Giornalettismo, Italia

All’occhio, siamo italiani…

Sono cominciate in un clima moscio le celebrazioni per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Gli italiani per adesso si guardano in faccia, come per capire se ci devono credere a no, a questi festeggiamenti. Io dico intanto che non è proprio il caso di drammatizzare. Non credo affatto che oggi l’Italia sia più disunita di ieri. Al contrario. E’ mia opinione che la questione italiana verso gli anni ottanta sia uscita da un prolungato stato di ibernazione in cui la prima guerra mondiale, il fascismo, la seconda guerra mondiale, la repubblica “nata dalla resistenza” e la guerra fredda l’avevano cacciata: settant’anni circa in cui l’italianità era stata sequestrata dal patriottismo bellico, dal nazionalismo fascista e dall’antifascismo militante. In precedenza, se non proprio sequestrata, era invece vissuta, probabilmente oltre ogni ragionevolezza, sotto la tutela occhiuta dell’ideologia risorgimentale, propagandata dal duro ceto liberale ottocentesco e fatta propria dalla variegata schiera della sinistra storica. Perché allora sorprendersi dello scarso entusiasmo, di quella perplessità interiorizzata per l’idea dell’unità “statale” della nazione italiana che per gli abitanti della penisola è diventata una specie di seconda natura, paradossalmente comune a tutti, se quest’idea l’abbiamo immiserita impiccandola al capestro del Risorgimento o della Resistenza, con tutti i loro cascami settari? E’ stato questo, oltre all’eredità di secoli di dominazione straniera, a generare quel disprezzo ostentato da generazioni d’intellettuali di tutte le patrie culturali per “l’Italietta”? E quanto c’è in comune di morboso fra quest’ultimo e l’esaltazione che alimentava le fanfaronate neo-imperiali del Duce?

Stiamo freschi se pensiamo che un sano consolidamento del sentimento nazionale venga accompagnato dal concerto di alati dibattiti sul nostro inevitabile destino comune, quando in realtà questo processo non può che partire dal basso ed avere spesso tratti volgari e apparentemente contradditori. Oggi nel peggiore dei casi stiamo attraversando un’inevitabile crisi di crescita. Il fenomeno leghista degli anni ottanta fu il primo sintomo di questo disgelo culturale, e non a caso coincise col revival garibaldino, risorgimentale e tricolore promosso da Craxi in risposta ideale agli anni della cattività post-resistenziale durante i quali, specie negli anni settanta, solo a parlar di “patria” e di “tricolore” si era in odore di fascismo. E si è visto poi come dopo la stagione della rottura e delle stramberie pagano-celtiche la Lega, nonostante l’ancor vivo nordismo, si sia accomodata progressivamente nell’alveo politico-culturale propriamente “italiano” reinterpretandone i tratti più conservatori, e anzi si sia fatta spesso paladina a torto o a ragione dei valori “cristiani” e “nazionali” quali argini contro le spinte della globalizzazione. A loro volta hanno trovato una loro dignità ed un loro spazio le riletture cattoliche del Risorgimento, così come il fenomeno del brigantaggio nell’Italia meridionale post-unitaria è uscito dalla leggenda nera per entrare nella storia insieme ad una più profonda consapevolezza della violenza della “forzata civilizzazione” con la quale il nuovo stato italiano investì il meridione, di cui scontiamo ancor oggi i guasti, senza per questo voler giustificare folcloristiche nostalgie neo-borboniche. Sono scosse di assestamento che ingenerano confusione, e a volte ingiustificato allarme. Una visione condivisa della storia d’Italia non ci potrà mai essere, una visione più ricca ed equilibrata sì. L’Italia è una compagine statale ancora piuttosto acerba che si è distesa sul corpo di una nazione antichissima, per di più improvvisamente riunita dal mirabolante testa-coda dell’impresa dei Mille, fra i quali – detto tra parentesi – la razza di Calderoli, quella bergamasca, era la più rappresentata.

