Una settimana di “Vergognamoci per lui” (103)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

IL CORRIERE DELLA SERA 03/12/2012 Tra le più gravose incombenze del presidente della repubblica italiana vi è l’obbligo non scritto di presenziare alla prima della Scala. Mettiamo, com’è statisticamente probabile – oltre che lecito, chiariamo subito, prima che qualche pazzerellone di magistrato si metta strane idee in testa – che a questo benedetto uomo, solitamente in età veneranda e degna quindi dei più delicati riguardi, la musica «classica» non dica un bel nulla; che l’opera gli piaccia ancor meno; che la «gesamtkunstwerk» gli appesantisca la digestione e gli annebbi la vista ancor prima che la musica gli giunga all’orecchio; che questa musica cosmica e caliginosa se la intenda un po’ troppo con infinite indefinitezze; be’, allora capite come una prima wagneriana possa essere un martirio per il primo cittadino della penisola. Il vecchietto verrà fuori dal supplizio con la faccia composta e funebre di chi ha assistito con pazienza a ore di liturgie religiose a lui straniere o indifferenti, nella quale i media compiacenti vorranno leggere la pudica ma piena consapevolezza di chi ha gustato voluttuosamente tutte quante le cinquanta sfumature dell’evento. Con questo non intendo affatto stroncare Wagner, la cui musica suona al mio orecchio tanto sottile quanto monotona: un grandioso luogo comune, a volte però sublime; o dire che Napolitano sia fuggito dal “Lohengrin” per paura di una rottura di palle colossale e pericolosa per la sua salute, anche se, come ha scritto al maestro Barenboim, ricorda «ancora con emozione di aver assistito alla rappresentazione del Lohengrin la sera del 7 dicembre 1981, in un magnifico Teatro La Scala nel quale sedeva, in platea, il Presidente della Repubblica Sandro Pertini», il qual vivo ricordo in effetti potrebbe indurre i maliziosi a pensar male… No, Napolitano è pienamente giustificato dal fatto che la prima – anche questo ha scritto al maestro Barenboim – «cade quest’anno in un momento cruciale, dal punto di vista degli impegni istituzionali che mi trattengono a Roma, per l’avvicinarsi delle scadenze conclusive della legislatura parlamentare e del mio mandato presidenziale.» Voglio solo dire che è non il caso di esagerare con le spiegazioni, o con le scuse, nemmeno da parte di chi vuole confutare la demenziale ipotesi di una protesta «patriottica» e «verdiana» nei confronti di una prima «tedesca». E all’uopo ci informa, come fa il Corriere della Sera con zelo straordinario, che il presidente terrebbe sulla sua scrivania il libro “Wagner in Italia». Addirittura. E adesso, poveruomo? Gli toccherà pure leggerlo?

EMILIO FEDE 04/12/2012 Chissà cosa si sarà detto l’avvocato Niccolò Ghedini quando l’intristito Emilio di questi tempi, rispondendo alle sue domande durante l’ultima udienza del “processo Ruby”, ha affermato che la più famosa delle nipoti di Mubarak, alle mille e una notte di Arcore, mentre si esibiva nella danza del ventre «faceva le bollicine masticando la gomma»… proprio come una mocciosa quindicenne! Immagino che l’avrà fatto in dialetto veneto, per non rischiare di tradirsi. Ma dal nostro punto di vista questo è niente. Anzi, la Ruby-Scheherazade-Lolita danzante bubblegum in bocca ci sembra fin qui uno dei vertici artistici della brillantissima farsa in scena a Milano. Ci disturba assai, invece, che l’inacidito Emilio di questi tempi abbia fatto di tutto per guastarlo, questo capolavoro, con delle parole tremende indirizzate alla Perla del Marocco, parole che faccio fatica a scrivere, ma che per dovere di cronaca qui riporto: «Ruby? L’ho trovata brutta, aveva un cattivo odore…», ha detto lo stordito Emilio di una bella ragazzona che «a prima vista certamente non mi sembrava minorenne».

ZUCCHERO 05/12/2012 Il paradiso comunista esiste. E’ l’Italia. Nel senso che per i comunisti il nostro è sempre stato il paese della cuccagna. Scampato ai paradisi del socialismo reale, e lungi dall’essere perseguitato da tutta la teoria di regimi corrotti e cripto-fascisti susseguitisi dalla fine della seconda guerra mondiale, il comunista è stato il figlio prediletto della nostra società, figuriamoci di quella scelta società chiamata società civile. Fin da piccolo allenato a dire con una certa protervia corbellerie colossali, opportunista per natura, malato di protagonismo, abituato a chiedere abiure senza abiurare mai, è arrivato spesso alla tarda maturità senza provare il minimo rimorso per un passato nel migliore dei casi da perfetto imbecille. In questo caso malaugurato, il peggio che verosimilmente gli potrà capitare sarà di passare per eccentrico. Il nostro Zucchero, per esempio, con Granma, organo ufficiale del Partito Comunista Cubano, ha usato il lessico degli anni formidabili: «Quando eravamo all’università e eravamo giovani e belli, vivevamo l’epica della Rivoluzione Cubana, con Fidel e con il Che, che era già un simbolo, e Camilo Cienfuegos: ammiravamo la resistenza e la dignità del popolo cubano». Ma se fossi in lui starei più attento, perché ormai anche a Cuba il socialismo reale sta per tirare le cuoia, e i compagni più svegli si stanno perciò attrezzando, facendo gli occhi dolci ai blogger più à la page della dissidenza. Vedrai, Sugar, quando il regime – che per le narici della nostra sinistra migliore già puzza di populismo berlusconoide – cadrà sarà il loro trionfo. E loro, lo sai, non perdonano.

JOVANOTTI 06/12/2012 E’ uscito in libreria “Italia loves Emilia-Il libro”, sul concerto pro-terremotati di Campovolo. La Stampa.it ne ha anticipato un brano firmato da Lorenzo, che ricorda in tutto e per tutto il birignao mezzo furbo, mezzo insulso, sempre aggiornato e ma-anchista delle sue nenie. Lui, bisogna dirlo, è un fenomeno che con spietata coerenza in un quarto di secolo di carriera non è riuscito a scrivere un motivetto accattivante che sia uno. Almeno io non ne ricordo uno. Cosa che invece mi capita per Nicola di Bari o Marcella Bella, tanto per citare artisti di classe non oltraggiosamente superiore alla sua. Ma Lorenzo non è mediocre: semplicemente non ama la musica. E’ un collezionista di suggestioni modaiole finto-acculturate che poi sparge sulla pizza sonora che lo accompagna dagli esordi: Jovanotti alle quattro stagioni, Jovanotti ai quattro formaggi, Jovanotti alla rucola, Jovanotti al salamino piccante, scegliete il trancio che più vi piace. Di conseguenza a Campovolo l’atmosfera era fantastica; le persone belle, anzi bellissime; la responsabilità grande; la soddisfazione puntualmente pazzesca; la musica un corto circuito indescrivibile, che serve ad immaginare il mondo; una grande forza costruttiva e positiva per reagire alla forza della natura; una grande forza come quella che lo ha portato a Campovolo, la solidarietà: «una parola presente anche nella nostra Costituzione, che come tutti sanno, è un documento di valore altissimo». Questo perché siamo nel 2012, e l’ingrediente «Costituzione» va per la maggiore tra i bigotti.

MARIO MONTI 08/12/2012 Considero l’astensione del Pdl sul Decreto Sviluppo e la candidatura del Berlusca due errori commessi nel momento sbagliato. Si poteva fare molto meglio. Ma ha vinto ancora una volta l’isterismo. Un anno di governo dei tecnici ha dimostrato, un passetto alla volta, ma inequivocabilmente, che il «montismo» è stato incapace di ristrutturare la politica italiana coagulando intorno a sé un partito centrista di consistente massa critica; che il Pd, com’era prevedibilissimo, ha giocato cinicamente con Monti al gatto col topo, mandando corposi avvisi attraverso il partito di lotta non appena il governo mostrava di fare qualcosa di serio, e riservandosi attraverso il partito di governo seriose assunzioni di responsabilità per tutto il resto della politica di galleggiamento finanziario; che al Pd non passava nemmeno per l’anticamera del cervello di abbandonare il presidio politico della sinistra verace per consegnarsi a Monti; che nel mondo reale della politica non c’è un’alternativa alla sinistra che non sia un centrodestra imperniato sul Pdl e aperto a tutti, per quanto male se la passi la creatura berlusconiana; e che infine il «montismo» può sopravvivere solo se si innesta nel centrodestra ed accetta quindi l’esperienza storica del berlusconismo. Nei prossimi mesi questa realtà si sarebbe chiarita definitivamente agli occhi dell’elettorato «conservatore» e il «giovane» Alfano avrebbe potuto giocarsi le sue carte contro il «vecchio» Bersani. Ma ai giornaloni, ai centristi, ai danarosi futuristi italici i passi indietro del Caimano non sono mai bastati. Schiavi del verbo di sinistra, hanno sempre guardato al Pdl con disprezzo, obbedendo per debolezza intellettuale e per viltà al dogma della «destra populista e inaffidabile», e arrivando perfino a sperare nella «destra» perbene del democratico di sinistra Renzi. Per costoro un Berlusca in panchina non era sufficiente: alla destra si chiedeva la liquidazione, la damnatio memoriae del berlusconismo, l’abiura, la resa. Né Berlusconi, né il Pdl potevano accettarlo. E il filo si è rotto. La mossa del Pdl è stata goffa e di valore simbolico, e forse è ancora una specie di ultimo avvertimento a quel Monti «democristiano» incapace di trarre le conseguenze politiche dell’alleanza stipulata tra Bersani e Vendola.

