Articoli Giornalettismo, Esteri

La strana razza degli amici dei migranti

In attesa che l’umanità migliore ci informi ufficialmente sulla nuova denominazione che andrà a sostituire quella neutra di migranti da essa stessa imposta qualche anno fa, e in attesa che l’infatuazione per i futuri ex-migranti faccia il suo breve e prevedibile corso, cerchiamo di vederci un po’ più chiaro sull’insostenibile leggerezza di quest’umanità emotivamente programmata per essere sempre dalla parte sbagliata della storia e sempre dalla parte giusta delle smanie del momento.

C’è in giro qualcuno che ricorda ancora le facce attonite dei giornalisti del TG3 al tempo della caduta del Muro di Berlino? Ho qualche dubbio. Fu una faccenda altamente istruttiva. Lo stato d’istupidimento non durò molto, giusto il tempo di capire quale tornitura dare alla mitica Narrazione. Fu così che il simbolo della bancarotta economica, civile e morale del comunismo si trasformò in quello del dissolvimento dell’odiosa Cortina di Ferro che aveva diviso l’Europa per quarant’anni: anche l’Italia migliore potè allora, nel giorno della caduta fisica del Muro, partecipare pienamente alla festa degli ex-compagni della DDR liberati dal giogo, e spedire commossa fino alle lacrime i suoi inviati speciali incontro a masse di crucchi in marcia alla scoperta del paradiso occidentale. Certo, ciò accadde in un paese dove il voltagabbanismo ha toccato a volte vertici artistici, ma resta indicativo di un tratto caratteristico e poco lusinghiero dello spirito liberal in generale.

Comunque c’è sicuramente, o almeno ci dovrebbe essere, qualcuno che ricorda ancora la fregola salottiera con la quale l’Occidente inondò di simpatia i ragazzi di Piazza Tahrir, i protagonisti di quella rivoluzione al tempo di Twitter di cui si favoleggiò con incredibile frivolezza. Molti di loro erano, con tutta evidenza, i figli di una borghesia urbana abbiente e profondamente occidentalizzata per i parametri egiziani e costituivano una fragilissima avanguardia liberale sostanzialmente estranea al corpo della nazione: in una parola, furono gli inevitabili utili idioti di cui ogni rivoluzione si serve per coprire i suoi veri scopi. L’Occidente, sedotto dall’opportunismo, abbandonò vigliaccamente Mubarak e rinunciò a qualsiasi tentativo di mediazione. A quattro anni di distanza il popolo egiziano, saggiamente, si fa piacere un autocrate di ferro come il generale Al-Sisi e un regime che condanna alla pena capitale in maniera generosamente collettiva pur di non ritornare ad un paese governato dai Fratelli Musulmani. E i giovanotti di Piazza Tahrir, come quei cagnolini dei quali ci s’incapriccia nella stagione cattiva per poi abbandonarli al loro destino al momento di andare in vacanza, sono intanto scivolati nel dimenticatoio in religioso silenzio.

E che dire della fregola guerresca che s’impadronì dell’umanità migliore, fino alla presidenza di George Bush Jr prigioniera di un pacifismo tetragono senza se e senza ma, al momento dello scoppio dell’inesistente primavera libica, per il solo gusto di correre in soccorso dei rivoluzionari e nella convinzione che la campagna di Libia sarebbe stata una passeggiata? Che dire di quest’umanità che non volle immischiarsi negli affari libici nei lunghi decenni durante i quali la Libia di Gheddafi fu un centro nevralgico del terrorismo internazionale e il Rais la bestia nera del guerrafondaio Reagan, mentre lo volle fortissimamente quando lo scatolone di sabbia si era ormai ridotto ad un satellite dell’Occidente? Quattro anni di completa anarchia, di macelli e distruzioni – conditi dall’arrivo in Libia dei simpaticoni del Califfato, e dallo sbarco sui nostri lidi di centinaia di migliaia di profughi ma soprattutto di gente che non fugge né la fame né la guerra ma cerca semplicemente una vita migliore scommettendo sul fatto che l’enorme numero di morti inghiottiti dalle acque del canale di Sicilia è pur sempre una piccolissima percentuale di quelli che ce l’hanno fatta – non sono bastati a spingerla a un timido atto di contrizione.

