Articoli Giornalettismo

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (115)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

GIAN PIERO GASPERINI 25/02/2013 «Gasperini esonerato. Il nuovo allenatore è Malesani.» No, scusate, questa è la notizia di tre settimane fa. «Malesani esonerato. Gasperini è il nuovo allenatore.» Questa è la notizia del giorno in casa Palermo. Chi ci guadagna? Male che vada, il sommo Zamparini. L’ho già scritto da questa tribuna: Zamparini, diventando il più grande mangia-allenatori della storia del calcio mondiale, cerca ormai la fama imperitura. Molti nomi passeranno, il suo non passerà. L’unico suo problema sarà trovare allenatori disposti a fare da comparsa in cambio di un contratto o illusi di farla franca a suon di successi. E’ per questo che spesso richiama allenatori che già avevano ceduto alle sue lusinghe. Quando ha ricevuto la fatale telefonata dal club, Gian Piero, che già aveva sostituito Sannino, non credeva alle proprie orecchie. Per salvare le apparenze ha chiesto di poter riflettere per qualche ora. Poi ha detto sì. Adesso si aprono due scenari, ambedue esaltanti per il presidente del Palermo: 1) la squadra si riprende miracolosamente e si salva, e a Zamparini tifosi e giornalisti riconosceranno del genio nella sua follia; 2) la squadra continua a non combinare un tubo, e allora Zamparini potrà meditare il colpo del secolo: richiamare Malesani e convincerlo con le sue arti malefiche ad accettare. E allora sarà la Storia a riconoscergli del genio nella sua follia.

L’UTILE IDIOTA 26/02/2013 «Utile idiota» non è una figura retorica molto apprezzata. A torto. Perché l’esistenza del tipo umano che essa sottende trova conferme ogni giorno, specie in contesti fertili come quello politico italiano. Da noi l’utile idiota va incontro al suo mesto destino con aria di superiorità, dimostrando da quelle altezze sublimi anche un composto disgusto per la pacchianeria delle famiglie politiche a lui più vicine. Lusingato dai media e dagli avversari politici di sempre, l’utile idiota nostrano è corazzato contro ogni ragionamento terra terra. E anche quando il ferale verdetto arriva, non piange, non si dispera, e men che mai si pente: rimane ibernato in una specie di compita stupidità. Perciò ieri sera Pier Ferdinando Casini, che non manca di esperienza, ha ammesso tranquillamente la sconfitta; ma era serenissimo, ancora convinto di aver fatto la cosa, anzi, la scelta giusta. Invece Mario Monti, che è ancora alle prime armi, non solo era serenissimo, ma pure soddisfattissimo.

GUIDO GENTILI 27/02/2013 Il giornale della Confindustria fu tra i grandi sponsor dell’operazione Monti. Ricorderete come rompeva i marroni col «fare presto!». Il suo era un disegno profondo e lungimirante: liquidare il berlusconismo, scassare il bipolarismo, succhiare il meglio, a sinistra e a destra, di un parlamento delegittimato e impaurito, e fare del centro illuminato ed europeo il dominus della politica italiana. Dopo qualche mese fu chiaro che la grande strategia scricchiolava paurosamente. Si ripiegò allora sull’idea di un centro-sinistra moderno, guidato da Monti, ma con la truppa fornita dal Pd. Idea bellissima che fece puntualmente naufragio dopo molto meno di qualche mese. Ci si acconciò allora, lì ai piani alti del giornale, alla prospettiva di un più modesto ma nobilissimo obbiettivo: un sinistra-centro guidato da quel brav’uomo di Bersani che avesse in Monti un prezioso collaboratore e un garante nei confronti del severo consesso europeo. Alla vigilia delle elezioni, quando era ormai chiaro che il centro montiano avrebbe fatto la stessa fine gloriosa del centro martinazzoliano di vent’anni fa, l’unica speranza era posta in una franca vittoria del Pd di Bersani, misteriosamente assurto a paladino dell’europeismo responsabile. Sensatissima ipotesi che il giorno dopo la realtà avrebbe spietatamente smentito. Ed ora l’Italia è sotto il tiro dei mercati. In attesa che la situazione politica trovi un auspicale sbocco, il nostro formidabile Sole 24 Ore è del parere che bisogna muoversi subito e bene. E attraverso Guido Gentili ha fatto un video appello a due possibili protagonisti di questa azione preventiva: Mario Draghi, presidente della Bce, e …Grillo. Sì, Grillo. Il Beppe. Lui in persona. Guido Gentili ha ricordato che Beppe una settimana fa, in un’intervista, avrebbe detto di non essere un anti-europeista, e che il problema vero non è l’euro ma la montagna del debito pubblico. Ecco, ha detto il giornalista, una pubblica dichiarazione di Grillo che vada in questo senso sarebbe una grande prova di responsabilità. Forse mi sbaglio – io sono berlusconiano – ma ho avuto l’impressione che stesse per piangere.

IL PARTITO DEMOCRATICO 28/02/2013 Fondamentalmente il M5S è un partito di estrema sinistra. L’urlo compatto della protesta a trecentosessanta gradi contro la politica ha agito come una spessa cortina fumogena sulla sua vera natura. Appena sarà costretto a fare politica, a fare scelte, a votare o non votare provvedimenti, ciò apparirà chiaro, e perderà di colpo l’appoggio di un terzo del suo elettorato, quello proveniente dalla destra arrabbiata. Ma rimarrà, per il momento, una forza possente, che sommata ai sostenitori del rivoluzionario Ingroia e a quelli di Vendola, rappresenterà metà della sinistra italiana. L’altra sarà rappresentata dal cosiddetto «Partito Democratico», sulla carta un’entità distante anni luce da quei facinorosi con la fisima dell’ostentata virtù, la cui base, però, dovendo scegliere tra baciare il rospo, andare a nuove elezioni, o cercare l’alleanza o almeno un’intesa informale con Grillo, ha già deciso in cuor suo per quest’ultima opzione. Da ciò si vede tutto il fallimento dell’operazione «democratica» e della pretesa di passare, dopo mezzo secolo di milizia marxista, e solo a parole, dal comunismo alla sinistra kennedyana. Espediente acrobatico e sfacciato, ma comodo, visto che dietro l’etichetta «democratico» si può nascondere chiunque, anche l’infervorato tagliatore di teste. E questo spiega perché a sinistra, nonostante di comunisti dichiarati non se ne trovi più quasi nessuno, di puri più puri di te pronti ad epurarti ne spuntino fuori a iosa ogni giorno. E adesso è arrivato anche per il Pd, il partito dell’onestà, della giustizia e della questione morale, il momento di avere veramente paura, paura di finire in bocca ad un pesce grosso che l’inghiottirà nel nome dell’onestà, della giustizia e della questione morale, e forse con l’applauso dall’oltretomba dello spirito di Berlinguer. Non sarà il giovanilismo centrista di Renzi a far uscire la sinistra dai suoi problemi strutturali. Ma una dichiarata scelta socialista o socialdemocratica, con tutte le dolorose conseguenze del caso, che la pacifichi, la riunisca e la fonda, in modo che essa possa trovare in se stessa, e non nell’odio per il Berlusconi di turno, le ragioni della sua esistenza. Il primo passo è sempre il più duro. Ma oggi se ne presenta un’occasione ghiottissima: baci il rospo.

IL LIBERALE IN POLITICA 01/03/2013 Liberale nel senso europeo, più precisamente continentale, e più precisamente ancora italiano che oggi si dà al termine. Al liberale generalmente la politica fa orrore, i politici fanno schifo, ed è quasi giunto alla conclusione che anche la democrazia faccia schifo. Mica che abbia torto del tutto. Solo che è curioso che proprio lui si allinei involontariamente al mito astratto e neo-giacobino della «buona politica». Perciò quando si butta in politica si rifiuta di ragionare da politico. Ragiona da missionario, ma senza l’umiltà e la tenacia dei missionari. Se parla al popolo, s’immagina un popolo tutto suo, capace di capire finalmente il suo illuminato e complicato decalogo, mentre quello non capisce assolutamente un kaiser. Quando poi se ne accorge, comincia a imprecare contro un popolo becero tenuto nell’ignoranza dalle «classi dirigenti», mentre è il popolo di tutti i tempi e di tutte le nazioni. Al liberale in politica tessere alleanze, costruire maggioranze politiche, parlare alla «pancia» del paese, metter su lobbies dentro uno schieramento di Razzi e Scilipoti non passa nemmeno per la testa, tanto «questa politica», che poi è la politica di tutti i tempi e di tutte le nazioni, è destinata ad essere spazzata via, con le sue destre e le sue sinistre. Al liberale in politica non piacciono gli ordinamenti spontanei, ma il «perfettismo» di un partitino di perfettini. Alla fine, per disperazione, dall’alto del suo inevitabile uno per cento, riesce a sperare pure nella palingenesi e nel Grillo di turno. Eppure anche un liberale «fanatico» come Ludwig von Mises nel 1961 scriveva al sottosegretario di stato tedesco Alfred Müller-Armack queste parole:  «Vorrei ritornare su una osservazione contenuta nella sua prima lettera. Lei parla dei compromessi che si è costretti a fare nella politica pratica, e lo fa con espressioni che porterebbero a concludere che io rifiuti fondamentalmente questa flessibilità. Credo di essere stato frainteso su questo punto. L’elaborazione teorica delle dottrine e dei programmi deve essere rigorosa, coerente ed esente da contraddizioni. Se però non si riesce a convincere la maggioranza a realizzare pienamente il proprio programma, bisogna accontentarsi di ciò che si può ottenere nelle condizioni oggettive in cui ci si muove. Ho sempre criticato la middle-of-the-road-policy di tutte le varianti dell’interventismo, e credo di aver mostrato che esse finiscono inevitabilmente per sfociare nel socialismo vero e proprio. Ma questo non mi ha impedito di capire benissimo che i rapporti di potere politici possono costringere anche un difensore del liberalismo (nel senso europeo del termine, non in quello americano) a venire a patti temporaneamente con certe misure interventistiche (per esempio, i dazi doganali). Nella politica pratica solo raramente si può raggiungere la perfezione. Di regola, bisogna accontentarsi di scegliere il male minore.» (Ludwig von Mises, “In nome dello Stato”, Rubbettino)

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (108)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

MARIO MONTI 07/01/2013 Non credo sia stato un parto difficile. La scelta di “Scelta Civica” quale nome per la lista montiana alla Camera obbedisce in tutto e per tutto alla filosofia politica del centrismo italiano: non avere una sola idea, e cantare in coro …ma con ritegno. Marciando sotto la bandiera della “Scelta Civica”, anche voi, infatti, vi lusingate di appartenere a quella scelta società chiamata società civile: a connotarvi come “moderati” c’è solo la scelta, alquanto moscia, dei termini. Sotto altri lidi politici la stessa scelta assume denominazioni diverse. I più esaltati fra i migliori marciano, anzi, già combattono sotto la bandiera della “Rivoluzione Civile”: non disprezzateli troppo, perché in fondo, e in parte, sono vostri fratelli.

IL PARTITO DEMOCRATICO 08/01/2013 Dopo aver arruolato uno degli editorialisti di punta della gazzetta più importante dell’establishment, Massimo Mucchetti, il Partito Democratico di Bersani ha assoldato anche l’ex direttore generale di Confindustria, Giampaolo Galli. Per quest’ultimo il Pd, col sostegno dato al governo Monti, ha dimostrato di essere «un partito solidamente ancorato all’Europa». Può darsi. Solo che scegliendo poi Mucchetti e Galli ha dimostrato proprio il contrario. Infatti, quale altra tranquilla forza socialdemocratica europea, che non si sentisse in bisogno di dimostrare alcunché a nessuno, e alla quale fosse rimasto ancora un minimo di senso del ridicolo, avrebbe fatto lo stesso tipo di scelta nel suo progredito paese? E perché queste cose strabilianti accadono solo in Italia? E perché passano quasi per normali?

PIER FERDINANDO CASINI 09/01/2013 In Italia, guarda un po’, esiste un elettorato conservatore, coi suoi pregi e i suoi difetti. La forza e la longevità del berlusconismo stanno nel solo fatto di rappresentarlo. Quest’aquila della politica italiana invece pensava di liquidare il berlusconismo senza occuparne lo spazio politico. Né lui né Monti né gli altri bamboccioni centristi hanno avuto il coraggio di varcare il Rubicone. Risultato: il Berlusca non è morto; il Pdl non è morto; la coalizione berlusconiana in un amen si è ricostituita quasi per fisiologica necessità, con grande scorno della sinistra, del centro e dei militanti leghisti più cretini; e viaggia al momento, a dar retta ai sondaggi, con un trenta per cento circa di consensi che ha tutte le possibilità di crescere a vista d’occhio grazie alla diserzione centrista. E questo perché l’elettore, che non è scemo, in primo luogo non vuole perdere; in secondo luogo vota per un possibile vincitore che a suo giudizio costituisca il male minore; e solo in terzo luogo vota con qualche fondata fiducia per un partito o un candidato. A dispetto delle apparenze questo sano realismo politico è l’esatto contrario dell’antipolitica. Ciononostante per Pier Ferdinando quello tra Pdl e Lega «è l’accordo della disperazione». Anzi, il leader dell’Udc confida nella superiore intelligenza degli elettori di Pdl e Lega rispetto a quella dei loro capi, senza neanche sospettare che anche i suoi elettori ne hanno una.

