L’estrema sinistra non esiste

Una delle mie preferite occupazioni mentali è fare il marziano: il marziano appena atterrato sano e salvo col suo disco volante di seconda mano sul pianeta Italia, con ancora intatto il suo schietto spirito campagnolo, nella sua naturale limitatezza, incline alla più elementare e rassicurante ragionevolezza. In qualità di marziano, cioè di onesto fessacchiotto, sono rimasto molto colpito dal fatto che né i media né i politici, nella loro stragrande maggioranza, abbiano parlato di estrema sinistra in questi giorni segnati dal protagonismo di manipoli di facinorosi. Pensate cosa sarebbe successo se un numero dieci volte inferiore di estremisti di destra – è infatti impossibile che ce ne siano di più – avesse combinato un decimo dei guai combinati dal braccio più violento degli antagonisti – dico più violento in quanto l’antagonista è per natura manesco, com’è universalmente noto – be’, dicevo, pensate cosa sarebbe successo: come minimo, l’allarme delle istituzioni per il fascismo alle porte, gli appelli del mondo intellettuale, soprattutto quello pseudo-intellettuale, e di quello artistico, soprattutto di quello pseudo-artistico.

Invece, per una sorta di blocco lessicale collettivo, quasi nessuno ha osato andare al di là di quell’unica denominazione: black bloc. Con due eccezioni: qualcuno, forse perché tediato a morte dal blocco lessicale sul blocco nero, ha parlato di casseur; mentre Renzi, usando un’espressione cara da decenni ai trinariciuti conservatori come il sottoscritto (quando non si sentono marziani), ha parlato di «teppistelli figli di papà», senza peraltro venire sbeffeggiato, a dimostrazione che l’etichetta di sinistra nobilita qualsiasi opinione.

Insomma, parevano loro i marziani, i black bloc. Eppure i black bloc non costituiscono alcun mistero: sono l’ala militare globale del movimento antagonista, del quale condividono in toto l’ideologia apocalittica e messianica; il quale movimento antagonista, e qui entriamo specificatamente nello sciagurato recinto di casa nostra, non è altro che l’ultima incarnazione del messianismo comunista; e a chi mi oppone il fatto che tra i violenti ci sono gli anarchici, rispondo che gli anarchici sono estremisti di sinistra, e che pure loro alla sgangherata ideologia degli antagonisti e dei centri sociali credono ciecamente, e che a nessuno verrebbe in mente di fare questi distingui schifiltosi se si trattasse della teppaglia di destra.

Ma allora perché nessuno parla di estremisti di sinistra? Perché verrebbe fuori che questo mondo antagonista non viene da Marte, che non è l’espressione di qualche visione eccentrica del mondo, che il suo non è un radicalismo eterodosso; ma che invece è l’espressione ortodossa, coerente e massimalista dell’ideologia resistenziale che oggi si vuole imporre al paese. Anche loro si sentono partigiani, anche loro cantano Bella Ciao. E’ la replica farsesca del dramma esistenziale (le cui conseguenze, però, ricaddero dolorosamente sul resto del paese) della sinistra degli anni settanta, quando le Brigate Rosse furono a lungo considerate composte da marziani, invece che dai figli più tetragoni e zelanti della propaganda del Pci, religione partigiana compresa, fino a quando, di fronte alla realtà dei fatti, il Pci rispose teatralmente con uno zelo legalitario che se fosse stato di provenienza Dc sarebbe stato sanzionato come autoritario: era il modo per trasformarsi agli occhi dell’opinione pubblica nella prima vittima dei terroristi, e nel suo primo avversario; e per far sentire colpevoli coloro che in realtà dai terroristi avevano sofferto i colpi più numerosi, e che ora tardavano a mostrare la giusta intransigenza; era il modo, cioè, di rivoltare la frittata e di non fare i conti con la storia.

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La vera storia di “1992”

La vera storia di “1992” inizia l’otto settembre del 1943. Col senno di poi si può dire che l’armistizio privò l’Italia di una salutare sconfitta. L’anno e mezzo che vide la risalita su per lo Stivale degli Alleati permise infatti a mezza Italia, quella più compromessa col regime fascista, di rifarsi una verginità, e di trasformare una cocente sconfitta in una mezza vittoria: la fascistissima Italia, anche nella sua configurazione territoriale, divenne l’Italia comunistissima del dopoguerra. Così, grazie ad un fenomeno militarmente del tutto secondario come la Resistenza la sconfitta dei tedeschi divenne la vittoria dell’Italia antifascista. E da allora, senza che nessuno si metta a ridere, con la giornata della Liberazione l’Italia può festeggiare vittoriosa una guerra strapersa.

Trattandosi di una mezza vittoria, conseguita (si fa per dire) da una mezza Italia riscopertasi improvvisamente virtuosa, è chiaro che la mezza sconfitta era da imputare a quell’altra mezza Italia che restava. Senza questo imbroglio, i cui frutti velenosi stiamo cogliendo ancor oggi, l’Italia dell’immediato dopoguerra sarebbe stata un paese onestamente unito e in qualche modo pacificato nella vergogna e nella sconfitta, come accadde per la Germania e il Giappone. La setta dell’antifascismo, in parte per nascondere i propri sensi di colpa, in parte per accrescere il proprio potere, cominciò allora a tiranneggiare il resto del paese con l’arma del sospetto.

Le elezioni del 1948 dovevano siglare il trionfo della setta dell’antifascismo, cioè – sociologicamente parlando – degli opportunisti con la coscienza sporca. Ma così non fu. Vinsero le beghine cattoliche, per fortuna dell’Italia. La sinistra italiana elaborò la sconfitta in questo modo: la democrazia in Italia non si era ancora compiuta; la Democrazia Cristiana ed i suoi alleati costituivano una sopravvivenza del fascismo, almeno come fatto antropologico; l’Italia era un paese a sovranità limitata, clerico-fascista, governato da disonesti e corruttori; votare comunista, come diceva un manifesto elettorale del 1953, ossia 62 anni fa, significava votare «per l’onestà contro la corruzione», e beninteso, per la vera democrazia. In sintesi il messaggio era questo: in Italia la democrazia è sospesa, in attesa della sua piena attuazione; il paese è in mano a un regime corrotto; la Resistenza è stata tradita.

