Confutazione di Benigni

Questa è una rotonda confutazione del telepredicatore Benigni, delle sue chiacchiere e del fenomeno in sé. Per cimentarmi nell’impresa non mi sono premurato di assistere alle due serate sui Dieci Comandamenti, ma solo di leggere qua e là i resoconti giornalistici e di guardare qualche estratto del programma. «Eh? Come?», dirà qualcuno, «Ti metti a criticare una cosa che non hai neanche guardato? Questa sì che è una bella novità!» Vorrei rispondere: prego, circolare. Ma più urbanamente rispondo: dovrei forse mettere a dura prova la mia pazienza senza alcun frutto e offendere la mia intelligenza, la quale dopo tre decenni e passa di goliardate benigniane non sarebbe ancora in grado di figurarsene in anticipo l’ultima versione? Perciò concludo: prego, circolare. E aggiungo: tranquilli, è solo umorismo.

Benigni trent’anni fa sulle cose di Dio diceva il contrario di quello che dice adesso. Non lo diciamo per contestargli una conversione o un riavvicinamento al Cristianesimo, ma per far notare che lui è sempre lo stesso: concitato, enfatico e gioviale, e nella sostanza perfettamente allineato a quel conformismo progressista che è tutt’uno con la vera nomenklatura del nostro paese. Adesso Benigni dice cose per metà vere, attingendo dalla sapienza cristiana e aiutato da gente ferrata in materia, ancorché politicamente correttissima, cioè allineata al secolo, che lo ha illuminato sugli aspetti “liberatori” della dottrina cristiana, e gli ha suggerito certe parolette strategiche: robe vecchie come il cucco, che dette da lui sembrano però liete scoperte oltre che per la sua verve affabulatoria anche perché il pubblico è ben disposto verso di lui e perché lui è pappa e ciccia con l’establishment culturale e mediatico: un’istituzione, cioè. Ma naturalmente tutto resta furbescamente a metà.

Intendiamoci: qui non si tratta di vagliare l’ortodossia di Benigni – che peraltro lui non rivendica e nessuno gli chiede – o di leggere con malizia espressioni spregiudicate o battute un po’ ardite; è un metodo che non m’appartiene, non fosse altro perché anch’io ho la tendenza a scherzare col sacro. Qui si tratta di dimostrare che le tripudianti, esuberanti eccentricità di Benigni tracciano in realtà un disegno coerente e che Benigni si fa strumento di un’operazione culturale ben precisa.

Cominciamo, però, con un colpo basso: la questione del compenso. Premetto: io sono liberale (non liberal) in economia. E’ un’etichetta impropria e riduttiva ma oggi l’accetto di gusto proprio perché marcata d’infamia o quasi. Lo sono perché sono un fautore della libera economia fondata sulla proprietà privata e su un retto concetto di libertà, non sulla licenza. Capitalismo o mercato sono parole insufficienti a rendere il concetto di libera economia in quanto evocano sistemi, i quali a loro volta evocano meccanismi avulsi da qualsiasi fondamento etico. Capitalismo, anzi, è un termine da respingere in toto: è un “ismo” di conio marxista, con tutte le storture interpretative e propagandistiche del caso. E’ per questo che posso storcere il naso, ma non mi scandalizzo per i compensi milionari che toccano a personaggi dello spettacolo, dello sport o ai pezzi grossi del mondo economico-finanziario. Non solo, sono anche contrario a tetti salariali fissati per legge dallo stato, perché penso siano un rimedio peggiore del male, un altro esempio di quell’interventismo statale che ha ormai storicamente debordato, per motivi tutt’altro che nobili, dai suoi veri scopi, fino a trascurarli per correre dietro a tutto. Il mercato dovrebbe trovare un limite naturale nei diritti della persona, non nella sovra-regolamentazione distorsiva. E in realtà il mercato muore quando il diritto non lo sostiene, in quanto è esso stesso espressione di diritti naturali.

Ciò detto, vi è una stridente contraddizione tra l’entusiasta cantore di Dio e l’oculato artista che contratta compensi milionari per due serate televisive sui Dieci Comandamenti. E’ difficile immaginare un artista riverito e di successo di sessantadue primavere, detentore di un patrimonio presumibilmente calcolabile in svariate decine di milioni di euro, il quale, sopraffatto dalla felicità di aver trovato in Dio un tesoro maggiore di tutti i tesori del mondo, e quindi spinto irresistibilmente a comunicare questa gioia al prossimo, invece di farlo gratuitamente esiga di venir pagato con cifre a sei zeri. Sorridete? Sbagliate. E’ infatti Benigni a presentarsi come tale. E allora delle due l’una: o non crede troppo in quello che dice, oppure considera l’esibizione, legittimamente, una normale, ancorché strapagata, prestazione professionale. Ed ancora: è conciliabile l’immagine di quest’uomo sopraffatto da una gioia missionaria, dal bisogno insopprimibile di farci partecipi di altissimi tesori di spiritualità – ancora, non sorridete: è lui, ripeto, che si presenta come tale – con le meschine e ruffiane allusioni all’attualità e ai suoi scandali, allusioni naturalmente tutte in linea col sentimento apocalittico-giustizialista che avvelena il nostro paese? Fin dai tempi del suo amore per Berlinguer, Benigni si è mosso artisticamente dentro il cono d’ombra del partito della “questione morale”. Lo ha fatto a suo modo, naturalmente: da simpaticone, da mattacchione, lontanissimo dalla seriosità dei sacerdoti del Sinedrio patriottico-costituzionale, se non proprio giacobino. E tuttavia, nella sostanza, sempre allineato e coperto. E continua a farlo.

