Il depistaggio del “metodo Boffo”

Era da un po’ che non si sentiva parlare del metodo Boffo. Alla riunione della Direzione del Pd Bersani doveva avere proprio l’animo esacerbato per tirar fuori dal cilindro questo sfiancato cavallo di battaglia della sinistra più tetragona, quella, per capirci, che ciancia continuamente di depistaggi e di tutto il resto della paccottiglia. E perché ne parla continuamente? Ma perché essa vive di depistaggi. Tutta la narrazione sinistrorsa della storia dell’Italia repubblicana è un grandioso depistaggio. E anche il metodo Boffo è un depistaggio. Vi spiego perché, anche se lo dovreste già sapere.

Le pratiche d’infamia sono vecchie quanto la stampa e la democrazia. Da noi il fenomeno ebbe una potente accelerazione durante gli anni settanta, quando nacque La Repubblica, il giornale dell’Italia onesta e democratica. Fino ad allora la pur esibita diversità comunista trovava nella fede marxista una casa ma anche delle briglie. Libera da quella, la diversità potè diventare puro e freddo settarismo. Da allora la vita politica italiana, in senso lato, è stata caratterizzata da campagne di stampa senza scrupoli condotte allo scopo di sputtanare, sic et simpliciter, alcuni dei suoi protagonisti: alcuni democristiani, Craxi, e naturalmente Berlusconi in primo luogo.

Per trovare un nome adeguato a queste porcherie gli sputtanatori della società civile dovettero però aspettare il primo siluro sparato dalla stampa della società incivile: quello lanciato, appunto, dal Giornale di Feltri contro il direttore dell’Avvenire. Per dire dell’inesperienza dei fessacchiotti del Giornale in queste pratiche d’infamia, basti pensare che spararono ad un amico. Infatti l’Avvenire del duo Ruini-Boffo sostenne per anni, naturalmente con molta discrezione, la compagine politica berlusconiana. Ma nel 2009 – fu la stagione gloriosa di Patrizia D’Addario – la nostra stampa democratica e civile diede inizio alla più grande campagna di letterale sputtanamento contro un singolo uomo – l’utilizzatore finale – che la storia abbia mai conosciuto. Il mondo cattolico adulto dimenticò ogni misericordia cristiana e cantò nel coro dei fanatici. Boffo si sentì sotto pressione e scrisse qualche articolo contro Berlusconi. Feltri non capì un cavolo, e combinò, anche politicamente, una minchiata colossale.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (111)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

GIANNI RIOTTA 28/01/2013 Ieri era il Giorno della Memoria. Sapete com’è: per un giorno si fa a gara per dimostrarsi più compunti e ortodossi che mai nel condannare fermissimamente l’orrore della Shoah e le ideologie razziste. Neanche un capello fuori posto. Non si sa bene dove finisca la consapevolezza e dove cominci il conformismo e l’opportunismo. Ciò si spiega con il fatto che il Giorno della Memoria è diventato una specie di ricorrenza sacra nel calendario della moderna religione dei Diritti Umani. Così un po’ alla volta, subdolamente, insensibilmente, pericolosamente, la Shoah è uscita dalla storia per entrare nella metafisica del dogma, che è un’arma a doppio taglio, perché se da una parte risparmia all’opinione pubblica i problematici chiaroscuri delle vicende storiche, dall’altra è molto più facile, ed eccitante, negare rotondamente un dogma che confutare il massacro pianificato di milioni di ebrei da parte del regime nazista. Fatto sta che per un giorno sono tutti allineatissimi. Anche se il giorno dopo magari le cose cambiano da così a così. Silvio Berlusconi invece è il politico più candido e chiacchierone del mondo, forse perché ha pochi scheletri nell’armadio della sua testa. Anche a costo di farsi massacrare. Per questo mi è simpatico. Così anche ieri è riuscito a dire la sua fregnaccia: «Il fatto delle leggi razziali è stata la peggiore colpa di un leader, Mussolini, che per tanti altri versi invece aveva fatto bene». Faccio solo notare che dicendo «la peggiore colpa» Silvio ne ha caricate altre sulle spalle del Duce. Ma rimane un discorso da bar, da cretino. Al contrario per Gianni Riotta, cui non sfugge nulla, ieri Silvio è stato un furbacchione. Quella del Berlusca non è stata una gaffe, ma «un amo lanciato a voto estrema destra in cerca di interlocutori». Ai neanche quattro gatti alla destra della Lega, dei Fratelli d’Italia e di Storace? All’uno per cento degli elettori? Col rischio di perdere la partita al centro? Col rischio di pagare salato il costo di una bufera mediatica? O forse con lo scopo diabolico di distogliere l’attenzione dei media dal caso del Monte dei Paschi?

LA REGINA BEATRICE DEI PAESI BASSI 29/01/2013 Io non sono ostile alle monarchie per principio. Penso però che abbiano fatto il loro tempo. Lo dico con simpatia e affetto ai sovrani e ai principi del nostro tempo: non sarebbe meglio finire in bellezza e chiudere definitivamente i conti con la storia con una romantica festa d’addio in mondovisione, prima di finire invece come pittoreschi soprammobili presi sul serio solo dai giornali di gossip? Adesso poi che la vita si è allungata a dismisura, che i re non muoiono più in battaglia, e nemmeno tirano le cuoia in provvidenziali battute di caccia cadendo da cavallo, il rischio di vedere vecchi barbogi trattati come figli a carico salire sul trono è altissimo. Purtroppo non c’è niente da fare. Abdicare solo per fare posto al figlio regalmente disoccupato è indegno di un monarca e umiliante per l’erede al trono. Ma la regina Beatrice non l’ha capito. L’amore filiale per il quarantacinquenne Willem-Alexander ha prevalso sulla dignità dell’istituzione: «E’ giunto il momento di lasciare le responsabilità per il paese a una nuova generazione», ha detto profetica, pensando al figlio, e non piuttosto ad un’epoca che si sta chiudendo.

PIER LUIGI BERSANI 30/01/2013 Altro che accorciare o allungare le vacanze estive! Prima di tutto le scuole devono stare in piedi! Bisogna allentare il patto di stabilità per i comuni ed avviare un grande piano di manutenzione. Così si crea anche lavoro. E così ragiona il segretario del Pd. Da politico: le deroghe, il grande piano, il lavoro. Un leggero sfondamento dei conti. Ma per la crescita. Tutto andrà a meraviglia. Gira e rigira siamo sempre lì, all’economia del debito e della pianificazione, in uno dei suoi mille travestimenti: demagogiche e perdonabili fellonie, tipiche di qualsiasi campagna elettorale. Ma a Pier Luigi non posso perdonare un’altra idea, sommamente liberticida: quella di tenere «le scuole aperte tutto il giorno per attività didattiche». Ma certo. Per parcheggiare i ragazzini a scuola. Per trasformare gli insegnanti in badanti di mocciosi. Per impedire ai mocciosi di capire la differenza tra lo studio e il tempo libero. Per impedire ai mocciosi di farsi nel loro piccolo i meritati cazzi loro. Per tenerli nel recinto da mane a sera. Per ingozzarli di mille cose come oche da foie-gras. E per tenerli rigorosamente lontani da qualsiasi libertà, da qualsiasi proficua solitudine, da qualsiasi cripto-filosofica fantasticheria e dal sentimento dell’angoscia del tempo. Tanto loro non votano, povere bestie.

