Bestiario politico delle elezioni

Bestiary

Movimento 5 Stelle

Il destino del M5S è quello di diventare – per quanto tempo non si sa – il nuovo partito radicale di massa della sinistra statalista e giacobina erede del PCI: il nuovo fattore K, come ha per tempo intuito il vecchietto spelacchiato ma ancora in gamba di Arcore. Il vaffanculismo universale di Grillo è servito sia per nascondere questa sua intima identità sia per raccattare voti un po’ dappertutto fra gli scontenti, ma la sedimentazione a sinistra del movimento si fa sempre più evidente. I grillini sono i polli allevati in batteria nella stagione demagogica della questione morale, la quale incarna il populismo più velenoso, pericoloso e meno riconosciuto che l’Italia repubblicana abbia mai visto sorgere. I loro veri padri spirituali sono Berlinguer e Scalfari. Il primo vide nel giacobinismo puro e duro l’unica possibilità per il PCI di arginare la possibile disgregazione causata dall’uscita dal marxismo, grazie al potenziamento fino alla sublimazione della solidarietà settaria creata dal mito della diversità comunista: la politica, negando la sua ragione d’essere, doveva così ridursi alla pura contrapposizione belluina tra buono e cattivo, onesto e disonesto, incorrotto e corrotto. Il secondo aveva già anticipato questo compiuto fariseismo di massa con la nascita de La Repubblica. Sgombrato il campo dal marxismo, nulla più impedì ad azionisti e post-comunisti di unire i loro destini. E infatti col tempo, insensibilmente, la sinistra si è vieppiù identificata col Partito di Repubblica. I pentastellati rappresentano l’evoluzione montagnarda, ultra-laicista e perciò morbosamente pseudo-religiosa di questo avvitamento rivoluzionario, come attestano la malcelata attrazione per un certo esoterismo da Essere Supremo e paccottiglia varia e per la pratica del culto della madre terra.

Partito Democratico

La storia del PD si specchia in quella del M5S e il suo destino è quello di essere liquidato dai montagnardi pentastellati. Il Partito Democratico si chiama così, e non invece Partito Socialdemocratico, come vorrebbe l’evoluzione naturale di un partito post-comunista, perché non nasce da una Bad Godesberg italiana, ma dalla liquidazione e damnatio memoriae del Partito Socialista di Craxi e dall’oblio della storia del socialismo italiano dopo la scissione di Livorno. Non avendo mai fatti i conti con la storia, i post-comunisti hanno potuto continuare a dipingersi come i rappresentanti dell’Italia Migliore, a cominciare dalla sua gioventù, nonché i soli dignitari di quella Corte di Cassazione dell’Opinione Pubblica di vago sentore mafioso che si fa chiamare Società Civile; il tutto grazie anche ad una presa sulla cultura sempre più egemonica che ha di fatto imposto al volgo col tempo una narrazione favolosa e falsa della storia dell’Italia repubblicana nata dalla mirabolante e santissima Resistenza. Per quest’Italia il 1945 doveva essere l’Anno I dell’Era Antifascista così come il 1922 lo fu per quella Fascista, sennonché la democrazia rimase incompiuta a causa della vittoriosa anti-resistenza di una classe politica corrotta, mafiosa e antropologicamente ancora fascista. Gli insulsi concetti della Resistenza tradita, della democrazia incompiuta e della costituzione da applicare sono i capisaldi di questo strampalato millenarismo pseudo-religioso, fondato su una sorta di fake news all’ennesima potenza, che è persino sfociato nel terrorismo diffuso degli anni settanta. Svuotato del marxismo, ma provvisto ancora del certificato di superiorità antropologica, il contenitore post-comunista ha potuto così riempirsi di tutto senza mai diventare un qualcosa. L’insostenibile frivolezza salottiera del veltronismo lo ha infine trasformato in una specie di partito liberal scimmiottante l’America kennediana ma purtroppo per esso nato in Italì. Il trionfo strepitoso alle elezioni europee 2014 del PD guidato da Renzi il Rottamatore (cioè l’Epuratore scelto dagli ottimati dei salotti buoni, politicamente corretto e dalle buone maniere) aveva illuso molti che questo vuoto pneumatico potesse vivere di vita propria, ma un’analisi corretta del voto avrebbe visto invece in quel trionfo la resa solo momentanea di un paese disilluso e sfiancato «dal mobbing della società civile», come scrissi a botta calda dopo le elezioni, agli influenti sponsor italiani ed esteri del Partito della Nazione. Un po’ alla volta il PD si è afflosciato come un gommone di naufraghi alla deriva sul mare mosso della politica, anche perché il monopolio dell’identitarismo giacobino-giustizialista, che è l’unica e sciagurata ancora di salvezza a cui la sinistra italiana si aggrappa quando è in ambasce, gli è stato definitivamente sottratto dalla Montagna Grillina.