A riprova di questa maturata italianità basti pensare che proprio in questi anni – prima non lo facevamo – abbiamo perfino imparato a cantare e quasi ad amare quella terribile marcetta che gli accidenti della storia hanno promosso ad inno nazionale, magari dello stesso amore che ci spinge a guardare con tenerezza un figlio disgraziato con le orecchie spaventosamente a sventola, eppur nostro. Il capolavoro di Goffredo Mameli è infatti, a guardar bene, perfettamente italiano nello spirito. L’attacco, neanche lontanamente ispirato alla sublime, intima solennità che si conviene all’idea maestosa e sempre un po’ femminile della patria, sembra una scoreggia o una pernacchia musicata, una sorta di maschio avvertimento al resto del mondo, che convertito in parole vuol dire: all’occhio, siamo italiani…

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Bene & Male, Italia

La mistica dell’Olocausto e la realtà della Shoah

La parola ebraica “Shoah” evoca trauma e distruzione, tragedia e catastrofe, ma non porta in sé la neanche troppo velata connotazione religiosa che caratterizza la parola “Olocausto”, la cui vaghezza allusiva è foriera di pericolose e comode mistificazioni. L’Olocausto è divenuto la pietra d’inciampo, per usare il linguaggio evangelico, o il “mito” fondante, per usare quello dei nostri giorni, di un’ambigua e straordinariamente malleabile filosofia o chiesa dei diritti umani: in breve, un articolo di fede. E allora perché stupirsi se fondata questa nuova fede un po’ alla volta spuntino fuori anche gli infedeli che le si oppongono? E’ molto più facile negare un dogma che un fatto storico. Voglio dire: quello che non la coscienza morale, e nemmeno il semplice buon senso, ma la pura e vile prudenza rispetto all’evidenza dei fatti non oserebbe contestare, ossia il massacro pianificato e condotto a termine di milioni di ebrei nel cuore dell’Europa durante la seconda guerra mondiale, non comincia a diventare mostruosamente problematico, controverso, confutabile e infine “rinnegabile” nell’aria rarefatta dei dogmi parareligiosi o degli imperativi categorici? Ubbie, si capisce, da allontanare da sé col massimo zelo. Prestate orecchio al fuoco di fila delle stentoree professioni di fede, alle iperboli sempre più ingegnose usate dai politici per illustrare il loro specchiato anti-antisemitismo: se non si parlasse di immani tragedie verrebbe quasi da sorridere. E che dire della cerimoniosa esibizione della kippah, cui non riescono a sottrarsi né le teste più stabili né le più deficienti teste vuote dell’universo, specie se di qualche fama multimediale? Non vi annusate un che di frivolo, che in fondo offende tutti, chi professa la religione ebraica, chi ne professa un’altra, chi non ne professa alcuna? E sarà stato certamente più il frutto di una benintenzionata ingenuità che di un ossequio allo “spirito del mondo”, l’esibizione della stella gialla, al motto di “Anche io oggi sono un ebreo”, da parte del Presidente della Camera Schifani alla Risiera di San Sabba di Trieste nel Giorno della Memoria; ma non vi sembra che queste esagerazioni un po’ teatrali facciano lievitare ancor di più la melassa mistica che avvolge come da copione il dogma e contribuisce a mettere l’opinione pubblica davanti al falso dilemma di un No o un Sì? Un dilemma che dovrebbe semplicemente e banalmente non sussistere sul piano storico?

Su scala mondiale, o almeno su quello della civiltà cristiano-occidentale, la memoria dell’Olocausto rischia di produrre gli stessi effetti di quello che da noi è stato il culto laico la Resistenza: un credo cui conformarsi con facilità e profitto, e insieme l’oblio delle colpe e della storia. Niente di strano allora che questa nuova teologia prêt-à-porter dei diritti umani abbia bisogno di un nuovo “male assoluto” e di un nuovo Satana, e che perciò il Nazismo sia in generale sentito dall’opinione pubblica come una categoria antropologica senza padre né madre né fratelli né sorelle, fuori della storia e soprattutto lontana da parentele scomode. Eppure basterebbe sottrarsi alle suggestioni della parola “nazista” ed accostarsi all’assai prosaica denominazione di Partito Nazionale Socialista dei Lavoratori Tedeschi per entrare perplessi in una realtà politico-culturale ramificata, spesso contraddittoria, la cui dinamica subì un colpo d’acceleratore nell’ottocento uscito dalla Rivoluzione Francese. Per fare un esempio tra i mille riscontrabili in questo coacervo, Proudhon scriveva a metà del diciannovesimo secolo:

“Ebrei. Fare un articolo contro questa razza, che infetta tutto, ficcandosi dappertutto, senza mai fondersi con alcun popolo. Chiedere la loro espulsione dalla Francia, con l’eccezione degli individui sposati con delle francesi; abolire le sinagoghe, escluderli da ogni impiego, perseguire infine l’abolizione di questo culto. Non per niente i cristiani li hanno chiamati deicidi. Gli ebrei sono il nemico del genere umano. Bisogna rispedire questa razza in Asia, o sterminarla… Col ferro o col fuoco, o con l’espulsione, bisogna che l’ebreo scompaia…Tollerare i vecchi che non fanno più figli. Lavoro da fare. Quello che i popoli del Medioevo odiavano d’istinto, io l’odio dopo riflessione e irrevocabilmente. L’odio dell’ebreo come dell’inglese deve essere il nostro primo articolo di fede politica” (P.-J. Proudhon, Carnets, 26/12/1847)

Non sarà che tutta questa liturgia serve appunto per nascondere all’uomo della strada una storia lunga, contorta e scomoda, di cui queste note, di un nient’affatto isolato profeta tanto dell’anarchismo quanto del “socialismo comunitaristico” nella Francia ottocentesca dell’esprit républicain, costituiscono solo un “dettaglio”? Perciò, come tutta l’educazione veteroresistenziale col suo settarismo ha più danneggiato che stimolato il processo di maturità democratica in Italia (e non voglio nemmeno contare la colpa di aver perversamente alimentato oltre ogni ragionevolezza la popolarità della figura di Mussolini nella nostra storia: Minghetti, Crispi, Sonnino, Giolitti, tanto per fare alcuni nomi, chi se li ricorda ormai?), così la pompa metafisica della Memoria dell’Olocausto farà più danno che bene alla causa della tolleranza e della lotta al razzismo: ci troveremo con un’opinione pubblica perennemente allertata e perennemente poco consapevole, e quindi manovrabile.

[L’articolo è una rielaborazione di un post pubblicato un anno fa qui]

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Giornalettismo, Italia

Liberiamoci della Liberazione

25apr2Fino a non molti anni fa si celebrava la festa del 4 Novembre, Giornata della Vittoria e delle Forze Armate. Non avendo le stimmate della perfetta santità democratica, cadde subito vittima sul fronte della razionalizzazione del calendario lavorativo, un po’ troppo lassista, dei fannulloni dell’epoca pre-brunettiana. E in fondo, dove fu la Vittoria? Più che porgere la sua chioma all’Italia, fu essa a fare lo scalpo allo Stivale. Nell’Italia fatta col regolo dei laici tutti d’un pezzo, dei pianificatori centralisti, di destra quasi sempre, di sinistra sempre, perfino i liberali col culto della Patria, nel clima aggressivamente positivista dei primi anni del ‘900, videro nella prima guerra mondiale l’occasione di portare a compimento il Risorgimento, geograficamente e antropologicamente, mirando a impadronirsi delle spoglie subalpine del traballante Impero Austro-Ungarico senza aspettarne la naturale decomposizione, e a fondere definitivamente le genti italiche, ora uniformate dalla divisa, nel “crogiolo” della guerra.

Giolitti aveva avuto ben chiari i limiti dell’ancora fragile costruzione italiana, e solo nel 1911 si era deciso a calmare gli appetiti del crescente nazionalismo, sempre sintomo di un cattivo metabolismo interno che cerca sfogo all’esterno, con l’impresa semidomestica della conquista della Cirenaica e della Tripolitania. Ma non bastò. E nel 1915 si andò in guerra. Nessuno, in Europa come in Italia, previde l’immane macello. Un paese non provato dalle scosse telluriche della guerra e del dopoguerra forse avrebbe resistito meglio alle patologie del novecento. Subito dopo l’immortale vittoria, infatti, invece del vaticinato parto della razza italiana ci fu il collasso. E’ un vecchio e ostinato mito – un infido costruttivismo di ordine politico, per così dire – mettere a fondamento non tanto del sentimento quanto della coesione nazionale guerre di “liberazione” o di difesa dallo straniero. Cosicché a volte le si cerca, a guisa di grandioso esperimento di laboratorio su materiale umano, nel tentativo artificioso di accelerarne lo sviluppo. Oppure si spiega la gracilità di quest’ultimo, retrospettivamente, proprio con la mancanza di tali prove del fuoco.