GIANCARLO GENTILINI 10/01/2013 Anche lo sceriffo di Treviso è tra i quei poveri allocchi di leghisti rimasti di stucco davanti all’accordo tra Maroni e Berlusconi. A “La Zanzara” su Radio 24 si è sfogato così: «I militanti sono furibondi, la base non sapeva nulla di questo accordo tra il Pdl e la Lega. E’ quasi un anno e mezzo che diciamo “basta Berlusconi” e ora riappare dalle brume della palude. Cosa raccontiamo ai leghisti adesso?» Ma niente, sapevano già tutto prima. Se l’aspettavano. Anzi – te lo dico in un orecchio, sceriffo – la maggioranza se lo augurava. E in cuor tuo, sceriffo, lo sapevi pure tu. L’accordo significa solo che per voi, i capintesta, i “militanti”, la piccola “base” rumorosa, il tempo delle spacconate e delle allegre bevute, dei bluff e delle recite, il tempo delle vacanze insomma, è finito.

ERIC SCHMIDT 11/01/2013 Missione umanitaria per il presidente di Google, che insieme all’ex governatore del New Mexico Bill Richardson si è recato in Corea del Nord allo scopo di favorire la soluzione del caso Pae Jun-Ho, cittadino statunitense di origine coreana in prigione nel paese asiatico con l’accusa di spionaggio. Sembra che la missione di Schmidt abbia fatto un bel buco nell’acqua: il leader nord-coreano Kim Jong-un non si è fatto vedere, mentre Pae Jun-Ho non gliel’hanno proprio fatto vedere. Al governo marxiano di Pyongyang Schmidt ha fatto discorsi da marziano: lo ha sollecitato «a decidere una moratoria sui missili balistici e su eventuali test nucleari» e «allo sviluppo dell’uso di internet», senza il quale il paese è destinato ad isolarsi, a rimanere indietro, a non crescere economicamente. E’ una fortuna che il popolo disgraziato di questo sciagurato paese non abbia potuto ascoltare i propositi del presidente di Google. Abituato a sognare ogni notte l’acqua corrente, l’elettricità, il riscaldamento, un solo pugno di riso al giorno, ma sicuro, sarebbe rimasto annichilito dalla scoperta della siderale distanza che lo separa dai vanesi e ricchi operatori di pace dell’Occidente.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (99)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

LA BERLUSCONITE 05/11/2012 Per il comunista Paolo Ferrero Berlusconi presidente del consiglio è (era) come il mostro di Marcinelle che gestisce un asilo nido. Per Umberto Eco Berlusconi in un certo qual modo è come Hitler. Per Antonio Di Pietro Berlusconi è come Saddam Hussein, Gheddafi e Dracula. Ma per il dipietrista Massimo Donadi Antonio Di Pietro è come Berlusconi. Anche per l’ex magistrato Michele Emiliano l’ex magistrato Di Pietro è come Berlusconi. Per l’ex berlusconiano Gianfranco Fini Berlusconi è come Grillo. Al contrario per la grillina Federica Salsi Beppe Grillo è come Berlusconi. Ermete Realacci conferma: Grillo è come Berlusconi. Per Matteo Renzi Berlusconi è come lo spread. Ma per Alessandra Moretti Renzi è come Berlusconi. Per Marco Travaglio Schettino è come Berlusconi. Marchionne, invece, per Marco Travaglio è come Berlusconi. E Ligabue? Che c’entra Ligabue?, direte voi. C’entra. Per il rapper Fabri Fibra, infatti, Ligabue è come Berlusconi. E qui, se fossi al Ministero della Salute, comincerei a preoccuparmi.

HUGO CHÁVEZ 06/11/2012 Quando inaugurò nel 2006 il Ferrocarril Caracas-Valles del Tuy, la linea ferroviaria che collega Caracas con le città dormitorio della capitale venezuelana, a Hugo Chávez venne un’idea – non poteva essere altrimenti – luminosa, mussoliniana: la realizzazione di un serial TV cui facesse da sfondo la nuova infrastruttura; di cui fossero protagonisti gli umili, gli onesti e i lavoratori; e che celebrasse i valori socialisti. Be’, dico io, perché no? E’ un bel po’ che non si vedono in giro esempi di schietta, sana arte socialista senza tanti grilli per la testa, roba lontana anni luce dalle morbosità del cinema engagé del ricco occidente. Ora la sognata telenovela socialista è diventata realtà, grazie alla rete pubblica Televisora Venezolana Social. Si chiama “Teresa en tres estaciones”, ed intreccia le storie di tre Terese. La prima è quella della quarantottenne María Teresa, macchinista: e qui ho un tuffo al cuore, perché sulla carta sembra davvero l’eroina di un feuilleton sovietico. La seconda è quella della ventottenne Cruz Teresa, parrucchiera che sogna di diventare cantante: e qui, mi sembra, bazzichiamo già dalle parti delle telenovelas borghesi; la terza quella della diciottenne Ana Teresa, che studia da attrice ed aspira a diventare regista: e qui, direi, siamo idealmente già dalle parti dei sogni patinati dei figli viziati della nomenklatura. Insomma, bando a troppo prosaiche tristezze o troppo imbellettate parate di regime. Perché qui siamo in America Latina: realismo socialista sì, ma magico.

IL MANCHESTER UNITED & ALEX FERGUSON 07/11/2012 Un premio alla carriera può essere di due tipi: o è un bel fiore deposto sulla tomba di una carriera morta e sepolta; o è un garbato invito a sgombrare il campo. Ho il sospetto che al Manchester United si stia vivendo un caso del secondo tipo. L’anno scorso il club inglese dedicò a Sir Alex Ferguson una delle tribune dell’Old Trafford, in occasione del suo venticinquesimo anno alla guida dei Red Devils. Il vecchietto mangiò la foglia con gusto e rispose arguto con un colpo di genio, rispedendo in campo l’onusto di gloria Paul Scholes, da sette mesi in pensione. Quest’anno, in occasione del ventiseiesimo – il ventiseiesimo, che è una ricorrenza della minchia – il club gli dedicherà addirittura una statua, il più eloquente messaggio subliminale che si possa indirizzare a uno che cammina ancora nel regno dei vivi; statua che sarà piazzata nei pressi della tribuna già intitolata alla sua memoria; e che sarà inaugurata il 23 novembre, vigilia della partita contro il Queens Park Rangers, la stessa squadra contro la quale Ferguson esordì sulla panchina del Manchester United il 22 novembre 1986. Insomma, è un assedio. Ma Sir Alex è un maestro di tattica. Aspettiamoci di tutto. Intanto ha già fatto un fischio ad Eric Cantona.

PIER FERDINANDO CASINI 08/11/2012 Pierferdy testa su Twitter varie versioni del simbolo di «Lista per l’Italia», la nuova «grande Udc» che in un futuro ormai prossimo dovrebbe fare da ovile al gregge sparso dei «moderati», primi fra tutti, s’intende, quelli mosci come lui. Il logo rotondo è diviso in due parti: la metà superiore è una specie di lembo di cielo azzurro, che di primo acchito mi ha ricordato certi sfondi di Windows XP, dove compare il nome della nuova formazione politica, con «Italia» in grande evidenza; la metà inferiore è un tricolore dove sul bianco campeggia, anche se non in tutte le versioni, lo scudo crociato democristiano, a suggellare il «cuore democristiano» del nuovo partitone. Il simbolo è brutto da morire, però è straordinariamente onesto. Quindi mi piace. Somiglia non poco a quelli tremendi del Popolo della Libertà. Vi scoprite tutti i segni distintivi dell’epopea del berlusconismo: l’Italia, il tricolore, e l’azzurro degli azzurri. E dentro tale epopea la sollazzevole storia dei naufraghi democristiani che nel berlusconismo trovarono rifugio e una bella cuccia calda. Ecco perché l’avvertito Casini esita ad inserire lo scudo crociato nel simbolo. Che sdemocristianizzato gli sembra però troppo appiattito sui canoni dell’estetica berlusconiana. Verissimo: ci fosse dentro il profilo di una donnina sarebbe perfetto.

GIULIO TERZI 09/11/2012 Seriamente: ma dove hanno pescato questo signorino? Ma insomma, un barlume di virilità, un minimo di spina dorsale, non riesce proprio a tirarlo fuori? E le tanto decantate virtù della sobrietà e della misura dell’era montiana dove sono andate a finire? Nel cesso? O si sono definitivamente ridotte a simulacri, a teatro per i gonzi? La rielezione di Obama ha mandato in fibrillazione il nostro cinguettante ministro degli esteri. Era appena scoccata l’ora della vittoria per l’abbronzato, che Giulio già andava a vele spiegate in soccorso del vincitore facendo sapere al volgo che avrebbe mandato ad Obama un messaggio di congratulazioni «con un’intonazione anche personale»; dicendo di aver sentito «significativi echi kennedyani» nelle parole del vittorioso Obama; e affermando che in politica estera con Romney ci saremmo trovati addirittura «su un altro pianeta». Glorificato l’amico Obama, è passato poi a glorificare gli amici italiani di Obama, lui e quelli del governo, in un articolo su La Stampa. Il montiano Barack infatti, secondo l’amico Giulio, nato con tutta evidenza in Italì, avrebbe vinto conquistando l’elettorato moderato che sta al centro della società americana (mentre tutti quanti sono concordi nel dire che il suo amico Barack ha vinto per aver fatto il pieno dei voti tra i «nuovi americani» asiatici ed ispanici), perché «gli americani hanno creduto in una politica non politicizzata, che ha chiesto grandi sacrifici in nome di risultati che, se ancora non sono visibili, sono stati evidentemente percepiti come “giusti”», e perché «la maggioranza degli americani non si è riconosciuta nel radicalismo di alcune componenti della destra repubblicana».

Italia

E allora ricapitoliamo

RENZI E LA SINISTRA Il problema di Renzi è che il suo non è un progetto di sinistra. Non lo è in Italia. E neanche in Europa. Quando si fa politica non ci si può scegliere un paese d’elezione nel quale le nostre idee trovano magicamente una collocazione politica ideale. Se lo si fa, o s’imbroglia o ci si condanna al velleitarismo. Se invece ci si cala nella realtà italiana, di oggi e non di domani, un rinnovatore di sinistra per essere utile alla sinistra e al paese può fare una cosa sola: riunire e pacificare gran parte della sinistra dentro un partito schiettamente socialdemocratico. Per farlo davvero però deve ritrattare almeno tutta la storia dell’Italia repubblicana della vulgata sinistrorsa e mandare al macero il mito fondante e velenoso della diversità. Questa è stata finora la vera pietra d’inciampo nell’evoluzione della sinistra. L’equivoco renziano richiama quello del Pd. Nel primo caso si naviga nelle acque del centrismo democratico e si vuol parlare nel nome della sinistra. Nel secondo caso si naviga nelle acque della sinistra ma ci si fa chiamare «democratici». Naturalmente «democratico» va qui inteso nel senso ristretto di etichetta politica, parente di quella che s’attacca al rachitico centrismo liberal-democratico europeo. In entrambe le posizioni, di Renzi e del Pd, manca una verità i fondo, resta per aria un «non detto»: e ciò rende velleitario il progetto politico di Renzi e mistificatorio quello del Pd.

BERSANI E MONTI Per capire il rapporto tra Bersani (e il Pd) e Monti bisogna ricordare che Berlusconi diede le dimissioni senza essere stato sfiduciato in parlamento. Lo smottamento – lentissimo, almeno rispetto alle previsioni che si facevano all’inizio della fronda finiana – fu possibile solo perché all’orizzonte si profilò per i transfughi la garanzia del governo tecnico. L’appoggio del Pd a questa soluzione fu strumentale, stando la priorità della sinistra nella cacciata del Caimano, e non potendo il Pd opporsi al commissariamento europeo dopo averlo invocato pur di riuscire nel primo intento. La politica del Pd verso il governo di Monti è stata contraddistinta per molti mesi da parole di miele e da una sorda resistenza di fondo, condotta in asse con la Cgil e in consonanza profonda con l’elettore medio di sinistra. Non solo per questo, ma anche per questo, il governo Monti ha ben presto mandato in soffitta le grandi velleità riformistiche arrendendosi a forza di balzelli a una politica di galleggiamento economico-finanziario in scia col governo precedente. Ma a un certo punto Bersani ha dovuto scegliere pubblicamente: e ha scelto Vendola, e con Vendola una sinistra incompatibile con ogni forma immaginabile di «montismo». Le parole si sono fatte allora più franche e Bersani ha infine escluso apertamente ogni possibilità di Monti-bis. Le parole di miele sono state riservate ad assicurazioni di sostegno a Monti fino al termine della legislatura, pronunciate col tono tartufesco di chi dimostra grandissima, sofferta responsabilità. Questo è stato il modo scelto da Bersani per spegnere il disegno di una galassia politica montiana, ancorata al centro e tributaria del meglio della destra e della sinistra.