Forza Italia

Il vero motivo dell’ostilità verso Berlusconi, quello più profondamente culturale, indipendente dal giudizio sulla sua persona, è che il berlusconismo rappresenta di fatto un tentativo di sana normalizzazione della politica italiana (come lo fu a sinistra il socialismo craxiano, su cui è calata naturalmente, quasi per un istinto bestiale, la damnatio memoriae) che in caso di successo costringerebbe il paese ad una rilettura complessiva della storia politica e morale dell’Italia repubblicana. Il berlusconismo politico s’identifica sostanzialmente in un progetto (ed è proprio sul presupposto della sua intrinseca impoliticità che gli analisti si sono negati ogni possibilità di comprensione corretta del fenomeno Berlusconi): la riunione di tutto il centrodestra italiano dopo il lungo periodo della progressiva diserzione democristiana dall’elettorato conservatore (che la storia nei fatti le aveva consegnato in custodia) e dopo che la Balena Bianca era stata arpionata a morte dai giustizieri di Mani Pulite senza manco combattere; riunione senza preclusioni di sorta, perché è sensato farlo e perché non c’è alcuna alternativa. Nel centrodestra italiano confluiscono grosso modo tre filoni politici: quello cattolico non adulto, quello che potremmo definire liberale ma non liberal, quello identitario venato di statalismo, in versione nazionalista o regionalista. Sono tre tendenze che negli elettori in carne e ossa quasi sempre si mescolano con mille gradazioni diverse, e che tanto più tendono a coesistere (senza mai fondersi perfettamente, ovviamente, soprattutto a livello collettivo) quanto più se ne dia un’interpretazione alta e nobile. Nessuno di questi filoni politici ha la forza d’imporsi da solo sulla scena italiana. Forza Italia non è tanto un partito ma piuttosto l’indispensabile architrave di un progetto politico che risponde a bisogni profondi e direi quasi organici della società italiana, per quanto sgangherata e poco consapevole possa poi apparire la sua realizzazione, giacché l’idea berlusconiana continua ad essere feconda e più grande, in generale, della marmaglia vacua che l’interpreta. Ciò spiega due cose: da una parte la demonizzazione e il cannoneggiamento persecutorio cui FI è sottoposta da un quarto di secolo; dall’altra l’altrimenti inesplicabile resilienza di un partito di plastica che nel momento topico sembra sempre miracolosamente rinascere a dispetto della grande setta che gli si oppone e anche a dispetto di alleati più strutturati che lo tiranneggiano spesso e volentieri a livello locale. Il fatto che FI sia il partito più sbertucciato dell’Orbe Terraqueo e quello preferito dalle casalinghe di Voghera è la dimostrazione scientifica della sua indispensabilità.