ANTONIO INGROIA 31/01/2013 L’ex sostituto procuratore è passato alla politica ma lo stile è sempre lo stesso. Inviperito per una stilettata infertogli dalla ex collega Ilda la rossa, ha chiuso il suo contrattacco con queste velenose parolette: «Mi basta sapere cosa pensava di me Paolo Borsellino e cosa pensava di lei. Ogni parola in più sarebbe di troppo.» Invece noi vorremmo proprio sapere cosa pensava Borsellino della Boccassini. Sarebbe una franca novità. Ingroia ha una sua specialità: adombrare, suggerire scenari. Disegnarli, sarebbe troppo: necessiterebbero di contorni, di colori, di cose. A lui invece piacciono le brume misteriose, promesse di nefandezze indicibili, sulle quali fa intendere di aver già buttato l’occhio birichino. Forte di questa sua straordinaria cognizione delle segrete cose, lui aspetta paziente che la verità e i colpevoli stessi gli si inginocchino davanti: vinti, supplici e in adorazione. E noi da anni aspettiamo il fausto evento.

LUCA ZAIA 01/02/2013 Folgorato dallo splendore scenografico della caduta nella polvere del Monte dei Paschi, al governatore del Veneto è venuta una voglia matta di replicare il patatrac. Il Monte ha l’acqua alla gola e Luca sogna di riportare a casa l’Antonveneta, qualora se ne presentasse l’occasione, nonostante i reiterati progetti di fusione dell’istituto padovano nella capogruppo. Perciò ha fatto appello al patriottismo degli imprenditori e delle banche del «territorio» al fine di creare una cordata per tentare la grande impresa. Da veneto faccio tutti gli auguri possibili all’Antonveneta, sia che venga definitivamente inghiottita (e digerita) dal Monte, sia che cada nelle grinfie di qualche altro grosso gruppo bancario, magari anche della Serenissima. Ma quando vedo muoversi queste quattro cose assieme: 1) la regia politica; 2) i «capitani coraggiosi»; 3) la filosofia della grandeur bancaria e la sua fissazione per la «massa critica»; 4) la retorica del «territorio»; allora penso ai Quattro Cavalieri dell’Apocalisse e invito vivamente clienti e risparmiatori a invocare la protezione di Sant’Antonio.

Bersani il populista

«Proprio perché Monti può essere ancora utile, sarebbe meglio che restasse fuori dalla contesa», ha detto l’altro giorno Bersani. Non è la prima volta che nei confronti di Monti usa un linguaggio da bulletto, da padrone che non deve alzare la voce per farsi obbedire, un linguaggio da bolscevico insomma, ma chissà perché Monti non se ne adonta mai, né la grande stampa censura il segretario PD, come invece fa con implacabile e farisaica seriosità coi cialtroni di «destra» quando mettono il Salvatore in questione. Eppure mai come nell’anno del Monte Bersani (e i suoi luogotenenti) e Berlusconi sono apparsi così vicini sui temi della politica economica e dell’Europa. Infatti penso che il grande Silvio – al quale in questo momento difficile voglio ribadire un sostegno degno di uno che appartiene con pieno merito alla nobile schiatta dei suoi servi e lacchè – penso che il magnifico Silvio, dunque, su queste materie abbia detto un sacco di corbellerie. Comunque, leggete sotto e trovate un po’ la differenza:

«Adesso bisogna che l’Europa agisca collettivamente: l’Italia non affonderà l’Europa, ma sia chiaro che l’Europa di Merkel e Sarkozy non può farci affondare tutti». Lo dice Pier Luigi Bersani a Sky Tg24. «Noi dobbiamo avere una posizione nazionale in Europa e dire che noi siamo pronti a fare riforme, andremo avanti nel cambiamento, ma noi manovre non ne facciamo più perché non si può chiedere di più a un Paese che raggiunge il 5 per cento di avanzo primario l’anno». (www.adnkronos.com/ign 3 gennaio 2012)

«Di questo passo, quindi, rischia perfino la Germania. Si dia qualche regolata, allora, in modo tale che, quando si arriva ai vertici, si arrivi a qualche decisione». Trilaterale Monti, Merkel, Sarkozy; Eurogruppo; Consiglio europeo. Di qui alla fine di gennaio sono molte le occasioni per “stringere”. E Berlino «deve mollare, deve dare una mano a fare girare un po’ d’economia se non vuole che vada sotto anche lei». E deve sconfiggere quel pregiudizio che circola nella sua opinione pubblica. «Loro che con l’euro altroché se ci hanno guadagnato; sono convinti invece che ci hanno rimesso», commenta Bersani. (www.unità.it, 8 gennaio 2012)

Pier Luigi Bersani cosa vorrebbe che il premier Monti dicesse ad Angela Merkel, in visita a Roma? «Con la diplomazia e con il buon inglese del nostro presidente del consiglio vorrei che si lanciasse un messaggio garbato ma comprensibile: condividiamo un’esigenza di rigore ma se facciamo solo rigore andiamo contro un muro. Direi alla Merkel che l’idea che ognuno si salva da solo non è vera, non è stata vera neanche per la Germania perché l’euro nacque dal dopo Muro, in un patto non solo economico ma strategico e politico. Quel patto prevedeva l’unificazione e la moneta comune, per noi il patto è ancora quello» (www.unita.it, 16 febbraio 2012)

«Non so quanto ci sia di tattico, certo è una posizione negativa quella della cancelliera Merkel sugli eurobond. Non sono i soli strumenti a disposizione ma serve uno strumento per mutualizzare il debito altrimenti difficilmente possiamo affrontare il futuro». Lo ha detto Pier Luigi Bersani, a margine della scuola di formazione politica del Pd. «La posizione della Merkel non è quella dell’Spd e mi auguro che dal Governo italiano arrivi una parola forte perché se continuiamo così sono guai». (www.unita.it 11 maggio 2012)

«Bersani ha rilevato un punto che nei fatti la commissione europea ha evidenziato una decina di giorni fa. Cioè quando ha diffuso previsioni per il 2012-1013 dalle quali emerge che in tutta l’area Euro il debito pubblico sta aumentando, la recessione si allarga, la disoccupazione si impenna. Questo è il risultato di una linea di austerità che non guarda all’economia reale. Ora c’è bisogno di rimettere in moto l’economia per ridurre il debito pubblico perché la ricetta che l’area euro sta attuando lo aumenta. Invece serve sostegno alla domanda. Faccio rilevare a tutti quelli che ci hanno criticato come vetero-keynesiani, che in questi giorni Barroso sta introducendo la golden rule perché c’è un problema di domanda in Europa. Noi vogliamo andare avanti su quella strada che è diversa da quella che i conservatori europei continuano a raccomandare. (…) È da anni che diciamo che applicare austerità e svalutazione del lavoro porta ad un avvitamento e ad un aumento del debito pubblico. E’ quello che si sta verificando in tutta l’ area euro. (…) Ad ogni modo, noi con le primarie abbiamo preso l’impegno di agire con gli altri progressisti europei per rianimare l’economia europea per ridurre il debito pubblico che dopo anni di cure Merkel aumenta: noi vogliamo rimettere l’economica reale al centro.» (www.huffingtonpost.it, intervista a Stefano Fassina, 10 dicembre 2012)