IL GALLEGGIAMENTO Il galleggiamento economico-finanziario serve solo a prendere tempo e non risolve nulla, anzi peggiora le cose. E’ il prodotto della cosiddetta «austerità». L’austerità è un imbroglio lessicale. Per le famiglie l’austerità consiste ovviamente nel tagliare le spese. Per lo stato l’austerità significa coprire le spese fino all’ultimo: taglieggiare il cittadino, non tagliare le spese o vendere il patrimonio. Il cittadino peraltro non è innocente, e anzi partecipa nella grande maggioranza dei casi di questa contraddizione. Il governo Monti ha sostanzialmente continuato la politica di galleggiamento economico-finanziario dei predecessori. Vi ha aggiunto la credibilità. Ma la credibilità di Monti deriva dalla non credibilità di Berlusconi, ed entrambe sono frutto di propaganda. Tuttavia per l’Italia la politica di galleggiamento ha una sua importanza. Tener duro serve a dimostrare che l’Italia non è più un soggetto finanziariamente anomalo in Europa e che quindi non si giustifica il fatto che debba farsi strozzare da sola, o in ristretta compagnia, dagli interessi sul proprio debito pubblico. Nell’Eurozona il debito pubblico è oggi pari al 90% del Pil, ossia tre quarti circa di quello italiano. E’ un dato impressionante, se si pensa ai tempi del Patto di Stabilità. Di fatto è l’italianizzazione finanziaria dell’Eurozona. Nel resto del «vecchio Occidente» non va meglio. In Giappone molto peggio. Prima o poi se ne accorgeranno anche i mercati, a prescindere dalla presenza o meno del Prestatore in Ultima Istanza.

MONTI E IL CENTRODESTRA Il benservito «strutturale» al partito montiano lo ha dato Bersani, e non poteva essere diversamente. Con ciò è fallito qualsiasi tentativo di dare vita ad un centro egemone al centro della politica italiana. E questa è la rivincita «strutturale» del berlusconismo. Per capire la svolta basta leggere gli editoriali del Corrierone o de Il Sole 24 Ore, che adesso per dare una qualche continuità all’esperienza montiana guardano apertamente al «centrodestra», prima nemmeno nominato. Ciò significa che i montiani riconoscono in gran parte la bontà della piattaforma politica creata da Berlusconi e rinnegano, di fronte alla realtà dei fatti, tutte le mille cianfrusaglie centriste, terziste, futuriste di cui si erano fatti patrocinatori. L’obbiettivo non è più quello di impossessarsi delle truppe del liquefatto esercito berlusconiano e di farle marciare sotto la bandiera del «centro», ma di «deberlusconizzare» il «centrodestra». Di qui le recenti strizzatine d’occhio e le lusinghe di cui è stato fatto oggetto Alfano, che però non è un fesso.

BERLUSCONI E IL CENTRODESTRA L’idea di risucchiare il «montismo» dentro il centrodestra è di Berlusconi, era contestuale alle sue dimissioni, ed era frutto di osservazioni realistiche: la sinistra lo avrebbe rigettato, e il centro si sarebbe rivelato una chimera. Il tempo gli ha dato ragione. Ultimo a mollare in difesa del suo governo, il Caimano non si è fatto travolgere dall’amarezza e in un amen ha fatto di necessità virtù. Se qualcuno dei suoi ha letto questa disponibilità come una resa alle logiche centriste ha fatto male i suoi calcoli. Lo stato maggiore del Pdl, stretto intorno ad Alfano, ha tuttavia pienamente ragione nello stigmatizzare le teste calde di quei napoleoncini da burletta che vorrebbero spaccare il mondo in qualche battaglia eroica e risolutiva, senza rendersi conto di essere i pupazzi delle maggiori gazzette della penisola, che divertite e speranzose li aizzano come galli da combattimento dando per scontata la spaccatura nel partito. Ma «spaccare» è un verbo in profonda antitesi con la psiche berlusconiana. Anche nell’intemerata dell’altro giorno il Cavaliere Furioso ha racchiuso il suo vibrante cahier de doléances nel quadro della ribadita necessità dell’unità dei moderati, che conteneva però un avvertimento ai puristi che vivono su Marte: anche la Lega va recuperata. Gustose le reazioni al discorso di Berlusconi. A sinistra, dove si marcia in gruppo, la parola d’ordine è stata: sovversivismo. Ma anche i grandi giornali «borghesi» sono andati giù pesanti. Su Il Sole 24 Ore è spuntato il nome di Le Pen. Esagerati. Forse non è piaciuto lo stile? Sì, perché in realtà non si capisce lo scandalo. Il Berlusca ha detto un mucchio di cose condivisibili e ragionevoli, specie sull’architettura costituzionale della nostra bella Italia. Sulla megalomania della nostra magistratura, che ormai fa ridere il mondo, nient’altro che la verità. In economia, materia di cui capisce poco, a parte i fuochi d’artificio sull’IMU, ha espresso le solite bischerate simil-keynesiane, lamentando forte il limbo in cui ci troviamo in fatto di «sovranità monetaria», la nuova panacea di tutti i mali, da quando, persa quella nazionale, non abbiamo più trovato quella sovranazionale, e gridando forte contro il tallone di ferro germanico: insomma, ha ripetuto corbellerie condivise dal novanta per cento dei politici e dal novanta per cento dei giornali. Eppure gli hanno dato dell’irresponsabile. Sempre per lo stile, credo. Resta il fatto che lungi dall’essere stato eliminato dalla scena politica, il centrodestra è diventato terreno di contesa. Forte di questo, Berlusconi si è impegnato in un braccio di ferro coi montiani che a parole si traduce così: «Siete voi che dovete venire nel nostro campo; se non volete farlo, non vi resterà  altro da fare se non decidere di essere la ruota di scorta della sinistra.» S’intende che i montiani sperano esattamente l’opposto: «Berlusconi resterà solo», ha detto Casini, che intanto, però, mai avrebbe pensato che si sarebbe arrivati fin qui. Tanto che dopo il risultato delle elezioni siciliane – dove il candidato Pd-Udc ha vinto con meno di un terzo dei voti espressi da meno della metà del corpo elettorale, e dove il partito di Grillo, ottenendo in realtà un successo inferiore alle grandi attese, è risultato primo di un’incollatura su Pd e Pdl con il 15% dei voti, sfruttando il fatto che gli altri candidati erano sostenuti dalle solite liste pittoresche di stampo locale destinate a confluire nei partiti maggiori in caso di voto di valenza nazionale – Casini lo stratega, ossia il sognatore, ha subito riproposto tutto speranzoso a Bersani di rompere con Vendola e guardare di nuovo al centro nel nome della resistenza all’antipolitica.

GRILLO E IL RESTO Del risultato di Grillo in Trinacria abbiamo detto. Il Movimento Cinque Stelle è più che altro un movimento cataro di sinistra, a dimostrazione che il vero populismo sfonda a sinistra, là dove prospera il radicalismo di massa dalla fine della seconda guerra mondiale. In assenza di una piattaforma socialdemocratica, da Vendola a Di Pietro a Grillo la sinistra figlia continuamente degli esaltati. Più passa il tempo e meno sarà agevole per il movimento grillino attirare i voti dei destrorsi arrabbiati e confusi. E più passa il tempo e più si sta ricomponendo il quadro politico preesistente al governo Monti. Anche fra Lega e Pdl si sta ritessendo con molta discrezione la trama dell’alleanza. Può darsi che questo quadro vi faccia schifo. Ma è dentro di questo che si fa politica (caro Giannino).

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (91)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

ANTONIO INGROIA 10/09/2012 L’avevo scritto. Era il 22 giugno scorso: «(…) Ci sono voluti solo vent’anni alla nostra ottima magistratura per scoprire che al tempo della Trattativa non regnavano né Craxi né Berlusconi, ma Ciampi e Scalfaro; che il 41bis fu applicato per i mafiosi dopo la morte di Falcone, non prima; che a sospendere l’applicazione del 41bis per qualche centinaio di mafiosi fu la nobile figura del ministro Conso, non una canaglia, il quale fece anche in tempo ad essere candidato ufficiale del Pds alle elezioni presidenziali del 1992: il giorno della strage di Capaci, che catapultò Scalfaro alla presidenza, prese più voti di tutti. Beninteso, questa tardissima capitolazione di fronte alla realtà dei fatti doveva servire solo per tenere in vita con qualche elemento concreto, che non fossero i poemi ciancimiani, la mistica languente della Trattativa; per dire che anche poi, al tempo del Berlusca, la Trattativa sarebbe continuata, e tutte le altre scemenze spaziali. Uscita dalla metafisica (…) la storia dell’orso dovrà essere riformulata al più presto in qualche modo più o meno soddisfacente (…)». Una prima riformulazione della storia dell’orso viene ora da Antonio Ingroia, il quale dice: «(…) alcuni artefici della campagna di disinformazione sanno bene che sullo sfondo non c’è solo la verità relativamente a un manipolo di mafiosi sanguinari, che cercava di estorcere un allentamento del 41bis, ma quello che si è sviluppato. Che è stato confronto a colpi di bombe, stragi di criminali con il nuovo che stava avanzando. (…) c’è un nuovo patto di convivenza tra mafia e politica e che sono le dinamiche che hanno dato luogo alla seconda Repubblica. I fenomeni dilaganti di corruzione e collusione non sono un fatto casuale o accidentale o il declino morale di un paese, ma la conseguenza di quel patto, un nuovo patto di convivenza per un lasciapassare per i poteri criminali e mafiosi.» Peccato però che coi trecento provvedimenti di 41bis non rinnovati nel novembre del 1993 dal ministro Conso le bombe improvvisamente tacquero, e allora bisognerebbe essere coerenti, e dire: 1) o che il 41bis non contava una minchia; 2) o che al contrario era proprio tutto. Ingroia non è del tutto coerente, ma in pratica, con la solita disinvoltura dei cultori della legalità, riduce ora la «grande questione» del 41bis ad un dettaglio della storia. No, la cosa importante è che quei mesi di dialettica bombarola e stragista servirono alla mafia e alla politica per riscoprire e fondare su basi nuove una corresponsione d’amorosi sensi che in realtà non era mai venuta completamente meno. Ecco allora il Nuovo Patto di Convivenza (uso le maiuscole per significare agli adepti la potenza mistica di queste parole) col «nuovo che stava avanzando». Ma la cosa non quadra: il «nuovo», nel 1992-1993, non lo si vedeva neanche col binocolo, e quando proprio si voleva vederlo aveva le sembianze di leghisti e missini. In ogni caso, nelle istituzioni la sua presenza era zero. E allora bisognerà riformulare di nuovo la storia dell’orso, ritornando all’antico: dire, cioè, che dietro le bombe c’erano il nuovo che avanzava sottotraccia – Berlusconi – e la mafia insieme. La trattativa se la facevano tra di loro, per spartirsi il futuro. Ma allora, direte voi, che cosa resta dell’altra Trattativa con cui ci rompono le palle da anni? C’è un’unica spiegazione: che in quegli anni nelle istituzioni e nei corpi di polizia agisse già una quinta colonna berlusconiana. Sì, però, la sospensione del 41bis firmata da Conso, regnanti Ciampi e Scalfaro, che c’entra allora coi riposti disegni degli occulti poteri? C’è un’altra unica spiegazione: che le istituzioni di allora, pur ignare della quinta colonna berlusconiana, con la loro cedevolezza dimostrassero un’antropologica propensione all’inciucio coi mafiosi. E questo spiegherebbe il fatto che poi, per vent’anni, col berlusconismo le forze tradizionali della politica rimaste sul campo – in pratica la sinistra e il centrino centrista – non abbiano mai fatto veramente i conti, limitandosi a strillare per finta. E con questo tutto torna. Per i dettagli, però, dovrete aspettare la pubblicazione dei Protocolli dei Savi di Cosa Nostra, quando, frugando meglio, saranno trovati in un angolino nascosto dell’ultimo rifugio di Provenzano.

L’ANM 11/09/2012 Si son fatti improvvisamente delicati all’Associazione Nazionale Magistrati. Secondo l’attuale presidente Rodolfo Sabelli, col suo invito a cambiare la classe dirigente del paese, Ingroia avrebbe detto qualcosa di carattere «oggettivamente» politico. Notate come, sulle orme di Scalfari e Mauro, riaffiori l’avverbio «oggettivamente», di infaustissima memoria, col quale di solito il «partito» inchioda alle proprie colpe i «trotzkisti». Il suo predecessore, lo scoppiettante Luca Palamara, battibeccava col Berlusca un giorno sì e un giorno no. Una volta definì le affermazioni del Berlusca – le solite, contro la magistratura politicizzata – «gravi ed inaccettabili che fanno male al paese e agli italiani». Quando invece fu Silvio a definire «fondata sul nulla» la mitica inchiesta sulla P4, che infatti poi finì nel nulla o quasi, e di cui non ci ricordiamo più un bel nulla o quasi, lo scoppiettante Luca rispose prontissimo come da manuale: «Assistiamo al solito metodo: ancora una volta si tenta di delegittimare i magistrati in indagini che possono in qualche modo investire la politica». Ai tempi del caso Ruby si superò: «Oggi la magistratura associata vuole parlare con un’unica voce. Idealmente e moralmente tutta la magistratura italiana oggi è a Milano», disse, più che scoppiettante, incendiario. Ma forse erano altri tempi. E forse un’altra linea politica.