Ma l’idea astratta e perciò fuorviante dell’incompiutezza del Risorgimento ha fatto vittime illustri anche su altri versanti ideologici, ed è il segno di una forma mentis che come una malattia endemica non è mai del tutto scomparsa dalla penisola. Che Gramsci considerasse il Risorgimento una “rivoluzione incompiuta”, in quanto le masse popolari vi figurarono solo come soggetti passivi, non vi ricorda qualcosa? Non vi ricorda qualcosa legato a doppio filo alla retorica bolsa del 25 Aprile? Non vi ricorda i miti brigatisti della “resistenza tradita”? E quelli neogiacobini della democrazia non ancora “compiuta” della sinistra legalitaria dei giorni nostri, quella lugubre e saputa del gran sacerdote Zagrebelsky ad esempio? Che la figura di Giolitti, che ci governava un secolo fa, non sia ancora riuscita a togliersi di dosso la nomea di “ministro della malavita”, a causa della celebre definizione di Gaetano Salvemini, non è un significativo esempio, proprio perché non volgare, del radicalismo apocalittico di quella stessa sinistra laica e socialista dal cui corpaccione ottocentesco subito dopo la guerra, nell’avvitarsi della crisi, fuoriuscirono il Partito Fascista e a quello Comunista, e le cui pulsioni demonizzanti ancor oggi non hanno trovato perfettamente pace?

Nella sua “Storia d’Italia dal Risorgimento ai nostri giorni” Sergio Romano nota, dolendosene, che “né i cattolici né i comunisti” – cioè di gran lunga le due maggiori formazioni politiche degli anni del dopoguerra e dell’era repubblicana – “condividevano i principi ispiratori dello stato unitario”. Ma ciò forse non era dovuto al fatto che anche per l’illuminato liberalismo ottocentesco da grandi proprietari terrieri, che egli sembra rimpiangere e che indubbiamente ebbe i suoi meriti, il popolo rimaneva pur sempre una manovalanza anonima che alle élites spettava guidare, educare, alla bisogna bastonare, non dissimilmente da quanto avrebbero potuto fare i comitati centrali dei demagoghi socialisti o i gran consigli di quelli nazionalisti?

I lunghi decenni del potere democristiano non sono stati un’usurpazione clericale del potere civile: hanno chiuso una ferita più con la storia di un popolo che con la Chiesa Cattolica; ma hanno anche tolto ogni illusione sulla praticabilità e sull’opportunità di un “partito dei cattolici”. Dall’altra parte, rimasto sfortunatamente in canna il colpo della rivoluzione, i comunisti dovettero acconciarsi all’italianità e lo fecero furbescamente a loro modo, impadronendosene. Trovarono al paese una nuova data di nascita: il 25 aprile 1945. Come dal giorno della Marcia su Roma 23 anni prima partì l’Anno I dell’era fascista, dal giorno della “liberazione” partì idealmente l’Anno I della democrazia, di cui si autonominarono guardiani e garanti, e costruirono il mito fondante della Resistenza con un corredo mirabolante di balle spaziali. Trasformare il disastro di una guerra persa e strapersa in una mezza vittoria; trasformare un’attività di guerriglia militarmente ininfluente per gli esiti della Liberazione, per di più condotta in buona parte da una banda di rivoluzionari pronta a mettere in riga il paese con ancor più fanatismo dei manganellatori del ’22, per di più composta questa banda da una truppa numerosa di voltagabbana dell’ultima ora; per di più presente questa truppa numerosa di voltagabbana soprattutto in quelle roccaforti nere che nel giro di una notte si mutarono nelle roccaforti rosse del dopoguerra e cominciarono subito a rompere i marroni con l’antifascismo con lo stesso zelo esibito nell’epoca fascista; trasformare tutto questo nella sollevazione morale di un popolo che assisteva passivo è un gioco di prestigio da pagliacci più che da bari di professione.

Non fu solo Mussolini a voler “fare” gli italiani; nel loro piccolo tutte le ideologie politiche cercarono di imporre al paese un modello dell’italiano comme il faut creato a propria immagine e somiglianza. L’ebete devoto della Resistenza e della Costituzione – la Bibbia Laica di qualche serioso e involontario umorista – ne è solo l’ultima versione. Rompere l’incantesimo dei diversi settarismi via via spacciatisi per esempi di ortodosso civismo è l’impresa riuscita allo statista… Silvio Berlusconi. La storia renderà merito allo psiconano, al caimano e anche allo spelacchiato aspirante sciupafemmine con la bandana, ci si metta il cuore in pace. E finalmente agli italiani sarà concesso di “farsi” a modo loro, senza che qualche maestrino del kaiser di religione laico-repubblicana si senta in dovere di indicare loro la via, la verità e la vita.

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