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (101)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

LUCA CORDERO DI MONTEZEMOLO 19/11/2012 Come detto e ridetto, scegliendo Vendola, Bersani ha messo fine ai sogni del grande centro montiano. Ma non ha chiuso la porta ai centristi. Ha detto loro: venire pure da noi, a fare la fine dei margheritini. Tutto ciò era logico e prevedibile. La scommessa politica dei partigiani del «fare presto» è perciò fallita: pur se sbrindellata l’architettura politica italiana rimane quella di stampo bipolare destra-sinistra disegnata dal «berlusconismo». Nella storia politica dell’Italia repubblicana «berlusconismo» significa «centrodestra». Prima di Berlusconi il centrodestra non esisteva. Il tentativo di ritornare all’anomalia italiana (che certi mattacchioni disperati vogliono europea), ossia un centro contrapposto alla sinistra, riflesso dell’anomalia comunista, è fallito. La tendenza ancora viva a fare a meno della destra, a non nominarla, a ostracizzarla, a descriverla come «non europea», a bollarla come populista, a fare come se non esistesse, significa due cose: che la sinistra non è ancora socialdemocratica, e che la mamma degli utili idioti e dei vigliacchetti è sempre incinta. Ora i montiani si trovano in un cul-de-sac, come gli irrisolti democristiani del dopo Mani Pulite: se non vogliono fare la fine di Martinazzoli devono «entrare» nel centrodestra, ma se lo faranno dovranno rinnegare, per così dire, la loro stessa ragione sociale ed accettare il «berlusconismo» come fenomeno positivo e costruttivo della politica italiana. E’ per questo che oggi si comportano come dei democristiani andati a male: il cerchio si sta chiudendo, il conto alla rovescia fa sentire il suo tic-tac sempre più distintamente, il tempo delle decisioni è arrivato, e loro hanno deciso – per il momento – di non decidere. Per farci fessi lo hanno fatto con grande pompa decisionista. Sono stati rumorosi e perentori. Così Luchino Cordero di Montezemolo y Gomez y Lopez y Martinez de Vallombrosa è sceso finalmente in campo. Ma senza candidarsi. Monte il temporaggiatore lo ha fatto per costruire una piattaforma politica intorno a Monti il sibillino. Ma senza chiedergli di candidarsi. Monti il sibillino d’altra parte impegni non se ne assume, e nessuno glieli ha chiesti, dice lui. Ma non esclude. E intanto le convergenze, se pur parallele, implacabilmente convergono.

LA POCHADE PROCESSO RUBY 20/11/2012 Marianna Ferrera, vaga fanciulla, umiliata e offesa: «Io sono una brava ragazza e mi hanno considerato una escort, quindi se lei mi permette io dico che questo è un processo assurdo». Ilda Boccassini, arcigno procuratore, rivolta ai giudici: «Il teste non può permettersi di dire queste cose». Niccolò Ghedini, avvocato, con paterna sollecitudine: «È solo un commento che evidentemente le è sgorgato dal cuore». Dal cuore! Quale strepitoso garbo antico! Be’, che ve ne pare? Non è un brillantissimo scambio di battute? Non vi si sente la musica di un testo vero? La zampa leggiadra del maestro? Dell’artista che con una scintillante stoccata inchioda la messa in scena alla sua vera natura?

RECEP TAYYIP ERDOGAN 21/11/2012 Diciamolo: il primo ministro turco ha rotto. La spinosissima questione del genocidio armeno di un secolo fa lo ha sovente imbufalito ma lo ha anche illuminato su una cosa di importanza capitale: questo Occidente stanco e rimbambito capisce ormai solo la retorica dei diritti umani. Forte della preziosa scoperta qualche tempo fa Tayyip Erdogan ha tirato fuori l’artiglieria umanitaria e da allora cannoneggia senza soluzione di continuità. Ha cominciato col suo vicino ed ex amico siriano Bashar al Assad, descritto come «terrorista», e accusato di «genocidio», beninteso contro il suo stesso popolo. Poi all’assemblea dell’ONU ha chiesto di dichiarare l’islamofobia, neologismo che non gli sarebbe mai venuto in mente se l’Occidente non l’avesse provvidenzialmente coniato, «crimine contro l’umanità». E ora definisce Israele uno «stato terrorista» che a Gaza sta naturalmente perpetrando una «pulizia etnica». L’Occidente è sempre stato bravo ad esportare le sue patologie. Come dimostra il successo vivissimo tra i barbari del populismo umanitario.

IL FATTO QUOTIDIANO 22/11/2012 Gianpiero Samorì, il mini-berluschino delle primarie del Pdl, è un banchiere modenese «dai tanti misteri». Così la pensa il sospettoso watchdog della democrazia italiana: meglio mettere le mani avanti, ché non si sa mai.

PIER LUIGI BERSANI 23/11/2012 Tra Vendola e Casini ha scelto Vendola, ma a Pier Ferdinando non ha chiuso la porta. E’ «legato a Nichi da grande simpatia», ma in caso di ipotetico ballottaggio alle primarie della sinistra tra Nichi e Matteo sceglierebbe magnanimo il compagno di partito Matteo. Al Monti-bis ha detto un chiaro no da tempo. E l’altro giorno al presidente del consiglio ha dato un consiglio: «non si candidi». Si capisce perciò come l’uscita quirinalizia sulla non candidabilità del senatore a vita Monti, seppur mirata a ben, ben, ben altri obbiettivi, gli sia particolarmente piaciuta. Franceschini, lo scalmanato capogruppo del Pd alla Camera, ha poi rincarato la dose con un’intemerata mai vista, da parte di un rappresentante della “maggioranza”, contro il governo dei tecnici, conclusa con queste solenni parole: «La sovranità appartiene al popolo, come dice l’articolo 1 della Costituzione. Al popolo, non ai mercati e ai grandi interessi finanziari». La demagogica grossolanità di Dario è stata vivamente applaudita, non essendo uscita dalla bocca di un nazional-populista di destra. E tuttavia se toccasse a lui, Pier Luigi, guidare il prossimo governo, al supertecnico non rinuncerebbe: «parlerei con Monti per capire quale possa essere, dal suo punto di vista, il contributo più utile che potrebbe dare al Paese”. Perché Pier Luigi è uno della vecchia scuola: nessun nemico a sinistra, a parte quelli proprio fuori di testa; tutti gli altri cretini, però, sono benvenuti.