IL GRANDE CENTRO 12/09/2012 Sono passati appena due mesi e mezzo da quando Rocco Buttiglione diceva, con la serafica, oppiacea e un po’ catalettica sicurezza che lo contraddistingue, la sicurezza di chi la vede lunga, che i centristi si sarebbero alleati col Pd «non per rappresentare la parte minoritaria della coalizione, ma con la fondata fiducia di poter essere i leader del processo». Al ritorno dalle vacanze, a mente fredda, i centristi hanno capito che per loro era pronto al massimo un posticino da ruota di scorta della coalizione Pd-Sel. Allora hanno deciso di stringersi ancora di più attorno alla figura del premier, il quale, infastidito da tanto zelo, ha trovato il tempo di spernacchiare con fredda perfidia l’aspirante kingmaker del centrismo italiano, Casini, proprio nel momento in cui questa cima pensava di celebrare il capolavoro della sua lunga carriera di condottiero politico. Puntualmente, ad infierire sul tramortito leader dell’UDC è arrivato il Maramaldo di turno, nelle vesti di Luca Cordero di Montezemolo, il quale, attraverso Italia Futura, la sua Armata Brancaleone personale, ha fatto sapere che dalle cucine della Convention centrista di Chianciano è uscito un piatto di frittura mista indigesto per gli elettori e per il paese. Quale sia però il piatto che prepara il patron della Ferrari, da anni come un bulletto fermo al semaforo col motore rombante, non ci è dato ancora sapere. La decisione se scendere o no in campo come candidato premier di Italia Futura è comunque questione di giorni, ha fatto sapere. Luca guardava con interesse anche a Matteo Renzi, non a torto confidando nel fatto che tra un fan della rottamazione e un rottamatore una qualche affinità elettiva ci doveva pur essere. Ma il sindaco di Firenze ha chiarito subito che se perderà la corsa alle primarie del centrosinistra tornerà a fare il sindaco: «Mai con Montezemolo», ha risposto il giovanotto alle avances del Leader Tentenna. L’unico a pensare in grande, secondo noi, è Rutelli, prontissimo, beato lui, ad «un’alleanza con il Pd imperniata sulla candidatura di Bruno Tabacci alle primarie e sulla prospettiva di un governo solido che porti avanti le riforme difficili del governo Monti», che io, sempre in prospettiva, vedrei bene concretizzarsi, per il bene della patria, in un parcheggino per il furgoncino Api col quale da anni scorazza in Parlamento. Mentre Fini da Mirabello ha attaccato sia Bersani che Berlusconi, aggiungendo che «lo spazio politico per noi di Fli c’è sicuramente, si tratta solo di riempirlo»: cosa possibilissima, data la taglia non proprio colossale della creatura finiana.

ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA 13/09/2012 Ernesto si è incapricciato di un’intuizione che ha il doppio difetto di essere sua e di non essere per niente originale: il Pdl ovvero il partito di plastica, ovvero il partito del nulla. Non solo l’amore, ma anche l’amor proprio è cieco, e al contrario del primo non ha nessunissima difficoltà ad essere fedele. Da anni perciò il professore torna periodicamente a battere su questo tasto. E puntualmente, dopo ogni suo intervento, è come se una brezza si alzasse a gonfiare le vele del bastimento berlusconiano. Al Pdl lo considerano ormai il loro portafortuna. Ieri, per esempio, non ha fatto in tempo a scrivere che «essendosi il suo capo ritirato da mesi sotto la tenda, anche il Pdl si è dileguato» e che «del Pdl si stanno perdendo le tracce», che ti arrivano i dati di un sondaggio della Ipsos di Pagnoncelli: il Pd è al 25%, il Pdl, il partito dei moribondi, al 21,9%. Tre punti dietro, insomma. Una miseria, in prospettiva. La «resistenza» pidiellina si spiega facilmente con le potenzialità della creatura berlusconiana. Silvio non ha fondato «un partito di centro alternativo alla sinistra», che è una paludata sciocchezza tipicamente italiana; non ha fondato «un club liberale» di happy few; non ha fondato quel «partito populista» dipinto per conformismo dalle gazzette nostrane; no, il Berlusca ha messo il Pdl al centro della destra. Questo ha dato alla sua formazione politica – vi faccia schifo o no – una chiarezza di posizione ed un’ampiezza di spettro che non hanno paragoni in nessun altro partito italiano. E queste sono cose che l’elettorato «sente» anche quando non le capisce.

GLI STRATEGHI DEL SOLE24ORE 14/09/2012 Fratelli gemelli di quelli, altrettanto lungimiranti, del Corriere e della Stampa. All’inizio scommisero sulla nascita del partito montiano, capace di succhiare il meglio della destra e della sinistra, oltre che della solita pallosissima società civile; poi ripiegarono sulla grande coalizione dei responsabili Pd-Udc-Pdl, col Berlusca però confinato in casa di riposo; poi mostrarono di accontentarsi, con qualche patema d’animo, di un’alleanza fra Bersani e Casini, con Vendola a fare da innocua soubrette; alla fine si accorsero che Pier Ferdinando, volendo essere oltremodo magnanimi, è solo un furbetto della politica. «Ma anche l’Udc-Italia di Casini non riesce finora a proporsi come credibile asse strategico: ottima tattica, certo, ma senza riuscire ad allargare gli orizzonti», ha scritto ieri Stefano Folli. Presi dalla disperazione, gli araldi della continuità montiana e dell’agenda europea si sono buttati di colpo tutti quanti su Renzi. Il quale, naturalmente, a sinistra non vincerà mai. Il Berlusca intanto resta in vacanza a Malindi dal suo amico Briatore, in compagnia del quale, dicono le cronache, fa lunghe passeggiate e lunghe chiacchierate non prive, a volte, di qualche venatura filosofica, com’è naturale che sia tra un vecchietto ed uomo assai stagionato con un comune passato da stalloni. Insomma, per dirla in cinese, Silvio si è seduto sulla riva del fiume ad aspettare. Comodo comodo, nel lusso. Il solo pericolo, come il solito, sono quegli imbecilli dei suoi, pronti a diventare nervosi ed impazienti quando proprio non ce n’è nessun motivo.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (80)

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VITTORIO SGARBI 25/06/2012 L’uomo è notevole, ma gli manca una certa coerenza di pensiero, che non gli deriva da un difetto d’intelligenza ma dall’intemperanza caratteriale: è il suo ego ad avere la meglio sul suo cervello. Lui lo sa, e disprezza chi non capisce questa superiore manifestazione del suo genio: il volgo tutto, l’intellighenzia quasi tutta, convinti che a Vittorio, in definitiva, manchi la classica rotella. Su Matteo Renzi, ad esempio, dice: «E’ un bravo ragazzo ma non ha niente di originale. È uno di quelli che dividono il mondo in bene e male, con il bene che sta solo a sinistra». Lo dice in occasione dell’annuncio della sua lista, «Il Partito della Rivoluzione», che presenterà ufficialmente nella data fatidica del 14 Luglio, convinto che il nuovo pargolo della scena politica nostrana costituirà la salvezza per la coalizione dei «moderati» cui sta lavorando il Berlusca, il quale, a sua detta, avrebbe già dato il placet all’iniziativa: non si sa ancora se per una certa affinità elettiva con le sofisticate cassanate di Vittorio, pure quelle peraltro sempre impreziosite da ghirlande di fanciulle in fiore, o per il fatto che al partito dei moderati non voglia proprio far mancare nulla.

PIER FERDINANDO CASINI 26/06/2012 Le vie dell’utile idiotismo sono infinite, però hanno tutte la stessa caratteristica: sembrano intelligenti. Il motivo è semplice: il cretino che le imbocca è salutato come un genio dal leviatano che l’inghiottirà e dalle gazzette al seguito. Così dopo decenni di vita politica anche Pier Ferdinando, come ogni ex democristiano normalizzato, ha deciso di finire in bellezza da post-comunista. I meno fessi l’avevano capito subito, prima ancora che lui osasse confessarlo a se stesso, quando aveva intrapreso la Lunga Marcia facendosi paladino di un centrodestra deberlusconizzato; poi è passato alla grande idea del terzo polo, che stava a Casini come il Partito Popolare stava allo scomparso Martinazzoli e come l’Italia di Mezzo stava al desaparecido Marco Follini; adesso pensa ad «una nuova offerta politica alle prossime elezioni». Tutte e tre i passi sono stati presentati come la cosa più naturale e conseguente del mondo, anche se insieme disegnano un’inversione a U: è la via democristiana al delitto. Pier Ferdinando adesso dice di aver «sempre ritenuto che la prospettiva sia un patto tra progressisti e moderati per affrontare l’emergenza attuale. Oggi questo patto è rappresentato dal governo tecnico, ma la strada è quella di un governo politico». S’intende che a rappresentare i moderati nel «patto» sarebbero lui e il suo club di centristi immaginari. E s’intende pure che tutta l’allegra brigata dei suoi nuovi compagni glielo lascerà credere.

FERDINANDO ADORNATO 27/06/2012 Se la montagna non viene a Maometto, Maometto va alla montagna. Se l’ha fatto il Profeta, perché non dovremmo farlo pure noi, i poveri cristi del Terzo Polo? Così deve aver pensato Adornato al termine di un incontro tra i vertici di Udc e Fli, all’indomani della decisione di Casini di guidare le truppe moderate nell’accampamento dei progressisti. Lui l’ha messa giù in politichese: «Il Terzo Polo non c’è più organizzativamente, ma le ragioni che tengono insieme un’area di centro restano. (…) Non c’è alcuna novità. L’unico elemento nuovo può essere costituito dalla fuoriuscita del Pdl dall’area dei moderati.» E dalla sua sostituzione col Pd, avrebbe dovuto aggiungere per chiudere il cerchio del discorso. Ma questa perla l’ha tenuta in serbo per il giorno fausto del compimento del Grande Disegno.

ROCCO BUTTIGLIONE 28/06/2012 Rosicchiare l’osso dell’utile idiotismo per tre giorni di seguito di norma sarebbe troppo anche per un povero cane come me. Ma il Fato, ai cui segni ubbidisco per non dispiacere a Dio, ha voluto che questo miserabile argomento avesse la sua trinitaria perfezione. La quale parla oggi per la bocca dello Spirito Santo, alias Rocco Buttiglione: «Il nostro modello non è Prodi, con pochi democristiani isolati, ma Moro, con i centristi principali ispiratori dell’alleanza», dice l’ineffabile filosofo in merito alla prossima alleanza col Pd annunciata dall’altro fenomeno cui s’accompagna da lustri, Casini. Neanche Vendola sarebbe un problema, se «confluisse nel Pd e i democratici garantissero per lui». Secondo Buttiglione, sintetizza il Tempo, che ha trovato la pazienza d’intervistare la Sibilla del cattolicesimo politico italiano, i centristi dell’abortito terzo polo si alleano col Pd «non per rappresentare la parte minoritaria della coalizione, ma con la fondata fiducia di poter essere i leader del processo». La fondata fiducia! Ecco cosa succede quando la pienezza di spirito sfonda un vaso d’elezione non proprio capace.

GUIDO MARIA RANIERI 29/06/2012 Come tutti oramai con la tristezza nel cuore ci aspettavamo, vista l’irresistibile progressione delle sue sguaiate mattane, la bella Sara Tommasi è stata protagonista di un film porno. In un primo momento aveva denunciato di essere stata drogata contro la sua volontà. Il particolare era sordido, e ne faceva una vittima, ma ci sembrava poco credibile: sono mesi e mesi che le bislacche imprese di questa ragazza allucinata fanno la felicità un po’ turpe dei media. Ed infatti la verità è venuta subito fuori: a spingerla a farlo, ha confessato Sara, sono state «entità aliene che mi hanno impiantato un microchip nel cervello con lo scopo di diffondere l’amore nel mondo e due di loro sono stati sempre presenti di nascosto sul set». Il regista che l’ha diretta, tale Guido Maria Ranieri, non ha avuto pietà per la sua nuova musa ed ha confermato tutto, aggiungendo altri particolari.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (67)

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PIER FERDINANDO CASINI 26/03/2012 Per timore che si dubiti della vostra intelligenza, ci sono cose che voi mortali non direste mai, tanto sono scontate. E sbagliate. Poi arriva lui, Pierferdy, che le sa apprezzare e recitare con una convinzione che confonde i più scafati. E’ di ieri l’ultima, in tutto il suo nudo, inattaccabile splendore: «Se si continua così il governo prima o poi entra in crisi sul serio». Confessate: quantomeno vi chiedete se ci sia sotto qualcosa. E sbagliate di nuovo.