Per la stessa umanità migliore Bashar al-Assad divenne un tiranno sanguinario solo quando si stagliò all’orizzonte qualcuno peggiore di lui, gli integralisti islamici finanziati da Arabia Saudita e Qatar che monopolizzarono il fronte delle forze avverse al regime non appena Al Jazeera e i media occidentali decisero di dare ufficialmente avvio alla primavera siriana; nel momento, cioè, nel quale il destino del dittatore siriano sembrava segnato, e ci si poteva accodare idealmente ai liberatori; mentre per lustri la stessa truppa umanitarista fu completamente indifferente alle sorti di quello stato canaglia fieramente anti-occidentale e legato all’Iran che sponsorizzava il terrorismo, destabilizzava il Libano e si ergeva a nemico per eccellenza d’Israele. Le prime centinaia di morti tra la popolazione civile bastarono a fare perdere completamente la tramontana alle diplomazie e ai media occidentali, e a sposare – non solo per ingenuità, s’intende – la causa dei ribelli. Oggi alcune fonti arrivano a parlare di 300.000 vittime della guerra civile in Siria (un numero non lontano da quello dei caduti italiani durante la seconda guerra mondiale) e di 4 milioni di profughi, mentre le forze del Califfato sono ormai vicine a Damasco. E con tutto ciò, proprio ieri l’ineffabile Hollande, nell’annunciare l’invio di aerei militari francesi in Siria in vista di eventuali raid contro l’Isis, ha rimarcato ancora una volta che ogni soluzione di pace in Siria si fonda sul presupposto della cacciata di Bashar Al-Assad dal potere: insistendo, cioè, in quell’atteggiamento ambiguo e opportunista (e oggi semplicemente immorale) che ha guastato tutto fin dall’inizio.

Questi, in buona parte, sono quelli che oggi vanno idealmente incontro con lo sguardo ebete dei figli dei fiori, al solo scopo di distinguersi dai perplessi o dai senza cuore o dai razzisti tout-court, alle fiumane di profughi musulmani in fuga dalle follie dell’Islam verso le terre degli Infedeli senza per questo sentirsi meno islamici di ieri; e non si capisce bene se siano più confusi e reticenti i primi o i secondi.

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La protervia di Obama ed Erdogan

Se non fosse per i barconi carichi di disgraziati che s’inabissano senza soluzione di continuità nel Mediterraneo, dello scatolone di sabbia, cioè della Libia, non si parlerebbe quasi più: per vergogna. Nel paese delle piramidi, intanto, il laico Al-Sisi, che già scruta con voluttà il caos libico nella speranza di fare dell’ex regno di Gheddafi un protettorato egiziano, si rivela un autocrate molto più ruvido e megalomane del laico Mubarak: ma nessuno lo chiama dittatore. Mentre in Siria la guerra civile che si è voluto con incredibile leggerezza far scoppiare a tutti i costi ha fatto 200.000 morti e siamo ormai ridotti al punto di dover quasi tifare per Assad. Ecco dove ci ha condotto la politica estera di un Occidente fatuo e furbacchione.

Eppure non era poi tanto difficile prevedere questo disastro se tre anni e mezzo fa, all’inizio della caccia grossa a Gheddafi scrivevo, proprio su queste colonne, prendendo per l’orecchio i vari Sarkozy, Cameron e Obama: «Esiste una virtù, sempre trascurata, che si chiama temperanza. Vale per gli uomini. Vale pure per le nazioni. E’ una virtù, perché è figlia di una visione complessiva delle cose. Senza quella, la logica degli interessi diventa ottusa. Il realismo si muta in furbizia ed opportunismo. Senza quella, la retorica democratica e umanitaria suona come una moneta falsa. (…) Visioni parziali conducono a vicoli cechi.» 

Ed infatti adesso nessuno sa più dove diavolo andare a sbattere la testa. Tanto più che nascosta dai fumi del caos è prosperata nel frattempo la potenza dell’Isis; e tanto è prosperata che ad un certo punto il nero Califfo del XXI secolo ha deciso di mostrarsi al mondo. Ciononostante, anche nella decisione di Obama ed Erdogan di fare finalmente la guerra sul serio al Califfo a farla da protagonisti sono una certa doppiezza ed un machiavellismo da strapazzo. I nostri due strateghi si sono infatti accorti che in fondo, con la scusa della guerra all’Isis, americani e turchi possono prendere due piccioni con una fava, possono cioè mettere piede in Siria e far fuori anche Assad: gli americani perché preoccupati di un eventuale asse scita tra Iran, quello che resta dell’Irak, e la Siria di Assad; il leader turco per cominciare a mettere in atto quella politica di potenza con la quale flirta da lustri. Segno che la lezione non è stata affatto imparata.

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Adesso la Siria si becca pure De Mistura

Ci sono uomini che sembrano essere venuti al mondo per collezionare cariche, incarichi o per partecipare in continuazione a consigli d’amministrazione o a comitati direttivi. A tal punto che nei casi più disperati si fa fatica a immaginare uno di questi campioni occupati in un’attività qualsiasi, anche la più prosaica, anche la più plebea, magari tagliare semplicemente l’erba in giardino, che non sia nobilitata da una qualche etichetta ufficiale. Prendete Staffan De Mistura, l’uomo di mondo più famoso nel mondo di cui disponga oggi l’Italia. Dopo essere stato, per un periodo che non sembrava finire mai, l’inviato speciale del governo italiano in India per l’affare dei marò, incarico svolto con quel garbo speciale che assicura un correttissimo nulla di fatto e qualche plauso di circostanza, De Mistura – narrano le cronache – si sarebbe dedicato alla Fondazione Axel Munthe di Capri. In qualità di presidente. Giunge ora la notizia che Staffan De Mistura sarà il prossimo inviato speciale delle Nazioni Unite per la Siria. Lì la situazione è impossibile; i problemi da risolvere difficilissimi, se non insuperabili. In due parole, non c’è proprio pericolo di far brutta figura. Il predecessore di De Mistura, Lakdhar Brahimi, non l’aveva capito e aveva dato le dimissioni sfogando tutta la sua amarezza. E questo è stato il suo errore capitale. Con De Mistura, con la sua sapienza e col suo tatto, salvare le apparenze sarà invece un giochetto da ragazzi.