Questa lettura della storia repubblicana, ostinatamente propagandata e fatta propria da ampi settori della cultura, fu all’origine del fenomeno terroristico, o per meglio dire, della profondità e vastità del fenomeno terroristico di sinistra in Italia, almeno se confrontato con quello che colpì la Francia e l’ex Germania Ovest negli anni settanta e ottanta del secolo scorso. Le Brigate Rosse la sposarono in pieno e ne trassero con coerenza le sciagurate conseguenze. L’abbandono del cadavere di Aldo Moro in Via Caetani, a metà strada tra la sede di Via delle Botteghe Oscure del Partito Comunista e quella di Piazza del Gesù della Democrazia Cristiana, era una simbolica accusa al PCI di mancanza di coerenza: come poteva il Partito Comunista cercare un compromesso storico con dei partiti infettati dal fascismo antropologico e dalla corruzione? Il PCI, perciò, pagava, o meglio, faceva pagare al paese il prezzo della sua doppiezza: per decenni aveva usata quella propaganda intimidatoria come un ricatto per allargare il suo potere reale in un paese sempre più sfiancato dal radicalismo politico, ed ora, quando il compromesso storico pareva coronare questa ascesa, il gioco gli era sfuggito di mano.

L’opzione del compromesso storico era dovuta anche alla necessità di fronteggiare tempi nuovi: il mito della società comunista si stava sgretolando in tutto il mondo. E anche in Italia il nuovo, in un panorama politico nel quale l’influenza del più grosso partito comunista d’occidente aveva avuti effetti raggelanti sull’evoluzione della Democrazia Cristiana, si fece finalmente sentire: a sinistra con il successo del socialismo craxiano; a destra, più confusamente, con il fenomeno leghista, che fondamentalmente incarnava una forma di protesta dell’elettorato conservatore nei confronti della Democrazia Cristiana. Era un’Italia che voleva diventare politicamente europea. Alla minaccia del nuovo la sinistra rispose con la berlingueriana questione morale: da marxista-giacobina la sinistra si ridusse a giacobina, sic et simpliciter.

Mani Pulite nacque nel cuore dell’Italia conservatrice, nel Lombardo-Veneto, non perché il quel pezzo d’Italia il sistema delle tangenti fosse più diffuso che altrove, ma perché lì erano più forti le istanze di modernizzazione. Mani Pulite, politicamente, nacque a destra. I magistrati si sentirono di passare all’azione in Lombardia e poi in Veneto perché proprio lì sentivano di avere l’appoggio dell’opinione pubblica. Nei primissimi tempi, quasi carnevaleschi, di Mani Pulite la sinistra fu molto guardinga: la gazzetta delle procure non era La Repubblica ma L’Indipendente di Vittorio Feltri, lo stesso che fu poi il direttore, dal 1994, del Il Giornale berlusconiano. Ma ben presto la sinistra post-comunista, in gravissima crisi dopo il crollo del Muro di Berlino, s’impadronì di Mani Pulite per trasformarla nella camera a gas della DC e dei suoi alleati. Perciò lo stesso popolo conservatore che l’aveva resa possibile fu il primo a sconfessare Mani Pulite. Lo si vide nelle elezioni del 1994.

Le quali per la sinistra italiana (il socialismo craxiano era stato liquidato) furono un nuovo 1948. Vinsero i berlusconiani, per fortuna dell’Italia. La sinistra italiana elaborò la sconfitta come aveva fatto nel 1948: la democrazia in Italia non si era ancora compiuta; Berlusconi e i suoi alleati costituivano, almeno come fatto antropologico, una sopravvivenza della DC e dei suoi alleati, i quali, sempre come fatto antropologico, avevano costituito, come si ricorderà, una sopravvivenza del fascismo; l’Italia era ancora un paese governato da disonesti e corruttori, più che mai compromessi con la mafia; votare a sinistra, come nel 1953, significava ancora votare «per l’onestà contro la corruzione», e beninteso, per la vera democrazia, la quale era ancora in attesa della sua piena attuazione, se non si voleva tradire la Resistenza: roba da deficienti.

Tangentopoli non colpì solo il mondo politico (peraltro con esemplare parzialità: c’è chi poteva non sapere, c’è chi non poteva non sapere), ma anche il mondo imprenditoriale. Sotto le forche caudine di Mani Pulite caddero un po’ tutti, compresa la Fiat e De Benedetti. Ma non Berlusconi, come qualcuno ha forse dimenticato, e come tanti giovanotti ignari forse immaginano. La verità è che Tangentopoli doveva essere propedeutica al trionfo della sinistra e a quello della democrazia compiuta. Avendoli infranti bisognò poi vedere in Berlusconi lo scaltro profittatore dello sconquasso di Tangentopoli e allo stesso tempo lo scaltro restauratore della democrazia incompiuta e, va da sé, corrotta. Ed è solo per questo, cioè in piena obbedienza alla ridicola vulgata di regime (e come avrebbe potuto essere altrimenti?) che Stefano Accorsi nella serie “1992” indossa i panni di un esperto di marketing di Publitalia che viene coinvolto da Dell’Utri nel progetto che porterà alla nascita di Forza Italia. Della serie: balle ultra-spaziali.

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Caos libico ed italiche facce di bronzo

Il vizio della memoria è una di quelle vezzose espressioni con le quali periodicamente si fa bella l’Italia Migliore, al solo scopo, s’intende, di mascherare la propria naturale spudoratezza; per cui in realtà nel suo caso si dovrebbe piuttosto parlare di vizio di memoria. Quel bel tomo di Romano Prodi, per esempio, ieri l’altro, col felpato ma sussiegoso opportunismo che da sempre lo accompagna, ha detto che il caos libico è frutto degli errori dell’Occidente; e che «L’Italia ha addirittura pagato per fare una guerra contro i propri interessi: Berlusconi si è fatto trascinare dalla Francia ed è entrato in guerra». 