E allora ricapitoliamo

RENZI E LA SINISTRA Il problema di Renzi è che il suo non è un progetto di sinistra. Non lo è in Italia. E neanche in Europa. Quando si fa politica non ci si può scegliere un paese d’elezione nel quale le nostre idee trovano magicamente una collocazione politica ideale. Se lo si fa, o s’imbroglia o ci si condanna al velleitarismo. Se invece ci si cala nella realtà italiana, di oggi e non di domani, un rinnovatore di sinistra per essere utile alla sinistra e al paese può fare una cosa sola: riunire e pacificare gran parte della sinistra dentro un partito schiettamente socialdemocratico. Per farlo davvero però deve ritrattare almeno tutta la storia dell’Italia repubblicana della vulgata sinistrorsa e mandare al macero il mito fondante e velenoso della diversità. Questa è stata finora la vera pietra d’inciampo nell’evoluzione della sinistra. L’equivoco renziano richiama quello del Pd. Nel primo caso si naviga nelle acque del centrismo democratico e si vuol parlare nel nome della sinistra. Nel secondo caso si naviga nelle acque della sinistra ma ci si fa chiamare «democratici». Naturalmente «democratico» va qui inteso nel senso ristretto di etichetta politica, parente di quella che s’attacca al rachitico centrismo liberal-democratico europeo. In entrambe le posizioni, di Renzi e del Pd, manca una verità i fondo, resta per aria un «non detto»: e ciò rende velleitario il progetto politico di Renzi e mistificatorio quello del Pd.

BERSANI E MONTI Per capire il rapporto tra Bersani (e il Pd) e Monti bisogna ricordare che Berlusconi diede le dimissioni senza essere stato sfiduciato in parlamento. Lo smottamento – lentissimo, almeno rispetto alle previsioni che si facevano all’inizio della fronda finiana – fu possibile solo perché all’orizzonte si profilò per i transfughi la garanzia del governo tecnico. L’appoggio del Pd a questa soluzione fu strumentale, stando la priorità della sinistra nella cacciata del Caimano, e non potendo il Pd opporsi al commissariamento europeo dopo averlo invocato pur di riuscire nel primo intento. La politica del Pd verso il governo di Monti è stata contraddistinta per molti mesi da parole di miele e da una sorda resistenza di fondo, condotta in asse con la Cgil e in consonanza profonda con l’elettore medio di sinistra. Non solo per questo, ma anche per questo, il governo Monti ha ben presto mandato in soffitta le grandi velleità riformistiche arrendendosi a forza di balzelli a una politica di galleggiamento economico-finanziario in scia col governo precedente. Ma a un certo punto Bersani ha dovuto scegliere pubblicamente: e ha scelto Vendola, e con Vendola una sinistra incompatibile con ogni forma immaginabile di «montismo». Le parole si sono fatte allora più franche e Bersani ha infine escluso apertamente ogni possibilità di Monti-bis. Le parole di miele sono state riservate ad assicurazioni di sostegno a Monti fino al termine della legislatura, pronunciate col tono tartufesco di chi dimostra grandissima, sofferta responsabilità. Questo è stato il modo scelto da Bersani per spegnere il disegno di una galassia politica montiana, ancorata al centro e tributaria del meglio della destra e della sinistra.

IL GALLEGGIAMENTO Il galleggiamento economico-finanziario serve solo a prendere tempo e non risolve nulla, anzi peggiora le cose. E’ il prodotto della cosiddetta «austerità». L’austerità è un imbroglio lessicale. Per le famiglie l’austerità consiste ovviamente nel tagliare le spese. Per lo stato l’austerità significa coprire le spese fino all’ultimo: taglieggiare il cittadino, non tagliare le spese o vendere il patrimonio. Il cittadino peraltro non è innocente, e anzi partecipa nella grande maggioranza dei casi di questa contraddizione. Il governo Monti ha sostanzialmente continuato la politica di galleggiamento economico-finanziario dei predecessori. Vi ha aggiunto la credibilità. Ma la credibilità di Monti deriva dalla non credibilità di Berlusconi, ed entrambe sono frutto di propaganda. Tuttavia per l’Italia la politica di galleggiamento ha una sua importanza. Tener duro serve a dimostrare che l’Italia non è più un soggetto finanziariamente anomalo in Europa e che quindi non si giustifica il fatto che debba farsi strozzare da sola, o in ristretta compagnia, dagli interessi sul proprio debito pubblico. Nell’Eurozona il debito pubblico è oggi pari al 90% del Pil, ossia tre quarti circa di quello italiano. E’ un dato impressionante, se si pensa ai tempi del Patto di Stabilità. Di fatto è l’italianizzazione finanziaria dell’Eurozona. Nel resto del «vecchio Occidente» non va meglio. In Giappone molto peggio. Prima o poi se ne accorgeranno anche i mercati, a prescindere dalla presenza o meno del Prestatore in Ultima Istanza.

MONTI E IL CENTRODESTRA Il benservito «strutturale» al partito montiano lo ha dato Bersani, e non poteva essere diversamente. Con ciò è fallito qualsiasi tentativo di dare vita ad un centro egemone al centro della politica italiana. E questa è la rivincita «strutturale» del berlusconismo. Per capire la svolta basta leggere gli editoriali del Corrierone o de Il Sole 24 Ore, che adesso per dare una qualche continuità all’esperienza montiana guardano apertamente al «centrodestra», prima nemmeno nominato. Ciò significa che i montiani riconoscono in gran parte la bontà della piattaforma politica creata da Berlusconi e rinnegano, di fronte alla realtà dei fatti, tutte le mille cianfrusaglie centriste, terziste, futuriste di cui si erano fatti patrocinatori. L’obbiettivo non è più quello di impossessarsi delle truppe del liquefatto esercito berlusconiano e di farle marciare sotto la bandiera del «centro», ma di «deberlusconizzare» il «centrodestra». Di qui le recenti strizzatine d’occhio e le lusinghe di cui è stato fatto oggetto Alfano, che però non è un fesso.