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (143)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

FLAVIA PERINA 09/09/2013 Ecco un altro esempio degli esiti nefasti della patologia antiberlusconiana su una psiche a lungo destrorsa: scrivere sul “Fatto Quotidiano”, come fa l’ex direttrice del “Secolo d’Italia”, stupidaggini in linea col “Fatto Quotidiano”, rivelando però ad ogni passo di essere entrata nella famiglia antiberlusconiana per cooptazione, non per una vocazione naturale. La Perina ironizza sul nuovo corso morigerato, costumato, seriosetto, delle ex Papi-girl e delle ex Olgettine, a suo dire le ex «icone dell’Italia femmina scatenata e rampante, i volti dello yuppismo in short e autoreggenti, la gioventù bruciata del berlusconismo». Icone? Ma quando mai. Non le conosceva nessuno fino a quando la corazzata di “Repubblica” e i bastimenti al seguito non spararono quei curvilinei mostricciatoli in prima pagina per mesi di seguito. Roba da malati mentali. Poi, con la stessa facilità, i giornali e il popolo della sinistra le dimenticarono. Del nuovo corso delle Papi-girl non potevano infischiarsene meno. Son cose che solo un foresto o un dilettante può prendere sul serio.

IGNAZIO MARINO 10/09/2013 Le grandi manifestazioni: i sindaci di mezza tacca le amano alla follia. Ma in fondo sono sempre una grande tentazione, anche per i grandi spiriti prestati alla politica. Ciò detto, confesso che il sindaco di Roma mi ha sorpreso. E’ vero che sotto sotto è sempre stato incline al radicalismo, ma non a quello burino. Anche se sembra appena tirata fuori dal freezer, l’immagine che Marino ha coltivato di sé è infatti quella di un uomo in pieno autocontrollo, raziocinante, ammodo anche nelle rare asprezze, e allo stesso tempo cordiale e paziente, specialmente coi babbei delle parrocchie politiche altrui. Ma è bastato che il premier Letta accennasse ad una possibile candidatura italiana alle Olimpiadi del 2024, perché Marino ritrovasse un’improvvisa affinità col volgo. Il sindaco ha parlato di straordinaria opportunità per Roma e delle sue ottime condizioni di partenza per essere candidata; e nell’ebbrezza si è detto certo della leale collaborazione del sindaco meneghino Pisapia, perché «la gara non è fra Roma e Milano ma fra Roma e il resto del mondo».

LA RIVOLUZIONE TRADITA 11/09/2013 Le rivoluzioni della primavera araba sono state perfettamente coerenti con se stesse, avendo seguito il copione di tutte le rivoluzioni del passato, con gli utili idioti liberali del ceto urbano, sideralmente lontani dalle masse, a fare da pionieri, e le grandi sette in attesa del momento buono per impadronirsi di un regime fiaccato. Ma all’intellighenzia smidollata ed opportunista di casa nostra è sempre piaciuto credere il contrario. E’ la stessa intellighenzia che oggi spera magari in una «primavera russa», convinta che al posto della Russia dello zar Putin ci ritroveremmo dopo la rivoluzione con l’accattivante Russia del blogger Navalny. E quindi? E quindi contrordine, compagni! Le rivoluzioni arabe sono state tradite! E’ stato bello, in nome della democrazia, correre in soccorso del vincitore, oppure scoprirsi guerrafondai contro un nemico isolato, braccato, e destinato ad essere schiacciato come una mosca. Ma poi i nuovi amici dell’occidente e della democrazia si sono rivelati pressoché dei banditi, e il nuovo nemico da combattere un osso un po’ troppo duretto, e soprattutto sostenuto da potenti alleati, poco inclini a farsi infinocchiare due volte di seguito. E quindi? E quindi è meglio andarci piano, e riconoscere che i mitici ribelli per la maggior parte sono una marmaglia assai poco raccomandabile. E quindi? E quindi le rivoluzioni arabe sono state «tradite»! E quindi? E quindi è meglio e pure gratificante ritornare tranquillamente pacifisti dopo un periodo di astinenza durato troppo a lungo. Sempre in prima fila, e sempre dalla parte giusta, questi furfanti.