La parte più efficace dello show di Benigni è stata quella dedicata ai primi tre comandamenti, incentrati su Dio e sull’osservanza del giorno festivo. Se trent’anni fa Benigni aveva irriso, sempre al suo modo iperbolico, raramente velenoso, alla terribilità e cupezza del Dio veterotestamentario, questa volta ha fatta l’operazione inversa. Un Dio finalmente cordiale e sorridente è diventato una specie di guru. Suo scopo: insegnare a quel testone di uomo come vivere rettamente i grandi doni che gli ha fatti, la vita e il creato; e in primo luogo a liberarsi da affanni spesso meschini e ingiustificati in modo da aprire finalmente gli occhi su quello che di veramente prezioso c’è nella vita e per… per conciliarsi definitivamente col creato nel giorno del riposo, in una specie di estasi panteistica. Un immanentismo confermato dal “colpo di genio” dell’inclusione nella creazione del giorno del riposo, quando invece il giorno del riposo è anticipazione, pegno e metafora del paradiso. Al quadro dipinto da Benigni manca l’essenziale: la prospettiva eterna, la morte e la resurrezione. Attraverso la morte – per usare il linguaggio biblico – «entreremo nel riposo di Dio», atteso dalla stessa creazione, come spiega il poeta S. Paolo: «La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità – non per suo volere, ma per volere di colui che l’ha sottomessa – e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo.» Per il poeta Benigni, invece, tutto si risolve dentro questo mondo: manca l’attestazione di una trascendenza e di una verità.

Stesso schema interpretativo per il quarto comandamento: onora il padre e la madre. Presupposto di questo comandamento dovrebbe essere che ci siano un padre, una madre, e una discendenza che li riconosca: cioè una famiglia naturale, non un genitore uno e un genitore due, nel rispetto di un ordine naturale voluto da Dio, nel quale la genitorialità è intesa come una custodia. Infatti i figli non sono di proprietà dei genitori: sono prima di tutto figli di Dio. Nel custodire i figli di Dio essi diventano (o dovrebbero diventare) ministri di Dio e perciò vanno onorati. Per Benigni, invece, onorando i genitori (e notate, i nonni: piccolo allargamento “panteistico”) si onora «la vita». «E quando penso a me se mi dedico a loro? La risposta è nel comandamento, c’è più vita nelle nostra vita, quindi più piena, quindi più lunga. Dando più senso alla nostra vita ed a quella degli altri». Ma cos’è questa vita? La via, la verità, la vita, che nella persona di Cristo s’incarnano, e che a un Dio e a una realtà ultraterrena rimandano? No, è un sintonizzarsi col cosmo. Anche qui, tutto si risolve dentro questo mondo.

Un umanitarismo enfatico ha caratterizzata la lettura del quinto comandamento: non uccidere. Il “non uccidere” riassume in sé la condanna morale di tutte le forme possibili di violenza e di prevaricazione contro il prossimo, delle quali l’omicidio è solo l’esito radicale. Tra esse però non viene compresa la legittima difesa, intesa nel senso più largo del termine, a livello personale, sociale, nazionale. Ciò significa che sia la pena di morte sia la guerra, a determinate condizioni, senza secondi fini e come extrema ratio, sono moralmente ammissibili. Oggi la Chiesa Cattolica auspica l’abolizione della pena di morte, in quanto ritiene che – oggi – la società ne possa sopportare l’assenza senza pregiudizio per la sua tenuta. La ragione e la carità ci spingono perciò a rinunciare – oggi – a ciò che per millenni in tutto il mondo è stata considerata una crudele necessità. Ma la pena di morte – in se stessa – non si contrappone alla dottrina cristiana. Ne deriva che la pena di morte non entra affatto nel campo del “non uccidere”. Benigni invece ha centrato il suo intervento sul quinto comandamento proprio su questi temi cari a quell’umanitarismo sfatto e senza fondamenta che nella storia si è dimostrato tante volte assai proclive a diventare disumano con sconcertante facilità. «La pena di morte», ha detto Benigni, «rimane perché si vuole mantenere nelle persone un fondo di crudeltà, di aberrazione, è come se dicessero “siete assassini anche voi”». Avrebbe potuto aggiungere: «omicidio giuridico, crimine solenne, vile assassinio, usanza barbara ed antica, il più raffinato esempio di crudeltà», parole usate contro la pena di morte da Robespierre all’Assemblea Costituente due anni prima di dare inizio alla mattanza a legittimi colpi di ghigliottina. Per dire dell’ubriacatura generale, Umberto Folena, su “Avvenire”, è arrivato a dire: «È coraggioso, Benigni, nel negare ogni legittimità alla pena di morte, senza eccezione alcuna, perché non è pacifico né scontato, in Italia dove non c’è come negli Usa dove c’è». Cioè, fatemi capire, sarebbe “coraggioso” da parte di un ricco artista del ricco Occidente parlare contro la pena di morte? No, scusate, rido, perché questa è veramente troppo forte. Se facesse il contrario, piuttosto, magari non lo si potrebbe apprezzare, ma certo non gli si potrebbe negare una certa dose di fegato. In compenso, da parte di Benigni non abbiamo avuta nemmeno una piccola, sorridente, amichevole, non conflittuale, non confessionale, non provocatoria, non truce, allusione alle questioni dell’aborto e dell’eutanasia. Notate che aborto e eutanasia riguardano l’entrata e l’uscita da questo mondo di esseri non ancora nati e di esseri che si considerano “già morti”. Ma se tutto si risolve dentro questo mondo essi restano fuori dalla sospirosa “vita” benigniana, e quindi, per Benigni, non entrano nel campo del “non uccidere”. Si capisce benissimo, invece, l’insistenza di Benigni sul carattere irrimediabile dell’omicidio, sul fatto che una vita non può più essere ridata, sul pericolo dell’auto-estinzione a causa di una guerra mondiale: costituiscono tout-court la fine della sospirosa “vita” benigniana, di quella del singolo e di quella del cosmo. Manca, anche qui, la trascendenza, manca un porto, manca una verità su cui tutto s’incardini.