MARCO TRAVAGLIO 27/03/2012 Come sapete, è morto Tabucchi, lo scrittore, noto anche per indulgere in un giacobinismo la cui strepitante e comica intransigenza scimmiottò un indomabile spirito di verità. Molto gli piacque vivere la mistica del regime, della cui problematica esistenza il pathos sprigionato dal suo animo intrattabile doveva servire da dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà. In breve, fece l’offeso, non si sa da chi e da che cosa: per questo fu ancor più riverito, ancor più premiato, ancor più pubblicato. Per Marco, un martire. Ma soprattutto un uomo libero. Da contrapporre ai servi, tipo Ferrara, e idealmente, nel suo ambiziosetto piccolo, il sottoscritto: con la nostra simpatica e virile faccia da schiaffi siamo la sua magnifica ossessione, sempre e comunque, ogni occasione è buona.

L’UNITA’ 28/03/2012 Come sapete, è morto Tabucchi, lo scrittore, noto anche per indulgere in un giacobinismo la cui strepitante e comica intransigenza scimmiottò un indomabile spirito di verità. Molto gli piacque vivere la mistica del regime, della cui problematica esistenza il pathos sprigionato dal suo animo intrattabile doveva servire da dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà. In breve, fece l’offeso, non si sa da chi e da che cosa: per questo fu ancor più riverito, ancor più premiato, ancor più pubblicato. L’Unità.it vuole ricordarlo in modo speciale, offrendovi in allegato un suo racconto pubblicato dal quotidiano nel 2001. Titolo: «Incubo». Argomento: quello. La loro magnifica ossessione, sempre e comunque, anche nell’attimo dell’ultimo commosso saluto alla salma dello scrittore giunta alle porte dell’Ade. In caro estinto, già mezzo sintonizzato con la larghezza di spirito dell’Eterno, farà fatica a credere a tale ingiuriosa piccineria: ancora Lui! Qui! E’ un incubo!

STAFFAN DE MISTURA 29/03/2012 All’inizio della vicenda dei due marò arrestati dalle autorità indiane, la reazione del nostro governo fu timidissima, quasi silente. Con l’andar del tempo una certa impotenza ha trovato sfogo nell’innalzamento dei toni, ed ora non passa giorno che i rappresentanti delle nostre massime istituzioni non ripetano che “non lasceranno soli” i due militari, come ha fatto anche ieri il ministro della Difesa. Di grazia, perché dovrebbero? Anche se fossero colpevoli, e non solo innocenti o arrestati arbitrariamente, l’Italia avrebbe il dovere di patrocinare i loro diritti. Sentire invece il dovere di sottolinearlo, quantomeno rende plausibile ciò che plausibile non dovrebbe essere, ed ingenera sospetto. Il sospetto che il silenzio ed gli strilli siano figli dello stesso padre: il non saper che pesci pigliare. Prendete il sottosegretario agli Esteri Staffan de Mistura, sempre ieri: “Noi non molleremo mai i nostri marò”, premette, come da copione; e poi spiega quasi bellicoso che se l’Alta Corte del Kerala dovesse decidere che la giurisdizione è indiana “l’Italia, di conseguenza, continuerà ad alzare i toni sulla questione; impugnerà la decisione e si rivolgerà alla Corte suprema”. Nientepopodimeno.

CORRADO PASSERA 30/03/2012 Per il ministro dello sviluppo economico siamo nel pieno di una recessione che non passerà tanto presto. Bene. Voglio dire, dice la verità. Aggiunge che per uscirne bisogna accelerare su tutte le riforme strutturali in programma. Bene. E ribadisce che bisogna pensare ad una crescita sostenibile dal punto di vista finanziario e non fondata sul debito. Benissimo. Il problema più urgente da risolvere, però, è quello della stretta creditizia con la quale le aziende e le famiglie fanno oggi drammaticamente i conti. Malissimo. Sapevo che non durava. Non perché non siano vere, la stretta creditizia e l’urgenza di porvi mano. Ma perché il “credit crunch” viene vagamente presentato come una specie di accidente causato da una somma di imperizie. E non da quella economia fondata sui debiti, e quindi anche sull’espansione creditizia, evocata un secondo prima.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (60)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

LA DONNA LIBERA E MODERNA 06/02/2012 A Edirne, la vecchia Adrianopoli carica di storia millenaria, nella parte più occidentale della Turchia europea, vicino ai confini con Grecia e Bulgaria, un’associazione laica, l’Unione delle donne turche, qualche anno fa, in occasione dell’ottantesimo anniversario della nascita della repubblica fondata da Ataturk, fece erigere la statua di una donna mezza nuda, coi capelli al vento e le braccia aperte nell’atto di liberarsi di una specie di velo; una donna la cui bellezza al mio occhio esploratore sembra stare a mezzo tra quella atletica e slanciata degli odierni canoni occidentali, e quella mollemente e asiaticamente curvilinea di certe statue indiane del passato. Solo ora un giornale conservatore ha alzato il velo su questo vergogna nazionale. A suo dire la popolazione del luogo avrebbe più volte buttata giù la statua, che però sarebbe stata sempre ritirata su dalle streghe dell’associazione. Si capisce che io di primo acchito ho tifato con caldo trasporto per la statua. Ma mi son raffreddato subito: questo fiore della natura è stato infatti stuprato dal nome di “Donna libera e moderna”. Già. Il laicismo è terribilmente tetro e bacchettone, a suo modo, a tutte le latitudini. Io l’avrei chiamata “Eva, appena uscita dall’uovo”, in omaggio a Melville, il grande poeta, che in Moby Dick usa quest’espressione affettuosa a proposito della felicissima nascita di un selvaggio di nobile natura: Queequeg. E avrei consigliato le streghe a chiamarla “Eva, appena uscita dalle mani sapienti di Dio Onnipotente”: persino i bacchettoni islamici ci sarebbero andati coi piedi di piombo.

LUIGI DI MAGISTRIS 07/02/2012 Ci provò con Barack Obama per via epistolare, cercando di emulare la concisione carismatica e vittoriosa dei grandi della storia, che quando non si è all’altezza si traduce nella disinvoltura posticcia dell’uomo «che non deve chiedere mai». Ed infatti giammai gli giunse risposta. Ora ci riprova con «Al». Con «Al» Luigi ha pensato bene di cambiare mezzo e di usare il video. In sintesi, ed in chiaro, il messaggio è questo: «Ciao Al, sono De Magistris, il sindaco di Napoli. La tua eccelsa statura artistica non può che avere tutta la mia ammirazione. E’ una questione, ci capiamo, di profonde affinità elettive. Ma tu, con gli immortali personaggi cui hai dato vita sullo schermo, sei un mito per tutta la nostra città, sia tra i buoni che tra i cattivi. Ma noi siamo i buoni. Noi siamo dalla parte dello Stato. Nelle vene della nostra meravigliosa città, antica come il mondo, scorre la passione per il teatro e per la musica. E’ fatta per te, Al. Vieni da Lei a presentare il tuo ultimo capolavoro. Lei e Te. Noi e Te, Al. Io e Te, Al. Ti aspettiamo. Ti aspetto. Ciao Al!» Sembra la pubblicità di una televisione locale. Luigi si presenta in piedi, in maniche di camicia e con la mano sinistra incollata in tasca, come tutti i politici che alla mano vogliono apparire. Poi mentre parla, non del nuovo fantastico beverone, ma del fantastico «Al», si avvicina ad un tavolo e ad una sedia, sul cui schienale è appesa una giacca. La prende e se la mette, come se dovesse uscire di scena, in scioltezza. Invece no! Con un vero coup de théâtre Luigi si siede! «Al», che sul palcoscenico pensava di averle viste tutte, ne resterà folgorato.

PIER FERDINANDO CASINI 08/02/2012 La sua specialità, come ben sapete, è dire le più insipide banalità con l’ostentata pazienza di chi la sa lunghissima. Così oggi, armato di quest’arietta condiscendente, ci regala un’altra perla del suo spietatamente convenzionale repertorio: «chi pensa che Monti possa risolvere i problemi in un anno e mezzo vive sulla luna, questa formula di armistizio deve durare 4-5 anni». Pier Ferdinando è legato alle «formule» da una specie di amore coniugale, che lo tiene lontano anche dal più piccolo e involontario peccato d’originalità. Così non oggi, ma a novembre dell’anno passato, con la medesima arietta condiscendente si applicava con vivo piacere alla retorica del «fare presto», senza per questo vivere su Marte.

LUCA PALAMARA 09/02/2012 Il malandrino emendamento leghista sulla responsabilità civile dei giudici votato una settimana fa dalla maggioranza dei deputati della Camera ha avuto in ogni caso un grande merito: ci ha dato la certezza che Luca è ancora tra noi, vivo e vegeto. Erano tre mesetti circa che non si sentiva più parlare dell’assai loquace e perennemente allarmato presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati. L’avvio della stagione della sobrietà cadde proprio a fagiolo per camuffare un inesplicabile e improvviso difetto d’ispirazione. Vi si conformò, possiamo ben dirlo, col più grande rigore istituzionale.

VITTORIO ZUCCONI 10/02/2012 Perfetto rappresentante del popolo saputello, complessato e opportunista che legge il suo giornale, l’editorialista di Repubblica si chiede e ci chiede cosa mai penserà il grande Obama, l’americano Obama, il civile Obama, il progredito Obama, del contrasto inesplicabile tra quel pagliaccio alto un metro e mezzo di prima, e l’alto, un po’ rigido, compostissimo signore cui sta stringendo la mano adesso. Chi saranno mai gli italiani se a rappresentarli sono due esemplari antropologicamente agli antipodi? Che fortuna che Obama sia finalmente di fronte a questo dilemma! Il popolo di Repubblica potrà stringersigli attorno, tirarlo per la giacchetta, e spifferargli in un orecchio quanto disgraziato sarebbe il nostro paese se non ci fossero loro, e quelli come loro, e quelli come Zucconi, che grazie a Dio non sono come gli altri.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (59)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

IL FATTO QUOTIDIANO 30/01/2012 Che s’indigna perché Berlusconi non ha speso neanche un parola di circostanza per la morte di Scalfaro. Se l’avesse fatto la gazzetta dei puri gliene avrebbe naturalmente rimproverato, con più ragione, l’ipocrisia. Scalfaro era un conservatore frigido. Lo sgusciante e sorridente Berlusconi dovette sembrargli un’immonda bestia politica. Lo odiò istintivamente, come colpito da una rivelazione, tanto da preferirgli la compagnia degli avversari di una vita. Con i quali si trovò a meraviglia, tanto erano diventati parrucconi.

IL MANGANELLO DEMOCRATICO 31/01/2012 Pessima idea degli “indignati” di casa nostra. Pensate: inscenare la solita demenziale protesta contro la cerimonia per il conferimento al grande timoniere Giorgio Napolitano della laurea honoris causa in Relazioni Internazionali (ce l’ha fatta persino lui, che aveva esordito col disastroso passo falso magiaro), nella civilissima e democratica Bologna, alla presenza di uno stuolo di papaveri del governo e della città. Hanno finito per essere discretamente manganellati dalla polizia, e discretamente silenziati dai media, che di solito li adorano. Perfino Repubblica, il cui cronista è stato malmenato dai bravi poliziotti, questa volta ha scritto chiaro e tondo che a cominciare, ad attaccare, sono stati loro. Mentre il solitamente molto inclusivo sindaco Merola ha parlato di “sopruso”: il loro, s’intende. Adesso, senza un cane che li conforti, si staranno grattando la testa: per le botte, e per capirci qualcosa. Perché sono convinto che questi imbecilli non abbiano ancora capito il duro nocciolo della questione.

LUIGI LUSI 01/02/2012 Vediamo come va a finire, ma io dico che dovremmo pensarci. Quest’uomo potrebbe essere una grande risorsa per la repubblica. Da tesoriere della Margherita è riuscito zitto zitto a dirottare dentro le sue tasche la bellezza di tredici milioni di euro di rimborsi elettorali, senza che nessuno nel partito se ne avvedesse. Adesso che è stato preso in castagna mica si è sparato. L’uomo ha i nervi d’acciaio. Ha fatto sapere di essere pronto a patteggiare la pena, e in quanto alla «operazione restituzione» del maltolto, lasciate fare a lui che tutto s’accomoderà in un battibaleno. Se ce la fa, condanniamolo ad una pena simbolica, senza interdizione dai pubblici uffici, anche a dispetto della legge: di un Vidocq delle finanze, capace, con felpata eleganza e senza strepiti volgari, di far sparire e di tirar fuori dal cilindro montagne di soldi sotto i nostri occhi, l’indebitata Italia ha un disperato bisogno. Altro che Befera.

