Distinzione dei fini

Non per difendere Maritain a prescindere (figuriamoci: io non ho problemi a definirmi conservatore in politica e perfino liberista in economia) ma mi sembra che l’analisi di Brachetta sia così precisa da sfiorare la malizia. Voglio dire: bisogna anche cercare di fare uno sforzo d’interpretazione senza bloccarsi davanti a certe, magari solo apparenti, incongruenze del linguaggio (faccio qui riferimento all’appunto sui semina verbi, per esempio). Infatti ciascuno ha il suo linguaggio. Se quello di S. Tommaso è preciso, non è che per questo debba essere oggetto – lo dico senza alcun intento polemico – di un’adorazione quasi feticistica. Anch’esso deve essere – stante la natura del linguaggio – interpretato.

Il fatto che la politica sia solo un fine intermedio propedeutico ad un fine ultimo che è il Sommo Bene, cioè Dio, significa anche che questo fine intermedio determina la sua specificità: se il fine intermedio fosse interamente assorbito dal fine ultimo esso perderebbe la sua specificità e non sarebbe più un fine intermedio. Se la politica e lo stato fossero assolutamente assorbiti dal fine ultimo essi perderebbero la loro specificità. Il bene comune, che è il loro fine, da raggiungere (auspicabilmente, anche se ciò non sarà mai possibile perfettamente) nel rispetto delle verità naturali e divine (e ciò è propedeutico al Sommo Bene) arriva fino ad un certo punto, e riguarda sia il grano sia la zizzania. Oltre quel punto è l’uomo singolo ad avere il destino fra le sue mani. Semplificando all’estremo i ragionamenti, sembra che Brachetta veda in Maritain il pericolo di un’assolutizzazione di un fine intermedio, e quindi quello di piegare il Cristianesimo alle ragioni del mondo; il quale errore, però, sarebbe soltanto speculare a quello di chi non si limita ad ordinare il fine intermedio al fine ultimo, ma assorbe completamente il fine intermedio nell’ultimo negandogli perciò la sua specificità, ragione ed esistenza. E’ nella distinzione dei fini, pur ordinati al Sommo Bene, che si crea lo spazio della secolarizzazione cristiana, la sola che abbia solide fondamenta sulle quali costruire una società libera ma non libertina, e la sola che alla lunga possa sopravvivere.

In quanto poi alla dichiarazione di Pio XI sulla intrinseca perversità del comunismo, ciò non implica, come pretende un po’ troppo sbrigativamente e drasticamente Brachetta, che «perverso “intrinsecamente” significa che nulla è salvabile nel comunismo, nemmeno le luci, come nulla era salvabile nell’Arianesimo, nel Catarismo o in altri regimi totalizzanti e totalitari, religiosi e non»; ma che perverso intrinsecamente è un pensiero la cui essenza, la cui direzione di marcia, il cui racchiuso messaggio, sono perversi, cioè ordinati al male o alla menzogna; ma ciò non implica affatto che esso non contenga accidentalmente delle proposizioni vere, e che di alcune verità, che restano però verità, non si serva strumentalmente: caratteristica questa, peraltro, di quasi ogni dottrina erronea [1]. Per cui l’atteggiamento di Maritain verso il marxismo non va inteso come un atteggiamento di parziale comprensione, ché anzi la condanna è nettissima; ma è l’atteggiamento di chi cerca di capire perché esso, strumentalizzando alcune verità o alcuni fatti oggettivi, abbia avuto tanta influenza su tante persone anche in buona fede. Che egli poi da questo lato si sia dimostrato fin troppo magnanimo, lo ammetto anch’io, ma non certo fino al punto da uscire dall’ortodossia. Risulta poi piuttosto contraddittorio che Brachetta puntelli la sua affermazione citando il fideista Pascal; delle due l’una: o il fideista era ortodosso; oppure anche un fideista poteva dire delle «grandi verità».