Il sesto comandamento, il “non commettere adulterio” riassume in sé, invece, la condanna morale di tutte le disordinate condotte sessuali. Calma. State allegri. Qui non siamo talebani. Per dirla con Woody Allen, e parlando al maschile, tutti quanti noi – anche se non metto limiti alla Provvidenza, e anche se faccio fatica ad immaginare un simile fenomeno di innata morigeratezza, tranne appunto un malato o …Lui – tutti quanti noi, dicevo, prima di trasformarci in stalloni formidabili ci siamo allenati molto da soli. Tuttavia un disordine è un disordine, e dietro di sé lascia sempre nell’anima ancora presente a se stessa una piccola o grande traccia di disgusto, a seconda di cosa abbiamo combinato. Noi non scantoniamo e registriamo con teutonica precisione questo fatto. Invece della stucchevole e semi-scherzosa polemica con la Chiesa Cattolica per la riformulazione del sesto comandamento in “non commettere atti impuri”, polemica fuori luogo proprio per quanto sopra espresso, Benigni avrebbe potuto – con sorridente levità, s’intende, per amor di Dio! – battere su questo tasto: che il peccato è il peccato. Invece niente. E dobbiamo ancora parlare della cosa più importante! Il comandamento ci ricorda, infatti, il caso più classico di disordine nella condotta sessuale, alla luce della ben temprata dottrina cristiana: il tradimento del coniuge. Ma qual è il presupposto di questo comandamento? Il presupposto di questo comandamento è che ci siano un marito e una moglie: un uomo di sesso maschile e una donna di sesso femminile, per dirla ancora con teutonica precisione; un maritino e una mogliettina, per dirla con epicurea complicità; in una parola, lo schema classico e vincente: io Tarzan, tu Jane. Ma quanta poesia in quel “io Tarzan”! E quanta poesia in quel “tu Jane”! Non esiste combinazione superiore a questa divina corrispondenza d’amorosi sensi: solo i bruti o i depravati non ci arrivano. Essa significa elevazione, unione e completamento, e ogni superata divisione è un avvicinamento a Dio. Benigni invece sceglie di menare a lungo il can per l’aia. Alla fine sembra ne faccia una questione di civile consapevolezza, nella quale il rispetto per la donna, la responsabilità verso la progenie, la protezione dell’amore («non del matrimonio») fra due persone, tutto questo trova una confusa composizione.

Poi tutto sia fa più scalcagnato e piatto. Arrivato al settimo comandamento, il “non rubare”, Benigni si piega addirittura all’idolo del giorno: populismo giustizialista della più bell’acqua: corruttori, evasori, disoccupazione e tutto il resto della sbobba. L’ottavo comandamento, il “non dire falsa testimonianza” viene declinato in salsa civile. Si parla di onestà e verità, ma sembra di sentire Zagrebelsky, non Dio. Il nono e il decimo comandamento, il “non desiderare la donna e la roba d’altri”, serve a Benigni per chiudere il cerchio della sua riflessione: è un invito rivolto all’uomo a non farsi accecare dall’invidia, a cercare dentro di sé la via per la propria realizzazione. E qual è questa via? Quella che porta all’amore cosmico, hic et nunc: così Benigni (o chi per lui) interpreta l’ “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore ecc.” e l’ “Amerai il prossimo come te stesso”. Ed infatti dice: «Saltate dentro all’esistenza ora. Perché se non trovate niente ora, non troverete niente mai più. E’ qui l’eternità, non ce n’è altra!» Il Decalogo di Benigni non prevede nessuna vita ultraterrena, il che implica che un Dio vero non esiste e che Gesù non è il Figlio di Dio. E dice ancora Benigni: «Non bisogna avere paura di morire ma di non vivere, dobbiamo dire sì alla vita. La vita è molto di più di quello che noi capiamo…». Cioè: la vita – questa vita – conta molto di più di una verità irraggiungibile. E poi conclude citando il grande poeta panteista Walt Whitman: «Che cosa c’è di buono in tutto questo, ahimè, ah vita? Che tu sei qui, che esiste la vita e l’individuo, che il potente spettacolo continua, e tu puoi contribuirvi con un tuo verso». Ancora una volta tutto si risolve dentro questo mondo. Di Cristianesimo nel Decalogo di Benigni non è rimasto un bel nulla. E’ stata un’operazione di svuotamento.

Non stupisce che il santone preferito dalla potente cricca della società civile, il priore della Comunità monastica di Bose, Enzo Bianchi, abbia salutato su “La Stampa” quasi con entusiasmo la performance del suo amico Roberto: «Il lavoro di chi come Benigni presenta come fresche, pronunciate oggi, per noi qui e ora, norme che risalgono a più di tremila anni fa consiste non tanto nel fare esempi più o meno efficaci o divertenti, ma nel togliere l’accumulo di pesantezze depositatosi su un distillato di sapienza che, una volta liberato, sprigiona da solo tutta la sua ricchezza.» E si noti come anche nell’esegesi di Bianchi tutto si risolva ancora una volta dentro questo mondo: «Queste regole solo apparentemente provengono dall’esterno: in realtà sono ridestate a partire dal nostro intimo, da quello che la coscienza ci fa percepire come bene e male. In questo senso Dio non ci impone una legge estranea e ostile, ma ci conferma che quanto di nobile abita il cuore umano è degno di divenire la norma di comportamento, la via regale alla felicità, la risposta agli aneliti più profondi. Così l’essere umano si ritrova paradossalmente a compiere tanti atti di libertà, di scelta adulta, di consapevole responsabilità quanti sono gli atti di obbedienza a “regole” più grandi di lui, regole che mirano all’autentico ben-essere non di un singolo ma di una comunità, regole che creano e alimentano condizioni di pace interiore ed esteriore, regole che riconducono tutti e ciascuno a una giustizia reale, concreta, quotidiana.»

