Articoli Giornalettismo

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (119)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

MONI OVADIA 25/03/2013 Quando si tratta di liquidare un avversario politico, la prima mossa del giacobino è quella di negare al malcapitato la dignità di avversario politico. Ciò lo legittima ad usare mezzi non politici. La seconda mossa è quella di denunciare la profondità del male che sta corrodendo la nazione, e l’urgenza di porvi rimedio. Ciò gli permette d’eliminare l’infame in forza di una misura di salute pubblica, termine con cui i cultori della legalità nobilitano l’arbitrio. Alla manifestazione per l’ineleggibilità del Caimano promossa dai fanatici di Micromega c’era anche Moni Ovadia, il quale, in obbedienza stretta alla regola sopramenzionata, ha parlato di Berlusconi come «di un Re Sole che non è un avversario politico perché è pieno di privilegi», e del berlusconismo come di «una patologia che si protrae da venti anni ma non per questo ciò significa che è meno grave». Attraverso le sue opere l’artista di origine ebraica è alfiere, credo di capire, di una tollerante, carnevalesca e cosmopolita fratellanza. Che a me andrebbe anche abbastanza bene, se non fosse che l’umanitarismo intransigente di queste icone della società civile, quando si tratta di abbattere il «male», si distingue immancabilmente per la sua disumanità.

[Update 02/04/2013 Moni Ovadia ha risposto sul sito web de “L’Unità” al mio ferale attacco con queste parole: “Google alert, questa settimana, mi ha portato un gioiello di logica proberlusconiana di raro pregio, apparso sul sito Giornalettismo a firma Massimo Zamarion. Lo riporto integralmente per la delizia del mio lettore: (…) L’estensore di questa perla mi definisce giacobino e fanatico perché chiedo, insieme ad altri cittadini, di applicare una regola fondamentale di ogni democrazia liberale ovvero che nessuno, si chiami Berlusconi o pinco pallino, possa essere candidato ad elezioni qualora sia titolare di concessioni pubbliche e, in particolare, nel campo dei media. Fare un appello raccogliendo firme per chiedere il rispetto della Costituzione e l’applicazione corretta di una legge vigente promulgata dal parlamento sovrano sarebbe «liquidazione di un avversario politico» con altri mezzi (quali? La ghigliottina? La garrota?). Come se non bastasse questa stupidaggine, Zamarion mi definisce disumano contro ciò che io stesso diffondo nei mie spettacoli, ovvero l’umanesimo etico e spirituale del mondo yiddish. Ma quel mondo glorifica lo splendore dell’uomo fragile, la bellezza malinconica dello sradicato che elegge come patria l’esilio e per questo sa librarsi fra cielo e terra. Berlusconi incarna l’esatto opposto di quell’umanità sublime perché celebra l’idolo del privilegio, della disuguaglianza, della mistica del capo. Non a caso non perde occasione per incensare Mussolini. Ma i suoi sacerdoti, apologeti del nonsenso ossequiente ai desideri del Principe, sono proni a tal punto che non si vergognano di chiamare umanesimo l’incessante sfregio della democrazia.” Me ne sono accorto solo ieri, e ho cercato di mandargli un commento in risposta. Ma sarà che sono arrivato fuori tempo massimo, sarà che sono imbranato, sarà che sono stato tremendamente efficace, il commento non è apparso. E allora lo riporto qui per la delizia del mio lettore: “La mia rubrica è chiaramente provocatoria, spesso semi-umoristica e a questo fine usa parole pepate. Ma è leale e schietta. Non insinua, non allude, va dritta al suo scopo. Pur essendo me stesso e pur essendo dichiaratamente berlusconiano, i miei strali sono caduti impietosamente una volta anche su me stesso e spesse volte anche sul Berlusca. Chi vuole può controllare nell’archivio. (…) Lo scopo del mio attacco a lei era quello di inchiodarla alle sue contraddizioni. Nientepopodimeno. Che poi sono le contraddizioni di molti campioni dell’umanità del passato, pronti a ostentare una finissima sensibilità per tutto ciò che è umano, nella sua ricchezza, nella sua fragilità, nella sua diversità ecc. ecc. Lo stesso Robespierre si considerava un “intransigente” democratico e liberale, e nel 1791 fu il primo deputato a perorare in un parlamento europeo la causa dell’abolizione della pena di morte che descrisse così: omicidio giuridico, crimine solenne, vile assassinio, usanza barbara ed antica, il più raffinato esempio di crudeltà. Due-tre anni dopo ghigliottinava su scala industriale. Tocqueville notò poi come la letteratura pre-rivoluzionaria grondasse sentimentalismo e umanitarismo. Se lei dimostra tanta comprensione per questa povera umanità, tanto da fare dell’ebreo di cultura yiddish – cittadino del mondo per forza, e quindi quasi per forza sollevatosi sopra le miserie nazionalistiche e materiali – colui che meglio la interpreta e meglio la riscatta, perché poi da quelle altezze cede pure lei alla ridicola mostrificazione del Berlusca e alla caricatura della plebe che lo vota, nonché dei suoi “sacerdoti”? Perché poi cede a quel ridicolo concetto semi-religioso della democrazia proprio dei giacobini e alla ridicola semi-divinizzazione della Costituzione e al legalismo capzioso di chi cerca pretesti? Sono cose proprie dei millenarismi e delle ideologie. Che si sa, sono settarie per natura. Non vi accorgete che state professando una specie di Religione del Libro?”]