[1] Aggiornamento del 02/12/2016 – Ho trovato nel web questo passo di Gilbert K. Chesterton che esprime con altre parole il mio stesso pensiero: «For the true consistent heresies generally look very clear indeed; like Calvinism then or Communism now. They sometimes even look very true; they sometimes even are very true, in the limited sense of a truth that is less than the Truth. They are at once more thin and more brittle than the diamond. For a heresy is not often a mere lie; as Thomas More himself said, “Never was there a heretic that spoke all false.” A heresy is a truth that hides all the other truths.» (The well and the shallows, G. K. Chesterton)

L’implosione dell’Islam

La recente ondata di attentati terroristici in Kuwait, Tunisia e Francia (anche se sulla vera natura di quest’ultimo rimangono ancora dei dubbi) hanno riaperto il dibattito sulla natura e sulla pericolosità dell’integralismo islamico. Siccome, a nostro immodesto avviso, c’è in giro un sacco di confusione e reticenza, abbiamo deciso di dare anche noi il nostro contributo, sgombrando drasticamente il campo da vari equivoci. Il primo: la presunta debolezza cristiana-occidentale e la presunta forza islamica, o, se volete, la presunta identità debole dell’Occidente e quella forte dell’Islam. Quest’opinione, che ha largo seguito, è frutto di una grandiosa illusione ottica. In realtà, la secolarizzazione sta stritolando a poco a poco un Islam in preda a convulsioni mortali. La secolarizzazione, infatti, è figlia del Cristianesimo. Senza di esso è inconcepibile. E’ il Cristianesimo ad aver distinto lo stato dalla chiesa (e così la politica dalla religione, e il diritto positivo dal diritto naturale). Li ha distinti (ma non separati [1], in quanto essi agiscono nello stesso universo morale, e una doppia morale non esiste) a ragione dei fini diversi ai quali mirano: la conservazione e il benessere della società l’uno, la salvezza dell’anima l’altra. Così, nel corso dei secoli, si sono sviluppate le libertà civili dell’occidente, e fra queste sono comprese molte cose che il Cristianesimo moralmente condanna. La civiltà cristiana – sul piano sociale – non si contrappone alla libertà dei costumi in quanto tale, ma ad una libertà orgogliosa di sé, una libertà tesa ad emanciparsi dalla morale, e a negare la verità. E se è fatale che la secolarizzazione avanzi in genere attraverso la trasgressione e lo spirito anticristiano, è anche inevitabile che prima o dopo, pena l’autodistruzione della società, la civiltà al decalogo ritorni. Questo ritorno, che è un ritorno inconfessato al Cristianesimo, purifica, senza per questo necessariamente assolverle dal punto di vista morale, le libertà conquistate obbedendo a pulsioni trasgressive. E in realtà tanto maggiore sarà il grado di consapevolezza della civiltà cristiana – civiltà che non sarà mai, neanche imperfettamente, e spesso neanche prevalentemente, una società di cristiani – tanto maggiore sarà la sua capacità di tollerare la libertà dei costumi al suo interno, e allo stesso tempo di neutralizzarne la carica nichilistica.