Lega

In prospettiva l’unica opzione politicamente seria, costruttiva e vincente per il partito ex-nordista era quella di diventare il braccio bavarese dell’ex PDL, una sorta di CSU italiana, limitata sostanzialmente a quel quarto d’Italia che è demograficamente il lombardo-veneto. I leghisti hanno avuto vent’anni di tempo per capirlo, ma non ce l’hanno fatta. Invece, da somarelli, hanno passato il tempo a coltivare la loro diversità dal Berlusca, salvo fare comunella con lui quando le vacanze finivano, ossia in occasione delle elezioni politiche; e a coltivare la loro organizzazione sul mitico territorio del piffero, animati da una specie di eco-statalismo su scala regionale, neanche fossero il PD delle regioni bianche e conservatrici. Eppure il boom leghista degli anni ottanta rintronò negli orecchi dei democristiani padani quale ferale avvertimento quando il boss varesino della Lega Lombarda, Umberto Bossi, assai più politico, assai meno educato e morigerato dei confratelli veneti di allora, cominciò a martellare su un tema che fino ad allora era rimasto tabù in Italia, ma che in effetti faceva e fa parte della normale artiglieria propagandistica delle destre liberali in qualsiasi paese occidentale, e che doveva riunificare e qualificare (assai più del tema dell’immigrazione clandestina) il fronte della protesta sopra la linea gotica: le tasse. Oggi la situazione si è capovolta con la lega nazionale di Salvini, il quale ha sollevate le sorti del partito sposando il sovranismo alle vongole che lo sciagurato Zeitgeist  dei giorni nostri ammannisce alle plebi: vedi sotto alla voce fratelloni d’Italia.

Liberi e uguali

La ragione sociale della truppa capitanata dall’ex magistrato Grasso sembra suggerire propositi ferrei e rivoluzionari. In realtà è il prodotto della classica Sindrome di Stoccolma. LeU si definisce con due proporzioni matematiche: 1) LeU : PD = sxDC : DC; 2) LeU : M5S = sxDC : PCI; ovvero i liberal-egalitari stanno al PD come la sinistra DC stava alla DC; e stanno al M5S come la sinistra DC stava al PCI. In breve hanno una voglia matta di farsi cooptare dai sanculotti del M5S, nella folle speranza di riuscire ad entrare un po’ alla volta nella loro stanza dei bottoni, ma per decenza non possono impersonare il soggetto passivo di questo coito nefando prima delle elezioni.

Fratelli d’Italia

I fratelloni d’Italia sono i più coerenti alfieri della causa sovranista. Quindi sono anche i più confusi. E tale è la confusione in giro pel vasto mondo che da qualche tempo cinesi e francesi – proprio loro!!! – hanno il fegato di presentarsi come difensori del libero scambio e di bastonare il protezionismo altrui. La sensazionale faccia di tolla di questi signori si spiega col fatto che i primi sono ancora comunisti e i secondi sono figli di una nazione che ha mille anni e che fin dai tempi di Ugo Capeto ha avuto una straordinaria considerazione di sé: per questi ultimi, quindi, dire in nome della Francia tutto e il contrario di tutto è diventata una seconda e persino elegante natura. Nella lotta tra globalisti e sovranisti non dovrebbe essere difficile vedere, invece, come spesso queste due visioni del mondo abbiano molto in comune: quella globalista, che per passa per liberale, è in realtà l’espressione di un sovranismo internazionale, globale appunto, che cerca di accentrare su di sé il potere politico e finanziario, lo stato e la moneta; ma è esattamente quello che i sovranisti vogliono fare, nella loro confusione mentale, su scala nazionale, nell’illusione di poter dirigere e far rifiorire l’economia pigiando i bottoni dal quartier generale. A rimetterci sarà sempre la gente comune. Il globalismo e il sovranismo nazionale sono due facce della stessa medaglia: è la lotta fra il sovranismo internazionale e i sovranismi nazionali; è cioè la versione del XXI secolo del confronto fra il socialismo internazionale e i socialismi nazionali del XX secolo. Alati discorsi che l’elettore dei fratelloni degnerebbe di attenzione, senza capirci nulla, solo se a pronunciarli fosse un marziano in persona. Per cui la Meloni fa bene ad infischiarsene ed andare dritta per la sua confusa strada.