BILL GATES 26/03/2013 La gente, specie quella che si fa passare per responsabile e consapevole, non ama gli imprenditori, ma di solito tale invidiosa disistima è inversamente proporzionale alla loro ricchezza. Ed è così che il massimo del disprezzo va al «padroncino», mentre quando supera un certo fatturato al ricco imprenditore è concessa la possibilità di diventare fascinoso, se appena appena costui ostenta «idee di progresso». Ed è per questo che molti magnati si danno a una ben pubblicizzata filantropia, sempre politicamente corretta, e in quanto tale spesso meschina e deprimente. Bill Gates, per esempio, ha appena lanciato un bando per l’ideazione e la progettazione di un super-preservativo di nuova generazione, mettendo a disposizione un fondo che potrà arrivare fino ad un milione di dollari. Neanche tanto, verrebbe da dire, se l’ambizione è quella di mettere al sicuro l’umanità dalle malattie sessualmente trasmissibili e dalle gravidanze indesiderate, garantendo nel contempo, al maschio soprattutto, grazie al prodigioso profilattico, un piacere al cento per cento «naturale». Un sogno messianico di natura erotica, direi, uno dei tanti che la «religione civile» produce, e come tale puntualmente destinato al disastro, e più figlio dei capricci dell’ancor ricco Occidente, o di quelli delle nomenklature dei paesi emergenti, che della sollecitudine per le plebi del vasto mondo: la sollecitudine vera, infatti, scalda il cuore.

GIAN CARLO CASELLI 27/03/2013 Povero Bersani, non gliene riesce una. Ha lanciato Grasso alla presidenza del Senato nella speranza che la figura dell’ex procuratore nazionale antimafia gli portasse in dote il plauso della società civile ultra-legalitaria in misura sufficiente a rompere le fila dei neghittosi grillini. Ma i tempi corrono, gli ayatollah del partito della legalità sono stati risucchiati in una spirale rivoluzionaria e si stanno mangiando l’un l’altro, e quindi Grasso, per i più scalmanati almeno, è ormai la quinta colonna del berlusconismo nel campo della sinistra. Che da quelle parti i nervi siano a fior di pelle, lo dimostra anche la reazione del procuratore della repubblica di Torino alle parole dette da Grasso contro una certa giustizia-spettacolo che rovina carriere e discredita la giustizia. Caselli se ne è sentito personalmente ferito, e perciò ha preso carta e penna per chiedere al Csm di «essere adeguatamente tutelato» da quelle che ritiene «accuse e allusioni suggestive». Facciamo così: mettiamo che Caselli abbia ragione, mettiamo che il bersaglio del bieco Grasso fosse proprio lui. Rimane il mistero di questa sua strana suscettibilità a scoppio ritardato nei confronti di quelle «accuse e allusioni suggestive» che da vent’anni sono il marchio di fabbrica di certa garrula magistratura iper-presenzialista e di molte gazzette iper-democratiche.

