L’isolamento de La Repubblica

La sera di qualche giorno fa, guardando la televisione, m’imbattei sul canale Rai Storia del digitale terrestre in una vecchia intervista dei primi anni ’80 fatta da Minoli a Berlinguer. Il santino democratico mi parve ancor più mediocre e antropologicamente comunista del solito mentre recitava, accompagnandolo con la barriera impenetrabile di due occhi spenti, qualche verso della triste litania della democrazia incompiuta e della questione morale. Dopodiché, con un salto di un quarto di secolo, sbucava fuori dal video un Alfredo Reichlin quasi commosso che con tanto di occhioni e calde parole sgorgate dal povero cuoricino suo rosso perorava l’attualità e il valore profetico delle parole di Berlinguer. “Sembrano parole dei nostri giorni, e invece sono passati quasi trent’anni. Lui aveva capito tutto.” Questo disse, più o meno. 

Ah sì, somaro? Ah sì? E come mai? Non c’era mica il Berlusca allora. C’era stata e c’era ancora la brutta razza democristiana, per natura infingarda e faccendiera. Essa costituiva già un “regime”, pur se sberciato dalle pallottole brigatiste e dalle prime vittime della questione morale, come il poi riabilitato presidente della repubblica Leone, il primo trofeo della caccia grossa avviata dal partito de La Repubblica. Ma Craxi non era ancora l’uomo nero e il capo della Banda Bassotti, tutt’al più in quegli anni nel suo cammino verso la depravazione aveva raggiunto solo il grado “decisionista”, ossia di fascista in pectore nel vocabolario untuoso delle gazzette democratiche, anche se non mi ricordo se nei giornali lo avessero già equipaggiato di ben lucidati stivaloni. L’eterno Andreotti non era ancora Belzebù, né il referente della mafia, anzi di lì a qualche tempo e per qualche anno – ma questo adesso l’hanno sbianchettato dalla loro vulgata, nessuno se lo ricorda e nessuno lo vuole ricordare – specie nella veste di ministro degli esteri dei governi Craxi, giocando abilmente e miserabilmente di sponda col PCI, fu il chouchou del gregge benpensante di sinistra; era l’unico a salvarsi dei barbari al governo lo zietto Giulio.

Osservando Alfredo Reichlin ho capito che a sinistra per rimettersi al passo con la verità storica e il più elementare buon senso devono fare una bella e semplice rivoluzione copernicana nella loro testa. Io suggerirei loro di prendersela l’un l’altro con le due mani ruotandola con ferma delicatezza di 180 gradi: finalmente cadranno loro le scaglie dagli occhi; e anche per loro, come per il resto del genere umano, uno più uno farà due. Reichlin infatti con plastica evidenza mostrava di non aver capito assolutamente una mazza: la continuità da lui ravvisata nell’Italia di ieri e quella d’oggi non era affatto quel male oscuro variamente nomato che a detta dei sacerdoti dell’emergenza democratica ci perseguita dal dopoguerra; la continuità e la vera anomalia è quella forma di paranoia di massa da cui è affetta la sinistra italiana e che mutatis mutandis – a destra e in casa propria – la costringe a parlare lo stesso linguaggio di sempre.

Con la morte di Berlinguer il partito de La Repubblica rimase il vero padrone della sinistra italiana e ne dettò la linea. Se il politico sardo e Scalfari presero in mano la bandiera della questione morale come succedaneo giacobino alla perdita di credibilità del mito del civismo democratico connaturato alla sinistra italiana e imposto all’opinione pubblica dalla propaganda del PCI, ciò costituì una via di fuga necessaria alla crisi del comunismo mondiale. Vi fu quindi anche una rivalità sotterranea fra i due personaggi che esplose con fragore quando Scalfari scrisse sarcastico sulla prima pagina de La Repubblica che Berlinguer non era “la Madonna”.

Come ho già scritto questa strategia ha una sola via d’uscita vittoriosa: la rivoluzione. Sul giacobinismo quasi un secolo fa Augustin Cochin scriveva:

“Quella che così si palesa è l’immagine esteriore di una setta vigorosa e armata quanto basta per intimorire il nemico e imporsi alla curiosità dei passanti. Perché dietro mura così grandi, ci si attende di trovare una grande città, o una bella cattedrale. Difficile immaginare, in genere, fanatismo senza fede, disciplina senza lealismo, scomunica senza comunione, anatemi senza convinzioni potenti e vive, proprio come non si può immaginare un corpo senz’anima.”

Ed infatti il trentennio scalfariano ha condotto la sinistra al vuoto di questi giorni; ha prodotto dei replicanti sgraziati in Di Pietro e in Grillo; ha azzerato una tradizione cacciando nell’angolo del veterocomunismo una parte non trascurabile dell’elettorato di sinistra allergico a camaleontici nichilismi; costringe sia i nostalgici del “partito” della fazione D’Alemiana sia i giovani-vecchi nuovisti patrocinatori della tabula rasa a dar prova di legittimità democratica nell’ubbidire ad un vecchissimo decalogo oggi antiberlusconiano. E nell’assenza di un messaggio politico costruttivo riduce progressivamente la base del consenso.

Oggi le grida de La Repubblica somigliano sempre più a quelle dei girotondini che a quelle di una setta potente. L’ultima “spallata” di questa guerra di trincea trentennale ha trovato risposte insolitamente schiette da parte delle vittime predestinate. Non è nervosismo, come ha scritto un illustre commentatore politico della penisola. E’ la fine delle paure, che consente perfino al mite Biondi di prendere il toro per le corna e replicare oggi l’attacco frontale di qualche giorno fa; che consente a Minzolini di sopravvivere con disinvoltura alla sua disinvoltura; che consente al Giornale di sparare vagonate di contromerda dall’altra parte del fronte; che spinge i grandi giornali del nord ad attenersi ad una linea di prudenza in merito alle eventuali conseguenze politiche delle donnesche imprese del premier, nella quale il bene della stabilità politica fa premio su qualsiasi altra considerazione; che rende agevole al popolo cattolico, nonostante il dibattito interno, sfuggire alla seduzione di forme moralistiche dello Spirito del Mondo.

Oggi, tra i grandi giornali, La Repubblica è sola, a torto o a ragione e con l’esemplare asprezza dei toni usati da Scalfari o Boeri, nel non dare un parere favorevole sulla manovrina varata dal governo Berlusconi. Nel frattempo la forza delle cose fa sì che a sinistra faccia capolino la candidatura alla segreteria del PD di Chiamparino, esiziale in caso di successo per la consorteria de La Repubblica, una delle poche voci autenticamente socialdemocratiche della sinistra, uno che parla di laicità e di sicurezza, che non si vergogna del suo passato comunista ma che è alieno dall’antiberlusconismo. E a ben vedere l’unico successo conseguito da La Repubblica è il riverbero grottesco della sua campagna estiva nei coccodrilli sul nostro duce apparsi in questi giorni sui sempre autorevoli giornali stranieri.

[pubblicato su Giornalettismo.com]

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