Ora, non occorre certo tuffarsi nel web per farsi ritornare la memoria e scoprire come andarono veramente le cose in quel fatale inverno del 2011. Berlusconi resistette fino all’ultimo. Ad assediarlo non furono solo le cancellerie occidentali, ma anche il coro della gran parte dei media italiani; l’illustre presidente della Repubblica, Napolitano Giorgio, strenuo sostenitore dell’intervento armato; il Partito Democratico, la cui segreteria nazionale denunciò «la drammatica inadeguatezza della iniziativa politica del presidente del Consiglio e del ministro degli Esteri di fronte alla sanguinaria risposta del colonnello Gheddafi nei confronti della richiesta di democrazia da parte del popolo libico»; l’esaltato Di Pietro e tutto il resto della compagnia cantante. Anche Confindustria pressò Berlusconi affinché il governo prendesse posizione in merito alla «cessazione di questo genocidio che certamente è drammatico». E persino il suo ministro degli esteri, il pavido Frattini, dopo qualche titubanza iniziale prese a remargli contro, diventando il ventriloquo di Cameron, Sarkozy e Al Jazeera. Berlusconi, insomma, era dipinto come l’irresponsabile che resisteva, resisteva, resisteva.

E questo senza contare che, al momento dello scoppio della fantomatica primavera libica, Berlusconi era da qualche settimana nel mirino dei nuovi campioni liberal-progressisti dell’Occidente per non aver ceduto all’isteria generale e aver parlato con ragionevolezza (e lungimiranza, oggi possiamo davvero ben dirlo) in difesa di Mubarak, un autocrate talmente placido da essere stato considerato per trent’anni di fila un amico dell’Occidente e un campione di ragionevolezza nel mondo arabo dagli stessi figuri – per esempio molti attempati e autorevoli editorialisti della nostra stampa – che nel giro di 24 ore lo abbandonarono al suo destino, salutandolo col nome stravagante di dittatore.

Non risulta che in quei giorni di fuoco l’ottimo Prodi abbia levato la sua voce alta e forte a sostegno del Cavalier Riluttante. Pensò solo a fare il pesce in barile e a mettere in evidenza la diversità di stile dei suoi rapporti con Gheddafi rispetto a Silvio il cafone: in una parola, aria fritta. Solo qualche mese dopo l’inizio della caccia grossa a Gheddafi, visto che le cose sul terreno andavano per le lunghe, accennò prudentemente al fatto che forse la via negoziale alla risoluzione dei torbidi libici non era stata sufficientemente esplorata. Il che non gl’impedì di dire, nel giugno del 2011, che «Le rivolte in atto in Medio Oriente e Nord Africa hanno portato ad un indebolimento della nostra presenza e dei nostri interessi a vantaggio di altri» riferendosi soprattutto a «Francia e Gran Bretagna che avanzano dove noi arretriamo», e che a nuocere all’Italia erano state «le continue oscillazioni di posizione come avvenuto sulla Libia». Come interpretare queste “continue oscillazioni” se non come quelle dovute alla riluttanza berlusconiana a piegarsi ai dettami del trio Obama, Sarkozy, Cameron?

Ma di questo brutto vizio della smemoria Prodi non è che un campione fra i tanti dell’Italia Migliore. L’ineffabile Antonella Rampino, per esempio, ieri su La Stampa, in un articolo intitolato “Un disastro frutto anche della rivalità Roma-Parigi” ha riassunto così la genesi dell’intervento militare occidentale in Libia: «Ma prima, durante e dopo un intervento tutto calato dal cielo, c’è la divisione tra Paesi europei. È la Francia anzitutto a premere sulla Nato prima e sul Consiglio di Sicurezza Onu poi per la copertura multilaterale ai bombardamenti francesi ed inglesi, cui si aggiungeranno per breve tempo anche gli americani. Occorre detronizzare un feroce dittatore che ha fatto mitragliare il suo stesso popolo (era anche quella una primavera araba) dall’alto dei suoi Mig. La Nato ha le prove: il tracciato dei voli. L’Italia si accoda per non lasciare le risorse energetiche in mano a francesi e inglesi. La Germania, invece, preda della sua storia di disinteresse al Mediterraneo, passa la mano.» Sbaglio, o sento una punta di sarcasmo in quell’«intervento tutto calato dal cielo», in quel «feroce dittatore che ha fatto mitragliare il suo stesso popolo», e una punta di disprezzo per quell’Italia servile «che si accoda»?

Eppure nel marzo del 2011 La Stampa non aveva paura di raccontare la verità, grazie alla penna di Ugo Magri, visto che evidentemente questa verità, a parere di chi scriveva, metteva in una luce ridicola Berlusconi: «Quando il Cavaliere si rende conto che l’Onu sta per decidere la “no-fly zone”, in pratica l’intervento militare, di corsa provvede a emendarsi. (…) E tuttavia, una volta dato a Silvio quel che è di Silvio, nessuno degli sviluppi successivi sarebbe stato possibile senza l’intervento di Napolitano. Il suo richiamo alle “decisioni difficili” attese nella giornata di ieri, ma soprattutto l’appello a valori più alti della pura realpolitik (“non lasciamo calpestare il Risorgimento arabo”) hanno avuto l’effetto di sgombrare il campo da ostacoli su cui Berlusconi sembrava destinato a inciampare.(…) Si vede a occhio nudo che intervenire contro Gheddafi non lo convince per niente. (…) Piuttosto Berlusconi si adegua alle decisioni Onu in quanto costretto, forzato dalle circostanze, senza l’intima convinzione di chi sventola una bandiera ideale, e senza neppure la certezza di fare la scelta giusta.» Che però, per la grande stampa italiana, era giustissima.

Nel frattempo, di fronte all’avanzata e alle mattanze dei tagliagole dell’Isis in Libia, Berlusconi si è detto favorevole all’eventuale partecipazione dell’Italia ad un intervento di forze militari internazionali. Prodi, dal canto suo, non solo si è dichiarato fortemente scettico ma ha sottolineato la necessità, di fronte alla complessità del caso libico, di «esperire, prima di tutto, tutte le azioni diplomatiche e civili». E’ sempre lo stesso Prodi del 2011: il pesce in barile, in attesa di pontificare seriosamente a cose fatte.