BOB GELDOF 12/09/2013 Il cantante, attivista e uomo d’affari irlandese ha annunciato che l’anno prossimo viaggerà nello spazio. Ma prima dovrà allenarsi e pagare un biglietto da centomila dollari. In attesa di andare in orbita, Bob è però già in estasi e non riesce a trattenere l’entusiasmo. Dice Bob: «Essere il primo irlandese a volare nello spazio non è solo un fantastico onore ma anche assolutamente incredibile.» Mah. Questa fregola spaziale in un uomo di sessantadue primavere mi sembra poco virile. Più virile mi sembra invece la sfida alle malelingue sul costo del biglietto pagato da una celebrità in lotta da decenni contro la povertà nel mondo in un momento di magra anche qui da noi. Il fervore patriottico però non lo capisco proprio. Oddio, è vero che l’isola verde che presidia i confini oceanici nord-occidentali del nostro continente emana un fascino domestico universale: è quasi un luogo dell’anima, come la Contea Tolkieniana. Però, diciamolo, è anche piccoletta: sei-sette milioni di persone in tutto compresa l’Irlanda del Nord. Capisco l’orgoglio del primo uomo nello spazio; capisco un po’ meno quello del primo europeo, americano, africano, asiatico, bianco, nero, giallo o rosso; quello del primo di una nazione popolosa già mi fa un po’ ridere; quello del primo di un angoletto del mondo mi fa un po’ pensare.

FIORENZA SARZANINI 13/09/2013 Come sempre succede quando gli scandali sfiorano i feudi della sinistra, anche nel caso del disastro del Monte dei Paschi l’inchiesta sui presunti rapporti tra banca e politica procede con esemplare riservatezza e alla velocità sonnacchiosa di una prudente tartaruga in pensione in fase di decelerazione. Ma intanto qualcosa viene fuori. “Così Pd e Pdl si dividevano le nomine di Monte Paschi”, questo il titolo, per esempio, di un articolo dell’ormai mitica ficcanaso del Corriere della Sera. Magari il titolo non è suo, ma il contenuto non lo tradisce affatto. Scopriamo infatti che mentre tutto il resto della ciurma obbediva alle varie anime del Pd, anche il Pdl aveva il suo uomo dentro la banca: uno, l’uomo di Verdini, di Letta (Gianni), del Berlusca! Quest’uomo fu poi spedito da Mussari alla presidenza della controllata Antonveneta perché dalle parti della Serenissima era opportuno mandare un “destrorso”. Insomma, per i noti delinquenti berlusconiani poco più di un misero diritto di tribuna, tanto per salvare le apparenze. Ma ciò basta alla nostra impavida Sarzanini e al Corrierone per parlare di «spartizione». Tanto la nostra incivilita società è pronta a credere a tutto.

(RISPOSTA AI COMMENTI) Io non capisco se lei faccia il finto tonto o lei sia tonto. Così come gli altri. Nel mio articoletto non nego affatto queste cose. Son segreti di Pulcinella, come quelli a suo tempo di Tangentopoli. Se per il PDL questa era la prassi, lo stesso vale per il PD. Solamente ci sarebbe anche una questione di proporzioni: di 1 a 10 o di 1 a 20 a favore del PD. E quindi parlare vagamente di “spartizione”, alla luce del buon senso, significa giocare con gli equivoci. Ma no, diciamo che è semplicemente disonesto. Ciò detto, tutto questo significa che in questi rapporti tra banca e politica vi sia qualcosa di penalmente rilevante? Non necessariamente. Certo, lo spettacolo è brutto, ma fino a prova contraria per quel che leggo finora non vedo reati. Grosso modo la verità sul disastro del colosso senese la sappiamo già. Vi concorsero vari fattori: la natura ultra-politica della banca, la sbronza finanziaria di quegli anni, le ambizioni dei manager, la spinta che veniva dagli ambienti del PD – impegnati anche su altri fronti dell’economia, come ben sappiamo – per gonfiare gli asset dell’impero economico indirettamente riconducibili al partito. Ma ripeto: una cosa è l’ambizione, l’avidità, l’incapacità, un’altra il crimine. E questo, curiosamente, è un argomento che fa presa sui “legalisti” della sinistra, che nel loro tipico quietismo della ragione adesso si “accontentano” del fatto che il “reato non ci sia”. E lo dicono ai cafoni dell’altra parte. Ma è ancor più curioso il fatto che in altri casi, riguardanti altre sponde politiche, il legalismo della magistratura e dei sinistrorsi ragioni al contrario: non è più il magistrato che deve dimostrare l’esistenza di un reato, ma l’inquisito a dimostrarne l’inesistenza; e quel “brutto” di cui parlavo prima diventa allora bruttissimo, inaccettabile, che per cui deve esserci per forza un reato; e sia le pagine vergate dai magistrati, sia quelle vergate dai giornalisti si riempiono di un sacco di parolette ridondanti, suggestive pur di dare corpo al fumo, e di giustificare l’esistenza del famigerato reato. Questa è la semplice verità. [Ossia: nel primo caso il legalismo, cioè l’amore feticistico per la legge, diventa garantismo però assolve anche moralmente o politicamente; nel secondo caso il legalismo vuole che ad una, giustificata o no, condanna morale o politica la legge si adegui a tutti costi con una condanna penale. In tutti e due i casi la legge s’identifica con la morale, e la morale con le proprie mire.]