Il tradizionalismo cattolico, qui inteso nella sua espressione ereticale, non ha mai voluto capire o accettare il fatto, indiscutibile, che la secolarizzazione – perimetro delle libertà civili – è figlia del Cristianesimo. Per la forma mentis tradizionalista la secolarizzazione è sempre un male; un male che la civiltà cristiana può sopportare, corrompendosi via via, fino ad un certo punto di rottura, oltre il quale essa non può più esistere. (Naturalmente il progressismo cattolico, sempre inteso nella sua espressione ereticale, fa il ragionamento inverso: l’accettazione della secolarizzazione implicherebbe una revisione dei dogmi, cioè la loro distruzione, cioè la distruzione della Chiesa). Curiosamente, anzi, significativamente, questa interpretazione si attaglia perfettamente alla crisi dell’Islam. L’Islam è una religione-società che si sostanzia nella precettistica, e che sa essere elastica non nella misericordia, ma solo attraverso un armamentario di scappatoie religiose-legali di stampo farisaico. Ma a lungo andare ciò non può bastare al sentimento di libertà (libertà anche di peccare, ossia di piegarsi al peccato) che è innato nell’uomo proprio perché prima di tutto figlio di Dio, e non di una tribù, di una razza, o di una società. La secolarizzazione cristiana offre la soluzione, non la scappatoia, che permette alla società di respirare, cioè di vivere, senza per questo rinnegare la religione: oggi essa, insensibilmente e senza premeditazione, ma per la forza ineluttabile delle cose, sta assediando un Islam che con essa può venire a patti solo riconoscendo la propria fine. E qui veniamo al secondo equivoco: il terrorismo islamico come espressione di un integralismo che tradisce i principi dell’Islam. La verità è che moderatismo o integralismo non intaccano la sostanza dell’Islam, né lo definiscono. E’ vano, infatti, chiedersi quale sia il vero Islam al riguardo di una religione-società che non conosce veri dogmi, ma che appunto si sostanzia in una precettistica variamente e limitatamente modulabile, ma non per nobili motivi. La ferocia quasi caricaturale di certe sue espressioni odierne è la forma parossistica di una vitalità che sta venendo meno.

E’ corretto dire, piuttosto, che questo Islam in fase violentemente agonica si trova di fronte ad un Occidente (inteso in senso lato come civiltà cristiana, non identificabile col Cristianesimo in quanto tale, dotata di una carica universalistica che la trascende e che ne esalta le capacità assimilatrici) che oggi vive una delle sue periodiche fasi d’indocilità nei confronti di Dio e della ragione, manifestantesi attraverso un assurdo e capriccioso universalismo dei diritti (scimmiottatura anticristiana dell’universalismo cristiano), protervo nelle sue stravaganze, comprese quelle linguistiche (tipiche dei fenomeni rivoluzionario-millenaristici tesi a ri-definire la verità), e che trova appoggio nell’opinione pubblica, oltre che per l’attivismo di minoranze militanti e dei media, anche per l’istinto alla ribellione sempre latente nell’uomo, ma non per un vero senso di solidarietà verso le categorie interessate da questi nuovi presunti diritti: è la secolarizzazione anticristiana, contraddizione vivente che può durare solo durante il caos della breve stagione rivoluzionaria, prima di venire piegata alle inflessibili esigenze del nuovo ordine, incardinato su un nuovo decalogo di principi laici (sempre aggiornabile) che però, disconoscendo quella morale che per natura non può che incardinarsi su principi di verità, non conosce distinzione fra legge e morale, e quindi non conosce la secolarizzazione, e quindi il perimetro delle libertà civili. Per ritrovarle la società dovrà per forza di cose – non fosse altro che per istinto di autoconservazione – tornare alla secolarizzazione cristiana, e ri-piegarsi al diritto naturale: lo farà nei fatti, anche se con la bocca e col cuore per una sua larga parte non si ri-piegherà a Dio. In questo quadro la malattia mortale dell’Islam ha di buono (e di provvidenziale) che agisce da pungolo sull’Occidente, costringendolo a ritrovare le sue veri radici.

Passiamo ora al terzo equivoco: il fatto che spesso i terroristi islamici siano persone apparentemente ben integrate in Occidente, o apparentemente occidentalizzate, quantunque provenienti da paesi islamici, dimostrerebbe l’impermeabilità dell’uomo islamico alla cultura occidentale. Ma ciò non è esatto. Se è vero che l’Islam non può sopravvivere a lungo in tempi di democrazia (come scrisse Tocqueville 170 anni fa), non bisogna tuttavia sopravvalutare il significato di questi casi. L’uomo sente per natura il bisogno di assoluto, anche se molto spesso trasforma questo bisogno in una molto più meschina voglia di protagonismo, nella voglia di sentirsi in qualche modo qualcuno, o nella ricerca di gratificazione nella cieca obbedienza al branco o alla setta, in un annullamento di sé disumanizzante ma anche totalizzante e quindi, per un certo verso morboso, appagante. Oggi, per esempio, il giovanotto italiano ha a disposizione la No-Tav; il giovanotto islamico ha la Jihad: che sia un brillante studente universitario, o un deficiente modaiolo maniaco del rap (entrambi, a loro modo, esempi di conclamato occidentalismo), non fa alcuna differenza.