VIVIANE REDING 28/03/2013 La commissione europea ha appena pubblicato un rapporto sullo stato della giustizia nei 27 stati membri. I dati si riferiscono alla giustizia civile e l’Italia è nella coda del gruppo dove lotta strenuamente per l’ultimo posto in classifica insieme a una piccola manciata di contendenti che stentano ormai a tenere il passo lentissimo del nostro paese. Non sappiamo cosa succederà quando avremo i dati sulla giustizia penale – ammesso e non concesso che le formidabili imprese della nostra giustizia penale possano essere lette attraverso i dati – ma scommetteremmo nondimeno su un’altra strenua lotta. A presentare il rapporto è stata la commissaria europea alla Giustizia Viviane Reding. Qualcuno, uno dei nostri, sicuramente, le ha chiesto se l’inefficienza del sistema giudiziario italiano non dipendesse per caso dagli attacchi dei politici alla magistratura. La commissaria non ha voluto fare fatica. Perciò la risposta a una domanda così cretina è stata una risposta altrettanto cretina: «Giù le mani dai giudici!», ha detto, «Se si vuole che la magistratura sia davvero indipendente, bisogna lasciarla lavorare». In Italia lo abbiamo fatto con fin troppa generosità, tanto che i giudici l’hanno okkupata, la politica: ora abbiamo ex magistrati che fanno i sindaci di grosse città; abbiamo ex magistrati capi di partito; abbiamo appena eletto un ex magistrato alla seconda carica dello stato; abbiamo già un famoso magistrato che ne mette in dubbio l’onore, essendosi sentito da quello ferito nell’onore; e tra i candidati alla presidenza della repubblica si fa il nome di un ex giudice ed ex presidente della Corte Costituzionale, oltre che attuale presidente onorario di una famosa associazione giacobina.

RAIDUE 29/03/2013 Il TuttoDante di Benigni si sta rivelando un disastro commerciale tanto che forse il programma sarà spostato in seconda serata. Il maledettissimo share è piombato al 4,5 per cento, che in sé sarebbe ottimo, per un programma sulla Divina Commedia, ma le aspettative dei poveri fessacchiotti di RaiDue erano per il 15 per cento. Senza contare che purtroppo Roberto non fa sconti e si fa pagare da Dio, nonostante l’arrivo di Papa Francesco e la crisi. Ecco cosa significa scommettere sui gusti della società civile progressista, colta e fine solo nelle pose, quella stessa marmaglia che invece non ha voluto assolutamente mancare all’appuntamento col Festival di Sanremo targato Fazio & Littizzetto. La società civile progressista ama gli eventi in cui celebra se stessa e addita a ludibrio la società incivile. I dieci milioni di spettatori sono tutti lì. Funziona la serata unica sulla Costituzione più bella del mondo, o la performance dedicata alla storia e alla cultura del nostro paese, nella quale, s’intende, la cultura è sentita solo come un pretesto per distinguersi dagli iloti berlusconiani. Il giochino con TuttoDante non funziona. Dopo la prima puntata il contorno emotivo evapora, e rimangono solo Benigni e Dante, Dante e Benigni. Di Berlusconi nessuna traccia, neanche all’Inferno.