BERLUSCONI E IL CENTRODESTRA L’idea di risucchiare il «montismo» dentro il centrodestra è di Berlusconi, era contestuale alle sue dimissioni, ed era frutto di osservazioni realistiche: la sinistra lo avrebbe rigettato, e il centro si sarebbe rivelato una chimera. Il tempo gli ha dato ragione. Ultimo a mollare in difesa del suo governo, il Caimano non si è fatto travolgere dall’amarezza e in un amen ha fatto di necessità virtù. Se qualcuno dei suoi ha letto questa disponibilità come una resa alle logiche centriste ha fatto male i suoi calcoli. Lo stato maggiore del Pdl, stretto intorno ad Alfano, ha tuttavia pienamente ragione nello stigmatizzare le teste calde di quei napoleoncini da burletta che vorrebbero spaccare il mondo in qualche battaglia eroica e risolutiva, senza rendersi conto di essere i pupazzi delle maggiori gazzette della penisola, che divertite e speranzose li aizzano come galli da combattimento dando per scontata la spaccatura nel partito. Ma «spaccare» è un verbo in profonda antitesi con la psiche berlusconiana. Anche nell’intemerata dell’altro giorno il Cavaliere Furioso ha racchiuso il suo vibrante cahier de doléances nel quadro della ribadita necessità dell’unità dei moderati, che conteneva però un avvertimento ai puristi che vivono su Marte: anche la Lega va recuperata. Gustose le reazioni al discorso di Berlusconi. A sinistra, dove si marcia in gruppo, la parola d’ordine è stata: sovversivismo. Ma anche i grandi giornali «borghesi» sono andati giù pesanti. Su Il Sole 24 Ore è spuntato il nome di Le Pen. Esagerati. Forse non è piaciuto lo stile? Sì, perché in realtà non si capisce lo scandalo. Il Berlusca ha detto un mucchio di cose condivisibili e ragionevoli, specie sull’architettura costituzionale della nostra bella Italia. Sulla megalomania della nostra magistratura, che ormai fa ridere il mondo, nient’altro che la verità. In economia, materia di cui capisce poco, a parte i fuochi d’artificio sull’IMU, ha espresso le solite bischerate simil-keynesiane, lamentando forte il limbo in cui ci troviamo in fatto di «sovranità monetaria», la nuova panacea di tutti i mali, da quando, persa quella nazionale, non abbiamo più trovato quella sovranazionale, e gridando forte contro il tallone di ferro germanico: insomma, ha ripetuto corbellerie condivise dal novanta per cento dei politici e dal novanta per cento dei giornali. Eppure gli hanno dato dell’irresponsabile. Sempre per lo stile, credo. Resta il fatto che lungi dall’essere stato eliminato dalla scena politica, il centrodestra è diventato terreno di contesa. Forte di questo, Berlusconi si è impegnato in un braccio di ferro coi montiani che a parole si traduce così: «Siete voi che dovete venire nel nostro campo; se non volete farlo, non vi resterà  altro da fare se non decidere di essere la ruota di scorta della sinistra.» S’intende che i montiani sperano esattamente l’opposto: «Berlusconi resterà solo», ha detto Casini, che intanto, però, mai avrebbe pensato che si sarebbe arrivati fin qui. Tanto che dopo il risultato delle elezioni siciliane – dove il candidato Pd-Udc ha vinto con meno di un terzo dei voti espressi da meno della metà del corpo elettorale, e dove il partito di Grillo, ottenendo in realtà un successo inferiore alle grandi attese, è risultato primo di un’incollatura su Pd e Pdl con il 15% dei voti, sfruttando il fatto che gli altri candidati erano sostenuti dalle solite liste pittoresche di stampo locale destinate a confluire nei partiti maggiori in caso di voto di valenza nazionale – Casini lo stratega, ossia il sognatore, ha subito riproposto tutto speranzoso a Bersani di rompere con Vendola e guardare di nuovo al centro nel nome della resistenza all’antipolitica.

GRILLO E IL RESTO Del risultato di Grillo in Trinacria abbiamo detto. Il Movimento Cinque Stelle è più che altro un movimento cataro di sinistra, a dimostrazione che il vero populismo sfonda a sinistra, là dove prospera il radicalismo di massa dalla fine della seconda guerra mondiale. In assenza di una piattaforma socialdemocratica, da Vendola a Di Pietro a Grillo la sinistra figlia continuamente degli esaltati. Più passa il tempo e meno sarà agevole per il movimento grillino attirare i voti dei destrorsi arrabbiati e confusi. E più passa il tempo e più si sta ricomponendo il quadro politico preesistente al governo Monti. Anche fra Lega e Pdl si sta ritessendo con molta discrezione la trama dell’alleanza. Può darsi che questo quadro vi faccia schifo. Ma è dentro di questo che si fa politica (caro Giannino).

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (93)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

IL FATTO QUOTIDIANO 24/09/2012 Nel 1953 i comunisti si decisero infine per «forchettoni»: questo era il simpatico epiteto da riservare agli avversari democristiani nella campagna elettorale di quell’anno. Sui muri i manifesti con le forchettone la fecero da padroni. Su uno di questi si poteva leggere: «UN CONSIGLIO AI FORCHETTONI: contro il logorio della campagna elettorale dei comunisti bevete Cynar! ELETTORI: contro il logorio di 5 anni di malgoverno Dc votate P.C.I.!» Su un altro si leggeva: «Via il regime della forchetta! VOTA COMUNISTA.» E su un altro ancora si potevano vedere le caricature di De Gasperi – lo «statista», quello adesso santificato anche a sinistra – con in spalla una forchettona, di Gonella con un cucchiaione, e di Scelba con un coltellone. Oltre al «vota comunista» sul manifesto – ci credereste? – c’era scritto: «per l’onestà contro la corruzione». E adesso piangete. O ridete. Ecco, domani uscirà con Il Fatto Quotidiano “Roberto Forchettoni”, il libro dedicato dai segugi del Fatto alle presunte malefatte di Formigoni. Io non penso che al Fatto ignorino il precedente. Penso anzi che il ritorno al «forchettonismo» sarà vezzosamente rivendicato. Io vedo però in questo un auspicio favorevole. Così come tutta la storia di Roma antica è un grande arco teso tra Romolo e Romolo Augustolo, così spero che col ritorno dei forchettoni, dopo sessant’anni di vita repubblicana, per una certa Italia migliore dell’altra la pacchia sia veramente finita.

ANGELO BAGNASCO 25/09/2012 Caro cardinale, posso parlarle con franchezza? Credo di sì. E allora vado. Dunque, caro cardinale, io ho come l’impressione che lei di politica non capisca un tubo. Nel suo ultimo intervento sulle vicende italiane, per esempio, fra le altre cose lei ha detto: «E’ l’ora (…) della rifondazione dei partiti, delle procedure partecipative ed elettive, di una lotta penetrante e inesorabile alla corruzione…». Ma non si rende conto che in politica l’ansia di rifondazione e il piccolissimo cabotaggio sono fatti apposta per alimentarsi a vicenda? Che la demagogia degli onesti e il magna-magna sono le due facce della stessa medaglia? Che ambedue sono il segno di uno stesso infantilismo? Che ambedue congiurano contro la politica, ossia l’arte naturalmente imperfetta di «governare la città»? Che ambedue congiurano contro il sentimento societario, che rende anche i ladri meno irresponsabili? Che una consapevolezza collettiva non può nascere da un moralismo farisaico di massa? Che in Italia andiamo avanti da sempre per questa strada insulsa e poi ci meravigliamo, perché siamo proprio imbecilli, che le cose non cambino mai? Che ormai tutti dicono le stesse cose dette da lei, e che a differenziare gli estremisti dai moderati è soltanto lo stile? E che proprio questa unanimità dovrebbe metterla cristianamente in sospetto?

FRANCO FIORITO 26/09/2012 Vent’anni fa ad aspettare Craxi fuori dell’hotel Raphael con le monetine in mano c’era anche lui, il florido Fiorito, insieme a qualche camerata e alla teppaglia comunista. Chissà cosa ardeva nel cuore del ragazzotto! Certo non la «bella politica», che è un’infatuazione da signorine di sinistra. Però una qualche idea insieme eroica e ruspante della politica sì. Invece è affogato irresistibilmente nelle mollezze asiatiche della politica pure lui, placido e grandioso come un Buddha. Vent’anni fa in parlamento Craxi, invitando tutta la classe politica a seguire il suo esempio, si prese la responsabilità politica dei finanziamenti illeciti al suo partito. L’obolo pagato alla politica, tacitamente praticato e tacitamente accettato o fatalisticamente subito a tutti i livelli della società, più che il segno di una tara genetica della specie italica, era un arcaismo costoso che non oliava più il sistema, e che un paese ricco e moderno, uscito finalmente dalla glaciazione della guerra fredda, non poteva più permettersi. Mani Pulite avrebbe potuto essere un’incruenta e liberatrice operazione di verità. Un esame di coscienza collettivo. Invece fu una meschina operazione di potere, mercé un legalismo interpretato a senso unico. Con la menzogna non si nutre il senso civico, ma il cinismo. Così se un giorno si «rubava» soprattutto per il partito, oggi si «ruba» soprattutto per se stessi. Sempre che si rubi. Perché a detta di Fiorito, se lui e suoi colleghi sguazzavano nell’oro, lo facevano sì vergognosamente, ma nel rispetto della legge. Questo simpaticone, insomma, si è preso l’irresponsabilità politica di una pratica lecita. Se fosse vero, sarebbe ancora più bello. E significativo.