Il quarto equivoco è che l’instabilità del mondo islamico (a parte quello dell’estremo oriente) sarebbe in buona misura la conseguenza degli interventi militari occidentali in Afghanistan e in Iraq. Ma ciò non è vero. Essa dipende, come detto sopra, in primo luogo da un problema strutturale interno all’Islam, da un suo difetto costitutivo ed ineliminabile, che la modernità mette impietosamente a nudo.

Il quinto equivoco è che l’insipienza della politica americana di Obama sarebbe la continuazione di quella di Bush, lo stesso tipo di maldestro interventismo, ancorché molto meno massiccio e pianificato. Ma anche questo non è vero. L’interventismo obamiano è stato dominato dall’opportunismo, mentre quello di Bush, più che una risposta diretta al terrorismo globale, fu un progetto strategico di presenza militare a lungo termine che aveva un senso, se portato avanti con la necessaria determinazione, e rappresentò inoltre la volontà di rispondere alla passività occidentale. Ci ricordiamo bene, infatti, di come la guerra in Iraq fece scorrere fiumane di pacifisti in tutto il mondo occidentale, e di come l’intervento in Libia, o i minacciati interventi in Siria, non abbiano invece spinto in strada neanche i fanatici della pace. E questo perché in teoria si trattava di mettere il cappello sulle apparentemente trionfanti primavere arabe, senza correre molti rischi. Cosicché fu generale l’appoggio conformistico alla folle ed erratica politica occidentale verso il mondo islamico, della quale vogliamo elencare brevemente i misfatti: il tradimento dei propri amici Mubarak e Ben Alì (dittatori solo per gli standard occidentali, non certo per quelli mediorientali) quando invece sarebbe stato saggio esercitare un ruolo di mediazione fra i governi al potere e le istanze di primavere arabe che spesso erano solo figlie di microscopiche avanguardie liberali urbane pronte ad essere fagocitate da forze ben più grandi di loro; il tradimento di una canaglia, per lunghi anni terrorista su scala mondiale, come Gheddafi, dopo che questi si era di fatto arreso all’Occidente in cambio del mantenimento del potere nel suo proprio paese e dopo che l’Occidente aveva siglato – di fatto – la pace con lui, mostrando nello stesso tempo di voler credere ad una primavera araba che in Libia non è mai scoppiata; aver dato prova di mollezza per decenni nei confronti del regime di Assad e di aver aspettato a demonizzarlo solo nel momento in cui un’ambigua primavera araba siriana scoppiava, e poi di aver chiuso gli occhi dinanzi agli sviluppi di questa ambigua primavera araba, completamente in mano in brevissimo tempo a fanatici sunniti sponsorizzati dalle monarchie del Golfo (Assad è alawita, cioè scita, e il suo regime è alleato con l’Iran scita), e poi ancora di non aver avuto il coraggio di scegliere il male minore (cioè Assad); aver dimenticato altre primavere scomode della penisola arabica, pur di non disturbare le monarchie del Golfo, come quella in Bahrein; o come quella nello Yemen, che ora si è trasformata in una specie di guerra civile tra i ribelli sciti e i sunniti sostenuti da una coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita, che sta spingendo il conflitto verso esiti catastrofici.

E infine il sesto equivoco, che li riassume tutti: l’Islam starebbe vivendo uno dei suoi periodi di aggressiva espansione. L’Islam sta invece grandiosamente implodendo: gli attentati terroristici non sono altro che le schegge e i detriti che questa incontrollata implosione produce e in parte fa piovere sulle nostre teste.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

[1] Il concetto di separazione tra stato e chiesa viene spesso ipocritamente inteso come se si avesse a che fare con sfere appartenenti a mondi diversi, come se per l’appunto l’universo morale fosse diverso per le due sfere. Ma non è così. Se fosse così lo stato potrebbe assurdamente proporsi come entità a-morale. Ad un livello inferiore, per un fare un’analogia forse non del tutto pertinente ma abbastanza indicativa, lo stesso concetto di separazione dei poteri del costituzionalismo liberale non implica che questi poteri possano andare ciascuno per i cavoli propri. E’ una separazione che va intesa come distinzione delle funzioni, collegata ad una ben circoscritta autonomia, all’interno di uno stesso stato.