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Renzi, ovvero lo schema Ponzi in politica

Con l’elezione di Sergio Mattarella alla carica di Presidente della repubblica Matteo Renzi ha vinto ma ha anche perso. E non poteva essere altrimenti. Infatti, solo un uomo a cui il Presidente del Consiglio avesse dato il via libera avrebbe potuto vincere; allo stesso tempo, però, agli occhi dell’opinione pubblica e del mondo politico tale scelta sarebbe equivalsa a una scelta di campo, ancorché dettata dalle convenienze e non dalle convinzioni. E questo perché Renzi, nel suo pragmatismo muscolare, non ha mai proposto un suo progetto politico per la sinistra. Se Renzi ne incarnasse uno, scelte realistiche anche se non omogenee alle sue idee politiche non correrebbero il rischio di essere viste come figlie del puro opportunismo. Il risultato è che di Renzi ormai non si fida più nessuno; che il Rottamatore si sta tagliando i ponti alle spalle, a destra e a sinistra; e che d’ora in poi potrà contare solo su appoggi interessati.

C’è una differenza sostanziale tra Berlusconi e Renzi; che Berlusconi, al di là dei tatticismi politici ai quali non si può sempre sfuggire, incarnava e incarna ancora un progetto politico sensato e storicamente plausibile: la riunione del centrodestra, dai centristi alla Lega. Tutti i tatticismi berlusconiani, in questo momento, sono mirati alla sopravvivenza, alla resistenza, nell’attesa di riproporlo. Non piace? E’ una questione secondaria. A destra non ci sono altre soluzioni politiche reali. Tutto il resto, politicamente, se prendiamo in considerazione il paese reale e non l’Italia dei sogni, è solo chiacchiera. Solo dopo che gli attori politici del centrodestra, e il suo elettorato, avranno preso coscienza di questa realtà (e sarà un passaggio fondamentale) si potrà cominciare la battaglia per tirare fuori il meglio possibile da questo coacervo. Questo, se parliamo di politica. Se poi parliamo di qualcos’altro, è tutta un’altra faccenda. Se Berlusconi è sopravvissuto a tante batoste politiche, alla caccia grossa della magistratura, all’umiliazione delle condanne penali, alla gogna mediatica, è perché, piaccia o non piaccia, rappresenta un progetto politico. E’ questo il segreto vero della sua altrimenti inesplicabile resilienza.

Per la sinistra italiana l’unico progetto politico e storicamente fondato è quello socialdemocratico, nel senso più largamente culturale del termine, implicante il rifiuto del giustizialismo e una dolorosa revisione della propria storia. Fa sinceramente ridere che si possa pensare di riunire la sinistra (o gran parte di essa) in una piattaforma liberal in un momento in cui il radicalismo la sta divorando, non solo in Italia. Se Renzi sposasse con coerenza un progetto liberal andrebbe fatalmente incontro a una scissione, farebbe del Pd – nella realtà italiana – un partito centrista, e consegnerebbe il grosso della sinistra al radicalismo. Con l’elezione di Mattarella Renzi ha invece scelto di ricompattare il Pd intorno a una persona che rappresenta l’Italia nata dalla Resistenza con tutto il corollario dei suoi cascami ideologici. Il fatto che Mattarella sia cattolico ed ex-democristiano non significa un bel nulla. Sappiamo bene come molti ex-democristiani di sinistra, espressione di un cristianesimo catacombale, dopo esser stati esemplarmente risparmiati dal diluvio di Tangentopoli e inghiottiti dal Moloch ex-comunista, siano diventati tra i più zelanti (e ridicoli) sacerdoti della religione civile fondata sulla Costituzione: in una parola, i pasdaran della conservazione. Questo fa di Mattarella un personaggio pericoloso per Renzi. Primo, perché anche una nullità una volta messi i gradi di Presidente della repubblica si sente in dovere di dimostrare di essere qualcuno, tanto più che la Costituzione materiale ha da lungo tempo emancipato il primo cittadino della repubblica dal ruolo noioso di primo notaio della repubblica. Secondo, perché se si monterà la testa Mattarella ubbidirà a Scalfari piuttosto che al Rottamatore; lo stesso Scalfari che, dopo aver spedito un ultimatum a Matteo qualche giorno fa, ieri ha lodato (insieme al Pd) questo Renzi riallineato. D’altronde è palpabile la soddisfazione che si respira fra i non-renziani del partito, in Sel, e persino tra i grillini. Ma è una soddisfazione che sa di rivalsa e ha qualcosa di maligno. Diceva Bersani appena dopo l’elezione: «se tutto va come deve andare sarà un ottimo presidente. È un giurista. Non è uno che fa passare qualsiasi cosa. Certe sciocchezze incostituzionali non le farà passare». A buon intenditor, poche parole.

Sarebbe anche bene che i commentatori smettessero di giudicare le vittorie e le sconfitte politiche in termini di politique politicienne. Queste vanno valutate in prospettiva, e sullo sfondo più ampio del consenso elettorale. Il Pd sta già subendo da qualche tempo una perdita fisiologica di consensi tra gli ex elettori del centrodestra; la sterzata renziana non farà altro che renderla strutturale, passato il breve momento del trionfo, senza peraltro fargli guadagnare voti tra gli aficionados della sinistra radicale, che oggi non si fidano di Renzi più di quanto non facessero ieri. Se il tempo lavora a favore delle cose sensate, vuol dire che lavora contro le ambiguità del trionfante Renzi; mentre la forza delle cose spinge, a dispetto dello stato comatoso e delle sue divisioni, ad un ricompattamento del centrodestra. Ed un ricompattamento del centrodestra significa una sola cosa: berlusconismo, sia l’Impresentabile o no a guidare l’indistruttibile Armata Brancaleone. E’ assai probabile che l’atteggiamento collaborativo di Berlusconi nei confronti di Renzi non verrà meno per vari motivi: il primo è che non ci sono alternative; il secondo è che Berlusconi non vuole lasciare a Renzi alcun alibi in caso di rottura; il terzo è che Berlusconi spera che sulle riforme non sia la sua Forza Italia ad implodere, ma sia proprio la ringalluzzita sinistra del Pd a creare problemi a Renzi. Matteo, con la solita simpatica spudoratezza, e con qualche contorsione lessicale, ha fatto finta che i problemi riguardino solo il Cavaliere, affermando che quest’ultimo, poveretto, «ha due opzioni di fronte a sé: decidere se soffrire nel fare delle riforme che condivide oppure decidere di offrirsi per fare delle riforme importanti e avere così la possibilità di poter raccogliere e condividere i dividendi con noi».