I FALCHI ANTI-MONTI 02/02/2012 Per un anno sono stati un calvario per il Cavaliere. Queste teste calde si erano fatte rincoglionire dalla grancassa disfattista: «è finita», «così non si può andare avanti», belavano nel coro pure loro. Dalle mezze cartucce se lo aspettava, da loro no. Lui era il solo a tirare la carretta, a crederci. Poi un giorno finì davvero, grazie anche a questi imbecilli. Il Cavaliere, che si era battuto fino all’ultimo, prese atto e fece l’unica cosa sensata possibile, senza cedere ad impulsi autodistruttivi: ritirata strategica e composta scorpacciata di rospi. Ma a questi chiassosi campioni di velleitarismo non va ancora bene: vorrebbero che il Berlusca rovesciasse il tavolo del governo. Così. Per sport. Adesso. Senza sapere dove poi si andrà a parare. Che si curino i nervi. Di guai ne hanno fatti già abbastanza.

BERSANI & CASINI 03/02/2012 Mi domandavo chi sarebbe stato il primo, dopo l’esilarante caso Lusi, a chiedere di muoversi senza indugio per arrivare ad una rapidissima approvazione di “una legge sui partiti”. A battere tutti sul tempo sono stati, insieme, Pier Luigi e Pier Ferdinando. “È urgente procedere: diamoci tempi strettissimi”, ha detto il primo. Il secondo, che quando si tratta di aria fritta e rifritta non vuole essere secondo a nessuno, ha immediatamente rilanciato, parlando di “una settimana”. Di solito in queste situazioni o non si combina un bel nulla, o quando si combina qualcosa nove volte su dieci è una castroneria. Prima ci si addormenta su una panchina; poi, svegliati dalla sirena, cogli occhi fuori della testa si corre a perdifiato fino alla prima curva, dove di norma ci si riaddormenta. Ma non è questo il peggio. Il peggio è questa comica, provinciale, retrograda credenza nella potenza taumaturgica della legge. C’è un guasto, un problema, un risultato da raggiungere? Con una legge ad hoc tutto si mette a posto! Miracolosamente. In Italia l’assistenzialismo ha dettato legge, si può ben dire, anche nel campo della legge: ne abbiamo fatte milioni, tutte «risolutive». E’ per questo che poi nessuno muove un dito.

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L’Anabasi di Berlusconi

Nel 401 a.C un’armata di mercenari greci al servizio di Ciro, fratello del Re dei Re, ossia il sovrano persiano Artaserse II, del quale voleva usurpare il trono, vinse l’esercito persiano nella battaglia di Cunassa, una città non lontana dal luogo dove oggi sorge Baghdad. Cirò però morì nello scontro. Clearco, capo dei mercenari, e tutti i suoi luogotenenti, che si apprestavano ad organizzare la ritirata dei “diecimila”, furono catturati con l’inganno dal satrapo Tissaferne, in quel momento a capo delle forze imperiali, e successivamente giustiziati. Chirisofo divenne il nuovo generale dei greci. Fra i suoi improvvisati luogotenenti il futuro scrittore e storico Senofonte, che raccontò in una delle più affascinanti letture di tutti i tempi, l’Anabasi, l’epica marcia dei “diecimila” in territorio nemico fino a Trapezunte (Trebisonda) sul Ponto Eusino (il Mar Nero), dove giunsero nel 399 a.C. per imbarcarsi poi per la Tracia. Un’impresa disperata, resa possibile dalla compattezza militare e morale delle milizie greche, e dalla disorganizzazione di quelle persiane. A mente fredda, il segreto del successo fu di non farsi prendere dal panico e armarsi di pazienza: le ombre in realtà erano il più concreto dei pericoli. Settant’anni dopo Alessandro Magno seppe trarre un valido insegnamento da questa vicenda.

Quando un anno e mezzo fa la scissione finiana sembrò segnare la fine della maggioranza di governo, Berlusconi, che nella vita ha deciso di essere un grand’uomo, nonostante il lato clownesco del suo carattere, fu il solo politico a scommettere sul sentiero stretto che poteva portare nonostante tutto il suo governo alla fine della legislatura. Lo vide, e tenne la cosa per sé, aspettando che si calmasse la burrasca isterica intorno alla falsa alternativa tra il temuto governo tecnico o di larghe intese che dir si voglia, e le auspicate – a parole, almeno da parte sua – elezioni. Guadagnò il tempo necessario per chetare i vuoti entusiasmi da una parte e le vuote disperazioni dall’altra. Poi andò a pescare con pazienza nel vasto lago dei deputati in cerca d’autore al centro del parlamento. A quel punto mirò apertamente alla “resistenza”. Parve una decisione figlia degli avvenimenti, ma lui l’aveva premeditata fin dall’inizio della crisi. I fatti gli diedero ragione. Perché non si era fatto impaurire dalle ombre.

Oggi la fine della maggioranza di governo sembra ancor più segnata di allora. Tanto che l’attenzione dei media è puntata più sul dopo-Berlusconi che sulla sua eventuale fine. Ma, a guardar bene, l’inevitabilità di questa caduta sembra ancora più figlia di un fenomeno di autosuggestione di massa che della realtà. E’ probabile che il Cavaliere abbia più paura del voto martedì a Montecitorio sul Rendiconto Generale dello Stato che di quello sul maxiemendamento con le misure “europee”. Superato il primo anche senza ottenere la maggioranza assoluta alla Camera, si sentirà a ragione molto più rinfrancato. A quel punto delle dimostrazioni virtuali, che gli saranno eventualmente rinfacciate, di non autosufficienza della sua maggioranza si farà un baffo solenne. Andrà alla battaglia sul maxiemendamento con molte frecce al suo arco. Potrà rinfacciare lui, all’opposizione, la reticenza sulle misure imposte dall’aureo e venerato consesso europeo; farà aleggiare sopra le teste dei deputati e degli italiani tutti lo spauracchio di una pesantissima patrimoniale, l’unica disgrazia che potrà mettere d’accordo un governo sostenuto dalla sinistra e dagli straricchi dell’establishment più incartapecorito del pianeta; dipingerà come una ripicca bambinesca e farà apparire come meschina, in un momento simile, ogni pregiudiziale sul suo nome in cambio di un allargamento della maggioranza.

Ad aiutarlo improvvidamente è arrivato proprio quella nullità di Casini, il quale, essendo una nullità, nei momenti topici tende di regola a perdere la testa. Pier Ferdinando ha messo una croce sopra ogni ipotesi di allargamento al centro dell’attuale maggioranza. Grosso errore, per un democristiano che doveva rosolare i “congiurati” sul filo dell’ambiguità e dell’incertezza delle cose future. Spaventato dalla manifestazione organizzata dal Pd in Piazza S. Giovanni a Roma, come ogni autentico democristiano andato a male, alla convention del Terzo Polo ha sostenuto la necessità di un governo di solidarietà nazionale con dentro Pd, Pdl e Terzo Polo. E lo ha fatto nel più goffo dei modi, quasi scusandosi con la propria storia: “Noi” ha detto,

siamo nel Ppe, da sempre antagonisti della sinistra, ma dobbiamo essere onesti, ragazzi: la sinistra ieri ha detto, quando potrebbe avere un interesse elettorale a chiedere solamente le elezioni, che sono disponibili. E allora pensare a un governo che emargini una parte del mondo politico più direttamente rappresentativo del mondo operaio e sindacale significherebbe essere irresponsabili. Non si fanno sacrifici agitando la contrapposizione sociale o dividendo i lavoratori, perché quelle forze vanno coinvolte. Sarebbe autolesionista cercare divisioni.

E’ lo stesso Casini che giorni addietro rimproverava Berlusconi e il suo governo di non avere la forza di decidere, di non saper dire sì all’Europa. Sulle pensioni, sul lavoro, sulle liberalizzazioni. A molti “malpancisti” saranno fischiate le orecchie: agli idealisti, a causa dalla cattiva compagnia; ai maneggioni, a causa della vasta compagnia.

Nell’Anabasi di Senofonte uno dei momenti più difficili per i “diecimila” fu quando dovettero percorrere i sentieri e le gole della regione montuosa popolata dai Carduchi (con molta probabilità gli antenati degli attuali Curdi). Nell’Anabasi berlusconiana siamo più o meno arrivati a questo punto. Perché non dovrebbe farcela anche lui, a dispetto delle comiche invettive puritane del Financial Times?

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Berlusconi e i chiacchieroni

Per Confindustria la manovra è timida. Ma per l’immaginifico Vendola basta e avanza per descriverla come “una violenza, un vero e proprio colpo di stato sociale”. Figuriamoci se fosse stata “coraggiosa”. Per gli economisti che scrivono sui grandi giornali di centro che guardano a sinistra, come la DC di tendenze suicide, la manovra non ha niente di strutturale, essendo tutta impostata su nuove tasse e pochissimi tagli. Ma per comuni, provincie, regioni, sindacati, associazioni rosse e gialle, bocciofile padane e lucane, e tutte le altre tribù italiche, i tagli sono sanguinosi, e ormai manca loro anche l’aria per respirare. Le sopramenzionate gazzette amaramente deploranti il corto respiro di una manovra tappabuchi sono però le stesse che al governo non riconoscono nemmeno un micro-passettino nella giusta direzione, se quest’ultimo s’arrischia a dare una micro-ritoccatina alle pensioni e alle norme sui licenziamenti: l’importante è pontificare, ma ben allineati e coperti. Perché si sa bene che tali bagatelle bastano e avanzano all’immaginifica segretaria generale della CGIL per mettere un po’ di pepe alle motivazioni dell’immancabile sciopero generale, per parlare di manovra “ingiusta, repressiva e irresponsabile” e per minacciare di andare avanti con la protesta “fino alla Corte Costituzionale”. Per il presidente dell’Italia dei Valori, il sempre misurato Antonio di Pietro, questa manovra da tutti giudicata insufficiente costituisce però già un “omicidio politico ed economico” e chiede “alla collettività di organizzare una rivolta democratica”. E in caso di sufficienza cosa sarebbe stata? Un genocidio? Un crimine contro l’umanità?

Per Bersani la manovra “toglie i soldi a chi non li ha”: per il PD, infatti, una manovra qualificata e strutturale si concretizza nel ricavare “risorse da rendita e patrimoni”, nel dare la caccia con più efficacia agli evasori fiscali, in qualche dispendiosa ed economicamente distorsiva concessione ai diktat della lobby ambientalista, tutta roba che va benone anche nei comizi; oltre che nel riorganizzare e potare la pubblica amministrazione, nel varare liberalizzazioni e dismissioni non meglio specificate, che è roba buona solo per i comunicati stampa. Su pensioni e sanità silenzio religioso. Su questa base “riformista” annuncia di lavorare ad un nuovo Ulivo in coabitazione con gli esaltati di cui sopra, senza negarsi ad un’alleanza col centro, pur di riuscire a farla finita con l’era berlusconiana. Non contento di questa aria fritta, per scaldare il popolo dei migliori il segretario dei democratici si rifugia spudoratamente nel settarismo che ha fatto della sinistra italiana il più grande problema strutturale dell’era repubblicana del nostro paese. Dopo la scoperta e la conseguente appropriazione intellettuale del liberalismo di qualche anno fa, infatuazione oggi messa prudentemente in sordina, è ora la volta del patriottismo: “Siamo figli dell’unità del Paese e figli della sua costituzione che è la più bella del mondo. Con la coccarda tricolore ci siamo sentiti a nostro agio, la destra no. Noi siamo patrioti senza se e senza ma”. Lo stile è il solito: impadronirsi di un vessillo, magari a lungo tempo trascurato, per sequestrarlo ed esibirlo in odio agli altri, per alzare uno steccato, per definire dei confini. E per puntellare la propria cattiva coscienza. Non è vero che Bersani e i suoi siano figli dell’unità del paese: al contrario, sono figli dell’Italia più schizofrenica. Dell’Italia che s’inventò il tricolore per servaggio intellettuale alla Francia giacobina, dell’Italia più sensibile ai richiami del socialismo repubblicano e anticlericale nell’ottocento, dell’Italia più nazionalista a cavallo fra ottocento e novecento, dell’Italia più fascista durante il ventennio, di quella comunista del dopoguerra, di tutte queste Italie insieme, anche quando nel passaggio da un’era all’altra si sovrapponevano e combattevano. L’Italia dei diversi decaloghi cui via via uniformarsi, l’Italia unita piegando le plebi alle più capricciose ortodossie.

Per Casini, solidissimamente ancorato alla vacuità del suo equilibrismo tardo-democristiano, è il momento di scelte impopolari. Qui a parlare è Pier. Per non rischiare di doverle prendere arriva in soccorso Ferdinando, che si appella ad un governo di solidarietà nazionale, sostenuto dalle principali forze di maggioranza e di opposizione, e da quelle ausiliarie del terzo polo, a condizione che sappia cooptare figure di prestigio della società civile. Un governo prestigioso benedetto dal presidente della repubblica. Che funzionerà meravigliosamente. Nel mondo delle convergenze parallele, là dove ammucchiate e scelte impopolari vanno a braccetto.

Ecco perché non ci resta che Berlusconi, e la sua maggioranza.