Bianchi comunque pone un problema giusto: «Perché uomini religiosi che hanno per funzione e servizio quello di spiegare la legge di Dio e far riconoscere in essa la libertà, risultano invece così noiosi, pedanti, esperti nel caricare pesi sulle spalle degli altri e così incapaci di farsi ascoltare?» E’ un problema che si pone anche il presidente del Pontificio della Nuova Evangelizzazione, monsignor Rino Fisichella, pure lui, come molti altri alti esponenti cattolici, travolto dall’infatuazione generale: «Sono anni che continuo a dire che la Chiesa ha bisogno di una nuova apologia della fede, ovvero di una nuova presentazione della fede. Benigni ha dato un segno concreto di come la fede può essere presentata». Il problema, però, caro monsignor Fisichella, è che a questo problema se ne accompagna un altro: quella di Benigni è aria fritta che non dà fastidio a nessuno, tranne forse gli anticlericali più tetragoni, ed è funzionale ad un’operazione culturale ben precisa; mentre un Benigni che fosse ortodossa “pietra di scandalo e sasso d’inciampo” non lo manderebbero in onda neanche alle tre di notte.

Ma qual è, alla buonora, questa fantomatica operazione culturale? Questa: la sinistra laico-progressista, che un giorno fu comunista, e che ha sempre dettato l’agenda culturale nella nostra epoca repubblicana, col tempo si è convertita a ciò che prima disprezzava, dal tricolore al Festival di Sanremo, ma solo per impadronirsene e piegarlo al patriottismo-costituzionale, cioè alla religione nata dalla Resistenza: ora è il momento di impadronirsi della Chiesa cattolica italiana, sogno ineffabile che si può raggiungere solo trasformandola in una di quelle accomodanti confessioni protestanti del Nord Europa che ormai, non avendo più nulla da dire, si sono trasformate in santuari del politicamente corretto. Di questa nomenklatura i Benigni, o i Saviano, sono gli alfieri istituzionali. Ascoltare questi predicatori di regime diventa un dovere civico. La suggestione fa il resto.

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Roberto Benigni, l’idolatra

Roberto Benigni, ovvero l’arte di lisciare il pelo al conformismo progressista con l’aria del mattacchione controcorrente che dice: «il re è nudo!». Dev’essere dura andare avanti per un vita a recitare questa farsa però il nostro sembra non stancarsene mai. Non credo sia per il vil denaro. O almeno non solo. Penso piuttosto a una brutta malattia dello spirito, all’impossibilità di uscire dal personaggio senza sentirsi mancare il terreno sotto i piedi. Voi direte che questa è psicologia da strapazzo da parte di un tizio – sarei io – che personaggio non è stato mai, un tizio che deve ancora fare un sacco di strada prima di raggiungere l’ambitissimo status di macchietta. Può essere, può essere, senza dubbio. Ciò non toglie che, a volte, anche la psicologia da strapazzo può cogliere nel segno.

Ma dicevamo di Benigni. L’ultima sua impresa al Tg1, dove è stato invitato per presentare il suo nuovo show sui Dieci Comandamenti. Penso che la scelta del Decalogo sia sintomatica dopo quella caduta sulla Costituzione più bella del mondo. E’ noto infatti che la Costituzione è diventata la Bibbia di una grande setta di fanatici… no, anzi, diciamo meglio, è diventata il Corano – giacché questa strabiliante Costituzione è oggetto di amore feticistico – è diventata il Corano, dicevamo, di una legione di pazzi che segue i dettami della religione del patriottismo costituzionale. Non è un caso che questa religione annoveri tra sue file dei preti veri e propri – preti cattolici, intendo – che col loro apocalittismo sospiroso danno al movimento quel tocco di pietà popolare che spesso manca ai freddi teorici della rigenerazione morale a tavolino.

E allora perché non continuare quest’opera di civile evangelizzazione con la rilettura patriottica-costituzionale del Decalogo? Questo deve avere pensato Benigni, con l’intuito dell’artista. Al Tg1 ci ha dato un assaggio della sua nuova fatica, e abbiamo potuto constatare, con sollievo, che Roberto è sempre lui: potremo risparmiarci la fatica di assistere alla mattonata televisiva e insieme sentirci liberi di scrivere che è una mattonata. Lo diciamo prima, per quel senso di lealtà e di correttezza verso il lettore che ci è sempre stato riconosciuto. Concitato, enfatico e gioviale allo stesso tempo – è il suo registro fisso da almeno un quarto di secolo – Roberto ha puntato subito il dito contro il non rubare, monito valido per tutti i secoli dei secoli e in tutte le lande del mondo, ma tanto, tanto d’attualità oggi nel nostro paese. Sprizzando allegria da tutti i pori, il nostro mattacchione moralista ha detto, con evidentissima soddisfazione, che «la corruzione è il punto più basso dell’umanità». E’ quello che sentiamo ogni giorno, con la differenza che gli arruffapopolo usano toni plumbei e minacciosi, e i maestrini della legalità preferiscono quelli sussiegosi.

Insomma, è demagogia bella e buona. Lo dico con l’aria del mattacchione controcorrente che dice: «il re è nudo!». La cosa più straordinaria, però, è che il nostro giullare di regime presenti il suo show sui Dieci comandamenti rendendo omaggio all’isterismo giustizialista di massa nel quale siamo piombati, cioè pagando docilmente tributo all’idolo del giorno. Secondo me è il punto più basso del servilismo. Chissà cosa ne pensa l’unico Dio. E’ veramente da ridere.