L’equivoco del «vero Islam»

Partiamo però da un altro equivoco: la secolarizzazione, intesa solitamente come fenomeno contrario alla religione. La secolarizzazione, in realtà, è figlia del Cristianesimo. E’ stato il Cristianesimo a distinguere la religione dal secolo, la chiesa dallo stato, a dare a Cesare quel che è di Cesare: a dare, cioè, al secolo quel che è del secolo. Prima di Cristo (e anche dopo, al di fuori del mondo cristiano) questa distinzione poteva albergare incerta, proprio perché priva della risposta della Rivelazione, nella mente dei filosofi, ma era in genere inconcepibile. Ciò non significa che il connubio stato-religione avesse un’impronta totalitaria (ché anzi ciò può verificarsi solo in tempi post-cristiani) ma la sensibilità religiosa dell’individuo era come irretita in un cerchio chiuso, in un sistema di riti attraverso i quali una società o una tribù, onorando i propri dei, santificava se stessa. Un Dio universale che parlasse al singolo uomo (e quindi a tutti gli uomini di tutto il mondo) poteva stare, appunto, solo nella testa di qualche filosofo, magari sospettabile, proprio per questo, di empietà o ateismo.

Una verità che abbia coerenti ed universali implicazioni etiche non può che trovare fondamento nella metafisica. Altrimenti essa può essere solo la sempre mutevole figlia di un mondo – il nostro – fatto di tempo e di spazio e in continua mutazione; una precaria «verità» funzionale alla sopravvivenza di una determinata società. Con la Rivelazione questa verità metafisica si manifesta, «si fa carne», risponde alle domande che «sono iscritte nel cuore dell’uomo», e s’impone come dogma. E’ appunto il dogma che adesso marchia la natura della religione e la distingue da quella dello stato. Lo stato viene riconsegnato interamente al secolo e l’uomo acquisisce una doppia cittadinanza: una terrena dallo stato, una eterna dalla chiesa. Benché correlati, in quanto una società a-morale non può sostenersi, i fini dello stato e della chiesa sono diversi; così come l’organizzazione, sempre figlia dei tempi nell’uno, sempre piramidale, essenzialmente, nell’altra. E benché derivanti da un’unica fonte, legge positiva e legge morale cominciano a divergere, in quanto allo stato bastano norme che, pur senza andare contro la legge morale, siano sufficienti ad assicurare la sua esistenza: lo spazio disegnato da questa diramazione, tendenzialmente sempre più vasto, è il campo della secolarizzazione e delle libertà civili. L’avvento del Cristianesimo fu la grande chiarificazione che impostò la civiltà occidentale.

Se questa chiarificazione pone le libertà civili su un terreno più saldo e definito, e quindi, nel lungo termine, in una prospettiva di espansione ininterrotta, è anche vero che il suo venir meno porta in tempi post-cristiani a conseguenze catastrofiche, visto che non si può più tornare indietro all’irrisolta situazione precedente. Solo in un’epoca post-cristiana si possono avere fenomeni di totalitarismo. Le libertà civili scompaiono di conserva col restringimento del campo della secolarizzazione, e scompaiono del tutto quando la legge morale viene a coincidere con la legge positiva. Ciò può portare a due esiti, entrambi, a ben vedere, di tipo messianico: una teocrazia, o uno stato etico.