E allora ricapitoliamo

RENZI E LA SINISTRA Il problema di Renzi è che il suo non è un progetto di sinistra. Non lo è in Italia. E neanche in Europa. Quando si fa politica non ci si può scegliere un paese d’elezione nel quale le nostre idee trovano magicamente una collocazione politica ideale. Se lo si fa, o s’imbroglia o ci si condanna al velleitarismo. Se invece ci si cala nella realtà italiana, di oggi e non di domani, un rinnovatore di sinistra per essere utile alla sinistra e al paese può fare una cosa sola: riunire e pacificare gran parte della sinistra dentro un partito schiettamente socialdemocratico. Per farlo davvero però deve ritrattare almeno tutta la storia dell’Italia repubblicana della vulgata sinistrorsa e mandare al macero il mito fondante e velenoso della diversità. Questa è stata finora la vera pietra d’inciampo nell’evoluzione della sinistra. L’equivoco renziano richiama quello del Pd. Nel primo caso si naviga nelle acque del centrismo democratico e si vuol parlare nel nome della sinistra. Nel secondo caso si naviga nelle acque della sinistra ma ci si fa chiamare «democratici». Naturalmente «democratico» va qui inteso nel senso ristretto di etichetta politica, parente di quella che s’attacca al rachitico centrismo liberal-democratico europeo. In entrambe le posizioni, di Renzi e del Pd, manca una verità i fondo, resta per aria un «non detto»: e ciò rende velleitario il progetto politico di Renzi e mistificatorio quello del Pd.

BERSANI E MONTI Per capire il rapporto tra Bersani (e il Pd) e Monti bisogna ricordare che Berlusconi diede le dimissioni senza essere stato sfiduciato in parlamento. Lo smottamento – lentissimo, almeno rispetto alle previsioni che si facevano all’inizio della fronda finiana – fu possibile solo perché all’orizzonte si profilò per i transfughi la garanzia del governo tecnico. L’appoggio del Pd a questa soluzione fu strumentale, stando la priorità della sinistra nella cacciata del Caimano, e non potendo il Pd opporsi al commissariamento europeo dopo averlo invocato pur di riuscire nel primo intento. La politica del Pd verso il governo di Monti è stata contraddistinta per molti mesi da parole di miele e da una sorda resistenza di fondo, condotta in asse con la Cgil e in consonanza profonda con l’elettore medio di sinistra. Non solo per questo, ma anche per questo, il governo Monti ha ben presto mandato in soffitta le grandi velleità riformistiche arrendendosi a forza di balzelli a una politica di galleggiamento economico-finanziario in scia col governo precedente. Ma a un certo punto Bersani ha dovuto scegliere pubblicamente: e ha scelto Vendola, e con Vendola una sinistra incompatibile con ogni forma immaginabile di «montismo». Le parole si sono fatte allora più franche e Bersani ha infine escluso apertamente ogni possibilità di Monti-bis. Le parole di miele sono state riservate ad assicurazioni di sostegno a Monti fino al termine della legislatura, pronunciate col tono tartufesco di chi dimostra grandissima, sofferta responsabilità. Questo è stato il modo scelto da Bersani per spegnere il disegno di una galassia politica montiana, ancorata al centro e tributaria del meglio della destra e della sinistra.

IL GALLEGGIAMENTO Il galleggiamento economico-finanziario serve solo a prendere tempo e non risolve nulla, anzi peggiora le cose. E’ il prodotto della cosiddetta «austerità». L’austerità è un imbroglio lessicale. Per le famiglie l’austerità consiste ovviamente nel tagliare le spese. Per lo stato l’austerità significa coprire le spese fino all’ultimo: taglieggiare il cittadino, non tagliare le spese o vendere il patrimonio. Il cittadino peraltro non è innocente, e anzi partecipa nella grande maggioranza dei casi di questa contraddizione. Il governo Monti ha sostanzialmente continuato la politica di galleggiamento economico-finanziario dei predecessori. Vi ha aggiunto la credibilità. Ma la credibilità di Monti deriva dalla non credibilità di Berlusconi, ed entrambe sono frutto di propaganda. Tuttavia per l’Italia la politica di galleggiamento ha una sua importanza. Tener duro serve a dimostrare che l’Italia non è più un soggetto finanziariamente anomalo in Europa e che quindi non si giustifica il fatto che debba farsi strozzare da sola, o in ristretta compagnia, dagli interessi sul proprio debito pubblico. Nell’Eurozona il debito pubblico è oggi pari al 90% del Pil, ossia tre quarti circa di quello italiano. E’ un dato impressionante, se si pensa ai tempi del Patto di Stabilità. Di fatto è l’italianizzazione finanziaria dell’Eurozona. Nel resto del «vecchio Occidente» non va meglio. In Giappone molto peggio. Prima o poi se ne accorgeranno anche i mercati, a prescindere dalla presenza o meno del Prestatore in Ultima Istanza.

MONTI E IL CENTRODESTRA Il benservito «strutturale» al partito montiano lo ha dato Bersani, e non poteva essere diversamente. Con ciò è fallito qualsiasi tentativo di dare vita ad un centro egemone al centro della politica italiana. E questa è la rivincita «strutturale» del berlusconismo. Per capire la svolta basta leggere gli editoriali del Corrierone o de Il Sole 24 Ore, che adesso per dare una qualche continuità all’esperienza montiana guardano apertamente al «centrodestra», prima nemmeno nominato. Ciò significa che i montiani riconoscono in gran parte la bontà della piattaforma politica creata da Berlusconi e rinnegano, di fronte alla realtà dei fatti, tutte le mille cianfrusaglie centriste, terziste, futuriste di cui si erano fatti patrocinatori. L’obbiettivo non è più quello di impossessarsi delle truppe del liquefatto esercito berlusconiano e di farle marciare sotto la bandiera del «centro», ma di «deberlusconizzare» il «centrodestra». Di qui le recenti strizzatine d’occhio e le lusinghe di cui è stato fatto oggetto Alfano, che però non è un fesso.

BERLUSCONI E IL CENTRODESTRA L’idea di risucchiare il «montismo» dentro il centrodestra è di Berlusconi, era contestuale alle sue dimissioni, ed era frutto di osservazioni realistiche: la sinistra lo avrebbe rigettato, e il centro si sarebbe rivelato una chimera. Il tempo gli ha dato ragione. Ultimo a mollare in difesa del suo governo, il Caimano non si è fatto travolgere dall’amarezza e in un amen ha fatto di necessità virtù. Se qualcuno dei suoi ha letto questa disponibilità come una resa alle logiche centriste ha fatto male i suoi calcoli. Lo stato maggiore del Pdl, stretto intorno ad Alfano, ha tuttavia pienamente ragione nello stigmatizzare le teste calde di quei napoleoncini da burletta che vorrebbero spaccare il mondo in qualche battaglia eroica e risolutiva, senza rendersi conto di essere i pupazzi delle maggiori gazzette della penisola, che divertite e speranzose li aizzano come galli da combattimento dando per scontata la spaccatura nel partito. Ma «spaccare» è un verbo in profonda antitesi con la psiche berlusconiana. Anche nell’intemerata dell’altro giorno il Cavaliere Furioso ha racchiuso il suo vibrante cahier de doléances nel quadro della ribadita necessità dell’unità dei moderati, che conteneva però un avvertimento ai puristi che vivono su Marte: anche la Lega va recuperata. Gustose le reazioni al discorso di Berlusconi. A sinistra, dove si marcia in gruppo, la parola d’ordine è stata: sovversivismo. Ma anche i grandi giornali «borghesi» sono andati giù pesanti. Su Il Sole 24 Ore è spuntato il nome di Le Pen. Esagerati. Forse non è piaciuto lo stile? Sì, perché in realtà non si capisce lo scandalo. Il Berlusca ha detto un mucchio di cose condivisibili e ragionevoli, specie sull’architettura costituzionale della nostra bella Italia. Sulla megalomania della nostra magistratura, che ormai fa ridere il mondo, nient’altro che la verità. In economia, materia di cui capisce poco, a parte i fuochi d’artificio sull’IMU, ha espresso le solite bischerate simil-keynesiane, lamentando forte il limbo in cui ci troviamo in fatto di «sovranità monetaria», la nuova panacea di tutti i mali, da quando, persa quella nazionale, non abbiamo più trovato quella sovranazionale, e gridando forte contro il tallone di ferro germanico: insomma, ha ripetuto corbellerie condivise dal novanta per cento dei politici e dal novanta per cento dei giornali. Eppure gli hanno dato dell’irresponsabile. Sempre per lo stile, credo. Resta il fatto che lungi dall’essere stato eliminato dalla scena politica, il centrodestra è diventato terreno di contesa. Forte di questo, Berlusconi si è impegnato in un braccio di ferro coi montiani che a parole si traduce così: «Siete voi che dovete venire nel nostro campo; se non volete farlo, non vi resterà  altro da fare se non decidere di essere la ruota di scorta della sinistra.» S’intende che i montiani sperano esattamente l’opposto: «Berlusconi resterà solo», ha detto Casini, che intanto, però, mai avrebbe pensato che si sarebbe arrivati fin qui. Tanto che dopo il risultato delle elezioni siciliane – dove il candidato Pd-Udc ha vinto con meno di un terzo dei voti espressi da meno della metà del corpo elettorale, e dove il partito di Grillo, ottenendo in realtà un successo inferiore alle grandi attese, è risultato primo di un’incollatura su Pd e Pdl con il 15% dei voti, sfruttando il fatto che gli altri candidati erano sostenuti dalle solite liste pittoresche di stampo locale destinate a confluire nei partiti maggiori in caso di voto di valenza nazionale – Casini lo stratega, ossia il sognatore, ha subito riproposto tutto speranzoso a Bersani di rompere con Vendola e guardare di nuovo al centro nel nome della resistenza all’antipolitica.