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Chi di Costituzione ferisce di Costituzione perisce

Insieme alla «questione morale», sulla genesi della quale non torno (anche perché ho scritte parole definitive in merito), il «patriottismo costituzionale» è l’espressione più popolare del bigottismo di sinistra in Italia, e come quella è un frutto del crollo del comunismo; crollo che per il nostro paese significò la fine della glaciazione politica imposta dalla Guerra Fredda. Sintomi politici di questo disgelo furono negli ottanta non solo l’affermarsi del socialismo craxiano a sinistra e del fenomeno leghista a destra, che interpretava in modo confuso la protesta dell’elettorato conservatore nelle roccaforti democristiane del Lombardo-Veneto, ma anche il protagonismo, per esempio, di un democristiano sui generis come Cossiga, il presidente delle «esternazioni». Il feticismo costituzionale della sinistra, prima di esplodere strumentalmente nel «ventennio» berlusconiano, cominciò a mettere radici proprio negli anni ottanta, insieme ad un inedito amore per il tricolore, che il «garibaldino» Craxi per primo aveva rispolverato a sinistra. Infatti si può dire che fino a tutti gli anni settanta per la nostra straordinaria Costituzione il popolo di sinistra non mostrò alcun segno di affetto particolare; e che al tricolore nazionale guardò perfino con sospetto. Alla sinistra post-comunista il «patriottismo costituzionale» servì per una battaglia di retroguardia, per combattere il nuovo, per agitare l’arma della Costituzione contro il «decisionista» Craxi e il «picconatore» Cossiga, e per rivendicare la propria italianità nella lotta contro il «secessionismo» leghista. Il «patriottismo costituzionale», perciò, è figlio di un conformismo settario, che ha avuto in tutti questi anni anche i suoi cantori di regime. Il più illustre dei quali è Roberto Benigni, il celebrato autore ed interprete de “La più bella del mondo”. Glielo ricordano ora i nuovi campioni di questo conformismo, i settari puri e duri di Grillo, impegnati nella lotta ad oltranza contro le riforme renziane, riuscendo in un colpo solo ad essere dei babbei e ad aver ragione.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (119)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

MONI OVADIA 25/03/2013 Quando si tratta di liquidare un avversario politico, la prima mossa del giacobino è quella di negare al malcapitato la dignità di avversario politico. Ciò lo legittima ad usare mezzi non politici. La seconda mossa è quella di denunciare la profondità del male che sta corrodendo la nazione, e l’urgenza di porvi rimedio. Ciò gli permette d’eliminare l’infame in forza di una misura di salute pubblica, termine con cui i cultori della legalità nobilitano l’arbitrio. Alla manifestazione per l’ineleggibilità del Caimano promossa dai fanatici di Micromega c’era anche Moni Ovadia, il quale, in obbedienza stretta alla regola sopramenzionata, ha parlato di Berlusconi come «di un Re Sole che non è un avversario politico perché è pieno di privilegi», e del berlusconismo come di «una patologia che si protrae da venti anni ma non per questo ciò significa che è meno grave». Attraverso le sue opere l’artista di origine ebraica è alfiere, credo di capire, di una tollerante, carnevalesca e cosmopolita fratellanza. Che a me andrebbe anche abbastanza bene, se non fosse che l’umanitarismo intransigente di queste icone della società civile, quando si tratta di abbattere il «male», si distingue immancabilmente per la sua disumanità.

[Update 02/04/2013 Moni Ovadia ha risposto sul sito web de “L’Unità” al mio ferale attacco con queste parole: “Google alert, questa settimana, mi ha portato un gioiello di logica proberlusconiana di raro pregio, apparso sul sito Giornalettismo a firma Massimo Zamarion. Lo riporto integralmente per la delizia del mio lettore: (…) L’estensore di questa perla mi definisce giacobino e fanatico perché chiedo, insieme ad altri cittadini, di applicare una regola fondamentale di ogni democrazia liberale ovvero che nessuno, si chiami Berlusconi o pinco pallino, possa essere candidato ad elezioni qualora sia titolare di concessioni pubbliche e, in particolare, nel campo dei media. Fare un appello raccogliendo firme per chiedere il rispetto della Costituzione e l’applicazione corretta di una legge vigente promulgata dal parlamento sovrano sarebbe «liquidazione di un avversario politico» con altri mezzi (quali? La ghigliottina? La garrota?). Come se non bastasse questa stupidaggine, Zamarion mi definisce disumano contro ciò che io stesso diffondo nei mie spettacoli, ovvero l’umanesimo etico e spirituale del mondo yiddish. Ma quel mondo glorifica lo splendore dell’uomo fragile, la bellezza malinconica dello sradicato che elegge come patria l’esilio e per questo sa librarsi fra cielo e terra. Berlusconi incarna l’esatto opposto di quell’umanità sublime perché celebra l’idolo del privilegio, della disuguaglianza, della mistica del capo. Non a caso non perde occasione per incensare Mussolini. Ma i suoi sacerdoti, apologeti del nonsenso ossequiente ai desideri del Principe, sono proni a tal punto che non si vergognano di chiamare umanesimo l’incessante sfregio della democrazia.” Me ne sono accorto solo ieri, e ho cercato di mandargli un commento in risposta. Ma sarà che sono arrivato fuori tempo massimo, sarà che sono imbranato, sarà che sono stato tremendamente efficace, il commento non è apparso. E allora lo riporto qui per la delizia del mio lettore: “La mia rubrica è chiaramente provocatoria, spesso semi-umoristica e a questo fine usa parole pepate. Ma è leale e schietta. Non insinua, non allude, va dritta al suo scopo. Pur essendo me stesso e pur essendo dichiaratamente berlusconiano, i miei strali sono caduti impietosamente una volta anche su me stesso e spesse volte anche sul Berlusca. Chi vuole può controllare nell’archivio. (…) Lo scopo del mio attacco a lei era quello di inchiodarla alle sue contraddizioni. Nientepopodimeno. Che poi sono le contraddizioni di molti campioni dell’umanità del passato, pronti a ostentare una finissima sensibilità per tutto ciò che è umano, nella sua ricchezza, nella sua fragilità, nella sua diversità ecc. ecc. Lo stesso Robespierre si considerava un “intransigente” democratico e liberale, e nel 1791 fu il primo deputato a perorare in un parlamento europeo la causa dell’abolizione della pena di morte che descrisse così: omicidio giuridico, crimine solenne, vile assassinio, usanza barbara ed antica, il più raffinato esempio di crudeltà. Due-tre anni dopo ghigliottinava su scala industriale. Tocqueville notò poi come la letteratura pre-rivoluzionaria grondasse sentimentalismo e umanitarismo. Se lei dimostra tanta comprensione per questa povera umanità, tanto da fare dell’ebreo di cultura yiddish – cittadino del mondo per forza, e quindi quasi per forza sollevatosi sopra le miserie nazionalistiche e materiali – colui che meglio la interpreta e meglio la riscatta, perché poi da quelle altezze cede pure lei alla ridicola mostrificazione del Berlusca e alla caricatura della plebe che lo vota, nonché dei suoi “sacerdoti”? Perché poi cede a quel ridicolo concetto semi-religioso della democrazia proprio dei giacobini e alla ridicola semi-divinizzazione della Costituzione e al legalismo capzioso di chi cerca pretesti? Sono cose proprie dei millenarismi e delle ideologie. Che si sa, sono settarie per natura. Non vi accorgete che state professando una specie di Religione del Libro?”]