Il fatto è che Renzi in politica ha un problema strutturale. Se vuole essere liberal (cioè statalista moderato e modernizzatore) la sinistra (e non parlo solo del Pd) non lo segue; se rinuncia ad essere liberal si mette nelle mani della sinistra conservatrice. Non avendo un progetto politico realistico, che è quello menzionato all’inizio dell’articolo, e dal quale potrebbe ripartire in caso d’insuccesso, è come un generale costretto a vincere in continuazione, e destinato a sparire alla prima sconfitta. Il renzismo, perciò, assomiglia ad una sorta di schema Ponzi applicato alla politica: un rilancio continuo, un attivismo frenetico, che intontisce e disarma i critici, e che gli assicura un carisma da vincitore, fino al momento fatale in cui inciamperà e tutti gli saranno addosso.

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Renzi e la sinistra (tutta) alla resa dei conti

L’inaugurazione dell’anno giudiziario è stata l’occasione per quell’Italia che della legalità ha fatto un feticcio ad uso meramente politico, e della quale una parte rumorosa della nostra magistratura si sente l’avanguardia sul campo di battaglia, di rispolverare il personaggio di Berluschino. Il presidente della Corte di Appello di Bologna, Giuliano Lucentini, è arrivato a dire, papale papale: «Pensavo, finito un certo periodo, che le cose potessero cambiare», parole che esprimono uno schietto giudizio politico, e non un giudizio di politica giudiziaria. Renzi, col piglio giovialmente napoleonico che gli è consueto, ha risposto per le rime alle critiche, duro e beffardo come se avesse a che fare con dei bacucchi fuori della realtà. Se lo può ancora permettere, essendo, almeno nominalmente, di sinistra e al momento vincente. Quindi il fascismo non è alle porte, come invece sarebbe immancabilmente accaduto se al posto di Berluschino ci fosse stato Berlusconi.

Intanto però i cannoneggiamenti arrivano anche dalla corazzata di Repubblica. L’augusto fondatore Eugenio Scalfari l’ha scritto chiaro e tondo nel suo pezzo domenicale: «Renzi è l’autore della riabilitazione berlusconiana». L’articolo nella sostanza è una specie di ultimo avvertimento; il tono non ultimativo e quasi lepido è quello che si usa coi destinatari di tali messaggi quando li si vuole ancora recuperare alla causa. E un altro segnale non incoraggiante per Berluschino arriva dalle elezioni politiche in Grecia. Non tanto dal risultato, che era previsto, ma dalla reazione dell’italico popolo di sinistra alla vittoria di Tsipras: ostentatamente entusiasta nella sinistra che non si riconosce nel Pd (compresi i grillini, naturalmente) e pudicamente soddisfatta in una parte non trascurabile di quella che nel Pd si riconosce.

Questi fatti provano ancora una volta, se ce ne fosse ancora bisogno, che nonostante i suoi successi politici Renzi non è riuscito a riformare la sinistra. Se il radicalismo di massa, che è la malattia endemica della sinistra italiana dai tempi della scissione di Livorno, attira ancora tanta parte dell’Italia rossa, significa che l’approccio liberal in un paese come il nostro (e in gran parte dell’Europa) a sinistra non funziona, non parla al cuore dell’elettorato, è fuori di quella storia con la quale la politica deve fare i conti. E’ solo nello sciocco e fatuo universo veltroniano, là dove tutto si compone in meravigliosa armonia, che Berlinguer e Blair possono andare a braccetto: nessuno di questi due personaggi, però, può essere una figura di riferimento per una sinistra italiana matura e pacificata. Ma ciò significa anche che la “terra di mezzo” socialista, suo naturale approdo, per la sinistra italiana è ancora taboo, per motivi che non elenco per non offendere l’intelligenza dei lettori.

Cosicché adesso, alla vigilia della grande partita politica che si giocherà intorno all’elezione del nuovo presidente della repubblica, per Renzi si aprono due scenari, che però lasciano congelati i problemi di fondo sopramenzionati: o riesce a tenere il partito insieme, rilanciando la posta come ha sempre fatto, sull’onda dei successi fin qui ottenuti, ottenendo così una vittoria dal sapore termidoriano sulla vecchia classe dirigente comunista; oppure si rassegna ad una scissione (l’ennesima della storia della sinistra italiana) che però farebbe del Pd un partito a caratterizzazione sempre più apertamente centrista: sogno segreto di Berlusconi, non perché miri anche lui al partito della nazione, ma perché un Pd “centrista” avrebbe scarso appeal fra gli elettori di sinistra e tuttavia incontrerebbe ancora la diffidenza del popolo di destra. Ce ne sarebbe anche una terza, dal vago sapore fantascientifico: che Berluschino si faccia prendere dal panico e cominci a correre dietro a Tsipras; e neanche questa follia forse dispiacerebbe a Berlusconi, pronto a quel punto ad accogliere come figlioli prodighi vagonate di elettori.