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Una settimana di “Vergognamoci per lui” (83)

Un giorno di gogna non fa male a nessuno. Come dicono i filosofi più in gamba, è tutta esperienza. Su GIORNALETTISMO.COM

BRUNO TABACCI 16/07/2012 Giunto felicemente al suo primo quarto di secolo di vita, Bruno Tabacci fece i primi passi della sua carriera politica nella Democrazia Cristiana. Era un solidissimo centrista, ragion per cui già allora strizzava l’occhio al nemico: il suo mentore era infatti Giovanni Marcora, uno dei tanti guru della sinistra democristiana. Partito da consigliere comunale ed arrivato alla presidenza della regione Lombardia (grazie all’appoggio di Ciriaco De Mita, segretario del partito e pezzo grosso della ovviamente imprescindibile sinistra democristiana), Bruno giunse pure al suo quarto di secolo di vita nella Dc, ma non tanto felicemente: fu travolto da Mani Pulite insieme al partito, anche se dopo qualche annetto la magistratura gli ridiede l’onore. Passata la buriana giustizialista, che gli aveva raffreddato i naturali empiti amorosi nei confronti dei rossi, Bruno entrò nell’Udc, allora berlusconiana. Ma non durò molto. Ai tempi del governo Prodi s’inventò la sinistra Udc, divenendone la solitaria bandiera. Poi passò al Pd, e subito dopo all’Api. Quindi divenne assessore nella giunta di centrosinistra del rossissimo sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, per molti anni aspirante rifondatore del comunismo. Ora Bruno si candida alle primarie del centrosinistra, e non vede affatto male la partecipazione della sinistra vendoliana alla coalizione. Come non è affatto male la traiettoria politica del nostro, peraltro del tutto legittima. Il guaio, grosso, è che Bruno – e con lui tutti i Tabacci d’Italia – è sinceramente convinto che siano gli altri ad essere venuti a lui, e non lui ad aver cambiato campo. Chiedeteglielo: sarà lui stesso a confermarvelo, e vi guarderà con commiserazione, stupito dalla vostra scarsa intelligenza. E allora capirete, invece, perché quando sente parlare di “centrodestra perbene” ed altre facezie simili, il popolo “moderato”, quello che vota, se la dia puntualmente a gambe levate, via lontano da tanta probità.

GIULIANO FERRARA 17/07/2012 @ferrarailgrasso ha sempre avuto un debole per Rosi Bindi. No, non scherzo. Voglio dire, l’ha sempre considerata una donna verace. Cioè, voglio dire, le ha sempre riconosciuto una sua bislacca, simpatica autenticità. Quindi non mi sorprende che con animo donchisciottesco abbia voluto duramente riprendere quel fellone di Grillo: una botta di vita, nel senso più nobile del termine, in un periodo di magra come questo. Devo tuttavia dire, caro Giulianone Cuor di Leone, che il beau geste non ti è riuscito tanto bello. Forse l’infiammato cuore ha ottuso la tua nota finezza da spadaccino della parola: «La dichiarazione da puttaniere su Rosi Bindi dimostra che Grillo ha un pisello piccolissimo», hai scritto su Twitter e riportato sul Foglio.it, cedendo ad uno dei più disgustosi miti del volgo. Infatti, che significa screditare Grillo per il «piccolissimo pisello», ancorché in senso figurato, se non dare credibilità all’eresia del Superpisellone, che ogni persona bennata, come io e te, disprezza dal più profondo dell’anima? Quale vantaggio potrà mai venire all’uomo dal possesso di un ingombrante salsicciotto, e quale qualità estetica si potrà mai inverare in un’orrida proboscide? E quale donna mai, se non prezzolata, potrà apprezzare un simile mostro? Radici antichissime ha il dogma della binità del Pisello: unico è il Pisello, ma due sono le Persone, il Pisellone e il Pisellino, corrispondenti ai due stati fondamentali in cui è possibile conoscerlo in natura: at-tenti! ri-poso! E sia il buon gusto sia la comodità vogliono che nel primo stato il Pisello abbia eleganti proporzioni, e svetti dritto e vittorioso contro la volta celeste, improba impresa per un affarone ingobbito; e che nel secondo si riduca con vereconda discrezione alle dimensioni dell’organo riproduttivo del Putto, come dimostrano esempi eccelsi, in primis i Bronzi di Riace: controlla, controlla pure.