BILL GATES 26/03/2013 La gente, specie quella che si fa passare per responsabile e consapevole, non ama gli imprenditori, ma di solito tale invidiosa disistima è inversamente proporzionale alla loro ricchezza. Ed è così che il massimo del disprezzo va al «padroncino», mentre quando supera un certo fatturato al ricco imprenditore è concessa la possibilità di diventare fascinoso, se appena appena costui ostenta «idee di progresso». Ed è per questo che molti magnati si danno a una ben pubblicizzata filantropia, sempre politicamente corretta, e in quanto tale spesso meschina e deprimente. Bill Gates, per esempio, ha appena lanciato un bando per l’ideazione e la progettazione di un super-preservativo di nuova generazione, mettendo a disposizione un fondo che potrà arrivare fino ad un milione di dollari. Neanche tanto, verrebbe da dire, se l’ambizione è quella di mettere al sicuro l’umanità dalle malattie sessualmente trasmissibili e dalle gravidanze indesiderate, garantendo nel contempo, al maschio soprattutto, grazie al prodigioso profilattico, un piacere al cento per cento «naturale». Un sogno messianico di natura erotica, direi, uno dei tanti che la «religione civile» produce, e come tale puntualmente destinato al disastro, e più figlio dei capricci dell’ancor ricco Occidente, o di quelli delle nomenklature dei paesi emergenti, che della sollecitudine per le plebi del vasto mondo: la sollecitudine vera, infatti, scalda il cuore.

GIAN CARLO CASELLI 27/03/2013 Povero Bersani, non gliene riesce una. Ha lanciato Grasso alla presidenza del Senato nella speranza che la figura dell’ex procuratore nazionale antimafia gli portasse in dote il plauso della società civile ultra-legalitaria in misura sufficiente a rompere le fila dei neghittosi grillini. Ma i tempi corrono, gli ayatollah del partito della legalità sono stati risucchiati in una spirale rivoluzionaria e si stanno mangiando l’un l’altro, e quindi Grasso, per i più scalmanati almeno, è ormai la quinta colonna del berlusconismo nel campo della sinistra. Che da quelle parti i nervi siano a fior di pelle, lo dimostra anche la reazione del procuratore della repubblica di Torino alle parole dette da Grasso contro una certa giustizia-spettacolo che rovina carriere e discredita la giustizia. Caselli se ne è sentito personalmente ferito, e perciò ha preso carta e penna per chiedere al Csm di «essere adeguatamente tutelato» da quelle che ritiene «accuse e allusioni suggestive». Facciamo così: mettiamo che Caselli abbia ragione, mettiamo che il bersaglio del bieco Grasso fosse proprio lui. Rimane il mistero di questa sua strana suscettibilità a scoppio ritardato nei confronti di quelle «accuse e allusioni suggestive» che da vent’anni sono il marchio di fabbrica di certa garrula magistratura iper-presenzialista e di molte gazzette iper-democratiche.

VIVIANE REDING 28/03/2013 La commissione europea ha appena pubblicato un rapporto sullo stato della giustizia nei 27 stati membri. I dati si riferiscono alla giustizia civile e l’Italia è nella coda del gruppo dove lotta strenuamente per l’ultimo posto in classifica insieme a una piccola manciata di contendenti che stentano ormai a tenere il passo lentissimo del nostro paese. Non sappiamo cosa succederà quando avremo i dati sulla giustizia penale – ammesso e non concesso che le formidabili imprese della nostra giustizia penale possano essere lette attraverso i dati – ma scommetteremmo nondimeno su un’altra strenua lotta. A presentare il rapporto è stata la commissaria europea alla Giustizia Viviane Reding. Qualcuno, uno dei nostri, sicuramente, le ha chiesto se l’inefficienza del sistema giudiziario italiano non dipendesse per caso dagli attacchi dei politici alla magistratura. La commissaria non ha voluto fare fatica. Perciò la risposta a una domanda così cretina è stata una risposta altrettanto cretina: «Giù le mani dai giudici!», ha detto, «Se si vuole che la magistratura sia davvero indipendente, bisogna lasciarla lavorare». In Italia lo abbiamo fatto con fin troppa generosità, tanto che i giudici l’hanno okkupata, la politica: ora abbiamo ex magistrati che fanno i sindaci di grosse città; abbiamo ex magistrati capi di partito; abbiamo appena eletto un ex magistrato alla seconda carica dello stato; abbiamo già un famoso magistrato che ne mette in dubbio l’onore, essendosi sentito da quello ferito nell’onore; e tra i candidati alla presidenza della repubblica si fa il nome di un ex giudice ed ex presidente della Corte Costituzionale, oltre che attuale presidente onorario di una famosa associazione giacobina.