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Berlusconi conserva la maglia rosa

A dimostrazione che le care vecchie passioni dominano nel mondo moderno come dominavano ai tempi di Achille ed Ulisse, non solo gli scalmanati predicatori delle gazzette di sinistra ma pure gli augusti opinionisti dei noiosi e tremebondi fogli della borghesia illuminata si sono ora ridotti a sperare nei leghisti pur di non vedere il Caimano trionfare beffardamente su tutta la linea. Oggi, poveretti, scommettono sulle elezioni, come prima, poveretti, scommettevano sul naufragio del berlusconismo. Quelle stesse elezioni considerate l’ultima, dubbia, e “irresponsabile” ancora di salvezza per la barchetta pidiellina si è trasformata ora nella “loro” ancora di salvezza. Tranne qualche voce isolata, il sentimento di fondo che tiranneggia questi fatui apostoli della ragione, sempre pronti a prendersela col populismo degli altri, è quello della rivalsa, del desiderio irrazionale di aver ragione a tutti i costi.

Il flottante nel bel mezzo della Camera dei Deputati era abbondante fin dall’inizio della crisi, tant’è che i più entusiasti fra gli agit-prop del terzo polo hanno sempre parlato di un potenziale di un centinaio di deputati. Uomini insomma, sensibili a ragioni nobili e meno nobili. Lo hanno visto loro, questo potenziale, perché non poteva vederlo fin dall’inizio quella volpe del Berlusca? Frignare oggi di “compravendite” è solo un esercizio autoconsolatorio, oltre che un riflesso pavloviano, utile per condire le stracche epopee giustizialiste dei media, non certo un contributo ad un’analisi seria della situazione. In realtà solo una crisi di panico, che non c’è stata, poteva affondare il PDL. Respinta la mozione di sfiducia, il Caimano in cuor suo è convinto di aver scavallato in testa sullo Stelvio e si appresta a caracollare comodo in discesa. Pure lui scommette, ma con qualche ragione in più dei suoi avversari. Scommette sull’effetto psicologico della “sorprendente” vittoria nella mozione di sfiducia, sommato a quello derivante dalla delicata situazione economica europea e italiana. Messo in soffitta l’imbroglio del governo tecnico, o di responsabilità nazionale, o di quel che volete, il mantra dell’irresponsabilità di nuove elezioni si sta rivoltando come un boomerang contro le opposizioni. E il furbacchione, con i più amabili e sorridenti dei modi, lo sta volteggiando come una clava sopra la testa degli oppositori e dei più nervosi fra gli alleati. Pure la Chiesa, che nei momenti topici sa essere più realista del re, si sta muovendo adesso in questo senso, con tanti saluti a Gianni e Pinotto, alias Casini e Buttiglione. Occorre sottolineare, inoltre, che Bunga Bunga Berlusconi, spalleggiato dal Vaticano, parla alla nuora Casini perché i suoceri suoi deputati intendano? Spero di no. In quanto alla Lega, le insistenze, peraltro intermittenti, di Bossi e di qualche suo colonnello sul voto a marzo si spiegano con la volontà di tener buoni gli spiriti bollenti del partito e della base; e con la consapevolezza, però, che gli obbiettivi politici dei leghisti sono legati a doppio filo alla salute politica di Berlusconi: senza di quella qualche decina di parlamentari in più – allo stato attuale del tutto teorici, non abbiamo imparato nulla dal recentissimo passato? – non servirebbe ad un fico secco. Ragion per cui in caso di allargamento al centro della maggioranza la Lega si piegherà, tanto più che questo allargamento avverrà con tutta probabilità con la cooptazione di singoli individui, non di sigle politiche, almeno non di quelle esistenti.

Intanto la sinistra, incapace di guardare in fondo a se stessa, continua a sbattere la testa contro il muro. La furia cieca e sempre più scopertamente insensata della piazza è figlia soprattutto della propria frustrazione. Darle il nome di Berlusconi oramai comincia a far ridere anche chi scrive sui giornali, notoriamente simpatetico coi facinorosi democratici, figuriamoci la maggioranza silenziosa che al massimo guarda i telegiornali. E se Gasparri parla di azione preventiva, diciamo una bella azione di bonifica all’interno dei centri sociali, l’uomo nuovo Vendola, nel 2010, altro non sa che scomodare il fascismo, immaginandosi che qualcuno, a parte la sua numerosa setta, lo prenda sul serio. Ad esser cresciuto in questi anni è proprio questo senso di frustrazione, rottamatori compresi, e proprio perché ad egemonizzare le teste poco pensanti dei militanti sono sempre le due non-soluzioni a questa annosa impasse: quella tutta tattica dell’alleanza col centro, quella ideologica e identitaria veterosinistrorsa. Sono due forme di nichilismo politico. Di che sorprendersi se la questione rimane disperatamente irrisolta? E la cosa è talmente chiara che pur di non vederla l’ossessione antiberlusconiana ha assunto forme grottesche. Una volta c’era l’anomalia “comunista”, oggi c’è quella “democratica”, la quale, nella fuga in avanti e nel non detto, della prima è figlia. Cosa ci sia in mezzo non lo spiego, perché mi sono stufato. Dico solo che di lì prima o dopo si dovrà passare. E che è meglio prepararsi.

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Otto lunghi giorni

Mancano ancora otto lunghi giorni – equivalenti a ben sedici rotazioni complete della lancetta delle ore sul quadrante dell’orologio, tutte da contare, minuto per minuto – al momento fatale della votazione sulla mozione di sfiducia contro il suo governo, e ormai ne hanno tutti le tasche piene, compreso qualche sciocchino dei suoi, che non riesce a capire come l’esasperazione possa lavorare a suo favore. Bene bene, direi, caro Cavaliere. Sarebbe imbarazzante per i megafoni dell’isterismo di casa nostra andare a leggere cosa scrivevano i giornali e a risentire cosa strillavano i telegiornali appena un mese fa: epigrafi trionfalistiche o fumanti di frustrazione e voglia di rivincita. Comunque epigrafi. E inviti al suicidio “responsabile”. Ma lo smottamento non c’è stato, proprio per niente. Si è reso quindi necessario da parte dei wishful thinkers de noantri riformulare giorno per giorno in foggia diversa la favoletta del crollo.

Siccome se le cantano e se le suonano in compagnia, la versione assai più guardinga che oggi si passano l’un l’altro è questa: caro Cavaliere, al Senato molto probabilmente ce la fai, alla Camera probabilmente no, ma anche se ce la facessi, sarebbe irresponsabile cercar di governare con due o tre voti di scarto. A questa scartine e ai legulei intanto diciamo: 1) può darsi, ma l’onere della prova spetta ancora una volta all’opposizione, che fin qui ha toppato; 2) al riparo della legge si possono fare un mucchio di mascalzonate; se ne fanno ogni giorno, ed è inevitabile che sia così se vogliamo continuare a vivere in un regime di libertà; però con rapporti di forza così plasticamente evidenziati in parlamento, che il suicidio preventivo e “responsabile” dell’allocco Berlusconi avrebbe occultato, vogliamo proprio vedere chi vorrà andare incontro al suicidio morale e politico di un legalissimo “ribaltone” sotto l’occhio umiliato ed offeso di un elettorato conservatore in attesa di vendetta.

Inoltre, caro cavaliere, io e lei non ci facciamo infinocchiare dal tam-tam. Tale tanto più ragionevole versione è reticente, incompleta. Quindi, mezza falsa. Si basa sul presupposto che lo smottamento, prima ma eventualmente anche dopo il voto, e sottolineo il “dopo”, possa avvenire solo nel campo dei berlusconiani e non in quello degli antiberlusconiani. E perché mai? Una cosa è chiara: i polli del terzo polo e i giornali di riferimento – in breve, il partito degli irresponsabili con la puzza sotto il naso – si sono cacciati in un pasticcio dal quale non sanno più come uscire se non facendo appello, in ultima analisi, al senso di responsabilità del Cavaliere; il quale, da parte sua, non essendo un democristiano addomesticato, fa saggiamente marameo – hic manebimus otpime – rispedendo con molto comodo dall’altra parte della rete l’accusa d’irresponsabilità.

In otto lunghi giorni di snervante bonaccia le cose matureranno segretamente fino al momento in cui, sotto la pressione montante, l’esito del combinato congiunto di coscienza, paura, ambizione ed interesse precipiterà da una parte o dall’altra nell’animo delle persone. Fino ad allora son solo chiacchiere. Intanto il nervosismo cresce. Cosicché mentre i pasdaran di Fini, Casini e Rutelli precettano i deputati delle loro parrocchiette facendo firmare loro la mozione anti-Cav e preannunciano per la Camera numeri blindati in suo favore, dalla bocca degli stessi boss del terzo polo escono ogni giorno proposte di una chiarezza che fa rimpiangere perfino i geroglifici concettuali dei tempi gloriosi delle convergenze parallele, nelle quali si adombrano le possibili soluzioni della crisi in mano al cavaliere, o meglio ancora, al PDL. Mentre Angelo Panebianco, che scrive per il disperatissimo Corriere della Sera, parla di questo cul-de-sac, che è il loro, e anche quello del suo giornale, come del cul-de-sac di Berlusconi. E gli fa una proposta:

Ma se vuole tutto questo deve per forza uscire dal bunker. Deve avere il coraggio di offrire ai «terzopolisti», in nome dell’emergenza nazionale, un Berlusconi bis incardinato su poche e chiare proposte: oltre a mantenere l’impegno sul federalismo, deve assicurare interventi sull’economia (concordati sia con Tremonti che con Fini) che rassicurino i mercati e aprano vere prospettive di sviluppo. Deve offrire, inoltre, una disponibilità alla riforma elettorale: con l’unico vincolo che, a differenza di quelle fin qui ventilate, sia una riforma che salvaguardi il bipolarismo (cosa che Fini ha più volte detto di volere). E deve accantonare il tema della giustizia: non perché di una riforma della giustizia non ci sia bisogno (chi scrive pensa che sarebbe necessaria, eccome) ma perché è un fatto che Fini non la vuole e altri conflitti su quell’argomento, mentre il Paese rischia di incappare in una crisi finanziaria, risulterebbero incomprensibili agli italiani. Se poi la proposta verrà rifiutata, allora Berlusconi avrà almeno la possibilità di lasciare il terzo polo con il cerino acceso in mano, ad assumersi la responsabilità di una crisi al buio in un frangente così difficile.

Ma porca miseria, un filino di spina dorsale voi cagasotto della grande stampa ex borghese non riuscite mai a dimostrarlo? Il suo giornale scrive che Napolitano sta cercando una via d’uscita al ribaltone e alle urne, ad una situazione cioè che voi sciagurati avete aiutato a creare, titillando le ambizioni della destra “presentabile”, nel miglior dei casi l’ennesima incarnazione di quello spocchioso pseudoliberalismo che dal Partito d’Azione in poi si è segnalato soprattutto per l’infinita insipienza politica. Nello stato di “emergenza nazionale” l’unico coraggio veramente utile dovrebbe essere il vostro: il coraggio di chiedere scusa per il casino che da apprendisti stregoni avete combinato; il coraggio di fare voi, e i vostri noiosi beniamini, quel famoso “passo indietro” che c’introna gli orecchi da lustri per motivi risibili e che per miracolo una volta tanto sarebbe opportuno. Invece il “liberale” Panebianco ci propone quale “atto di coraggio” la vecchia “concertazione” con la più ricattatoria al momento delle parti politiche, sulla base di un vasto e vago programma – altro che poche e chiare proposte! – dal quale, viltà delle viltà, viene depennata la riforma della giustizia, non quella di Berlusconi, ma qualsiasi riforma della giustizia, indigeribile per l’ibernato neocampione della società civile Gianfranco Fini.

Chiacchiere. Non sarebbe affatto sorprendente, al contrario, che la pressione degli eventi non solo spingesse il parlamento a dare la fiducia al governo Berlusconi, ma che sull’onda della fiducia a sfaldarsi fosse proprio la falange centrista, ai cui superstiti, o a molti di essi, non resterebbe altro che andare a rimpolpare la truppa berlusconiana. E che per eterogenesi dei fini l’inattesa conclusione della crisi dovesse servire la testa dei Casini, dei Fini – e dei Montezemolo – su un piatto d’argento a Berlusconi.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Italia

La forza delle cose

Non è il titolo di una pellicola di Wim Wenders. Ma la chiave per leggere la storia oramai non più solo recente d’Italia.