PIER LUIGI BERSANI 27/09/2012 «Purtroppo quel famoso spiraglio nella crisi non c’è ancora, stanno accelerando gli elementi di recessione, disoccupazione, calo dei consumi. (..) Il meccanismo rigore-recessione si sta avvitando, passiamo di manovra in manovra, all’ingrosso ci troveremo davanti a una legge di stabilità che non so come faccia ad affrontare le cose». Insomma, il rigore va bene, ma ci vorrebbero pure le famose «politiche» per la crescita, per il lavoro, ecc. ecc. Popolare ricetta che in termini calcistici si potrebbe tradurre così: i quattro in difesa vanno bene, bene anche i quattro a centrocampo, però bisogna che assolutamente mettiamo quattro uomini anche in attacco. A parlare non è Berlusconi, ma il segretario del PD, eppure le amenità sono le stesse. Non si capisce allora perché quando Bersani le spara non venga accusato d’irresponsabilità e di lesa maestà nei confronti del presidente del consiglio. O meglio, si capisce benissimo. Approfittarne però così spudoratamente non è affatto un tratto da gentiluomini; o da onesti, per dirla coi migliori.

Enrico Berlinguer, apprendista stregone

Per il nostro Presidente della Repubblica se l’Italia del volontariato è l’Italia migliore, quella della speculazione edilizia e dell’evasione fiscale non è nemmeno l’Italia peggiore, perché non merita di essere associata alla parola «Italia». Ha ragione: è lui che con quelle sciocche parole, si spera frutto di qualche bicchierino di troppo, rappresenta l’Italia peggiore. Riusciremo mai ad uscire da questa imbecillità collettiva, da questo compunto secessionismo antropologico, che mina le basi della società, per cui anche l’ultimo stronzetto con qualche fisima intellettuale per la testa e voglia di far carriera deve per forza iscriversi al partito, diciamo pure alla mafia dell’Italia migliore? Quale genere di consapevolezza, di senso della responsabilità potrà mai metter radici nel paese se nei media, nei luoghi di cultura, nelle istituzioni si riverisce chi dà dignità intellettuale allo spirito di fazione camuffato da moralismo da quattro soldi? Credersi «vittime» e credersi «onesti» è diventato uno sport nazionale a tutti i livelli, cosicché ogni tribù, anche quella statale, passa il tempo a difendere alla morte il proprio territorio e a protestare la propria probità, e la composizione responsabile di interessi nel breve termine contrastanti, cui la politica dovrebbe farsi carico, è diventata impossibile. L’immobilismo si è scaricato nel debito pubblico e nell’aumento del prelievo fiscale. L’unica politica concepibile, quella dell’estirpazione del male, della cacciata dei disonesti, dei parassiti: oggi i politici, gli evasori. Il mantra dell’Italia migliore contrapposta all’Italia peggiore è stato declinato in tutte le salse in questi decenni, dalle forme più brutali a quelle più sottili e riposte. Ha annebbiato le menti e permeato il linguaggio comune. Chi ha partecipato a questa pazzia adesso ha paura. «Se c’è qualcuno che pensa di stare al riparo dall’antipolitica si sbaglia alla grande. Se non la contrastiamo, spazza via tutti», dice ora Bersani, accusando certi «apprendisti stregoni», senza tuttavia fare mea culpa, come se l’antipolitica fosse nata qualche anno fa per uno strano accidente, o addirittura per colpa del Berlusca, che è in realtà vi mise argine.

No. L’antipolitica viene da lontano, ma se vogliamo cercare un padre a quella dei nostri tempi, ebbene quel padre c’è, ed è Enrico Berlinguer – da tutti o quasi riverito, guarda caso – l’ideatore di una «questione morale» sulla quale fondare una nuova «diversità» e nella quale i «veri» democratici dovevano riconoscersi. Non che fosse solo, ma fu lui, sciaguratamente, a dare dignità politica ad una sorta di guerra civile sottotraccia postcomunista. Fu lui il grande apprendista stregone. Tutto il fascino della «questione morale» sta nel settarismo, da sempre una delle vie più battute, ciniche ed elementari per arrivare al potere. Esso si muove come un nucleo compatto all’interno della società: attira ed intimidisce. Coloro che hanno pochi scrupoli l’abbracciano, gli altri vi si piegano. Col tempo la sua massa critica aumenta. Malauguratamente il potere acquisito non si può dividere con tutti all’infinito. E’ per questo che al suo interno si sviluppano altre sette. E quindi non è affatto strano, caro Bersani, che dopo aver fatta crescere questa mala pianta per decenni, ti trovi ficcato in un acronimo già abbastanza oggetto di pubblica infamia, ABC, che ricorda sinistramente quel CAF con cui vi gingillavate vanesi un quarto di secolo fa. Di infamia avete poi coperto per anni il Caimano, in Italia e all’estero. L’avete infine sloggiato dalla guida del paese sposando l’antipolitica «debole» dei poteri cosiddetti forti, fautori del governo tecnico, per ridare «dignità» al nome dell’Italia, credendo che potesse finire lì. Ora perfino il subcomandante Vendola e il celodurista Di Pietro sembrano dei personaggi con la testa sulle spalle rispetto ai sanculotti di Grillo. Ma certo non ti aspettavi che a spararti alla schiena fossero i signorini di Libertà e Giustizia. I montagnardi di Zagrebelsky, lo sai, parlano per sentenze. Questa è la tua:

Perché questa volta ABC hanno mostrato il vero volto della questione. I loro partiti, tutti i partiti, sono diventati delle scatole che valgono solo per la merce che contengono: i soldi dei cittadini. Non c’è un’idea di bene pubblico, in quelle scatole, non c’è un programma, non c’è una soluzione che riguardi sacrifici per tutti, non c’è una promessa di ricambio e di rinnovamento. C’è solo il mantenimento del potere economico, del “malloppo”.

E adesso forse capirai quell’Italia, peggiore, che tanto avete disprezzata, condannata in politica alla maledizione del primum vivere, che si affidò alla Democrazia Cristiana, al Pentapartito, e a Berlusconi.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Fumo

La politica italiana è strutturata male. Anzi, manca proprio di una struttura. Non starò qui a spiegarne le cause, perché l’ho fatto troppe volte. Voglio solo gettare luce sul campionario di reticenti corbellerie che i politici, gli aspiranti politici e gli opinion makers sono costretti a dire ogni giorno pur di girare intorno alla questione principale. Che è questa: l’Italia, per ritrovare un equilibrio politico funzionale, e quindi calato nella storia, ha bisogno di un forte partito conservatore e di un forte partito socialdemocratico. Se ancora disturba la franca parola “conservatore” chiamiamolo pure partito “popolare”, quello che d’altra parte in Europa oppone resistenza al liberalismo economico ed è “liberal” in tutto il resto quasi come il confratello socialista. D’altronde non si capisce come l’esecrazione, più o meno scoperta ma generalizzata, di cui è oggetto il popolo italiano, possa accompagnarsi alla speranza di una stagione nuova, nella quale le plebi si ritroveranno di colpo illuminate. No, queste due schifezze, il partito socialdemocratico e quello conservatore, di cui Berlusconi ha gettate le fondamenta, vanno benone. Se vanno bene nell’Europa civilizzata perché non dovrebbero andare bene da noi? Una politica fattiva deve partire dalla realtà. Sennò è un imbroglio.