Noi con l’Italia

Questa allegra combriccola si riassume antropologicamente nella figura di Raffaele Fitto. Quando Alfano e i ministri pidiellini del governo Letta maturarono lo strappo con Berlusconi che avrebbe portato alla nascita del Nuovo Centrodestra, Raffaele Fitto volle interpretare, con l’ottusa musoneria che gli è caratteristica, la figura del capo dei lealisti, nonostante Silvio lo scongiurasse di non favorire la rottura. Col paventato Patto del Nazareno fece lo stesso, blaterando di confluenza di FI nel Partito della Nazione. Alla rottura del Patto mentre Berlusconi cominciava a riannodare i fili dell’alleanza con Salvini, Fitto si metteva a denunciare la subalternità di Forza Italia alla Lega, come prima aveva denunciato quella nei confronti di Renzi. Al quale ultimo però s’ispirò reinventandosi in seguito Ricostruttore e fondando la sua creatura politica, Conservatori e Riformisti, la quale aderì all’omonimo gruppo al parlamento europeo che riunisce forze conservatrici ed euroscettiche: fu una di quelle stravaganti idee che solo può concepire un democristiano della sua razza, incapace di concepire una sola idea. Alla fine della giostra si ritrova oggi figura forte dell’ennesimo partitino centrista, alleato del Berlusca, insieme a coloro che trattava da traditori quando cominciò a fare i capricci. Gente di questa pasta se la conosci la eviti; ma se non la puoi evitare e impari a conoscerla tanto bene da prevederne le giravolte, può anche diventare una certezza.

+ Europa

Rappresentando l’avanguardia dell’alta borghesia decadente, e quindi della nomenklatura, e quindi nulla in realtà rischiando, l’aureola del martirio posta idealmente sulla testa degli storici leader radicali, a coronamento di una civettuola commedia durata mezzo secolo, è stata conquistata da questi eroi a costo zero. La creatura della grande italiana Emma Bonino è perciò l’incarnazione politica di quel liberalismo senza Dio che andando a male si trasforma in un rancido libertinismo in tutto lo splendore del suo mortifero corollario nichilista. Nella realtà delle cose, però, lo spirito del libertinismo si è sempre sposato con lo spirito dello statalismo proprio delle classi agiate e pantafolaie che usano lo stato contro la gente nova che vorrebbe far loro le scarpe. I sovranisti in buona fede non hanno mai capito che l’ultra-liberalismo che nella loro sprovvedutezza credono di combattere non è altro che un dirigismo su più larga scala, un sovranismo molto più sveglio del loro, che di liberale per l’uomo della strada non ha un bel nulla.

Popolo della Famiglia

La ragione remota della nascita del personalissimo partitino del popolo al 100% cattolico è che a Mario Adinolfi non riuscì di diventare un cattolico adulto di successo: non per mancanza di talento, ma per troppa ambizione. Ritenendosi in gambissima e più sveglio del 99,99% del genere umano, l’ex democristiano di sinistra e co-fondatore del Partito Democratico non ha mai sopportato di essere il N° 2 di qualcosa o qualcuno, figuriamoci il N° 78 o 84. Dopo essersi guardato un po’ attorno (alle elezioni 2013 votò Scelta Civica alla Camera e M5S al Senato), da giocatore di poker qual è decise allora di buttarsi con determinazione dalla parte del cattolicesimo non adulto: all’uopo scrisse un libro/manifesto dal titolo appropriato, Voglio la mamma, per poi iniziare la crociata vera e propria con il lancio del quotidiano La Croce, e per finire in bellezza fondando il partito con la tecnica del colpo di stato, cioè trafficando nell’ombra e mettendo i suoi amici dell’organizzazione dei Family Day di fronte allo scippo compiuto. Il tutto messo in opera con la giovialità fredda e manipolatrice di un uomo che – lo credo fermamente – non crede assolutamente a nulla. L’ipocrisia del cattolico adulto sta nel giustificarsi a posteriori con la teoria del male minore facendo di proposito a monte il male maggiore con scelte politiche assurde che lo condannano all’irrilevanza; Adinolfi, che di quella scuola di potere è figlio, fa di proposito lo stesso in nome del bene maggiore: il primo resta un membro della nomenklatura, il secondo resta a capo della sua setta.