RAIDUE 29/03/2013 Il TuttoDante di Benigni si sta rivelando un disastro commerciale tanto che forse il programma sarà spostato in seconda serata. Il maledettissimo share è piombato al 4,5 per cento, che in sé sarebbe ottimo, per un programma sulla Divina Commedia, ma le aspettative dei poveri fessacchiotti di RaiDue erano per il 15 per cento. Senza contare che purtroppo Roberto non fa sconti e si fa pagare da Dio, nonostante l’arrivo di Papa Francesco e la crisi. Ecco cosa significa scommettere sui gusti della società civile progressista, colta e fine solo nelle pose, quella stessa marmaglia che invece non ha voluto assolutamente mancare all’appuntamento col Festival di Sanremo targato Fazio & Littizzetto. La società civile progressista ama gli eventi in cui celebra se stessa e addita a ludibrio la società incivile. I dieci milioni di spettatori sono tutti lì. Funziona la serata unica sulla Costituzione più bella del mondo, o la performance dedicata alla storia e alla cultura del nostro paese, nella quale, s’intende, la cultura è sentita solo come un pretesto per distinguersi dagli iloti berlusconiani. Il giochino con TuttoDante non funziona. Dopo la prima puntata il contorno emotivo evapora, e rimangono solo Benigni e Dante, Dante e Benigni. Di Berlusconi nessuna traccia, neanche all’Inferno.

Una settimana di “Vergognamoci per lui” (97)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

MARCO RAMAZZOTTI STOCKEL 22/10/2012 Tutto è andato a meraviglia, esattissimamente come previsto. La nave Estelle, con a bordo una ventina di attivisti filo-palestinesi, compresi parlamentari di diversi paesi europei, era diretta a Gaza, con l’intenzione di sfidare – pacificamente, va da sé – il blocco navale imposto da Israele. Fra di essi un italiano, di nome Marco Ramazzotti Stockel. Come da programma, il veliero di Freedom Flotilla è stato intercettato dalla marina militare israeliana e scortato al porto di Ashdod. Qualcuno degli attivisti più rumorosi è stato ammanettato, e, a detta di Stockel, «da parte dei militari c’è stata anche un po’ di cattiveria perché gli israeliani hanno usato, in modo brutale, anche pistole elettriche». Anche in questo il programma è stato perfettamente rispettato: brutalità, ma solo un po’. Il minimo sindacale, giusto per ravvivare il dramma. Grazie ai buoni uffici dell’ambasciata il nostro attivista ha evitato di passare la notte in un luogo di detenzione. Il giorno dopo è stato espulso da Israele, trasportato a Tel Aviv e imbarcato in un aereo che l’ha riportato sano e salvo in Italia, dopo un felice atterraggio all’aeroporto di Fiumicino. Appena sbarcato Ramazzotti Stockel ha detto: «Abbiamo raggiunto il nostro obiettivo politico, che era quello di parlare e far parlare della situazione di Gaza e della Palestina, perché Gaza e Palestina sono centri di tensione internazionale gravissima per tutta l’Europa e l’Italia». Insomma, è andato tutto benone. Lagne comprese.

LA CORRUZIONE PERCEPITA 23/10/2012 Non bastava quella vissuta sulla propria pelle. Adesso i media hanno deciso di rovinarci la giornata pure con la corruzione «percepita», quella che ti mette di cattivo umore solo ad annusarla da lontano. La corruzione percepita si misura grazie a tre indici: l’indice di percezione della corruzione, «ottenuto sulla base di varie interviste/ricerche somministrate ad esperti del mondo degli affari e a prestigiose istituzioni»; l’indice di propensione alla corruzione, basato su interviste «condotte tra dirigenti senior di aziende nazionali e multinazionali, ma anche tra dirigenti e responsabili finanziari, camere di commercio, banche commerciali nazionali e straniere e studi legali commerciali»; e il barometro di percezione della corruzione, un sondaggio che «si rivolge direttamente ai cittadini, indagando sulla loro percezione della diffusione della corruzione nei vari settori». I parametri sembrano invero piuttosto fumosi, non lontani da quelli ormai leggendari che misurano la qualità della vita nelle classifiche de Il Sole 24 Ore, ma sono i criteri di Transparency International, che se siete del partito degli onesti non potete discutere. La corruzione percepita sembra fatta apposta per un paese sull’orlo di una crisi di nervi qual è il nostro. Il partito degli onesti ci ha lavorato ai fianchi per tanti di quei decenni che ormai non ci fidiamo più di nessuno. Siamo così precipitati nella classifica dell’onestà percepita al sessantanovesimo posto, insieme a Ghana e Macedonia, che presto lasceremo al loro mediocre destino di piccole nazioni per sprofondare ancor più nell’Abisso della Corruzione Percepita. Là dove su ogni nostra azione calerà l’ombra del sospetto, ma saremo contenti di far ridere il mondo. Sempre che un provvidenziale terremoto, colpevolmente imprevisto, non ci seppellisca prima tutti.

ROBERTO BENIGNI 24/10/2012  Il predicozzo di Saviano, il predicozzo di Celentano, il predicozzo di Benigni: ma non sarà questa la TV di regime, quella che non avevamo in realtà mai conosciuto? L’evento annunciato, l’osanna preriscaldato, il pubblico precettato, il trionfo assicurato, la qualità risibile: gli ingredienti ci sono tutti. Ci beccheremo dunque anche la seratona dedicata alla Costituzione. Il rito democratico officiato dal ridanciano Benigni avrà per titolo «La più bella del mondo», giusto per vestire di innocente, matta, fanciullesca magnanimità quella che sembra un’intimidazione agli infedeli e ai poco entusiasti. Perché costui è irregolare ed allineatissimo da sempre. Ma ormai ci vedo qualcosa di patologico.