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Italia

L’editto sovietico

La cricca, o meglio, la legione degli okkupazionisti della RAI è ormai in preda a un tale delirio d’onnipotenza, che quella schiappa di Berlusconi se lo sogna finché campa. Il loro capo, il bulletto Santoro, l’aveva detto: o io o Masi. Questo era l’avvertimento. Poi la macchina degli amici degli amici si è messa puntualmente in moto. Giovedì il Cda RAI doveva dare il la a un bel giro di poltrone, la più importante delle quali era quella che da quattro anni sta sotto il sedere di Corradino Mineo, da destinarsi alle chiappe di un tale Ferraro, ora a Sky, e, dicono, amico della Lega. Era, ma naturalmente “è” ancora la più importante. Che credevate? Mineo – ex del Manifesto, ex del TG3 fin dai tempi di Telekabul, poi inviato di qua e di là in sedi prestigiose, infine, da quattro anni appunto, direttore di Rainews, poveretto – è di sinistra, di quella purissima. Ossia: una colonna della democrazia, mentre gli altri son servi e lecchini.  Ossia: inamovibile. Se non lo vuole lui. O il partito. I consiglieri di area PD, il giornalista di sinistra Rizzo Nervo, e lo scrittore di sinistra – lo dice lui – Van Stratten, più il solito pollo democristiano che guarda tremebondo a sinistra, De Laurentiis, hanno fatto una scenata e si sono rifiutati in anticipo di partecipare al voto, rovesciando il tavolo come dei bambini. Un bello sciopero democratico. Il presidente della RAI, Paolo Garimberti, ex vicedirettore di Repubblica, ex conduttore di Repubblica TV, di sinistra – posso dire di sinistra? – di sinistra, è entrato allora come da copione nella farsa e ha minacciato le dimissioni, “non sentendosi più presidente di garanzia”. Risultato: Cda sospeso. Poi i 2+1 consiglieri di sinistra, non contenti della loro miserabile furbata, hanno scritto una lettera al presidente della Commissione Parlamentare di Vigilanza, Sergio Zavoli, giornalista con una storia così, roba da museo delle cere, senatore del PD da un bel po’, di sinistra – posso dire di sinistra? – di sinistra, dal 1943 per essere esatti:

Siamo molto preoccupati per lo stato di salute della Rai e la situazione è arrivata a un punto tale che non possiamo limitare solo alla nostra attività in consiglio di amministrazione l’azione di controllo, vigilanza e di denunci. Il servizio pubblico è un patrimonio dell’intero paese e per difenderlo è venuto il tempo di rendere tutti consapevoli che rischia una crisi irreversibile. Se da un lato assistiamo a un’invadenza impropria per condizionare i contenuti della programmazione che non ha precedenti, dall’altro gli indicatori economici mettono a forte rischio la stessa continuità aziendale, mentre sul tema delle nomine confusione e dilettantismo regnano sovrani determinando a tutti i livelli aziendali incertezza e sconcerto.

Insomma, avete capito: bla bla bla, emergenza democratica. Il solito ricatto per i molti minchioni che rappresentano noi – non di sinistra – in Parlamento. A questo punto, il segretario del PD, Bersani, di sinistra – è ovvio, ma posso ancora dire “di sinistra”? – di sinistra, ha rilasciato una nota ufficiale – eh eh, il tocco burocratico che s’accompagna sempre alle mascalzonate dei compagni!  – che dice, popporopò:

Con la lettera di tre consiglieri d’amministrazione della Rai al presidente della Vigilanza, Sergio Zavoli, “il caso Rai” è arrivato a un punto di una gravità inaudita. Siamo davvero al capolinea. Per ripartire è necessario che l’attuale direttore generale, Mauro Masi, prenda atto che la sua esperienza è finita.

Amen. Lo stile è quello di sempre. Da editto sovietico. Loro non esprimono un punto di vista: sentenziano. Fanno “buh” e noi dovremmo prendere paura. Perché siamo scemi. Beh, col piffero.