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Sul golpe di Adinolfi (a futura memoria)

Sulla fondazione del partito “Popolo della Famiglia” ho lasciato alcuni commenti su Facebook. Li trascrivo qui, a futura memoria.

Non posso dire di essere sorpreso, ma di essere amareggiato sì, nel constatare la cecità, l’ingenuità, la colpevole – sì, colpevole – indulgenza con la quale molti scusano i modi della nascita del partito di Adinolfi, alias il Popolo della Famiglia. Un partito partorito seguendo i dettami della dottrina leninista (il lavorio sotterraneo, il mettere gli altri davanti al fatto compiuto, il tentativo di egemonizzare la piazza giacché il nemico è alle porte e non c’è tempo per discutere ecc.ecc.) non può partorire alcun bene e denuncia pure la mentalità vera di chi l’ha ideato. Parlo di Adinolfi perché voglio sperare che Amato si sia fatto solo sedurre da Marione, il che non è lusinghiero, ma lascia qualche speranza. Non mi sono mai fidato di Adinolfi. Dieci anni fa, quando teneva un blog di successo, non mi pareva che avesse molto a cuore le cose cattoliche. Anche allora era, fondamentalmente, abile e superficiale. Poi passò qualche anno da cattolico intelligente, simpaticone e moderno dentro il Pd. La mia impressione è che non essendo riuscito a sfondare dentro il partito, non essendo riuscito, cioè, a diventare un cattolico adulto di successo, forse perché ha trovato qualcuno più furbo di lui, si sia buttato dall’altra parte con la disinvoltura del giocatore di poker quale egli è. La non concordata ed improvvisa iniziativa del partito cattolico – che ha preso alla sprovvista anche gli organizzatori del Family Day – dimostra tutta la sua spregiudicatezza. In questo è figlio del cattolicesimo politico di sinistra, bravo cioè a prendere i voti del gregge per farsi una posizione.

Adinolfi, che è furbo, contava proprio su quelli che ora si autocensurano e fanno finta di non vedere la sua slealtà e la sua spregiudicatezza. Lui pensa: “diranno che io faccio finalmente qualcosa di concreto, che io do loro una possibilità, e non vorranno vedere che mi sono comportato da imbroglione”. E’ la tattica dei demagoghi, è la vecchia scuola leninista, di chi manovra nell’ombra, colpisce e non lascia il tempo di riflettere. E non vedete poi che la sua gioviale disinvoltura è così simile a quella di un giovanotto in carriera uscito dalla sua stessa parrocchietta politica? E non vi ricordate che chi non entra per la porta nell’ovile delle pecore, ma vi sale da un’altra parte, quello è un ladro e un brigante? Quanto alla dichiarazione di Amato (“Tutto nasce dal grande tradimento infame del 25 febbraio, se si fosse fermato il ddl Cirinnà, e Alfano non avesse votato la fiducia, non sarebbe nato il Popolo della famiglia.”) essa è palesemente falsa, perché quell’esito era ampiamente prevedibile, e ampiamente previsto da tutti, a cominciare dal popolo del Family Day, che non era così scemo da non sapere che la battaglia sulla Cirinnà era solo l’inizio di un lungo percorso, di una lunga guerra. Loro invece avevano preordinato tutto di nascosto, com’è chiaro dagli sviluppi successivi, e nel parlare enfaticamente di tradimento infame (come se fosse stato qualcosa di assolutamente imprevedibile, mentre era praticamente scontato) cercano solo un pretesto per nascondere la loro slealtà e scusare la brusca urgenza del loro agire. Questa iniziativa è una ferita, è una piaga che si allargherà sempre più, se non sarà energicamente sconfessata; e pazienza se molti sciocchi piangeranno di rabbia.