In questo quadro la Chiesa, il Cristianesimo sono presìdi della legge morale e dei diritti naturali, che nel dogma trovano un suggello divino. Naturalmente i diritti naturali non stanno nella coscienza viva solo dei cristiani, ma la storia dimostra che senza il Cristianesimo essi sembrano privi di difese naturali, perché anche chi si rende conto che la licenza e la trasgressione portano la società all’autodistruzione, ed invoca il ritorno al decalogo, spesso non chiude il cerchio della sua riflessione ammettendo la realtà di una verità trascendente. Chi vuole democratizzare la Chiesa, chi vuole una Chiesa senza dogmi, chi vuole conformare la Chiesa al secolo, chi vuole secolarizzare la Chiesa, in realtà distrugge la Chiesa, e distrugge anche la secolarizzazione, perché distrugge uno dei suoi baluardi: la legge dello stato diventa la sola fonte dell’etica; nessuno può più sindacare liberamente sui comportamenti altrui; la società viene privata della sua coscienza, e diventa un corpo senza anima.

Nell’Islam, che culturalmente è un figlio assai rozzo sia dell’Ebraismo che del Cristianesimo, Dio non si fa carne, non si fa uomo. Non è un Dio che si limita a confermare l’uomo nelle verità ultime, e ad invitarlo a custodirle, ad indagarle, a chiarirle, a definirle: «lo Spirito vi insegnerà ogni cosa», dice, invece, Gesù ai suoi discepoli. Non è un Dio che distingue i dogmi dai precetti e dalle leggi. E’ un Dio che detta tutto. E’ un Dio che nega la storia. E’, ancora una volta, un messianismo. Ed è vero che non c’è niente di più contraddittorio dell’interpretazione letterale di un testo. Ed è per questo che i musulmani non sono mai riusciti a mettere insieme un corpo dottrinario coerente ed uniforme e non hanno una Chiesa. Ma in tutte le sue versioni, moderate o integraliste che siano, l’Islam come religione rimane prigioniero della sua natura precettistica, fideistica e legalistica insieme. Non vi è distinzione tra legge morale e legge positiva, e quindi non vi è alcun spazio per la secolarizzazione e per le libertà civili. L’Islam può vivere solo nel suo tempo, mentre il Cristianesimo può vivere in tutti i tempi. Oggi viviamo in un mondo profondamente secolarizzato, perciò culturalmente cristiano, nonostante le apparenze, e nonostante sia scosso da profonde pulsioni anticristiane. E perciò è l’Islam ad essere sotto una pressione terribile, mortale, nonostante le apparenze: di qui le sue convulsioni.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

[RISPOSTA AI COMMENTI – Definire quella di Teodosio una teocrazia non ha alcun senso. Teodosio mica era papa! Al contrario nell’Impero Bizantino successivamente si rafforzò la tendenza contraria: quella al cesaropapismo, debolezza storica di tutte le religioni ortodosse. La “secolarizzazione” è un processo. E’ una chiarificazione che si chiarifica sempre più. Faccio presente che questa distinzione fra stato e chiesa era già in embrione nell’Antico Testamento: lì troviamo i semi della civiltà cristiana propriamente detta. Il Decalogo già si distingue dalle “leggi di giustizia”, e ne costituisce una specie di prologo morale, scritto nella pietra dallo stesso “dito di Dio”, a differenza della Legge Mosaica vera e propria, che viene dettata. E’ Aronne, e non Mosè, a divenire sommo sacerdote d’Israele. E’ solo alla “stirpe di Aronne” che viene riservato l’officio sacerdotale. E la tribù dei Leviti, alla quale Aronne appartiene e che si occupa della gestione del culto religioso, è l’unica tra le dodici d’Israele alla quale non vengano assegnati territori. E’ poi a Mosè stesso che Dio annuncia che non metterà piede nella Terra Promessa: a significare che essa è solo il pegno di quella vera Terra Promessa cui non si accede coi piedi ma attraverso la morte. Preferisco però parlare di “distinzione” tra stato e chiesa, piuttosto che “separazione”, non perché contesti quest’ultima, ma perché “separazione” fa pensare a due cose avulse una dall’altra, quasi che l’una e l’altra non partecipassero dello stesso universo morale. Sono la natura, e quindi i fini, che le distinguono.]