CORRADO CLINI 25/10/2012 Decenni di propagandata (e fasulla) cultura della legalità e qual è l’unico risultato certo ottenuto? Il fariseismo di massa, la professione d’innocenza di popolo, il sistematico «noi buoni» espresso a tutti i livelli, da quello rionale a quello nazionale, contro le «cricche». Qualsiasi cosa succeda c’è sempre qualcuno che necessariamente è colpevole. Prendete il terremoto dell’Aquila. Ma sì, continuiamo a prenderci in giro con la storiella del mancato allerta o delle eccessive rassicurazioni da parte degli scienziati. Che in realtà non avevano escluso nulla. In quei giorni la verità la sapevano gli abruzzesi e la sapevano gli italiani: non c’era nessuna certezza, né che si verificasse la grande scossa, né quando, né dove. L’unico che si azzardò a profetare fu Giuliani che indicò senz’altro Sulmona, e senza fallo nel giorno sbagliato. Bisognava forse far sfollare la popolazione fino a tempo indeterminato? E poi quale popolazione? E dove? E allora dove trovare la colpa? Nei politici, nei tecnici, nei progettisti, nei costruttori, nelle leggi mai fatte, e in quelle mai fatte rispettare? No, salvo casi specifici e documentati. La quasi totalità degli edifici italiani non è costruita con criteri antisismici. Molti di questi sono vetusti, isolati nelle campagne o fittamente addossati l’uno sull’altro nei centri storici di paesetti e città. Chi li abita convive fatalisticamente, specie in certe aree, col rischio di conseguenze catastrofiche in caso di terremoto. E’ una colpa? No. Ciascuno di noi lo fa quotidianamente, in piccola o grande misura, con altri tipi di rischi. E’ la condizione umana. E che dovrebbe fare il proprietario di uno di questi edifici? Comprarsi una casa fatta coi giusti criteri? Costruirsela? Ristrutturare la propria abitazione adeguandola alle norme vigenti? E dove trova i soldi? Gliela fa lo stato, visto che ci sarà di sicuro qualche imbecille già pronto a parlare di diritto alla «casa antisismica»? Ma va’… Stiamo vivendo un lunghissimo periodo di transizione che urta contro resistenze culturali e problemi di costi. Invece di guardare avanti, e di vedere nei problemi come questi anche le opportunità, continuiamo a farci male per spirito di fazione. Così gli esperti della Commissione Grandi Rischi sono stati condannati. Qualche politico locale è riuscito a proclamare che «giustizia è fatta!». Il mondo ci ha riso dietro. Spesso con un certo disprezzo. «Il paese di Galileo», questo lo stigma, anche se gli inquisitori questa volta avevano deciso nel nome del civismo e del progresso democratico, che non tollera imperfezioni e zone d’ombra. E il ministro dell’Ambiente, nel lodevole tentativo di difendere la Commissione, non ha trovato di meglio che andar dietro allo straniero. Anche lui a cianciare di Galileo. Robe da matti.

RISPOSTA AI COMMENTI. Cavilli e pretesti. Pretesti e cavilli. Non sarebbe neanche intelligente parlarne. Uno si fermerebbe prima. Dire che non sono colpevoli di non aver previsto, dire che non sono colpevoli di non aver dato l’allarme, perché in effetti i terremoti non si possono prevedere, ma che sono colpevoli di aver ubbidito ai politici nel dare un tono rassicurante alle loro osservazioni in ogni caso “non conclusive”, in un contesto semi-isterico nel quale altri profetizzavano date e luoghi sbagliati, è un esercizio da sofisti. Se avessero fatto il contrario? Se avessero dato un tono drammatico alle loro osservazioni in ogni caso “non conclusive” cosa ne sarebbe nato? Polemiche perché non si faceva niente? Polemiche perché si lasciava la popolazione a se stessa, senza nessuna direttiva precisa? e via di seguito… Ripeto che la verità la sapevamo tutti. Sapevamo di non sapere. Rido poi in faccia a quella magistratura e a quegli assatanati che cercano la verità nelle pieghe più riposte e sbrindellate della nostra sbrindellata quotidianità, nelle mezze frasi intercettate al telefono e equivocate di proposito, come “l’operazione mediatica” contestata a Bertolaso. Era appunto un’operazione mediatica, un’operazione di confronto coi media e con la popolazione, ma non voleva dire che fosse dolosa e menzognera. Lascio queste miserie alle passioni degli inquisitori e ai feticisti del diritto…

VITTORIO FELTRI 26/10/2012 Quello che mi fa specie in molti dei giornalisti che fino all’ultimo hanno seguito con simpatia le mirabolanti avventure politiche del Cavaliere di Arcore è il fatto che in realtà costoro non l’abbiano in fondo mai ben capito. Negli ultimi due anni, per esempio, Berlusconi ha fatto sistematicamente il contrario di quanto da loro sperato, auspicato o previsto: non ne hanno imbroccata una. Per loro Berlusconi è stato prima un generoso moschettiere della politica, un giocoso e sorridente rivoluzionario, e poi magari la triste ed impotente caricatura di quel moschettiere e di quel rivoluzionario. Per molti versi lo stesso mezzo Berlusconi dipinto dai suoi nemici, ma visto in luce positiva. Non hanno mai perfettamente inteso la razionalità di fondo dell’agire politico di un uomo che ha sempre cercato di unire, tenere insieme e costruire, salvo poi essere accusato di dividere gli italiani o di cacciare qualcuno che essere cacciato voleva. Ultimo a combattere per la sopravvivenza del suo governo, il Caimano, che non è mai stato vendicativo ed ha la vista lunga, è stato il primo, dopo le dimissioni, a promettere lealtà e collaborazione al governo dei tecnici. Ed oggi è Bersani a dire che le possibilità di un Monti-bis sono zero. E’ legittimo. Ma è la sconfitta di tutto coloro che a fondamento del “montismo” mettevano la scomparsa del berlusconismo, della sua creatura politica e della sua piattaforma politica di centrodestra; alla quale ultima, necessariamente, i “montiani” ora dovranno fare appello. Tutte le altre alternative sono finite mestamente nel cesso. L’addio del Cavaliere arriva dunque nell’ora più giusta. Non è una balla o uno scherzo. A non crederci troppo, a dubitare ancora, è invece Vittorio Feltri, che vuole comunque esprimere al Cavaliere il suo eterno ringraziamento per la vittoria del 1994, «quando la sinistra marciava spedita verso la vittoria elettorale, favorita dall’assenza del pentapartito (eliminato dalle inchieste giudiziarie)», e Silvio «si improvvisò politico, mise in piedi un partito di plastica nel giro di due mesi e risparmiò all’Italia un bagno tardocomunista.» Il partito di plastica! Eccolo qui, lo stesso mezzo Berlusconi sopramenzionato, quello dipinto dai nemici, ma visto in luce positiva.