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Renzi e il Muro

E’ appena il caso di ricordare che alla caduta del Muro di Berlino, 25 anni fa, il Partito Comunista Italiano era ancora in piedi. L’anomalo ritardo della sinistra italiana di allora spiega lo stravagante balzo in avanti sulla via liberal-democrat dell’attuale sinistra renziana. Oggi come allora, a ben vedere, il maggior partito della sinistra italiana costituisce un’anomalia in Europa. Oggi come allora, nei maggiori paesi dell’Europa Occidentale la sinistra è presidiata da grossi partiti socialdemocratici, socialisti, laburisti; mentre in Italia, al posto del Partito Comunista abbiamo uno strano Partito Democratico americanizzante.

Ciò è dovuto alla mancata socialdemocratizzazione della sinistra italiana. Si dirà: ma come è possibile questo se Renzi ha già superato la socialdemocrazia? Se perfino il partito dei D’Alema e dei Bersani era già socialdemocratico da tanto tempo? Se il prestigio della socialdemocrazia dà segni di sgretolamento un po’ dappertutto nel mondo occidentale e già si guarda ad un suo superamento o a una sua rimodulazione?

In primo luogo bisogna chiarire cos’è nei fatti la socialdemocrazia o il socialismo-democratico. Il socialismo, inteso come sistema, è incompatibile con la democrazia liberale. Socialismo-democratico è quindi un eufemismo per democraticismo-sociale: è solo una denominazione che ha reso meno dolorosa la resa della sinistra al sistema liberal-democratico. Col socialismo-democratico i socialisti hanno abbandonato la lettura rivoluzionaria-marxista della realtà, hanno legittimato i loro avversari politici, e sono diventati dei democratici fautori dello stato sociale. In breve, i partiti socialdemocratici sono stati i partiti dello statalismo classico in un contesto liberal-democratico.

In secondo luogo se è vero che, a parole, la socialdemocrazia ha perso molto del suo prestigio; è anche vero che che il liberalismo (nel significato europeo-continentale legato alle implicazioni economiche del termine) oggigiorno viene indicato come causa strutturale dell’epocale crisi economica occidentale. In ciò vi è una lampante contraddizione. Che si spiega col fatto che in realtà, nel mondo occidentale, gli spazi per l’economia liberale si stanno progressivamente stringendo da almeno un secolo. La crisi che stiamo vivendo è stata prodotta da due forme di interventismo statale: lo statalismo classico, indirizzato a scopi sociali, fondato sul welfare e il debito pubblico, che confisca i redditi; il libertinismo economico di origine anglosassone, indirizzato alla crescita economica, fondato sul governo disinvolto del sistema bancario, la politica monetaria e i debiti privati, che confisca i risparmi. In tutti due i casi è la logica di mercato a venire penalizzata, se non bellamente ignorata. E non è un caso, infatti, che nella speranza di risolvere la crisi con ricette miracolistiche, molti guardino all’intervento dello Stato o a quello della Banca Centrale, indulgendo perciò negli stessi errori che alla crisi ci hanno portato.

In terzo luogo socialdemocratizzazione non significa solo abbandonare ricette politico-economiche per abbracciarne altre; implica pure un cambiamento della forma mentis, una rivisitazione dolorosa ed onesta della propria storia, riconoscere finalmente le ragioni degli altri. La sinistra italiana non ha mai fatto questo: ha preferito saltare a piè pari la questione socialista ed approdare direttamente al democraticismo. Ne è venuta fuori una specie di schizofrenia il cui frutto più caratteristico è stato il veltronismo, salottiera filosofia grazie alla quale si poteva civettare con Kennedy e l’America senza per questo rinunciare ad uno solo dei miti della vulgata antifascista della storia dell’Italia repubblicana, a cominciare dal culto di Berlinguer, incompatibile con qualsiasi svolta socialdemocratica.

Nel fare suo il Pd Renzi non ha risolto questa contraddizione, ma ha anzi portato al punto di rottura le tensioni interne alla sinistra. Il suo è quel Partito della Nazione che era nella mente (e anche nelle parole, ce lo siamo forse dimenticato?) dei fautori del “Fare presto!”, cioè dei fautori del populismo tecnocratico (sì, populismo, anche se con la puzza sotto il naso), e che doveva essere guidato da quella macchietta seriosa dal nome di Mario Monti. Neanche un’Italia sfiancata dai consigli degli ottimati poteva accettare una così libresca ipotesi. L’outsider Renzi colse l’occasione per dare a questa proposta un’immagine più genuina, giovanilista ed accattivante, più democratica nello spirito se non ancora nelle forme: i grandi giornali che avevano appoggiato Monti vi si acconciarono di buona o mala grazia, una parte dell’Italia moderata vi si arrese per stanchezza.

E così, almeno sulla carta, in Italia siamo in presenza di una situazione paradossale: abbiamo a sinistra il più grosso partito liberal e nello stesso tempo, come per il passato, la più vasta sacca di radicalismo politico di massa della vecchia Europa occidentale: una frangia massimalista valutabile in circa un quarto dell’elettorato italiano (Movimento 5 Stelle più sinistra varia), senza contare che la fronda anti-renziana all’interno del partito e dell’elettorato democratico non aspetta altro che un indebolimento delle fortune di Renzi per venire allo scoperto senza infingimenti.

Da ciò si capisce che la socialdemocratizzazione della sinistra italiana non è ancora avvenuta, che Renzi ha sfondato, per così dire, sfondando al centro, e che il problema strutturale costituito dal radicalismo di massa di sinistra è ancora drammaticamente vivo, e che questo Muro di Berlino della politica italiana è ancora in piedi. Coloro che per opposte ragioni, positive e negative, accostano la figura di Renzi a quelle di Craxi e Berlusconi, sbagliano. Al di là degli aspetti superficiali che li accomunano (una forte impronta personalistica, per esempio, declinata naturalmente ciascuno a suo modo), Craxi e Berlusconi, a sinistra e a destra, hanno rappresentato un tentativo di normalizzazione della politica italiana: riunire la sinistra in una piattaforma socialdemocratica, il primo; riunire la destra in una piattaforma liberal-conservatrice, il secondo. Ma ciò significava rivoluzionare non solo la politica italiana ma anche la cultura italiana, intesa nel senso più largo; significava costringere gli italiani ad un esame di coscienza e a rivisitare la propria storia; ed è per questo che sono stati tanto odiati. Mentre Renzi ha fatto esattamente il contrario. Il suo modernismo è monco: guarda al futuro, quasi ossessivamente, senza però fare i conti col passato. Ciò gli ha permesso di vincere, fin qui, a mani basse, e forse gli consentirà di diventare il dominus della politica italiani dei prossimi anni e forse, volendo essere oltraggiosamente ottimisti, di modernizzare davvero l’Italia. Il suo progetto politico è però infecondo: se la politica italiana vorrà ritrovare una salutare normalità, e strutturarsi in armonia coi tempi ma anche con la propria storia, ai solchi tracciati da Craxi e Berlusconi dovrà per forza tornare.