GIANFRANCO POLILLO 18/07/2012 Avrebbe fatto meglio a tenersela nella sua vulcanica mente, il sottosegretario all’economia Gianfranco Polillo. L’idea che l’accorpamento di un certo numero di festività si scarichi automaticamente sul PIL con effetti positivi, e quindi semi-miracolosi data la situazione, sembra il frutto di una fede mezzo astrochiromantica in quello scientismo economico che si esalta soprattutto nelle frazioni decimali: il dirigismo economico, infatti, pecca nelle cose piccole come in quelle grandi. Ma questo è il meno. Quello che non possiamo perdonare al sottosegretario è di aver inutilmente messo in subbuglio i pasdaran della Repubblica Italiana, gli antifascisti dell’Anpi, che appena hanno il visto il 25 aprile e il primo maggio in pericolo, hanno dato fiato alle loro implacabili e assai ripetitive trombe: possono capire tutto, i nostri magnanimi partigiani, «ma che si debba rinunciare alla storia, a quelli che sono i fondamenti comuni del nostro vivere civile, ci sembra davvero troppo». E perché mai? Loro ci sono riusciti benissimo: alla storia, alla nostra storia, hanno rinunciato fin da principio, avendola ridotta a una o due date, sulle quali campano alla grande, e rompono altrettanto.

BARBARA SPINELLI 19/07/2012 Moody’s declassa il debito italiano, lo spread risale, e tutti quanti noi, chi più chi meno, a chiedercene imbufaliti la ragione. Eppure la risposta è facilissima: l’annunciata e pochissimo strombazzata ridiscesa in campo del Cavaliere. Noi, come popolo, non ci possiamo arrivare appunto perché italiani, bipedi abituati a vivere oramai in casa con l’immondizia, a respirarne a pieni polmoni, quasi con soddisfazione, l’olezzo fragrante, e a guardare con occhi tranquilli in faccia al mostro, senza coglierne la mostruosità. Barbara invece l’ha capito subito. Lei è cittadina del mondo, legge i giornali stranieri, in ispecie quelli delle contrade più civili, dove trova conferma delle sue superiori vedute. E’ per questo che i suoi articoli viaggiano sempre scortati da citazioni tratte da questa o quell’autorevole testata, dai virgolettati di questo o quell’illustre nome della cultura, della politica, delle scienze che il mondo ci offre al di fuori dei nostri angusti e miserabili confini. Ed è per questo che lei fa parte di quell’italianissima sottospecie, quella migliore, che allo straniero chiede sempre legittimazione.

GLI SMEMORATI DI LIBIA 20/07/2012 Piagnucolano molto i giornali e i telegiornali sulla sorte dei poveri siriani. Bisogna dire che ormai è proprio un bel macello, degno in tutto della pittoresca ferocia delle guerre civili. Chi li conta più i morti? Quisquilie, per russi e cinesi, che continuano imperterriti a porre il veto ad ogni risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che avalli più o meno velatamente il regime change. L’ultima, oltre al voto negativo di Russia e Cina, ha visto le astensioni di due altri paesi, tra cui quella del Sudafrica. Ciò significa che dei quattro paesi Brics (sui cinque totali) attualmente membri del Consiglio di Sicurezza, solo uno, l’India, ha votato a favore della risoluzione. Vi ricordate? Pur di dare inizio alla caccia grossa a Gheddafi li avevamo presi per i fondelli, dimenticando che anche gli staterelli tascabili, vere barzellette tipo Andorra o San Marino, hanno il loro amor proprio, figuriamoci questi colossi. Lo so che gli analisti credono di più ai rapporti di forza, agli «interessi», alla formidabile forza inerziale che la tradizione convoglia nella politica estera di ogni specifico paese, ma trascurando l’amor proprio a mio avviso commettono un errore imperdonabile di superficialità. Le passioni dominano il mondo, anche a livello di tribù o di nazione. La guerra di Troia ne fu la dimostrazione scientifica, fin da principio. Ed io al grande Omero credo religiosamente.

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Crisi libica: Russia e Cina entrano in gioco?

A distanza di tre mesi dall’inizio di quella che doveva essere la scampagnata libica, la campagna di Libia per ora ha ottenuto soltanto un risultato sicuro: la sparizione di scena dei due personaggi che avevano dato inizio al ballo dando fiato alle trombe della retorica democratica, Sarkozy e Cameron. Avete notato? Non li si sente più. A parlare son solo la NATO o il Dipartimento della Difesa statunitense, che per lo più passano il tempo a lamentarsi del non del tutto soddisfacente sostegno europeo alla missione. In attesa che l’effetto collaterale di una bombetta birichina spedisca miracolosamente al creatore il Colonnello, togliendo così di mezzo il primo degli ostacoli alla risoluzione del conflitto, lo stallo libico sta intanto consentendo pian piano ai paesi che finora avevano assistito impotenti alle vicende belliche di ritornare da protagonisti nel gioco diplomatico.