Così succede che Bersani vada a Parigi per sostenere Hollande nella corsa all’Eliseo e si scopra socialista, con gran disappunto di certi ex democristiani del suo partito, che tifano per il “democratico” Bayrou e chiedono chiarimenti. Sempre a sinistra succede che Eugenio Scalfari ormai ce l’abbia a morte coi sanculotti delle piazze pulite, cogli estremisti dell’antipolitica e dell’anticasta, ignorando bel bello che quel popolo si è abbeverato alla fonte del suo giornale per decenni. Ma allo stesso tempo non vuol sentir parlare di partito socialdemocratico: per il fondatore di Repubblica la sinistra si divide tra i giacobini ragionevoli e quelli irragionevoli, come un giorno i comunisti si dividevano tra i fedeli al partito e i trozkisti, e come oggi l’oltranzismo divide Gian Carlo Caselli dai No-Tav, per dire della modernità della nostra intellighenzia progressista.

Sulla natura e gli scopi del governo tecnico segnaliamo il bisticcio bocconiano tra Giavazzi e il presidente del consiglio. L’editorialista del Corriere, con qualche allarme del giornale per cui scrive, scopre che Monti al governo cammina lento come una lumaca sulla via delle para/mezze/finte liberalizzazioni e delle riformicchie, e Monti scopre che la politica è tutt’altra cosa che i ferrei propositi da salotto, e poi lo spiega con piccato riguardo al suo ex collega.

Mentre Fini scopre che con l’avvento del governo Monti il Pdl non è morto e non si è neanche deberlusconizzato del tutto; per cui dopo aver tagliato i ponti con Silvio, ora vuol tagliare definitivamente i ponti anche con la sua creatura. Dadaista più che futurista, il leader del Fli immagina che il Terzo Polo dovrà andare oltre se stesso, ed essere centrale ma non centrista, un’orchestra – un quartetto d’archi, al massimo, dico io – nazionale, liberale, socialista, cattolica. Sembra il club dell’Italia di Mezzo di folliniana memoria: le acrobazie lessicali hanno il timbro del democristiano fatto e soprattutto finito. Un altro futurista, un altro “liberale”, Montezemolo, scopre che la sinistra è ancora radicale, che i compagni sono passati troppo repentinamente dal comunismo al liberalismo, e solo ora stanno scoprendo “con qualche decennio di ritardo un’adolescenza socialdemocratica mai vissuta”. Nel campo opposto (che sarebbe la “destra”, ma Luca cuor di leone non osa nominare una cosa così immonda) si guarda al passato. Cosicché serve di nuovo un forte segnale di “discontinuità”, un’offerta politica che sappia vincere il cuore dell’Italia liberale, e lui si propone come il Principe Azzurro. Infatti è una favola: lui non è la signora Thatcher e quell’Italia non esiste. Sic et simpliciter. In quella stessa destra, la Lega, dopo le rodomontate delle settimane scorse, è tornata a più miti consigli e non chiude più le porte ad una nuova alleanza col Pdl se le elezioni amministrative dovessero risolversi in una mezza batosta. Sullo sfondo l’impotente gruppettarismo libertario, che vede i mali ma spera in una rivoluzione dalla quale sarebbe spazzato via del tutto da quella società di cui ora è ai margini.

Insomma, tutto un festival di velleitarismo rivoluzionario, cui la realtà fa schifo, e che consegna la politica all’immobilismo. Ossia al presidio accidioso delle proprie prebende. Fumo. Fumo, fumo, fumo!, per dirla col protagonista dell’omonimo romanzo di Turgenev, disgustato dalle vane chiacchiere sui destini della Russia dei suoi compatrioti del secolo XIX, tutti animati da uno spirito messianico, fossero essi radicali, occidentalisti, o slavofili.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (62)

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PIER LUIGI BERSANI 20/02/2012 “Tra Fornero e Belen” dice il segretario del PD, “mia figlia sceglierebbe Fornero”. Non perché, parrebbe, sua figlia sia particolarmente intelligente, ma perché in pochi mesi il clima in Italia, in tema di modelli femminili, è cambiato da così a così. Non capisco però perché sua figlia non possa scegliere tra Elsa e Belen, oppure tra Fornero e Rodriguez. Formulata al modo di Pier Luigi sembra un’alternativa tra una femmina di serie A e una di serie B. Non vorrei che la nuova era cominciasse con dei trabocchetti pedagogici da stato etico. Ma forse la verità è che anche Pier Luigi ormai non ci capisce più un kaiser.

GIAN CARLO CASELLI 21/02/2012 Sapete com’è: l’allegrissima crescita del debito pubblico, che per decenni & decenni & decenni in Italia – e non solo in Italia – non ha minimamente turbato il sonno della grandissima maggioranza dei politici, dei giornalisti, dei filosofi, degli opinionisti, dei rumorosi capetti delle famigerate parti sociali, dei chiacchieroni e dei moralisti tutti, ora che ci strangolando è diventata, a posteriori, un «fatto criminale». Ragion per cui solo adesso questa grossa rogna è entrata di prepotenza nel cerchio severo degli interessi intellettuali del Procuratore Capo della Repubblica di Torino, il quale si è dato improvvisamente una pacca in fronte, colto da un’illuminazione assai gratificante: se l’Italia non ha fatta la fine dell’Argentina è merito di Mani Pulite perché i magistrati frenarono appena in tempo il dilagare della corruzione, e quindi della spesa pubblica e quindi dell’indebitamento. Anche questo videro, quei cannoni di magistrati! Peccato che non si fossero accorti dell’evasione, sennò a quest’ora saremmo uno dei paesi più virtuosi in fatto di conti pubblici; molto ma molto più virtuosi di paesi come Francia o Stati Uniti, che ormai gemono sotto il giogo di debiti pubblici pari rispettivamente al novanta e al cento per cento del PIL: inesplicabilmente, visti i civilissimi tassi di corruzione e di evasione fiscale.

IL NUOVO INNO DEL PDL 22/02/2012 La grande voglia di lottare, quella di votare, la gente che porta insieme una bandiera nuova, gente che prende per mano, che guarda lontano, il popolo della libertà, che non si arrenderà, che lotta per la verità, un sogno che si realizzerà e molte altre amenità… io caaantooo… corro nel vento e caaantooo… Soprattutto la voglia di cambiare l’Italia. Che nella foga, e per fare rima, è diventata l’Italia che verrà: “la voglia di cambiare l’Italia che verrà”. Ossia, non questa, ma quella futura. Campa cavallo. Questo sì che è guardar lontano, gente!