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Il depistaggio del “metodo Boffo”

Era da un po’ che non si sentiva parlare del metodo Boffo. Alla riunione della Direzione del Pd Bersani doveva avere proprio l’animo esacerbato per tirar fuori dal cilindro questo sfiancato cavallo di battaglia della sinistra più tetragona, quella, per capirci, che ciancia continuamente di depistaggi e di tutto il resto della paccottiglia. E perché ne parla continuamente? Ma perché essa vive di depistaggi. Tutta la narrazione sinistrorsa della storia dell’Italia repubblicana è un grandioso depistaggio. E anche il metodo Boffo è un depistaggio. Vi spiego perché, anche se lo dovreste già sapere.

Le pratiche d’infamia sono vecchie quanto la stampa e la democrazia. Da noi il fenomeno ebbe una potente accelerazione durante gli anni settanta, quando nacque La Repubblica, il giornale dell’Italia onesta e democratica. Fino ad allora la pur esibita diversità comunista trovava nella fede marxista una casa ma anche delle briglie. Libera da quella, la diversità potè diventare puro e freddo settarismo. Da allora la vita politica italiana, in senso lato, è stata caratterizzata da campagne di stampa senza scrupoli condotte allo scopo di sputtanare, sic et simpliciter, alcuni dei suoi protagonisti: alcuni democristiani, Craxi, e naturalmente Berlusconi in primo luogo.

Per trovare un nome adeguato a queste porcherie gli sputtanatori della società civile dovettero però aspettare il primo siluro sparato dalla stampa della società incivile: quello lanciato, appunto, dal Giornale di Feltri contro il direttore dell’Avvenire. Per dire dell’inesperienza dei fessacchiotti del Giornale in queste pratiche d’infamia, basti pensare che spararono ad un amico. Infatti l’Avvenire del duo Ruini-Boffo sostenne per anni, naturalmente con molta discrezione, la compagine politica berlusconiana. Ma nel 2009 – fu la stagione gloriosa di Patrizia D’Addario – la nostra stampa democratica e civile diede inizio alla più grande campagna di letterale sputtanamento contro un singolo uomo – l’utilizzatore finale – che la storia abbia mai conosciuto. Il mondo cattolico adulto dimenticò ogni misericordia cristiana e cantò nel coro dei fanatici. Boffo si sentì sotto pressione e scrisse qualche articolo contro Berlusconi. Feltri non capì un cavolo, e combinò, anche politicamente, una minchiata colossale.

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E adesso la sinistra si prende pure l’Occidente

Abbiamo un nuovo grande difensore dell’Occidente: il pugnace Ezio Mauro, direttore de La Repubblica. Siccome la strenua presa di posizione deve aver sbalordito più di qualcuno, vi spiego io la vera ragione del misfatto. Che è questa: il comunismo, il grande nemico dell’Occidente è crollato; il radicalismo islamico ormai lo conosciamo: può terrorizzare, può spargere sangue, ma non può vincere; ergo: fino a quando una grande potenza emergente o un’alleanza di potenze emergenti non si contrapporrà all’Occidente (cosa che finora l’ancor debole e fragile Russia di Putin, media potenza economica e demografica, non ha fatto: è per questo che tutti ne parlano male), l’Occidente, malgrado tutti i suoi guai, avrà poco da temere; ergo: impadronirsi dell’idea dell’Occidente, allo scopo d’impadronirsi dell’Occidente stesso, e di plasmarlo a propria immagine e somiglianza, è diventato un affare molto appetibile per tutti quegli opportunisti che per mezzo secolo hanno disertato la battaglia contro il vero Impero del Male.

Questo opportunismo in Italia ha interpreti di classe assolutamente eccezionale fin da quando, settant’anni fa, nel giro di qualche settimana, la pancia fascista dell’Italia si convertì all’antifascismo. Per poi cominciare ad arraffare ciò che, a forza di sconfitte, non riusciva a liquidare. Lo scrissi, profetico, qualche giorno fa: «La sinistra ha sempre vituperato ciò di cui successivamente si è impadronita. E’ successo con la figura di Aldo Moro, col tricolore, col Festival di Sanremo, con l’Ubalda tutta nuda e tutta calda. E’ successo, in definitiva, con l’Italia repubblicana, il paese di merda per eccellenza, il paese mai “compiutamente” democratico, così intimamente clerico-fascista, così repellente, così corrotto, così volgare, che è davvero difficile capire perché l’insaziabile società civile progressista non ne voglia lasciare neanche un pezzettino ai bifolchi.» Ecco, adesso è la volta dell’idea dell’Occidente, su cui per tanto tempo l’Italia Migliore ha sputato, su di essa e sui suoi impresentabili sostenitori. Ed è solo l’inizio, naturalmente, perché fra non molto comincerà ad accusare di anti-occidentalismo proprio chi ha sempre difeso l’Occidente: è una razza di voltagabbana che non si smentisce mai.

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I voltagabbana neo-occidentalisti

Lo so: è antipatico dire «l’avevo detto». Ma mi preme far luce su un importante rivolgimento culturale che sta completamente sfuggendo all’occhio del nostro mondo conservatore-liberale e che è il vero motivo per cui da qualche tempo ci stiamo dividendo in quella materia della politica estera che tradizionalmente ci ha invece sempre visti uniti: i progressisti si stanno impadronendo dell’idea dell’Occidente. Per quale motivo? Perché l’Occidente in realtà sta vincendo. E questo durerà fino a quando una qualche Cina o India si ergerà minacciosa contro di esso: allora gli opportunisti torneranno pacifisti.