Si ricorderà che Russia e Cina si erano astenute sulla risoluzione ONU che aveva dato il nulla osta alla protezione bombarola e umanitaria della NATO. Lo avevano fatto, dal loro punto di vista, per prudenza, per non rischiare di essere tagliati fuori dai frutti del dopoguerra, nell’incapacità di valutare una situazione che la propaganda di Al Jazeera, ripresa dai media occidentali, dipingeva già come irrimediabilmente rivoluzionaria. Visto l’andazzo, però, bastò qualche settimana perché l’atteggiamento di Cina e Russia diventasse, per quanto vellutato nella forma, fortemente critico nella sostanza. In questi mesi è stato soprattutto il ministro degli esteri russo Lavrov a distinguersi nella polemica. Sino a quando, recentemente, con una mossa a sorpresa il presidente russo Medveded è parso sposare la causa occidentale, dando il via libera a contatti ufficiali col Consiglio Nazionale di Transizione di Bengasi, e pronunciandosi in favore della dipartita di Gheddafi. In questo c’è chi ha visto un ulteriore segno delle frizioni tra Medveded e Putin, che non aveva lesinato in precedenza aspri giudizi sull’operazione NATO, e chi ha parlato della solita commedia ben concertata fra i due.

Io non credo sia una commedia vera e propria, ma non credo nemmeno che la cosa abbia troppa importanza in questa faccenda. In un modo o nell’altro la Russia doveva incunearsi nel gioco diplomatico. Tanto più che si è rivelato subito chiaro che la posizione russa, una volta dentro al gioco, era tutt’altro che omogenea alle posizioni occidentali, e abbastanza simile, invece, a quella mantenuta durante i tre mesi di conflitto: dialogo coi ribelli sì, ma anche, riservandosi un margine di ambiguità sulla sorte del Colonnello, nessuna rottura con “Tripoli”. La Cina, che ha rilevanti interessi economici in Libia, ha avuto un primo momento d’irritazione, visto che sulla crisi del paese nordafricano Russia e Cina avevano ostentato di procedere di conserva, ma poi si è adeguata alla mossa russa, avviando anch’essa contatti coi ribelli. Dal 15 al 18 giugno è in programma la visita del presidente cinese Hu Jintao in Russia, nel corso della quale sarà affrontato anche il tema della crisi libica, sulla quale però, a Pechino, nelle more dei preparativi del summit russo-cinese, si sono espressi l’ambasciatore russo Razov e il viceministro degli Esteri cinese Cheng Guoping, dichiarando il primo che“Russia e Cina hanno una posizione simile. I due paesi chiedono un cessate il fuoco, chiedono a tutte le parti di non oltrepassare i limiti imposti dalle risoluzioni ONU e appoggiano la proposta dell’Unione Africana”, ed il secondo ribadendo la stretta coordinazione fra i due paesi, la volontà di agire di concerto, e insistendo sul fatto che il destino della Libia dovrà essere deciso dal popolo libico senza interferenze di altri paesi.

Tutto questo nuovo dinamismo va tuttavia giudicato sullo sfondo di un’altra delle crisi di questa primavera “democratica” araba, quella siriana, nel cui teatro, peraltro di gran lunga più delicato di quello dominato fino a ieri dall’isolato Gheddafi, nonostante le migliaia di profughi e gli almeno mille morti dovuti allo stillicidio della repressione «contro il proprio popolo», le armate democratiche dell’Occidente non hanno avuto finora la possibilità di sparare nemmeno una freccetta. Cina e Russia hanno già messo in chiaro che eserciteranno il loro diritto di veto su una risoluzione ONU che somigliasse a quella dalla quale i due paesi si sono sentiti – non proprio a torto – presi per i fondelli sul caso libico.

Cosicché, allo stato attuale, il bilancio dell’Occidente dopo mesi di primavera araba è questo: in Tunisia e in Egitto si è limitato ad assecondare opportunisticamente gli sviluppi rivoluzionari, riducendosi a sperar bene per il futuro; in Bahrein è calma piatta, il regime è in sella, e apparentemente gli sta bene così; nello Yemen assiste alla guerra civile, barcamenandosi senza capirci molto tra dubbie istanze democratiche, rivalità tribali, e le mene dell’estremismo islamico; della Siria abbiamo detto; in Libia Russia e Cina stanno entrando in gioco, ma si tengono libere di parlare con Bengasi e con Tripoli, e tengono in mano la carta del diritto di veto sull’eventuale risoluzione ONU in merito alla crisi siriana. Carta che potrebbero calare sul tavolo o farsi pagare profumatamente. Questo è il risultato dell’avventato e sproporzionato intervento militare in un paese che mai era parso così vicino all’Occidente come al momento dello scoppio delle ostilità, e che per adesso ha solo drenato risorse e limitato gli spazi di manovra dei paesi della NATO nella vasta area di crisi mediorientale e nordafricana.