GRILLO E IL RESTO Del risultato di Grillo in Trinacria abbiamo detto. Il Movimento Cinque Stelle è più che altro un movimento cataro di sinistra, a dimostrazione che il vero populismo sfonda a sinistra, là dove prospera il radicalismo di massa dalla fine della seconda guerra mondiale. In assenza di una piattaforma socialdemocratica, da Vendola a Di Pietro a Grillo la sinistra figlia continuamente degli esaltati. Più passa il tempo e meno sarà agevole per il movimento grillino attirare i voti dei destrorsi arrabbiati e confusi. E più passa il tempo e più si sta ricomponendo il quadro politico preesistente al governo Monti. Anche fra Lega e Pdl si sta ritessendo con molta discrezione la trama dell’alleanza. Può darsi che questo quadro vi faccia schifo. Ma è dentro di questo che si fa politica (caro Giannino).

Il passo indietro, quello vero

E’ ormai chiaro come il governo Monti, nonostante il patriottismo dei media si faccia ancora piacere quasi tutto, cammini a piccolissimi passi nel solco dei governi che l’hanno preceduto, artifici lessicali compresi, come certe ri-regolarizzazioni etichettate col nome di liberalizzazioni. Siccome sono convinto che in una situazione come quella italiana la direzione di marcia sia ancora più importante della portata dei singoli provvedimenti, e che il coacervo corporativo ed il baraccone statalista vadano sgretolati più che abbattuti, il fatto, oltre a non sorprendermi, nemmeno mi spinge a bocciare su tutta la linea la squadra del professore. Fin dal giorno dopo la caduta del precedente governo, avevo scritto che Berlusconi, prevedendo l’impasse di quello d’emergenza e i mal di pancia della sinistra di fronte al minimo passo concreto sulla via delle «riforme», avrebbe cercato di fare del Pdl l’architrave del governo tecnico quando questo, avendo perso il treno rivoluzionario, avesse dovuto mettere radici politiche. Berlusconi, in questa storia sgangherata, è l’unico che abbia agito con coerenza. Il più tenace a resistere all’assedio dei potenti e numerosi patrocinatori del governo tecnico, è stato anche il più lesto ad adattarsi con duttilità e con spirito costruttivo ad un male più inevitabile che necessario, dopo aver perso la battaglia. Ad un cartello elettorale formato dai partiti della grande coalizione che informalmente sostiene Monti il Cavaliere non crede affatto. La velata disponibilità espressa in questi giorni mira solo a sondare il grado di coesione del PD in previsione di una sua possibile spaccatura. Sa che Monti, per quanto poco riesca a fare, e per quanto a rilento vada, è legato ad un’agenda «europea» e non può affondare in quell’assoluto immobilismo che solo potrebbe evitare alla sinistra democratica il braccio di ferro con quella antagonista. E sa che su questa via le lacerazioni a sinistra saranno molto più sanguinose che a destra. Anche se può apparire come una sottile vendetta, la sua strategia è legittima e il suo comportamento lineare. Non è lui che si è cacciato in trappola, caro Bersani.

Ai belli spiriti che con cieca pedanteria, guardando ai “fatti”, sostengono che il governo tecnico qualcosa di più faccia, comunque, rispetto a quello precedente, rispondo che è un progresso che paghiamo con l’arretramento del sentimento democratico e liberale in Italia, e che abbiamo indebolito le nostre basi politico-culturali per un vantaggio dubbio o piccolo. Nel nostro paese la crescita impazzita del debito pubblico non fu causata dalla corruzione, che è una stupidaggine bella e buona, né fu causata solo dalla naturale propensione dell’uomo a credere alla favola del pasto gratis: fu anche il prezzo pagato al radicalismo di massa, a quella palla al piede che è la più grossa espressione di arretratezza politico-culturale del nostro paese, per tenerlo buono in una stagione già martoriata dal terrorismo. Ora facciamo il contrario: per rispondere ai problemi dell’economia nel senso più largo del termine, contraiamo un “debito politico-culturale” di cui già ora cominciamo a pagare gli interessi. La demagogia antiberlusconiana che ha portato alla nascita del governo tecnico non ha aperto nessuna nuova era in Italia. Piuttosto, l’ha ricacciata indietro. La demagogia crea demagogia anche quando è seriosa e misurata nei toni. Avevo avvisato del pericolo di questo schiaffone alla democrazia, che resta uno schiaffone anche se ha tutte le firme e i timbri in regola. Ora ad impadronirsi della protesta «democratica» contro il «regime tecnocratico» non sono le componenti liberali o libertarie ma le componenti più radicali della politica italiana. Le quali si sono ingrossate. Nonostante la mole è il variegato insieme della sinistra antagonista a far sentire il suo peso gravitazionale sul PD, e non il contrario. Dall’altra parte dello spettro politico la Lega ha risentito più forte il richiamo della foresta, e la destra verace ha voglia di tornare pura e dura. Il polo conservatore, cui aveva lavorato il Cavaliere, sta perdendo i pezzi; di quello socialdemocratico, che del primo doveva essere il corollario e che doveva pacificare la sinistra con se stessa e con la storia, non si vede neanche l’ombra. A questo stadio l’Italia prima o poi arriverà, per una specie di necessità fisiologica. Ma intanto rischia di tornare indietro, ai tempi della prima repubblica: con una destra leghista o neo-missina ricacciata nell’angolo; con un radicalismo di massa dominante a sinistra; con un pluri-partito al centro che non sappiamo ancora se per puro caso alle prossime elezioni sarà un pentapartito; e con un elettore «moderato» costretto ancora una volta alla maledizione del «primum vivere». Bel progresso.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (62)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

PIER LUIGI BERSANI 20/02/2012 “Tra Fornero e Belen” dice il segretario del PD, “mia figlia sceglierebbe Fornero”. Non perché, parrebbe, sua figlia sia particolarmente intelligente, ma perché in pochi mesi il clima in Italia, in tema di modelli femminili, è cambiato da così a così. Non capisco però perché sua figlia non possa scegliere tra Elsa e Belen, oppure tra Fornero e Rodriguez. Formulata al modo di Pier Luigi sembra un’alternativa tra una femmina di serie A e una di serie B. Non vorrei che la nuova era cominciasse con dei trabocchetti pedagogici da stato etico. Ma forse la verità è che anche Pier Luigi ormai non ci capisce più un kaiser.

GIAN CARLO CASELLI 21/02/2012 Sapete com’è: l’allegrissima crescita del debito pubblico, che per decenni & decenni & decenni in Italia – e non solo in Italia – non ha minimamente turbato il sonno della grandissima maggioranza dei politici, dei giornalisti, dei filosofi, degli opinionisti, dei rumorosi capetti delle famigerate parti sociali, dei chiacchieroni e dei moralisti tutti, ora che ci strangolando è diventata, a posteriori, un «fatto criminale». Ragion per cui solo adesso questa grossa rogna è entrata di prepotenza nel cerchio severo degli interessi intellettuali del Procuratore Capo della Repubblica di Torino, il quale si è dato improvvisamente una pacca in fronte, colto da un’illuminazione assai gratificante: se l’Italia non ha fatta la fine dell’Argentina è merito di Mani Pulite perché i magistrati frenarono appena in tempo il dilagare della corruzione, e quindi della spesa pubblica e quindi dell’indebitamento. Anche questo videro, quei cannoni di magistrati! Peccato che non si fossero accorti dell’evasione, sennò a quest’ora saremmo uno dei paesi più virtuosi in fatto di conti pubblici; molto ma molto più virtuosi di paesi come Francia o Stati Uniti, che ormai gemono sotto il giogo di debiti pubblici pari rispettivamente al novanta e al cento per cento del PIL: inesplicabilmente, visti i civilissimi tassi di corruzione e di evasione fiscale.