Articoli Giornalettismo, Italia

Lo schema di Zeman

La Gabanelli? La Gabanelli non sa mai se va in onda. Santoro? Santoro non sa mai se va in onda. Fazio? Anche Fazio e il suo amico Saviano cominciano ad avere qualche dubbio. E già si sentono molto, ma molto meglio. La Dandini? Con la Dandini si ritorna al classico e blindato tran-tran: la Dandini, felicissima, non sa assolutamente mai se va in onda.

Floris? Floris va sempre in onda senza fare tante storie, perché di Santoro ce ne vogliono almeno due: lui è quello dalle buone maniere. Augias? Augias con le sue Storie va sempre in onda e picchia durissimo, ma con una forbitezza così raggelante da scoraggiare anche la potenziale audience sanculotta, che qualcosa di umano ha pur conservato.

L’Annunziata? L’Annunziata va sempre in onda e ha la sua mezz’oretta di gloria ogni settimana. Lilli la Rossa ce l’ha ogni giorno ma è dovuta emigrare su La7 perché, dopo qualche anno in politica nel cuore della civile Europa, di ritorno nel nostro disgraziato paese ha scoperto che alla Rai i suoi ex compagni e le sue ex compagne non avevano lasciato libero neanche un cesso. Però alla Busi – Busi la Bionda – hanno trovato un buso per difendere i diritti e la Costituzione, e con tanto di cavalier servente al seguito, il maestro Gherardo Colombo: forse perché buca lo schermo con l’occhio metallico?

Sembra uno schema del Foggia di Casillo. Quello di una volta. Uno schema di Zeman. Non ci capisci assolutamente un cavolo. Tu pensi ad una partita normale, anzi facile, con quattro poveri diavoli che si son messi le magliette di Gullit e Van Basten, così, tanto per vivere un giorno da leoni prima di farsi sbranare, e invece te li ritrovi di colpo tutti in area, nella tua area, come le cavallette, o la cavalleria mongola.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

Italia

Torture e solletichi

Come forse sapete, la Pizia, la Papessa, la Cassandra della stampa italiana e della Stampa propriamente detta ha preso idealmente armi e bagagli e si è trasferita a Repubblica. Idealmente, perché Barbara Spinelli rimane ottimamente alloggiata nel suo appartamento parigino anche a spese del nuovo giornale, come lo era del vecchio. Almeno così dicono i giornali.* Se sia vero non so, però mi sembra un tratto strepitosamente elegante d’autentica civiltà europea, che noi in Italia ci sogniamo. Il passo è del tutto naturale: Repubblica è un quotidiano di fanatici, e la Spinelli è un’estremista. E’ cosa nota a tutti, ma non si può dire. La Stampa è un quotidiano che pende paurosamente a sinistra: è cosa anche questa nota a tutti, ma anche questa non si può dire. Non abbastanza comunque per la Spinelli. Il solito comitato di redazione bolscevico comune a tutte le gazzette italiane, tranne tre o quattro, non l’ha presa affatto bene. Ma io penso che il direttore Calabresi sia tranquillissimo.

Il quotidiano torinese la nuova Barbara Spinelli ce l’ha in casa: è Michele Ainis, uomo a dire il vero, e pure professore, costituzionalista. Ecco, “costituzionalista”: uomo delle regole, uomo dalla parola esatta, una sentinella della democrazia, per dirla con Staino, un guardiano della democrazia, per dirla con la Spinelli, un commissario della democrazia, per dirla col sottoscritto e con chi non è affetto da gonzaggine acuta. In definitiva uno dei prevedibilissimi, preoccupatissimi e tristissimi – nel senso di tristo – sacerdoti del Sinedrio Laicista & Repubblicano, la Casta degli uccelli del malaugurio.