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Guerra per futili motivi

Sui disordini in Bahrein è calato il silenzio: se si torna a parlare dell’arcipelago è solo a proposito di Formula Uno, o per il fatto che il principe ereditario Salman, molto afflitto, non ha potuto esibire la sua augusta presenza alle nozze dei suoi amici Kate e William. In fondo è comprensibile: il Bahrein è un castelletto in mezzo al petrolio dove tra famiglia regnante, famigli e sudditi si arriva appena ad un milione di abitanti; roccaforte islamico-tradizionalista, è però considerato un avamposto occidentale, vista la sua politica estera dominata dai timori nei confronti dell’ingombrante vicino iraniano, la cui influenza sulla maggioranza sciita in Bahrein non si sa bene ancora quale ruolo abbia giocato nelle insorgenze “democratiche” dei mesi scorsi; senza contare, infine, che il Bahrein ospita una base navale statunitense. Anche sui tumulti nello Yemen è calato il silenzio: le schermaglie sanguinose tra i filo-governativi e le opposizioni tuttavia proseguono senza che si arrivi ad un accordo per la gestione della transizione dal regime del presidente Saleh ad uno più “democratico”. Allo Yemen son rimaste solo le gocce di tutto il petrolio che ha inondato il sottosuolo dei paesi del golfo. Paese arcaico, ricco di pittoresche vestigia storiche, non è però né uno staterello né un deserto di sabbia: è grande come la Francia e conta la bellezza di una trentina di milioni di abitanti. Essendo poverissimi, infatti, gli yemeniti si moltiplicano come conigli, detto con tutto il rispetto dovuto ai popoli gagliardi. Ed il paese gode anche di una posizione geografica interessantissima, posto com’è all’imboccatura meridionale del Mar Rosso, là dove la penisola arabica quasi si tocca con il Corno d’Africa, e il golfo di Aden apre la via verso l’Asia profonda. Non è invece calato il silenzio sui fermenti democratici che stanno scuotendo la Siria, dove il numero delle vittime della repressione del regime di Bashar El Assad sta ormai avvinandosi al migliaio. In compenso, a parte le chiacchiere, nessuno si muove per fermare il bagno di sangue. Il tutto mentre in Egitto la rivoluzione “democratica” comincia davvero a mostrare il suo lato sinistro, se il ministro della giustizia apre alla possibilità di una condanna a morte per quel Hosni Mubarak che per gli standard medio-orientali è stato niente di più che un moderato autocrate, e per l’Occidente e Israele un interlocutore ragionevole, se non provvidenziale.

Su questi fronti, tutti delicati, l’Europa e gli Stati Uniti fondamentalmente sono stati a guardare, vuoi per prudenza, per saggezza, o per viltà. Mentre hanno finito per infognarsi in una guerricciola personale e poco decorosa contro Gheddafi. Il motivo non è difficile da individuare: il Raìs ha pagato i lunghi anni del suo progressivo – e fruttuoso, da ambo le parti – armistizio con l’Occidente con l’isolamento nel mondo arabo, in quello “moderato” a causa del passato, in quello “estremista” a causa del presente. Toccato in maniera non troppo profonda dalle rivendicazioni democratiche, il regime libico è stato considerato una preda facile – in parte per la sua forza intrinseca, in parte perché l’isolamento del regime limitava la potenzialità destabilizzante sullo scacchiere internazionale di un intervento militare occidentale – da chi voleva regolare qualche conto, sfoggiare un bel trofeo in casa propria ed estendere la sua influenza nella regione. Un peccato di gola, travestito da ragioni umanitarie. A mettere in risalto l’imprudenza e la faciloneria con sui ci si è imbarcati in quest’impresa basta pensare alle plateali contraddizioni della propaganda messa in atto per giustificare l’intervento: da una parte la retorica piagnona sullo “sterminatore del proprio popolo”, intonata senza che le piazze facessero in tempo a tingersi di sangue, e dall’altra l’immediato, simpatetico ma ingenuo utilizzo delle parole “insorti” e “ribelli”, mai usate nel caso delle altre insorgenze “democratiche”; parole che fanno parte della tipica terminologia bellica, alla quale non si vede perché il regime di Gheddafi non dovesse rispondere a tono.

Il colpaccio non è riuscito. Com’era prevedibile, neanche l’applicazione in termini super-estensivi della no-fly zone ha sbloccato la situazione dal punto di vista militare. La guerra di Libia si sta trasformando allora in una caccia all’uomo, nel nome dei diritti umani. E’ una verità che Vittorio Feltri ha sparato sulla prima pagina di Libero con un titolo ad effetto: “Uccidetelo e che sia finita”; che non si capisce dove sia scioccante visto che sintetizza in maniera brutale il non detto di certe surreali analisi, nel tono soprattutto, apparse ultimamente sui grandi quotidiani della penisola. Comunque vada a finire, sarà una pagina nera.

Anche perché non è affatto detto che vada a finire in “gloria”: l’insofferenza russa cresce ogni giorno di più. Il ministero degli esteri ha fatto sapere che gli attacchi della NATO costituiscono un uso della forza “sproporzionato”, eccedente il mandato dell’ONU, tanto da far nascere ragionevoli sospetti che essi siano mirati alla “distruzione” del leader libico e della sua famiglia; ed ha ripetuto che la Russia chiede un immediato cessate il fuoco in vista di una soluzione politica del conflitto. Qui sta l’inghippo non previsto: l’irrompere nella vicenda di potenti terzi incomodi.

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