IL NUOVO INNO DEL PDL 22/02/2012 La grande voglia di lottare, quella di votare, la gente che porta insieme una bandiera nuova, gente che prende per mano, che guarda lontano, il popolo della libertà, che non si arrenderà, che lotta per la verità, un sogno che si realizzerà e molte altre amenità… io caaantooo… corro nel vento e caaantooo… Soprattutto la voglia di cambiare l’Italia. Che nella foga, e per fare rima, è diventata l’Italia che verrà: “la voglia di cambiare l’Italia che verrà”. Ossia, non questa, ma quella futura. Campa cavallo. Questo sì che è guardar lontano, gente!

PIERFRANCESCO FAVINO 23/02/2012 In un incontro con gli studenti di alcune scuole medie superiori di Roma, l’attore, passando bellamente sopra al fatto che anche ai vecchi tempi, diciamo duemila anni fa, i clientes facevano ressa ogni santa mattina alla porta dei pezzi grossi dell’Urbe, ha detto che i raccomandati “ci sono e c’erano quando ho iniziato io, vent’anni fa. Mi sono visto passare di fronte tutti. Mi sono arrivati a dire «sei troppo bravo». Ma se tanta gente fa seriamente il proprio lavoro le cose possono cambiare.” Son cose istruttive, se non siete proprio un poveraccio, nel qual caso potete anche sbracare. Ma se non siete ancora stati tagliati fuori del tutto da un cursus honorum qualsiasi, sappiate che è vostro dovere ed interesse, in questa stagione quaresimale, rendere omaggio allo studio, alla volontà, all’applicazione, alla correttezza, alla costanza, ad una serietà fattiva, ad un elegante riserbo, ad una giudiziosa sobrietà, perfino ad una naturale castigatezza, a tutte quelle auree qualità, insomma, che hanno il buon gusto di parlare da sole. L’importante, s’intende, è esibirle.

I SINDACATI DEI DIPENDENTI MPS 24/02/2012 Come forse sapete – se lo so io, è molto probabile che lo sappiate anche voi – il Monte dei Paschi naviga da tempo in acque poco tranquille. Ed ora il Cda annuncia tagli per i trentamila dipendenti del gruppo. Tagli agli stipendi, per il momento. Si parla di «riduzioni salariali contrattate sulla base di criteri di equità interna ed esterna». Si parla di «contratti di solidarietà». Si parla di «salvaguardia dei livelli occupazionali». I sindacati dei dipendenti del gruppo bancario senese hanno già proclamato lo sciopero. Nonostante la salvaguardia; nonostante la solidarietà; nonostante l’equità; quella interna; e quella esterna. Quando vogliono capiscono al volo. Mica la bevono, questa: è robaccia che loro stessi spacciano ogni giorno.

Giustizialisti, con juicio

E’ molto spiaciuta alla nostra stampa sobriamente benpensante la Lega poco forcaiola che si è divisa sul voto sulla richiesta di arresto avanzata dalla procura di Napoli nei riguardi di Nicola Cosentino, contribuendo in modo decisivo alla «salvezza» del reprobo. Il quale reprobo, però, è indagato da una vita, e da una vita è sotto i riflettori. Cosa possa combinare in queste condizioni lo sa solo l’Onnipotente o la nostra onnisciente magistratura. La richiesta di arresto era palesemente pretestuosa, e il suo arresto avrebbe voluto solo un valore, o meglio, un disvalore «esemplare», perché così piace ai cultori della legalità del nostro paese, abituati a vivere di simboli positivi e negativi, ai quali stringersi attorno o sui quali lanciare l’anatema, obbligatoriamente. Si è così confermato che il «moderatismo» messo in pratica da queste penne guardinghe è un conformismo che con molta urbanità sa venire a patti anche con le pulsioni peggiori, quando siano abbastanza diffuse. Sono i casi in cui «ascoltare la pancia della gente» diventa una virtù. Qui la sobrietà, se vi interessa saperlo, sta nell’adeguarvisi giudiziosamente, senza sbracare.

C’è qualcosa di vile e di ostinatamente meschino nel non voler riconoscere che proprio in casi come questi si vedono i frutti positivi della lunga stagione berlusconiana. Evidentemente sul lento processo di maturazione leghista fa premio la necessità di sganciare la Lega dal PDL, sia che essa ritorni al celodurismo originario, sia che diventi una «costola» della sinistra a forza di lusinghe e legittimazioni verso i «maroniani» di turno, nella speranza di trovare un giorno un Fini leghista. Per i nordisti sono due opzioni suicide, e perciò incoraggiate. L’unico futuro per la Lega è un’alleanza sempre più organica col partito di Berlusconi: i dirigenti del partito e i suoi elettori in cuor loro lo sanno, anche se il concetto non è ancora entrato nella loro testa.

Il voto è anche un segno che col tempo, dopo il colpo di mano che ha messo Monti alla guida del governo, le forze politiche si stanno naturalmente riaggregando. E si è visto che il terzo polo, quello fieramente indipendente, alla prima conta un po’ delicata, senza aver alle spalle qualche diktat europeo, si è diligentemente piegato ai dettami della stagione giustizialista. Sua Vacuità Pier Ferdinando Casini, con la tipica voluttà dei democristiani convertiti alla vulgata sinistrorsa, ha parlato di eutanasia del Parlamento, di suicidio in diretta, solo perché i suoi alleati di un tempo hanno salutato con qualche applauso l’esito del voto, come se non avvenisse ogni volta che nell’attività parlamentare si esce dall’ordinaria amministrazione. Per quanto fragile questa rinnovata intesa tra Berlusconi e Bossi ha messo in allarme la vasta platea dei corifei del «governo del presidente», tanto più che il professor Monti, a parte le pose garbatamente efficientiste, fin qui non ha affatto dimostrato il nerbo necessario per farsi sentire in Europa e per mettere in cantiere le mitiche e sanguinose riforme di cui abbiamo tanto bisogno, i due fronti sui quali è stato chiamato a combattere, «facendo presto». Che dovesse fare presto non c’è dubbio, ma non per i ben martellati motivi di emergenza che gli hanno spianato la strada, ma per cogliere l’occasione offertagli da una classe politica in stato comatoso.

E così oggi con tutta naturalezza si biasima la debolezza della Lega nei confronti di Berlusconi come non tanto tempo fa si biasimava la debolezza di Berlusconi nei confronti della Lega, e l’immobilismo che ne derivava. Tali capriole si spiegano facilmente: virtù vere se ne vedono poche in giro. Chiarezza di idee e coerenza sono merce rara. E’ molto più facile illudersi che sia possibile vellicare gli istinti peggiori dell’opinione pubblica, purché rientrino nel catalogo aggiornato del politicamente corretto, e nello stesso tempo sfoggiare la retorica della ragionevolezza e della responsabilità; sciocchi esercizi impersonati in questi giorni dai due rumorosi impostori chiamati Equità e Rigore.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Da Tremonti a Monti: la discontinuità domata

Ricordate i colpi d’ariete della retorica del “fare presto” che si abbattevano sulle mura della nostra cittadella politica? Il sentimento d’urgenza sembrava possedere quella forza di propulsione che non solo fa crollare le mura del potere, ma sa anche fornire il nuovo governo “rivoluzionario” di energia sufficiente ad approfittare dello sbandamento iniziale della classe politica e dell’incertezza delle “parti sociali” per mettere tutti davanti ai “virtuosi” fatti compiuti, e per imporsi così nel paese. Il Governo Monti in realtà avrebbe dovuto agire con l’efficacia di un Gabinetto di Guerra, salvando appena appena le forme della correttezza istituzionale, se avesse voluto essere coerente con la sua natura. E questo perché era figlio non tanto di un disegno ma di una pulsione antidemocratica a lungo covata che solo circostanze eccezionali avevano fatto trionfare. Sennonché sono bastati pochi giorni per capire che la brutta pulsione non era affatto accompagnata dalla ferrea volontà del rivoluzionario pieno di buoni propositi. Rivoluzionari a metà, il governo e i suoi laudatores hanno cominciato a cincischiare e a temporeggiare. La paroletta magica del giorno, “equità”, una di quelle infatuazioni lessicali a comando cui l’Italia va periodicamente soggetta, è salita sempre più frequentemente alle labbra dei nuovi ministri. Il governo antipolitico è diventato politico in poche settimane. E la manovra che ne sta uscendo ha tutta l’aria di una stangatina meno attenta agli interessi del paese che agli equilibri parlamentari: non una manovra di “qualità”, ma una caricatura appesantita di quanto fatto dai governi tremontiani, con una accelerata sulle pensioni compensata, come fanno a volte gli arbitri di calcio per i rigori o le espulsioni, dall’inasprimento della pressione fiscale. Siamo ancora fermi ai saldi contabili, o giù di lì, in attesa che il sentiero stretto che stiamo percorrendo si allarghi grazie ad una congiuntura internazionale favorevole, di cui per ora non si vede neanche l’ombra, che ci permetta di affrontare con più agio le mitiche, incisive riforme.

