – prima il “decisionismo” di Craxi viene usato retoricamente per alludere a derive fasciste, poi si incomincia la pratica d’infamia contro “i ladri socialisti”. A destra, nell’enorme roccaforte bianca lombardo-veneta, il popolo che votava DC turandosi il naso in funziona anticomunista premia la Lega Nord, che ha il suo boom all’inizio degli anni ’90 quando comincia a pigiare sul tasto della protesta fiscale.

Inizio anni ’90: in Lombardia il quadro politico e sociale è sempre più instabile a causa dei malumori del popolo di “destra”. A farne le spese sono proprio i socialisti, che a Milano hanno la loro capitale morale, ma che in realtà vengono presi di mira in quanto omologati ai rappresentanti del potere politico tradizionale. Mani Pulite scoppia a Milano PROPRIO PERCHE’ I MAGISTRATI SI SENTIVANO CON LE SPALLE ABBASTANZA COPERTE DALL’APPOGGIO DELL’OPINIONE PUBBLICA DI DESTRA DEL NORD, E LOMBARDA IN PARTICOLARE. Il giornale dei “rivoluzionari” di Mani Pulite fu L’Indipendente preso in mano da – guarda un po’ – Vittorio Feltri. All’inizio di Mani Pulite la sinistra fu completamente assente e rimase per un po’ a guardare.

Poi i magistrati cominciarono la loro opera di “selezione”. Apparentemente tutti, forze politiche, piccoli e grandi imprenditori, potentati economici (tranne quello – guarda un po’ – di Berlusca) caddero nelle grinfie dei giustizieri democratici. Ma in realtà con alcuni si usavano metodi sbrigativi, con altri le procure manipulitesche erano dei veri e propri porti delle nebbie. Il popolo di “destra”, quella parte dell’opinione pubblica che in realtà aveva permesso con la sua forza l’avvio di Mani Pulite, si sentì tradito e in seguito costituì il grosso dell’elettorato di Berlusconi, che nel frattempo aveva reclutato Feltri per il Giornale. Solo Di Pietro aveva mantenuto una certa popolarità a destra, in quanto veniva considerato meno politicizzato dei suoi colleghi. Berlusconi gli offrì addirittura un posto di ministro!

Perché, una volta accesa la miccia – dalla destra – vi fu un’alleanza naturale fra l’establishment industrial-finanziario e la sinistra post-comunista, per dirottare l’impresa di Mani Pulite? Perché erano due fazioni che non avevano più niente da dire nella storia; perché con l’eliminazione dei partitini, dei socialisti, dei DC non di sinistra, erano l’espressione di forze puramente conservative le quali, ciascuna nel proprio ambito, controllavano i centri di potere nel paese: banche, finanza, grandi gruppi industriali boccheggianti da una parte; cultura, scuola, buona parte dei sindacati, pubblico impiego ecc. dall’altra. Erano pezzi di Vecchio, ché essendo perfettamente stagionati, e avendo perso ogni originaria potenzialità conflittuale vicendevole, come dei materiali inerti si incastravano uno nell’altro. I loro giornali parlarono con una stupefacente unità d’intenti, fin quando non furono messi in crisi dalla forza berlusconiana. Il loro nemico comune principale l’immensa classe media fatta di piccoli e piccolissimi imprenditori, cui si unirono poi buona parte del mondo delle professionali liberali e dei dipendenti del settore privato almeno al Nord. E pure una grossa parte dei socialisti di allora, che con tutti loro difetti, costituivano pur sempre un elemento di rottura in un’Italia pietrificata. Una plebe, magari non attraente, con le sue grossolanità, ma certo la parte più dinamica ed attiva del paese. Quella che aveva dato inizio – essa, non la sinistra – a Mani Pulite.

Il consolidamento del berlusconismo, sia che si trovi al governo, sia che si trovi all’opposizione, ossia l’accettazione della realtà e la rinuncia a considerarlo un’anomalia, è il presupposto necessario per qualsiasi riforma “liberale” in Italia.