Voci dal sen sfuggite, o voci dal sen lasciate sfuggire, e come di prammatica prontamente smentite, le accuse di Berlusconi a Casini di aver ucciso la CDL, col suo pervicace tentativo sotterraneo di creare un centro politico in prospettiva alleato con la sinistra, sono la fotografia di fatto delle forze reali che si muovono sotto la superficie vociante e concitata della politica italiana. La rinnovata freddezza di spezzaferro D’Alema nei confronti di Veltroni e le sue strizzate d’occhio alla misteriosa Cosa Bianca dei vari Montezemolo, Pezzotta, Mastella, l’operazione sponsorizzata dal Partito del Corriere della Sera per rimpolpare a destra la nuova Unione egemonizzata dal Partito Democratico e per permetterle di abbandonare al proprio destino la Cosa Rossa, riportano indietro le lancette dell’orologio all’immediato dopo elezioni del 2006. Il disegno di disarcionare Prodi e portare alla guida del governo l’ala dalemiana dei DS, come premio contrattato con il piccolo establishment confindustriale per l’epurazione dei trozkisti, fallì con la peraltro naturale ascesa alla leadership del nuovo Partito Democratico di Veltroni e della sua ecumenica filosofia pansinistrorsa, sponsorizzata dal Partito di Repubblica. Acconciatisi alla sconfitta, i grandi strateghi del Corriere – che non ne imbroccano una ma hanno sempre l’aria di aver ragione – hanno cominciato a lanciare dolci messaggi d’amore a Veltroni affinché si acconciasse Lui, l’Unto della Nuova Sinistra, a riuscire là dove D’Alema aveva fallito. Il laico e vero Papa Re dell’Urbe, che non si nega anzitempo nessuna entratura nelle stanze del potere, è andato al Lingotto a titillare gli orecchi del bel mondo della grande industria e della grande banca coi soliti discorsi ispirati ad un cerchiobottismo à la page che molto promette e nulla impegna. Questo succedeva nel campo d’Agramante, Re dei Mori; frattanto nel campo dei Cristiani, l’Udc di Cesa e Casini per rispondere alle accuse di tiepidezza verso la causa berlusconiana e di doppiogiochismo, si rifugiava con calore in una mezza verità, cioè in una menzogna, rivendicando che la priorità del partitino uscito dai lombi stremati della balena bianca morente era sempre quella di mandare a casa Prodi, senza però specificare cosa avrebbe fatto poi.

Scavando dunque sotto la superficie, e al di là dei nomi dei protagonisti, andiamo ad impigliarci sempre nelle radici profonde del fenomeno più caratteristico della politica italiana degli ultimi decenni, il coagularsi progressivo intorno alla sinistra di tutte le forze conservative del paese. Dentro le mura di Bisanzio il Partito della Conservazione di Repubblica si batte con quello della Conservazione del Corriere della Sera per la leadership del potere. Ogni tanto, per gettare fumo negli occhi, nella pubblica piazza viene frustato qualche rappresentante delle piccole corporazioni che non contano un piffero. Oggi Bertinotti, mentre i suoi compagni di partito accusano il governo di essersi appiattito su Confidustria, manda un avvertimento pesante a Prodi e indirettamente a Veltroni, annunciando che “il progetto dell’Unione è fallito”. Il che fa scrivere ad un preoccupato Edmondo Berselli, su Repubblica:

A questo punto, affidare la crisi dell’Unione a un rito come la verifica di gennaio equivale a un atto di ottimismo implausibile. Se il centrosinistra ha una speranza, essa dipende semmai dalla capacità residua dei suoi due leader principali, Prodi e Veltroni, di reinventare un profilo strategico. Ormai per Prodi non è più possibile il galleggiamento: si tratta di provare a mobilitare il governo su alcuni punti di programma, in cui il suo riformismo possa misurarsi costruttivamente con le aspettative frustrate della sinistra radicale (e magari anche offrendo finalmente agli italiani l’idea di un’azione visibile contro problemi quotidiani come l’inflazione, il prezzo del carburante, l’aumento delle tariffe a parità di servizi scadenti). Per Veltroni, il compito è ancora più difficile: deve tessere la tela della politica futura, con il suo partito a vocazione maggioritaria, senza giocarsi la politica presente, ossia ciò che resta dell’Unione. Ma entrambi, Prodi e Veltroni, non possono pensare di muoversi fuori sintonia. Lo devono a una certa idea di politica, ma soprattutto a quei cittadini che hanno votato alle primarie di due anni fa, hanno scelto l’Unione alle elezioni del 2006 e hanno designato il leader del Pd alle primarie del 14 ottobre. Perché prima degli interessi di parte, e alla pur legittima logica di ogni forza politica, non bisognerebbe dimenticare che il centrosinistra si è formato come somma di partiti, ma è stato indicato nelle urne da un voto di popolo: verso il quale quei partiti e i loro leader dovrebbero avvertire qualche perdurante senso di responsabilità.

Capito? Adesso qualcuno mi spieghi come dalla sinistra, dalla sinistra-centro o dal centro-sinistra, o dalla collaborazione con essa, ci si possa aspettare una raddrizzata economico-istituzionale liberale della penisola. Non è forse meglio, non è forse semplicemente più razionale, aspettare che questo castello marcio crolli e lavorare invece per diventare una mafia influente all’interno di una futura maggioranza popolar-liberale per ora alquanto all’amatriciana? O forse qualcuno in alternativa preferisce ancora credere ai miti liberal-chic molto italioti di una salvifica classe dirigente? Dirigente, appunto.

Italia

Alea iacta est

Innanzitutto un rimpianto. Per il fatto che la CDL non abbia saputo attendere con pazienza il momento della vittoria. La sinistra era un cittadella assediata da prendere per fame. Il partito dell’immobilismo che il governo Prodi incarnava era sceso al livello più basso di popolarità che la storia recente d’Italia ricordi. Il cicaleccio sulle miracolose riforme elettorali e istituzionali, le poderose offensive mediatiche contro tutta la casta politica, le leggende metropolitane sui liberismi di sinistra, che istituzioni, politici e giornali ci riservavano ogni santo giorno, servivano solo a stendere un velo semiassolutorio sull’impotenza dell’attuale maggioranza. Era solo questione di tempo. Se l’azione del governo fosse continuata non al riparo della cortina fumogena del dibattito sulle riforme ma sotto i riflettori dell’opinione pubblica, anche il celebrato nuovo segretario del novissimo partito democratico sempre della sinistra si sarebbe dovuto esporre e fatalmente sarebbe stato coinvolto nel pantano del governo Prodi. La strategia berlusconiana era giusta: nessuna mano tesa alla sinistra. Prima o dopo il redde rationem sarebbe arrivato. La gente stava constatando palpabilmente la differenza sostanziale tra il cammino difficoltoso ma sensato del governo Berlusconi e l’arroccamento delle forze conservative del paese che il governo Prodi rappresenta e di cui Romano Prodi è il sensale. E l’operazione di smarcamento dall’esecutivo attuata clamorosamente dalla Confindustria montezemoliana , e con più tatto dal PD veltroniano, avrebbe rivelato sempre più il suo carattere opportunitisco, vista la contrarietà a nuove elezioni.

Finora è stata proprio l’attitudine tiepida degli alleati, dovuta non solo all’ambizione personale ma anche al loro profilo psicologico di insiders della politica italiana, a costringere l’outsider Berlusconi a tener vivo il sentimento unitario del popolo del centrodestra con dichiarazioni ad effetto; ma ora che i poco combattivi generali dell’armata berlusconiana si sono abboccati col nemico, è stato giocoforza per Berlusconi passare il Rubicone, buttando sul tavolo della partita per la conquista del potere politico nel nostro paese tutto il peso di una leadership carismatica che va ben oltre i limiti di Forza Italia e scommette sulla sovranità limitata di Fini e Casini sui rispettivi partiti e soprattutto sugli elettori di AN e UDC. Ci sono voluti quindici anni, ma ora siamo davvero all’uno contro tutti, e quel che è certo è che in vista della battaglia finale Giulio Cesare Berlusconi potrà contare sul grosso delle sue legioni. Grazie all’effetto drammatico di questa ridiscesa in campo, che ha messo sotto pressione i capi tribù alleati costretti ora a scegliere tra la sottomissione a Berlusconi e il rischio di perdere i propri eserciti, qualche nervosismo comincia a serpeggiare anche nell’Urbe dove l’immagine edulcorata dell’amor et deliciae generis humanis del XXI secolo rischia col tempo di sovrapporsi insensibilmente passo dopo passo a quella del grigio Prodi quale garante dello status quo. Cambiata la situazione, Berlusconi, rimangiandosi con disinvoltura e decisione un bel po’ di parole spese in passato a favore del sistema elettorale maggioritario e facendo un po’ il verso alle giravolte di Veltroni, allo scopo di stanarlo ha offerto la sua disponibilità a discutere su una legge elettorale proporzionale non machiavellica che ci porti fuori da questo bipolarismo: da questo, non dal bipolarismo tout-court. E poi si vada alle elezioni.

E apriamo una parentesi. L’Italia, com’è noto, è il paese delle parole in libertà. Se si guardasse semplicemente al significato letterale delle parole, si scoprirebbe ben presto che i discorsi che si fanno sono al novantanovepercento senza senso. Tanto per dirne una: neanche l’attuale sistema elettorale è maggioritario, bensì proporzionale con premio di maggioranza su base nazionale alla Camera e su base regionale al Senato. Nel voto per la Camera dei Deputati in pratica l’attuale sistema ha trasformato l’Italia in un unico collegio elettorale uninominale maggioritario nel quale si elegge solo un leader, per di più azzoppato, che si porta dietro una foltissima cordata di compagni con salmerie al seguito. Un sistema siffatto non ha assolutamente niente a che fare con lo spirito del sistema maggioritario, che vuole che tutti gli eletti vincano la loro personale battaglia. Sia col lambiccatissimo meccanismo fifty-fifty messo a punto dai professorini di Veltroni, sia con l’assai più chiara e schietta legge elettorale partorita da un eventuale successo del referendum Guzzetta, rimarremmo fondamentalmente sempre nell’ambito culturale del sistema proporzionale, corretto, o meglio, alterato più o meno drasticamente in modo da limitare la frammentazione partitica e premiare le formazioni più forti. Ma non è piuttosto illusorio e frutto di un residuo di mentalità costruttivista pensare di risolvere mediante espedienti tecnici problemi culturali che ci portiamo dietro dalla fine della seconda guerra mondiale?

Se intendiamo per bipolarismo la presenza in un paese di due grosse formazioni di diversa ispirazione politica, diciamo a spanne – e all’europea – socialdemocratica e liberale, ma entrambe saldamente democratiche e quindi entrambe opzioni di governo praticabili, possiamo vedere che ciò si realizza nel continente europeo indipendentemente dai diversissimi sistemi elettorali dei singoli stati. Senza neanche parlare della vecchia e ricca Europa occidentale – e annotando tra parentesi come anche nelle nazioni di più recente tradizione democratica di quella stessa vecchia Europa, vale a dire la Spagna (Partito Popolare e Partito Socialista), il Portogallo (Partito Socialdemocratico, conservatore a dispetto del nome, e Partito Socialista) e la Grecia (Nuova Democrazia e Partito Socialista) lo schema classico bipolare si è rapidamente realizzato – noi ci accorgiamo che pure lo sviluppo dell’Europa una volta chiamata dell’Est testimonia questo fenomeno.

In Italia il bipolarismo era virtuale e continuerà ad essere virtuale fin quando gli eredi non pentiti del comunismo continueranno a essere parte integrante e imprescindibile della sinistra italiana. Per il momento, qualunque sia il sistema elettorale scelto, esso non impedirà la formazione di una robusta minoranza veterocomunista, una Izquierda Unida numericamente necessaria alla sinistra per poter aspirare al governo. E’ ovvio che la formazione di un sedicente centro formato dai vari Montezemolo, Casini, Pezzotta, Mastella, Monti ecc., sostenuto dalle corazzate della grande stampa ma esso stesso espressione di nomenklature economico-finanziarie, non potrà che essere strategicamente propedeutico alla ricomposizione di una sinistra sgravata infine della zavorra massimalista; e nel migliore dei casi non potrà che nascere da questa simbiosi un allargato partito democratico ispirato ad un aggiornato, riverniciato statalismo. Che Veltroni può ragionevolmente sperare di guidare al prossimo appuntamento col voto. Nel frattempo però gli scontenti e i disillusi andranno ad ingrossare le file dell’outsider Berlusconi mentre la prolungata agonia del governo Prodi, che il segretario del Partito Democratico dovrà per forza sostenere fino a che i tempi saranno giudicati maturi, finirà per gettare un’ombra di vecchiezza – e di verità – sull’uomo nuovo della sinistra.

Quand’anche con la consumazione del matrimonio col centro dei salotti buoni Veltroni riuscisse a liberarsi dei comunisti di nome – perché l’anima dei comunisti di fatto resiste alla grande anche nel neonato PD, come dimostra la rinnovellata e tempestiva corresponsione d’amorosi sensi tra la magistratura milanese e il foglio principe dei giacobini italiani – egli rimarrebbe pur sempre lo splendido cerimoniere di un’alleanza tra poteri consolidati attorno ai quali gravitano vaste clientele e burocrazie, mentre Berlusconi scenderebbe dalle Gallie a capo di una moltitudine di popolo minuto confuso, arruffone e magari volgare, che però da una rivoluzione liberale avrebbe molto meno da perdere.

Ora che la pianura di Farsalo comincia a distinguersi all’orizzonte, resisteranno i nostri liberali mangiapreti & clericali alla sempiterna tentazione di rinchiudersi nelle loro chiesuole e riusciranno finalmente a solidarizzare pragmaticamente in una massa critica significativa ed influente all’interno dell’unico schieramento che abbia un futuro?
(Ciò detto, naturalmente io duemila anni fa sarei stato, nonostante tutto, dalla parte della vecchia e corrotta aristocrazia senatoria repubblicana.)