Questo è un male, ma è anche un bene. 1) E’ un male perché dimostra come l’uomo della strada, e con lui la classe politica e le parti sociali che lo rappresentano abbastanza fedelmente, non sia ancora capace di uscire dalle sue contraddizioni, e tanto urla contro le ingiustizie quanto è chiuso nella difesa dei suoi interessi particolari. I momenti difficili sono quelli meno indicati per puntare il dito contro qualcuno o qualche gruppo sociale, ma succede il contrario quando regna la sfiducia, quando la diffidenza si nasconde dietro mielate parole come “equità” e simili, e quando, nel contempo, si spera nel “deux ex machina” della crescita economica progettata a tavolino, oltre che in quello del tesoretto recuperato agli evasori fiscali. Solo che il debito pubblico non ci permette alcuna manovra espansiva, tagli alla tassazione nel breve-medio termine lo aggraverebbero, una bella potatura alla pubblica amministrazione avrebbe anch’essa nell’immediato effetti recessivi: siamo alla dittatura dell’oggi e al primum vivere, sempre che una volta passata la buriana si abbiano idee chiare e volontà di rigare dritto. Realisticamente, possiamo solo sperare in una stagnazione virtuosa, non in una fantomatica crescita, i nudi numeri della quale nascondano un risanamento sostanziale della struttura sociale ed economica. 2) E’ un bene perché dimostra come le scorciatoie antipolitiche alla politica prima o poi siano ricondotte. Sarebbe una beffa, per Monti, se il suo governo dovesse trovare nel partito di Berlusconi la colonna portante in parlamento, ma l’ipotesi è del tutto realistica. Lo stesso Berlusconi potrebbe essere interessato ad una prova di forza indiretta col partito di Bersani, cosciente che, stando così le cose, se i malumori non saranno pochi nel Pdl, essi saranno molto maggiori in un Pd incapace di costruire una “ragionevole” unità socialdemocratica a sinistra, e perciò costretto a correr dietro da una parte all’ampia schiera della sinistra antagonista e dall’altra a cercare l’innaturale alleanza tattica col centro che gli ha fatto abbracciare l’ipotesi Monti. Al partito del Cavaliere questo ostentato “senso di responsabilità” risulterebbe vantaggioso per il futuro anche nel caso l’esperimento Monti dovesse fallire, in quanto dimostrerebbe l’impraticabilità di soluzioni moderate anti-berlusconiane. Inoltre, una Lega nuovamente secessionista sarebbe col tempo condannata all’emarginazione, e potrebbe spaccarsi: in ogni caso una grossa parte del suo elettorato sarebbe destinata a confluire in quello della creatura berlusconiana.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Governo Monti: la partita è soltanto all’inizio

Berlusconi è uscito di scena con saggezza. Ha saputo ragionare con freddezza e ha avuto un occhio di riguardo per l’Italia. La tempistica è stata brutale, ma quando agiscono sopra di noi forze superiori è bene adeguarvisi senza disperdere inutilmente le proprie. Ovviamente, nella testa dell’ex Presidente del Consiglio questa non è che una ritirata strategica, anche se non sarà più lui in futuro a guidare le truppe. In piazza a fare gazzarra non c’era la plebaglia del Caimano, ma quella dei fissati col Caimano: la prima, che non esiste, è solo il riflesso della seconda, che esiste. Ora comincia l’interludio, non si sa quanto lungo, del governo Monti, commissario per conto dell’informale direttorio europeo. Il quale certo lo appoggerà, facendosi sentire presso la classe politica italiana. Ma è fatale che dopo l’ebbrezza dell’intronizzazione un po’ alla volta la politica scacciata dalla porta rientrerà dalla finestra. La realtà è che tutti si tengono le mani libere e che domina l’ambiguità. Non può essere diversamente perché lo stesso Monti, o i suoi ventriloqui della grande stampa, si dimostrano ambigui. I toni roboanti, le stucchevole tirate sul “fare presto”, servono proprio a surrogare una schiettezza che non c’è: si alza il volume, ma manca la chiarezza. Si vedrà che anche il “governo del fare” di Monti, come quello di Berlusconi, dovrà trovare una maggioranza politica che lo sostenga. E finché si tratterà di sciocchezze potrà anche essere una maggioranza vasta o variabile, ma poi, quando il gioco si farà duro, e si parlerà di pensioni, lavoro, liberalizzazioni e patrimoniali o questa maggioranza non si troverà, oppure da una qualche parte dovrà assestarsi. Un comico frutto di questo balletto intellettuale fra ferrei propositi e tattiche reticenze si trova in un editoriale del Corriere della Sera a firma di Angelo Panebianco, che scrive:

Un altro errore da evitare (è il problema più delicato) riguarda la navigazione dell’esecutivo. Con i suoi provvedimenti, il governo Monti non dovrà dare l’impressione di penalizzare sistematicamente gli elettori di una parte rispetto a quelli dell’altra, mettendo così in una situazione insostenibile qualcuna delle forze che lo appoggiano. Qui conterà soprattutto la grande esperienza politica di Napolitano.

Ma come? Non doveva servire il governo Monti ad implementare con energia e celerità le misure imposte dall’Europa senza guardare in faccia nessuno, ma facendole accettare lo stesso grazie alla sua autorevolezza, cui il senso di responsabilità dei politici doveva inchinarsi? La situazione è grave, ma non seria, parrebbe: anche per i contegnosi e consapevoli patrocinatori del governo “tecnico” è già tempo di mezze misure, prima ancora di cominciare. Nel giro di una settimana, silurato Berlusconi, alle mezze calzette di Confindustria o del club montezemoliano la sola idea della “macelleria sociale” – ossia ciò che “l’Europa ci chiede” – sembrerà brutta quasi come ai Bonanni e agli Angeletti. Lascio stare la Camusso, che è un caso disperato. In effetti, nonostante i proclami dei firmaioli del Sole24Ore, nessuno di loro si aspetta che Monti abbia la forza e la volontà di mettere in atto un’impopolarissima politica “liberale” in materia di pensioni e lavoro. Dirò di più: loro stessi non lo vogliono. Il disegno è quello di compensare una “mezza risposta” all’Europa con una patrimoniale coi fiocchi. Un’italianissima furbizia, che avrà stavolta il timbro della più alta moralità e alla quale sarà altamente responsabile conformarsi. Monti, che non è affatto un cuor di leone, e con lui tutto il resto dell’establishment, comincerà a pendere sempre più verso sinistra, a cianciare di condivisione e di tavoli allargati sotto lo sguardo non troppo compiaciuto dei suoi sponsor europei. Il Pdl, se vorrà dimostrare di non essere morto, potrà gridare al tradimento dell’agenda europea e proporsi come il solo (grande) partito “potenzialmente” credibile in materia di riforme, anche se è probabile che una parte dei parlamentari azzurri andrà ad ingrossare il fronte dei… “responsabili”. Ma a quel punto l’emorragia conterà poco o punto in vista delle elezioni. Se invece il commissario riluttante Monti non vorrà finire per essere commissariato a sua volta dagli odiati tecnocrati europei, e non vorrà ingloriosamente dimettersi pure lui, dovrà per forza andare col cappello in mano da Berlusconi, che così otterrà la sua rivincita, e potrà, in caso di felice esito parlamentare, farsi passare per salvatore della patria e rimediare così anche all’impopolarità delle misure prese. In effetti, una volta superata la delusione della sconfitta, l’idea che subito si è insediata nella mente di Berlusconi è quella di fare del Pdl la colonna portante, insostituibile, del governo Monti, e di vincere, per così dire, la partita dall’interno. Per la sinistra politica, ovviamente, vale lo stesso discorso, per i motivi opposti. Con queste differenze: che l’agenda europea non contempla patrimoniali, tanto più nel momento meno indicato, quando si cercano disperatamente risorse per la ripresa; che essa cozza dolorosamente con le idee d’ingombranti compagni di strada; e che più il tempo passa, più l’abbrivio che doveva portarla in posizione di forza alle elezioni si esaurisce.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Il fantasma del partito cattolico

Gran confusione sotto il cielo del nuovo partito “cattolico”. La speranza di far fuori Berlusconi prima della fine naturale della legislatura è riuscita a nobilitare quest’idea stravagante perfino fra gli anticlericali. Così il nulla a forza di chiacchiere interessate si è condensato fino a formare una nuvola vaporosa che aleggia sopra il centrodestra. Sappiatelo fin d’ora: non se ne farà nulla, del nulla. Tutto il dibattito sul futuro dei cattolici in politica, sul futuro del PDL, sul passato chiamato Democrazia Cristiana, è falsato dall’interpretazione del berlusconismo come fenomeno eccezionale ed anomalo della vita politica italiana. In realtà, come non è mai esistito, nella testa degli elettori, un partito “di Berlusconi” vero e proprio, così non è mai esistito, nella testa degli elettori, un vero e proprio partito “dei cattolici” che si identificasse con la Democrazia Cristiana.