Costui, tutto compreso dunque del suo nuovo ruolo di primo iettatore, ha scritto serissimo una baggianata fenomenale, “La censura goccia a goccia”, con tanto di citazione colta, del poeta Béranger (à vrai dire, je ne le connais pas, et ça, c’est embêtant!). Una citazione, non dieci, come abitudine di Barbara, ma siamo sulla buona strada. La censura goccia a goccia sarebbe quella berlusconiana nei confronti dei soliti imbonitori della controinformazione democratica alla RAI: i nomi li conoscete, e sono veramente troppi per ricordarmeli tutti. “E’ insomma il metodo della goccia cinese, che alla fine ti lascia il buco in fronte. Ma le torture, almeno quelle, sarebbero vietate”, chiosa, spassosamente, l’Ainis, il difensore degli okkupazionisti della RAI, quando un buco nel cervello degli italiani l’hanno scavato proprio questi raccomandati di ferro, avvitati ai loro posti per superiori meriti democratici, ossia per obbedienza alla loro parrocchia, chi da trent’anni, chi da venti, chi da lustri; e ad ogni cambio di stagione un nuovo arrivo. Si sono moltiplicati come conigli. Sì, sono riusciti a far credere a questo maledetto popolo di teledipendenti di essere indispensabili, anche quando non sapevano fare una minchia, soprattutto far ridere. Un po’ alla volta sono diventati dei piccoli boss, che nelle loro zone franche fanno quello che vogliono. Gli intoccabili della RAI. Dei direttori generali, mezze figure che non fanno male ad una mosca, al massimo fanno il solletico, se ne infischiano alla grande. Delle regole, pure. Una cupola. Una cricca. Anche danarosa. Il metodo: piangere, e puntare il dito; puntare il dito, e piangere, ossessivamente. E’ il metodo, se mi si permette un’analogia che mi è venuta in mente proprio adesso, della goccia cinese. Una tortura.

* Update del 21/10/2010: la signora Spinelli paga l’appartamento di tasca propria, secondo quanto scrive in una lettera al giornale che leggo di solito: quello, naturalmente.

Italia

E io che credevo di essere cattivo…

Le messe cantate di Santoro oramai attirano solo la truppa dei fedeli della palingenesi nazionale e del culto della legalità, che si beve avidamente liturgie, litanie e prediche tornite e lucidate da anni di pratica confessionale. (Zamax, 15 aprile 2009)

Qualcuno di questi programmi raggiunge un’audience di qualche milione di telespettatori, qualcuno è visto dai quattro gatti più devoti, ma grosso modo è sempre la stessa setta che fa le processioni in piazza, i processi sui giornali, va a messa da Santoro, a vespero da Floris… (Zamax, 17 marzo 2010)

Ti prego non ci abbandonare… per me AnnoZero è religione… dopo tutte le battaglie che hai combattuto in nome dell’informazione… mi chiedo cosa sarà il nostro futuro. ( Lucia, su Facebook)

Articoli Giornalettismo, Italia

Gli inamovibili della RAI

Uno dei grandi misteri irrisolti della rivoluzione berlusconiana, o per meglio dire, della catastrofica inefficienza del suo regime, è il continuo moltiplicarsi delle sinecure televisive dei soliti teleimbonitori di sinistra. “Moltiplicarsi” in effetti non è la parola giusta. Meglio sarebbe dire “sommarsi”. Infatti la caratteristica fondamentale di ogni programma di stampo sedicente democratico e progressista è che esso non soggiace ad alcuna politica editoriale o legge di mercato. Semplicemente non è più rimuovibile: a differenza di quanto capita ai comuni e mortali programmi, la sua rimozione non rappresenterebbe la presa d’atto che la trasmissione è arrivata in tutta naturalezza alla fine della sua lunga pista; nooo, sarebbe piuttosto una ferita nel corpo vivo della nostra democrazia, un danno esiziale al pluralismo della nostra informazione. Non vi ricordate come Floris fece il suo esordio alla RAI col suo Ballarò? Certo che no. Non volete. Doveva da una parte sostituire Santoro, colpito dall’editto bulgaro berlusconiano, e allora in procinto di partire per un esilio ottimamente stipendiato in un lussuoso resort strasburghese-lussemburghese-bruxellois; e dall’altra parare l’attacco del crociato Antonio Socci col suo Excalibur. Poi Santoro tornò in RAI, ma col cavolo che Floris smontò le tende del suo accampamento televisivo: da otto anni è lì, fermamente convinto, come i suoi colleghi di resistenza a Saxa Rubra, di essere una colonna della democrazia. Don Chisciotte Socci fu invece mandato a casa col suo ronzino e il suo spadone di latta dopo appena due anni, come un appestato, e senza che nessuno gridasse all’emergenza democratica. Quello che fa restare a bocca aperta è che queste balle risibili e ricattatorie facciano restare a bocca aperta quei poveri mentecatti che noi di destra abbiamo eletto in parlamento.