PIERFRANCESCO FAVINO 23/02/2012 In un incontro con gli studenti di alcune scuole medie superiori di Roma, l’attore, passando bellamente sopra al fatto che anche ai vecchi tempi, diciamo duemila anni fa, i clientes facevano ressa ogni santa mattina alla porta dei pezzi grossi dell’Urbe, ha detto che i raccomandati “ci sono e c’erano quando ho iniziato io, vent’anni fa. Mi sono visto passare di fronte tutti. Mi sono arrivati a dire «sei troppo bravo». Ma se tanta gente fa seriamente il proprio lavoro le cose possono cambiare.” Son cose istruttive, se non siete proprio un poveraccio, nel qual caso potete anche sbracare. Ma se non siete ancora stati tagliati fuori del tutto da un cursus honorum qualsiasi, sappiate che è vostro dovere ed interesse, in questa stagione quaresimale, rendere omaggio allo studio, alla volontà, all’applicazione, alla correttezza, alla costanza, ad una serietà fattiva, ad un elegante riserbo, ad una giudiziosa sobrietà, perfino ad una naturale castigatezza, a tutte quelle auree qualità, insomma, che hanno il buon gusto di parlare da sole. L’importante, s’intende, è esibirle.

I SINDACATI DEI DIPENDENTI MPS 24/02/2012 Come forse sapete – se lo so io, è molto probabile che lo sappiate anche voi – il Monte dei Paschi naviga da tempo in acque poco tranquille. Ed ora il Cda annuncia tagli per i trentamila dipendenti del gruppo. Tagli agli stipendi, per il momento. Si parla di «riduzioni salariali contrattate sulla base di criteri di equità interna ed esterna». Si parla di «contratti di solidarietà». Si parla di «salvaguardia dei livelli occupazionali». I sindacati dei dipendenti del gruppo bancario senese hanno già proclamato lo sciopero. Nonostante la salvaguardia; nonostante la solidarietà; nonostante l’equità; quella interna; e quella esterna. Quando vogliono capiscono al volo. Mica la bevono, questa: è robaccia che loro stessi spacciano ogni giorno.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (59)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

IL FATTO QUOTIDIANO 30/01/2012 Che s’indigna perché Berlusconi non ha speso neanche un parola di circostanza per la morte di Scalfaro. Se l’avesse fatto la gazzetta dei puri gliene avrebbe naturalmente rimproverato, con più ragione, l’ipocrisia. Scalfaro era un conservatore frigido. Lo sgusciante e sorridente Berlusconi dovette sembrargli un’immonda bestia politica. Lo odiò istintivamente, come colpito da una rivelazione, tanto da preferirgli la compagnia degli avversari di una vita. Con i quali si trovò a meraviglia, tanto erano diventati parrucconi.

IL MANGANELLO DEMOCRATICO 31/01/2012 Pessima idea degli “indignati” di casa nostra. Pensate: inscenare la solita demenziale protesta contro la cerimonia per il conferimento al grande timoniere Giorgio Napolitano della laurea honoris causa in Relazioni Internazionali (ce l’ha fatta persino lui, che aveva esordito col disastroso passo falso magiaro), nella civilissima e democratica Bologna, alla presenza di uno stuolo di papaveri del governo e della città. Hanno finito per essere discretamente manganellati dalla polizia, e discretamente silenziati dai media, che di solito li adorano. Perfino Repubblica, il cui cronista è stato malmenato dai bravi poliziotti, questa volta ha scritto chiaro e tondo che a cominciare, ad attaccare, sono stati loro. Mentre il solitamente molto inclusivo sindaco Merola ha parlato di “sopruso”: il loro, s’intende. Adesso, senza un cane che li conforti, si staranno grattando la testa: per le botte, e per capirci qualcosa. Perché sono convinto che questi imbecilli non abbiano ancora capito il duro nocciolo della questione.

LUIGI LUSI 01/02/2012 Vediamo come va a finire, ma io dico che dovremmo pensarci. Quest’uomo potrebbe essere una grande risorsa per la repubblica. Da tesoriere della Margherita è riuscito zitto zitto a dirottare dentro le sue tasche la bellezza di tredici milioni di euro di rimborsi elettorali, senza che nessuno nel partito se ne avvedesse. Adesso che è stato preso in castagna mica si è sparato. L’uomo ha i nervi d’acciaio. Ha fatto sapere di essere pronto a patteggiare la pena, e in quanto alla «operazione restituzione» del maltolto, lasciate fare a lui che tutto s’accomoderà in un battibaleno. Se ce la fa, condanniamolo ad una pena simbolica, senza interdizione dai pubblici uffici, anche a dispetto della legge: di un Vidocq delle finanze, capace, con felpata eleganza e senza strepiti volgari, di far sparire e di tirar fuori dal cilindro montagne di soldi sotto i nostri occhi, l’indebitata Italia ha un disperato bisogno. Altro che Befera.

I FALCHI ANTI-MONTI 02/02/2012 Per un anno sono stati un calvario per il Cavaliere. Queste teste calde si erano fatte rincoglionire dalla grancassa disfattista: «è finita», «così non si può andare avanti», belavano nel coro pure loro. Dalle mezze cartucce se lo aspettava, da loro no. Lui era il solo a tirare la carretta, a crederci. Poi un giorno finì davvero, grazie anche a questi imbecilli. Il Cavaliere, che si era battuto fino all’ultimo, prese atto e fece l’unica cosa sensata possibile, senza cedere ad impulsi autodistruttivi: ritirata strategica e composta scorpacciata di rospi. Ma a questi chiassosi campioni di velleitarismo non va ancora bene: vorrebbero che il Berlusca rovesciasse il tavolo del governo. Così. Per sport. Adesso. Senza sapere dove poi si andrà a parare. Che si curino i nervi. Di guai ne hanno fatti già abbastanza.

BERSANI & CASINI 03/02/2012 Mi domandavo chi sarebbe stato il primo, dopo l’esilarante caso Lusi, a chiedere di muoversi senza indugio per arrivare ad una rapidissima approvazione di “una legge sui partiti”. A battere tutti sul tempo sono stati, insieme, Pier Luigi e Pier Ferdinando. “È urgente procedere: diamoci tempi strettissimi”, ha detto il primo. Il secondo, che quando si tratta di aria fritta e rifritta non vuole essere secondo a nessuno, ha immediatamente rilanciato, parlando di “una settimana”. Di solito in queste situazioni o non si combina un bel nulla, o quando si combina qualcosa nove volte su dieci è una castroneria. Prima ci si addormenta su una panchina; poi, svegliati dalla sirena, cogli occhi fuori della testa si corre a perdifiato fino alla prima curva, dove di norma ci si riaddormenta. Ma non è questo il peggio. Il peggio è questa comica, provinciale, retrograda credenza nella potenza taumaturgica della legge. C’è un guasto, un problema, un risultato da raggiungere? Con una legge ad hoc tutto si mette a posto! Miracolosamente. In Italia l’assistenzialismo ha dettato legge, si può ben dire, anche nel campo della legge: ne abbiamo fatte milioni, tutte «risolutive». E’ per questo che poi nessuno muove un dito.