Nel dopoguerra alla Balena Bianca capitò semplicemente di raccogliere il consenso dell’elettorato conservatore, moderato, filo-occidentale e anticomunista, cattolico o no che fosse. Fu l’emergenza e l’istinto di conservazione a spingere gli italiani spaventati dal fronte popolare social-comunista ad aderire in massa al “fronte popolare” cattolico. A differenza però degli altri paesi europei al di qua della cortina di ferro, l’Italia fu l’unico paese a vivere politicamente il blocco della guerra fredda al proprio interno. Per la Democrazia Cristiana il potere politico divenne una specie di sinecura. Ed essa col tempo si curò sempre meno di trovare una sintesi programmatica delle varie istanze provenienti dall’elettorato che essa rappresentava. Ciò impedì la nascita in Italia di un partito conservatore moderno: non quel magnifico, illuminato consesso di uomini esperti e disinteressati partorito dalla mente astratta e furiosa dei nostri liberali, ma un decente contenitore politico in armonia coi tempi e con la storia del popolo italiano. In Francia la cosa si concretizzò col gollismo. In Germania (Ovest) con la CDU-CSU. Perfino in Spagna bastarono pochi anni di vita democratica perché Alianza Popular, un partito di destra relativamente piccolo, originariamente votato dai nostalgici del franchismo, coagulasse intorno a sé altre formazioni politiche e il consenso dell’elettorato moderato-conservatore, e formasse così il Partido Popular. La DC divenne invece sempre più un soggetto passivo che interloquiva con tutti tranne che con la propria base elettorale: occidentale in politica estera, ma senza fare un passo più del necessario, anzi; ortodossa nel campo della morale cattolica, ma con spirito di rassegnazione, e allo stesso tempo incapace d’imbarcare compagni di viaggio meno ortodossi ma utili alla causa; capitalista, ma attraverso la via socialista.

Il ciclone di Mani Pulite spazzò via la DC. Ma non poteva spazzare via il partito conservatore che viveva nella testa degli elettori. E Berlusconi non poteva inventare questo partito dal nulla. Ne prese le redini, che giacevano a terra e che nessuno aveva il coraggio di prendere in mano. Naturalmente lo fece a suo modo, con molto pragmatismo e con uno stile carnevalesco che ha fatto inorridire gli esteti della politica. Fu un’impresa personale, ma rispondeva ad una richiesta profonda e razionale della società italiana. Il timbro di quest’impresa è servito ai soliti noti per adombrare fantomatici pericoli di cesarismo e per avallare la barzelletta del partito di plastica e di quello personale. Il partito berlusconiano è stata una tappa necessaria di un’evoluzione che per troppo tempo è stata innaturalmente bloccata. Che abbia avuto più i caratteri di una traversata nel deserto che quelli di una crescita tranquilla, ciò dipende dagli odi e dagli interessi di una sinistra che la propria evoluzione verso un partito socialdemocratico normale, europeo, in armonia anch’esso coi tempi e con la storia del popolo italiano, non ha mai veramente cominciata. La sinistra ha preferito la finzione antistorica del PD. Essa, potere reale nel paese, ha poi trascinato tutti gli altri poteri reali nell’avversione antropologica a Berlusconi. Ma Berlusconi ha resistito. E il dopo Berlusconi non avrà bisogno di salvatori. Il futuro partito conservatore italiano non potrà essere né una nuova DC né il partito di Berlusconi. Ma non potrà essere nemmeno un partito che rinnega la DC e che tanto mano rinnega Berlusconi. Quando Berlusconi si ritirerà dalla scena politica, probabilmente già con la prossima legislatura, ciò non segnerà la fine del berlusconismo, perché il fenomeno “berlusconismo” nell’accezione totalitaria che ne danno i democratici apocalittici non è mai esistito. E quindi non significherà nemmeno la sua sconfitta personale. Berlusconi ha costruito, non ha distrutto, piaccia o non piaccia. Mentre il partito cattolico non esiste e non è mai esistito veramente. Un partito cattolico è condannato ad uno stato di minorità permanente. Oggi è solo un prodotto della paura.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

La Lega al bivio

Non sono passati poi molti mesi da quando la quasi totalità dei commentatori politici profetizzava un avvenire roseo per il partito di Umberto Bossi. Un partito che in un futuro non lontano sarebbe stato destinato addirittura a mangiarsi il PDL e a scendere vittorioso giù per l’Appennino. Tra questi, molti che oggi motteggiano con aria di superiorità sulle castronerie dialettiche del Senatur. Si argomentava che in fondo la Lega Nord era un partito “vero”, con una sua giovane classe dirigente formatasi sul “territorio”, nel bene e nel male vicino alla gente, e questa terragna realtà veniva contrapposta alla (supposta) gassosa inconsistenza del partito berlusconiano. A chi oggi cerca disperatamente statisti, e che ieri magari ammirava questo fattivo attivismo, facciamo notare che esso era inversamente proporzionale all’angustia del messaggio leghista, cui sopperiva appunto presidiando gelosamente territori, tematiche, parole d’ordine. Erano le due facce della stessa medaglia. Lo zenit del consenso era stato invece raggiunto: si fa prima a massimizzare l’efficacia di un messaggio politico dal potenziale limitato, anche perché nell’arte assai prosaica di amministrare un comune raramente ci si trova a dover pagar dazio per aver espresso la propria stravagante opinione sui destini della nazione o dell’umanità.

A dare il primo scossone a questa beata rendita di posizione è stata la scissione finiana. In quel momento la Lega avrebbe potuto abbandonare Berlusconi al suo destino, ma poi, per avere qualche prospettiva concreta, o avrebbe dovuto ridefinirsi come “partito nazionale”, oppure avrebbe dovuto accentuare la sua natura identitaria e “rivoluzionaria”. La prima ipotesi avrebbe sottoposto il partito ad un vero travaglio e in ogni caso non c’erano i tempi per affrontare la questione, la seconda era semplicemente irrealistica: ammesso, e non concesso, che avremmo assistito a livello popolare ad un ritorno di fiamma del secessionismo, si sarebbe trattato in ogni caso di un fuoco di paglia, destinato a spegnersi pian piano, ma ineluttabilmente, nel folklore. Questa seconda opzione fu già esplorata dalla Lega dopo che essa ruppe con Berlusconi nel 1994 principalmente sul tema – guarda caso – delle pensioni. Alle elezioni politiche del 1996 ottenne il 10 e rotti per cento, per piombare però – almeno fino al franco successo del 2008 – ad un regolare 4-5% nelle successive elezioni politiche, regionali ed europee. Ragion per cui la Lega nei mesi scorsi, volente o nolente, è rimasta a fianco del Cavaliere.

La manovra finanziaria di questi giorni è per la Lega l’ennesimo banco di prova. Il nervosismo all’interno del partito è ancor più accentuato di quello che attraversa il PDL. La sensazione è quella di essere in trappola, senza che ci sia nessun agente esterno cui dare la colpa. Un partito non può essere “di lotta e di governo”. Ci provò anche il PCI. E pagò l’ambiguità, anche dopo il cambio di ragione sociale, abbonandosi al ruolo di minoranza. Se Bossi è tornato ad agitare lo spadone della Padania come negli anni ruggenti, significa che le pressioni degli alleati sul tema delle pensioni si stanno facendo sentire, e che la Lega, finito il teatrino, si acconcerà a cedere in cambio di un alleggerimento dei tagli agli enti locali: si acconcerà, insomma, a diventare ancora di più “partito di governo”, e ad essere sempre più inglobata nel blocco “conservatore”. Mentre nel PDL i mali di fondo che la crisi politica ed economica dell’Occidente ci costringe ad affrontare sono diventati un’occasione per un vivace dibattito interno sulla natura “liberale” del partito. La scarsa consapevolezza di molti dei protagonisti, le contraddizioni, la goffa cacofonia del dibattito non devono ingannare. Questo è tipico della politica, non solo in Italia. Ma significa anche che l’idea berlusconiana continua ad essere feconda, e che è più grande, in generale, dei suoi interpreti. Ed è questo che conta alla fine: e qui parlo di politica, di partiti, non di finti-partiti, non di consorterie montezemoliane, o di parrocchiette liberal-radicaleggianti, che pontificano su questa merda di paese grazie al privilegio di non dover costruire politicamente nulla.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Terremoti immaginari