E così, con lo scopo per definizione irraggiungibile di pareggiare i conti con l’orrida e rassicurante melassa del tinello di Vespa (i “salotti” necessitano di un minimo di QI), un po’ alla volta la RAI è stata incredibilmente okkupata da tutta una serie di piccoli e grandi sultanati indipendenti, nessuno dei quali indispensabile al buon funzionamento della democrazia italiana: quello di Santoro, quello di Floris, dell’Annunziata, della Gabanelli, di Augias, di Fazio, della Dandini. Magari ce ne sarà qualcun altro, che ora non mi viene in mente: chi li conta più ormai? Qualcuno di questi programmi raggiunge un’audience di qualche milione di telespettatori, qualcuno è visto dai quattro gatti più devoti, ma grosso modo è sempre la stessa setta che fa le processioni in piazza, i processi sui giornali, va a messa da Santoro, a vespero da Floris, si confessa dall’Annunziata, sonda la profondità del male dalla Gabanelli, fa gli esercizi spirituali da Augias, si rinfranca l’animo da Fazio, e se la spassa infine dalla Dandini. Gli opposti salotti della contessa Serena Dandini da Sylva e di Corrado Augias danno veramente la misura del grado di perversione di questa religione civile. Le trasmissioni della Dandini sono infatti pietose, e dico pietose perché molti hanno già detto che sono penose, però vanno avanti misteriosamente da lustri. Funzionano così: chi vi entra, invece di farsi il segno della croce, si stampa in faccia un mezzo sorriso, che si riverbera nei mezzi sorrisi di tutti gli altri compagni di combriccola e nel sorrisone benedicente della profetessa. Il riflesso di questo piccolo esercito di dentature colpisce mortalmente al cervello il telespettatore politicamente simpatetico nella cui debole testolina s’insedia regalmente in trono il seguente messaggio: que-sto-è-un-pro-gram-ma-in-ten-zio-nal-men-te-co-mi-co. Altrimenti col piffero che qualcuno lo capisce. Mentre Corrado Augias conduce il suo programma Le Storie con aria da gelido censore in una sorta di Sinedrio, o di Lubianka, dove non vola una mosca, dove dopo un po’ viene meno perfino il respiro, e vi assale un bisogno insopprimibile di ruttare o scoreggiare, giusto per creare condizioni ambientali più favorevoli alla vita dell’uomo. Non vi corre un brivido giù per la schiena, quando costui e il suo inappuntabile ospite, in obbedienza alle convenienze, non certo alla natura, per combattere la temperatura polare emanata dai loro augusti discorsi, si schermiscono con qualche sorrisetto?

Ora io dico che alla RAI c’è veramente bisogno di aria fresca. Questa sbobba ammazza lo spirito e la morale più di dieci GF messi insieme. Auspico che si faccia piazza pulita di tutte queste rendite di posizione; e che una volta tanto trionfi davvero quello spirito riformista e liberale di cui il Cavaliere si era fatto, un tempo, paladino. Vai, Silvio!

[pubblicato su Giornalettismo.com]