Ne scrissi per esempio qualche giorno fa: «… con il crollo dell’Impero Sovietico, con la sparizione del nemico numero uno dell’Occidente, e insieme del pericolo che esso rappresentava, l’idea dell’Occidente è ridiventata appetibile a sinistra e tra i liberal, i quali se ne sono impadroniti declinandola secondo le regole della grammatica laico-progressista. Non è forse successo qualcosa di simile in Italia con la conversione della sinistra alla fede nel simbolo prima tanto disprezzato (nonché sospetto) del tricolore, al solo scopo di porlo al servizio del “patriottismo costituzionale”?»

Ma di questo fenomeno scorsi i primi sintomi già nel 2011: «Ai tempi della guerra fredda, quando, col mondo diviso in blocchi, ogni conflitto locale aveva valenza strategica, i progressisti – senza neanche parlare dei rossi di qua della cortina di ferro – erano fautori di una politica di delicatissima circospezione nei confronti dell’orbe comunista. Caduto il muro, sono divenuti in tempo relativamente breve i più pedanti censori delle insufficienze delle nuove democrazie dell’ex blocco sovietico. Abbastanza concilianti e comprensivi ai tempi del Moloch comunista, non riescono a perdonare ai nuovi arrivati neanche il minimo difettuccio. Il punto comune fra i due contraddittori atteggiamenti è questo: il rischio è nullo, e vi s’intravede la possibilità di guadagno. (…) Analogamente, al tempo degli interventi in Iraq e Afghanistan, i quali, al netto degli orpelli retorici tirati fuori per giustificare la scelta di dirigere l’azione militare proprio contro questi due paesi, preservavano tuttavia il significato “morale” di un’accettazione globale, e quindi strategica, della sfida con l’estremismo islamico da parte del mondo libero, i progressisti si distinsero soprattutto per i distinguo, nel migliore dei casi, giacché in tutti gli altri casi andarono ad ingrossare le fiumane dei pacifisti. Ora che il braccio di ferro con l’Occidente sta producendo vaste crepe all’interno del mondo islamico, perché il tempo lavora contro le sue strutture sociali, così come lavorava contro quelle del mondo comunista, e la minaccia sembra svaporare, i progressisti sono stati i primi ad abbracciare acriticamente i protagonisti delle insorgenze “democratiche” nel mondo arabo, e ad incitare al tirannicidio.»

Il voltagabbanismo nel nostro paese ha una tradizione gloriosa: per cui non sorprende che il manifesto dei neo-occidentalisti italiani appaia ora sulle pagine de La Repubblica, per la firma del direttore Ezio Mauro. Dobbiamo stare attenti. Dobbiamo fermare questo imbroglio. Ricordiamoci, per esempio, che nella nostra bella Italia, a settant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale su nessun manuale di storia si può leggere che le roccaforti del fascismo si trasformarono nel giro di qualche mese nelle roccaforti del comunismo; che il cuore del consenso fascista divenne poi quello del consenso antifascista. Il radicalismo islamico è un falò che può bruciacchiare il mondo, non farlo suo. E’ un mondo che muore. Quando ciò apparirà chiaro i laico-progressisti non avranno più remore. Saranno loro che si dimostreranno i più sprezzanti verso gli islamici. E subito dopo cominceranno a scomunicare e ad accusarci di essere – noi – anti-occidentali.

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Lunga vita alla nipote di Mubarak

Si sa cos’è, purtroppo, il popolo di sinistra in Italia: un gregge. E’ per questo che ha il brutto vizio di accusare compulsivamente di pecoraggine il popolo di destra; e anche i compagni meno settari, giacché a sinistra della sinistra c’è sempre una pecora più pecora di te che bela con particolarissima sollecitudine il leit-motiv del giorno. Ieri, per esempio, il leit-motiv del gregge era «la nipote di Mubarak». Questa formula sciamanica trionfava come la spuma del mare sulle onde possenti dell’indignazione civica quasi riassumesse in sé, evocandole, le diverse essenze dell’arbitrio, della sordidezza e del ridicolo. Ma è chiaro che queste manifestazioni morbose si addicono solo ad un mondo esacerbato e incattivito. A noi, per esempio, non solo «la nipote di Mubarak», ma anche «Ruby Rubacuori» e il «Bunga Bunga» sono apparsi come elementi di una irresistibile pochade sullo sfondo di un bacchettonismo di regime mostruosamente affettato. E alla nostra natura delicata, sognatrice ed artistica non è parso vero, in questo particolare frangente, di prendere idealmente le parti di una Ruby Rubacuori vigliaccamente svillaneggiata dall’Italia progressista e di quella sua meravigliosa, femminile presenza di spirito che le dettò la frottola prodigiosa. Se il nonnetto la bevve, significa che ha ancora un cuore. Sono cose che i bruti antiberlusconiani non capiranno mai. Essi ragionano come Massimo Gramellini. Cioè così: «E allora quell’erotomane di John Kennedy che si intratteneva con due donne al giorno? Intanto è morto prima che lo si scoprisse, ma soprattutto agiva con discrezione, appunto, presidenziale. Non è moralismo. E’ la consapevolezza di rappresentare un Paese senza mettersi nelle condizioni di sputtanarlo a livello planetario. E’ senso dello Stato. Qualcosa che Berlusconi e i suoi seguaci non comprenderanno mai.» Intanto ci sarebbe da dire che di norma gli “statisti” del resto del mondo civile non sono spiati ed intercettati al telefono allo scopo puro e semplice di sputtanarli, con qualsiasi pretesto e in un clima generale di omertosa complicità da parte della sussiegosa “società civile”. Ma a parte questo, noi capiamo bene la natura inferiore e volgare delle sue seriose rampogne, e ad esse rispondiamo, sulle orme di Dante, con quel tocco cordiale ed artistico che ci è proprio, del cul facendo trombetta.

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