Lungi dall’aver dato il segnale di una rivoluzione e di un crollo, il primo turno delle amministrative ha confermato ancora una volta il modo in cui si è strutturato il consenso elettorale nella penisola dopo i fuochi d’artificio di Mani Pulite. Questa struttura è il risultato di una politica e di una non-politica. Non sarà certo il risultato finale della competizione meneghina a ribaltare questo fatto: Milano non rappresenta né la Lombardia, né il nord. E il comune di Milano, una piccola realtà territoriale abitata da un milione e trecentomila abitanti circa, meno di un settimo di quelli della regione – in questo molto diversa da Roma il cui grande comune ingloba tutta la città, e ospita pressoché metà degli abitanti del Lazio – non rappresenta nemmeno l’intera Milano, esempio in grande di tutte quelle città del nord i cui confini sfumano insensibilmente nell’immenso quartiere residenziale chiamato pianura padana. Varrebbe il caso di ricordare che cinque anni fa, in questa “Milano”, Letizia Moratti fu eletta sindaco con appena il 52% dei voti, a fronte del 47% dello sfidante Ferrante, che partiva strabattuto. E varrebbe anche il caso di ricordare, per trovare un’analogia con una realtà demograficamente non dissimile da quella lombarda appena al di là delle Alpi, che la Monaco di Baviera testardamente socialdemocratica è la capitale del Land storicamente più conservatore di Germania.

In caso di sconfitta della candidata del centrodestra l’unico rischio per il governo verrà dall’isterismo che da sempre accompagna la politica italiana, giornali compresi. Rischio molto, ma molto teorico, in quanto sono proprio gli scossoni a dimostrare che l’alleanza tra il PDL e la Lega è più forte dei malumori della parte più vociante della base e della statura non sempre all’altezza, a dir poco, dei protagonisti. E questo sta a dimostrare inoltre la lungimiranza e la validità del progetto politico berlusconiano del 1993-1994, l’unico serio dal tramonto della prima repubblica, al netto di quel folklore – compreso quello “televisivo” – su cui si attardano ciecamente i critici del berlusconismo. E’ un errore pensare che la battuta d’arresto leghista sia dovuta all’alleanza col PDL: una Lega isolata potrebbe bruciare tutto il suo consenso in una o due tornate elettorali percentualmente gratificanti, ma poi andrebbe incontro ad un declino ineluttabile. I leghisti lo sanno, anche quando non se lo dicono. Il messaggio politico leghista è limitato, ed ha una funzione importante ma in ultima analisi ancillare rispetto al progetto del grande partito conservatore che fu nella mente di Berlusconi sin dall’inizio della sua avventura politica. L’apogeo del consenso elettorale la Lega lo ha già raggiunto. Quel radicamento territoriale che, nel bene e nel male, si riconosce con ammirazione alla Lega diventa una palla al piede quando la politica deve per forza abbracciare orizzonti più vasti: dice niente la storia del PCI, un partito organizzatissimo e fortissimo in molti settori della società italiana, e perenne espressione di una minoranza? La marea leghista che doveva egemonizzare l’elettorato conservatore nordista non c’è stata, e noi, nel nostro piccolo, l’avevamo previsto. Non sempre il partito “leggero” è una maledizione. E così succede che malgrado tutto – le defezioni, i movimentini, i mal di pancia, e i molti cretini – le varie forze del centrodestra continuino progressivamente a convergere verso un baricentro che è figlio di un’intuizione esatta.

Il capitolo della non-politica riguarda la sinistra, che di questo baricentro ideale, e tanto meno di quello reale, è priva. Il progetto democratico è stato un progetto fuori della storia, proprio perché non ha fatto i conti con la storia. Invece di fondare una sinistra solidamente e pacificamente socialdemocratica, dentro se stessa e nei confronti degli avversari politici, il grande balzo in avanti democratico ha fatto crescere a dismisura un’area antagonista frastagliata ma che ormai contende al PD la leadership dell’opposizione alla creatura berlusconiana. Il Partito Democratico ha continuato ad allevare in seno il serpente della diversità, camminando sul sentiero tracciato da Berlinguer con quella “questione morale” che fu lanciata in grande stile per poter uscire vergini ed ancor migliori dal marxismo: il giacobinismo debole del PD ha alimentato quello forte ed intransigente cresciuto alla sua sinistra. Ed è per questo che il PD ha cercato spesso una via d’uscita alla sua destra. Ma un centrosinistra moderno si fonda su una svolta che coinvolga la sinistra nella sua globalità e nella sua identità, non allungando il vino della sinistra con l’acqua del centrismo. Operazione, quest’ultima, che d’altra parte non funziona neanche come politique politicienne, vista l’ostilità dell’elettorato centrista a far massa critica in quei fronti popolari che poi si rivelano necessari ad abbattere il “regime”. E così succede che la sinistra riesce ad riunirsi solo in nome dell’emergenza antiberlusconiana, in cui l’opposizione è costretta a piegarsi alle ragioni della “vera opposizione”, ossia coi più coerenti seguaci della vulgata che la prima ha creato: triste scenario, vecchissimo, e fallimentare.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Berlusconi conserva la maglia rosa

A dimostrazione che le care vecchie passioni dominano nel mondo moderno come dominavano ai tempi di Achille ed Ulisse, non solo gli scalmanati predicatori delle gazzette di sinistra ma pure gli augusti opinionisti dei noiosi e tremebondi fogli della borghesia illuminata si sono ora ridotti a sperare nei leghisti pur di non vedere il Caimano trionfare beffardamente su tutta la linea. Oggi, poveretti, scommettono sulle elezioni, come prima, poveretti, scommettevano sul naufragio del berlusconismo. Quelle stesse elezioni considerate l’ultima, dubbia, e “irresponsabile” ancora di salvezza per la barchetta pidiellina si è trasformata ora nella “loro” ancora di salvezza. Tranne qualche voce isolata, il sentimento di fondo che tiranneggia questi fatui apostoli della ragione, sempre pronti a prendersela col populismo degli altri, è quello della rivalsa, del desiderio irrazionale di aver ragione a tutti i costi.

Il flottante nel bel mezzo della Camera dei Deputati era abbondante fin dall’inizio della crisi, tant’è che i più entusiasti fra gli agit-prop del terzo polo hanno sempre parlato di un potenziale di un centinaio di deputati. Uomini insomma, sensibili a ragioni nobili e meno nobili. Lo hanno visto loro, questo potenziale, perché non poteva vederlo fin dall’inizio quella volpe del Berlusca? Frignare oggi di “compravendite” è solo un esercizio autoconsolatorio, oltre che un riflesso pavloviano, utile per condire le stracche epopee giustizialiste dei media, non certo un contributo ad un’analisi seria della situazione. In realtà solo una crisi di panico, che non c’è stata, poteva affondare il PDL. Respinta la mozione di sfiducia, il Caimano in cuor suo è convinto di aver scavallato in testa sullo Stelvio e si appresta a caracollare comodo in discesa. Pure lui scommette, ma con qualche ragione in più dei suoi avversari. Scommette sull’effetto psicologico della “sorprendente” vittoria nella mozione di sfiducia, sommato a quello derivante dalla delicata situazione economica europea e italiana. Messo in soffitta l’imbroglio del governo tecnico, o di responsabilità nazionale, o di quel che volete, il mantra dell’irresponsabilità di nuove elezioni si sta rivoltando come un boomerang contro le opposizioni. E il furbacchione, con i più amabili e sorridenti dei modi, lo sta volteggiando come una clava sopra la testa degli oppositori e dei più nervosi fra gli alleati. Pure la Chiesa, che nei momenti topici sa essere più realista del re, si sta muovendo adesso in questo senso, con tanti saluti a Gianni e Pinotto, alias Casini e Buttiglione. Occorre sottolineare, inoltre, che Bunga Bunga Berlusconi, spalleggiato dal Vaticano, parla alla nuora Casini perché i suoceri suoi deputati intendano? Spero di no. In quanto alla Lega, le insistenze, peraltro intermittenti, di Bossi e di qualche suo colonnello sul voto a marzo si spiegano con la volontà di tener buoni gli spiriti bollenti del partito e della base; e con la consapevolezza, però, che gli obbiettivi politici dei leghisti sono legati a doppio filo alla salute politica di Berlusconi: senza di quella qualche decina di parlamentari in più – allo stato attuale del tutto teorici, non abbiamo imparato nulla dal recentissimo passato? – non servirebbe ad un fico secco. Ragion per cui in caso di allargamento al centro della maggioranza la Lega si piegherà, tanto più che questo allargamento avverrà con tutta probabilità con la cooptazione di singoli individui, non di sigle politiche, almeno non di quelle esistenti.