Si noti come il nostro Adinolfi si comporti come i rivoluzionari golpisti: parla di democrazia dal basso e di volontà popolare, nel momento stesso in cui calpesta il dibattito interno attraverso il fatto compiuto e le parole d’ordine. E si noti come parli tranquillamente di grillismo cattolico, come se il grillismo non fosse una caricatura o un simulacro di democrazia. Il signor Adinolfi si pente di non aver annunciato la nascita del Pdf e di non averne srotolato il logo nel giorno del Family Day. Già allora aveva dunque in mente di prendersi la piazza e di solleticarne gli istinti settari sotto il vostro naso! E ve lo dice in faccia! E’ chiaro che per lui voi non contate più nulla, che ormai non vuole nemmeno fare la fatica di fingere, che dei poveri ingenui come voi non meritano tale sforzo da parte sua. Questo dà la misura del personaggio.

“Il Comitato ribadirà quindi la sua natura trasversale, civica e a-partitica ma il neurochiurugo di Brescia si guarderà bene dal fare valutazioni di carattere personale, tanto più dall’emettere scomuniche ufficiali o considerazioni palesemente negative riguardo al Pdf.” State facendo un errore perché così non vi opponete con sufficiente energia alla logica rivoluzionaria delle mosse di Adinolfi, la quale, come da copione, e implacabilmente, sta già trasformando le vittime in carnefici. Questa logica ha già stimolato gli istinti settari dentro il Pdf ed è per questo che voi, che avete subito lo strappo, siete già in posizione difensiva di fronte a coloro che vi accusano di frazionismo e vi tocca premurarvi di dire che pur criticando i modi della nascita del partito non volete assolutamente danneggiarlo e anzi gli augurate ogni bene. E’ un errore, ripeto, perché un partito-setta (nei fatti) nato con questi presupposti (a-cristiani) farà solo guai, e in più la fredda correttezza del vostro comportamento non vi risparmierà, al momento dovuto, l’accusa di tradimento.

La Croce, cioè il giornale di Adinolfi, fondatore del Popolo della Famiglia, cioè il partito di Adinolfi, titola a tutta pagina: “Uniti”. Il golpista ha scommesso sul riallineamento, e ottenutolo o no, già lo impone mediaticamente a mezzo stampa. Non si sa se ridere o piangere. Certo che l’umanità è un grande spettacolo…

Vedo (Renzo Pucetti su Libertà e persona) che si continua a scusare il comportamento di Adinolfi accettando per buona la spiegazione – cioè la balla spaziale (purtroppo una balla spaziale è una balla spaziale e non si può chiamarla in modo diverso) – di Amato, il quale ci ha assicurato che solo l’immondo, il nefando, l’incredibile comportamento di Ncd & C., ha causato quell’empito generoso che buttando il cuore oltre l’ostacolo ha partorito il Pdf, passo reso necessario e improcrastinabile – manco il tempo di avvisare i compagni di strada – dal tradimento dei politici cattolici. E’ una balla spaziale perché quel tradimento era previsto da tutti e già messo in conto, anche se si sperava in qualche miracolo. Il bello è che si denunciano i traditori nel momento stesso in cui si procede coll’inganno, e nel nome dell’Onnipotente, di Suo Figlio e di Sua Madre, e magari anche di suo zio se ci fosse… Ma non c’è peggior cieco di chi non vuole vedere…