Intanto la sinistra, incapace di guardare in fondo a se stessa, continua a sbattere la testa contro il muro. La furia cieca e sempre più scopertamente insensata della piazza è figlia soprattutto della propria frustrazione. Darle il nome di Berlusconi oramai comincia a far ridere anche chi scrive sui giornali, notoriamente simpatetico coi facinorosi democratici, figuriamoci la maggioranza silenziosa che al massimo guarda i telegiornali. E se Gasparri parla di azione preventiva, diciamo una bella azione di bonifica all’interno dei centri sociali, l’uomo nuovo Vendola, nel 2010, altro non sa che scomodare il fascismo, immaginandosi che qualcuno, a parte la sua numerosa setta, lo prenda sul serio. Ad esser cresciuto in questi anni è proprio questo senso di frustrazione, rottamatori compresi, e proprio perché ad egemonizzare le teste poco pensanti dei militanti sono sempre le due non-soluzioni a questa annosa impasse: quella tutta tattica dell’alleanza col centro, quella ideologica e identitaria veterosinistrorsa. Sono due forme di nichilismo politico. Di che sorprendersi se la questione rimane disperatamente irrisolta? E la cosa è talmente chiara che pur di non vederla l’ossessione antiberlusconiana ha assunto forme grottesche. Una volta c’era l’anomalia “comunista”, oggi c’è quella “democratica”, la quale, nella fuga in avanti e nel non detto, della prima è figlia. Cosa ci sia in mezzo non lo spiego, perché mi sono stufato. Dico solo che di lì prima o dopo si dovrà passare. E che è meglio prepararsi.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Otto lunghi giorni

Mancano ancora otto lunghi giorni – equivalenti a ben sedici rotazioni complete della lancetta delle ore sul quadrante dell’orologio, tutte da contare, minuto per minuto – al momento fatale della votazione sulla mozione di sfiducia contro il suo governo, e ormai ne hanno tutti le tasche piene, compreso qualche sciocchino dei suoi, che non riesce a capire come l’esasperazione possa lavorare a suo favore. Bene bene, direi, caro Cavaliere. Sarebbe imbarazzante per i megafoni dell’isterismo di casa nostra andare a leggere cosa scrivevano i giornali e a risentire cosa strillavano i telegiornali appena un mese fa: epigrafi trionfalistiche o fumanti di frustrazione e voglia di rivincita. Comunque epigrafi. E inviti al suicidio “responsabile”. Ma lo smottamento non c’è stato, proprio per niente. Si è reso quindi necessario da parte dei wishful thinkers de noantri riformulare giorno per giorno in foggia diversa la favoletta del crollo.

Siccome se le cantano e se le suonano in compagnia, la versione assai più guardinga che oggi si passano l’un l’altro è questa: caro Cavaliere, al Senato molto probabilmente ce la fai, alla Camera probabilmente no, ma anche se ce la facessi, sarebbe irresponsabile cercar di governare con due o tre voti di scarto. A questa scartine e ai legulei intanto diciamo: 1) può darsi, ma l’onere della prova spetta ancora una volta all’opposizione, che fin qui ha toppato; 2) al riparo della legge si possono fare un mucchio di mascalzonate; se ne fanno ogni giorno, ed è inevitabile che sia così se vogliamo continuare a vivere in un regime di libertà; però con rapporti di forza così plasticamente evidenziati in parlamento, che il suicidio preventivo e “responsabile” dell’allocco Berlusconi avrebbe occultato, vogliamo proprio vedere chi vorrà andare incontro al suicidio morale e politico di un legalissimo “ribaltone” sotto l’occhio umiliato ed offeso di un elettorato conservatore in attesa di vendetta.

Inoltre, caro cavaliere, io e lei non ci facciamo infinocchiare dal tam-tam. Tale tanto più ragionevole versione è reticente, incompleta. Quindi, mezza falsa. Si basa sul presupposto che lo smottamento, prima ma eventualmente anche dopo il voto, e sottolineo il “dopo”, possa avvenire solo nel campo dei berlusconiani e non in quello degli antiberlusconiani. E perché mai? Una cosa è chiara: i polli del terzo polo e i giornali di riferimento – in breve, il partito degli irresponsabili con la puzza sotto il naso – si sono cacciati in un pasticcio dal quale non sanno più come uscire se non facendo appello, in ultima analisi, al senso di responsabilità del Cavaliere; il quale, da parte sua, non essendo un democristiano addomesticato, fa saggiamente marameo – hic manebimus otpime – rispedendo con molto comodo dall’altra parte della rete l’accusa d’irresponsabilità.

In otto lunghi giorni di snervante bonaccia le cose matureranno segretamente fino al momento in cui, sotto la pressione montante, l’esito del combinato congiunto di coscienza, paura, ambizione ed interesse precipiterà da una parte o dall’altra nell’animo delle persone. Fino ad allora son solo chiacchiere. Intanto il nervosismo cresce. Cosicché mentre i pasdaran di Fini, Casini e Rutelli precettano i deputati delle loro parrocchiette facendo firmare loro la mozione anti-Cav e preannunciano per la Camera numeri blindati in suo favore, dalla bocca degli stessi boss del terzo polo escono ogni giorno proposte di una chiarezza che fa rimpiangere perfino i geroglifici concettuali dei tempi gloriosi delle convergenze parallele, nelle quali si adombrano le possibili soluzioni della crisi in mano al cavaliere, o meglio ancora, al PDL. Mentre Angelo Panebianco, che scrive per il disperatissimo Corriere della Sera, parla di questo cul-de-sac, che è il loro, e anche quello del suo giornale, come del cul-de-sac di Berlusconi. E gli fa una proposta:

Ma se vuole tutto questo deve per forza uscire dal bunker. Deve avere il coraggio di offrire ai «terzopolisti», in nome dell’emergenza nazionale, un Berlusconi bis incardinato su poche e chiare proposte: oltre a mantenere l’impegno sul federalismo, deve assicurare interventi sull’economia (concordati sia con Tremonti che con Fini) che rassicurino i mercati e aprano vere prospettive di sviluppo. Deve offrire, inoltre, una disponibilità alla riforma elettorale: con l’unico vincolo che, a differenza di quelle fin qui ventilate, sia una riforma che salvaguardi il bipolarismo (cosa che Fini ha più volte detto di volere). E deve accantonare il tema della giustizia: non perché di una riforma della giustizia non ci sia bisogno (chi scrive pensa che sarebbe necessaria, eccome) ma perché è un fatto che Fini non la vuole e altri conflitti su quell’argomento, mentre il Paese rischia di incappare in una crisi finanziaria, risulterebbero incomprensibili agli italiani. Se poi la proposta verrà rifiutata, allora Berlusconi avrà almeno la possibilità di lasciare il terzo polo con il cerino acceso in mano, ad assumersi la responsabilità di una crisi al buio in un frangente così difficile.

Ma porca miseria, un filino di spina dorsale voi cagasotto della grande stampa ex borghese non riuscite mai a dimostrarlo? Il suo giornale scrive che Napolitano sta cercando una via d’uscita al ribaltone e alle urne, ad una situazione cioè che voi sciagurati avete aiutato a creare, titillando le ambizioni della destra “presentabile”, nel miglior dei casi l’ennesima incarnazione di quello spocchioso pseudoliberalismo che dal Partito d’Azione in poi si è segnalato soprattutto per l’infinita insipienza politica. Nello stato di “emergenza nazionale” l’unico coraggio veramente utile dovrebbe essere il vostro: il coraggio di chiedere scusa per il casino che da apprendisti stregoni avete combinato; il coraggio di fare voi, e i vostri noiosi beniamini, quel famoso “passo indietro” che c’introna gli orecchi da lustri per motivi risibili e che per miracolo una volta tanto sarebbe opportuno. Invece il “liberale” Panebianco ci propone quale “atto di coraggio” la vecchia “concertazione” con la più ricattatoria al momento delle parti politiche, sulla base di un vasto e vago programma – altro che poche e chiare proposte! – dal quale, viltà delle viltà, viene depennata la riforma della giustizia, non quella di Berlusconi, ma qualsiasi riforma della giustizia, indigeribile per l’ibernato neocampione della società civile Gianfranco Fini.

Chiacchiere. Non sarebbe affatto sorprendente, al contrario, che la pressione degli eventi non solo spingesse il parlamento a dare la fiducia al governo Berlusconi, ma che sull’onda della fiducia a sfaldarsi fosse proprio la falange centrista, ai cui superstiti, o a molti di essi, non resterebbe altro che andare a rimpolpare la truppa berlusconiana. E che per eterogenesi dei fini l’inattesa conclusione della crisi dovesse servire la testa dei Casini, dei Fini – e dei Montezemolo – su un piatto d’argento a Berlusconi.

[pubblicato su Giornalettismo.com]